La Repubblica, sottoposta alla pressione spagnola ormai costante che viene da Napoli a Milano, deve pensare alla propria difesa, conscia, tuttavia, che la sproporzione delle forze è tale da sconsigliare una vera reazione. Venezia è uno dei pochi stati non ancora sottomessi alla Spagna, ma sente che la sua libertà non è al sicuro: una minaccia, per esempio, è la costruzione di un forte allo sbocco della Valtellina, il cui scopo è quello di ricattare i Grigioni, vero serbatoio per le milizie veneziane, accordatisi proprio allora con la Serenissima. Le proteste a Roma sono inutili, anzi addirittura Venezia viene criticata per i suoi rapporti con i Grigioni, considerati “eretici”.[1] Roma, in sostanza, non dà nessuna mano a Venezia, che può contare solo su se stessa. Si sente comunque lentamente soffocare dall’egemonia spagnola, che non riesce ad allentare soprattutto per i buoni rapporti tra il re cattolico e gli imperiali, che la stringono in una sorta di tenaglia.[2] Secondo il Sarpi Venezia doveva condurre una serie di alleanze più spregiudicate, coinvolgendo il duca di Savoia, le Province Unite d’Olanda, l’Inghiterra e l’Unione Evangelica, in previsione di una guerra contro il blocco asburgico-pontificio.[3] Tuttavia i risultati della guerra di Gradisca non permetteranno di coltivare troppe illusioni su una possibile vittoria militare da parte della Serenissima. La guerra tra la Repubblica e l’Arciduca d’Austria Ferdinando ci sarà, e sarà, come ha osservato Cozzi, “l’ultima combattuta da Venezia nel suo dominio di terra”, se si esclude il breve intervento nella guerra per la successione di Mantova del 1629.[4] I risultati di questa guerra saranno deludenti, al punto da consigliare a Venezia di non intervenire in una eventuale coalizione antiasburgica.

Spie veneziane in funzione antispagnola (1600-1650).

L’attenzione del Consiglio dei Dieci e degli stessi Inquisitori di Stato è indirizzata naturalmente anche contro gli stati che beneficiano dei tradimenti dei cittadini veneziani e stranieri. Soprattutto dopo le vicende dell’Interdetto, il controspionaggio veneziano organizza in questi anni una stretta rete di spie a scopo difensivo, che resterà attiva sino alla fine della Repubblica.[5] Obiettivo principale veneziano in questa fase storica, come abbiamo visto e vedremo successivamente, è la Spagna. Molto presente, quasi sistematico, è nel corso del Seicento lo spionaggio spagnolo a Venezia, dove si adopera con ogni mezzo per avere notizie utili per i propri scopi. I metodi usati sono i soliti, dalla corruzione di nobili veneziani per raccogliere informazioni direttamente ai massimi livelli, al reclutamento di spie nelle varie categorie professionali, dai segretari ai gondolieri, ai personaggi politici, agli ecclesiastici, ai commercianti, etc. I referenti principali, i punti cardine sui quali ruota questa politica spagnola a Venezia, sono gli ambasciatori, che creano intorno a loro una fitta rete di spie, il cui compito è di raccogliere notizie utili di qualsiasi tipo.[6] Le prime notizie di questa azione di controspionaggio arrivano nel novembre del 1609, quando agli Inquisitori viene segnalata l’attività di un certo Giovanni Tedesco, colpevole di fornire informazioni utili agli spagnoli.[7] Il primo colpo di grande importanza effettuato dalle spie veneziane è sicuramente quello inferto intorno al 1610 allo spionaggio spagnolo. Le prime informazioni su tale operazione erano arrivate addirittura da Madrid, dove l’ambasciatore Pietro Priuli era venuto a conoscenza di una fuga di notizie a favore dell’Ambasciatore spagnolo a Venezia, il Bedmar.[8] Attraverso una serie di pedinamenti, di infiltrazioni, viene scoperto il tradimento di Angelo Badoer, che porta alla messa al bando del nobile veneziano, all’espulsione del vescovo Bollani e all’arresto di varie spie, non solo a Venezia, ma anche a Verona, Bergamo e Brescia.[9] Questa struttura spionistica veneziana è costituita da un numero impressionante di persone, che offrono notizie più o meno importanti in cambio di denaro o di favori di altro genere. Tuttavia in questo mare di spie emergono dei personaggi che svolgono un ruolo chiave, di primo piano nelle vicende di questo periodo, soprattutto per quanto riguarda i rapporti tra Venezia e la Spagna. Tra essi il primo che incontriamo è Alessandro Granzino, la cui attività al servizio degli Inquisitori durerà molti anni.

 
Alessandro Granzino (1608-1633).

Nell’Archivio degli Inquisitori di Stato sono ben cinque le buste che raccolgono le riferte di questa spia, in un arco cronologico molto vasto, dal 1608 al 1633, durante il quale, come vedremo, lavora a stretto contatto con alcuni personaggi bene informati.. Di origine bergamasca, le prime sue notizie risalgono al 1608; intorno al 1610 si trasferisce a Venezia, dove cerca di ottenere la liberazione del padre, in prigione per contrabbando, sperando nell’aiuto dell’ambasciatore Bedmar, molto influente in Senato. Non ottiene però quello che cerca, tuttavia decide di rimanere a Venezia, appoggiandosi ad un prete apostata, un certo don Antonio Meschita, presso il quale prende una stanza in affitto. Inizia così, sempre con l’aiuto dello spagnolo, a copiare reperti ed altre scritture che spedisce a diversi gentiluomini di terraferma cari alla corona di Spagna.[10] Attraverso questo lavoro potè conoscere le vicende che coinvolgevano il marchese di Bedmar, e capire quanto di misterioso ruotasse intorno a lui. Conobbe una prostituta, già donna del Meschita, che quest’ultimo riuscì a fargli sposare, legando il Granzino a sè ancora più strettamente, facendolo divenire suo stretto collaboratore.[11]Il Granzino scoprì troppo tardi questo raggiro, ma non riuscì a vendicarsi. Successivamente trovò impiego presso il Bedmar, che gli permise di vivere più vicino all’ambasciatore e in maniera più indipendente dal Meschita.[12] Qui incrementò la sua cultura politica, essendo diretto testimone dell’attività e degli intrighi architettati dal Marchese. Cominciò successivamente, dopo i tentativi del Meschita di farlo trasferire a Milano [13] perchè mal sopportava il nuovo intruso, a lavorare alle dipendenze degli Inquisitori, allacciando in particolare stretti rapporti con Nicolò Contarini, in quel periodo uno dei tre che gli assicuravano, oltre ad un importante appoggio, anche una discreta quantità di denaro. Continuò così la sua vita assumendo anche difficili incarichi di spia nella casa del Marchese, richiesti dagli Inquisitori. Intorno al 1617, infatti, la pressione veneziana si fa più intensa sul Granzino, onde poter raccogliere il maggior numero possibile di informazioni sul Bedmar e sulla sua rete di informatori che, grazie a lui, comincia a prendere forma.[14] Verso il 1618 ritornò a vivere in casa del Bedmar, poichè aveva bisogno di rimanere a più stretto contatto con i suoi affari.[15] Venuto a conoscenza della congiura tramata dal Bedmar, in un primo momento se ne rimase in silenzio, temendo la vendetta spagnola, successivamente, quando il Marchese partì per Milano, facendo capire che non sarebbe più ritornato, il Granzino cominciò a denunciare questa congiura in tutti i suoi particolari.[16] Purtroppo però anche il Granzino venne coinvolto in una vicenda giudiziaria, che lo portò in carcere per circa due anni, dal luglio 1620 al dicembre 1622; quando venne rilasciato, dal momento che era stata provata la sua innocenza, non riuscì però a riprendersi l’incarico presso l’ambasciata spagnola.

La congiura di Bedmar.
 

Nei primi decenni del ‘600 il maggior nemico con cui doveva confrontarsi Venezia era sicuramente la Spagna e i suoi stati satellite. Venezia stava concludendo la guerra con gli Uscocchi, ma non cessavano, invece,le congiure spagnole ai suoi danni. Il trattato di Parigi, del 6 settembre 1617, ratificato a Madrid il successivo 26, ristabiliva in sostanza la situazione territoriale e politica anteriore alla guerra. La reazione con cui fu accolta la conclusione della pace dal Toledo e dall’Ossuna rivelano le segrete intenzioni della politica spagnola in Italia. La loro avversione dava luogo spesso a piccoli intrighi, più che a vere e proprie azioni politiche e militari. Il luogo da cui partivano queste macchinazioni era, a Venezia, sicuramente la casa del Marchese di Bedmar, che appoggiava, prima e dopo la pace, ogni azione ostile al governo marciano.[17] Nella primavera del 1618 il Consiglio dei Dieci era stato informato che si stava tramando una gravissima congiura contro Venezia. Si è molto discusso se si trattasse effettivamente di qualcosa di grave, o se invece si fosse ingigantita a dismisura la situazione; comunque i maggiori sospetti erano caduti sull’ambasciatore di Spagna, il marchese di Bedmar, che ne sarebbe stato il promotore assieme al vicerè di Napoli, duca di Ossuna.[18] La ricostruzione storica dell’avvenimento, fatta dalla stessa Repubblica, sostiene che Jaques Pierre, un corsaro normanno che aveva lavorato per il duca di Ossuna, si era trasferito a Venezia e, in accordo segreto con lo stesso Ossuna e il Bedmar, si era messo in contatto con un certo Langland, Nicolò Renault e altri avventurieri francesi. Insieme progettano delle azioni di sabotaggio ai danni di Venezia, incendi in Arsenale e Zecca, incursioni di mercenari olandesi armati in città e infine addirittura l’assalto al palazzo Ducale, in attesa dell’arrivo della flotta spagnola da Napoli; questo presunto colpo di stato, che aveva come obiettivo quello di saccheggiare Venezia e di consegnarla poi agli Spagnoli, non ha successo perchè due dei congiurati, il capitano Baldassarre Juven e Gabriele Moncassino, rivelano tutto agli Inquisitori di Stato, che arrestano e torturano i capi e i principali colpevoli: alcuni vengono strangolati in carcere e poi esposti pubblicamente tra le colonne di San Marco, altri affogati nel canale Orfano e infine il Langland e il Pierre, imbarcati sulla flotta veneziana, vengono annegati in mare, mentre la pena capitale tocca anche a Piero Berardo, un comandante militare colpevole di aver progettato la consegna agli Spagnoli della città di Crema. Questa è la versione ufficiale del governo veneziano, scritta da Paolo Sarpi, ma mai pubblicata.[19] Molto più misurato, nel 1662, il giudizio di Battista Nani, storico della Repubblica, che ricorda gli “scelerati disegni” dell’Ossuna, accusa la Spagna, ma precisa che il Senato ha smorzato i toni su questa responsabilità per non compromettere la pace ormai stipulata.[20] Reale o immaginaria, questa congiura costringe Alfonso de la Cueva y Benavides, marchese di Bedmar, a lasciare velocemente la città e a ritirarsi a Milano.

 
Le spie del Marchese di Bedmar.

Quello che è sicuro è il complicato e ben radicato sistema spionistico messo in piedi dal Marchese, e tutto questo non rimane sconosciuto al controspionaggio veneziano. Venezia in questo periodo è già molto preoccupata per lo stretto rapporto tra la Spagna e il Papato, ma tutto questo sembra non preoccupare il Marchese che, appena giunto a Venezia, subito inizia a costruire la sua rete di spie. Tra queste c’è monsignor Domenico Bollani, vescovo di Canea, che accetta 500 ducati come ricompensa per il suo lavoro. Poco dopo vengono reclutati Angelo Badoer, Bernardino Rossi, segretario dell’ambasciata imperiale, il parmense Angelo Ceruti, il portoghese Jorge Cardoso, Antonio Meschita e Alessandro Granzino, che poi vedremo come spia “doppia”.[21] Tuttavia dopo la fuga di Angelo Badoer, un membro delle “case vecchie” che aveva svolto numerosi incarichi diplomatici e che era stato accusato di avere stretto rapporti segreti con gli Spagnoli, la struttura spionistica del marchese mostra le prime crepe, soprattutto per i vuoti lasciati dai numerosi arresti eseguiti tra il 1612-13, dopo questo scandalo.[22] Anche da Madrid arrivano numerose critiche, poichè la politica intrapresa dal Marchese viene considerata troppo spregiudicata, soprattutto in uno stato, come quello veneziano, in cui proprio in quel periodo si ammassavano sempre più frequenti sospetti di congiure e tradimenti e dove gli Inquisitori di Stato stavano instaurando un clima di sospetto sempre maggiore. Tutto questo costringe il Marchese, per un breve periodo, a smorzare i suoi propositi; comunque già nel 1614 egli si rimette all’opera, continuando a pagare lo stesso Badoer, non più a Venezia, intessendo inoltre stretti rapporti d’amicizia con la famiglia vicentina Valmarana, filospagnola. Nel frattempo il controspionaggio veneziano compie dei passi da gigante: i sospetti veneziani sono sempre maggiori, e per questo motivo l’ambasciata spagnola è strettamente sorvegliata da una grande quantità di confidenti. Ma il successo più grande realizzato dagli Inquisitori è quello di infiltrare una spia nella rete di Bedmar; questa spia è Alessandro Granzino, che già prima avevamo visto al servizio dello stesso marchese.[23] La rete di confidenti al soldo del Bedmar sembra essere ingigantita dal Granzino, ma testimonianze coeve prese dal controspionaggio veneziano ne confermano l’importanza e la ramificazione.[24] Capo dei servizi segreti di Bedmar è, secondo Alessandro Luzio, il portoghese Antonio Meschita, un prete apostata. Inoltre in questi anni provengono da molte fonti, e da molte denuncie segrete, segnalazioni di corrispondenze sospette su spagnoli travestiti da frati etc. La più esplicita ammissione della rete di spionaggio spagnolo a Venezia, come fa notare Paolo Preto, viene in questi anni dallo stesso Bedmar: nei dispacci a Madrid e soprattutto nelle Istruzioni per Luis Bravo de Acuna, suo successore nell’ambasciata, documenti in mano agli Inquisitori, egli afferma di avere a Venezia una grandissima quantità di confidenti, che gli permettono di conoscere i “ pensieri più intimi et più secreti”.[25]

La rete del Bedmar da una riferta di Alessadro Granzino.

La lettera del 18 febbraio 1620, contenuta nella busta 610 del fondo degli Inquisitori di Stato, traccia in maniera dettagliata la struttura dello spionaggio spagnolo che ruotava intorno all’Ambasciatore cattolico. Essa contiene il memoriale in cui il bergamasco Granzino elenca minuziosamente tutte le persone, da lui conosciute o solamente sentite nominare durante il suo servizio presso l’Ambasciata spagnola, che avevano stretti rapporti col Bedmar. Si tratta non solo di confidenti segreti, ma anche di banchieri, che finanziano col loro denaro gli scopi spagnoli, mercanti, librai, commercianti, nobili di terraferma, ecclesiastici. Questo documento, di cui farò qui una sintesi, utilizzato anche da Lamberto Chiarelli in un suo saggio sulla reale storicità della congiura, elenca un elevato numero di persone, appartenenti ad ogni rango sociale, pronte, sempre secondo Grancino, a seguire il piano organizzato dal Marchese, e le descrive indicandone l’origine, il tipo di rapporto col marchese, chi le ha introdotte nella rete ,etc .

Vincenzo Tucio è un romagnolo, una spia di scarsa fortuna, arricchitasi una volta entrata alle dipendenze del Bedmar. A presentarlo al Marchese sono stati Ferdinando Tassis “della posta di Fiandra”, bergamasco, e Aurelio Mozzo Parolino, cittadino veneto, personaggi di punta nell’entourage dell’ambasciatore.

Aurelio Mozzo Parolino, un vicentino, ha contatti con l’ambasciata spagnola fin da giovane. Questa spia trova le sue notizie tra i patrizi e gli avvocati, e riesce spesso ad avere buone informazioni su quello che succede in Senato. Possiede numerosi beni a Vicenza, inoltre conosce molto bene numerosi mercanti tra Milano, Brescia, Bergamo e Verona. A Vicenza ha numerosi contatti con i conti da Porto e con altre famiglie pagate dalla Spagna. A Venezia ha contatti con un Moro che abita ai Frari; con un certo Domenego, che abita vicino ai Carmini; con un Vallaresso, che abita a S. Beneto; con i fratelli Vallaressi di San Giovanni decollato.

Ferdinando Tassis, bergamasco, che ha il controllo della posta di Fiandra e Augusta, è una spia del Parolino, grazie al quale ha sposato una donna molto ricca che ne favorisce l’azione antiveneziana. E’ uno dei più pericolosi nemici della Repubblica, contro la quale non perde mai occasione di agire.

Anzolo Gioisio è un trentino di circa 40 anni, che arrivò a Venezia molto povero, facendo di mestiere il facchino. Adesso, grazie al denaro guadagnato grazie ai servizi svolti per gli ambasciatori spagnoli, è molto ricco e possiede un gran numero di case. Durante l’ambasciata del Bedmar è divenuto uno dei suoi confidenti privilegiati, e uno dei più pagati, tanto che nella sua casa avvengono molti incontri tra le persone coinvolte in questa trama. E’ molto vicino alla famiglia Collalto, tanto da aver presentato persino il conte Rambaldo allo stesso Bedmar.

Bortolo Masorato è un cittadino comasco, “muschiero” di professione. Venuto anche lui a Venezia molto povero, farà la sua fortuna lavorando per l’Ambasciata spagnola. Il Bedmar era molto generoso verso di lui, e in cambio riceveva spesso informazioni molto preziose che il Masorato riusciva a strappare ai nobili che frequentavano il suo negozio; tra coloro che ebbero contatti con lui ci sono il nipote del Procuratore Giustiniano, con dei Morosini e con alcuni Soranzo.

Bertolo Rechi, francese, uno dei consultori al tempo dell’Interdetto, passa agli spagnoli informazioni sulla opinione pubblica riguardo tale contoversia, sullo schieramento che appoggia il Sarpi e su quello che appoggia le case Vecchie.

Giovanni Battista Ciotti, Fiorentino, esercita a Venezia la professione di librario ed è prima confidente del Bedmar e poi del Bravo. Nel suo negozio si incontrano molto spesso non solo i “ministri dei Principi”, ma tutte le persone, delle più varie categorie, legate al Bedmar e alla sua congiura. Anche lui è uno dei migliori confidenti del Marchese, e per questo viene pagato molto bene.

Sigismondo Strada, anche lui fiorentino, non esercita alcuna professione e abita a Venezia. Fornisce all’Ambasciatore spagnolo, attraverso alcuni suoi nipoti soldati, molte notizie sull’Isola di Candia. Non lavora solo per la Spagna, ma è un confidente anche del Nunzio Apostolico e di altri Residenti.

Giovanni Andrea Angelo Flavio dice di essere “mezzo milanese”, professa una sua religione, di “Costantino Imperatore”, ed è un confidente del Bedmar.

Baldissera Campi è un milanese, vive da tempo a Venezia ed è un tessitore di panni di seta. E’ un confidente del Bedmar ma non riceve una paga fissa; ha inoltre contatti con molti patrizi, con i tre fratelli Pisani e con altri.

Anche nelle città più importanti della terraferma molti erano i nobili “amici”del Bedmar:a Vicenza la maggioranza dei nobili sostiene il Marchese, tra i quali i conti Poiana e Capra sicuramente erano stipendiati; a Padova i conti Enea de Conti e i Signori Boromei; a Verona i conti Massimiliano e Ferdinando da Nogarola, la famiglia Canossa; a Brescia il conte Teofilo Martinengo; a Bergamo la casa Solza, Flavio Vertova, confidente del Tassis.

Tra gli altri il Granzino nomina anche i Conti de Calepio, il conte Galeazzo Suardo, Claudio Piatti, Vincenzo Fausto Vendechi, di Crema, Monsignor Briance, il Vescovo di Pola, Monsignor Stella. Molti ancora sono i confidenti che il Granzino nomina nel suo documento, ritenuti però meno importanti, che stanno comunque ad indicare quali e quanti fossere i contatti del Bedmar.

Il dibattito storico sulla congiura.

Per quanto riguarda la veridicità della congiura, bisogna ricordare che mancano comunque gli atti del processo, che i testimoni vengono subito giustiziati e che le stesse comunicazioni fra i Dieci ed il Senato sono generiche e poco esaurienti: in sostanza più di qualche dubbio è sorto su questa congiura. Molti storici fino a poco tempo fa hanno discusso su questa questione, senza però trovare una soluzione chiara e definitiva. Per cominciare ricordiamo Leopold Von Ranke che, in una sua opera giovanile, sostiene che la congiura, se di congiura si può parlare, è ancora in una fase embrionale, ma a Venezia tutti credono nella sua esistenza.[26] Molto importante è anche il contributo dato da Italo Raulich in due suoi scritti. Nel primo, dove prende in esame documenti di fonte spagnola provenienti dall’ Archivio di Simancas, sostiene che non ci sono testimonianze di una diretta responsabilità del Bedmar e dell’Ossuna nella congiura, ma che tuttavia il Marchese aveva “se non promossa, incoraggiata e aiutata la trama contro Venezia”.[27] Il secondo documento è invece la pubblicazione di una interessante relazione che il Marchese di Bedmar aveva fatto sui veneziani, descrivendo anche i loro usi e i loro costumi, durante il suo soggiorno nella città lagunare.[28] Altra interpretazione è quella di Alessandro Luzio, nel 1918, basata sullo studio dell’Archivio Gonzaga, famiglia che nei primi del Seicento era strettamente legata alla Spagna, l’unica in grado di difenderla dagli attacchi di Carlo Emanuele I. Altro elemento, che dimostrava l’importanza di questi documenti, è il fatto che uno dei confidenti fondamentali per questa vicenda, il bergamasco Alessandro Granzino, esercitava il suo “mestiere” per lo stesso Bedmar, per Venezia e per i Gonzaga.[29] Con i suoi studi il Luzio arriva alla conclusione che “una congiura spagnola nel senso tradizionale non ha mai assolutamente esistito”,[30] e che i documenti negano gli accordi tra il Bedmar l’Ossuna e il Toledo, governatore di Milano; lui la considera una montatura utilizzata a fini politici, grazie alla quale Venezia ha potuto togliere di mezzo un ambasciatore scomodo come il Marchese. Luzio vede al massimo “un qualche progetto svanito di imprese architettate, durante lo stato di guerra guerreggiata, per sorprendere taluna delle piazze d’Istria e di terraferma, ma non già la dominante”.[31] Prendono invece le distanze da questa interpretazione Battistella, Chiarelli, che si basa sulle riferte del confidente Alessandro Granzino,[32] e De Rubertis,[33] che, nonostante non riescano a darne prova inconfutabile, credono nella possibilità che questa congiura sia stata realmente ordita. Il De Rubertis, in particolare, che si basa su documenti inediti, trovati nell’Archivio di Firenze, sostiene che la versione del Sarpi non deve essere messa in dubbio anche perchè “ è in perfetta concordanza con le notizie fornite da tutti i ministri veneti presso le corti estere e dai ministri di altri stati italiani residenti presso la Repubblica”.[34] C’è poi lo studio di Giorgio Spini, che definisce la congiura addirittura ”quattro francesi fanfaroni e un grande spavento”, per il quale non si può parlare asssolutamente di congiura spagnola contro Venezia.[35] Lo storico sottolinea che oltre all’ ”affare Badoer”, che aveva scatenato all’interno dell’ambiente veneziano una fortissima preoccupazione per tutto ciò che la Spagna poteva fare ai suoi danni, aveva pesato sulla vicenda il clima di incertezza in cui si stavano svolgendo, in quello stesso periodo, le elezioni dogali, dopo che in pochi mesi erano morti due dogi, Giovanni Bembo e Niccolò Donà.[36] Secondo il Cessi gli “episodi criminosi”, che coinvolsero alcuni personaggi di scarso prestigio, quali Giacomo Pierre, Nicola Renault, il capitano Lagrand, Alessandro Spinosa e Baldasarre Juven, non devono assumere troppa importanza, anche perchè i colpevoli vennero subito eliminati con delle punizioni esemplari. Tuttavia, sottolinea il Cessi, a Venezia non sfuggì la responsabilità dei mandanti e, vista anche la solita prudenza diplomatica veneziana, si limitò a chiedere l’allontanamento dell’ambasciatore.[37] Infine il Preto sostiene che nemmeno gli Inquisitori e il Consiglio dei Dieci avevano mai creduto ad una vera e propria congiura, preparata dal Bedmar e dall’Ossuna per prendere la città; si trattava probabilmente, come appare dalla grande quantità di delazioni, di un complotto di avventurieri e mercenari, non ancora strutturato, volto esclusivamente al saccheggio. Era stata comunque un’occasione provvidenziale per gli Inquisitori e per i Dieci, che l’avevano utilizzata per disfarsi non solo dell’ambasciarore, ma di tutta la rete di spie che aveva creato nella città lagunare.[38]

Smascherata la congiura, della quale abbiamo appena parlato, nel 1619 ricomincia l’attività spionistica col nuovo ambasciatore, don Luis Bravo, che coinvolge ancora persone di vari livelli sociali.[39] Gli anni che vanno dal 1618, quando Bedmar lascia Venezia, al 1632, anno in cui arriva l’ambasciatore Juan Antonio de Vera, sono un periodo abbastanza tranquillo per quanto riguarda lo spionaggio spagnolo a Venezia. In questa fase, infatti, i due nobili spagnoli che succedono al Bedmar, Luis Bravo e Cristobal de Benavente y Benavides, evitano una politica troppo spregiudicata in relazione allo spionaggio. Il primo, dopo la condanna di Giovanni Minotto e l’impiccagione di Giovanni Battista Bragadin, cerca di non dare alimento ai sospetti già forti dei Veneziani, e questo è ciò che emerge dall’analisi dei suoi dispacci a Madrid.[40] Per quanto riguarda il secondo, il Benavides, ha solo due delatori, il mercante Daniele Nis e, forse, un senatore.[41] Il controspionaggio veneziano continua però ad agire in maniera sistematica; assistiamo infatti, per usare una definizione di Paolo Preto, ad una vera e propria “caccia alle spie”, che porta ad una incredibile quantità di raccordi e di arresti .Il “caso Foscarini”[42], che aveva provocato un enorme sconcerto nell’opinione pubblica, fa si che tra il 1623 ed il 1632 si plachi questa “psicosi dello spionaggio spagnolo e del tradimento”[43], anche se l’azione di controllo veneziana rimane continua. Intorno al 1630 ricompaiono, come vedremo per poco, le riferte del Granzino, che descrive l’ultimo periodo di permanenza a Venezia dell’ambasciatore Cristobal Benavides; da questa fonte scopriamo che il diplomatico non vede l’ora di partire per paura della peste.[44] Dalle sue riferte vediamo inoltre che vengono citati numerosi personaggi che incontreremo successivamente nelle trame del De Vera, presso la cui ambasciata, seppur per un brevissimo periodo, lo stesso Granzino presterà il suo servizio di delazione, esprimendo le prime preoccupazioni sull’operato del De Vera Sembra quasi un passaggio di consegne quello che avviene tra il bergamasco e Agostino Rossi, che compare con le sue riferte proprio nel periodo in cui perdiamo le tracce del Granzino.[45]

 
 

L’ambasciatore spagnolo a Venezia Juan Antonio de Vera.

Juan Antonio de Vera y Figueroa lavora a Venezia, in qualità di ambasciatore spagnolo, proprio nel periodo della guerra dei trent’anni. In questa fase storica inizia la crisi dell’egemonia austro-spagnola sull’equilibrio delle forze europee, che porrà fine definitivamente, con la pace di Westfalia, all’ideale di una cattolicità universale tanto sognato dalla monarchia spagnola. Il conte arriva a Venezia nell’estate del 1632, in un momento chiave del conflitto europeo che ne sconvolgerà totalmente l’assetto politico. La Spagna, tuttavia, in questo periodo è ancora molto forte, soprattutto nei confronti della Francia, sua principale rivale, che ancora non poteva partecipare direttamente alla guerra a causa dei numerosi problemi interni, tra i quali i conflitti con gli Ugonotti. Siamo nel 1628 quando Filippo IV nomina Juan de Vera “conde de la Roca” [46]: inizia così la sua carriera diplomatica che lo porta inizialmente in Savoia come ambasciatore straordinario. Qui, tuttavia, il suo lavoro è ostacolato dal collega francese, che lo costringe addirittura a porre fine alla sua missione. Dalla Savoia passa quindi a Venezia, in qualità di ambasciatore ordinario, al posto di Cristoforo Benavides, trasferito nel frattempo a Parigi. E’ in questo periodo che si placa la peste, scoppiata a Mantova nel 1630 dopo il sacco delle truppe imperiali, che aveva colpito la stessa Venezia, dove aveva causato numerose vittime. Qui, nella città lagunare, il suo nome viene italianizzato in “Conte della Rocca”, col quale egli verrà registrato negli archivi e firmerà tutti gli atti ufficiali.[47] Inizialmente il suo atteggiamento sarà molto cauto nei confronti dei politici veneziani, anche perchè lo stesso governo, soprattutto dopo la congiura di Bedmar, era divenuto molto diffidente nei confronti della Spagna, ancora potente e minacciosa. La situazione per Venezia era inoltre molto complicata, poichè tutte le forze in campo tentavano di spingerla ad entrare direttamente in guerra, rompendo così la neutralità in cui si era arroccata. In prima linea tra questi stati c’è sicuramente la Francia che, disseminando per tutta l’Europa i suoi agenti, cerca di attrarre vari stati nella sua orbita: fra questi Venezia aveva un ruolo fondamentale, soprattutto perchè avrebbe potuto risolvere le vicende belliche dell’area italiana, zona fondamentale della lunga guerra.

Tornando al Conte della Rocca, anche a Madrid, dove non tutti lo ammirano, ha fama di essere “inquieto, stravagante, amante delle invenzioni”.[48] Il suo grande vantaggio, rispetto agli avversari politici, è quello di essere protetto dal Conte Duca de Olivares, protezione che suggerì a Venezia una particolare cortesia nei suoi confronti. Il nostro ambasciatore, oltre ad essere un grande politico, era anche un discreto scrittore: il 31 marzo 1633, infatti, manda al Doge e a ciascuno dei componenti del Collegio dei Savi un libro composto da lui stesso dal titolo “El Fernando”, un poema eroico scritto ad imitazione della Gerusalemme liberata.[49] Questa sua abilità letteraria il Conte amava usarla spesso anche con gli interlocutori politici, che spesso faticavano a comprendere chiaramente i suoi discorsi.

Venezia, in ogni caso, ha un atteggiamento diffidente nei suoi confronti e, come abbiamo visto e vedremo successivamente, tenterà di conoscere tutti i suoi movimenti attraverso una fitta rete di confidenti durante tutto il periodo della sua permanenza a Venezia. Confidenti che annotano minuziosamente anche ogni sua attività e ogni suo stato fisico. Da loro filtrano infatti notizie su una invettiva contro il Papa preparata e fatta stampare nella casa dello stesso Conte.[50] In questo periodo il Papa Urbano VIII veniva continuamente attaccato dagli Spagnoli, e quindi dal Conte stesso, a causa del suo atteggiamento ritenuto in patria poco filospagnolo.[51] Numerose sono anche le notizie che filtrano a proposito della sua salute: a causa probabilmente del clima molto umido della città, i suoi problemi di natura reumatica aumentano sensibilmente, tanto da spingerlo a chiedere il ritorno in patria; richiesta che però, nonostante il suo pessimo stato di salute, non viene accettata.[52] Difficile la vita di Juan Antonio de Vera anche dal punto di vista economico: il denaro dal governo spagnolo arriva raramente, e basta appena a sanare i debiti; inoltre mancano i soldi per mantenere la rete di spie che lo stesso ambasciatore gestisce. Problemi di denaro che lo spingono addirittura, contro le stesse leggi della Repubblica, a prestare denaro come un usuraio.[53]

Periodo non molto tranquillo, dunque, quello vissuto dallo stesso ambasciatore nei suoi primi anni a Venezia. Altra data fondamentale per l’opera del Conte della Rocca è sicuramente il 1635, anno in cui la Francia entra in guerra contro la Spagna e occupa parte della Valtellina. Si apre così una nuova fase della guerra dei trent’anni anche per Juan de Vera, che chiede al Senato veneziano la neutralità integrale, ottenendo il passaggio di un contingente armato spagnolo per il territorio della Repubblica, purchè senza insegne. Tuttavia attraverso le terre veneziane passano anche molti viveri per la Valtellina destinati non alle truppe cattoliche, fatto sottolineato negativamente dal Conte, che invita Venezia ad una neutraltà più chiara. Ancora egli aveva tentato di portare i veneziani dalla parte spagnola, senza però grandi risultati, anche se comunque tra i due stati aumenteranno le manifestazioni di cortesia e di privilegio nei riguardi dei rispettivi diplomatici.

A metà del 1636, in un momento di grande sconforto, Juan de Vera aveva tentato ancora una volta di essere sostituito.[54] Le motivazioni non erano comunque chiare; forse si sentiva insicuro, non poteva contare su nessuno, nemmeno all’interno della sua stessa casa. Un grave colpo al nostro ambasciatore viene dato dai memoriali di Orazio Guidotti, una spia precedentemente al suo servizio che ora si confessa e tenta di portare alla rovina, oltre a se stesso, chi l’ha causata. Egli non accusa direttamente il Conte della Rocca, perchè troppo in alto, ma chi gli sta intorno. Accusa infatti il nobile veneziano, molto vicino agli ambienti spagnoli, Silvestro Querini, che però riesce a non farsi scoprire. Questo tentativo non va a buon fine e, una volta arrestato, Guidotti viene rinchiuso in prigione e vi rimarrà per 21 anni.[55] Tutta questa vicenda, anche se non porta a nulla di concreto, aumenta i problemi già numerosi per il Conte, oscurandone ulteriormente la figura. Non bastasse, la potenza spagnola in questa fase storica inizia la sua inesorabile decadenza: ne è una testimonianza la perdita di Casale, punto strategico per la conduzione della guerra, che avverrà nel 1640, e che lascerà sorpresi gli spagnoli. Dopo Casale anche Torino, tenuta dal principe Tommaso, fedele alla Spagna, sarà perduta il 17 settembre dello stesso anno. Tutto ciò contribuirà in maniera determinante a far perdere peso alle armi cattoliche in Italia e di ciò se ne renderà conto il de Vera. Gli ultimi anni della sua ambasciata a Venezia sono tra i più duri, sia per le ristrettezze economiche, sia per le condizioni di salute che lo travagliano continuamente.[56] Per questo motivo chiede ancora una volta di essere sostituito e di essere trasferito in un’altra sede. Inoltre per la Spagna la situazione è sempre più critica: non solo manca il denaro per le ambasciate estere, ma nella stessa Spagna il crollo finanziario è divenuto insostenibile. L’ambasciatore ormai non riceve denaro da anni, tuttavia non gli viene concesso il trasferimento; la sua reputazione inizia però a deteriorarsi, così come la sua salute va peggiorando; ormai la vicenda del Conte della Rocca si avvia alla conclusione. L’incidente con cui viene tolto di mezzo è molto banale: una semplice controversia con un sarto veneziano viene abilmente montata e usata, anche da parte veneziana, per screditarlo agli stessi occhi del suo protettore, il Conte Duca de Olivares.[57] Soltanto l’anno dopo comparirà a Venezia il sostituto del Conte della Rocca, il marchese de Las Fuentes[58], che sancirà inequivocabilmente la fine della sua esperienza veneziana.

Agostino Rossi.
 

Agostino Rossi è un sacerdote e un uomo di lettere che succede, come spia all’interno dell’ambasciata imperiale, ad Alessandro Granzino, nel 1633.[59] Nella prima lettera, senza data, offre i suoi servigi agli Inquisitori, allegando, assieme alla richiesta, il suo curriculum vitae, in cui sottolinea i momenti duri vissuti fino ad allora presso la Residenza Cesarea. Suddito della sede Apostolica, era stato segretario nel governo della città di Jesi e Provveditore allo Stato Ecclesiastico; poi era passato a Venezia come segretario del defunto Residente Cesareo Niccolò Rossi. Utilizzando anche le informazioni di Granzino[60] , scopriamo che Agostino Rossi avrebbe desiderato servire il conte Della Rocca come segretario; ma questi, che aveva ricoperto le due cariche, Residente Cesareo e Ambasciatore spagnolo, solo per qualche mese, durante il 1633, in attesa di Lorenzo Brigido[61] , gli aveva preferito un certo don Giulio Borgorucci, che sarà l’avversario del Rossi per il grado di segretario nella stessa ambasciata.[62] Uno dei fattori principali che favorisce l’azione delatoria del nostro sacerdote è lo stretto rapporto in cui vivono, soprattutto in questo periodo per ragioni politiche, l’Ambasciatore Cattolico e il Residente Cesareo. Per questo motivo il Rossi, che almeno inizialmente non ha il grado di segretario, ma sostituisce don Giulio quando si assenta da Venezia per ragioni di famiglia , ha libero accesso sia nell’Ambasciata spagnola che in quella imperiale, osservando quindi da vicino quello che succede da ambo le parti.[63] Almeno inizialmente nessuno dei due diplomatici dubita di lui e anche tra loro i rapporti sono buoni. I due, quindi, non immaginando di avere una spia in casa, seminano per tutta la città i loro confidenti, in modo da raccogliere in città il maggior numero possibile di notizie da inviare ai loro sovrani.[64] Don Agostino ha un rapporto molto stretto anche col De Vera, tanto da avere accesso all’ufficio privato dello spagnolo, e persino lo aiuterà nella traduzione di alcune delle sue composizioni letterarie. La quantità di notizie fornite, almeno in questa fase, indicano che la nostra spia aveva a sua volta degli informatori: ci parlerà infatti di un “amico”, forse il cameriere don Garzia, oppure lo stesso Borgorucci, come sappiamo segretario del Conte, in questo momento ancora amico del Rossi, finchè non scoppierà tra loro la rivalità per la carica di segretario. Così, in relativa tranquillità, può copiare e inviare agli Inquisitori tutte le lettere dell’ambasciatore che gli passano sotto mano, anche quelle destinate allo stesso sovrano spagnolo, che in questo modo ne conosce il contenuto molto tempo dopo la stessa Repubblica veneziana. Le informazoni di Agostino Rossi sono molto dettagliate, ricche di particolari, che ripetono spesso gli stessi dialoghi tra gli interlocutori. Del 5 ottobre 1633 è la prima lettera di una certa importanza che troviamo nei suoi documenti: descrive un dialogo, molto importante per i risvolti politici che produrrà, avvenuto in sua presenza tra l’Ambasciatore Cattolico, il Nunzio e il Residente di Toscana. Quest’ultimo, pagando colpe non sue ma soprattutto dello spagnolo, verrà richiamato alla corte toscana per aver preso delle posizioni rispetto al Papa che il Nunzio non aveva assolutamente gradito.[65] In realtà non sarà solo questo il motivo che lo riporterà in patria ma, come vedremo, lo stesso governo veneziano, attraverso una vicenda poco chiara, agirà affinchè questo succeda.

 
 
Una vendetta “trasversale”.

Il 13 ottobre il Capitan Grande con quaranta zaffi fa imprigionare il primo gondoliere del Residente di Toscana[66] : ufficialmente questo arresto viene effettuato per alcune parole ingiuriose pronunciate dal gondoliere contro il governo veneziano. In realtà, come sosteneva lo stesso Residente di Toscana, che già era andato in Collegio a chiederne la liberazione, peraltro inutilmente, si trattava di una “vendetta trasversale” da parte della Repubblica, che definiva la casa del Residente un covo di contrabbandieri, di banditi e di altri malfattori.[67] Questo avvenimento sorprende tutta la città, e indigna tutti i ”ministri de Principi”, che propongono addirittura, come risarcimento di tutti questi affronti, di “far tirare una archibugiata” al Capitan Grande. Gli organizzatori di questa trama, che tuttavia non si realizzerà, sono l’Ambasciatore di Spagna, che “tiene in petto un certo veleno” poichè la sua gondola è stata svaligiata,e il Residente Cesareo, mentre” Toscana” ha partecipato ”solo nel pensiero” perchè è in discredito verso la Repubblica e, come abbiamo visto, verso lo stesso Granduca.[68] Il 30 ottobre il rappresentante di Toscana “reclama” ancora per la prigionia del suo poppiere, che definisce ancora “trasversale” e “fatta per chimeriche inventioni”, sostenendo inoltre che la versione sull’arresto fornita dal governo veneziano non era completa per il fatto che il gondoliere assieme alle parole incriminate ne aveva dette altre che lo scagionavano.[69] Nonostante questo ultimo tentativo l’epilogo di questa vicenda avviene, purtroppo per lo sventurato servitore, in Consiglio dei Dieci, dove viene condannato al taglio della lingua che puntualmente, qualche giorno dopo, viene eseguito in pubblico. Viene inoltre immediatamente rinchiuso in galera e condannatovi per 10 anni, “e per una sola balla ha scampato d’esser fatto morire”. Questo avvenimento, da quello che ci riferisce il Rossi, sembra aver molto colpito il popolo, che ritiene questa esecuzione “una vanìa e una evidente ingiustizia”, credendo che il poppiere, purtroppo, abbia pagato le colpe del padrone.[70] Tutta questa vicenda spingerà il Granduca di Toscana a non inviare nella città lagunare, fino al 1637, nessun altro suo rappresentante. Obbiettivo principale di questa strategia veneziana era in realtà non tanto il Granducato ma la stessa Spagna, visti gli strettissimi rapporti che legavano la corte toscana a quella cattolica, sottolineati chiaramente anche dalla assidua frequentazione tra il Conte della Rocca e il Residente toscano Buondelmonti.[71]

E’ incredibile la quantità di vicende che si intrecciano nelle relazioni del nostro sacerdote: esse vanno dai dispacci, da lui copiati, sulla battaglie della guerra dei trent’anni, che stava devastando buona parte d’Europa, ai rapporti con lo Stato Pontificio, ai problemi di Mantova. Altro argomento che tiene banco in quel periodo a Venezia, è una stampa che contiene una invettiva contro il Papa; uscita con un luogo di stampa falsificato, è in chiara sintonia con l’atteggiamento del Conte della Rocca che, come abbiamo detto, attacca continuamente Urbano VIII per la sua politica ritenuta poco vantaggiosa per gli interessi della Spagna. Abbiamo inoltre notizia di un’altra pubblicazione antipapale, questa volta stampata proprio in casa dello stesso Conte, che coinvolge numerosi diplomatici.[72] Questa vicenda riempie molte delle lettere che il Rossi invia agli Inquisitori, e porta persino alla denuncia di alcuni stampatori.[73] E’ comunque un periodo di tensione per la nostra spia, che rischia di essere scoperta; l’ ambasciatore spagnolo, infatti, comincia a sospettare che ci sia una spia all’interno dell’ambasciata.[74] Il Rossi riferisce tutto questo agli Inquisitori, manifestando chiara perplessità sul proseguimento del suo incarico segreto. Dopo questo avvenimento comincia un periodo di parziale silenzio, in cui le notizie che filtrano sono poche e poco sicure; lo rivediamo all’opera intorno al 1636, quando ci informa su alcune opere letterarie del De Vera alle quali lui stesso ha contribuito come traduttore.[75] Sono comunque poche notizie e soprattutto di scarso interesse, che lo spingono a scusarsi apertamente con gli stessi Inquisitori , anche perchè continua ad essere pagato per un servizio che ormai fa fatica a realizzare. Finalmente ha la possibilità di raccontare una notizia molto importante: viene infatti nominato, la lettera è del 14 aprile 1636, segretario presso il Residente Cesareo grazie anche al sostegno del Conte di Verdenberg, cancelliere imperiale.[76] Tuttavia da questo momento inizia il suo declino: infatti sia Lorenzo Brigido che il Conte della Rocca, ormai esasperati dalla sua scomoda presenza, scrivono a Vienna chiedendo la revoca della carica concessa al Rossi, lanciando verso di lui accuse molto pesanti.[77] Nonostante tutto la nomina non viene revocata, forse perchè i protettori del nostro segretario sono ancora dalla sua parte; è comunque solo una questione di tempo. Le accuse continuano senza sosta, sempre più penetranti, a tal punto che lui stesso è costretto a discolparsi in una lettera diretta addirittura a Sua Maestà Cesarea e datata 4 luglio 1636.[78] Viene accusato apertamente dal Conte di essere una spia al servizio dei veneziani, che possono quindi conoscere minuziosamente tutti gli affari spagnoli. Invano cerca di difendersi, lanciando lui stesso accuse al nobile spagnolo, che però non sortiscono gli effetti sperati; tutti ormai credono al De Vera, anche se cerca ancora di trovare appoggi a Vienna tra i suoi protettori, cercando aiuti dappertutto e trovando solo il sostegno del Duca di Sabbioneta.[79] Parte quindi per Gradisca, e poi per la capitale austriaca, cercando in ogni modo di risollevare le sue sorti, ma gli viene a mancare addirittura il denaro per il viaggio, cosa che lo costringe a chiedere un aiuto economico agli Inquisitori . Dopo un lunghissimo periodo di silenzio lo ritroviamo a Venezia, pronto a offrire agli Inquisitori un buon informatore presso la segreteria del Nunzio, dove egli stesso lavora.[80] E’ l’ultima testimonianza che ci parla del nostro sacerdote-spia, ormai senza denaro e mezzi di sussistenza, che continua a vagare, da quando è stato licenziato dal Conte della Rocca, tra Vienna e Venezia, senza trovare qualcuno che gli offra un buon lavoro.

 


[1] G.Benzoni, Venezia e la Spagna nel Seicento, in Venezia e la Spagna, Milano, Electa, 1988, p. 155.

[2] Ibidem, p. 156.

[3] Cozzi, Kapton, Scarabello, La Repubblica, p. 97.

[4] Ibidem, p. 100.
[5] Preto, I servizi Segreti, p. 124.
[6] Ibidem, p. 122.
[7] Ibidem, p. 124.
[8] Ibidem, p. 125.
[9] Ibidem, p. 125.

[10] A.S.V., I.S., b. 607-608, 1606,1618; L.Chiarelli, Il Marchese di Bedmar e i suoi confidenti, come risultano dalla corrispondenza segreta del “novellista” Alessandro Granzini con gli Inquisitori di Stato, in«Archivio veneto-tridentino», VIII, 1925, p. 151.

[11] Chiarelli, Il Marchese di Bedmar, p. 151.
[12] A.S.V., I.S., b. 609, 6 dicembre 1616.

[13] A.S.V., I.S., b. 609, 14 novembre 1612; Chiarelli, Il Marchese di Bedmar, p. 152.

[14]A.S.V., I.S., b .609, 14 giugno 1617.

[15]A.S.V., I.S., b. 609, 24 maggio 1618; Chiarelli, Il Marchese di Bedmar, p. 153. “…Da me più volte è statto rapresentato, la qualità et condicione, l’artificio, industria et modo di governarsi dell’Ambasciatore Spagnolo per più nuocere a questa Serenissima Repubblicaverso la quale professò un invecchiato odio et è arivato a tal segno ogni sua acione e intento al precipicio della Repubblica onde per cio attende a molte pratiche et si serve de ogni sorte di gente per arivar al suo intento…”

[16]A.S.V.,I.S., b. 610, 15 giugno 1620
[17] Cessi, Storia della Repubblica, pp. 598-599.

[18]Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, cit., pp.101-102.

[19] E.Levi, Per la congiura contro Venezia nel 1618, in «Nuovo Archivio Veneto», serie IX, tomo XVII, parte I, 1899, pp. 5-65. Sulla congiura spagnola contro Venezia è stata pubblicata in più testi la versione ufficiale del governo veneziano, scritta, nel 1618, dal Consultore della Repubblica Paolo Sarpi, ma mai resa nota dallo stesso governo. Nel maggio del 1618, infatti, non si ritenne opportuno pubblicarla, scelta dovuta al fatto che non si voleva sconvolgere la pace che era stata da poco ottenuta. Questa versione del Sarpi prende il titolo di Congiura ordita da Pietro Giron di Ossuna Vicerè di Napoli, ed è stata pubblicata oltre che dalla Levi anche dal Ranke in Storia critica della congiura contro Venezia nel 1618, Capolago, Tipografia Elvetica, 1838, pp.205-235.

[20]Preto, I servizi segreti, p. 147.
[21] Ibidem, p. 123.
[22] Ibidem, p.124.

[23] A.Luzio, La congiura spagnola contro Venezia, in Miscellanea di storia veneta, serie III, tomo XIII, Venezia, 1918, p. 101.

[24] Preto, I servizi segreti, p.127.
[25] A.S.V., I.S., b. 495, 24 giugno 1633.
[26] Ranke, Storia critica, pp. 1-235.

[27] I.Raulich, La congiura spagnola contro Venezia, in«Nuovo Archivio Veneto», tomo VI, 1893, pp. 85-86.

[28] I.Raulich, Una relazione del Marchese di Bedmar sui veneziani, in «Nuovo Archivio Veneto»,tomo XVI, 1898, pp. 5-7. Questa relazione, col nome di Relatione di Venezia fatta da Don Alfonso de la Cueva, Conte di Benamar, già ambasciatore Residente appresso essa Repubblica per la Maestà del Re Cattolico Filippo Terzo et hoggi cardinale di Santa Chiesa, si trova nell’archivio vaticano.

[29] Luzio, La congiura, pp. 4-5.
[30] Ibidem, p. 92.
[31] Ibidem, pp. 92-93.

[32] L.Chiarelli, Il Marchese di Bedmar e i suoi confidenti, come risultano dalla corrispondenza segreta del novellista Alessandro Granzini con gli Inquisitori di Stato, in «Archivio Veneto-Tridentino», 1925, volume VIII, pp. 144-173.

[33] A.De Rubertis, La congiura spagnuola contro Venezia nel 1618, secondo i documenti dell’Archivio di Stato di Firenze, in «Archivio Storico Italiano», Firenze, 1947, pp. 11-49, 153-167.

[34] Ibidem, p. 49.
[35] G.Spini, La congiura degli spagnoli contro Venezia del 1618, in «Archivio Storico Italiano», 1950, p.172.

[36] Ibidem, p.171.
[37] Cessi, Storia della Repubblica, pp. 598-599.
[38] Preto, I servizi segreti, pp. 150-152.
[39] Chiarelli, Il Marchese, p. 163.
[40] Preto, I servizi segreti, p. 128.
[41] Ibidem, 128.

[42] Antonio Foscarini, giustiziato il 22 aprile 1622 con l’accusa di aver frequentato di nascosto l’Ambasciata spagnola e di aver fornito informazioni segretissime, viene riabilitato dal Consiglio dei Dieci il 18 gennaio 1622 more veneto (1623).

[43] Preto, I servizi segreti, p. 129.
[44] A.S.V., I.S., b. 610, 11 luglio 1630.
[45] A.S.V. I.S., b. 610, 18 ottobre 1633.

[46] B.Cinti, Letteratura e politica in Juan Antonio de Vera, ambasciatore spagnolo a Venezia (1632-1642), Venezia, Libreria universitaria editrice, 1966, p. 15.

[47] Ibidem, p. 16.
[48]  Ibidem, p. 16.
[49]  Ibidem, p. 18.

[50] A.S.V., I.S., busta 628, 30 ottobre 1633.

[51] In questo opuscolo il Conte attacca il Papa perchè non condanna l’alleanza francese con gli eretici svedesi.

[52] Cinti, Letteratura e politica, p. 20.

[53] A.S.V., I.S., b. 629, 12 gennaio 1634.

[54] Cinti, Letteratura e politica, p. 24.

[55] Preto, I servizi segreti, p. 133.

[56] Cinti, Letteratura e politica, p. 62.

[57] Ibidem, p. 64.
[58] Ibidem, p. 65.
[59] A.S.V., I.S., b. 628, senza data.
[60] A.S.V., I.S., b. 610, 18 ottobre 1633.
[61] Cinti, Letteratura e politica, p. 22.

[62] A.S.V., I.S., b. 628, senza data, è il curriculum vitae di Agostino Rossi.

[63] Ibidem.
[64] Cinti, Letteratura e politica, p. 23.

[65] A.S.V., I.S., b. 628, 3 novembre 1633.

[66] A.S.V., I.S., b. 628, 15 ottobre 1633.

[67] A.S.V., I.S., b. 628, 19 ottobre 1633. Le parole ingiuriose professate dal Poppiere sarebbero: ”ancora questi cani non sono sazi del nostro sangue”.

[68] A.S.V., I.S., b. 628, 11 ottobre 1633.

[69] A.S.V., I.S., b. 628, 30 ottobre 1633. Secondo il Residente toscano tali parole sarebbero: “se fossero tutti dell’humor mio”.

[70] A.S.V., I.S., b. 628, 4 novembre 1633.

[71] Cinti, Lingua e letteratura, p. 24.

[72]A.S.V., I.S., b. 628, 30 ottobre 1633. “…Le stampe toccanti il Papa, delle quali feci parte a Vostre Signorie l’ordinario passato et anche il presente, sono state mandate in ronda e rimesse in diversi luoghi…”

[73] A.S.V., I.S., b. 628, 24 ottobre, 6 novembre 1633.

[74] A.S.V. I.S., b. 628, 12 gennaio 1633 (more veneto 1634). “…Uscì a dirmi che era tutto contaminato; gli domandai per qual causa, mi rispose…l’Ambasciator di Spagna mi ha detto che io ho uno spione in casa…”.

[75] A.S.V., I.S., b. 629, 28 gennaio 1635 (1636).

[76] A.S.V. I.S, b. 629, 3, 14 aprile 1636. ”…Devo significarle che con l’ordinario di Vienna ho avuto una lettera del Signor Conte di Verdenberg cancelliere aulico imperiale, nella quale mi avvisa come S. Maestà Cesarea mi ha nominato e dichiarato suo segretario appresso la Serenissima Repubblica di che si era dato parte al signor residente veneto…”

[77] A.S.V., I.S., b. 629, 6 maggio 1636.
[78] A.S.V., I.S., b. 629, senza data.
[79]A.S.V., I.S., b. 629, 25 ottobre 1636.

[80] A.S.V., I.S., b. 629, 22 novembre 1642. “La mia sincerissima divotione et humilissima servitù verso gli interessi della Serenissima Repubblica resta comprobata da tanti affetti ne’ tempi passati…”

 

Università Ca’ Foscari Venezia: Facoltà di Lettere e Filosofia : Corso di Laurea in Storia

TESI DI LAUREA: Venezia e Spagna. Inquisitori di Stato, ambasciatori e spie nella prima metà del Seicento / Piero Santin

Relatore: Prof. Sergio Zamperetti

Anno accademico 2002\2003 

  • La situazione politica europea all’inizio del secolo XVII
  • Gli Inquisitori di Stato
  • Ambasciatori e spie.

 

A proposito dell'autore

Laureata in Storia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con uno studio sulla società longobarda dell'Italia meridionale nell'Alto Medioevo, ha conseguito la Laurea specialistica in Archivistica e biblioteconomia presso lo stesso Ateneo con una tesi sulle biblioteche digitali per gli studi medievistici. Autore di Storia Digitale | Contenuti online per la Storia: blog-repertorio che dal 2007 si propone di monitorare e selezionare iniziative e progetti presenti nel web utili agli studi storici.

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