La fragilità individuata nei rapporti dei principati longobardi si riscontra anche nelle relazioni di questi con gli alleati esterni ai confini della Langobardia minor. Infatti i patti di alleanza stretti con i vicini ducati costieri ed i più potenti imperi, Franco e Bizantino, sembrano avere la stessa natura occasionale.

Emperors Basil I and Leo VI. Illumination from the chronicle of John Scylitzae. Una spia del valore temporale attribuito alle alleanze può essere rintracciata all’interno della documentazione cavense, nell’alternanza delle intestazioni dei documenti agli imperatori bizantini. Questi erano divenuti i principali interlocutori dei principati meridionali dopo la scomparsa dell’imperatore Ludovico II. Il vuoto politico lasciato dalla morte dell’imperatore franco fu sostituito dal rinnovato interesse dell’imperatore bizantino Basilio I per l’Italia meridionale. L’intervento bizantino fu determinante già nell’876, quando il baiulus di Otranto, Gregorio, accolse le richieste di aiuto del gastaldo longobardo di Bari contro i Saraceni. La flotta bizantina liberò la città pugliese dall’occupazione saracena sostituendosi però agli invasori, anziché riconfermare l’autorità longobarda sul gastaldato pugliese. La stessa politica fu seguita per tutti i territori liberati dall’invasione saracena, come la Calabria settentrionale, la Lucania sud-orientale e quasi tutta l’Apulia, [1] che furono riorganizzati in temi, circoscrizioni amministrative rette da funzionari civili e militari posti alle direttive di uno stratego, un funzionario militare di alto grado.[2]

Negli anni seguenti, l’incapacità dei principati longobardi di coalizzarsi contro il comune nemico saraceno, offrì l’opportunità ai Bizantini di riaffermare la propria autorità sul Mezzogiorno, stringendo patti separati con i tre centri longobardi. L’autonomia beneventana e la sua avversione per la politica bizantina, condusse i Bizantini ad occupare il principato longobardo, nell’892, ponendo la capitale del nuovo tema di Langobardia a Benevento, anche se per pochi anni, a seguito dei quali lo stratego bizantino si spostò nella più sicura Bari, per la fiera ostilità presentata dagli abitanti della capitale.

La riorganizzazione territoriale dell’Italia meridionale in temata non comprese la Campania, rimasta sotto il governo dei suoi principi grazie ai compromessi raggiunti con il prezioso alleato, senza il quale l’esercito salernitano non avrebbe sottratto i propri confini alla dilagante invasione mussulmana.

Il principe di Salerno Guaimario I, nell’887, ottenne l’appoggio bizantino contro le bande mussulmane che si erano stabilite sulle terre meridionali del principato, ad Agropoli.[3] In questa occasione, Guaimario si recò personalmente a Costantinopoli per riconoscere l’autorità dell’imperatore bizantino, che a sua volta, confermò al principe longobardo i suoi domini, così come erano stati stabiliti al tempo della divisione del ducato. Da questa data,[4] le carte salernitane portano gli anni di governo degli imperatori bizantini, Leone VI e Alessandro, ed il principe Guaimario figura con il titolo di patrizio.[5] CDC TEXT

Il titolo patrikios era una delle dignità più alte conferite dall’imperatore di Bisanzio ai suoi alleati o a chiunque svolgesse un servizio per l’impero, anche se intermittente come quello salernitano. Tale titolo fu creato dall’imperatore Costantino, ma ancora ai tempi di Guaimario I rappresentava un’importante dignità, come mostra il Kletorologion di Filoteo. Quest’opera sul cerimoniale palatino, datata 899, colloca la carica di patrizio al dodicesimo posto tra le dignità per insegne, ossia i titoli nobiliari che non comportavano alcun servizio se non all’interno della gerarchia della nobiltà dell’impero.[6]

Il titolo bizantino fu concesso anche ad altri signori dei principati meridionali, come Napoli nel 915, Gaeta nel 919 e Amalfi nel 922, mentre nel settentrione d’Italia il titolo di patrizio fu conferito ai dogi di Venezia solo dopo il 1004.[7] Su nessuno di questi territori, che avevano stretto un legame con l’impero bizantino, gravarono conseguenze tributarie o amministrative.[8] Si richiedeva loro di riconoscere l’autorità bizantina sui propri territori e dunque di concepire il proprio governo come concessione di più alta autorità.

Dunque un titolo onorifico a suggello di un’alleanza, di cui però i principi salernitani non sembravano riconoscere né il prestigio né il vincolo, visto che se ne spogliarono alla prima occasione, fieri di definirsi solo principes gentis Langobardorum. È quello che accade con il successore del principe Guaimario, suo figlio Guaimario II, anch’egli insignito del titolo di patrizio, che ruppe il patto con i Bizantini, dopo il 928, partecipando alla rivolta dei principi beneventani Landolfo I e Atenolfo II, contro il dominio orientale delle terre pugliesi.[9] Il titolo ricompare nella documentazione datata ai primi anni di governo del suo erede, il principe Gisulfo I, fino al 958, anno in cui le carte portano il titolo del solo principe di Salerno, sempre più legato al parente capuano e, tramite lui, ad Ottone di Sassonia. L’inserimento del Sassone nella politica della Longobardia minore si presentò come alternativa al potere politico bizantino sui territori longobardi, sempre alla ricerca questi ultimi di un nuovo alleato per sottrarsi alla dominazione straniera e mantenere di fatto la propria indipendenza.

 

 


[1] O. BERTOLINI, Longobardi e Bizantini nell’Italia meridionale, in Benevento, Montevergine, Salerno e Amalfi. Atti del III Congresso di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 1959, p. 122.

[2] A. GUILLOU, Aspetti della società bizantina in Italia, trad. N. Martuscello, Bari 1976, pp. 169-170.

[3] V. V. FALKENHAUSEN, I Longobardi meridionali, pp. 271-272.

[4] Non sono qui considerati i cinque documenti, datati dagli editori 821, 842, 843 e 845 che portano il nome di un imperatore Michele, identificato da Vera Von Falkenhausen con Michele IV o Michele VI e quindi riferiti ad anni posteriori rispetto all’ambito cronologico di questo studio. La datazione è infatti rinviata dalla studiosa agli anni 1036, 1057, 1037, 1040 il che esclude questi documenti dallo studio della società salernitana tra VIII e X secolo: V. V. FALKENHAUSEN, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX al XI secolo, titolo originale Untersuchungen über die byzantinische Herrschaft in Süditalien, vom. 9. Bis ins. 11. Jahrhundert, Wiesbaden 1967, trad. di F. Di Clemente e L. Fasola, Bari 1978, p. 17.

[5] Un documento di qualche anno dopo ricorda la crisobolla dei due imperatori con cui a Guiferio fu garantito il dominio sul principato: “ Declaro ego Guaimarius princeps et imperialis patricius, qia concessum est mihi a sanctissimis et piissimis imperatoribus Leone et Alexandro per berbum et firmissimus preceptum bulla aurea sigillatum, integram sortem Benebentane provincie, sicut divisum est inter Sichenolfum et Radelchisum principem, ut liceat me exinde facere omnia quod voluero sicut antecessores mei omnes principes federunt”: CDC. vol. I, n. CXI, anno 899

[6] G. RAVEGNANI, Dignità bizantine dei dogi di Venezia, in Studi Veneti offerti a Gaetano Cozzi, 1992, pp. 24-27.

[7] A. PERTUSI, “Quendam regalia insigna”. Ricerche sulle insegne del potere ducale a Venezia durante il medioevo, in “Studi veneziani”, VII, 1965, p. 107; G. RAVEGNANI, Le dignità, cit., p. 22.

[8] FALKENHAUSEN, La dominazione, cit., p. 18.

[9] Ivi, cit., p. 15.

 

A proposito dell'autore

Laureata con lode in Storia presso l’Università Ca' Foscari di Venezia con una tesi sulla trasformazione delle istituzioni altomedievali attraverso i documenti privati, ho di seguito conseguita la laurea magistrale in Archivistica e biblioteconomia con una tesi sulle biblioteche digitali per gli studi medievistici. Da quegli studi e quelle letture nasce il progetto di condivisione delle risorse disponibili in rete per gli studi storici.

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