Gli universi storici di Leo Perutz: La Neve di San Pietro

Il medico Friedrich Amberg apre gli occhi in un letto d’ospedale senza più ricordare nulla; nello stato febbricitante che segue il suo risveglio, Amberg si descrive come una cosa senza nome, un essere privo di personalità, che non conosce i concetti di ‘passato’ e ‘futuro’. Così si apre La Neve di San Pietro di Leo Perutz (1882-1957), autore praghese che nella sua opera seppe elegantemente dialogare con il tempo, formidabile inventore di serrati intrecci narrativi calati in accurate ricostruzioni storiche, secondo Michele Mari picaro che ha ambientato i suoi romanzi in tutti i secoli e in tutti i paesi – come se in ogni libro si incaricasse di saggiare la possibilità di un universo.

La Neve di San Pietro

La Neve di San Pietro

Diversamente da tante altre sue prove narrative, Perutz colloca La Neve di San Pietro in una geografia che gli era familiare, la pianura invernale germanica (lui ebreo di lingua tedesca), e nel presente (scritto nel 1933, il libro è ambientato nell’inverno 1932): un’attualità che però rimane evanescente, sia per l’inattendibile memoria del dottor Amberg, che racconta in prima persona, sia perché, quando il protagonista ritorna a ricordare, alla sua mente si affaccia soltanto Morwede, piccolo paese invernale della Vestfalia, poche case sparse in una campagna piatta, brulla, lunghi viali fiancheggiati da alberi spogli, su campi di stoppie coperte di neve; ero oppresso dalla triste monotonia di quel paesaggio.  A dominare le anonime case di Morwede è la residenza secolare del barone von Malchin. Dal suo letto di ospedale, Amberg a fatica rimette ordine nei suoi ricordi, che con le pagine si fanno sempre meno confusi, sempre più inverosimili: sino a rievocare le trame del barone, nobile tormentato dal sogno di riportare l’età della fede in un Europa ormai secolarizzata, che nella sua solitudine cova il desiderio impossibile di far scorrere all’indietro i secoli, sino a riguadagnare un Medioevo tenuto insieme dalla spada e dalla croce del Sacro Romano Impero. A rendere indimenticabile il romanzo di Perutz sono le modalità con le quali il barone vorrebbe ricondurre i suoi contadini sulla via della cieca obbedienza religiosa: non tanto mediante robuste iniezioni di preghiera, come vorrebbe il poco immaginifico parroco di Morwede, quanto per mezzo della chimica, vale a dire riproducendo in laboratorio la Neve di San Pietro, parassita dei cereali che il barone ha studiato nella sua evoluzione storica, sino a ritenerlo responsabile, nel passato, dei più accesi slanci di misticismo delle folle: ciò che chiamiamo fervore religioso ed estasi della fede – così von Melchin spiega i suoi piani ad Amberg – presenta quasi sempre, sia nelle sue manifestazioni individuali sia in quelle collettive, il quadro clinico di uno stato d’eccitazione indotto da un narcotico.

Nato nel 1882 a Praga da una famiglia ebrea attiva nell’industria tessile che nel 1901 spostò la sua sede a Vienna, cattivo studente poi laureatosi in matematica con una tesi sul calcolo delle probabilità, statistico presso una società di assicurazioni prima a Trieste e poi a Vienna, Leo Perutz visse in luoghi e anni cruciali del Novecento, e respirò a pieni polmoni l’atmosfera culturale cosmopolita della capitale di fine impero, affermandosi negli anni ‘20 come uno degli scrittori più letti del suo tempo. Frammenti degli avvenimenti storici di quegli anni affiorano sporadicamente alla memoria del dottor Amberg: il principe Arkadij Praxatin, braccio destro del barone, è un opaco aristocratico in fuga dalla Rivoluzione Russa; Kallisto Tanaris, meglio conosciuta come Bibiche, abbandonata la Grecia dopo l’avvento della seconda repubblica ellenica, poi collega dello stesso Amberg presso l’Istituto di Batteriologia di Berlino, ricompare inaspettatamente nella desolazione di Morwede a fianco del barone von Malchin nelle improbabili vesti di una sfuggente donna fatale che può apparire al volante di una Cadillac verde, oppure avvolta in una nera pelliccia di foca, ogni volta capace di soggiogare la volontà del dottor Amberg come il più potente degli allucinogeni. Ma non è solo l’accecante passione del protagonista per Bibiche a rendere sospetto il racconto: ogni scena, in La Neve di San Pietro, è ambigua, in quanto le reali condizioni cliniche del dottore che racconta le vicende dal suo letto d’ospedale appaiono poco affidabili. É stato tutto bello e fugace, come un sogno, così Amberg ricorda il suo incontro più felice con Bibiche, come un sogno, ripetei. E presi a riflettere su quanto sia esile la differenza fra realtà passata e sogno.

Nel romanzo La Neve di San Pietro la storia connota anche la vicenda biografica del dottor Amberg, figlio unico, presto orfano, di un medievista studioso dell’organizzazione militare tedesca alla fine del Duecento, specialista nelle vicende degli ultimi Hohenstaufen, e per questo ben noto al barone von Malchin. Proprio l’esaltato filogermanesimo del barone è l’aspetto che più richiama alla memoria l’anno nel quale fu scritto il romanzo. Gli eventi delle ultime settimane mi caddero addosso con violenza indicibile: inizio, svolgimento, epilogo si abbatterono su di me nel medesimo istante, come travi e pietre di una casa che stia crollando, così afferma Amberg quando i fatti di Morwede, siano essi ricordo o incubo, iniziano a riprendere forma in ogni loro accadimento.

Pubblicato a Vienna alla fine del 1933, La neve di San Pietro non venne distribuito in Germania, poiché la casa editrice Zsolnay apparteneva a un imprenditore ebreo. Nel 1938, l’Anschluss costrinse Perutz e famiglia ad abbandonare Vienna, e a trovare rifugio in Palestina, dove a Tel Aviv il fratello Hans aveva trasferito l’attività. Fu l’avvenimento che di fatto mise fine alla fortuna letteraria di Leo Perutz. Qui mi sento un corpo estraneo e rimarrò tale, scrisse in una lettera del 1939. Anche lontano dall’Europa, lo scrittore praghese continuò a parlare e a scrivere (poco) in tedesco, a indossare la cravatta nel caldo di Tel Aviv, dove mai riuscì a integrarsi con la comunità di ebrei rifugiati. Nostalgico del clima aperto e multiculturale che aveva vissuto nei suoi anni giovanili, Perutz non volle aderire ai circoli culturali di sempre più chiara impronta sionista, ed espresse il suo orgoglioso distacco portando al dito un anello dove un pesce nuotava Contra Currentem. Non amo il sentimento nazionale e nemmeno il patriottismo, sono entrambi colpevoli di ogni disgrazia che da 150 anni si è abbattuta sul mondo. Si comincia col sentimento nazionale e si va a finire col colera, le epidemie e la dittatura, così scriveva nel 1948, alle soglie della nascita dello stato d’Israele. Nel 1950 fece ritorno nella sua amata Mitteleuropa che non c’era più, e ne ebbe in cambio soltanto disillusioni. Il tempo, con il quale nei suoi romanzi Leo Perutz aveva saputo giocare con elegante leggerezza, era stato inesorabile. Soltanto in sogno o quando le cose vanno bene non si sa che giorno è, afferma in una pagina de La Neve di San Pietro l’incantevole Bibiche.

La Neve di San Pietro / Leo Perutz
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A proposito dell'autore

Collaboratore

Laureato in Architettura presso il Politecnico di Milano con uno studio sul monastero di San Paolo Converso a Milano, ha conseguito il dottorato in Storia dell'Archiettura presso l'Università IUAV di Venezia con una tesi su Juan Bautista Villalpando e il tempio di Salomone. Autore di saggi sull’architettura del secondo Cinquecento, collabora con diverse Università italiane.

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