L’idea di analizzare la campagna elettorale delle elezioni del 18 aprile 1948, nasce dal desiderio di chiarire alcune particolarità della stessa, considerandone, non solo gli aspetti storici, politico e sociali, ma ricercando nelle modalità d’attuazione della propaganda elettorale, alcune peculiarità, che hanno rivestito un ruolo di primaria importanza nello svolgimento delle prime elezioni democratiche nel nostro Paese. Il clima della contesa elettorale fu particolarmente arroventato. Il Paese usciva distrutto da una guerra che aveva creato profonde lacerazioni all’interno, fra le istituzioni e la popolazione ed, in primis, fra quest’ultima e il potere monarchico. La stessa posizione dell’Italia nell’ambito della politica internazionale era completamente da ricostruire, a nulla era valsa la resa e il contributo dei partigiani a liberare il Nord dai tedeschi, a fronte della pregressa alleanza nazi – fascista, che aveva seminato morte e distruzione ovunque nel vecchio continente.

L’esperienza del CLN e dei governi d’unità nazionale, rappresentò un forte punto di coesione fra forze politiche diverse, ma che avevano in comune la pregiudiziale antifascista e la volontà di rappresentare e di tenere unito un paese che aveva, comunque, notevoli differenze al suo interno. La popolazione stessa, animata da una profonda voglia di riscatto, scelse con il referendum del 2 giugno 1946, di affidare le proprie sorti all’istituto repubblicano, ripudiando la monarchia, la quale, pagava una condotta piena di scelte subordinate unicamente ai propri interessi. Proprio nella consultazione referendaria il paese dimostrò d’avere due facce: una più riformista e una conservatrice, l’una desiderava intraprendere una nuova strada per rendere il paese più moderno, l’altra che avrebbe voluto il ristabilirsi delle condizioni antecedenti alla guerra.

Nel corso di pochi mesi, significative differenze si rivelarono anche all’interno del Cln, la pregiudiziale antifascista si spense con il rafforzarsi delle nuove istituzioni, e la necessità di distinzione fra le diverse forze politiche, fece sì che i contrasti all’interno della coalizione, si acuissero favorendo ora una classe sociale ora l’altra. Gli italiani si proiettarono nella discussione politica e nella lotta sociale con vigore, sostenuto quest’ultimo, da forti elementi d’idealità, schierandosi anche in maniera estrema, a favore delle forze conservatrici o di quelle di sinistra. La contesa fu aspra, i toni accesi, la competizione elettorale influenzata dalla situazione internazionale. La contrapposizione fra i paesi appartenenti al blocco sovietico e quelli che legati agli Usa, si delineò in breve tempo come un punto di riferimento per la politica nazionale, facilitando l’accendersi di sentimenti, da parte della popolazione esausta, legati, più che al raziocinio, all’istinto e alla volontà di trovare stabilità e pace. Si svolse, dunque, una campagna elettorale interamente volta alla demonizzazzione dell’avversario politico, e, sostanzialmente, privata, per questo motivo, della presentazione di programmi per ricostruire il paese. In tutte le manifestazioni d’intenti da parte della classe politica si ravvisano più elementi di contrasto aperto con l’opposta fazione, rispetto ad una volontà propositiva.

Questo fu il filo conduttore di quel periodo, questa particolarità si ravvisò nei discorsi di piazza, nel volantinaggio diffuso, nelle iconografie proposte nei manifesti. Proprio in questi ultimi è interessante analizzare la mancanza della divulgazione di piani programmatici o di proclami d’ideali politici. Si ravvisa, invece, da entrambe le parti, un evidente richiamo a valori assoluti, quali la libertà, la famiglia, la patria; tutti elementi che furono richiamati in maniera esplicita nei testi dei manifesti.

Le immagini proposte dagli stessi sono senza dubbio colme di significati, la lettura dell’occhio è impressionata dalla violenza del messaggio che alcuni di essi comunicano, quest’espressione è talvolta grottesca, apparentemente banale, altre volte è più subdola e di lettura meno immediata. L’originalità e la forza delle suddette immagini, ci hanno indotto a volerle considerare come affatto banali o grossolane, ma, altresì, a volerle leggere come il frutto di uno studio attento dal quale si può evincere un continuum di messaggi di contenuto subliminale espressi in essi.

Per approfondire questa materia, ci si è voluti affidare alla psicologia analitica di Carl Gustav Jung. Lo psichiatra svizzero nacque nel 1875 e morì nel 1961, è considerato il fondatore della psicologia analitica. Dopo avere terminato gli studi secondari si laureò in medicina a Basilea iniziando all’inizio del secolo la carriera psichiatrica. In seguito alla pubblicazione di diversi lavori scientifici, fra i quali quelli sul metodo da lui introdotto, l’”esperimento associativo”, acquisì una fama mondiale tale da procurargli diversi inviti all’estero. Nel 1907 incontrò per la prima volta Freud, e cominciò uno studio profondo della psicoanalisi, nella quale trovò una conferma delle teorie che egli stesso aveva elaborato precedentemente nel campo della psicopatologia sperimentale. Nel 1912 la pubblicazione del suo libro Trasformazioni e Simboli della libido dimostrò una posizione di contrapposizione rispetto a Freud. Un anno più tardi definirà la sua dottrina: “Psicologia analitica”[1]. Dopo avere abbandonato l’attività di docente si dedicò completamente allo studio sulla natura dell’inconscio e sui problemi dei comportamenti psichici. Il frutto di questo lavoro lo troviamo nel 1921 nell’opera Tipi Psicologici, e in altra serie d’opere che seguirono in rapida successione. Esse trattavano dell’inconscio collettivo e dei rapporti di questo con la coscienza, e della natura e delle forme dello sviluppo psichico. Le ricerche sull’inconscio e sulla sua fenomenologia indussero Jung ad affrontare lunghi viaggi per mettersi in contatto con delle realtà del tutto diverse da quell’occidentale. Egli poté constatare le interessanti analogie fra i contenuti dell’inconscio dell’europeo moderno, rispetto ad alcune manifestazioni della psiche dei primitivi e del loro mondo mitico e leggendario. Tali analogie, suggerirono a Jung d’approfondire quanto più possibile la conoscenza di culture che fossero altre rispetto a quell’europea. Trovò nell’estremo oriente una feconda materia per le sue ricerche, che gli permisero di avvalorare le sue tesi, e di continuare un proficuo studio in campo etnologico e sulla psicologia delle religioni. In tutta l’opera di Jung, si rivela un forte interesse per le dottrine e le tecniche orientali, in particolare s’interessò al taoismo e allo yoga, discipline che gli parvero facilitare l’unità spirituale attraverso l’unità degli opposti. Questo fu un pensiero fisso per Jung: la reintegrazione dei contrari, la volontà di ricucire i contrasti che impediscono all’uomo di avere una sua unità. Nella coincidenza oppositorum [2] si trovava la realtà di Dio. A tale proposito d’estrema importanza furono gli incontri con il sinologo tedesco Richard Wilhem, con l’indianista tedesco Heinrich Zimmer e quella con il filologo e mitologo ungherese Kàroly Kerèny. Jung fu insignito proprio per questi studi di lauree Honoris Causae dalle più importanti università mondiali e ricevette ogni genere di riconoscimento per la sua opera innovativa. Negli ultimi anni della sua vita, egli si dedicò quasi esclusivamente al suo lavoro scientifico e letterario, abbandonando del tutto la sua attività medica e d’insegnamento. I suoi studi vertevano sull’alchimia nelle sue connessioni psicologiche, sulla psicologia delle religioni, oltre che sui processi psichici dell’attuazione del Sé e al loro simbolismo.


[1] J. Jacobi. La psicologia di C.G. Jung , Torino,1973 pp.207 – 208

[2] M. Eliade. Spezzare il tetto della casa. La creatività e i suoi simboli, Milano, 1997, pp. 36, 37.
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Autore: Luca Missero

A proposito dell'autore

Collaboratore

Luca Missero è laureato in Scienze Politiche, si occupa di Storia contemporanea e scrittura creativa.

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