Organizzazione interna della yakuza / Manuela Flore

4.1 L’etica confuciana contamina la struttura di base della yakuza.

Prendendo in considerazione la yakuza e la sua struttura interna è evidente la presenza di elementi e ideologie propriamente confuciane. Introdotta in Giappone nel VII secolo d.C., l’etica confuciana subì inevitabili modifiche fino a fondersi e adattarsi alle esigenze della cultura autoctona. Il suo peso fu tale da influenzare la vita e le istituzioni nipponiche fissando le basi di un organizzazione sociale in cui le relazioni personali furono ampliate e rafforzate. L’influsso sulla popolazione indigena modificò anche i più piccoli nuclei familiari all’interno dei quali la pietà filale rese stabile una struttura organizzativa di tipo gerarchico.[1]

L’ideologia si estese fino a plagiare i primi gruppi di bakuto e tekiya che seguendo questo modello formarono corporazioni nelle quali l’impronta confuciana fu così profonda da essere ancora oggi peculiare. In ogni gruppo yakuza è possibile trovare modelli tradizionali di cui la ie, casa, famiglia, è l’esempio più caratteristico.

Al suo interno sono riconoscibili particolarità che si discostano in modo considerevole da quelle abitualmente adottate nel mondo occidentale. Possiamo definire ie come un gruppo corporativo in cui è presente una struttura gerarchica ben definita e nella quale i componenti sono vincolati da solidi legami di interdipendenza.[2]

Al fine di assicurare la successione familiare, fondamentale per la sua esistenza, ogni ie fa suo il concetto tipicamente feudale di ichizoku roto, gruppo allargato. Questa forma era comunemente usato dalle famiglie agricole che accoglievano in casa un numero imprecisato di vassalli che, in cambio della benevolenza ricevuta, assicuravano al buon padre di famiglia fedeltà incondizionata.[3]

Integrando ichizoku roto, la ie diventa un organizzazione nella quale i rapporti umani assumono una rilevanza tale da mettere in ombra i legami biologici. Inoltre essi operano congiuntamente per il bene e nell’interesse della ie, obiettivo raggiunto anche a costo del sacrificio personale.

4.2 Consapevolezza di gruppo come forza di coesione, le ikka.

L’adozione dell’etica confuciana nel contesto yakuza favorì la comparsa di coalizioni compatte e impenetrabili nelle quali, ancora oggi, dominano solidi rapporti e una forte coscienza di gruppo. Questo si presenta come un’unità in cui le parti, vincolate da relazioni reali o fittizie, sono organizzate sulla base dei valori tradizionali grazie ai quali è possibile regolare i rapporti interni.[4]

Il lavoro congiunto consolida il legame tra i componenti e la consapevolezza di appartenere a uno stesso gruppo sociale al cui interno ogni individuo si muove conscio dello status occupato. Il potere e l’influenza del gruppo influenzano le azioni del singolo fino a modificarne idee e pensiero. La diffusione di una coscienza unitaria, riduce la sua autonomia, egli trova la sua individualità solo all’interno della coalizione. [5]

Seguendo il modello tradizionale, nel contesto criminale il concetto di ie si traduce in ikka, casa, famiglia.Quest’ultima si presenta come un gruppo organico e chiuso i cui i rapporti sono costruiti sull’etica tradizionale che contribuisce a creare un composito sistema organizzativo caratterizzato da una forte consapevolezza di gruppo e da un radicato senso di coesione.

Rifacendosi alle ie, anche la ikka, altresì detta kumi, banda o gruppo, adottano il proprio nome di famiglia, facilitandone l’identificazione nel popolato universo criminale. Il suo riconoscimento è possibile quando kumi o ikka sono precedute da un cognome, in genere quello del fondatore o, in altri casi, dal nome del niwabari, territorio, su cui essa esercita il controllo. A dimostrazione di quanto la yakuza sia spesso incurante dei nomi ufficiali, sono sempre più frequenti i casi in cui questa sceglie di rendersi riconoscibile utilizzando termini impersonali.[6] E’ stato anche appurato che, nelle presentazioni pubbliche, la parola kumi è trasformata in gumi mentre ikka può diventare kumi o, più comunemente, kai, associazione. L’atteggiamento esclusivo assunto nei confronti del mondo esterno fa sì che, nell’universo criminale, il nome della ikka echeggi come quello di un’indiscussa e potente autorità.

Non esiste un corpo amministrativo centrale atto a governare l’intera attività dei bōryōkudan tuttavia, sebbene ogni una di loro appaia teoricamente autonoma, tutte le ikka presentano una struttura gerarchica comune e ben delineata. Anche se rigidamente strutturata, la coesione appare piuttosto instabile e contraddittoria. In realtà, grazie alle qualità fisiche e morali tutti i suoi componenti possono migliorare lo status nella scala gerarchica accrescendo così il loro potere.

Governate da severe norme comportamentali, le ikka sono costruite sulla base di due tipi di organizzazione, la struttura a piramide e quella di tipo federale.

 

4.2.1 La struttura a piramide.

Per avere una maggiore comprensione della struttura in questione, proviamo a immaginare una piramide in cui ogni individuo si muove nella piena consapevolezza della posizione occupata.

Seguendo il modello tradizionale, un unico soggetto chiamato oyabun o kumichō, colui che detiene il ruolo di genitore, occupa il vertice della piramide. Rivestendo la funzione del capo famiglia, egli ha piena autorità su tutti i seguaci inoltre, a luisonoriservati la incarichi decisionali, di controllo. In realtà, anche se responsabile degli affari della ikka, a visionare sulle questioni prettamente economiche è un suo deputato mentre lo oyabun limita la sua presenza a una breve e fugace apparizione per salutare e accogliere i clienti secondo il cerimoniale classico.

Ogni oyabun ha al seguito un numero imprecisato di subordinati la cui quantità è rapportata al suo potere effettivo e a quello della ikka da lui capeggiata. Nella scala gerarchica i subordinati più importanti sono rappresentati da quattro shatei, giovani fratelli, ai quali seguono gli wakashira hosa, assistenti dei giovani fratelli, capeggiati da un leader nominato wakashira. Shatei, wakashira e wakashiri hosa costituiscono un comitato direzionale o consiglio supremo noto come Saiko kanbu kai, consiglio di sei anziani che, riunendosi mensilmente, oltre a deliberare sulle questioni amministrative, decide sulla ripartizione delle entrate economiche.[7]

La stratificazione continua con una serie di ruoli secondari comunemente noti come kobun, colui che occupa lo status di figlio. Ogni kobun è chiamato a svolgere compiti esecutivi e partecipa alla distribuzione dei niwabari che controlla aiutato dagli wakashu, giovani spavaldi e prepotenti. Questi si avvalgono della collaborazione dei kumi in, soldati semplici, una sorta di esercito pronto a eseguire gli ordini superiori.[8] Tutti i subordinati sono consci del loro status e dell’interesse che li accomuna e per questo, compatti, agiscono per il bene della ikka edel benevolo oyabun.[9]

 

4.2.2 Struttura di tipo federale.

Spesso accomunata alla organizzazione criminale creata negli anni trenta da Lucky Luciano, la struttura federale si presenta come una moderna organizzazione nella quale il potere viene equamente distribuito tra le ikka che vi aderiscono. Tra le associate viene scelto e nominato lo oyabun che esercita l’autorità e il controllo su l’intera federazione. Sebbene la spartizione del potere conferisca una maggiore autonomia alle singole ikka, nel kumichō federale si concentra comunque un’autorità tale da farne la forza di coesione dell’intera organizzazione.[10]

Come nella struttura piramidale anche in quella federale un oyabun minore controlla il niwabari di competenza, sul quale esercita il mizushōbai, letteralmente la raccolta dell’acqua, che possiamo considerare molto vicino al “pizzo” tipico della mafia siciliana. Questo genere di operazione, infatti, si concretizza nella raccolta di denaro che, ristoranti, bagni pubblici, sale da gioco e locali notturni, sono tenuti a corrispondere per esercitare indisturbati la loro attività. Accanto a queste operazioni, i singoli clan si occupano di tutti gli affari della ikka come lo smistamento e il controllo del mercato delle prostituzione o la gestione della compravendita delle sostanze stupefacenti.[11]

Ogni gruppo secondario deve sottostare agli ordini superiori senza avere la possibilità di gestire in proprio attività collaterali. Individualmente, essi sono tenuti al pagamento mensile di una somma da corrispondere al sindacato più alto che, a sua volta, versa il denaro nella cassa dello oyabun al netto di una trattenuta. Particolari circostanze come il primo giorno dell’anno, la celebrazione di funerali e la scarcerazione di un forniscono l’occasione per ulteriori versamenti effettuati sotto forma di regalo.[12] Seguendo la tradizione di tekiya e bakuto, il mancato pagamento della somma dovuta, scatena l’ira dello oyabun che reagisce imponendo punizioni severe e esemplari. Tra gli altri obblighi che i kobun sono tenuti a rispettare sono comprese le visite ai superiori o a qualcuno con cui si suppone di dover mantenere futuri, ogni visita è accompagnata da un regalo appropriato.

Rispetto alla struttura di tipo piramidale, quella federale è un’organizzazione più moderna in cui il potere decentrato non ha affatto sminuito il giro d’affari, infatti, secondo una stima fatta delle autorità statali, un sindacato federale ha un introito superiore ai 260 milioni di dollari all’anno.[13]

4.3 Ruolo dello oyabun.

Come è stato più volte evidenziato, per l’esistenza della ikka è fondamentale la figura dello oyabun, presenza carismatica su cui è concentrato l’intero potere del sindacato.

Considerata la sua importanza, l’intera cerchia, compatta, si impegna a nascondere al pubblico il volto dello oyabun. Infatti, chiunquedesideri incontrarlo deve seguire un iter fatto di adeguate presentazioni tramite intermediari e vengono sottoporsi a interviste preliminari che attestino l’affidabilità del candidato.

Come accade in ogni gruppo sociale che si rispetti, anche nelle ikka la successione alla carica di oyabun, atome, è vitale per l’esistenza del gruppo e solo coloro che gli sono stati fedeli e leali possono considerarsi eleggibili. La tradizione vuole che, per il bene del gruppo stesso, la carica non sempre sia ereditaria quindi l’aspirante può essere scelto tra gli ichikobun, primo rango dei kobun, più capaci e morigerati. Le sue qualità vengono inevitabilmente riconosciute dal resto della ikka. Tra tutti si diffonde presto un consenso implicito che lo designa legittimo successore dello oyabun in carica.

Anche in questa circostanza, come per l’ingresso nella ikka, si celebra la cerimonia d’iniziazione durante la quale il nuovo oyabun giura eterna fedeltà alla ikka e promette di prendersi cura dei suoi kobun. Considerata la sua importanza, la scelta deve essere ponderata, imparziale e, soprattutto, deve trovare concorde tutto il mondo della yakuza. Nell’eventualità che la scelta del nuovo oyabun dovesse essere causa di discordia, per impedire una frattura interna e lo spargimento di sangue, il lo oyabun deve dare prova di rettitudine lasciando la carica.[14]

Rifacendosi all’antica tradizione rituale, la riconciliazione tra le fazioni opposte è confermata da una cerimonia chiamata teuchi shiki, cerimonia dell’applauso. In questo caso, è richiesto l’intervento di uno o più intermediari che, in nome del proprio kao, onore, si impegnano a riconciliare le parti in causa. Durante la cerimonia i leader delle fazioni opposte vengono portati dentro la stessa stanza al centro della quale dominano due spade e le offerte alla divinità shintō. Pronunciate le frasi di rito con le quali le parti si impegnano a mettere da parte le ostilità, l’intermediario mostra le spade e le unisce con un’unica piccola corda. Quindi, mentre i due protagonisti sanciscono il legame bevendo simultaneamente il sake, la platea composta dai rispettivi kobun  batte le mani seguendo un ritmo particolare.[15]

4.4 Ordine gerarchico come fonte di wa.

Originato dallo Shintoismo, la via degli Dei, wa, armonia e pace, è uno dei concetti più importanti della cultura nipponica. Secondo l’antico Credo, gli uomini, originati da un’unica fonte, per essere in armonia con l’universo che li circonda, sono tenuti a vivere nel rispetto dell’ordine costituito. Integrandosi con la cultura indigena, l’etica confuciana favorisce il controllo sugli individui e la possibilità di esorcizzare qualsiasi situazione in cui lo wa possa essere compromesso.[16]

Trasferendo tali aspettative nell’universo delle ikka, ci troviamo davanti a un contesto in cui ogni yakuza si muove in un ordine naturalmente costituito, sensibilità sottolineata dallo stesso suffisso bun, parte, posizione, di oyabun e kobun. Al fine di non compromettere lo wa, ogni yakuza si aspetta di entrare subito in accordo con gli status lontani. A questo proposito, è interessante notare come i rapporti tra i miuchi siano elaborati e articolati in base all’anzianità relativo al periodo d’ingresso nel clan piuttosto che all’età anagrafica. Lo status di disuguaglianza è decifrato da un linguaggio numerico basato su un sistema frazionario; per esempio, lo status differente si può identificare dalla relazione di 4/10 a 6/10, 3/10 a 7/10 oppure 2/10 a 8/10. Sul pino pratico, la seconda delle due frazioni suggerisce lo status più alto mentre la prima quello più basso.

Possono anche verificarsi situazioni in cui i componenti, avendo aderito alla ikka nello stesso periodo, abbiano lo stesso grado di anzianità e occupino quindi lo stesso status gerarchico. In situazioni simili, le parti in causa tendono a identificarsi con un rapporto in 5/10, fratelli per 5/10, e usano chiamarsi kyōdai, fratello, al posto di aniki o shatei.[17]

Considerata l’importanza attribuita al linguaggio rituale, i diversi status sono intuiti da sottili suggerimenti non verbali contenenti un significato uguale a quello espresso oralmente. Seguendo la tradizione, durante le cerimonie ogni ruolo è chiaramente simboleggiato dal modo di sedersi o più precisamente dalla posizione delle mani. Quando uno yakuza, seduto, appoggia le mani sul pavimento vuole suggerire la propria condizione di inferiorità. Al contrario, quando l’interlocutore poggia le mani sulle sue ginocchia è implicita la sua condizione di superiorità. La deduzione della status gerarchica occupata, consentirà ad ogni componente di muoversi seguendo le regole proprie al suo ruolo e di vivere nel rispetto delle norme vigenti all’interno del gruppo.[18]

4.5 Ninkyōdō: il codice morale dei nuovi samurai.

Le vicende storiche favorirono la comparsa delle forme embrionali della yakuza caratterizzate dalla presenza dei samurai che, alla ricerca di un contesto sociale in cui reinserirsi, portarono con loro cerimonie, costumi e codice etico. Seguendo la morale dei loro padri, gli yakuza costruirono un’organizzazione modellata su una fitta rete di valori che, rispecchiando quelli dell’antico codice bushidō, sono ancora oggi contenuti nel ninkyōdō, il codice morale della yakuza.

I principi di rettitudine, senso di giustizia, coraggio, sincerità, onore e lealtà hanno dominato la cultura yakuza in cui la devozione assoluta verso il proprio capo, ricambia la benevolenza ricevuta.

 

4.5.1 Lealtà allo oyabun e alla ikka.

Costruendosi sul modello feudale, la yakuza ha ereditato una relazione paternalistica caratterizzata dalla reciprocità di obblighi e doveri e da un’incondizionata lealtà del kobun nei confronti dello oyabun. Nel rispetto della pietà filiale, con la benevolenza del buon padre di famiglia, lo oyabun ha il dovere di accudire il kobun inoltre, egli si impegna a proteggere e assistere anche i componenti della famiglia del protetto.[19] La benevolenza ricevuta genera nel subordinato un forte onere psicologico, identificabile con il termine di on, debito. L’onere mette il ricevente in una condizione di profondo disagio e inferiorità nei confronti dello oyabun che, di riflesso, assume un ruolo di assoluta superiorità e autorità.[20]

Dal momento stesso in cui lo oyabun concede la benevolenza, l’unica aspirazione di chi la riceve, è restituire lo on con forme di pagamento che non hanno limite di tempo o di valore.[21] La necessità di far fronte allo on, spinge il kobun a stringere un legame di fedeltà e lealtà incondizionata con il suo oyabun e ad agire sempre e solo nell’ interesse del suo superiore e della ikka.

Il kobun ha piena fiducia nello oyabun e in ogni sua affermazione che non può essere contraddetta. Infatti, Quando quest’ultimo afferma che un oggetto è nero, il kobun deve essere d’accordo anche se, in realtà, questo è di diverso colore. La dedizione assoluta del kobun si estremizza a un punto tale che egli è disposto a compiere anche il migawari, una sorta di auto sacrificio, in base al quale il kobun è pronto a farsi uccidere o a farsi incarcerare al posto del suo oyabun.

La devozione totale del subordinato scaturisce da situazioni differenti. In alcuni casi il kobun, alienato dalla famiglia naturale per il suo carattere balordo, si ritrova privo di un punto di riferimento e di un gruppo sociale in cui riconoscere la propria individualità. Queste circostanze rendono un individuo psicologicamente fragile, facile da influenzare e disposto a votarsi in modo incondizionato a chi, con benevolenza, gli offre vitto e alloggio prendendosene cura come farebbe un buon padre di famiglia.[22] Privato di altre alternative, egli vede nella protezione dello oyabun l’occasione per riscattarsi e appropriarsi del ruolo sociale di cui era stato ingiustamente privato.

Questo quadro rende più affidabili le recenti teorie avanzate da Kanehiro Hoshino infatti, i suoi studi hanno rilevato come i componenti dei clan yakuza tendono ad interpretare il rapporto oyabunkobun in termini di mutuo soccorso e protezione piuttosto che come un legame tra padrone e servitore.[23]

Considerata l’opportunità di migliorare lo status all’interno del clan, è evidente quanto sia importante per un kobun dimostrare il proprio valore nella kumi e agli occhi dei miuchi. Ogni volta in cui egli compie un’azione valorosa lo oyabun manifesta la sua gratitudine concedendogli la promozione. Osservando la devozione del subordinato da questo punto di vista, possiamo vedere come ogni gesto eroico nasconda in realtà una sorta di investimento per il futuro. Questa nuova interpretazione implica che sottomissione e obbedienza siano stabilite sulla base dell’interdipendenza e l’impegno volontario piuttosto che sulla coercizione.[24]

Il rapporto oyabunkobun raggiunge un’intesa tale che, nella maggior parte dei casi, i desideri del primo sono deducibili da un linguaggio fatto di gestualità e di semplici espressioni facciali. Uno yakuza non può essere considerato tale se avverte la necessità di sentire oralmente cosa fare e chi uccidere; ogni yakuza deve avere la capacità di interpretare anche un semplice movimento degli occhi del suo oyabun, gesto che potrebbe significare “Uccidilo”, quindi agire immediatamente.[25]

4.6 Kao: il senso dell’onore negli yakuza.

Se provassimo a chiedere ad uno yakuza di lasciare il suo oyabun e la ikka a cui ha aderito non dovremmo sorprenderci di fronte ad una risposta negativa. Senza dubbio, il motivo del suo rifiuto va ricercato nell’impossibilità di rinnegare la parola data nel corso della sakazuki shiki e nella necessità di difendere e preservare il proprio kao, faccia, orgoglio, onore. E’ ormai risaputo che un giapponese ha in grande considerazione il senso dell’onore e l’universo criminale non è rimasto certo immune da tanta sensibilità.

Anche per uno yakuza è di fondamentale importanza proteggere il proprio kao da un’eventuale ingiuria o contaminazione.[26] Prendiamo in esame l’eventualità che egli accetti di spezzare la promessa e di staccarsi dall’organizzazione. In questo caso, seguendo ancora una volta le consuetudini tradizionali, il suo nome e la mancata perseveranza vengono immediatamente comunicate a tutte le altre kumi. Da questo momento, considerata l’inaffidabilità, l’onore dello yakuza è del tutto compromesso quindi, egli potrà redimersi solo con lo yubitsume o con la morte.

La yakuza, essendo strutturata sulla base di un’etica rigida e inviolabile, assume un atteggiamento estremamente duro nei confronti di chi osa intaccare i valori tradizionali. L’atteggiamento difensivo nei confronti del proprio kao, scaturisce dall’obbligo di proteggerlo da eventuali attacchi da parte di coloro che osano infangarlo. Per evitare che un semplice errore accidentale scateni l’ira della parte oltraggiata, gli yakuza sono tenuti a rispettare il rituale di mutua cooperazione tra le parti.

Possiamo notare come soprattutto quando l’offesa si verifica pubblicamente, la reazione della parte offesa potrebbe essere di due tipi. Egli potrebbe reagire celando le proprie emozioni, dando così prova di grande autocontrollo e pazientemente aspettare il momento opportuno per vendicarsi. Nell’altro caso, lo yakuza potrebbe reagire d’impulso e aggredire con violenza il colpevole, rischiando lo spargimento di sangue.

L’impulsività e l’impetuosità delle azioni violente scaturite da otoko, mascolinità, essenziale nella dignità di uno yakuza, sono giustificate dal giri che legittima la reazione aggressiva necessaria per assicurarsi il prestigio e far riconoscere il proprio potere anche dalle altre ikka.[27] Allo stesso tempo egli ha l’obbligo di difendere il kao escludendo qualsiasi reazione violenta, al fine di dimostrare un forte autocontrollo e un grande stoicismo. Ostentare superiorità nei confronti dell’offesa ricevuta riflette il mito dei padri samurai che sopportavano il dolore fino alla morte, senza lasciare trasparire alcun segno sofferenza.[28]

La difesa dell’onore si colora di tonalità drammatiche quando l’attacco coinvolge lo oyabun ferito, ucciso o ridicolizzato da un nemico. Nell’eventualità che tali condizioni si verificano, l’obbligo di restituire lo on ricevuto spinge uno yakuza ad intervenire in difesa del kao dello oyabun a costo della sua stessa vita. In questo caso l’intervento assume una duplice connotazione: da un lato, il kobun tende a vendicare il suo oyabun per riabilitarne il kao nel mondo della yakuza; dall’altro lato, la sua reazione cela la necessità di difendere il proprio kao, dimostrando le sue qualità di subordinato, non solo agli occhi dello oyabun, ma anche davanti a tutta la ikka. Infatti, continuando la tradizione degli antichi samurai, nell’universo yakuza, vendicare il proprio signore è considerato un atto lodevole.

La glorificazione della vendetta è legittimata anche sul piano letterario. Infatti, grande popolarità gode, anche nell’ambiente criminale, la storia dei quarantasette rōnin. Tenendo fede ai loro doveri, i rōnin, riuscirono a conquistare l’opinione pubblica che ne fece i simboli di un mito che da secoli domina la fantasia dei giapponesi e a cui gli stessi yakuza si rifanno per legittimare il loro comportamento.[29]

 

4.7 “Okane yori kao ga kiku”: la faccia è più potente del denaro.

La collaborazione che caratterizza la singola ikka si estende al di fuori di essa, creando una vera e propria cooperazione all’interno dello stesso microcosmo della yakuza.

Tuttavia, possono verificarsi situazioni in cui tra le diverse kumi, si creino attriti legati generalmente alla contesa del niwabari. In tali circostanze è possibile chiedere l’intervento di uno oyabun influente e di gran fama, a cui si affida il compito di mediare tra le parti per raggiungere la migliore soluzione possibile.
La collaborazione tra le ikka è da sempre uno dei pilastri portanti dell’intero universo criminale di conseguenza, rifiutare il ruolo di mediatore è considerato un forte segno d’ostilità, arroganza e inaffidabilità. Inoltre, il rifiuto potrebbe ritorcersi contro lo stesso intermediario qualora egli dovesse trovarsi in una situazione analoga. Tuttavia, dal momento in cui portare avanti le trattative conferisce grande prestigio e rispettabilità per il proprio kao, lo oyabun decide il piano d’intervento: intervenire con l’uso della violenza oppure, raggiungere un accordo pacificamente.

Per evitare che un eventuale fallimento della sua mediazione comprometta il suo status, spesso l’intermediario chiede alle parti di raggiungere un accordo in nome e in difesa del suo kao. Di fronte a questa richiesta, i leader decidono di arrivare a un compromesso poiché un rifiuto si tradurrebbe nella perdita del loro stesso kao.

Prestare o chiedere in prestito il kao costituisce un fattore comune nella vita quotidiana degli yakuza. “Prestami il tuo kao”, in realtà, significa “Usa per me la tua influenza”.[30]

L’uso del kao per risolvere le dispute fra le ikka lo trasforma in una sorta di merce di scambio o di credito non monetario da riscuotere all’occorrenza. E’ interessante notare come, da questo nuovo quadro, emerga un bipolarismo del potere dello yakuza, apparentemente contrastante ma, in realtà, in perfetta sintonia con l’etica yakuza. Da una parte l’affidabilità e il kao del bōryōkudan si basano sul puro esercizio della forza fisica; dall’altro lato, invece, si fondano sulla fiducia riposta in colui che evita l’uso della violenza, dando prova di un forte autocontrollo.

4.8 Rituali jingi:  l’umiltà negli yakuza.

 “Nell’etichetta è naturalmente insito un codice morale […] Violarne il codice conduce alla disfatta. […] Soprattutto chi è ambizioso è tenuto a rispettare l’etichetta, più di chiunque altro; se lo farà potrà persino esibirsi danzando nudo mentre bevesake, essendosi ormai conquistata la fiducia dell’interlocutore […] Questa tattica non funzionerebbe affatto se egli fosse solito comportarsi con sregolatezza. E’ per questo che esiste un’etichetta, capace di mantenere la dignità dell’uomo, ed è solo lasciando trasparire da essa la naturalezza, l’immediata spontaneità della natura umana, che si accresce il proprio potere sul prossimo.”  (Yukyio Mishima) [31]

Parlando della lealtà incondizionata del kobun, abbiamo avuto modo di costatare come il legame sia rafforzato dalla stesso oyabun che, grazie alla sua personalità umile e carismatica, esercita un forte ascendente sul subordinato.

Dopo aver conquistato la leadership, lo oyabun deve essere sempre in grado di mantenere integro il suo kao. Arroganza e grossolanità sono causa di sanzioni immediate da parte degli altri yakuza. Egli, con una particolare umiltà e un certo garbo, è tenuto a mostrare rispetto verso tutti i senpai, inferiori, scavalcati. Questi ultimi sono pronti a riconoscere la superiorità fisica e morale del kohai, superiore, mostrando nei suoi confronti il massimo rispetto per le sue abilità.

Questo codice di mutua concessione e umiltà è cristallizzato nell’antica espressione di jingi. Nel periodo Tokugawa l’espressione era usata per indicare le malefatte compiute dai banditi, il cui senso dell’onore era sintetizzato nella frase: “fare un’azione jingi”.[32] In modo più specifico jingi corrisponde ad un’insieme di modelli astratti fatti di parole, maniere e modi adottati dagli yakuza.

L’umiltà è espressa in modo esplicito negli incontri formali tra yakuza appartenenti a due ikka differenti. Seguendo lo stile jingi, si suppone che la persona informi la controparte delle sue generalità: nome, cognome, data di nascita, ikka d’appartenenza e nome del proprio oyabun. Tuttavia, per non compromettere lo wa e al fine di esorcizzare scontri tra le ikka di appartenenza, prima che la cerimonia di presentazione abbia inizio, le due parti devono essere al corrente dello status reciproco. Al momento del saluto, le parti possono intuire il rispettivo ruolo attraverso un linguaggio gestuale: lo oyabun suggerisce il suo status mostrando il pollice mentre, il kobun nasconde il pollice tra le altre quattro dita della mano.[33]

Nel caso in cui i soggetti mostrino incertezza sullo status, entrambi provano a dare suggerimenti sulla loro anzianità. Rifacendosi alla tradizione, in nome di quel rispetto e umiltà che li deve contraddistinguere, entrambe le parti assumano un ruolo inferiore e cercano di introdursi per primi. Tutto il cerimoniale è eseguito adottando un linguaggio stilizzato che, alle orecchie del profano, suona come la rappresentazione di uno spettacolo tradizionale.[34]

Uno dei due comincia dicendo:
 “Per favore, aspetta e lascia che io mi presenti dato che io sono un senpai.”[35]

Il cerimoniale jingi prevede che l’altra parte rifiuti dicendo:


“No, lascia che sia io a iniziare per primo.” [36]

A questo punto il primo ribatte dicendo:
 “Io sono troppo giovane e immaturo, non occupo ancora una posizione tale da     permettermi di attendere.”[37]

Durante l’incontro l’umiltà è costantemente espressa con espressioni come: “Sono giovane;sto ancora formando me stesso; sono un buono a nulla”[38]

Questa sorta di competizione è ripetuta per circa tre volte. Dopo aver stabilito chi dei due deve cominciare per primo, mentre questo fornisce le sue generalità, nel silenzio dell’altro è implicita la richiesta di perdono in caso d’errore. Una volta dichiarati i rispettivi status, entrambe le parti cominciano a discutere su chi dei due per primo deve ritirare la mano. Considerata la necessità di rispettare l’ordine costituito, si suppone che l’inferiore inciti l’altro a ritirare la mano per primo.

La yakuza è un gruppo al cui interno oyabun e kobun, si muovono in un contesto sociale chiuso con un linguaggio proprio, particolarmente elaborato, fatto di parole distorte e capovolte. La distorsione può essere realizzata in diversi modi, per esempio capovolgendo le parole come asu, domani, che diventa sua. [39]

E’ curioso notare come in realtà le espressioni gergali delle kumi varino di gruppo in gruppo. Il linguaggio particolare adottato da i suoi componenti contribuisce a fare della yakuza un mondo compatto e chiuso verso l’esterno.

 

4.9 Da dove vengono i futuri yakuza?

Agli occhi degli occidentali il crimine organizzato nipponico si presenta come un complesso di associazioni compatte ed eterogenee. Gli studi realizzati da Mugishima Fumiko hanno rilevato che gran parte dei componenti proviene da strati sociali soggetti severi pregiudizi e che circa il 43% dei suoi componenti sono poco istruiti. La stessa fonte afferma che circa il 70% dei bōryōkudan è originata dai burakumin e che la presenza delle etnie coreane riveste un ruolo non indifferente.[40]

Ma quale ragione spinge un giapponese ad giurare eterna fedeltà alla ikka? In realtà, i motivi sono tutti ricollegabili a un unico fattore relativo al bisogno di soddisfare il proprio senso di appartenenza e di riconoscersi in un gruppo sociale di cui deve sentirsi parte integrante.[41]

Jinkichi Abe ha fornito gli stadi che generano l’alienazione del potenziale yakuza dal resto della società. Egli ritiene che il soggetto compia i primi atti vandalici nel contesto familiare, scolastico o lavorativo. In un periodo successivo, il giovane frequenta quartieri o territori popolati da individui che alimentano e favoriscono l’emergere della sua personalità deviata.[42]

Accomunati da un carattere socialmente deviato, questi giovani delinquenti, organizzati in gruppi chiamati chinpira, cominciano la loro carriera già alle scuole superiori. Il leader delle gang giovanili distintosi per coraggio e forza fisica può essere avvicinato da un kobun adulto. Considerato il fascino che la yakuza esercita sugli inesperti chinpira, il gesto dell’adulto accresce il prestigio e la rispettabilità del giovane che, agli occhi di tutti gli altri giovani componenti, diventa il capo indiscusso del gruppo.

L’attenzione riservata al giovane leader segna la sua ascesa nel mondo dei bōryōkudan che chiederanno il suo supporto nelle dispute per il controllo dei niwabari. Tutti quei chinpira che, durante i combattimenti, si distinguono per la loro intraprendenza e coraggio, vengono presi sotto l’ala protettrice del grande oyabun e introdotti definitivamente nella ikka.

Qualche volta capita che un chinpira, conosciuto per il suo carattere violento, venga catturato e rinchiuso in una stanza quindi picchiato da uno yakuza adulto. Se il giovane sopravvive, la prova di coraggio e la resistenza fisica esercitano grande fascino sugli adulti che sono subito pronti ad accoglierlo nel gruppo.

Per dare un’idea del reclutamento basato sul legame pseudofamiliare, DeVos prende come esempio la storia di un giovane detenuto di diciannove anni. Orfano di padre, il giovane manifestò il suo malessere riportando uno scarso rendimento scolastico. L’adolescente cominciò a frequentare le zone poco raccomandabili e entrò a fare parte di un gruppo di delinquenti. Una serie di circostanze fecero sì che la moglie di un oyabun, intenerita, si attaccò morbosamente al giovane che divenne presto un corriere della yakuza. Questo rappresenta uno dei pochi casi in cui l’ingresso nella yakuza è collegato alla moglie di uno oyabun che prende sotto la sua ala protettrice un giovane delinquente. [43]

E’ interessante notare come non sempre la recluta sia un disadattato, infatti, capita anche che, il figlio di un professionista, conducendo un’esistenza insoddisfatta, aderisca alle gang criminali affascinato dalla personalità di un capo yakuza. Sono stati riscontrati casi in cui, tra gli aderenti alle ikka, si ritrovano anche persone dalla fama rispettabile. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che, perso il lavoro o dilapidati gli averi con il gioco d’azzardo, vengono salvate dalla benevolenza di uno oyabun che li accoglie nella sua casa prendendosene cura.

Tra i neofiti yakuza circa 1/3 di loro proviene dai bōsōzoku, bande della velocità, fenomeno tipicamente giovanile comparso con la rinascita industriale nipponica del dopo Guerra. La loro presenza fu attestata dalle stesse autorità. I registri della polizia urbana di Tōkyō, risalenti al 1959, rilevarono la presenza di bōsōzoku anche detti kaminari, la banda del tuono. Nel corso degli anni il fenomeno si è largamente diffuso tra la popolazione giovanile tanto che, un’indagine realizzata nel 1982 ha rivelato la presenza di 42.510 bōsōzoku riuniti in 712 bande.

I componenti, in prevalenza giovani disadattati provenienti da famiglie disgregate, disturbano la quiete pubblica dando spettacolo alla guida di macchine rumorose vistosamente addobbate o con moto prive di marmitta. Uniti in federazioni, essi sono fortemente influenzati hanno dai miti holliwoodiani di Marlon Brando o James Dean. I giovani ribelli sono soliti indossare giacche in pelle rosse o nere e, circa il 40% di loro, usa pettinarsi con vistosi ciuffi alla Elvis. Molti portano un haiamaki, una fascia attorno allo stomaco e, altri ancora, assumono un aspetto vagamente effeminato indossando piccole pantofole che sembrano femminili. La loro presenza costituisce un ottimo terreno di cultura per i potenziali yakuza. I bōsōzoku si muovono nel contesto microcriminale nella speranza che un importante oyabun riconosca le sue qualità malavitose e lo accolga nella sua ikka.[44]

Seguendo la tradizione anche oggi, come in passato, per essere un vero yakuza la recluta deve attraversare obbligatoriamente un periodo chiamato sanshita, apprendista. Il sanshita, la cui durata varia dai sei ai dodici mesi, è quel lasso di tempo durante il quale l’apprendista deve essere pronto a servire il suo oyabun ventiquattro ore su ventiquattro; l’assenza o la mancata obbedienza sono severamente puniti anche con lo yubutsume. Questo periodo comprende una serie di passaggi obbligati. Dopo il sanshita, la recluta passa al tachiban, montare di guardia quindi, sostituito nelle mansioni dalle nuove reclute, viene promosso e si occupa di zoriban, disporre ordinatamente le scarpe. [45]

4.10 Le donne yakuza.

Abbiamo più volte sottolineato come gli yakuza si muovano nel rispetto dei valori tradizionali tuttavia essi cadono spesso in contraddizione. Sebbene oggi manchino di raffinatezza, il loro ideale di donna continua a essere quello della moglie devota e della madre premurosa. Il loro istinto lascia spazio a una scelta che si colora di toni piuttosto ironici. Infatti, contrariamente alle romantiche aspettative, la scelta della futura moglie ricade su giovani donne di estrazione sociale medio bassa, provenienti da situazioni familiari disastrate o con uno dei genitori di origine coreana o cinese.

L’ironia è evidenziata dalla metamorfosi subita dalle bad girls che, da giovani donne ribelli caratterizzate da atteggiamenti e linguaggio moderno, si trasformano in sofisticate e devote matriarche. Nei primi anni del matrimonio non è insolito che una giovane sposa contribuisca al bilancio familiare svolgendo la funzione di hostess in un bar o gestendo una casa di piacere. In questo caso, la vendita del proprio corpo non è considerata come un gesto che macchia l’onore o la reputazione della giovane ma, al contrario, contribuisce alla sua ascesa sociale. Con l’ascesa gerarchica del suo compagno, la donna affina i suoi modi socializzando con tutti coloro che stringono rapporti con il marito favorendone la rispettabilità. Contrariamente alle mogli dei salary man, le bashita, le donne degli yakuza, vivono in case che occupano interi piani delle costruzioni localizzate nel quartiere controllato dalla gang del marito. Come patriarca??, la donna si occupa di amministrare la casa affidando ai futuri yakuza i lavori dentro o fuori casa, comprando cibarie dai mercanti che bussano alla porta e preparando con maestria grandi pasti per il marito e i suoi kobun che dovrà essere capace di intrattenere.[46]

In situazioni estreme, in caso di morte dello oyabun, la moglie può sostituirlo alla guida del clan e, eventualmente, nominare il successore del marito seguendo le norme tradizionali. In questo caso uno degli esempi più rilevanti è rappresentato dalla moglie dello oyabun Giichi Matsuda caduto vittima di un attentato per mano di un suo seguace. Alla morte del marito Yoshido, questo era il nome della donna, assunse la direzione della Kantō Matsudakaya Matsuda gumi,  fino a quando non fu arrestata nel 1946 dagli investigatori americani.[47]

 

4.11 Espulsione e riabilitazione: lo yubitsume.

In un mondo regolato da vincoli comportamentali, i componenti del gruppo macchiatisi di gravi mancanze furono da sempre sottoposti a pene severe ed esemplari. Azioni come, rivelare agli estranei i segreti del gruppo e venire meno agli ordini superiori erano considerati gravi atti di tradimento. A questi si univano reati come lo stupro e i furti di poco conto che, in base all’ideologia della yakuza rappresentavano veri e propri affronti alla reputazione e all’onore dell’organizzazione. Simili comportamenti erano seguiti da punizioni esemplari necessarie non solo per castigare i trasgressori, ma anche per preservare l’immagine del gruppo.

Tra tutte, la conseguenza più grave, era indubbiamente lo hanmon, l’espulsione dal gruppo.[48] Data la solidarietà tra i gruppi, preso atto del torto subito, l’organizzazione comunicava a tutte le altre il nome dell’escluso. Venuti a conoscenza della sua infedeltà nessun oyabun sarebbe stato disposto a proteggerlo o ad accoglierlo nella propria organizzazione. All’infedele non restava altro che trovare il modo per dimostrare il suo pentimento commettendo lo yubitsume, amputazione della falange del dito mignolo.

Come gran parte dei rituali e delle usanze degli yakuza anche lo yubitsume risale a un epoca remota. La mutilazione aveva lo scopo di indebolire la mano del giocatore che, privo della falange, non avrebbe più potuto stringere saldamente la spada. Il rito era comune anche nei quartieri di piacere di Yoshiwara dove le geisha erano solite amputare la falange come segno di devozione nei confronti dell’amante prediletto.[49] In realtà, trai bakuto il gesto aveva una valenza molto meno romantica infatti, incontrare un individuo a cui mancava una falange, significava riconoscere colui che era venuto meno al pagamento di debiti da gioco.

Ancora oggi l’amputazione viene eseguita seguendo l’antico rito dei samurai. Sotto lo sguardo severo dello oyabun, il colpevole trancia la falange del mignolo con un secco colpo di spada quindi, dopo aver avvolto la falange in un tessuto bianco, precedentemente steso su un tavolo, con gesto solenne lo offre allo oyabun in segno di pentimento. Allo yubitsume viene riconosciuto un grande significato e, in nome della tradizionale, ancora oggi lo oyabun non può rifiutarsi di concedere il suo perdono. Il taglio della falange accentua il senso di dipendenza dal proprio oyabun e diventa un segno tangibile di debolezza e della maggiore necessità di sua protezione.

Nell’eventualità che le infrazioni si susseguano lo yubitsume può essere ripetuto e, seguendo il medesimo rito, lo yakuza amputa la seconda falange di un altro o dello stesso dito. Da un’indagine condotta nel 1970 è risultato che il 42% degli yakuza moderni ha commesso lo yubitsume e che il 10% lo ha fatto per ben due volte. Sulle ragioni che spingono a commettere lo yubitsume uno yakuza afferma:

“All the sub-families must pay the higher organization because they’re using the name. […] Every month the have to make a payment, so they’ll gather money from any tiny thing to pay up. But if they’re late too many times, they’ll drope the pinky, or they’ll be told to do something [for the organization], like kill somebody. Usually, finger-cutting is really the failure of jingi. If somebody tries to fight with another yakuza without thinking about their backers, the family behind them, you offend the other family, you’ve disgraced the family name. Then you’ll do the pinky apologize and deliver it to either your oyabun or the other family. That’s how you show respect.[….] Some of the chinpira have so many fingers missing we call them “Doraemon”. […], (Doraemon is a cartoon cat-robot with round fists instead of hands).[50]

 

4.12 Irezumi come segno di appartenenza.

“L’uomo singolo si sente unico e, nello stesso tempo, vuole far parte di una comunità ben definita, appartenenza che desidera comunicare anche ai suoi simili attraverso il suo aspetto esteriore, incidendosi un segno sulla pelle in fronte, sul petto o su un’altra parte del proprio corpo.”[51]

L’origine antica degli irezumi, tatuaggi, ci obbliga a prendere in considerazione gli scavi archeologici eseguiti nei Kofun, sepolcri risalenti al III–IV secolo, che hanno portato alla luce Haniwa, piccole statue, con segni sul viso. Anche le cronache cinesi del 220 a.C. descrivono il popolo giapponese con il viso e il corpo interamente tatuato. Essi sostenevano che l’usanza fosse legata alla convinzione che proteggessero i pescatori dagli squali.

L’origine tarda di quest’arte è altresì documentata da antiche fonti letterarie e storiografiche. Il Kojiki e il Nihonshoki parlano di uomini con il volto tatuato e di ribelli puniti con il tatuaggio invece che con la pena capitale.

Negli anni delle incessanti lotte tra i clan che si contendevano il controllo sul territorio, il tatuaggio identificava il clan di appartenenza del giovane guerriero caduto. L’incisione sulla pelle assume una connotazione romantica quando nel XVI secolo, le geisha usavano tatuare il nome dell’amante prediletto nella parte interna delle braccia o in quella delle cosce.[52]

Nel 1720 Yoshimune, ottavo shōgun del bakufu Tokugawa, alla mutilazione fisica sostituì l’usanza dello bokukei che consisteva nel tatuare un segno nero attorno al braccio del trasgressore. Il disegno variava in relazione al crimine commesso e all’area di residenza del colpevole. Il segno indelebile sul corpo denudato rivelava la natura criminale del soggetto e la definizione di irezumimono divenne sinonimo di colui che viveva nell’illegalità.[53]

Le stampe del XVIII sec., raffiguranti uomini con la pelle dipinta con composizioni armoniose e dai soggetti più disparati, fecero dello irezumi un’arte vera e propria. I Tokugawa vedevano lo irezumi come una mutilazione del corpo e un segno antiestetico che offendeva la sensibilità dei samurai. Per questo motivo emanarono una serie di divieti che non riuscirono comunque a soffocare il fenomeno infatti, questo continuò a imperversare acquistando sempre più popolarità.[54]

Era molto comune vedere machihikeshi, gaen, tobi e vagabondi che, svolgendo lavori di manovalanza o carpenteria, esibivano corpi ricoperti da leoni favolosi, peonie, fiori di ciliegio e divinità.

Lo irezumi si diffuse soprattutto tra bakuto e tekiya diventando una peculiarità circoscritta al solo mondo della criminalità organizzata dove, ancora oggi, avere uno irezumi, oltre che indice di pazienza, è prova tangibile di resistenza al dolore e alla sofferenza. Secondo l’antico procedimento, lungo e laborioso, sulla pelle l’artista realizzava lo schizzo del disegno usando inchiostro ricavato dalla fuliggine dell’olio di semi. In un momento successivo la figura veniva ricalcata con uno strumento d’osso o di legno alla cui estremità era legato un fascio di minuscoli aghi. Dopo averlo imbevuto in un pigmento colorato, questo veniva battuto sulla pelle in modo tale da far penetrare l’inchiostro nella pelle. Trattandosi di una operazione molto lunga ed elaborata per completare l’opera l’artista richiedeva tempi molto lunghi.[55]

Ancora oggi seguire il metodo tradizionale piuttosto che quello moderno, molto meno doloroso, fa dello yakuza un individuo dalla grande forza d’animo che evidenzia mascolinità, coraggio e disciplina. Mutilare il proprio corpo con un segno indelebile evidenzia la natura irreversibile di uno yakuza che fissa la sua identità con una visibile mutilazione del corpo. Lo yakuza usa lo irezumi per comunicare la sua indole violenta e per evidenziare il legame di fratellanza con i suoi simili. Non è raro vedere due yakuza che esibiscono lo stesso disegno come prova visibile di un legame permanente. Ancora oggi il 73% degli yakuza ha braccia e spalle ricoperte da irezumi con motivi che spaziano dal nome dello oyabun, a scritte come “onore alla magnifica legge del Sutra del Loto o figure elaborate come peonie, fiori di ciliegio, o immagini sacre.

 

4.13  Sakazuki shiki: la cerimonia d’iniziazione.

Uno sguardo attento sull’universo yakuza ci ha permesso di scoprire un mondo popolato di solidi valori e in cui il rispetto delle tradizioni costituisce una componente importante per l’esistenza e il buon funzionamento dell’organizzazione stessa. Abbiamo più volte avuto modo di sapere che il neofita, prima di essere considerato tale, deve giurare eterna fedeltà e lealtà al suo oyabun, giuramento fatto con il rito del sakazuki shiki, scambio delle coppe di sake.

Il rito ha origini molto antiche, infatti, la sua introduzione risale alla comparsa dei primi gruppi di bakuto e tekiya. Il sake bevuto dalla sakazuki, anche detta ochoko, piccola coppa, simbolo di comunicazione e condivisione, è uno degli elementi estetici della cultura del sakè.[56]

Eseguito secondo un rigido rituale il sakazukishiki, oltre a segnare il definitivo ingresso nella ikka, sancisce formalmente il legame indissolubile e intaccabile tra il kobun e lo oyabun. La cerimonia si compie a casa di quest’ultimo dove si riuniscono tutti i componenti della ikka insieme agli aspiranti yakuza. Alla cerimonia partecipano anche due oyabun di kumi affiliate o vicine, chiamati torimochinin o azukarinin, che ricoprono il ruolo di garanti o intermediari tra oyabun e aspirante yakuza.[57]

La celebrazione della sakazukishiki cade in un giorno considerato propizio, in genere dedicato ad una divinità. La scelta è mossa dall’intento di dare al tutto un profondo significato religioso e, al contempo, ottenere la protezione della divinità festeggiata. Lo svolgimento della cerimonia varia in base alle kumi. La tradizione vuole che oyabun e kobun, faccia a faccia, stiano seduti davanti al sanbo, l’altare shintoista. La posizione rituale consente di sottolineare la sincerità del futuro giuramento dato che la purezza d’animo si riflette nella lucente superficie dell’altare.

Tutta la cerimonia si svolge nel rispetto delle tradizioni e mentre nella sala domina il silenzio, adottando un linguaggio alto, la cerimonia ha inizio con un breve discorso pronunciato dallo oyabun. Il punto cruciale del discorso è rappresentato dalla sua frase:

Farò di te il mio kobun[58]

 alla quale l’aspirante yakuza risponde:

“Grazie alla tua immensa generosità io diventerò il tuo kobun”.[59]
Successivamente l’attenzione dei protagonisti si sposta sui vassoi, precedentemente sistemati, contenenti due piccole coppe di sake, sakazuki, un piatto con due pesci cucinati e disposti fianco a fianco una piccola ciotola di sale, una di riso e gli hashi. Uno dei torimochinin, con tre movimenti alternati, riempie le piccole coppe. Con gli hashi, lo oyabun prende il pesce, vi unisce riso e sale, quindi intinge il tutto nella coppa di sake. In un secondo tempo, lo oyabun beve il sake dalla sua coppa e la passa al kobun affinché compia lo stesso gesto.

A questo punto il torimochinin si rivolge al kobun e con tono solenne lo informa degli obblighi futuri:

“Avendo bevuto dalla coppa dello oyabun e lui dalla tua, da ora in avanti devi lealtà alla ikka e devozione assoluta al tuo oyabun. Anche se tua moglie o i tuoi bambini muoiono di fame, anche a costo della tua stessa vita adesso, il tuo unico dovere è seguire la ikka e il tuo oyabun. Lo oyabun è il tuo solo genitore e parente, seguilo attraverso il fuoco e le inondazioni. Da ora in avanti non avrai altra preoccupazione fino alla morte.”[60]
 

Al kobun viene quindi offerto il suo happi, giacca in cotone con sopra ricamato il nome o il simbolo della kumi, a questo punto lo oyabun presenta una spada, lo stendardo su cui è ricamato il simbolo della ikka. Dopo avergli attribuito un nuovo nome, questo è iscritto su un emaki che viene appeso nella parete della grande sala insieme a quello degli altri componenti. A questo punto lo oyabun esclama:

 “E’ come avere un figlio naturale”.
La frase che segna la fine della sakazukishiki.

Dietro ogni oggetto presentato e ogni gesto compiuto dai partecipanti si nasconde un profondo significato religioso che accresce il fascino della sakazukishiki. Simbolicamente i due pesci sono considerati segno di concepimento e di nascita; la mistura simboleggia il legame tra le parti mentre, il dono del nuovo abito rappresenta quello del giorno di nascita

Da questo momento in poi, il nuovo kobun è tenuto al rispetto del ninkyō dō dal quale non si può prescindere senza incorrere in severe punizioni.[61]

  1. Non toccare la moglie di un altro componente;

2. non fare altro che la “normale” attività anche se sotto la pressione della povertà;

3. se catturato,non rivelare alla polizia i segreti dell’organizzazione;

4. dedicati al tuo oyabun con lealtà assoluta;

5. non usare il linguaggio “ordinario”; usa il linguaggio speciale della kumi o quello gergale.[62]

 

 


[1] Joy HENDRY, Understanding Japanese Society, New York, Crom Helm, 1987.

[2] Ibidem.

[3] Chie NAKANE, La Società Giapponese, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1992, p. 66.

[4] Ibidem.
[5] Joy HENDRY, op. cit.

[6] Takie SUGIYAMA LEBRA, Organized Delinquency: Yakuza as a Cultural Example, in Japanese Patterns of Behavoir, Honolulu UP, 1976, pp. 169-189.

[7] Frank F. Y. HUANG, Micheal S. VOUGHAN, op. cit. pp. 19-57.

[8] Ibid.

[9] Robert DELF, Clash of Loyalties, “FEER”, 21, Nov., 1991, pp. 34.

[10] Hiroaki IWAI, Delinquent Group and Crime, in Takie, Sugiyama LEBRA, Organized Delinquency: Yakuza as cultural Example, in Japanese Patters of Behaviour, Honolulu UP, 1976, 383-395.

[11] Bruce A. GRAGERT, op. cit., pp. 147-245.
[12] Harumi BEFU, op. cit., pp. 445-456.

[13] David KAPLAN, Alec DUBRO, op. cit.

[14] Hiroaki IWAI, op. cit. pp. 383-395.

[15] Shigeki YAMAHIRA, Yakuza Daijiten, Tōkyō, Futabasha, 1992, Vol. 2, pp. 49-59.

[16] Lee O. YOUNG, The Culture of Wa, JQ, Vol. XXX, n. 1, Jan-March, 1983, pp. 54-56.

[17] George DE VOS, Keiichi MIZUSHIMA, op. cit.
[18] Ibid.

[19] Iwao Ishino BENNET, Paternalism in Japanese Economy, Minneapolis, University Minnesota Press, 1963.

[20] Ruth BENEDICT, op. cit., p.113

[21] Takeo DOI, Anatomia della Dipendenza, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1991, PP.33-40.

[22] Ruth BENEDICT, op. cit.
[23] Hiraki IWAI, op. cit., p.178
[24] Ibid.
[25] Ibid.

[26] Atsushi MIZOGUCHI, Gendai Yakuza no Urawashiki, Tōkyō, Takarajikasha, , 1998.

[27] Shigeki YAMAHIRA, op. cit., pp. 105-110.

[28] Ruth BENEDICT, op. cit., pp. 164-165.

[29] Hiroaki IWAI, op. cit., p.177

[30] Atsushi MIZOGUCHI, op. cit., pp. 38-40.

[31] Yukyo MISHIMA, Lezioni Spirituali per Giovani Samurai, Milano, SE, 1988, pp. 24–25.

[32] Ruth BENEDICT, op. cit., p. 132.

[33] Shigeki YAMAHIRA, Yakuza Daijiten, Tōkyō, Futabasha, 1992, Vol. 1, 1992, pp. 49-59.

[34] Ibiden.
[35] Ibid, p. 49.
[36] Ibid.
[37] Ibid.
[38] Ibidem, p. 53.

[39] Ebbamondo DEL POZZO, La violenza e le Espressioni Gergali del Giappone, “Aistugia”, n. 8, p. 136.

[40] Walter AMES, op. cit., p. 132.

[41] Bruce A. GRAGERT, op. cit., pp. 156-177.

[42] George DE VOS, Keiichi MIZUSHIMA, op. cit., pp. 310–315.

[43] Ibid.

[44] Joachim KERSTEN, Street Youths, Bōsōzoku, and Yakuza: Subculture Formation and Societal Reactions in Japan, ‘‘Crime and Delinquency, Vol. 39, n.3, July 1993, pp. 277-295.

[45] Florence ROME, op. cit. pp. 98.

[46] Chrystopher SEYMOR, Yakuza Diary: Doing Time in the Japanese Underworld, New York, Atlantic Monthy Press, pp. 149–150.

[47] David KAPLAN, Alec DUBRO, op. cit. p. 58.

[48]Frank HAUGAN F.J. and Micheal S.VAUGHAN, A Descriptive Analisysis of Japanese Organized Crime: The bōryōkudan from 1945 to 1988, ‘‘International Criminal Justice Review’’, Vol., 2, 1992, pp. 19-57.

[49] Lawrence ROGERS, Shinjū, “Monumenta Nipponica”, Vol. 49, n. 1, Spring 1994, pp. 40-60.

[50] www.playboy.com/travel

[51] Ebbamondo DEL POZZO, La natura umana e i Giapponesi, “Aistugia” 13, pp. 120-138.

[52] Lawrence ROGERS, op. cit., pp. 40-60.

[53] ARTICOLO non firmato, “The East”, Vol. XXVI, N. 3, Oct.,1990,pp.42–45.

[54] Ibid.
[55] Ibid.
[56] Pag. web, http://www.suihitsu.co.jp/

[57] Kyōji AZAKURA, Atsushi MIZUGUCHI, Kyō YAMANōCHU, op. cit, pp. 155-160.

[58] Takie SUGIYAMA LEBRA, Japanese Patters of Behaviour, UPH, 1977, pp. 388-389.

[59] Ibidem.
[60] Ibidem.

[61] Iwao Issino BENNET, op. cit.

[62]George DEVOS Keiichi MIZUSHIMA, op. cit., pp. 297.

 

A proposito dell'autore

Laureata all’Università Ca’ Foscari di Venezia in Storia e in Archivistica e biblioteconomia, si interessa di ricerca e valutazione delle risorse web per gli Studi Storici, progettazione e promozione della conoscenza storica attraverso le nuove tecnologie.

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