Nei giudicati della seconda metà del IX secolo, i fideles di Guaferio compaiono come titolari delle funzioni giuridiche. Tale ruolo è specificato dal titolo di iudex, affiancato a quello di gastaldo. In realtà nella legislazione longobarda del secolo VIII l’amministrazione della giustizia era compresa nei più vasti poteri esercitati dal gastaldo nel suo distretto. Nelle carte meridionali la qualifica di giudice, aggiunta al titolo istituzionale, sembra dunque sottolineare la specificità di tale funzione.[1]

Come abbiamo visto, i primi a comparire con il doppio titolo di gastaldo e giudice sono Sicardo e Benedetto, presenti a Salerno nell’869 per tutelare la vendita di una proprietà femminile.[2]  CDC TEXT Altri gastaldi e giudici sono ad esempio Radelchi, Gaidone, Dauferio e Lademaro che presenziano contemporaneamente in un processo per la proprietà di una serva di palazzo, rivendicata dal marito e dalla principessa Landelaica.[3] CDC TEXT Il coinvolgimento di un membro della famiglia principesca giustifica in questo caso la presenza di quattro funzionari pubblici che rappresenta un’eccezione nelle carte salernitane.

A questi si alternano nelle stesse funzioni, esercitate individualmente, sculdasci e vicedomini, mentre a Nocera le funzioni giuridiche continuano ad essere prerogativa di agenti del luogo.[4]  CDC TEXT

Nella seconda metà del IX secolo, nelle carte rogate nella capitale è facile incontrare la coppia di agenti con il doppio titolo, impegnati nelle risoluzioni di liti tra proprietari privati o nella tutela di donne e bambini.[5] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Portano il doppio titolo di gastaldo e giudice Arechi e Adelgaro che presiedono un giudizio tenuto a palazzo nel 905 per stabilire la proprietà di alcuni beni appartenuti al defunto Angelperto presbitero, ora contesi dalla cognata Sica e da un certo Madulo.[6]CDC TEXT

Nell’ultimo ventennio dello stesso secolo invece è sufficiente la presenza di un solo funzionario pubblico per l’amministrazione della giustizia, come mostrano le carte in cui esercitano individualmente Trasenando, Drogone e Castelchis indicati come gastaldi e giudici.[7] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Giudici

A Salerno, dalla prima metà del X secolo la figura del giudice pare man mano eclissare i gastaldi, anche se inizialmente compaiono contemporaneamente.[8] CDC TEXT Una causa del 947 è presenziata da Lando gastaldo e Moncola giudice; due anni dopo Rodelgrimo gastaldo e Radelgrimo giudice siedono insieme per un memoratorio.[9] CDC TEXT; CDC TEXT Dunque in casi particolari riguardanti soprattutto la tutela del mundio, il “potere di protezione”,[10] accanto al funzionario distrettuale è richiesta la presenza di uno specialista, appunto il giudice, due figure non ancora ben distinte. Una divisione dei ruoli forse per seguire l’aumentato numero di cause che richiedevano l’intervento di uno specialista al fianco di un funzionario pubblico, quando la presenza del solo giudice non era ancora sufficiente a garantire la validità dell’atto.[11] Anche la sfera d’azione dei funzionari pubblici cambia comprendendo ora, oltre ai giudizi o alla tutela dei mundium sui più deboli e sulla chiesa del principe, i contratti privati, impegnando un maggior numero di ufficiali.[12] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

La figura del giudice comincia ad acquisire maggior autonomia intorno agli anni trenta del secolo X, come ci dimostrano i giudizi tenuti da un solo giudice non qualificato con altri titoli, né affiancato da altri agenti. Ecco allora il chierico Pietro assumere il titolo di giudice nella divisione di un’eredità, presenziare alla vendita di un piccolo appezzamento per conto della chiesa privata di S. Angelo, ad un giudizio che vede coinvolta un’intera famiglia e ad un contratto di lavoro.[13] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Radelgrimo, già incontrato con il titolo di gastaldo, assume quello di giudice in un giudicato del 936 per stabilire i confini di due vigneti, mantenendolo, due anni più tardi, in un memoratorio, in una concessione di lavoro a Mitiliano ed infine, nel 954, sentenzia in un giudizio tenuto nello stesso luogo.[14] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Il luogo esatto dove esercita il giudice Radelgrimo è Corregano, vicino Salerno, come vediamo in altri due documenti datati 959.[15] CDC TEXT; CDC TEXT

Anche i missi inviati dal principe per risolvere le controversie riguardanti soprattutto le chiese sono giudici, come vediamo nel 942 in occasione di un vicariato fatto dall’episcopio salernitano, dove un Dauferio giudice è indicato come missus regis.[16] CDC TEXT Questo fu inviato dal principe per decidere sul trasferimento di una proprietà della Chiesa ad un privato. La sua presenza era stata richiesta dal vescovo Pietro, riunitosi con Odelchis diacono e vicedomino, Truppoaldo avvocato ed il clero dell’episcopio. La posizione del missus nei confronti degli organi decisionali della Chiesa è rispecchiata dalla disposizione delle firme dei sottoscrittori: firma per primo il vescovo, seguito da Maio vicedomino e Dauferio giudice. Solo dopo la firma del giudice compaiono Odelchis e Truppoaldo.[17] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT  Egli dunque presenzia al fianco dei vertici della chiesa salernitana per garantire la veridicità dell’atto in nome del principe, nel rispetto del mundio cui era soggetto l’episcopio.

Il giudice può dunque essere un agente amovibile, attraverso il quale i principi longobardi conservano il loro ruolo di garanti e fanno della giustizia un’espressione diretta del loro governo.[18]

Il giudice testimonia e sentenzia in atti pubblici e privati, mentre le altre figure istituzionali compaiono solo nei giudicati.[19] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Con l’affermazione di queste figure specifiche, passano in secondo piano gli astanti, quei nobiliores homines che non sembrano avere alcun ruolo attivo nella pratica giudiziaria.[20] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Dalla metà del X secolo non sembra più essere necessaria neanche la loro sottoscrizione agli atti, tant’è che si riduce notevolmente il numero delle firme in coda al documento, sino a scomparire del tutto lasciando solo la sottoscrizione del giudice, a testimoniare che lui solo era espressione della giustizia.

Nei primi decenni che vedono l’evoluzione della figura del giudice, la giustizia continua ad essere esercitata da singoli funzionari, come i gastaldi e più tardi gli sculdasci entrambi accompagnati solo da nobiliores homines.[21] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Infatti, mentre i gastaldi di Salerno sembrano del tutto estromessi dalle funzioni giuridiche da questa nuova classe di funzionari specializzati, in centri periferici come Nocera i gastaldi non hanno mai smesso di esercitare le attività attribuite loro dal titolo ricoperto.

In questa circoscrizione, infatti, sia gli atti pubblici sia quelli privati, si tengono prevalentemente in presenza di soli gastaldi.[22] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Questi ultimi esercitavano un controllo territoriale con ampi poteri delegati loro dal principe e come massima autorità del luogo, a loro competeva anche l’esercizio della giustizia. Per i casi più controversi però, secondo la Taviani, demandavano la sentenza definitiva agli specialisti, i giudici di Salerno.[23]CDC TEXT

Salerno vede una maggior concentrazione di giudici rispetto alle altre località del principato. I tribunali erano istituiti nel sacro palazzo della capitale e presieduti dai giudici. Il giudice salernitano esercita con grande autonomia, non avendo bisogno della presenza di altri funzionari o di testimoni. La sua autorità gli era conferita direttamente dal principe e segno di tale legame è proprio il palazzo, residenza del dominus, già da solo simbolo dell’autorità pubblica.

Presiedere alle funzioni giuridiche nel sacro palazzo non richiedeva cariche più complete o poteri più vasti come quelli del gastaldo. Il giudice opera in un solo settore in cui è specialista, dà voce alla volontà del principe, custode delle leggi longobarde e delle consuetudini del luogo, al sicuro dall’incertezza della politica meridionale.

I principi della prima dinastia sembrano ben consapevoli dell’importanza del formalismo giuridico, per questo favoriscono la separazione della funzione giuridica da quelle amministrative e militari, creando un ceto di agenti specializzati, forse per sottrarre il primato giuridico al potere delle famiglie aristocratiche ormai radicate nei distretti del principato.[24]

Un tentativo dunque da parte della dinastia Dauferida di avviare una centralizzazione del potere attraverso un personale specializzato alle dirette dipendenze del principe, così da rafforzare il potere del palazzo su quello dei vari gastaldi e conti, sempre più autonomi dalle direttive principesche. Intento che però rimase limitato alla sola capitale e alla zona circostante, mentre i gastaldi continuarono ad esercitare la funzione giuridica affiancandola al potere territoriale, come mostra il caso del gastaldo di Nocera.

I rapporti di fedeltà

L’Italia meridionale longobarda sembra essersi sottratta oltre che alla diretta dominazione carolingia anche alle innovazioni da questa apportate nella sfera dei rapporti clientelari, come il vassallaggio. Questo istituto, diffusosi nel mondo franco nell’VIII secolo, era divenuto uno strumento di dominio politico anche nell’Italia settentrionale conquistata dall’esercito di Carlomagno. Esso consisteva in una volontaria forma di sottomissione, o commendatio, prestata da un uomo libero ad un altro socialmente più forte. Quest’ultimo, il senior, si impegnava a fornire protezione ed aiuto economico al commendato socialmente più debole, per averne in cambio obbedienza e servizi. Il servizio, sempre più finalizzato all’esercizio delle armi, si accompagnava spesso a benefici di natura fondiaria, in godimento vitalizio, soggetti a restituzione in caso di rottura del vincolo clientelare.[25]

Nell’Europa carolingia tale rapporto vassallatico-beneficiario fu applicato a tutti i livelli sociali, anche ai più alti, e correlato da complesse cerimonie rituali, mentre nel Mezzogiorno longobardo, non soggetto alla dominazione franca, tale istituto non sembra essersi radicato. A confermare l’estraneità dell’istituto carolingio nel Mezzogiorno longobardo è la latitanza dei termini appartenenti alla sfera vassallatico-beneficiaria nelle fonti meridionali. Infatti, nelle carte cavensi, il termine vassus compare in una sola occasione, nell’874, attribuito ad un tal Walperto, che si riconosce “bassallo” del principe Guaiferio I per il quale funge da mediatore in una compravendita.[26] CDC TEXT La testimonianza dell’esistenza di tale titolo nel principato di Salerno, sembra coincidere con gli anni in cui l’influenza franca nel Mezzogiorno fu più sentita grazie alla presenza di Ludovico II, impegnato contro i Saraceni. Il ventennio che vide l’imperatore franco come potente alleato dei principati longobardi contro il comune nemico, determinò probabilmente l’introduzione di regole precise nella sfera dei rapporti clientelari, come sembrerebbe indicare la carta. Ma la morte dell’imperatore franco ed il rinnovato interesse della politica bizantina per l’Italia meridionale, allontanarono definitivamente il Mezzogiorno dall’influenza carolingia e dai suoi rapporti verticali.

Il sistema clientelare su base patrimoniale, che nel resto della penisola di tradizione longobarda aveva sostituito i più fluidi rapporti di gasindiato, non riuscì a sostituirsi alle forme di solidarietà ed amicizia che sembrano alla base dei rapporti interpersonali nelle regioni rimaste longobarde. Dalla lettura delle fonti letterarie meridionali, il potere del principe di Salerno appare piuttosto fondato su rapporti simmetrici, stretti dentro e fuori i confini della familias, non iscritti in una precisa gerarchia istituzionalizzata. Lo stesso termine vassallo, assente nella raccolta cavense dopo la morte di Ludovico II nell’875, è concepito, come estraneo alla cultura longobarda nelle cronache del tempo. Il monaco Erchemperto, nella sua Historia Langobardorum Beneventanorum, utilizza il termine vassus un’unica volta per indicare gli uomini armati del gastaldo dei Marsi, da lui ritenuti Franchi, non associandolo invece mai a uomini longobardi.[27] L’autore potrebbe quindi conoscere il significato del termine e farne uso solo in contesti specifici, mentre l’anonimo autore del Chronicon Salernitanum, che scrive alla fine del X secolo, non lo usa affatto nel descrivere le relazioni della società salernitana che sembra ben conoscere.[28] Quindi, nonostante l’insufficiente documentazione per definire la natura dei rapporti clientelari nel meridione longobardo, il silenzio delle fonti, lascia pensare che nei principati del Mezzogiorno le relazioni interne al ceto egemone non fossero improntate sul rigido schema carolingio, ma su più labili forme di devozione personale. Rapporti sfumati e non ben identificabili, sono soprattutto quelli che legano il principe ai suoi uomini di fiducia, come coloro che abbiamo visto al fianco del principe Guaiferio I, ancor prima che usurpasse il potere nel principato.

La difficoltà di individuare con precisi contorni i legami che intercorrevano tra Guaiferio ed il gruppo di uomini che lo circonda risiede in primo luogo nella natura privata della documentazione, poco adatta ad uno studio di questo tipo. Un aiuto può essere fornito dalla lettura di alcuni passi del Chronicon Salernitanum, in cui il termine fideles è utilizzato per indicare uomini vicini al principe, come nell’unica testimonianza della raccolta cavense.[29] CDC TEXT

Nel Chronicon i fideles si possono identificare con coloro che prestano un giuramento al loro signore, il principe, in virtù del quale siedono accanto a lui durante i banchetti, cavalcano al suo fianco nelle partite di caccia, vendicano le sue offese e lo consigliano nei momenti difficili. Così, ad esempio, il principe Siconolfo, cum suis non paucis fidelibus, si recò a caccia nel campo di Carvarica, ma dopo essere stato colto da malore chiamò intorno a sé tutti i maggiorenti per raccomandare il proprio figlio, e si rivolse loro chiamandoli mei fideles meosque consanguineos.[30] Chron. Sal. Anche il principe Guaiferio I, appreso dell’arrivo di Ludovico II, chiamò a consiglio fideles et consanguineis, per decidere come comportarsi con l’imperatore, ai cui occhi Guiferio era solo un usurpatore.[31] Chron. Sal.

Anni dopo, leggiamo ancora, il principe Guaimario II, uscendo dalla capitale diretto verso il gastaldato di Avellino, si fece scortare dai propri fideles, che non seppero però salvarlo dall’umiliante mutilazione che lo attendeva per mano del gastaldo Adelferio.[32] Chron. Sal.

Anche il figlio Gisulfo I portò con sé i propri fideles, quando si recò a Capua per incontrare l’imperatore Ottone I, e sulla via, li condusse con sé in una chiesa dove si fermò a chiedere perdono dei suoi peccati.[33] Chron. Sal.

Dunque, nei momenti più delicati per il principato di Salerno, come pure nei momenti di svago, in chiesa e fuori città, il principe è accompagnato da un ristretto gruppo di uomini, i suoi fedeli. Questi, nel racconto dell’anonimo salernitano sono spesso affiancati dai familiari del principe, i consanguinei, soprattutto in momenti particolari, come quello della successione al trono e all’arrivo dell’imperatore franco.

Fedeli e familiari nel loro insieme sono indicati dal cronista anche con il termine di optimates o proceres,[34] Chron. Sal. ma tra questi i fideles sembrerebbero costituire un’élite, un gruppo di uomini scelti dallo stesso principe per affiancarlo quotidianamente, non necessariamente coincidenti con i consanguinei. Il rapporto tra fideles e principe era verosimilmente basato su forme di lealtà personale e amicizia, senza obblighi precisi e senza sistematiche retribuzioni.[35] Il legame era sancito da un giuramento di fedeltà, detto anche foedus, termine che nella cronaca del X secolo indica rapporti bilaterali non somiglianti ai legami vassallatici, in quanto non sembrano includere l’ingaggio personale con cui si diventava uomo di un altro uomo dietro concessione di un beneficio.[36] Si tratta di legami di solidarietà probabilmente accompagnati da elargizioni in perpetuum ritagliate dal patrimonio fiscale, sempre arricchito da confische e patrimoni rimasti senza eredi. Lo stesso patrimonio della chiesa privata della dinastia, fondata da Guaiferio I pochi anni dopo l’ascesa al potere, rappresenta una sicura base fondiaria su cui costruire una rete di legami clientelari e allo stesso tempo ne costituisce il simbolo.

Il termine fideles non è attribuito dall’anonimo cronista ai soli uomini del seguito dei principi meridionali, ma in genere agli uomini vicini a tutti i signori longobardi e non, a cui è riconosciuta un autorità territoriale, quindi non solo ai principi di Salerno e Benevento e agli imperatori franchi, Carlomagno e Ludovico, ma anche a gastaldi e conti, come dimostrano i fideles di Adelferio di Avellino.[37] Chron. Sal. Segno questo della diffusione di tale rapporto clientelare a tutti i livelli del potere, anche a quello ecclesiastico, come indicato dal gruppo di fideles che circonda il vescovo Pietro.[38] Chron. Sal. Un vero e proprio seguito che ricorda il comitatus germanico, quella cerchia di guerrieri raccolta intorno ad un unico capo, legata al suo interno da amicizia e condivisione di imprese comuni, dove la verticalità del rapporto tra capo e gregario coesiste con l’orizzontalità della solidarietà tra pari, in cui il principe è il primo di un gruppo di uomini con cui condivide l’amicizia e lo stile di vita.[39]

I patti con relativo giuramento interessano anche i rapporti del principe con gli altri signori longobardi, conti e gastaldi, a cui però è richiesto un impegno maggiore a suggello delle alleanze: la consanguineitas. Lo si legge chiaramente nell’episodio riportato dall’Anonimo, relativo alla costruzione della nuova città di Sicopoli sul monte Triflisco, quando un fedele del principe Sicone osservò che non sarebbe stato possibile imporre la sudditanza ai capuani di Landolfo, senza stabilire con loro anche una consanguineità tramite matrimoni.[40] Chron. Sal.

Un altro episodio contenuto nel Chronicon, anch’esso precedente la divisione del principato Beneventano, rivela l’importanza del matrimonio, all’interno della cerchia dei maggiorentes: è il momento in cui fu acclamato principe Sicone, di origini friulane e per questo ritenuto uno straniero, nonostante anni prima gli fosse stato affidato il gastaldato di Acerenza dal principe Grimoaldo. Nel sentirlo indicare come forestiero, la moglie di Radelchi domandò il perché di tale definizione osservando che egli aveva figlie da dare in spose a uomini di Benevento, e suggerì al marito di chiederne una per il loro figlio, così da entrare nella solidarietà familiare del principe.[41] Chron Sal.

Lo strumento matrimoniale è quindi utilizzato per allargare la consanguineitas e così la base del consenso dentro e fuori il principato, mentre patti paritari e lealtà personali permettevano al principe di avere un gruppo di uomini fidati al suo fianco cui affidare la salvaguardia della sua persona ed alcune importanti funzioni istituzionali, al riparo da congiure ordite da fazioni concorrenti. La fazione nell’Italia meridionale si presenta come il maggior elemento di disgregazione interne alle regioni longobarde, in quanto nasce intorno a membri dell’aristocrazia su cui fondava il potere del principe. Questi maggiorenti, appoggiati da un gruppo di seguaci, costituiscono partiti trasversali che rompono la coesione della solidarietà con il principe perseguendo fini propri, come si è visto per lo stesso Guaiferio al momento dell’usurpazione.[42]

I conflitti interni ad un’aristocrazia imperniata su propri possessi, determinarono la frantumazione del territorio dell’antico ducato da sempre diviso in contee e gastaldati, avviando un precoce processo di formazione della signoria territoriale, come dimostra l’autonomia proclamata dal gastaldo capuano pochi anni dopo la secessione dell’849. L’affermazione del potere di alcune famiglie aristocratiche che avevano legato il potere derivato dalla forte base territoriale al prestigio e alle funzioni di cariche istituzionali fu originata dalla capacità di azione autonoma degli ottimati, da sempre caratteristica dell’instabilità del potere longobardo nella penisola.[43] Dunque, mentre nell’Italia settentrionale le istituzioni carolingie avevano inquadrato in precisi schemi giuridici i rapporti clientelari, correggendo la mancata gerarchizzazione di un potere basato sul possesso fondiario e sulle armi, nell’Italia meridionale rimasta longobarda il potere di principi e ottimati continuò ad avere una base territoriale, sfruttata per il mantenimento di seguiti armati personali, necessari all’affermazione di un potere autonomo dall’autorità centrale. La mancanza di istituti giuridici come quello vassallatico-beneficiario, contribuì dunque all’endemica bellicosità che accompagna i secoli di vita del principato meridionale e che favorì la formazione di nuove coalizioni interne ed esterne al principato stesso accelerandone la disgregazione.


[1] P. DELOGU, La giustizia nell’Italia meridionale longobarda, in La giustizia nell’Alto medioevo (secoli IX-XI), Spoleto 1997 (Settimane del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, XLIV) pp. 261-264.

[2] CDC. vol. I, n. LXVIII, anno 869.

 

[3] CDC .vol. I, n. LXVII, anno 869.

[4] Ad esempio: CDC. vol. I, n. LXXIX, anno 875.

[5] CDC. vol. I, n. LXV, anno 868; nn. LXVII, LXVIII, anno 869.

[6] CDC. vol. I, n. CXX, anno 905.

[7] CDC. vol. I, n. LXXXVI, anno 882; nn. XCII; XCIII anno 882; nn. XCVII, XCVIII; anno 882, n. CIX; anno 897.

[8] Il primo giudice incontrato nelle carte salernitane è Lambairo che non compare però nell’esercizio delle sue funzioni, ma solo come precedente proprietario di un fondo venduto nell’892. CDC. vol. I, n. CIII, anno 892.

[9] CDC. vol. I, n. CLXXIV, anno 947, n. CLXXVII; anno 949.

[10] Le leggi dei Longobardi. Storia, memoria e diritto di un popolo germanico, a cura di C. Azzara e S. Gasparri, Milano 1992, p. 109.

[11] H. TAVIANI, Le principauté lombarde de Salerne (IX-XI siècle). Pouvoir et société en Italie lombarde Méridionale, voll. I-II, Roma 1991, p. 573.

[12] CDC. vol. I, nn. CLIX, CLX anno 936; n. CLXVIII, anno 940; n. CLXX, 942; n. CLXXV, anno 947; n. CLXXXVII, anno 955; n. CXCI, anno 956; n. CXCVII, anno 956; vol. II, n. CCXIII, anno 961; n. CCXXXVII, anno 966; n. CCXLI, anno 966; n. CCLXV, anno 971; n. CCLXXII, anno 974; n. CCLXXXI, anno 975; n. CCLXXXVI, anno 975; n. CCXCVII, anno 977.

[13] CDC. vol. I, n. CXLIII, anno 925; n. CL, anno 930; n. CLV, anno 934; n. CLIX, anno 936.

[14] CDC. vol. I, n. CLXI, anno 936; n. CLXIV, anno 938; n. CLXXV, anno 947; n. CLXXXIV, anno 954.

[15] CDC. vol. I, nn. CCI, CCIII, anno 959.

[16] Fa eccezione un memoratorio del 964 rogato davanti a Siconolfo comitis palatii, in qualità di giudice a Balneo: CDC. vol. II, n. CCXXVII, anno 964.

[17] CDC. vol. I, n. CLXX, anno 942. Per altri esempi di missi inviati dal principe: n. CXXX, anno 919; n. CLXIX, anno 942; n. CLXX, anno 942; n. CLXXV, anno 947, n. CXCVII, anno 957.

[18] DELOGU, La giustizia, cit., pp. 282-283.

[19] CDC. vol. I, n. CLXXIV, anno 947; n. CLXXVII, anno 949; n. CLXXXVI, anno 954; n. CCI, anno 959; vol. II, n. CCXXII, anno 963; n. CCLXVIII, anno 972.

[20] CDC. vol. I, n. CLXXIV, anno 947; n. CLXXXI, anno 952; n. CCLIII, anno 967; n. CCLXXXVIII, anno 976.

[21] CDC. vol. I, n. CXL, anno 923; n. CXLI, anno 923 [Agella]. .Sculdais: CDC. vol. I, n. CXXXII, anno 913; n. CCLXIX, anno 972; n. CCLXXXVI, anno 975.

[22] CDC. vol. I, n. XXIV, anno 844; n. XXXII, anno 848; n. XXXVII, anno 853; n. LXVI, anno 869; n. LXXIX, anno 975; n. CLX, anno 936; n. CLXXXVI, anno 954; n. CLXXXVII, anno 955; n. CXCI, anno 956.

[23] TAVIANI, Le principauté, cit., p. 573. La studiosa identifica l’avvocato che compare in un giudizio del 947, in difesa di un abitante di Nocera davanti ai giudici salernitani, con il gastaldo Guaiferio che operava in quegli anni come giudice a Nocera. Il gastaldo secondo la Taviani si presenta nella capitale per rappresentare la sua amministrazione, in questa seconda istanza che vede l’esibizione di prove scritte prodotte durante le cause precedenti. CDC. vol. I, n. CLXXIV, anno 947.

[24] DELOGU, Il principato, cit., pp. 262-265.

[25] G. TABACCO, Egemonie sociali e strutture del potere nel Medioevo italiano, Torino 1979, pp. 149-151.

[26] CDC. vol. I, n. LXXVIII, anno 874.

 

[27] Erch., c. 62, p. 259.

[28] TAVIANI, Le principauté, cit. pp. 87-91: la studiosa identifica l’autore del Chronicon Salernitanum con l’abate Radoaldo, alla testa del monastero di Santa Maria e San Benedetto di Salerno tra il 986 ed il 990. Radoaldo, di estrazione aristocratica, discendeva, secondo la ricostruzione della Taviani, da un’importante famiglia che partecipò alla fortuna della dinastia Dauferida, condividendone al tramonto anche la cattiva sorte con l’esilio. Per una critica a tale identificazione ed in generale per una recensione dell’intero lavoro della Taviani sul principato di Salerno pubblicato nel 1991, si vedano: S. PALMIERI e M. GALANTE, Per una storiografia che dialoghi. A proposito di un libro recente sul principato di Salerno, in “Rassegna Storica Salernitana”, n.s., XI, 1994, pp. 225-242; P. DELOGU, La conquista dell’Italia meridionale come ideologia storiografica, XI\2, 1994, pp. 211-221.

[29] CDC. vol. I, n. CLXXXVII, anno 919.

 

[30] Chron. Sal., c. 92, pp. 92-93.

 

[31] Ivi, c. 105, p. 105.

 

[32] Ivi, c. 147. p. 155.

 

[33] Ivi, c. 169, p. 172.

[34] Ivi, c.9, p. 13; c. 26, p. 29; c. 27, p. 29; c.42, p. 43; c. 44, p. 46; c. 46, p. 47; c. 49, p. 50; c. 58, p. 58; c. 69, p. 66; c. 82, p. 81; c. 83, p. 83; c. 84, p. 86.

[35] MARTIN, Elements préféodaux, cit., pp. 565-566.

[36] TAVIANI, Pouvoir et solidarietés, cit., pp. 595-596.

[37] Chron. Sal., c. 147, p. 155.

 

[38] Ivi, c. 97, p. 97.

[39] F. CARDINI, Alle radici della cavalleria medievale, Firenze 1991, p. 72.

[40] Chron. Sal., c. 58, p. 58.

 

[41] Ivi, c. 54, pp. 54-55.

[42] DELOGU, Mito, cit., p. 106.

[43] TABACCO, Egemonie, cit. p. 135.

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A proposito dell'autore

Laureata con lode in Storia presso l’Università Ca' Foscari di Venezia con una tesi sulla trasformazione delle istituzioni altomedievali attraverso i documenti privati, ho di seguito conseguita la laurea magistrale in Archivistica e biblioteconomia con una tesi sulle biblioteche digitali per gli studi medievistici. Da quegli studi e quelle letture nasce il progetto di condivisione delle risorse disponibili in rete per gli studi storici.

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