Il principio del secolo XVII poteva apparire come l’inizio di quel periodo di pace per l’Europa di cui i popoli e i governi stessi, finanziariamente esausti dai lunghi conflitti politici e religiosi del secolo precedente, avevano molto bisogno. Nel 1598 l’editto di Nantes e la pace di Vervins avevano posto fine alle lotte civili in Francia e alla guerra tra Enrico IV e Filippo II. Nel 1604 il successore di quest’ultimo, Filippo III re di Spagna, firmò la pace con il nuovo re d’Inghilterra, Giacomo I Stuart, e nel 1609 si rassegnò ad accettare una tregua di dodici anni con le province Unite d’Olanda. Nel 1606 era terminata, con un compromesso soddisfacente, una nuova guerra dell’Impero contro i Turchi. In realtà sotto la superficie covavano tensioni e contrasti che, sommandosi e intrecciandosi intorno al 1620, dovevano ben presto innescare una guerra generale, ancora più lunga e devastante di quelle che erano scoppiate nel corso del Cinquecento. Nell’Impero l’offensiva cattolica alimentata dalla Controriforma e la diffusione del Calvinismo rendevano sempre più precari gli equilibri politico-religiosi raggiunti con la pace di Augusta. Nel Baltico l’ascesa della Svezia costituiva una crescente minaccia per le potenze tradizionalmente egemoni in quell’area, cioè la Danimarca e la Polonia. Nell’Europa occidentale la ritrovata unità della Francia sotto la dinastia dei Borbone, dopo la lunga fase delle guerre di religione, poneva le premesse per un rilancio della sua influenza all’esterno e per un nuovo confronto con gli Asburgo. Il dinamismo e l’aggressività dimostrate in campo commerciale e coloniale dall’Olanda, infine, non potevano non suscitare la reazione della monarchia spagnola, ancora forte territorialmente e militarmente, nonostante i già marcati segni di decadenza. La guerra che per trent’anni sconvolse l’Europa centrale, non senza lambire l’Italia del nord e i Paesi Bassi, acquistò molta della sua asprezza e della sua violenza dagli elementi di crisi già apparsi verso la fine del secolo precedente, e che essa accentuò ulteriormente. Inoltre le ostilità continuarono per altri dieci anni nei Pirenei e nel nord Europa e fecero sentire i loro contraccolpi nelle insurrezioni e nelle rivolte interne, in Spagna, nel Regno di Napoli e in Inghilterra. La guerra di Gradisca. Il conflitto conosciuto come guerra di Gradisca, si svolse nel periodo compreso tra l’autunno del 1615 e il settembre del 1617. Essa era strettamente legata al nome di Nicolò Contarini, che comunque non era l’unico che l’aveva voluta. Oltre al futuro doge, tutti quelli che volevano l’indebolimento del potere asburgico, e confidavano soprattutto nelle debolezze manifestate dall’esercito spagnolo in Piemonte, credevano che fosse una scelta giusta aprire tale conflitto, aiutando anche il Duca di Savoia, in modo da far partecipare agli scontri anche l’Arciduca d’Austria. Favorevoli erano anche quelli che volevano risolvere definitivamente il problema degli Uscocchi, che ormai da molti anni rendevano proibitivi i traffici veneziani in quella parte dell’Adriatico. Protetti dagli Arciduchi d’Austria, facevano con le loro scorrerie sia gli interessi austriaci che quelli degli spagnoli. In ogni caso la responsabilità di questa guerra era totalmente sulle spalle del Contarini, maggiore rappresentante, all’interno della politica veneziana, della fazione antispagnola. I primi risultati ottenuti dall’esercito veneziano erano stati buoni; alcuni centri come Cormons, Medea, Aquileia, sino all’Isonzo erano ora sotto il controllo veneziano. Successivamente la battaglia era divenuta una logorante e dispendiosa guerra di posizione. Inoltre nuovi problemi erano sorti all’interno dell’esercito veneto, come gravi difficoltà nell’ approvvigionamento delle truppe e degli animali e duri contrasti tra i capi dell’esercito. Anche dalla parte austriaca, comunque, la situazione non era sicuramente migliore . Verso la fine del 1616 il Contarini aveva ricevuto la nomina di provveditore in campo, con il titolo e l’autorità di vice provveditore generale. Durante lo svolgimento di tale incarico aveva osservato da vicino le terribili condizioni nelle quali si trovavano le truppe: non c’era denaro, mancavano gli alloggi per le milizie, scarseggiavano i viveri. Il Contarini immediatamente aveva tentato di correre ai ripari, avendo forse eccessiva fiducia nell’ambiente veneziano. Dopo un breve periodo, però, il Contarini aveva capito che la situazione era irreversibile, e di ciò aveva avvisato lo stesso senato veneziano. Chiari erano i segni di cedimento che l’esercito aveva dato, incrementando a Venezia il numero dei consensi per quella parte politica che vedeva la pace come l’unica soluzione. A testimoniare questo nuovo orientamento il Senato veneziano aveva inviato alcuni suoi esponenti a trattare la pace con gli arciducali, con la mediazione degli spagnoli. I trattati di Parigi e di Madrid porranno fine alle ostilità. I veneziani, pur considerando sostanzialmente una sconfitta tale pace, avevano ottenuto, durante l’esecuzione di parte del trattato, la fine delle scorrerie degli Uscocchi, che era uno dei problemi principali della questione. Nei primi anni del Seicento Venezia osservava con preoccupazione gli avvenimenti europei, in particolare quelli di Francia e Germania, che avrebbero avuto una pesante ripercussione in tutta la politica europea. La pace religiosa che era stata stipulata ad Augusta nel 1555, anche se aveva neutralizzato la Lega di Smalcalda e permesso la libertà di religione, non aveva eliminato tutte le cause di contrasto che esistevano tra i cattolici ed i protestanti, dissenso che era strettamente collegato con l’opposizione all’orientamento assolutista della casa d’Austria. Tutto questo non poteva non far sentire il suo peso anche sull’Italia, il cui controllo sarebbe stato indubbiamente l’ago della bilancia per il predominio su tutta la politica europea In questa fase la politica veneziana continuava ad essere rivolta contro la Spagna, l’Impero e il Papato, che era al loro fianco; tale linea di condotta della Repubblica in questo periodo, propugnata soprattutto dal Sarpi, sembrava coinvolgere intensamente anche Venezia nelle vicende politiche che si sarebbero scatenate poco dopo. Si scontravano non solo le nuove esigenze protestanti con l’intransigenza del cattolicesimo romano, ma si metteva anche in discussione la supremazia spagnola e la conservazione del titolo imperiale degli Asburgo. Una vittoria di questi ultimi avrebbe significato certamente un colpo durissimo per Venezia, che ne avrebbe risentito forse in maniera decisiva; questo era il pensiero di coloro che spingevano per una partecipazione diretta alle vicende belliche. Secondo i più moderati, invece, tale guerra avrebbe comportato gravi rischi, che avrebbero sicuramente intaccato i delicati equilibri internazionali sui quali si basava la politica veneziana. Per questo motivo, mentre sia la Francia che l’Inghilterra erano sconvolte da gravi problemi interni, e mentre in Germania stava incominciando la guerra dei trent’anni, la Repubblica di Venezia non aveva saputo cogliere l’occasione, consigliata dallo stesso Carlo Emanuele I di Savoia, per occupare i territori limitrofi del Trentino e del Friuli, dei quali da tempo cercava il controllo; ciò avrebbe permesso a tutta l’Italia di alleggerire la morsa spagnola. Comunque nel marzo del 1619 Venezia annunciava di aver stipulato un patto di reciproco aiuto con il duca di Savoia: per la Repubblica marciana ciò significava coprirsi le spalle, mentre per il duca Venezia sarebbe stata una buona sostenitrice per la futura elezione imperiale. Il 31 dicembre 1619 Venezia stipulava un altro trattato, questa volta con le Provincie Unite d’Olanda; tale nazione, soprattutto per la vittoria dei calvinisti più convinti, non appena fosse cessata la tregua avrebbe cominciato la guerra con la Spagna. Questa politica, questa serie di accordi, aveva il chiaro significato di una presa di posizione antispagnola e antiasburgica da parte veneziana. Particolarmente stretto era divenuto il legame con l’Olanda, tanto che non solo c’era stato uno scambio di ambasciatori, ma anche una proposta di collaborazione commerciale riguardante il traffico marittimo nelle zone del Levante. Collaborazione che, tuttavia, non ci sarebbe stata, anche se Venezia aveva voluto mettere in evidenza questi contatti, segnale chiaro che se non ci fossero stati degli impedimenti troppo forti i rapporti con l’Olanda sarebbero stati molto più stretti. Tuttavia tra il 1620 e il 1621 la situazione europea cambia nuovamente e questa volta gli eventi favoriscono la Spagna e l’Impero. Gli spagnoli tentano di risvegliare nella zona dei Grigioni vecchie discordie, con il chiaro scopo di impadronirsi della Valtellina per ovvi obiettivi strategici. Nel luglio infatti in Valtellina i cattolici insorgevano contro i Grigioni, per la maggior parte protestanti, che controllavano la valle. Il governatore spagnolo di Milano, il Duca di Feria, ne aveva subito approfittato per occupare la Valtellina, che costituiva, assieme alla valle del Mera, una vera e propria porta d’Italia, punto chiave per i collegamenti sia tra i territori spagnoli d’Italia e quelli degli arciduchi d’Austria e dell’Impero, che così venivano messi al sicuro, sia per quelli tra la Repubblica di Venezia, la Svizzera e l’Europa occidentale, che venivano invece bloccati. Da questa zona transiteranno infatti nel 1620 le truppe spagnole e italiane dirette verso il Palatinato, attaccato dal generale Spinola, e verso la Boemia, dove si schiereranno agli ordini dell’imperatore. Ferdinando II era riuscito in poco tempo a riorganizzare le sue forze, a unirle con quelle dei suoi alleati, utilizzando come elemento unificante l’ideale politico e religioso del pontefice. Al contrario i confederati boemi non avevano saputo organizzare una coalizione antiasburgica ben salda sia sul piano politico che su quello religioso. Inoltre nessun aiuto era venuto dal sovrano inglese Giacomo I, sempre più in contrasto con le Province Unite d’Olanda e disposto, invece, ad una intesa con la Spagna. Veniva così ridotto anche l’aiuto della stessa Olanda, preoccupata appunto dal comportamento inglese, dalla presenza dello Spinola nella zona renana, e dall’incombenza di una sempre più probabile guerra con la Spagna. Nemmeno la Repubblica di Venezia darà il suo aiuto, neanche la Lega Anseatica, la città libera di Norimberga e gli Svizzeri. Tale situazione sfocerà nella battaglia alla Montagna Bianca, l’8 novembre 1620, che avrà come ovvio epilogo una grande vittoria delle truppe cattoliche. Tale vittoria ottenuta dalla Spagna, dall’Impero e dal Papato, era un duro colpo per coloro che a Venezia credevano che la repubblica potesse svolgere ancora un ruolo importante nelle vicende politiche del periodo. Gli unici a Venezia che gioivano di questo sviluppo politico erano i cosidetti “papalini”, che non avrebbero visto di cattivo occhio una Venezia satellite delle Spagna. La preoccupazione maggiore per Venezia era adesso esclusivamente la questione della Valtellina e della valle del Mera. Venezia, in questo modo, ne veniva colpita molto duramente, poichè non poteva avere più collegamenti con gli alleati dell’Europa occidentale, se non per via mare, inoltre le veniva impedito il reclutamento di truppe in questa zona, fondamentale serbatoio per il suo esercito. Lo stesso Duca Carlo Emanuele di Savoia ne veniva danneggiato, visto che con la forte presenza spagnola vedeva tramontare le sue ambizioni. Anche all’interno dello stesso papato c’era chi si chiedeva se lo strapotere della Spagna non togliesse alla Chiesa parte di quella autonomia della quale godeva in Italia. C’era inoltre la Francia, che dopo questi fatti si vedeva esclusa dalle vicende italiane, alle quali aveva sempre guardato con un certo interesse. Il 25 aprile veniva stipulato a Madrid un trattato, tra la Francia e la Spagna, in base al quale gli spagnoli avrebbero lasciato la Valtellina e i francesi, in cambio, si sarebbero opposti ad una alleanza tra i Grigioni e Venezia. Tale accordo rimase tuttavia senza effetto, lasciando la situazione come prima. Venezia intanto, attraverso il suo Ambasciatore a Parigi Giovanni Pesaro, incitava i francesi alla guerra, poichè erano gli unici che potevano opporsi alla potenza spagnola. La Francia era però logorata al suo interno dalle guerre religiose fomentate, secondo i veneziani, dalla Spagna e dal Papa, e perciò non poteva sprecare le sue risorse in altre questioni. La Spagna e l’Impero intanto continuavano ad aumentare la propria pressione sul territorio dei Grigioni; sul finire del 1621, approfittando di una agitazione insorta tra la popolazione, il Duca di Feria e Leopoldo d’Asburgo, Arciduca del Tirolo, si erano spinti fino a Coira, conquistandola il 22 novembre. Per questo i Grigioni erano stati costretti a stipulare, nel gennaio del 1622, un patto col quale recuperavano la Chiavenna, nella valle del Mera, ma dovevano rinunciare alla Valtellina, cedendo inoltre località importanti, come la Bassa Engadina e Davos. Anche questo patto non era stato rispettato, ma aveva spinto la Francia, il Duca di Savoia e la Repubblica di Venezia, nel febbraio del 1623, a formare una lega per riprendere la Valtellina. Fin dai primi incontri per stabilire la condotta della guerra era chiara comunque la volontà francese di non entrare apertamente in guerra con la Spagna, ma di addossare ai veneziani la maggior parte delle responsabilità. Come comandante della coalizione era stato scelto il Conte Peter Ernst von Mansfeld, che si era ben comportato in Boemia. Tuttavia l’invasione della Valtellina, compiuta dal Marchese Coeuvres, non dava gli effetti sperati, visto che le truppe della coalizione erano state sconfitte dagli spagnoli. Tutte le parti avevano tentato di scaricarsi le colpe a vicenda, ma sia la Francia che Venezia avevano respinto le accuse. Queste guerre, queste dispute senza risultati apprezzabili, saranno ormai la consuetudine per Venezia nelle grandi vicende europee, e ciò sarà lo specchio della preoccupante situazione politica, economica e sociale in cui si dibatteva la Repubblica e che le permetterà solamente di svolgere un ruolo, più di facciata che reale, di mediatrice tra le potenze più forti All’interno del conflitto europeo molto impotante è il rapporto stretto da Venezia con Bethlen Gabor, Principe di Transilvania. Il Bethlen aveva sfidato direttamente l’Imperatore e si era fatto addirittura eleggere da una dieta Re d’Ungheria, titolo che spettava ereditariamente all’Imperatore. Nel 1621 aveva inviato a Venezia dei suoi rappresentanti, proponendo alla Repubblica di allearsi con lui. I vantaggi per Venezia sarebbero stati importanti: quelli militari consistevano nell’invio di truppe in caso di necessità, mentre quelli economici riguardavano agevolazioni per il commercio di materie prime, abbondanti in quella zona. La risposta veneziana era stata molto evasiva, con grandi attestazioni di amicizia, ma nessuna promessa di “confederazione”, come invece chiedeva il Bethlen. Altro tentativo, attraverso il suo rappresentante Alessandro Lucio, era stato compiuto dal Gabor per avvicinare Venezia alla sua causa. L’ambasciatore aveva ricordato a Venezia che la Francia era poco affidabile e che alla fine si sarebbe accordata con la Spagna per la questione valtellinese; aveva inoltre evidenziato che il Gabor era l’unico in grado di sbloccare la situazione. Anche questo tentativo non aveva ottenuto l’effetto sperato, tuttavia era chiaro che in futuro questa alleanza sarebbe stata possibile nel caso in cui non avesse comportato per Venezia la rottura dei rapporti con la Francia e con l’Inghilterra. L’occasione propizia si presentava nel 1625: la coalizione si formerà ufficialmente alla fine di quello stesso anno attorno alle Province Unite d’Olanda e comprenderà anche la Francia, l’Inghilterra, la Danimarca, la Repubblica di Venezia e Bethlen Gabor. Purtroppo tutte le speranze si dissolsero quando la Francia e la Spagna si accordarono, col trattato di Monçon, sulla questione della Valtellina. Le operazioni militari quasi non ebbero luogo, e lo stesso Gabor, sospettato addirittura di essersi accordato anche lui con gli imperiali, si era rifiutato di combattere. Altro capitolo della guerra che coinvolge Venezia è sicuramente la lotta per la successione di Mantova. Nel 1626 moriva il Duca di Mantova Ferdinando Gonzaga, mentre l’anno successivo la stessa sorte toccava al fratello Vincenzo. L’erede designato dall’ultimo Duca era Carlo Gonzaga-Nevers, membro del ramo francese della casata. Questo ovviamente favoriva la Francia, che poteva utilizzare le fortezze di Casale e di Mantova come base per controllare più direttamente le vicende italiane. Sicuramente questa possibilità era in contrasto con i progetti della Spagna, che rivendicava sul Ducato delle prerogative imperiali. C’era inoltre Carlo Emanuele di Savoia che cercava di estendere il proprio dominio e per questo motivo si era accordato segretamente con gli spagnoli. La prima mossa era stata compiuta proprio da quest’ultimo, in accordo appunto con gli spagnoli, alla fine del 1628, ed aveva condotto all’assedio della fortezza di Casale. La Francia nel frattempo, terminate le lotte religiose che ormai la logoravano da tempo, aveva stipulato una lega con Venezia, Mantova, Savoia, passata alla parte francese, e con Urbano VIII e nel 1629 era scesa in Italia. Anche questa coalizione svaniva senza risultati: nel 1630 Mantova veniva conquistata e saccheggiata La colpa della sconfitta non era soltanto di Venezia, visto che Carlo Emanuele di Savoia non era intervenuto, passando agli spagnoli, e la stessa Francia non si era battuta in maniera efficace. La pace verrà firmata a Ratisbona il 13 ottobre 1630, ma sarà definitivamente sancita a Cherasco nell’aprile del l631. La Repubblica di Venezia ne pagherà le peggiori conseguenze, non sul piano territoriale, infatti non le verrà tolto nulla, ma nel prestigio, che veniva leso in maniera profonda e irrimediabile. Da allora la neutralità veneziana in Europa continentale diventerà sistematica, e la stessa preferirà svolgere un ruolo di mediatrice, utilizzando esclusivamente la diplomazia. Ultime fasi della guerra. La pace di Ratisbona aveva momentaneamente posto fine alla crisi, ma non era però riuscita a porre fine alla guerra nel resto d’Europa, nè a fermare l’avanzata vittoriosa di Gustavo Adolfo che, spinto e incoraggiato dal Richelieu, continuava la sua serie di vittorie. Per meglio raggiungere i suoi scopi lo svedese aveva cercato di procurarsi l’alleanza di Venezia, e nel luglio del 1631 aveva inviato a tale scopo un suo ambasciatore in Senato. Si sarebbe accontentato anche di aiuti in denaro, ma la Repubblica, pur dimostrando la sua amicizia, rifiutò ogni partecipazione alla guerra e respinse le sue proposte, come respinse poi quelle imperiali e quelle francesi, che la volevano al loro fianco. La paura dei Turchi, il desiderio di un periodo di pace in Italia e il timore di cominciare una guerra con molte incognite, spinsero Venezia a continuare nella sua politica di neutralità armata, che finì con l’allontanarle le simpatie di tutti. Continuando la sua politica conservatrice, Venezia mirava esclusivamente a proteggere i propri territori, evitando ormai ogni impegno diretto nella guerra. Dopo la morte di Gustavo Adolfo a Lutzen nel 1632 e l’assassinio del Wallestein a Egra nel 1634, la Francia cominciava a sostenere apertamente i protestanti contro l’impero. La guerra coinvolgerà così tutta l’Europa, i Pirenei e le Fiandre; in Italia gli eserciti franco-piemontesi, aiutati dal duca di Parma, combatteranno nel Monferrato e in Lombardia per cacciare gli Spagnoli. Venezia intanto pensava esclusivamente a evitare ogni rischio, assistendo da spettatrice alla guerra che stava sconvolgendo l’Europa e al chiaro tentativo di Richelieu di sostituire in Italia il predominio spagnolo con quello francese. Nel 1642 Venezia si alleava con i principi di Modena e di Toscana contro il Papa Urbano VIII, che voleva incamerare il piccolo ducato di Castro. Sembrava che i veneziani volessero discostarsi dalla politica di neutralità, ma resterà solo un fatto isolato e dopo due anni, nel 1644, la guerra terminerà, restituendo Castro ai Farnese di Parma. Il trattato di Westfalia, che porrà fine alle carneficine della guerra dei Trent’anni, sarà il capolavoro di una grande figura di diplomatico veneziano, Alvise Contarini, e degli sforzi dei suoi colleghi ambasciatori a Parigi, Madrid e Vienna. Tale pace regolò i rapporti tra Spagna, Francia e Impero, assicurò la libertà di culto e di coscienza e fissò le basi per un nuovo equilibrio tra i grandi stati. Tale ruolo nella pace venne molto elogiato, ma in termini pratici non portò alcun vantaggio e non aumentò il prestigio che ormai Venezia stava perdendo. Elementi di crisi. Nel corso del ‘600 assistiamo in tutta Europa ad una sorta di  “crisi  generale”, che avrebbe avuto come manifestazioni più forti le guerre scoppiate durante tutto il secolo. Molti hanno discusso su questa crisi: alcuni hanno messo in evidenza la gravità dello scontro nato tra le corti rinascimentali e le società che non riuscivano a sorreggerne il peso, altri le carenze delle vecchie strutture statali, il rifiuto dei sistemi fiscali, il declino della feudalità, il contrapporsi delle difficoltà economiche, ormai gravi, del circuito mediterraneo al forte sviluppo di paesi, come l’Olanda, interessati da altri mercati, che avevano spostato l’asse dei traffici marittimi verso il Mare del Nord e l’Atlantico. Anche la nuova passionalità religiosa e l’apparire di una svolta culturale, presente in ogni ambito, sono considerati come elementi di frattura rispetto al passato La tendenza al ristagno o addirittura al calo della popolazione, la frequenza delle carestie e delle epidemie, l’incremento del pauperismo, i disordini politici e sociali e perfino l’instaurazione di un clima spirituale e intellettuale dominato dalla paura, dalla intolleranza, dalla volontà di persecuzione, sono stati interpretati da più parti come diverse manifestazioni di un profondo malessere della società europea. La discussione molto vasta fra gli storici ha condotto, comunque, ad un qualcosa di positivo, cioè ha sottolineato alcuni elementi chiave di questo periodo: “il mutamento di clima storico”, la “complessità delle spinte sociali e politiche, il tentativo di strumentalizzare un diffuso stato di esasperazione” sono tutti elementi che sicuramente hanno caratterizzato il Seicento, sopratutto nella sua prima metà La Repubblica di Venezia, dal punto di vista storico, è rimasta fuori da questo dibattito; in primo luogo perchè il Seicento è considerato come un lungo periodo di transizione tra la Venezia ancora forte del Cinquecento, e quella ormai in definitivo declino del Settecento. Declino che, almeno per la storiografia passata, era considerato inarrestabile e senza interruzioni, ma che quella attuale ha, almeno in parte, rivisto sotto un’altra linea, mettendo in rilievo anche gli aspetti di rinnovamento che comunque erano apparsi. Tuttavia una crisi del Seicento c’è stata indubbiamente; una crisi di crescita, già ben visibile nell’ultimo ventennio del Cinquecento; una crisi forte anche sul piano culturale, che ha portato comunque Venezia a diventare uno dei centri più importanti per la rivoluzione scientifica e per quella storiografica sviluppatesi in quel periodo. Crisi anche dal punto di vista religioso, che ha fatto diventare Venezia uno dei centri del Cattolicesimo più importanti nel contesto delle esigenze di rinnovamento e di rivolta che si riassorbiranno nel corso del secolo. Crisi inoltre sul piano politico-istituzionale, che è quella che a noi più interessa, che ha investito il rapporto tra l’aristocrazia, detentrice della sovranità, e gli ordinamenti che essa stessa aveva creato per reggere la Repubblica, così da minare la compattezza e l’unità dell’aristocrazia stessa. Crisi infine nei rapporti tra le classi sociali veneziane, che ha accentuato il divario tra i patrizi poveri e quelli ricchi, esasperandolo a tal punto da provocare, come vedremo, le rilevanti proteste della nobiltà più povera. Tensioni sociali: lo scontro tra patrizi poveri e patrizi ricchi. La preoccupazione maggiore che toccava la classe dirigente veneziana era l’accentuarsi, nel corso del Seicento, delle differenze tra i patrizi ricchi e quelli poveri. La povertà significava emarginazione politica, sociale e culturale, dalla quale era molto difficile sottrarsi e uscire; voleva dire essere esclusi dalle cariche più remunerative, che erano anche le più importanti, visto che i patrizi poveri potevano ricoprire solamente qualche modesta magistratura cittadina o fare i rettori in qualche piccola località del dominio da terra o da mar. Ai poveri rimaneva però la connotazione patrizia, di cui andavano fieri e che li ripagava almeno moralmente delle ristrettezze economiche alle quali erano costretti; sarà questo settore della nobiltà, infatti, ad opporsi in maniera decisa alla monetizzazione, avvenuta nel corso del ‘600, dello status nobiliare. L’attività commerciale aveva già creato notevoli differenze tra il patriziato anche nei secoli precedenti, ed ora l’investimento nella proprietà fondiaria aggravava ulteriormente la situazione; ciò era dovuto al fatto che il commercio era un settore nel quale molti potevano tentare, sperando in un colpo di fortuna, di ricavare dei buoni profitti; al contrario l’agricoltura restava riservata solamente ai ricchi, che avevano già denaro da investire. Queste gravi problematiche sfoceranno nel terzo decennio del Seicento in una sorta di rivolta dei nobiluomini poveri che aveva finito per concentrarsi proprio sulla questione della giustizia penale, soprattutto per come era venuta configurandosi nell’ ultimo cinquantennio, da quando nell’ambito del governo veneto si era presa coscienza dei problemi drammatici di natura politica e sociale causati dalla grave situazione economica di questo settore molto vasto della aristocrazia. In campo costituzionale la discussione era incentrata principalmente sul ruolo del Consiglio dei Dieci. I patrizi giovani avevano come obiettivo primario quello di mettere a freno le sue prerogative, considerate oligarchiche, e già nel 1582 erano riusciti ad imporre delle norme che limitavano l’influenza del Consiglio nelle questioni finanziarie e in politica estera. Il loro risultato più grande era stata la possibilità offerta ad un numero più consistente di nobili di assumere un ruolo di maggior peso nelle decisioni importanti. Il dissenso tra i due gruppi aveva come nucleo fondamentale l’atteggiamento verso la Spagna e la politica di neutralità. La parte più giovane del patriziato mirava ad una politica più energica, credendo che rimanere neutrali sarebbe equivalso ad un atto di sottomissione agli spagnoli. Dimostravano, invece, un atteggiamento sempre più favorevole verso quei paesi come la Francia, l’Inghilterra e l’Olanda, che sarebbero potuti essere degli utili alleati per allentare la morsa spagnola sulla penisola. I patrizi più vecchi invece, anche se condividevano, almeno in parte, il risentimento verso la Spagna, miravano esclusivamente ad una politica che non turbasse gli spagnoli.[26] L’inizio di tutto era stata una legge del 1571, la quale stabiliva che tutti i nobili dovessero essere giudicati esclusivamente dal Consiglio dei Dieci. La norma non mirava in realtà, come alcuni volevano far credere, a sottoporre tutta la nobiltà veneta ad una giustizia speciale, ma solo a sottomettere i nobili più poveri, adesso che il patriziato era in sostanza diviso in due ceti, alla giustizia esercitata dal ceto più elevato, dal quale erano esclusi visto che il Consiglio dei Dieci era accessibile solo a chi aveva la possibilità di realizzare grandi carriere. Inoltre i Dieci avevano una loro procedura particolare, segreta, dove gli imputati non dovevano conoscere né chi li accusava, né chi testimoniava contro di loro, dovevano difendersi da soli, a voce, senza l’aiuto di avvocati. Tutto si era concluso, nonostante la correzione voluta da Renier Zeno, con irrilevanti modifiche costituzionali, che lasciavano aperti i problemi più grossi, senza che la parte nobiliare insorta vedesse un qualche miglioramento della propria condizione.[27]

Questa disparità era riflessa chiaramente dal Consilio dei Dieci, che non aveva perso la sua autorità politica e continuava a rimanere l’espressione della elite del patriziato veneziano; il patriziato povero, che ne era appunto escluso, sentiva continuamente sopra di sè la pressione di questa magistratura, inflessibile, si diceva, verso i patrizi poveri, più permissiva verso i ricchi; tale organo usava la giustizia come uno strumento politico, non solo per reprimere i crimini. La principale conseguenza della correzione del 1628 sarà il contenimento dell’autorità del Consilio dei Dieci e quindi il rafforzarsi, come vedremo, di un’altra magistratura, gli Inquisitori di Stato, che avranno il compito di garantire la sicurezza e la tranquillità della Repubblica.[28]  

  

 


[1] G.Cozzi, Il doge Nicolò Contarini, ricerche sul patriziato veneziano agli inizi del Seicento, Venezia-Roma, Istituto per la collaborazione culturale, Officine grafiche Fratelli Stianti di Sancasciano Val di Pesa, Firenze, 1958, pp. 150-151

[2] Ibidem, pp. 151-154.

[3] Ibidem, pp. 160-166.

[4]  A.Battistella, La Repubblica di Venezia, Venezia, Tipografia C. Ferrari, 1921, p. 679.

[5]  Ibidem, pp. 678-680.

[6]  G.Cozzi, M.Knapton, G.Scarabello, La Repubblica di Venezia in età moderna(dal 1517 alla fine della Repubblica), Storia d’Italia diretta da G.Galasso, volume XII, tomo II°, Torino, UTET, 1992, pp. 104-105.

[7]  Ibidem, p. 105.

[8]  Battistella, La Repubblica, p. 681.

[9]  Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, p. 106.

[10]  Ibidem, p. 107.

[11]  Ibidem, p. 108.

[12]  R.Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, Firenze, Giunti Martello, 1981, p. 610.

[13]  Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, p. 109.

[14]  Cessi, Storia della Repubblica, p. 611.

[15]  Battistella, La Repubblica, p. 681.

[16]  Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, pp. 110-111.

[17]  Ibidem, p. 113.

[18]  Ibidem, p. 114.

[19]  Ibidem, p. 116.

[20]  Battistella, La Repubblica, p. 691.

[21]  Ibidem, pp. 693-695.

[22]  Storia di Venezia. Dalle origini alla caduta della Serenissima, vol. VII, La Venezia barocca, a cura di G.Benzoni e G.Cozzi, Roma, Istituto della enciclopedia italiana, 1997, p. 3.

[23]  Ibidem, pp. 4-5.

[24]  Cozzi, Knapton,  Scarabello, La Repubblica, pp. 170-173

[25]  Ibidem, p. 180.

[26] F.C.Lane, Storia di Venezia, Torino, Einaudi, 1978, pp. 453-454.

[27]  Storia di Venezia, pp. 7-8.

[28]  Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, p. 182.

 

Università Ca’ Foscari Venezia: Facoltà di Lettere e Filosofia : Corso di Laurea in Storia

TESI DI LAUREA: Venezia e Spagna. Inquisitori di Stato, ambasciatori e spie nella prima metà del Seicento / Piero Santin

Relatore: Prof. Sergio Zamperetti

Anno accademico 2002\2003 

  • La situazione politica europea all’inizio del secolo XVII
  • Gli Inquisitori di Stato
  • Ambasciatori e spie.

A proposito dell'autore

Laureata in Storia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con uno studio sulla società longobarda dell'Italia meridionale nell'Alto Medioevo, ha conseguito la Laurea specialistica in Archivistica e biblioteconomia presso lo stesso Ateneo con una tesi sulle biblioteche digitali per gli studi medievistici. Autore di Storia Digitale | Contenuti online per la Storia: blog-repertorio che dal 2007 si propone di monitorare e selezionare iniziative e progetti presenti nel web utili agli studi storici.

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