Langobardia minor

Codex Legum LangobardorumIl termine Langobardia minor indica le regioni dell’Italia meridionale controllate dai Longobardi, in antitesi alla definizione di Longobardia megale con cui gli scrittori bizantini del XII secolo si riferivano al più vasto regno longobardo con capitale Pavia. Appellativi differenti per indicare territori soggetti alla stessa dominazione longobarda in due distinte zone della penisola, le cui vicende politiche si svolsero in maniera autonoma l’una dall’altra. Infatti il Ducato di Benevento, comprendente tutti i territori controllati dai Longobardi meridionali, presentò sin dai primi anni di vita una spiccata autonomia mantenendola dopo il 774, data della conquista franca del Regnum Langobardorum.

La distanza che divideva il Sud longobardo dalla capitale Pavia fu certo un fattore determinante per lo sviluppo delle peculiarità meridionali presenti nel Beneventano la cui storia, all’indomani della caduta del regno, fu complicata al suo interno da guerre civili e scorrerie saracene, mentre, al di fuori dei suoi confini, le contese tra Impero franco e Impero bizantino rappresentarono una continua minaccia.

Le rivendicazioni delle terre occupate dai Longobardi da parte dei due imperi, se da un lato costituirono un pericolo per il ducato meridionale, dall’altro ne garantirono la sopravvivenza per oltre tre secoli dalla cacciata dell’ultimo re longobardo. Il ducato di Benevento divenne allora, almeno in teoria, la patria di tutti i Longobardi ed il suo duca il loro rappresentante, in nome di un sentimento nazionalistico che da sempre aveva caratterizzato la cosiddetta Longobardia minore. Forte della sua posizione strategica, essa seppe sfruttare a proprio vantaggio le complesse vicende politiche del tempo, inserendosi ora a fianco dell’uno ora dell’altro al solo fine di mantenere la propria indipendenza.

Se il ducato, poi principato, beneventano riuscì a sottrarsi alla dominazione carolingia e a quella bizantina, non fu invece in grado di frenare la frantumazione del suo territorio. Esso si divise inizialmente in due tronconi, con la nascita del Principato di Salerno, dal quale subito dopo si separò la Contea di Capua. In seguito, la progressiva autonomia concessa ai poteri comitali favorì un’ulteriore frammentazione dell’antico ducato, mentre gli imperatori bizantini riorganizzavano i territori sottratti all’occupazione longobarda in Catepanati, estendendo i più antichi Temi.

 

da La Societa' della Langobardia minor nei secoli VIII - X: l'esempio di Salerno,
Stefania Manni

 

Salerno longobarda

Salerno, ricordata nel VII secolo come castrum,[1] assunse il ruolo di capitale dell’omonimo principato dopo la divisione dell’antico ducato di Benevento nell’849.

Le notizie del castro romano prima di questa data sono poche e contraddittorie. Paolo Diacono elenca Salerno tra le opulentissime urbes della Campania al momento della conquista longobarda, anche se questa era forse la situazione che si presentò ai suoi occhi quando raggiunse Benevento con il suo signore Arechi II (758-787).[2] PD. HL TEXT Al contrario, Procopio di Cesarea disegna un quadro drammatico della situazione di abbandono e miseria in cui versavano le campagne dell’Italia meridionale dopo la rovinosa Guerra gotica (535-559) di cui egli stesso fu testimone.[3]

Qualche notizia più precisa si ha solo dopo il 774, anno in cui iniziarono i lavori arechiani destinati a cambiare il volto del luogo. L’allestimento dei cantieri salernitani segue di qualche anno l’attività edificatoria già avviata da Arechi II nella capitale Benevento. Gli interventi nei due centri sono analoghi: la costruzione di un palazzo, di una chiesa e di mura difensive. A Salerno per queste ultime fu sfruttato lo scheletro dell’antica fondazione romana, all’origine forse della scelta del sito da parte del duca beneventano. La tesi della città fortezza è inaugurata da Erchemperto, che attribuisce l’iniziativa arechiana alla preoccupazione di un’aggressione franca contro il ducato meridionale. Questa, infatti, secondo il cronista, determinò la scelta di un sito già dotato di difese e con una via di fuga verso il mare.[4] ERCH. TEXT

Effettivamente tale fu la sua funzione all’indomani della caduta del regno longobardo nelle mani di Carlomagno, quando, nel 786, Arechi II ed il suo seguito si rifugiarono nella nuova fondazione alla notizia della spedizione meridionale del sovrano carolingio.

Nel mutato contesto ideologico e politico, dominato dalla caduta del regno e dall’assunzione della dignità principesca da parte di Arechi, la costruzione del palatium e della chiesa di San Salvatore potrebbero però far parte di un progetto più ampio che non il semplice restauro di una fortezza, come conferma la stessa chiesa voluta da Arechi II nel momento in cui accolse la sua salma e quella del suo primogenito. Una chiesa palatina, quindi, quella di San Salvatore di Salerno, che induce ad attribuire ad Arechi II la volontà di dare una nuova capitale alla sua progenie, destinata nei suoi progetti a governare il nuovo principato.[5]

 Salerno capitale

Salerno centro storicoIl primo principe di Salerno, all’indomani della divisione del principato voluta da Ludovico II, fu Siconolfo (847-849). Egli stesso chiese l’aiuto del re d’Italia tramite il cognato Guido, conte di Spoleto, da tempo nell’orbita franca. Ludovico intervenne nell’849, ponendo fine a dieci anni di lotte interne al principato longobardo che avevano aperto la strada alle scorrerie arabe, chiamate inizialmente dalle due fazioni per rafforzare i propri eserciti. La perdita del controllo sulle truppe di mercenari musulmani spinse i due contendenti a richiedere l’intervento del re franco come super partes, per porre fine allo sfacelo causato dallo scisma politico della Langobardia minor, che nell’846, aveva investito anche i territori soggetti all’autorità pontificia con il sacco delle chiese dei SS. Pietro e Paolo fuori Roma.[6]

I dieci anni (839-849) in cui si consumò il conflitto per la successione al principato videro l’affermarsi di Salerno come centro politico. Il palazzo e le mura arechiane, che avevano dato al castrum dignità di città, furono popolate da una parte dell’aristocrazia beneventana che alla morte del principe Sicardo (832-839) non riconobbe come proprio rappresentante Radelchi, il tesoriere del principe defunto. Questa parte di aristocrazia, fedele al principio ereditario del potere, si rivolse allora a Siconolfo, fratello di Sicardo, esiliato a suo tempo dallo stesso principe che vedeva in lui una minaccia per la reggenza.

Una volta riconosciuto come principe di Salerno da Ludovico II, Siconolfo associò al potere il proprio figlio Sicone, affermando il diritto dinastico anche nella nuova capitale.

La prematura scomparsa di Siconolfo, avvenuta lo stesso anno, lasciò il principato nelle mani del suo giovane erede, sotto la tutela del padrino Pietro, come si legge nell’intestazione delle carte cavensi tra il marzo dell’852 ed il maggio dell’855. In questi anni il rector Pietro, pur non usurpando il potere del piccolo principe, manovrò abilmente, sino ad associare al trono il figlio Ademario, come dimostra la documentazione relativa agli anni 854 e 855 in cui compaiono i nomi dei tre reggenti. Solo dall’856 figurano gli anni di governo del solo Ademario il cui principato fu riconosciuto dall’imperatore franco, lo stesso Ludovico II che solo sette anni prima aveva legittimato il governo di Siconolfo.

Il nuovo principe di Salerno, nell’861, tentò di affermare il primato della propria famiglia anche all’interno delle istituzioni ecclesiastiche nominando vescovo il fratello Pietro senza alcuna elezione, scatenando così la reazione degli oppositori interni.[7] Infatti, proprio le eccessive ambizioni accentratrici di Ademario ne dettarono l’assassinio avvenuto quello stesso anno per mano di alcuni nobili salernitani.

 

 


 

[1] P. DELOGU, Mito di una città meridionale (Salerno sec. VIII-XI), Napoli 1977, pp. 36-38.

[2] PD. HL, l. II, c.17.

[3] PROCOPIO di CESAREA, La guerra gotica, a cura di D. Comparetti, voll. I-III, Roma 1895-1898 (Fonti per la storia d’Italia), l. II, c. 3.

[4] Erch., c. 3, p. 243: “ et ut ita dicam Francorum territue metu, inter Lucaniam et Nuceriam urbem munitissimam et praecelsam in modum tutissimi castri idem Arichis opere mirifico extruxit, que propter mare contigum, quod salum appellatur, et ob rivum qui dicitur Lirinus ex duobus corruptum vocabulis Salernum appellatur, esset scilicet futurum praesidium principibus superadventate exercitu Beneventum”.

[5] DELOGU, Mito, cit., pp. 36-40. Nella scelta del sito è certo da considerare la posizione di Salerno rispetto alle strade romane, in particolare la via Annia, che attraversava tutto il principato da Eboli a Reggio, e la strada per Agropoli, che nell’VIII secolo era un porto trafficato dalle navi greche.

[6] M. SCHIPA, Storia del principato longobardo di Salerno, in F. HIRSCH-M. SCHIPA, La Longobardia meridionale. Il ducato di Benevento. Il principato di Salerno, a cura di N. Acocella, Roma 1968, pp. 105-108.

[7] SCHIPA, Storia del principato, cit., p. 121.  

 

Prassi del potere

La storiografia interessata agli sviluppi politici e istituzionali della Langobardia minor ha raramente riconosciuto un legame familiare tra coloro che occuparono la carica di duca, poi di principe, nel potentato beneventano. Le vicende politiche interne al ducato tra VIII e IX secolo sembrerebbero così solo un caotico susseguirsi di nomi e alleanze tra potenti, senza un filo conduttore se non l’avidità di potere dell’aristocrazia longobarda. A ben vedere però in questi limiti temporali della storia beneventana sono rintracciabili due distinte linee dinastiche principali che si succedono.

La prima dinastia beneventana

La prima fu quella di Arechi I (590-758) che sopravvisse alla morte di Aione, suo unico figlio, attraverso la successione dei “figli adottivi”, i friulani Radoaldo e Grimoaldo, indicati dallo stesso capostipite in punto di morte come suoi eredi.[1] PD. HL TEXT

Il primato della dinastia cominciò a vacillare a partire dalla morte di Romualdo II, figlio del friulano Grimoaldo, a causa della giovane età del successore, Gisulfo, che aprì le porte alle usurpazioni del trono da parte degli uomini di palazzo. La dinastia che faceva capo ad Arechi I, superò le crisi interne di questi anni solo grazie agli interventi del re di Pavia Liutprando, il quale, anni prima, si era legato alla dinastia beneventana dando in sposa la propria nipote Guntberga al duca Romualdo II.[2]

Liutprando intervenne in favore del nipote Gisulfo II una prima volta nel 733, per spodestare un tale Audelais (731/2), che nel frattempo aveva usurpato il trono al discendente di Arechi I, e sostituirlo con un altro suo nipote, Gregorio (732-739/40), mentre il piccolo Gisulfo veniva condotto a Pavia. Un secondo intervento del re si ebbe alla morte di Gregorio, quando il potere fu nuovamente conteso dalla fazione che raccoglieva i consensi dei funzionari di palazzo, ora raccolti intorno al loro candidato Godescalco (739-740/42). Questa volta però Liutprando restituì il trono al legittimo erede ormai in età adulta, sicuro della riconoscenza di quest’ultimo.

A Benevento, il giovane duca, godeva ancora dell’appoggio dei suoi fedeli,[3]PD HL TEXT certo gli stessi che anni dopo appoggiarono la sua vedova, la principessa Scauniperga, nel ruolo di tutrice del figlio Liutprando, duca di Benevento dal 751. La tenera età dell’erede del duca Gisulfo II diede nuovamente l’occasione di interferire con la linea dinastica del primo Arechi ai cortigiani beneventani, che sostituirono la regina madre con uno di loro, Giovanni gastaldo e referendario.[4]

 La seconda dinastia beneventana

La prima dinastia fu soppiantata definitivamente dall’intervento di un altro re longobardo, Desiderio, il quale punì la disinvolta politica anti-pavese condotta dal referendario Giovanni, insediando il genero Arechi II come duca di Benevento.[5]

Il nuovo duca, principe dal 774, pose le basi per la seconda dinastia utilizzando, come la prima, uomini vicini alla famiglia in mancanza dell’erede di sangue. E’ il caso di Sicone, creatura di Arechi II, che nell’817 si pose di fronte ai maggiorenti come alternativa al potere del palazzo, rappresentata in quel momento dal tesoriere usurpatore Grimoaldo IV, sul trono dall’806.[6]Chron. Sal.

Assassinato l’usurpatore, Sicone divenne duca proprio in ragione della familiarità con la linea principesca di Arechi II, come è ricordato nel suo epitaffio.[7]

Nell’848, con la morte del figlio di Sicone, il principe Sicardo, cadde anche la seconda dinastia beneventana ed il potere fu conteso da altri due uomini di corte, Radelchi ed Adelchi. La vittoria del primo fu all’origine della guerra civile che portò alla divisione del principato.

 Il principio dinastico

Da questa rapida ricostruzione dei fili principali della storia del ducato, poi principato di Benevento, il potere sembra legittimato dall’appartenenza ad un gruppo socialmente definito, la famiglia del principe.

La successione pare dunque regolata dal principio dinastico cui partecipano i figli adottivi per supplire alla mancanza degli eredi diretti. Un diritto scontato quello di sedere sul trono per i discendenti del duca, tanto da non dover essere confermato dal reggente in vita. La regola viene tradita dall’unica eccezione rappresentata dall’episodio in cui Arechi I indica come suoi eredi i due ospiti friulani, ma la parola del duca è in questo caso necessaria perché si tratta di scavalcare il figlio naturale ancora in vita. Necessaria ma non sufficiente a convincere quel “popolo” che sembra rispettare solo l’ordine di legittimità per la successione al trono e per ciò acclamò duca Aione, il figlio naturale di Arechi, nonostante fosse demente, e solo dopo la sua morte riconobbe gli uomini indicati dal duca morente.

Dunque già dalla metà del secolo VIII sono presenti delle regole che determinano la successione al potere nel ducato beneventano. Tale condizione favorì la creazione di un’organizzazione statale imperniata sulla figura del duca. Intorno a lui ruotavano funzionari impegnati, a vari livelli, nella gestione burocratica e amministrativa del ducato che sembrano entrare in scena solo quando il potere dinastico si indebolisce, cioè quando il potere legittimo è nelle mani di bambini. Assistiamo così alle prese di potere di agenti del palazzo, soprattutto tesorieri, una carica che consentiva l’accesso alle casse del ducato e che certo facilitava l’arruolamento di alleati.[8]

È evidente dunque che il potere antagonista del duca era rappresentato dal ceto burocratico, cioè da coloro che popolavano il palazzo nell’esercizio delle loro funzioni pubbliche, uomini in grado di raccogliere intorno a sé consensi sufficienti a governare.[9] Il potere di questi ultimi fu inizialmente favorito dallo stesso duca che fece dei funzionari di palazzo gli unici beneficiari delle sue elargizioni, considerandoli come gli elementi più preziosi del ducato, tanto da trasformarli in un pericolo per la continuità dinastica ducale, almeno fino alla metà del IX secolo.[10]

Probabilmente siamo di fronte ad una prima sperimentazione dell’apparato amministrativo che lascia troppo spazio ad alcuni individui, permettendo loro di affermare un potere personale all’ombra del publicum. La correzione di tale meccanismo è evidente nella seconda metà dello stesso secolo, quando la carica di tesoriere fu assegnata ai soli consanguinei e le funzioni pubbliche ad uomini fidati.

 Prassi del potere da Benevento a Salerno

Ammesso il legame tra Sicone e la seconda dinastia beneventana si dovrà riconoscere il trasferimento di questa nel nuovo principato di Salerno. Qui, infatti, i maggiorenti beneventani che non riconoscono Radelchi come loro principe acclamarono Siconolfo, il secondo figlio di Sicone, liberandolo dall’esilio cui lo aveva costretto il fratello. Una scelta dettata dal diritto di sangue, tradito solo pochi anni dopo da colui che avrebbe dovuto tutelarlo, Pietro rector del piccolo erede di Siconolfo. Questo infatti, già dall’854, cercò di imporre un proprio lignaggio associando al trono il figlio Ademario.

Intanto la bicefalia del ducato, nata in seguito all’acclamazione di Siconolfo, vide il coinvolgimento di due famiglie beneventane destinate ad influenzare la genealogia dell’intera Langobardia minor.

Si tratta di due stirpi discendenti da due Dauferio, distinti dai soprannomi di “il Profeta” e di “il Muto o Balbo”, legate tra loro al tempo di Sicardo dal matrimonio di Roffrit, figlio di Dauferio il Profeta, ed una figlia del Muto. Roffrit divenne una figura di spicco all’interno del sacro palazzo di Benevento ricoprendo l’ambita carica di tesoriere durante la reggenza di Sicardo e trasmettendola poi al figlio Adelchi, lo stesso che troviamo con Radelchinella contesa dell’839 per il titolo di principe di Benevento.

Forse con Adelchi era schierata anche la famiglia del Muto in ragione della parentela incarnata dal giovane. Questo spiegherebbe la divisione delle due consorterie dopo la sua morte. Infatti, da quel momento la famiglia di Dauferio il Muto pose la sua base per nuove imprese a Salerno, già residenza preferita dell’ultimo principe Sicardo. Qui si riunì con altri consanguinei intorno a Siconolfo, mentre Roffrit e tutta la famiglia del Profeta rimasero a Benevento. Nell’antica capitale la progenie del Profeta sembra giocare un ruolo primario nelle lotte per il potere ancora nel 900, quando un gruppo di partigiani discendenti da Roffrit e Pottelfrit aiutarono Antenolfo di Capua ad impadronirsi del principato.[11] A Salerno invece la famiglia del Muto arrivò al potere con uno dei suoi cinque figli, Guaiferio, principe nell’861, e lo mantenne fino al 977.

Guaiferio si impossessò del trono sbalzandone Ademario e, dopo un primo tafferuglio con il nipote Dauferio, riuscì ad insediare il suo lignaggio nel palazzo di Salerno.[12]Chron. Sal.

La permanenza del potere nelle mani degli eredi del nuovo principe di Salerno è anche qui regolata dal diritto dinastico e si mantenne nell’associazione al trono del primogenito. L’originalità della successione salernitana rispetto a quella beneventana non riguarda dunque la scelta del candidato, che ricade sempre su di un erede maschio naturale o adottato che sia, ma l’associazione al trono dei primogeniti. Con la primogenitura furono superate le lotte di fazione che avevano caratterizzato la politica del ducato beneventano portandolo alla divisione dell’849 e fu affermata la continuità di una linea dinastica che trovava consensi da parte di un’aristocrazia di nuova formazione, come era quella salernitana all’indomani della Divisio ducatus.

La fortuna della casata di Guiferio I è inoltre da attribuire alla presenza di eredi adulti, cosa che abbiamo visto mancare a Benevento, e dal rispetto delle regole dinastiche all’interno della famiglia stessa, tra i figli cadetti che mai attentarono al potere politico del fratello, accontentandosi di partecipare al potere con importanti funzioni pubbliche come quella di tesoriere.[13] Ma il successo della prima dinastia salernitana è certo da attribuire in primo luogo alla complessa struttura di solidarietà e parentele che costituì la base del potere dei Dauferidi, rappresentata dalla chiesa privata di San Massimo Confessore.

 Il seguito di Guaiferio

Dal momento in cui Guaiferio rientra dall’esilio, nell’852, sembra circondato da un gruppo di uomini a lui legati, i quali sottoscrivono di proprio pugno i documenti che lo riguardano. Alcuni di loro appartengono all’amministrazione del rector Pietro, come Sico e Ragimberto referendari, e come del resto lo stesso Guaiferio che ricopre la carica di conte.[14]CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

L’attenzione si deve però concentrare su coloro che non presentano alcun titolo, ma che continuarono a figurare tra i testimoni di Guaiferio una volta divenuto principe. Prendiamo ad esempio Gaido e Pietro che nell’856 sottoscrivono un’offerta di terra fatta da un abitante di Barbattiano al conte Guaiferio; o Benedetto e Sicardo, presenti al fianco del futuro principe sin dal suo primo acquisto in territorio salernitano.[15]CDC TEXT ; CDC TEXT; CDC TEXT Questi presenziarono anni dopo alla fondazione della chiesa privata di Guaiferio, a capo del principato da sette anni.[16]CDC TEXT

La loro presenza alla nascita della chiesa dinastica è da interpretare come testimonianza dello stretto legame tra Guaiferio I e questo gruppo di uomini che lo circonda. Il principe sembra non rinunciare mai alla loro compagnia. Vediamo, infatti, che alla stipula degli atti notarili riguardanti il principe, la presenza del gruppo più sopra individuato coincide con l’effettiva presenza di Guaiferio. Quando egli manca, come in due transazioni private condotte in sua vece da Walfuso, figlio di Walfrido, nessuno degli uomini visti altrove intorno a lui sottoscrive il documento.[17]
CDC TEXT; CDC TEXT

Gli uomini riconducibili a questa cerchia di “accompagnatori”, sono forse da identificare con i fideles di Guaiferio,[18]CDC TEXT che nelle fonti letterarie costituiscono il consilium del principe al fianco dei consanguinei.[19]Chron. Sal.

Durante il governo di Guaiferio alcuni di loro ricoprirono un ufficio pubblico:

 I fideles

Benedetto, figlio di Attione, compare nell’868 con il titolo di gastaldo e giudice in occasione di un’offerta di beni destinata al principe.[20]CDC TEXT Nell’869 Benedetto gastaldo, rappresenta la principessa Landelaica in un giudicato davanti ad altri fedeli del principe, qui in veste di gastaldi e giudici.[21]CDC TEXT

Sicardo, gastaldo e giudice, già in coppia con Benedetto nell’868, presenzia a più atti pubblici in funzione del suo titolo e come testimone.[22]CDC TEXT, CDC TEXT; CDC TEXT 

Il caso di Pietro, è più difficile da seguire per la diffusione del nome all’epoca trattata che può facilmente indurre a confondere i tanti omonimi. Paolo Delogu propone di riconoscere il Pietro che spesso compare tra i sottoscrittori in Pietro marephais, il cognato di Guaiferio ricordato da Erchemperto, il che spiegherebbe ad un tempo la continuità delle sue mansioni nella pubblica amministrazione, tra il governo di Pietro e quello di Guaiferio, oltre alla presenza tra i domini di San Massimo.[23]CDC TEXT;CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Altri uomini appartenenti alla cerchia di Guaiferio si ripetono solo nelle file dei sottoscrittori, come Grimoaldo, presente dall’852 all’874 e Radelchis dall’853 all’869. Gaido testimonia in alcuni documenti riguardanti Guaiferio o la sua famiglia.[24]CDC TEXT; CDC TEXT Sebbene egli non sembri ricoprire alcun ruolo all’interno della pubblica amministrazione, in quanto non è mai definito gastaldo o giudice, è certa la sua vicinanza alla famiglia principesca dal momento che presenzia in alcuni documenti fondamentali per la storia della dinastia, come la ricordata fondazione della Chiesa di San Massimo e la sua libertà dall’episcopato.[25]CDC TEXT; CDC TEXT

Alcuni, come Lando e Dauferio, compaiono più tardi rispetto ai primi, ma subito accompagnati da titoli pubblici. Lando si firma come gastaldo nel documento che fissa le volontà di Guaiferio per la sua chiesa. Nella stessa rosa dei sottoscrittori di questo importante atto, egli è l’unico che aggiunge il titolo al suo nome. Probabilmente Lando è da identificare con Landenolfo gastaldo, che nel 903 sottoscrive un altro diploma, questa volta del principe Guaimario, per l’offerta fatta a San Massimo dal presbitero Angelo.[26] CDC TEXT

Un anno dopo Landenolfo gastaldo, sottoscrive al fianco dei figli di Guaiferio la nomina del nuovo abate di San Massimo Confessore. Quest’ultimo documento testimonia la vicinanza di Lando alla famiglia del principe. Egli era probabilmente un consanguineo, forse un parente della consorte capuana di Guaiferio, mentre Dauferio era il figlio del principe, come sappiamo dalla stessa carta. Dauferio, come Lando, si firma con il titolo di gastaldo nelle file dei sottoscrittori.[27]CDC TEXT Entrambi sono funzionari pubblici con il diritto di qualificarsi tali in ogni occasione, anche in quella della semplice testimonianza.

Gli esempi di Lando e Dauferio non devono però indurre a credere che il seguito del principe fosse costituito da soli parenti. I fideles, infatti, non sono da confondere con i consanguinei, seppure entrambi ricoprano ruoli istituzionali. Essi costituiscono un gruppo di persone legate al principe da amicizia e solidarietà, in virtù delle quali condividono con lui la quotidianità, dentro e fuori il palazzo. Tutti insieme rientrano nell’intento del principe di consolidare e mantenere il potere appoggiandosi ad uomini fidati, i compagni di lunga data, al fianco dei parenti più prossimi.

 


 

 

[1] PD. HL, l. IV, c. 43, “…quasi proprios filios…”.

[2] F. HIRSCH, Il ducato di Benevento, in F. HIRSCH-M. SCHIPA, La Longobardia meridionale (570-1077). Il ducato di Benevento. Il principato di Salerno, a cura di N. Acocella, Roma 1968, pp. 47-53.

[3] PD. HL, l. VI, c. 57, pp. 239-240.

[4] S. GASPARRI, I duchi longobardi, Roma 1977, pp. 97-98.

[5] HIRSCH, Il ducato, cit., pp. 77-86.

[6] Chron. Sal., c. 42, p. 42-45. Sicone esule da Spoleto, di origine nobile forse proveniente dal Friuli, arrivò alla corte di Arechi II con l’intento di raggiungere il porto di Otranto, l’ospite lo persuase a trattenersi nel suo ducato concedendogli il gastaldato di Acerenza.

Il figlio di Arechi muorì un anno prima di lui.

[7] DELOGU, Il principato di Salerno, cit., p. 241.

[8] Sono tesorieri Audelais, Godescalco, Grimoaldo IV e  Adelchi.

[9] S. GASPARRI, Il ducato e il principato di Benevento, in Storia del Mezzogiorno, Il Medioevo, vol. II, tomo I, diretta da G. Galasso e R. Romeo, Napoli 1988, pp. 105-106.

[10] J. M. MARTIN, Eléments préféodaux dans les principautés de Bénévent et de Capoue (fin du VIII siècle- début du XI siècle): modalités de privatisation du pouvoir, in Structures féodales et féodalisme dans l'occident méditeranéen (X-XI sec.), Bilan et prospectives de recherches, Roma 1980, p. 569. Fino alla metà del IX secolo, i principi infatti conferiscono loro la piena proprietà su terre appartenenti al fisco, come ricompensa del lavoro svolto nella pubblica amministrazione. L’importanza di questi donativi, secondo Martin, non risiede tanto nel fondo di cui si spoglia il principe, non a caso scelto tra i più periferici del patrimonio demaniale, quanto nel fatto che gli agenti di palazzo sono gli unici a ricevere doni dal duca.

[11] H. TAVIANI, Pouvoir et solidarietes dans le principauté de Salerne à la fin du X siecle, in Structures féodales et féodalisme dans l'occident mediterraneen (X-XIII siecls). Bilan et perspective de recherches, Roma 1980, p. 592.

[12] Chron. Sal., c. 101, pp. 102-103.

[13] H. TAVIANI, Le pouvoir princier à Salerne jusq’à l’arrive des Normands, in “Rassegna storica salernitana”, II/1 giugno 1985, pp. 12-14.

[14] CDC. vol. I, n. XXXV, anno 852; n. XXXVI, anno 853; n. XLVI, anno 856.

[15] CDC. vol. I, n. XLV, anno 852; n. XXXV, anno 852; n. XXXVI, anno 853.

[16] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868.

[17] CDC. vol. I, n. LII, anno 857; n. LVIII, anno 859.

[18] Questo termine non trova riscontro nelle carte cavesi se non nell’unico caso del 919 in cui Radoaldo si definisce “nobilem et fidelem vestrum”, riferito al principe Guaimario CDC. vol. I, n. CXXXVII, anno 919.

[19] Chron. Sal., c. 39, p. 40; c. 105, p. 105.

[20] CDC. vol. I n. LXV, anno 868.

[21] CDC. vol. I, n. LXVII, anno 869. Con il titolo di gastaldo si qualifica anche per una compravendita dell’890 a cui partecipa in veste privata, per la vendita di una sua proprietà in Agella acquistata anni prima da un certo Lupo. La presenza di alcuni uomini del seguito del principe, come Gaido o Lando, tra i sottoscrittori di questa cartula privata dimostra la coesione all’interno del gruppo per la reciproca assistenza negli affari privati.

[22] CDC. vol. I, n. XXXVI, anno 853; n. LXIV, anno 868; n. LXVIII, anno 869; n.  LXXVIII, anno 874.

[23] CDC. vol. I, n. XLV, anno 856; n. LXVII, anno 869; n. LXXVIII, anno 874; n. C, anno 884; n. CVI, anno 894. DELOGU, Il principato, cit., nota 67, p. 271.

[24] CDC. vol. I, n. XLV, anno 856; n. LXVII, anno 869.

[25] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868; n. LXXXVII, anno 882.

[26] CDC. vol. I, n. CXVII, anno 903.

[27] CDC. vol. I, n. CIII, anno 892.

 

La Chiesa di San Massimo Confessore

Nell’Italia meridionale del secolo VIII e IX, l’istituzione dell’ordinamento ecclesiale si sviluppò diversamente rispetto al resto della penisola, dove la diffusione del cristianesimo fu accompagnata dalla costruzione di una rete di chiese pubbliche, le plebes o pievi, dipendenti dal vescovo. Nel Mezzogiorno invece questa rete si presentava lacunosa, lasciando dunque spazio ad iniziative private quali furono appunto quella dei Longobardi a partire dal secolo VIII.[1]

Il diritto dei privati di edificare chiese sul proprio suolo e di nominarne gli officianti fu sancito in un concilio romano convocato nell’826, ma la peculiarità meridionale risiede nell’alienazione di tali edifici dall’autorità vescovile con carte di liberazione che prevedevano un risarcimento in denaro per il vescovo; una testimonianza della debolezza di quest’ultimo davanti ai principi e ai loro affiliati o forse solo un consenso scontato quello di vescovi sempre più spesso nominati tra i membri della famiglia principesca, o comunque tra persone ad essa vicine.[2]

 

La chiesa principesca

La chiesa di San Massimo Confessore è l’unica chiesa principesca del Mezzogiorno longobardo nel IX secolo.[3] Fu costruita da Guaiferio I sui possessi accumulati all’interno della città nell’area chiamata “plaium montis”, la parte più alta.[4]  CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Qui Guaiferio aveva costruito una “casa”[5] per sé e per i suoi e presso questa costruì la chiesa,[6] CDC TEXT Collegandola all’abitazione con un andito, forse l’ingresso per tutto il gruppo gentilizio. Di qui si accedeva ad un ambiente sottostante la chiesa, dove era l’altare di San Bartolomeo,[7] CDC TEXT una cappella privata, destinata ad una frequentazione più esclusiva.[8] Un altro ingresso, chiuso con dei cancelli, era invece sulla strada che conduceva al centro della città e destinato oltre ai sacerdoti, presumibilmente anche alla cittadinanza.[9]

Colonna dei BarbutiTre ingressi quasi a simboleggiare tre rapporti differenti: un ingresso che si apriva verso il cuore della città sulla platea proveniente dalla Porta de raspizzi, come simbolo del rapporto del principe con il popolo di Salerno, un secondo allo stesso livello della chiesa e quindi del popolo, ma con accesso dalla regiam, immagine del legame del principe con la consorteria, ed infine l’ingresso alla cappella, al di sotto della chiesa, simbolo del rapporto del principe con i consanguinei, come fondamenta su cui poggiavano gli altri due.

La chiesa intitolata a San Massimo, riconosciuta come fondazione del principe Guaiferio, compare per la prima volta nell’861 in qualità di destinataria di un’offerta fatta da un tal Antiperto,[10] CDC TEXT ma il diploma di fondazione del principe risale solo all’anno 868 a partire dal quale divenne un punto cardine del progetto di affermazione dinastica di Guaiferio I.

Nello scritto, il fondatore stabilì che nella chiesa si sarebbe celebrato il servizio divino per la consorteria a lui legata, momento concepito dallo stesso principe come un’occasione per ribadire l’appartenenza alla famiglia regnante e rinsaldare così i vincoli familiari.

Alla sua morte poi la chiesa avrebbe partecipato alla spartizione dell’eredità accanto ai membri della famiglia ed aggiunse che, in caso di estinzione della sua discendenza, la chiesa ne sarebbe divenuta l’erede universale.[11] CDC TEXT San Massimo dunque, come dice Huguette Taviani, “ …n’est pas seulement l’église d’un lignage, elle est en quelque sorte membre de ce lignage,…”.[12]

Il principe riserva per sé e per i suoi eredi il diritto di nominare il rettore della chiesa a condizione che il patrimonio rimanga integro, pena cento solidi costantiniani, altrimenti la nomina del rettore spetterà agli abati di San Benedetto e di San Vincenzo. Quest’ultima clausola, evidenzia la preoccupazione di Guaiferio di mantenere compatto il patrimonio fondiario della chiesa, in modo da assicurare una solida base al potere territoriale della sua dinastia.

 

Le donazioni del principe

Negli anni che seguirono la morte di Guaiferio I San Massimo continuò a godere del favore della famiglia regnante con i suoi discendenti.

Furono soprattutto la moglie Landelaica ed il figlio Guaimario I a contribuire in modo considerevole all’affermazione della chiesa, sia come simbolo della nuova dinastia che come centro di interessi economici per l’aristocrazia ad essa legata.

Quattro anni dopo la scomparsa del fondatore, la principessa vedova Landelaica ottenne dal vescovo di Salerno, Pietro, la libertà e l’esenzione della chiesa familiare e del suo abate. Ella sottraeva così definitivamente il patrimonio fondiario della chiesa dai confini dell’episcopio,[13] CDC TEXT mentre il figlio, il principe reggente Guaimario I, accresceva il patrimonio della chiesa di famiglia qui dirottando, con una serie di diplomi, beni spettanti al palatium.

Infatti qualche anno più tardi il principe concesse alla chiesa tutti i beni di Benenati e Ademario, morti senza eredi, ricordando che tali beni per legge sarebbero spettati al fisco, ma nel diploma giustifica l’eccezione attribuendo tale volontà alla madre, che lo esortò a donarli in perpetuo alla chiesa e a sottrarli all’autorità di giudici, conti, gastaldi e qualsiasi altro agente.[14] CDC TEXT

Questa sorta d’immunità, riservata ai beni destinati alla chiesa, trova conferma in un altro diploma di Guaimario I, che concede a San Massimo tutti i beni e le pertinenze di tal Lupo, servo di palazzo, figlio di Ragimperto, e di tutti i suoi familiari. Lupo fu riconosciuto colpevole di essersi alleato con i Saraceni quando assediarono la città; anche qui fu fatto divieto di entrare e di imporre angarie a qualsiasi agente, fosse longobardo come un gastaldo o sculdascio, oppure bizantino come un protospatario o uno spatario, insomma qualsiasi reipublice hactionarii.[15] CDC TEXT

Dunque con Guaimario I (880-901) e la madre Landelaica si assiste ad una più decisa politica di potenziamento della chiesa, che incamera beni destinati al palazzo, preoccupandosi di sottrarli alla giurisdizione di pubblici agenti, in una sorta di autoimmunità che il principe concede alla sua chiesa privata.

La via indicata da Guaimario I fu seguita anche dal figlio Guaimario II (901-946) che con il diploma del 903 dona alla chiesa di famiglia le proprietà dislocate tra Nocera, Agella e Nobara, ricevute dal defunto abate di San Massimo, Angelo;[16] CDC TEXT su queste lascia i due diaconi Odelchiso e Liotardo, a cui probabilmente l’abate Angelo aveva concesso la terra dove ora risiedevano, a patto però che non abbandonino il monastero.[17] CDC TEXT

L’abate era proprietario delle mura dell’edificio della chiesa e custode dei suoi beni, quindi in qualche modo un dominus, e la metà ora ceduta dal principe alla chiesa potrebbe rappresentare la quota dell’abate. In questo modo, il ritorno delle quote degli abati di San Massimo nelle mani del principe e da lui girate nuovamente alla chiesa potrebbe essere la pratica che permetteva di mantenere compatto il patrimonio della chiesa privata, così come indicato dal fondatore.

L’ultima donazione destinata alla chiesa da parte della famiglia dei Dauferidi fu quella del principe Gisulfo. Anche lui, come i predecessori, dirotta verso la chiesa i beni del fisco, questa volta si tratta di proprietà rimaste senza eredi congiunte all’edificio della chiesa.[18] CDC TEXT

Se durante i regni dei due Guaimari la chiesa e la dinastia sembravano un corpo unico che perseguiva lo stesso fine, sotto il governo di Gisulfo l’ente ecclesiastico cominciò ad apparire come una potenza autonoma non più legata al palazzo, o almeno ai membri della dinastia che lo abitava. Infatti, nonostante i discendenti di Guaiferio siano riconosciuti come domini fino al 988 per essere poi sostituiti dai parentes dell’abate Maione e più tardi da quelli di Adelferio,[19] le avvisaglie di un cambiamento si avvertono già un ventennio prima: esattamente nel 966, quando la famiglia del fondatore si scontra con la chiesa davanti a Pietro e Gaido giudici, per alcuni beni inclusi nel testamento di Dauferio figlio di Guaimario che la chiesa rivendica come propri.

La causa è intentata dal marito di una delle due sorelle di Dauferio che denuncia la sottrazione di alcuni oggetti preziosi dall’eredità lasciatagli dal fratello. Questo aveva disposto che le sue sostanze spettassero alle sorelle dopo la morte della madre Rodelgrima, aggiungendo che il patrimonio doveva rimanere integro. Secondo il difensore della chiesa fu proprio Rodelgrima a non rispettare la volontà del figlio donando una parte delle sue sostanze alla chiesa prima di morire. Proprietà che viene riconosciuta all’ente dalla sentenza dei due giudici.[20] CDC TEXT

Un fatto anomalo questo, visto che la famiglia di Dauferio e Rumelgaita era certamente legata alla cerchia dei Dauferidi, come indicano i richiami onomastici ed il titolo di gastaldo rivestito da più membri della stessa famiglia.[21] CDC TEXT ; CDC TEXT

Indice del cambiamento avvenuto nella politica della chiesa è certo rappresentato dalla contemporanea apparizione di nuovi nomi nella schiera dei domini della chiesa accanto a quelli dei discendenti del fondatore, che tendono invece a scomparire negli anni seguenti.[22]


Le offerte dei privati

Rispettando la tradizione delle chiese private alto medievali, San Massimo al momento della fondazione fu dotata dal proprietario di un vasto patrimonio, frutto degli acquisti fatti da Guaiferio negli anni precedenti l’incarico di principe, destinato al sostentamento di “debiles et pauperibus et viduis”.[23] CDC TEXT Da questo primo nucleo di base, la chiesa dinastica estese il suo patrimonio, grazie alle donazioni principesche, e a numerose offerte di beni provenienti da privati, desiderosi di salvare la propria anima.[24] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

La minaccia saracena.

Le offerte dei privati si concentrano soprattutto nell’ultimo trentennio del IX secolo e all’inizio del successivo e coincidono con gli anni in cui il principato fu più colpito dalle invasioni saracene, mentre tendono a diradarsi nel periodo seguente.

Ad esempio, nell’872 Walfa, rimasta vedova e in fin di vita, offre alla chiesa le proprietà che aveva dentro e fuori la città di Salerno, ormai assediata dai Saraceni, come lei stessa testimonia, lamentando l’impossibilità del fratello di entrare in città per rappresentarla come mundoaldo.[25] CDC TEXT; CDC TEXT

È naturale pensare che nel suo caso i Saraceni alle porte rappresentino un incentivo per assicurarsi la pace dell’anima, ma è certo che con questa si otteneva anche la protezione di un importante ente ecclesiastico, atto a difendere terra e uomini nelle proprie pertinenze grazie alla protezione accordata dalla casata principesca. D’altra parte bisogna considerare che l’invasione musulmana dell’872 fu più cruenta delle precedenti. I principi longobardi si trovarono soli e in disaccordo ad affrontare il comune nemico all’indomani del sequestro dell’imperatore Ludovico II da parte del principe di Benevento, Adelchi.

La partenza dal Mezzogiorno dell’esercito franco, che per anni aveva combattuto al fianco dei Longobardi, creò una falla nella difesa salernitana. Gli stessi proprietari fondiari non erano in grado di difendere i propri patrimoni dall’interno delle mura dei centri abitati dove solitamente risiedevano;[26] è naturale dunque che la chiesa di San Massimo si presenti come un rifugio sicuro per coloro che cercavano di mantenere intatti i propri possessi. In fondo per gli offerenti la vita quotidiana non ne risentiva, visto che quasi tutte le cessioni prevedevano l’usufrutto in vita per i proprietari ed i loro eredi o per chiunque vi abitasse.[27]

 
La seconda ondata saracena

Dopo un decennio di relativa stabilità politica, che permise di difendere meglio i territori del principato con l’aiuto dei Bizantini, l’ennesimo episodio della guerra tra Capua e Napoli, nell’882, portò nuovamente le bande mussulmane a scorrazzare per le campagne salernitane.[28]

Il ritorno dei Saraceni è accompagnato dalla ripresa delle offerte alla chiesa di Salerno, assenti invece nei dieci anni precedenti. Il tenore delle due offerte, redatte nel medesimo anno, è lo stesso di quelle viste più sopra: offerta di tutti i beni per la salvezza dell’anima e usufrutto della terra donata.[29] CDC TEXT ; CDC TEXT Di queste, l’offerta di Grisepergo, figlio di Lupo, stabilisce la proprietà della chiesa anche sui beni del figlio Pietro in caso questo muoia senza eredi; Pietro è probabilmente uno dei tanti dispersi di guerra, quasi tutti destinati al mercato di schiavi, e le sue proprietà in caso di non ritorno sarebbero spettate al patrimonio pubblico, come stabilito dalla legge, ma l’assoluzione del principe permise invece di cambiare il destinatario a favore della chiesa.[30] CDC TEXT

Un caso simile è quello presentato dall’offerta dei beni appartenenti a Teoperga destinati alla chiesa di San Massimo. Anche la donna, infatti, lo stesso anno, chiede l’assoluzione del principe per procedere alla spoliazione del suo patrimonio, altrimenti di proprietà del fisco per assenza di eredi.[31] CDC TEXT

L'impresa del Garigliano

Qualche anno più tardi, in coincidenza dell’attacco longobardo alla fortezza araba del Garigliano, assistiamo all’aggiunta di particolari clausole nelle carte di donazione.

La chiesa offre un’ulteriore attrattiva ai proprietari terrieri: la possibilità di recedere dal contratto in caso di ritorno degli eredi dispersi. E’ ciò che mostra una carta redatta dallo stesso Giovanni notaio nel 912, che offre metà dei suoi beni alla chiesa preoccupandosi di garantire al figlio Merdulo, catturato dai Saraceni, la sua parte in caso di ritorno, parte comunque destinata all’ente in mancanza degli eredi di Merdulo.[32] Quindi un modo per evitare che il fisco incamerasse definitivamente le proprietà di Merdulo, ma soprattutto un accorgimento per mantenere compatto il patrimonio di famiglia ancora gestito da Giovanni sotto la tutela dell’ente salernitano.

Evidentemente, gli anni trascorsi avevano visto il ritorno di molti uomini dati per dispersi nella confusione che regnava allora su tutto il territorio, e la sorpresa di questi di ritrovarsi senza proprietà da ereditare, perché ormai appartenenti alla chiesa del principe o al palazzo, aveva spinto San Massimo a trovare nuove formule per mantenere il ruolo di sicuro custode.

 
Le offerte degli ecclesiastici

Molte delle offerte destinate alla chiesa di San Massimo provenivano da coloro che indossavano l’abito monacale all’interno dell’ente. Ne è un esempio l’offerta di Pietro che al momento di entrare nel monastero donò i beni posseduti in una località chiamata Terme, vicino Nocera, inclusa la parte della moglie consenziente, Anghelsenda; a questi aggiunse cinquanta solidi, forse l’equivalente del resto del patrimonio non compreso nella donazione.[33] Si trattava probabilmente della dote da consegnare alla chiesa al momento dell’entrata nel monastero a seconda delle possibilità di ognuno.

Un documento mostra addirittura un’intera famiglia composta da tre elementi, padre e madre monaci, e il figlio Giovanni chierico, offrire tutti i beni che avevano nella città di Salerno e ad Agella, vicino Nocera, ereditati dai nonni di Giovanni, per un ammontare complessivo di trenta solidi. In realtà questa donazione segue di qualche mese un contratto d’affitto che i tre, già membri del monastero, avevano stipulato con l’ente per una terra nella stessa Agella. Ciò dimostra che la famiglia di Giovanni mantenne i propri possedimenti privati al di fuori del patrimonio di San Massimo pur facendone parte, e solo più tardi decise di offrirla alla chiesa perché non vi erano discendenti che potessero ereditarla.[34] Non era dunque una dote questa, ma una vera e propria spoliazione di tutti beni, per una famiglia già legata all’ente dinastico da un contratto d’affitto.

Il patrimonio in questione è una parte del lascito dei discendenti di Leone figlio di Selberamo, di cui il chierico Giovanni rappresenta l’ultimo erede. Tale patrimonio è frutto di svariate transazioni economiche fatte da Leone ed i suoi fratelli prima, e dai loro figli poi, nel corso del IX secolo. La proprietà dei beni offerti dalla famiglia di monaci però sarà oggetto di numerosi processi che impegneranno la chiesa nel corso del X secolo.

Le proprietà controverse

Nel 947 Pietro, franco di nascita, rivendica la proprietà dei beni situati ad Agella, appartenuti alla famiglia di Iohannelgari, padre del chierico Giovanni. Presentatosi a palazzo, con il suo avvocato Guaiferio, mostra ai giudici ciò che rimane di un precetto del principe Guaimario con cui entrava in possesso delle suddette proprietà. Dal canto suo l’abate mostrò il documento con cui la famiglia di Iohannelgari offriva alla chiesa le proprie sostanze, aggiungendo che queste pervennero integre entro i confini del patrimonio di San Massimo perché gli offerenti non avevano eredi. La sentenza cui pervennero i giudicanti in questa occasione fu favorevole alla chiesa, in quanto non fu riconosciuta la potestà del principe di donare una terra già offerta.[35]

Cinque anni dopo a palazzo fu discussa un’altra causa per stabilire la proprietà degli stessi beni ad Agella. Questa volta li rivendica Giovanni, fratello del franco Pietro, che ricorda di essere già andato in giudizio contro il presbitero Maraldo, beneficiario della terra per conto della chiesa, in questa occasione rappresentata dal gastaldo Maione in veste di avvocato. Allora i giudici avevano stabilito la proprietà della chiesa come frutto della donazione dello stesso Iohannelgari. La sentenza conferma ora la precedente, attribuendo la proprietà alla sola chiesa, che pone come mediatori sette sacerdoti.[36] Il numero dei mediatori, che rappresenta un’eccezione, in questo caso è certo dovuto all’importanza del patrimonio, la cui entità si può ricostruire dall’esame delle numerose compravendite portate a termine dal gruppo parentale di Selberamo e dallo stretto legame che legava la famiglia di Agella alla chiesa di San Massimo dal tempo dell’abate Angelo.[37]

Tutti i giudizi che impegnano la chiesa sembrano standardizzati, sia per le accuse mosse all’ente, sia per le sentenze finali. Vale a dire che nei giudizi le sentenze non riconoscono mai i contratti precedenti l’offerta alla chiesa. In questo modo molti piccoli proprietari, a cui non furono riconosciuti acquisti o eredità, si ritrovarono nella condizione di continuare a risiedere nella terra contesa come semplici contadini dipendenti.

Un’altra proprietà controversa è quella dei beni appartenuti ad Urso del fu Rademprando residente in Nobara, vicino Nocera.[38] Questi furono dati in custodia ad un certo Ermeperto con altre proprietà all’interno della città di Salerno, affinchè fossero donati alla chiesa salernitana in cambio di messa e orazioni per la famiglia del donatore.[39]

Circa venti anni dopo, la figlia di Ermeperto, Erchensenda, si presentò con l’abate Angelo davanti ai giudici per confermare la delega del padre da parte di Urso che lei stessa aveva firmato e quindi la piena proprietà della chiesa.[40] Il fondo in Nobara nel 902 fu rivendicato dall’atraniese Giovanni, come proprietà ricevuta dal palazzo, tramite un breve che mostrò ai giudici.[41] La causa finalmente si concluse l’anno seguente con la wadia, simbolo del raggiunto accordo tra le parti sancito dal diritto longobardo,[42] scambiata tra Giovanni e l’abate davanti ai gastaldi Landenolfo e Pandone.[43]

 
I giudizi

I giudizi in cui fu coinvolta la chiesa si moltiplicano nella metà del X secolo. In quel tempo il suo patrimonio si era già esteso per tutto il territorio salernitano facendone una potenza economica. Ma questa data coincide anche con la perdita di fiducia tra la cerchia dei piccoli proprietari che non sembrano più interessati a salvare la propria anima offrendole i loro beni.

In effetti la stagione della chiesa come sicuro rifugio è tramontata da tempo, sostituita ora dall’immagine di una chiesa che avida di terre estende i propri confini a danno dei piccoli proprietari. Gli esempi sono costituiti da tutti quelle controversie nate tra la chiesa ed i proprietari delle terre confinanti.[44] San Massimo insomma si conferma come l’unico caso di grande proprietà fondiaria presente nel panorama salernitano, fatta eccezione per il patrimonio fiscale, seppur quest’ultimo sia mal documentato nelle fonti cavensi.

 

 I contratti

I benefici dei presbiteri

Tra la fine del IX e l’inizio del X secolo il patrimonio di San Massimo si estende in modo incoerente per larga parte del territorio salernitano. Le donazioni del principe e le offerte di privati disegnano una proprietà frammentaria, a macchia di leopardo. Più il detto patrimonio si allargava, più la gestione affidata alla consorteria risultava complessa.

Fu quindi necessario avere un controllo diretto sulle terre più lontane, per questo nei documenti si ritrovano spesso dei benefici personali concessi dall’ente ad alcuni suoi presbiteri, come avviene tra l’abate Adelferio ed il presbitero Urso, che riceve in beneficio un appezzamento di terra con vigna e alberi da frutto, confinante con la chiesa di San Genuario in un luogo detto Balle; il beneficio, si legge nel documento, rimarrà agli eredi di Urso se questi entreranno nel monastero, altrimenti spetterà loro solo la metà della terra e dei proventi ed il resto sarà coltivato da un missus della chiesa.[45] Una proprietà concessa in perpetuo dunque a patto che il fondo rimanesse entro il patrimonio della chiesa e gestito da suoi affiliati.

I presbiteri, cui erano affidate portiones del patrimonio ecclesiastico, avevano piena libertà di amministrarle, purché corrispondessero i tributi dovuti alla chiesa tramite suoi missi inviati in occasione della vendemmia. Vediamo infatti, in un documento precedente quello di Urso, un altro beneficio in Montoro affidato dalla chiesa al presbitero Maghenolfo che a sua volta, con l’approvazione dell’abate Maione e del suo avvocato il conte Pietro, un dominus della chiesa, lo affitta a Maraldo per dieci anni in cambio di un terzo della legna proveniente dal castagneto qui piantato.[46]

Contratti di questo genere si fanno più frequenti intorno alla metà del X secolo.[47] Le zone interessate sono Montoro, vicino Rota, e Puteum regente nelle pertinenze di Nocera, ai confini settentrionali del principato. Tutte le transazioni prevedono un canone in natura per il rappresentante della chiesa, cioè chi manteneva il beneficio. Questo poteva variare dalla metà ad un terzo dei prodotti secondo la pratica agricola cui era destinato il luogo. Le più frequenti in questa metà di secolo sembrano la viticoltura e l’essiccazione delle castagne, solo più tardi si affermò l’olivicoltura.[48]

Le quote dei canoni sembrano standardizzate in metà dei prodotti della vendemmia e dei frutti, mentre è richiesto un terzo delle castagne. A queste si aggiunge solo nel X secolo il terraticum, “secundum consuetudine ipsius loci”.[49]

Per la zona di Montoro invece, nel 968, ancora il presbitero Maraldo offrì agli affittuari la possibilità di sostituire il canone annuale con quattro tarì in coincidenza della festa di San Martino, evidentemente il patrono locale.[50]

Più elastici sembrano i contratti, che variano da tre a dieci anni, legati sicuramente ai cicli agricoli, presenti nella documentazione relativa alla seconda metà del secolo X.[51]

I benefici individuali o prebende sono, secondo la condivisibile analisi di Bruno Ruggiero, un correttivo alle numerose locazioni a tempo indeterminato che offrivano spesso ai concessionari la possibilità di sottrarre alla chiesa i territori coltivati. Da soluzione vantaggiosa per la gestione del patrimonio, i benefici però divennero presto attrazioni esclusivamente economiche per interi gruppi familiari che si radicarono sul fondo trasmettendolo di padre in figlio, come abbiamo visto per la carta del 901 riguardante il beneficio concesso ad Urso.

L’introduzione delle prebende ai presbiteri, secondo lo studioso, portarono questi nuclei, verso la fine del X secolo, ad assomigliare più a degli intraprendenti piccoli proprietari che non a membri dell’ecclesia, quasi a sottolineare il carattere economico della fondazione dinastica che in poco più di un secolo si era trasformata in una complessa azienda fondiaria.[52]

 
Le locazioni

Le terre più vicine alla capitale invece erano gestite tramite normali contratti, di durata variabile, stipulati dalla chiesa con uomini liberi.

All’inizio del X secolo le transazioni dovevano essere molto vantaggiose per gli affittuari che si impegnavano in nuove colture, almeno a giudicare da quella fatta, nel 913, dall’abate Giovanni a Benedetto, figlio di Adelferio. Questo non prevedeva nessun tributo da versare alla chiesa per i primi tre anni e solo allo scadere di questi Benedetto aveva l’obbligo di cedere la metà del vino prodotto.[53]

Tre anni era il periodo di tempo necessario alla vite piantata di crescere, quindi la chiesa rinuncia al canone per agevolare le condizioni degli affittuari che si impegnavano a migliorare la sua terra. D’altronde lo stesso affittuario avrebbe goduto dei frutti della nuova coltura per i sette anni successivi.

Tutti gli affittuari erano tenuti a risiedere e a lavorare l’appezzamento loro assegnato ed in qualche caso a costruirvi l’abitazione di residenza.[54]

I canoni concordati variano nelle stesse proporzioni di quelli visti sopra, così come le colture sembrano le stesse per tutto il territorio in questione. Le principali erano la coltura dei cereali, molto sfruttata in pianura per dissodare i terreni paludosi, perché offriva contemporaneamente più stagioni produttive grazie alla rotazione di frumento e maggese, la coltivazione di vari alberi da frutto un po’ ovunque, la viticoltura a livello collinare, ed infine a quote più alte si coltivavano i castagneti.[55]

Le diverse colture potevano coesistere, ma certo i vigneti sembrano onnipresenti nel X secolo e lì dove non ve ne fossero ancora venivano stipulati contratti di pastinato, cioè veniva stabilito l’obbligo per l’affittuario di piantare viti. E’ il caso di due appezzamenti nei pressi di Nocera che sono affidati ad Amato, figlio di Adelgrimo, per nove anni affinchè pianti sulla terra vacua alberi da frutto e viti. Un terzo dei prodotti delle nuove piantagioni ed il consueto terratico, si legge, sono destinati al cellarium di San Massimo.[56]

Un secondo contratto di pastinato riporta le stesse condizioni per la durata di dieci anni.[57] Ciò che accomuna i due contratti oltre alle finalità cui sono preposti, è la posizione delle terre affittate in zone limitrofe, ancora Puteum regente e Montoro, tra Rota e Nocera. Proprio gli stessi luoghi che la chiesa credeva meglio gestire direttamente attraverso un presbitero, come abbiamo visto più sopra. In effetti i contratti di pastinato sono i più adatti a luoghi non vigilati dai proprietari come potevano essere questi, in quanto era nell’interesse dell’affittuario far produrre una terra che lui stesso aveva piantato dopo i primi anni di sacrifici senza frutti.

Infine in tutti i contratti, si legge, l’annuale riscossione dei canoni era affidata ad agenti della chiesa, i missi, che i detentori della terra erano obbligati ad alloggiare e mantenere nella propria casa.

 

I vertici della chiesa

Gli avvocati

Nei giudizi che vedono coinvolta la chiesa e nei contratti da questa stipulati figurano sempre degli avvocati che con l’abate la rappresentano. I contratti scritti in loro presenza potrebbero indicare un ruolo più attivo nella gestione del patrimonio dell’ente, anche se dai documenti non è possibile stabilire quali. Tra questi solo alcuni sono definiti “domini ipsius ecclesie”, cioè rappresentano i proprietari di una parte del patrimonio di San Massimo accanto agli eredi di Guaiferio.

Il primo dominus-avvocato che incontriamo è il conte Pietro, che con l’abate Maione concede al presbitero Maghenolfo l’assoluzione per affittare la terra che quest’ultimo teneva in beneficio per conto della chiesa.[58] Più tardi troveremo un altro Pietro con il titolo di gastaldo a rappresentare la chiesa come dominus e avvocato.[59] Infine un altro difensore è indicato con i due termini, si tratta del gastaldo Truppoaldo.[60]

Ciò però non è sufficiente per identificare gli avvocati con i domini, gli stessi esempi presentati ne sono la dimostrazione proprio perché l’essere dominus della chiesa viene specificato chiaramente all’interno dei tre documenti, mentre in tutti gli altri viene taciuto. Ciò non avrebbe senso se i due termini fossero solo sinonimi. Si potrebbe pensare invece che la carica di avvocato fosse rivestita a rotazione da più persone di fiducia dell’abate e dell’ecclesia, e solo in rari casi intervengano direttamente i proprietari, i domini, nello svolgere questa funzione puramente giuridica.[61] In questo caso si dovrebbe rivedere l’identificazione tra avvocato e dominus avanzata dalla Taviani, la quale sostiene che l’avvocato fosse scelto in base alla consistenza del suo patrimonio nel fondo comune di San Massimo.[62]

 I "domini" di San Massimo

I domini della chiesa dinastica oltre che nella cerchia dei familiari del principe sono rintracciabili nelle file degli ufficiali pubblici, come indica il titolo di gastaldo che compare al posto del patronimico di Pietro e Truppoaldo, gli stessi ufficiali che vediamo in altre occasioni comparire con il titolo di giudice in giudizi tenuti nella capitale. Essi sono dunque da identificare con gli uomini fidati del principe, con quella burocrazia di palazzo, in formazione durante il governo della prima dinastia salernitana, che avrebbe dovuto sostenere il potere del principe slegandolo dall’aristocrazia radicata nei distretti del principato. La partecipazione di questi uomini alla gestione della chiesa del principe come domini potrebbe così indicare l’attenzione rivolta alle disposizioni del fondatore da parte dei suoi eredi, che fece della chiesa di San Massimo un centro di coesione e di raccordo di tutto il gruppo parentale dei Dauferidi e delle famiglie su cui si basava il loro potere.

I domini, dunque, coincidono con l’entourage del principe e con lui partecipano alla fortuna del patrimonio della chiesa che viene così ad assumere una valenza ideale oltre che economica. San Massimo Confessore rappresenta quindi il centro di raccolta dell’aristocrazia principesca e allo stesso tempo il simbolo della continuità dinastica, come voluto da Guaiferio I.[63]

La prova dell’importanza simbolica della chiesa è evidente dopo l’estinzione della dinastia del fondatore, quando tra i domini appaiono i nuovi principi, prima Pandolfo Capodiferro, poi Giovanni II e Guido, i fondatori della seconda dinastia. Il primo è legittimo erede della chiesa essendo stato associato al trono da suo figlio Pandolfo, adottato precedentemente dall’ultimo discendente di Guaiferio I, mentre i secondi sembrano cercare una legittimazione del loro potere attraverso i simboli della dinastia precedente, come indicherebbero anche i nomi dei loro successori: Guaiferio e Guaimario.[64]

Il ruolo di simbolo dell’unità dinastica, mantenuto dalla chiesa per oltre un secolo, testimonia indirettamente l’integrità del vasto patrimonio di proprietà dell’ente. Probabilmente non tutti i domini che compaiono all’interno dei documenti partecipavano alla spartizione del patrimonio, destinato ai soli discendenti come voluto da Guaiferio. Essi forse, detenendo una quota maggioritaria del patrimonio, evitarono il frantumarsi di questo in tante sortiones, più o meno grandi, come avveniva per gli altri patrimoni di famiglia. Solo in questo modo si sarebbe potuta mantenere l’unità della massa dei fondi di pertinenza della chiesa ed averne così un indubbio vantaggio economico per la consorteria che li gestiva in comune, oltre al prestigio di appartenere alla cerchia del principe.

Come l’affermazione del potere della prima dinastia fu simboleggiata dalla chiesa privata, così in essa si rispecchiò il suo declino, al tempo del principe Gisulfo I. L’ultimo dei Dauferidi non fu in grado di presentarsi alla compagine come capo indiscusso a causa dell’opposizione interna alla sua stessa famiglia e alla pressione del Capodiferro; il suo trono traballa e con lui i patti di solidarietà tra i maggiorenti che si rinnovano con alleanze matrimoniali al di fuori della cerchia già collaudata. Ecco allora comparire i parentes di Maione, così potenti da ordinare abate uno di loro fino a fondersi con un’altra famiglia di domini della chiesa, quella dell’abate Adalferio attraverso un’alleanza matrimoniale.[65]

 
Gli abati

L’abate era preposto alla conduzione spirituale ed economica della chiesa di San Massimo. L’officiatura spettava esclusivamente ai proprietari della chiesa, cioè a Guaiferio e ai suoi eredi come voluto dallo stesso fondatore. Proprio quest’ultimo dà chiare indicazioni per la scelta del sacerdote che doveva possedere qualità morali largamente condivise e non essere il frutto di una scelta arbitraria dei proprietari, magari intenzionati a sottrarre parte del ricco patrimonio che Guaiferio aveva destinato all’ospizio.

Nel 903 erano ancora gli eredi di Guaiferio I a scegliere l’abate come dimostra il memoratorium fatto al presbitero Madelgaro dai figli del principe fondatore, Arechi e Dauferio.[66] Madelgaro diviene il nuovo abate della chiesa della famiglia principesca dopo la scomparsa dell’abate Angelo,[67] e come tale giura di reggere e dominare la chiesa, il clero e gli uomini, di reggere e governare oro e argento, codici, ornamenti e ogni sostanza ad essa appartenente, inclusi case, mobili e servi, inoltre è tenuto a comprendere nel patrimonio della chiesa la metà dei suoi beni, mentre del rimanente può farne ciò che vuole.[68]

Le carte non permettono di stabilire esattamente la durata del suo mandato, ma è certo che il suo posto nel 909 era ricoperto da Giovanni, anch’egli presbitero, che lo terrà fino al 918.

Tra gli obblighi di Madelgaro, e con ogni evidenza di tutti gli abati, c’era quello di resedere et habitare in ecclesia, probabilmente in una delle case costruite intorno alla chiesa, e dunque al palazzo, dallo stesso Guaiferio.[69] Del resto la figura dell’abate fungeva da anello di congiunzione tra la famiglia del principe ed il clero della chiesa costituito da presbiteri, chierici e diaconi di varie estrazioni sociali. Alcuni infatti erano schiavi liberati come i primi ecclesiastici designati da Guaiferio, altri invece provenivano dal ceto dei possesores come Iohannelgari e la sua famiglia.

Per quanto riguarda l’estrazione sociale dell’abate le carte non forniscono sufficienti elementi per trarre delle conclusioni certe. Il primo abate nominato da Guaiferio, Arniperto presbiter, secondo Ruggiero è da identificare con “amiperto clericus de liburie filius carunci” che figura tra i servi già avviati alla carriera ecclesiastica e liberati dal principe nell’868.[70] Un’origine umile dunque quella del primo abate della chiesa principesca, dettata forse dalla fedeltà dovuta all’ex padrone oltre che dalle qualità morali così importanti per Guaiferio, mentre negli anni successivi gli abati furono scelti tra le file dei soli presbiteri.

Qualche notizia in più è possibile rintracciare per l’abate Angelo (894-903) che potrebbe essere riconducibile ad uno dei gruppi parentali meglio documentati dalle carte salernitane, quello dei discendenti di Selberamo, già ricordati nell’ambito delle offerte da parte dei nuovi monaci.

L’abate Angelo

Infatti l’abate Angelo si potrebbe identificare con Angelperto figlio di Leone, nipote dunque di Selberamo. A confermare l’identificazione potrebbe essere il testamento dello stesso Angelperto, che si definisce presbitero e abate, in cui lascia la metà delle sue proprietà, nella località detta Agella, alla cognata Sicha, vedova di Giovanni e al fratello Leomperto, mentre l’altra metà è destinata alla chiesa ubi ego habitare debuero. Che si tratti della chiesa di San Massimo è chiaro in un secondo documento, il quale riporta un giudizio avvenuto dopo la morte di Angelperto in cui si ricorda la sua volontà di aggiungere al lascito fatto ai familiari e alla chiesa un’offerta di cinquanta solidi a quest’ultima per la salvezza della sua anima; offerta che un breve dimostra essere stata consegnata a Dauferio, figlio del principe Guaimario I, un dominus della chiesa di San Massimo come abbiamo visto nella nomina di Madelgaro.[71] Un’ulteriore prova ad avvalorare la tesi che Angelperto e Angelo sono la stessa persona potrebbe provenire dalla coincidenza dei due patrimoni in Agella, che riportano gli stessi confinanti. Lo si legge in un diploma del principe Guaimario I che, nel 903, offre alla chiesa privata i beni dell’abate Angelo elencandone i confini, gli stessi riportati nel testamento di Angelperto. Questo confermerebbe quindi che si tratta della base fondiaria degli eredi di Selberamo di Agella, la quale nel 923 fu inglobata interamente nei confini di San Massimo tramite un’offerta fatta dal nipote di Angelperto-Angelo, il monaco Iohannelgari.

Se tale ricostruzione è veritiera, essa dimostrerebbe la connessione tra la chiesa della dinastia di Guaiferio ed i maggiori proprietari fondiari del principato, dai quali probabilmente provenivano gli abati della chiesa. Se così fosse e se il memoratorium di Madelgaro costituisse la regola per gli obblighi del rettore, ad ogni nuova nomina vi sarebbe un considerevole incremento del patrimonio di San Massimo, ma soprattutto una forte interazione tra possessores e palazzo. In questo modo la chiesa privata, fondata dal principe Guaiferio nei primi anni del suo principato, costituirebbe il simbolo e la base dei legami intessuti dalla prima dinastia ai livelli più alti dalla società salernitana, costituendo il perno su cui ruotavano gli interessi di fideles e consanguinei, i domini, e dei possessores, gli abati.

 



[1] B. RUGGIERO, Principi, nobiltà e Chiesa nel Mezzogiorno longobardo. L’esempio di San Massimo di Salerno, Napoli 1973, pp. 29-31.

[2] Ivi, pp. 31-32.

[3] Unico precedente di fondazione principesca è il monastero di S.Pietro fondata dalla principessa Teoderata fuori le mura di Benevento il secolo precedente: PD. HL, l. VI, c. 1, p. 211.

[4] CDC. vol. I, n. XXXIII, anno 849; n. XLIV, anno 856; n. LXV, anno 868.

[5] A. MELUCCO VACCARO, I Longobardi in Italia, Milano 1988, p. 208. Secondo la studiosa si tratta di un nuovo palazzo costruito dal principe.

[6] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868, nel diploma di fondazione si parla di chiesa, di monastero, di ospizio e di cappella. Negli anni seguenti i termini chiesa e monastero si alternano nelle fonti, indicando sempre lo stesso ente privato dei Dauferidi, e solo più tardi sarà utilizzato quello di cappella, più facile da identificare come separata dalla chiesa e indicante certo l’ambiente sottostante la chiesa, lì dove era l’altare di San Bartolomeo.

[7] Ibidem

[8] DELOGU, Mito, cit., pp. 144-145.

[9] Ivi, p.145. Secondo Paolo Delogu la chiesa di San Massimo si pone come fattore di urbanizzazione della zona indicata dall’autore intorno ad uno dei principali assi della circolazione urbana, in collegamento con le vie esterne.

[10] CDC. vol. I, n. LXI, anno 865. Antiperto concede alla chiesa, retta all’epoca da Arniperto, l’uso dell’acqua che passava attraverso la sua terra per alimentare il mulino precedentemente donato alla chiesa da Ioseb medico.

[11] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868.

[12] TAVIANI, Le pouvoir princier, cit., p. 15.

[13] CDC. vol. I, n. LXXXVII, anno 882, il vescovo mantiene comunque il diritto di promuovere ai sacri ordini gli ecclesiastici di San Massimo e di consacrare nuovi altari e nuove chiese erette sul suolo appartenente alla chiesa del principe.

[14] CDC. vol. I, n. CI, anno 886.

[15] CDC. vol. I, n. CXI, anno 899.

[16] CDC. vol. I, n. CXVII, anno 903.

[17] CDC. vol. I, n. CXVII, anno 903.

[18] CDC. vol. II, n. CCII, anno 959.

[19] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p. 50-51.

[20] CDC. vol. I, n. CCXXXV, anno 966, entro le mura della città e vicino Sarno.

[21] Appaiono altri documenti che mostrano la chiesa contro il palazzo, per delle terre concesse dai principi ai loro fedeli; in questi non vengono riconosciuti i brevi rogati nel palazzo perciò la proprietà viene riconosciuta alla sola chiesa. CDC. vol. I, n. CXIV, anno 902, n. CLXXIV, anno 947. Per Ruggiero queste cause indicano la mancanza di registri da parte del palazzo, mentre l’ordine degli scritti della chiesa permette sempre di dimostrare che le stesse terre le erano state offerte in precedenza: RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p 128.

La chiesa si rimpossessa dei suoi beni dopo la morte del principe, non riconoscendoli ai fedeli del defunto; infatti i brevi presentati risalgono sempre al principe precedente.

[22] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., pp. 53-54.

[23] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868.

[24] CDC. vol. I, n. LXXII, anno 872; n. LXXV, anno 872; n. LXXXIX, anno 882; n. XCVIII, anno 882; n. CV, anno 894; n. CVIII, anno 895; n. CX, anno 898.

[25] CDC. vol. I, n. LXXV, anno 872. Così forse la pensò anche il prete Rattiperto, residente a Nocera, che lo stesso anno si disfò delle proprietà acquistate a Puctiano, diventata forse irraggiungibile, in favore della chiesa San Massimo, n. LXXII, anno 872.

[26] G. GALASSO, Città campane nell’alto medioevo, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n. s., XXXVIII-XXXIX, 1958-1959, [estratto, Napoli 1960], pp. 18-19.

[27] Ad esempio Walfa chiede l’usufrutto per la madre Griseperga che abita sulle proprietà concesse alla chiesa.

[28] SCHIPA, Storia del principato, cit. pp. 140-141.

[29] CDC. vol. I, nn. LXXXIX, XCVIII, anno 882.

[30] CDC. vol. I, n. LXXXIX, anno 882.

[31] CDC. vol. I, n. XCVIII, anno 882.

[32] CDC. vol. I, n. CXXIX, anno 912, Giovanni notaio figlio di Martino è presente in altro documento scritto il giorno dopo le nozze con Orsa figlia di Urso, destinataria del tradizionale morgengabe equivalente all’ottava parte delle sostanze di Giovanni, n. XCII, anno 882.

[33] CDC. vol. I, n. CVIII, anno 895, la proprietà di Terme non era molto estesa a giudicare dalla pena pecuniaria di soli venti solidi. Altri esempi sono contenuti in n. CXXXVI, anno 919, n. CXLIV, anno 926.

[34] CDC. vol. I, nn. CXL, CXLI, anno 923.

[35] CDC. vol. II, n. CLXXIV, anno 947.

[36] CDC. vol. I, n. CLXXXI, anno 952.

[37] vedi cap. IV: Terra e società, pp. 63-64.

[38] Per il patrimonio di Ermeperto: nn. XIV, XXVIII, anno 824; n. LIX, anno 860.

[39] CDC. vol. I, n. LXXI, anno 872. Secondo Ruggiero la chiesa compone dei necrologi per i “benefattori degni di ricordo”: RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p. 25.

[40] CDC. vol. I, n. CV, anno 894.

[41] CDC. vol. I, n. CXVI, anno 902.

[42] ROTH. 360, 361, 362, 366; LIUT. 8, 15, 36, 37, 38, 39, 40, 61, 96, 128; RATCH. Prologo 5, 8.

[43] CDC. vol. I, n. CXVI, anno 902.

[44] CDC. vol. I, n. CXV, anno 902; n. CXVI, anno 902; n. CXXXV, anno 918; n. CLXXIV, anno 947; n. CLXXVII, anno 949; n. CLXXXI, anno 952; n. CCIX, anno 960; vol. II, n. CCXI, anno 960; n. CCXVI, anno 962; n. CCXXII, anno 963; n. CCXXX, anno 965; n. CCXXXIII, anno 965; n. CCXXXV, anno 966.

[45] CDC. vol. I, n. CXIII, anno 901.

[46] CDC. vol. I, n. C, anno 884.

[47] CDC. vol. II, n. CXCVI, anno 957; n. CCXL, anno 966; n. CCLVI, anno 968; n. CCLXXXI, anno, 975.

[48] CDC. vol. II, n. CCXLIX, anno 966.
[49] Un esempio: CDC. vol. II, n. CCLXXXI, anno 975.

[50] CDC. vol. II, n. CCLVI, anno 968; n. CCLXXIV, anno 971, qui però l’affittuario non è esonerato dal terratico.

[51] Ad esempio: CDC. vol. II, n. CCXL, anno 966; n. CCLXXXI, anno 971.

[52] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., pp. 142-145. Per Ruggiero questa è la prima causa di dissoluzione del patrimonio di San Massimo.

[53] CDC. vol. I, n. CXXXII, anno 913.

[54] Ad esempio: CDC. vol. II, n. CCXIX, anno 962, il contratto è per dieci anni.

[55] J. M. MARTIN, Città e campagna: economia e società (sec. VIII-XIII), in Storia del Mezzogiorno, Alto Medioevo, vol. III, a cura di G. Galasso e R. Romeo, Roma 1994, pp. 276-279.

[56] CDC. vol. II, n. CCXV, anno 962.

[57] CDC. vol. II, n. CCXVII, anno 962.

[58] CDC. vol. I, n. C, anno 884.

[59] CDC. vol. II, n. CCXXXIX, anno 966, n. CCXLVIII, anno 966.

[60] CDC. vol. II, n. CCXC, anno 976; n. CCXCV, anno 977.

[61] Sono notai: Alderisso nn. CLXXIV, CLXXVII, CXC, CXCVI, anni 947, 949, 956, 957; Romoaldo: nn. CCVI, CCIX, CCXI, CCXXIV, CCXXX, CCXXXIII, CCXLIII, CCXLIV, CCXLIX, CCLIII, anni 959, 960, 963, 965, 966, 967; Riccardo: n. CCXVI, anno 962; Radechis: n. CCXVII, anno 962; Dauferio tutorem: n. CXV, anno 902; Radelgardo sculdascio: n. CXXXII, anno 913; Guaiferio comes et thensaurarius: n. CLXXXI, anno 952; Guisone subdiaconus et notarius: n. CXXIV, anno 962; sono gastaldi: Pietro, nn. CCXIX, CCXXXV, CCXXXIX, CCXL, anni 962, 966; Truppoaldo: nn. CCXC, CCXCV, anni 976, 977.

[62] TAVIANI, Le pouvoir princier, cit., p. 16.

[63] Ivi, cit., p. 18.

[64] TAVIANI, Le pouvoir princier, cit., pp. 16-17. La Taviani va oltre questa considerazione ventilando l’ipotesi che possa esistere una parentela tra i discendenti di Guaiferio I, che lei identifica con un Guaiferio gastaldo qui avvocato e dominus, e la nuova dinastia sulla base di una concessione del 984 per la quale era stata chiesta l’assoluzione ai principi Giovanni II e Guido anch’essi domini della chiesa; in realtà lei stessa afferma l’impossibilità di trarre una conclusione certa su di un solo documento, ma dimostra di non credere al semplice passaggio di proprietà.

Un’altra prova del valore simbolico assunto da San Massimo per la seconda dinastia è che questa non avrebbe bisogno di riconoscersi nella chiesa di famiglia di Guaiferio I avendone fondata una per sé, la chiesa di Santa Maria de domno, anch’essa all’interno della città e vero oggetto di attenzioni da parte del principe, mentre la chiesa di San Massimo accusa i segni dell’incuria: DELOGU, Mito, cit., p. 147.

[65] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p. 50-53.

[66] Gli abati provengono tutti dalle file dei presbiteri, fatta eccezione per Maione chierico, CDC. vol. I, n. C, anno 884.

[67] CDC. vol. I, n. CXVII, anno 903.

[68] CDC. vol. I, n. CXIX, anno 904.

[69] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868.

[70] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p. 34.

[71] CDC. vol. I, n. CXVIII, anno 903; n. CXX, anno 905.

 

Giudici e Gastaldi

Nei giudicati della seconda metà del IX secolo, i fideles di Guaferio compaiono come titolari delle funzioni giuridiche. Tale ruolo è specificato dal titolo di iudex, affiancato a quello di gastaldo. In realtà nella legislazione longobarda del secolo VIII l’amministrazione della giustizia era compresa nei più vasti poteri esercitati dal gastaldo nel suo distretto. Nelle carte meridionali la qualifica di giudice, aggiunta al titolo istituzionale, sembra dunque sottolineare la specificità di tale funzione.[1]

Come abbiamo visto, i primi a comparire con il doppio titolo di gastaldo e giudice sono Sicardo e Benedetto, presenti a Salerno nell’869 per tutelare la vendita di una proprietà femminile.[2]  CDC TEXT Altri gastaldi e giudici sono ad esempio Radelchi, Gaidone, Dauferio e Lademaro che presenziano contemporaneamente in un processo per la proprietà di una serva di palazzo, rivendicata dal marito e dalla principessa Landelaica.[3] CDC TEXT Il coinvolgimento di un membro della famiglia principesca giustifica in questo caso la presenza di quattro funzionari pubblici che rappresenta un’eccezione nelle carte salernitane.

A questi si alternano nelle stesse funzioni, esercitate individualmente, sculdasci e vicedomini, mentre a Nocera le funzioni giuridiche continuano ad essere prerogativa di agenti del luogo.[4]  CDC TEXT

Nella seconda metà del IX secolo, nelle carte rogate nella capitale è facile incontrare la coppia di agenti con il doppio titolo, impegnati nelle risoluzioni di liti tra proprietari privati o nella tutela di donne e bambini.[5] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Portano il doppio titolo di gastaldo e giudice Arechi e Adelgaro che presiedono un giudizio tenuto a palazzo nel 905 per stabilire la proprietà di alcuni beni appartenuti al defunto Angelperto presbitero, ora contesi dalla cognata Sica e da un certo Madulo.[6]CDC TEXT

Nell’ultimo ventennio dello stesso secolo invece è sufficiente la presenza di un solo funzionario pubblico per l’amministrazione della giustizia, come mostrano le carte in cui esercitano individualmente Trasenando, Drogone e Castelchis indicati come gastaldi e giudici.[7] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Giudici

A Salerno, dalla prima metà del X secolo la figura del giudice pare man mano eclissare i gastaldi, anche se inizialmente compaiono contemporaneamente.[8] CDC TEXT Una causa del 947 è presenziata da Lando gastaldo e Moncola giudice; due anni dopo Rodelgrimo gastaldo e Radelgrimo giudice siedono insieme per un memoratorio.[9] CDC TEXT; CDC TEXT Dunque in casi particolari riguardanti soprattutto la tutela del mundio, il “potere di protezione”,[10] accanto al funzionario distrettuale è richiesta la presenza di uno specialista, appunto il giudice, due figure non ancora ben distinte. Una divisione dei ruoli forse per seguire l’aumentato numero di cause che richiedevano l’intervento di uno specialista al fianco di un funzionario pubblico, quando la presenza del solo giudice non era ancora sufficiente a garantire la validità dell’atto.[11] Anche la sfera d’azione dei funzionari pubblici cambia comprendendo ora, oltre ai giudizi o alla tutela dei mundium sui più deboli e sulla chiesa del principe, i contratti privati, impegnando un maggior numero di ufficiali.[12] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

La figura del giudice comincia ad acquisire maggior autonomia intorno agli anni trenta del secolo X, come ci dimostrano i giudizi tenuti da un solo giudice non qualificato con altri titoli, né affiancato da altri agenti. Ecco allora il chierico Pietro assumere il titolo di giudice nella divisione di un’eredità, presenziare alla vendita di un piccolo appezzamento per conto della chiesa privata di S. Angelo, ad un giudizio che vede coinvolta un’intera famiglia e ad un contratto di lavoro.[13] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Radelgrimo, già incontrato con il titolo di gastaldo, assume quello di giudice in un giudicato del 936 per stabilire i confini di due vigneti, mantenendolo, due anni più tardi, in un memoratorio, in una concessione di lavoro a Mitiliano ed infine, nel 954, sentenzia in un giudizio tenuto nello stesso luogo.[14] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Il luogo esatto dove esercita il giudice Radelgrimo è Corregano, vicino Salerno, come vediamo in altri due documenti datati 959.[15] CDC TEXT; CDC TEXT

Anche i missi inviati dal principe per risolvere le controversie riguardanti soprattutto le chiese sono giudici, come vediamo nel 942 in occasione di un vicariato fatto dall’episcopio salernitano, dove un Dauferio giudice è indicato come missus regis.[16] CDC TEXT Questo fu inviato dal principe per decidere sul trasferimento di una proprietà della Chiesa ad un privato. La sua presenza era stata richiesta dal vescovo Pietro, riunitosi con Odelchis diacono e vicedomino, Truppoaldo avvocato ed il clero dell’episcopio. La posizione del missus nei confronti degli organi decisionali della Chiesa è rispecchiata dalla disposizione delle firme dei sottoscrittori: firma per primo il vescovo, seguito da Maio vicedomino e Dauferio giudice. Solo dopo la firma del giudice compaiono Odelchis e Truppoaldo.[17] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT  Egli dunque presenzia al fianco dei vertici della chiesa salernitana per garantire la veridicità dell’atto in nome del principe, nel rispetto del mundio cui era soggetto l’episcopio.

Il giudice può dunque essere un agente amovibile, attraverso il quale i principi longobardi conservano il loro ruolo di garanti e fanno della giustizia un’espressione diretta del loro governo.[18]

Il giudice testimonia e sentenzia in atti pubblici e privati, mentre le altre figure istituzionali compaiono solo nei giudicati.[19] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Con l’affermazione di queste figure specifiche, passano in secondo piano gli astanti, quei nobiliores homines che non sembrano avere alcun ruolo attivo nella pratica giudiziaria.[20] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Dalla metà del X secolo non sembra più essere necessaria neanche la loro sottoscrizione agli atti, tant’è che si riduce notevolmente il numero delle firme in coda al documento, sino a scomparire del tutto lasciando solo la sottoscrizione del giudice, a testimoniare che lui solo era espressione della giustizia.

Nei primi decenni che vedono l’evoluzione della figura del giudice, la giustizia continua ad essere esercitata da singoli funzionari, come i gastaldi e più tardi gli sculdasci entrambi accompagnati solo da nobiliores homines.[21] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Infatti, mentre i gastaldi di Salerno sembrano del tutto estromessi dalle funzioni giuridiche da questa nuova classe di funzionari specializzati, in centri periferici come Nocera i gastaldi non hanno mai smesso di esercitare le attività attribuite loro dal titolo ricoperto.

In questa circoscrizione, infatti, sia gli atti pubblici sia quelli privati, si tengono prevalentemente in presenza di soli gastaldi.[22] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Questi ultimi esercitavano un controllo territoriale con ampi poteri delegati loro dal principe e come massima autorità del luogo, a loro competeva anche l’esercizio della giustizia. Per i casi più controversi però, secondo la Taviani, demandavano la sentenza definitiva agli specialisti, i giudici di Salerno.[23]CDC TEXT

Salerno vede una maggior concentrazione di giudici rispetto alle altre località del principato. I tribunali erano istituiti nel sacro palazzo della capitale e presieduti dai giudici. Il giudice salernitano esercita con grande autonomia, non avendo bisogno della presenza di altri funzionari o di testimoni. La sua autorità gli era conferita direttamente dal principe e segno di tale legame è proprio il palazzo, residenza del dominus, già da solo simbolo dell’autorità pubblica.

Presiedere alle funzioni giuridiche nel sacro palazzo non richiedeva cariche più complete o poteri più vasti come quelli del gastaldo. Il giudice opera in un solo settore in cui è specialista, dà voce alla volontà del principe, custode delle leggi longobarde e delle consuetudini del luogo, al sicuro dall’incertezza della politica meridionale.

I principi della prima dinastia sembrano ben consapevoli dell’importanza del formalismo giuridico, per questo favoriscono la separazione della funzione giuridica da quelle amministrative e militari, creando un ceto di agenti specializzati, forse per sottrarre il primato giuridico al potere delle famiglie aristocratiche ormai radicate nei distretti del principato.[24]

Un tentativo dunque da parte della dinastia Dauferida di avviare una centralizzazione del potere attraverso un personale specializzato alle dirette dipendenze del principe, così da rafforzare il potere del palazzo su quello dei vari gastaldi e conti, sempre più autonomi dalle direttive principesche. Intento che però rimase limitato alla sola capitale e alla zona circostante, mentre i gastaldi continuarono ad esercitare la funzione giuridica affiancandola al potere territoriale, come mostra il caso del gastaldo di Nocera.

I rapporti di fedeltà

L’Italia meridionale longobarda sembra essersi sottratta oltre che alla diretta dominazione carolingia anche alle innovazioni da questa apportate nella sfera dei rapporti clientelari, come il vassallaggio. Questo istituto, diffusosi nel mondo franco nell’VIII secolo, era divenuto uno strumento di dominio politico anche nell’Italia settentrionale conquistata dall’esercito di Carlomagno. Esso consisteva in una volontaria forma di sottomissione, o commendatio, prestata da un uomo libero ad un altro socialmente più forte. Quest’ultimo, il senior, si impegnava a fornire protezione ed aiuto economico al commendato socialmente più debole, per averne in cambio obbedienza e servizi. Il servizio, sempre più finalizzato all’esercizio delle armi, si accompagnava spesso a benefici di natura fondiaria, in godimento vitalizio, soggetti a restituzione in caso di rottura del vincolo clientelare.[25]

Nell’Europa carolingia tale rapporto vassallatico-beneficiario fu applicato a tutti i livelli sociali, anche ai più alti, e correlato da complesse cerimonie rituali, mentre nel Mezzogiorno longobardo, non soggetto alla dominazione franca, tale istituto non sembra essersi radicato. A confermare l’estraneità dell’istituto carolingio nel Mezzogiorno longobardo è la latitanza dei termini appartenenti alla sfera vassallatico-beneficiaria nelle fonti meridionali. Infatti, nelle carte cavensi, il termine vassus compare in una sola occasione, nell’874, attribuito ad un tal Walperto, che si riconosce “bassallo” del principe Guaiferio I per il quale funge da mediatore in una compravendita.[26] CDC TEXT La testimonianza dell’esistenza di tale titolo nel principato di Salerno, sembra coincidere con gli anni in cui l’influenza franca nel Mezzogiorno fu più sentita grazie alla presenza di Ludovico II, impegnato contro i Saraceni. Il ventennio che vide l’imperatore franco come potente alleato dei principati longobardi contro il comune nemico, determinò probabilmente l’introduzione di regole precise nella sfera dei rapporti clientelari, come sembrerebbe indicare la carta. Ma la morte dell’imperatore franco ed il rinnovato interesse della politica bizantina per l’Italia meridionale, allontanarono definitivamente il Mezzogiorno dall’influenza carolingia e dai suoi rapporti verticali.

Il sistema clientelare su base patrimoniale, che nel resto della penisola di tradizione longobarda aveva sostituito i più fluidi rapporti di gasindiato, non riuscì a sostituirsi alle forme di solidarietà ed amicizia che sembrano alla base dei rapporti interpersonali nelle regioni rimaste longobarde. Dalla lettura delle fonti letterarie meridionali, il potere del principe di Salerno appare piuttosto fondato su rapporti simmetrici, stretti dentro e fuori i confini della familias, non iscritti in una precisa gerarchia istituzionalizzata. Lo stesso termine vassallo, assente nella raccolta cavense dopo la morte di Ludovico II nell’875, è concepito, come estraneo alla cultura longobarda nelle cronache del tempo. Il monaco Erchemperto, nella sua Historia Langobardorum Beneventanorum, utilizza il termine vassus un’unica volta per indicare gli uomini armati del gastaldo dei Marsi, da lui ritenuti Franchi, non associandolo invece mai a uomini longobardi.[27] L’autore potrebbe quindi conoscere il significato del termine e farne uso solo in contesti specifici, mentre l’anonimo autore del Chronicon Salernitanum, che scrive alla fine del X secolo, non lo usa affatto nel descrivere le relazioni della società salernitana che sembra ben conoscere.[28] Quindi, nonostante l’insufficiente documentazione per definire la natura dei rapporti clientelari nel meridione longobardo, il silenzio delle fonti, lascia pensare che nei principati del Mezzogiorno le relazioni interne al ceto egemone non fossero improntate sul rigido schema carolingio, ma su più labili forme di devozione personale. Rapporti sfumati e non ben identificabili, sono soprattutto quelli che legano il principe ai suoi uomini di fiducia, come coloro che abbiamo visto al fianco del principe Guaiferio I, ancor prima che usurpasse il potere nel principato.

La difficoltà di individuare con precisi contorni i legami che intercorrevano tra Guaiferio ed il gruppo di uomini che lo circonda risiede in primo luogo nella natura privata della documentazione, poco adatta ad uno studio di questo tipo. Un aiuto può essere fornito dalla lettura di alcuni passi del Chronicon Salernitanum, in cui il termine fideles è utilizzato per indicare uomini vicini al principe, come nell’unica testimonianza della raccolta cavense.[29] CDC TEXT

Nel Chronicon i fideles si possono identificare con coloro che prestano un giuramento al loro signore, il principe, in virtù del quale siedono accanto a lui durante i banchetti, cavalcano al suo fianco nelle partite di caccia, vendicano le sue offese e lo consigliano nei momenti difficili. Così, ad esempio, il principe Siconolfo, cum suis non paucis fidelibus, si recò a caccia nel campo di Carvarica, ma dopo essere stato colto da malore chiamò intorno a sé tutti i maggiorenti per raccomandare il proprio figlio, e si rivolse loro chiamandoli mei fideles meosque consanguineos.[30] Chron. Sal. Anche il principe Guaiferio I, appreso dell’arrivo di Ludovico II, chiamò a consiglio fideles et consanguineis, per decidere come comportarsi con l’imperatore, ai cui occhi Guiferio era solo un usurpatore.[31] Chron. Sal.

Anni dopo, leggiamo ancora, il principe Guaimario II, uscendo dalla capitale diretto verso il gastaldato di Avellino, si fece scortare dai propri fideles, che non seppero però salvarlo dall’umiliante mutilazione che lo attendeva per mano del gastaldo Adelferio.[32] Chron. Sal.

Anche il figlio Gisulfo I portò con sé i propri fideles, quando si recò a Capua per incontrare l’imperatore Ottone I, e sulla via, li condusse con sé in una chiesa dove si fermò a chiedere perdono dei suoi peccati.[33] Chron. Sal.

Dunque, nei momenti più delicati per il principato di Salerno, come pure nei momenti di svago, in chiesa e fuori città, il principe è accompagnato da un ristretto gruppo di uomini, i suoi fedeli. Questi, nel racconto dell’anonimo salernitano sono spesso affiancati dai familiari del principe, i consanguinei, soprattutto in momenti particolari, come quello della successione al trono e all’arrivo dell’imperatore franco.

Fedeli e familiari nel loro insieme sono indicati dal cronista anche con il termine di optimates o proceres,[34] Chron. Sal. ma tra questi i fideles sembrerebbero costituire un’élite, un gruppo di uomini scelti dallo stesso principe per affiancarlo quotidianamente, non necessariamente coincidenti con i consanguinei. Il rapporto tra fideles e principe era verosimilmente basato su forme di lealtà personale e amicizia, senza obblighi precisi e senza sistematiche retribuzioni.[35] Il legame era sancito da un giuramento di fedeltà, detto anche foedus, termine che nella cronaca del X secolo indica rapporti bilaterali non somiglianti ai legami vassallatici, in quanto non sembrano includere l’ingaggio personale con cui si diventava uomo di un altro uomo dietro concessione di un beneficio.[36] Si tratta di legami di solidarietà probabilmente accompagnati da elargizioni in perpetuum ritagliate dal patrimonio fiscale, sempre arricchito da confische e patrimoni rimasti senza eredi. Lo stesso patrimonio della chiesa privata della dinastia, fondata da Guaiferio I pochi anni dopo l’ascesa al potere, rappresenta una sicura base fondiaria su cui costruire una rete di legami clientelari e allo stesso tempo ne costituisce il simbolo.

Il termine fideles non è attribuito dall’anonimo cronista ai soli uomini del seguito dei principi meridionali, ma in genere agli uomini vicini a tutti i signori longobardi e non, a cui è riconosciuta un autorità territoriale, quindi non solo ai principi di Salerno e Benevento e agli imperatori franchi, Carlomagno e Ludovico, ma anche a gastaldi e conti, come dimostrano i fideles di Adelferio di Avellino.[37] Chron. Sal. Segno questo della diffusione di tale rapporto clientelare a tutti i livelli del potere, anche a quello ecclesiastico, come indicato dal gruppo di fideles che circonda il vescovo Pietro.[38] Chron. Sal. Un vero e proprio seguito che ricorda il comitatus germanico, quella cerchia di guerrieri raccolta intorno ad un unico capo, legata al suo interno da amicizia e condivisione di imprese comuni, dove la verticalità del rapporto tra capo e gregario coesiste con l’orizzontalità della solidarietà tra pari, in cui il principe è il primo di un gruppo di uomini con cui condivide l’amicizia e lo stile di vita.[39]

I patti con relativo giuramento interessano anche i rapporti del principe con gli altri signori longobardi, conti e gastaldi, a cui però è richiesto un impegno maggiore a suggello delle alleanze: la consanguineitas. Lo si legge chiaramente nell’episodio riportato dall’Anonimo, relativo alla costruzione della nuova città di Sicopoli sul monte Triflisco, quando un fedele del principe Sicone osservò che non sarebbe stato possibile imporre la sudditanza ai capuani di Landolfo, senza stabilire con loro anche una consanguineità tramite matrimoni.[40] Chron. Sal.

Un altro episodio contenuto nel Chronicon, anch’esso precedente la divisione del principato Beneventano, rivela l’importanza del matrimonio, all’interno della cerchia dei maggiorentes: è il momento in cui fu acclamato principe Sicone, di origini friulane e per questo ritenuto uno straniero, nonostante anni prima gli fosse stato affidato il gastaldato di Acerenza dal principe Grimoaldo. Nel sentirlo indicare come forestiero, la moglie di Radelchi domandò il perché di tale definizione osservando che egli aveva figlie da dare in spose a uomini di Benevento, e suggerì al marito di chiederne una per il loro figlio, così da entrare nella solidarietà familiare del principe.[41] Chron Sal.

Lo strumento matrimoniale è quindi utilizzato per allargare la consanguineitas e così la base del consenso dentro e fuori il principato, mentre patti paritari e lealtà personali permettevano al principe di avere un gruppo di uomini fidati al suo fianco cui affidare la salvaguardia della sua persona ed alcune importanti funzioni istituzionali, al riparo da congiure ordite da fazioni concorrenti. La fazione nell’Italia meridionale si presenta come il maggior elemento di disgregazione interne alle regioni longobarde, in quanto nasce intorno a membri dell’aristocrazia su cui fondava il potere del principe. Questi maggiorenti, appoggiati da un gruppo di seguaci, costituiscono partiti trasversali che rompono la coesione della solidarietà con il principe perseguendo fini propri, come si è visto per lo stesso Guaiferio al momento dell’usurpazione.[42]

I conflitti interni ad un’aristocrazia imperniata su propri possessi, determinarono la frantumazione del territorio dell’antico ducato da sempre diviso in contee e gastaldati, avviando un precoce processo di formazione della signoria territoriale, come dimostra l’autonomia proclamata dal gastaldo capuano pochi anni dopo la secessione dell’849. L’affermazione del potere di alcune famiglie aristocratiche che avevano legato il potere derivato dalla forte base territoriale al prestigio e alle funzioni di cariche istituzionali fu originata dalla capacità di azione autonoma degli ottimati, da sempre caratteristica dell’instabilità del potere longobardo nella penisola.[43] Dunque, mentre nell’Italia settentrionale le istituzioni carolingie avevano inquadrato in precisi schemi giuridici i rapporti clientelari, correggendo la mancata gerarchizzazione di un potere basato sul possesso fondiario e sulle armi, nell’Italia meridionale rimasta longobarda il potere di principi e ottimati continuò ad avere una base territoriale, sfruttata per il mantenimento di seguiti armati personali, necessari all’affermazione di un potere autonomo dall’autorità centrale. La mancanza di istituti giuridici come quello vassallatico-beneficiario, contribuì dunque all’endemica bellicosità che accompagna i secoli di vita del principato meridionale e che favorì la formazione di nuove coalizioni interne ed esterne al principato stesso accelerandone la disgregazione.


[1] P. DELOGU, La giustizia nell’Italia meridionale longobarda, in La giustizia nell’Alto medioevo (secoli IX-XI), Spoleto 1997 (Settimane del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, XLIV) pp. 261-264.

[2] CDC. vol. I, n. LXVIII, anno 869.

 

[3] CDC .vol. I, n. LXVII, anno 869.

[4] Ad esempio: CDC. vol. I, n. LXXIX, anno 875.

[5] CDC. vol. I, n. LXV, anno 868; nn. LXVII, LXVIII, anno 869.

[6] CDC. vol. I, n. CXX, anno 905.

[7] CDC. vol. I, n. LXXXVI, anno 882; nn. XCII; XCIII anno 882; nn. XCVII, XCVIII; anno 882, n. CIX; anno 897.

[8] Il primo giudice incontrato nelle carte salernitane è Lambairo che non compare però nell’esercizio delle sue funzioni, ma solo come precedente proprietario di un fondo venduto nell’892. CDC. vol. I, n. CIII, anno 892.

[9] CDC. vol. I, n. CLXXIV, anno 947, n. CLXXVII; anno 949.

[10] Le leggi dei Longobardi. Storia, memoria e diritto di un popolo germanico, a cura di C. Azzara e S. Gasparri, Milano 1992, p. 109.

[11] H. TAVIANI, Le principauté lombarde de Salerne (IX-XI siècle). Pouvoir et société en Italie lombarde Méridionale, voll. I-II, Roma 1991, p. 573.

[12] CDC. vol. I, nn. CLIX, CLX anno 936; n. CLXVIII, anno 940; n. CLXX, 942; n. CLXXV, anno 947; n. CLXXXVII, anno 955; n. CXCI, anno 956; n. CXCVII, anno 956; vol. II, n. CCXIII, anno 961; n. CCXXXVII, anno 966; n. CCXLI, anno 966; n. CCLXV, anno 971; n. CCLXXII, anno 974; n. CCLXXXI, anno 975; n. CCLXXXVI, anno 975; n. CCXCVII, anno 977.

[13] CDC. vol. I, n. CXLIII, anno 925; n. CL, anno 930; n. CLV, anno 934; n. CLIX, anno 936.

[14] CDC. vol. I, n. CLXI, anno 936; n. CLXIV, anno 938; n. CLXXV, anno 947; n. CLXXXIV, anno 954.

[15] CDC. vol. I, nn. CCI, CCIII, anno 959.

[16] Fa eccezione un memoratorio del 964 rogato davanti a Siconolfo comitis palatii, in qualità di giudice a Balneo: CDC. vol. II, n. CCXXVII, anno 964.

[17] CDC. vol. I, n. CLXX, anno 942. Per altri esempi di missi inviati dal principe: n. CXXX, anno 919; n. CLXIX, anno 942; n. CLXX, anno 942; n. CLXXV, anno 947, n. CXCVII, anno 957.

[18] DELOGU, La giustizia, cit., pp. 282-283.

[19] CDC. vol. I, n. CLXXIV, anno 947; n. CLXXVII, anno 949; n. CLXXXVI, anno 954; n. CCI, anno 959; vol. II, n. CCXXII, anno 963; n. CCLXVIII, anno 972.

[20] CDC. vol. I, n. CLXXIV, anno 947; n. CLXXXI, anno 952; n. CCLIII, anno 967; n. CCLXXXVIII, anno 976.

[21] CDC. vol. I, n. CXL, anno 923; n. CXLI, anno 923 [Agella]. .Sculdais: CDC. vol. I, n. CXXXII, anno 913; n. CCLXIX, anno 972; n. CCLXXXVI, anno 975.

[22] CDC. vol. I, n. XXIV, anno 844; n. XXXII, anno 848; n. XXXVII, anno 853; n. LXVI, anno 869; n. LXXIX, anno 975; n. CLX, anno 936; n. CLXXXVI, anno 954; n. CLXXXVII, anno 955; n. CXCI, anno 956.

[23] TAVIANI, Le principauté, cit., p. 573. La studiosa identifica l’avvocato che compare in un giudizio del 947, in difesa di un abitante di Nocera davanti ai giudici salernitani, con il gastaldo Guaiferio che operava in quegli anni come giudice a Nocera. Il gastaldo secondo la Taviani si presenta nella capitale per rappresentare la sua amministrazione, in questa seconda istanza che vede l’esibizione di prove scritte prodotte durante le cause precedenti. CDC. vol. I, n. CLXXIV, anno 947.

[24] DELOGU, Il principato, cit., pp. 262-265.

[25] G. TABACCO, Egemonie sociali e strutture del potere nel Medioevo italiano, Torino 1979, pp. 149-151.

[26] CDC. vol. I, n. LXXVIII, anno 874.

 

[27] Erch., c. 62, p. 259.

[28] TAVIANI, Le principauté, cit. pp. 87-91: la studiosa identifica l’autore del Chronicon Salernitanum con l’abate Radoaldo, alla testa del monastero di Santa Maria e San Benedetto di Salerno tra il 986 ed il 990. Radoaldo, di estrazione aristocratica, discendeva, secondo la ricostruzione della Taviani, da un’importante famiglia che partecipò alla fortuna della dinastia Dauferida, condividendone al tramonto anche la cattiva sorte con l’esilio. Per una critica a tale identificazione ed in generale per una recensione dell’intero lavoro della Taviani sul principato di Salerno pubblicato nel 1991, si vedano: S. PALMIERI e M. GALANTE, Per una storiografia che dialoghi. A proposito di un libro recente sul principato di Salerno, in “Rassegna Storica Salernitana”, n.s., XI, 1994, pp. 225-242; P. DELOGU, La conquista dell’Italia meridionale come ideologia storiografica, XI\2, 1994, pp. 211-221.

[29] CDC. vol. I, n. CLXXXVII, anno 919.

 

[30] Chron. Sal., c. 92, pp. 92-93.

 

[31] Ivi, c. 105, p. 105.

 

[32] Ivi, c. 147. p. 155.

 

[33] Ivi, c. 169, p. 172.

[34] Ivi, c.9, p. 13; c. 26, p. 29; c. 27, p. 29; c.42, p. 43; c. 44, p. 46; c. 46, p. 47; c. 49, p. 50; c. 58, p. 58; c. 69, p. 66; c. 82, p. 81; c. 83, p. 83; c. 84, p. 86.

[35] MARTIN, Elements préféodaux, cit., pp. 565-566.

[36] TAVIANI, Pouvoir et solidarietés, cit., pp. 595-596.

[37] Chron. Sal., c. 147, p. 155.

 

[38] Ivi, c. 97, p. 97.

[39] F. CARDINI, Alle radici della cavalleria medievale, Firenze 1991, p. 72.

[40] Chron. Sal., c. 58, p. 58.

 

[41] Ivi, c. 54, pp. 54-55.

[42] DELOGU, Mito, cit., p. 106.

[43] TABACCO, Egemonie, cit. p. 135.

 

Le alleanze con i Bizantini

La fragilità individuata nei rapporti dei principati longobardi si riscontra anche nelle relazioni di questi con gli alleati esterni ai confini della Langobardia minor. Infatti i patti di alleanza stretti con i vicini ducati costieri ed i più potenti imperi, Franco e Bizantino, sembrano avere la stessa natura occasionale.

Emperors Basil I and Leo VI. Illumination from the chronicle of John Scylitzae. Una spia del valore temporale attribuito alle alleanze può essere rintracciata all’interno della documentazione cavense, nell’alternanza delle intestazioni dei documenti agli imperatori bizantini. Questi erano divenuti i principali interlocutori dei principati meridionali dopo la scomparsa dell’imperatore Ludovico II. Il vuoto politico lasciato dalla morte dell’imperatore franco fu sostituito dal rinnovato interesse dell’imperatore bizantino Basilio I per l’Italia meridionale. L’intervento bizantino fu determinante già nell’876, quando il baiulus di Otranto, Gregorio, accolse le richieste di aiuto del gastaldo longobardo di Bari contro i Saraceni. La flotta bizantina liberò la città pugliese dall’occupazione saracena sostituendosi però agli invasori, anziché riconfermare l’autorità longobarda sul gastaldato pugliese. La stessa politica fu seguita per tutti i territori liberati dall’invasione saracena, come la Calabria settentrionale, la Lucania sud-orientale e quasi tutta l’Apulia, [1] che furono riorganizzati in temi, circoscrizioni amministrative rette da funzionari civili e militari posti alle direttive di uno stratego, un funzionario militare di alto grado.[2]

Negli anni seguenti, l’incapacità dei principati longobardi di coalizzarsi contro il comune nemico saraceno, offrì l’opportunità ai Bizantini di riaffermare la propria autorità sul Mezzogiorno, stringendo patti separati con i tre centri longobardi. L’autonomia beneventana e la sua avversione per la politica bizantina, condusse i Bizantini ad occupare il principato longobardo, nell’892, ponendo la capitale del nuovo tema di Langobardia a Benevento, anche se per pochi anni, a seguito dei quali lo stratego bizantino si spostò nella più sicura Bari, per la fiera ostilità presentata dagli abitanti della capitale.

La riorganizzazione territoriale dell’Italia meridionale in temata non comprese la Campania, rimasta sotto il governo dei suoi principi grazie ai compromessi raggiunti con il prezioso alleato, senza il quale l’esercito salernitano non avrebbe sottratto i propri confini alla dilagante invasione mussulmana.

Il principe di Salerno Guaimario I, nell’887, ottenne l’appoggio bizantino contro le bande mussulmane che si erano stabilite sulle terre meridionali del principato, ad Agropoli.[3] In questa occasione, Guaimario si recò personalmente a Costantinopoli per riconoscere l’autorità dell’imperatore bizantino, che a sua volta, confermò al principe longobardo i suoi domini, così come erano stati stabiliti al tempo della divisione del ducato. Da questa data,[4] le carte salernitane portano gli anni di governo degli imperatori bizantini, Leone VI e Alessandro, ed il principe Guaimario figura con il titolo di patrizio.[5] CDC TEXT

Il titolo patrikios era una delle dignità più alte conferite dall’imperatore di Bisanzio ai suoi alleati o a chiunque svolgesse un servizio per l’impero, anche se intermittente come quello salernitano. Tale titolo fu creato dall’imperatore Costantino, ma ancora ai tempi di Guaimario I rappresentava un’importante dignità, come mostra il Kletorologion di Filoteo. Quest’opera sul cerimoniale palatino, datata 899, colloca la carica di patrizio al dodicesimo posto tra le dignità per insegne, ossia i titoli nobiliari che non comportavano alcun servizio se non all’interno della gerarchia della nobiltà dell’impero.[6]

Il titolo bizantino fu concesso anche ad altri signori dei principati meridionali, come Napoli nel 915, Gaeta nel 919 e Amalfi nel 922, mentre nel settentrione d’Italia il titolo di patrizio fu conferito ai dogi di Venezia solo dopo il 1004.[7] Su nessuno di questi territori, che avevano stretto un legame con l’impero bizantino, gravarono conseguenze tributarie o amministrative.[8] Si richiedeva loro di riconoscere l’autorità bizantina sui propri territori e dunque di concepire il proprio governo come concessione di più alta autorità.

Dunque un titolo onorifico a suggello di un’alleanza, di cui però i principi salernitani non sembravano riconoscere né il prestigio né il vincolo, visto che se ne spogliarono alla prima occasione, fieri di definirsi solo principes gentis Langobardorum. È quello che accade con il successore del principe Guaimario, suo figlio Guaimario II, anch’egli insignito del titolo di patrizio, che ruppe il patto con i Bizantini, dopo il 928, partecipando alla rivolta dei principi beneventani Landolfo I e Atenolfo II, contro il dominio orientale delle terre pugliesi.[9] Il titolo ricompare nella documentazione datata ai primi anni di governo del suo erede, il principe Gisulfo I, fino al 958, anno in cui le carte portano il titolo del solo principe di Salerno, sempre più legato al parente capuano e, tramite lui, ad Ottone di Sassonia. L’inserimento del Sassone nella politica della Longobardia minore si presentò come alternativa al potere politico bizantino sui territori longobardi, sempre alla ricerca questi ultimi di un nuovo alleato per sottrarsi alla dominazione straniera e mantenere di fatto la propria indipendenza.

 

 


[1] O. BERTOLINI, Longobardi e Bizantini nell’Italia meridionale, in Benevento, Montevergine, Salerno e Amalfi. Atti del III Congresso di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 1959, p. 122.

[2] A. GUILLOU, Aspetti della società bizantina in Italia, trad. N. Martuscello, Bari 1976, pp. 169-170.

[3] V. V. FALKENHAUSEN, I Longobardi meridionali, pp. 271-272.

[4] Non sono qui considerati i cinque documenti, datati dagli editori 821, 842, 843 e 845 che portano il nome di un imperatore Michele, identificato da Vera Von Falkenhausen con Michele IV o Michele VI e quindi riferiti ad anni posteriori rispetto all’ambito cronologico di questo studio. La datazione è infatti rinviata dalla studiosa agli anni 1036, 1057, 1037, 1040 il che esclude questi documenti dallo studio della società salernitana tra VIII e X secolo: V. V. FALKENHAUSEN, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX al XI secolo, titolo originale Untersuchungen über die byzantinische Herrschaft in Süditalien, vom. 9. Bis ins. 11. Jahrhundert, Wiesbaden 1967, trad. di F. Di Clemente e L. Fasola, Bari 1978, p. 17.

[5] Un documento di qualche anno dopo ricorda la crisobolla dei due imperatori con cui a Guiferio fu garantito il dominio sul principato: “ Declaro ego Guaimarius princeps et imperialis patricius, qia concessum est mihi a sanctissimis et piissimis imperatoribus Leone et Alexandro per berbum et firmissimus preceptum bulla aurea sigillatum, integram sortem Benebentane provincie, sicut divisum est inter Sichenolfum et Radelchisum principem, ut liceat me exinde facere omnia quod voluero sicut antecessores mei omnes principes federunt”: CDC. vol. I, n. CXI, anno 899

[6] G. RAVEGNANI, Dignità bizantine dei dogi di Venezia, in Studi Veneti offerti a Gaetano Cozzi, 1992, pp. 24-27.

[7] A. PERTUSI, “Quendam regalia insigna”. Ricerche sulle insegne del potere ducale a Venezia durante il medioevo, in “Studi veneziani”, VII, 1965, p. 107; G. RAVEGNANI, Le dignità, cit., p. 22.

[8] FALKENHAUSEN, La dominazione, cit., p. 18.

[9] Ivi, cit., p. 15. 

 

Le donne longobarde

Nelle carte salernitane dei secoli antecedenti il Mille, la presenza femminile è costante. La donna, infatti, partecipa attivamente alla vita economica e sociale del principato, presenziando spesso alle compravendite in veste di venditore o di acquirente, e a volte anche di testimone, sempre entro i limiti imposti dalla legge longobarda. Ella era sottoposta al mundio, potestà perpetua esercitata solitamente dal padre, e dopo di lui, per successione, dai fratelli, dai figli, dal marito o, in casi estremi, dal sovrano. Alla stregua insomma di vecchi e bambini, la donna rientra nella fascia dei più deboli, degli indifesi tutelati dal legislatore. Questa immagine della donna “muta” mal si accosta però al ruolo economico e sociale che traspare dalla documentazione.

Una donna che insegna la geometria a un gruppo di monaci. Miniatura dell'Incipit degli Elementa di Euclide, nella traduzione di Adelardo di Bath (1309-1316).

Il ruolo economico del patrimonio femminile

Nel Mezzogiorno longobardo, la proprietà della donna concorre alla frammentazione del patrimonio familiare. Quello che intacca per primo è quello della sua famiglia, nel momento in cui abbandona la casa paterna per la nuova dimora coniugale, portando con sé la dote datale dal genitore, destinata allo sposo. In cambio, il padre della sposa riceve dal genero il meffio, o meta, costituito prevalentemente da monete o altri oggetti preziosi, come era nella consuetudine longobarda.[1] Nel Codice Cavense il meffio è menzionato un’unica volta in un memoratorio del 972. Qui è testimoniata la consegna del morgengabe alla sposa e sette tarì d’oro, che Giovanni di Forino, accetta a titolo di meffio, da parte del genero, Amato di Avellino.[2] CDC TEXT Alle donne spetta invece il morgengabe, dono del mattino, consegnato dallo sposo dopo la prima notte di nozze. Con questo la sposa diviene proprietaria di parte delle sostanze del marito, di solito in misura di un quarto o di un ottavo, come stabilito dalla legge di Liutprando del 717 e confermata da quella di Adelchi di Benevento nell’866.[3]

Il dono del mattino

La cessione del morgengabe era solitamente rettificata con un atto notarile. La documentazione salernitana ci offre solo quattro esempi di tale pratica, mentre più numerose sono le notizie di offerte o vendite dei doni del mattino. La prima notifica di morgengabe è contenuta nel memoratorio del  792 che apre l’intera raccolta. Nella carta, scritta a Forino da Urso notaio, un abitante del luogo, di nome Alderisso, donò alla moglie la quarta parte della sua proprietà, comprendente una curte, con terra colta ed incolta, oltre ad alcuni edifici e ciò che contenevano .[4] CDC TEXT Per avere testimonianza di una seconda cessione di morgengabe tramite atti notarili è necessario attendere fino alla metà del secolo X, quando le notifiche dei doni di nozze si fanno più numerose, essendo più nutrita la documentazione. È del 933, infatti, il memoratorio scritto a Salerno, con cui Adelperto detto Cicero, dona alla moglie Maria la quarta parte delle sue sostanze, davanti a parenti ed amici, “secundum ritus gentis nostre langobardorum”. Tale parte rimarrà di proprietà della donna in perpetuo, come garantisce l’atto scritto che fa esplicito divieto al marito e ai suoi parenti di avviare requisizioni[5] CDC TEXT

Le promesse degli sponsali

Il matrimonio longobardo era un vero e proprio contratto tra i parenti della sposa ed il futuro marito. Ne è un esempio il memoratorio del 937 che notifica l’unione tra Adelperto e Maralda. Il padre della sposa, Giovanni, consegna al futuro genero la wadia, mentre questo si impegna a consegnare a Maralda la quarta parte dei suoi beni. Se mancherà all’impegno, Adelperto sarà obbligato a versare al padre della sposa cinquanta solidi costantiniani, mentre se deciderà di non prenderla più in moglie, dovrà restituire la wadia e aggiungere venti solidi o, in mancanza di denaro, pignorare ciò che possiede. Una clausola dello stesso contratto prevede che nel caso fosse la donna a sottrarsi all’impegno preso con il suo uomo, peccando o essendo rapita, la sua famiglia dovrà lasciare al marito una parte delle sue proprietà. Così scrivono i due notai, padre e figlio, davanti ai mediatori delle due parti, i fratelli Wisone e Andrea.[6] CDC TEXT Una diversa clausola è contenuta in una carta del 947, dove Ragimperto, monaco, dona alla figlia e al genero tutte le sue sostanze, a condizione che in caso la figlia Adelchisa morisse prima del marito Pietro, due parti della donazione torneranno a lui medesimo oppure ai suoi eredi. Pietro si impegna a rispettare tale patto accettando il launegild ("camiso uno") ed un’eventuale pena di 10 solidi costantiniani.[7] CDC TEXT L’attenzione rivolta alla dote delle donne, qui riscontrata, lascia pensare che questa non fosse irrilevante, almeno in questi casi.

L’integrità della proprietà femminile

Una volta donato, il morgengabe diviene parte integrante del patrimonio della donna. La legge prevede, infatti, che alla prematura scomparsa del marito la consorte mantenga i diritti di proprietà sulla sua quarta parte, come ricordato nel memoratorio di Forino del 792. La donna salernitana sembra mantenere inalterati i suoi diritti anche nel caso di seconde nozze, come vediamo nel caso di Ermeperga che nell’853, dopo essere stata interrogata dallo sculdascio Lupo, vende con il consenso dei suoi mundoaldi e del marito Ragemfrid, la quarta parte ricevuta dal primo marito, Daciperto.[8] CDC TEXT Mentre, in un documento redatto a Nocera nel 954, i beni ricevuti da Gemma, figlia di Maurone, dal primo marito, sono confermati dal padre di quest’ultimo, Maghenolfo di Nocera. Si tratta di una terra vicino al bagno pubblico, equivalente alla quarta parte delle proprietà del primo marito Richardo. Dopo la scomparsa di Gemma, avvenuta un anno dopo, la sua terra è amministrata dal secondo marito che l’affitta per dieci anni, forse nell’attesa del raggiungimento della maggiore età dei figli di Gemma cui spetta il patrimonio della donna.[9] CDC TEXT Un caso simile è quello di Richarda, figlia di Gaidenardo, che in fin di vita decide di offrire tutte le sue sostanze alla chiesa di San Marcello di Nocera. La donazione includeva la quarta parte ricevuta dal primo marito, per la quale chiede l’assoluzione dei tre figli avuti da questo, e la quarta parte delle sostanze del secondo marito,riscattabile dai figli di quest’ultimo entro tre giorni dalla morte della donna.[10] CDC TEXT

Le vendite dei “morgengabe”

La donna longobarda dunque può contare su una sicura base economica, rappresentata dal morgengabe. Essa è libera di gestire i sui beni come meglio crede, purché ottenga il consenso dei mundoaldi chiamati a dar voce alla sua volontà. Un caso tipico dell’intervento dei mundoaldi è rappresentato proprio dalla vendita della proprietà femminile. La formula di redazione di queste ultime nelle carte cavensi è sempre uguale: dopo la presentazione della donna e dei suoi mundoaldi, è detto che nessun uomo ha fatto pressione o violenza su di lei per indurla a cedere i suoi beni. La sistematica ripetizione di tale affermazione in tutti gli atti di vendita di morgengabe, oltre ad essere parte di un formalismo notarile, potrebbe indicare invece che questa fosse una pratica molto diffusa. Infatti, nel secolo successivo la forma di redazione cambia, non essendo più ventilata alcuna ipotesi di costrizione. Non può certo sfuggire però che per questo secolo, maggiormente documentato rispetto al precedente, le vendite di morgengabe subiscono un forte calo, solo cinque contro le ventuno del secolo precedente. Sembrerebbe quindi che le vendite dei patrimoni femminili coincidano con gli anni di espansione dei medi proprietari fondiari impegnati ad estendere i propri confini, appunto nel corso del IX secolo, durante gli anni di crisi delle campagne salernitane messe a dura prova dalle scorrerie saracene. È da considerare che la proprietà della donna rappresentava invece un’incognita per tali progetti, in quanto poteva sottrarsi all’alienazione dei beni del marito e dunque mantenere la sua pars dentro un patrimonio altrui.[11] CDC TEXT ; CDC TEXT ; CDC TEXTIn questi casi è legittimo pensare ad una pressione da parte del proprietario della terra circostante che, con la complicità dei familiari della donna, riusciva spesso ad avere la meglio. In ogni caso, non mancano vendite dell’intero patrimonio fatte dai due coniugi di comune accordo, come vediamo da due carte della metà del secolo IX, in cui due donne, Audiperga e Bonetruda, partecipano al fianco del marito alla vendita dei beni di famiglia.[12] CDC TEXT; CDC TEXT Anche se più spesso invece la vendita dei morgengabe segue in ordine di tempo quella del marito, completando dunque l’alienazione dell’intero patrimonio, come fanno Orsa, Cussiperga, Roctruda e Wiletrude che figurano come attrici di vendite destinate a proprietari di terre confinanti.[13] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Gli stessi che, profittando delle difficoltà del periodo, la guerra interna al ducato e le scorrerie saracene, estendono i propri confini, inglobando proprietà più piccole, spesso irraggiungibili dai proprietari che risiedevano in città, come conferma una carta dell’855, in cui una tal Locerna, rifugiatasi a Salerno, vende “pro mei necissitatibus” ciò che le pertiene ad Andrelle, vicino alla capitale, per trentacinque solidi d’oro [14] CDC TEXT ed ancora, nell’882, Rodelenda, moglie di Polcaro, vende la sua parte affermando “ut ego biberem possam”.[15] CDC TEXT La maggior parte delle donne che vendono il proprio morgengabe sono vedove, come Fredemperga, che dopo la morte del marito Amsfrid vende ad Aleprando la sua quarta parte tra Rotalo e Benevento, vicino al fiume Sabato, per ben venti solidi di domno sicardo [16] CDC TEXT Spesso riservano per sé una parte delle proprietà dove continuare a risiedere, come Wiseltrude, nell’848, che riserva per sé una casa con ciò che si trovava all’interno ed una terra, escludendola dalla vendita del suo morgengabe,costituito da terra ed edifici con “circoitum cortibus et ortalibus”[17] CDC TEXT Altre donne, invece, incrementano il loro patrimonio con beni ereditati dai familiari, come ad esempio si legge nella vendita di Inelgisa che, nell’869, vende ad un tal Potenando la parte ereditata dal padre a Misciano o ancora nella cessione della monaca Ametrude, che aggiunge alla sua parte i beni del figlio, morto senza eredi.[18] CDC TEXT ; CDC TEXT Nel secolo seguente diminuiscono le vendite di morgengabe, come in generale diminuiscono le compravendite. Le carte di questo periodo sono in prevalenza giudizi e locazioni, che solo raramente interessano la proprietà femminile.[19] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Nella seconda metà del secolo sono più frequenti le offerte ad enti ecclesiastici o donazioni a privati come il caso dei coniugi di Valneo, nei pressi di Avellino, che nel 956 donano parte delle loro sostanze ad Andrea figlio di Loperisso, o quella di Risa, vedova del chierico Martino, che nel 960 dona l’intero patrimonio ereditato dal padre al genero Andrea.[20] CDC TEXT ; CDC TEXT

Le donne e la famiglia dello sposo

Il ruolo assunto dalla donna all’interno della famiglia del marito, si può intuire dal testamento del presbitero Angelperto, appartenente alla famiglia di Selberamo di Agella e abate della chiesa di San Massimo. Il presbitero nel 903 designa sua erede la cognata Sica, vedova del fratello Giovanni, lasciandole la metà delle sue sostanze. Sica diviene così amministratrice dei beni della famiglia del marito, che sappiamo considerevoli. Al suo fianco nella gestione del patrimonio, un’altra donna, la vedova del terzo fratello, Leomperto, come vediamo da un giudizio di due anni più tardi in cui una parte delle proprietà di famiglia era contesa da un certo Madulo.[21] CDC TEXT; CDC TEXT Nel 966, altre due donne hanno la gestione di un patrimonio, costituito da due appezzamenti divisi in comune con la chiesa di San Massimo, che in questa data permutano con la stessa chiesa con l’equivalente in altro luogo.[22] CDC TEXT

Il testamento di Littoso

Il ruolo della donna, dentro e fuori la famiglia di appartenenza, è dunque innegabile e ulteriore conferma trova alla lettura del testamento di Boso, soprannominato Littoso, che nel 968 in punto di morte, affida alla moglie tutte le sue sostanze, da amministrare e preservare per le due figlie ancore minorenni Marlsenda e Letizia. Queste una volta maggiorenni, si legge, divideranno la loro parte con gli altri fratelli, mentre alla madre resterà il rimanente, equivalente alla metà dell’intero patrimonio. Iaquinta dunque non è solo l’erede patrimoniale del marito, ma anche l’erede testamentaria; a lei, infatti, spetta di vigilare affinché le volontà del marito siano rispettate. Condizione imprescindibile a ciò, è che ella segua il dettame del marito: “dum lectum meum custodierit et non nupserit”. In caso di seconde nozze dunque le rimarrebbe il solo morgengabe, anziché la metà dell’intero patrimonio.[23] CDC TEXT Inoltre le carte lasciano intravedere una donna longobarda attiva nella gestione del suo patrimonio, come testimonierebbero le menzioni di acquisti a nome di donne,[24] CDC TEXT presenti, anche se in numero esiguo, nella documentazione salernitana e nelle menzioni di donne proprietarie tra i confinanti.[25] CDC TEXT; CDC TEXT  Dall’analisi della documentazione cavense emerge quindi una donna salernitana impegnata nella vita familiare, con un ruolo importante entro la gestione e la custodia del patrimonio. Una donna, quella meridionale, che gode di indipendenza economica garantitale dalle leggi, ma in seguito avversata dalle stesse come farebbe intuire una novella di Arechi II di Benevento. La dodicesima novella del principe beneventano denuncia il comportamento scandaloso di alcune donne, dette spregiativamente mulihercole, che approfittano della vedovanza per concedersi liberi costumi in pubblico. Queste, si legge nella novella, indossano l’abito monacale “per non sopportare il vincolo delle nozze, giacché ritengono che ogni cosa sarà sicura se non si sottopongono all’autorità coniugale”. Tale comportamento, definito dal principe pestis execranda, è punito con il pagamento del guidrigildo, ossia del valore stabilito per ogni individuo in base alla sua posizione sociale, al palazzo e l’immediata entrata nel monastero con il medesimo guidrigildo e tutti i beni personali. Di ciò si deve far carico chiunque sia a lei legato da parentela e rimandi la sua entrata in convento per più di un anno dal voto.[26] Un duro veto morale che potrebbe nascondere dietro la preoccupazione della licenziosità dei costumi, l’intento di far rientrare grosse parti di patrimonio nelle mani delle famiglie, impotenti davanti a donne che, consce della loro indipendenza economica, non rispettano i costumi della comunità, soprattutto quando si tratta di affidare le proprie ricchezze e la propria libertà ad un secondo tutore. La velatio permetteva infatti alle vedove di continuare a risiedere nella propria abitazione, ma soprattutto la formale sottomissione all’autorità religiosa permetteva loro di sottrarsi di fatto alle pressioni dei gruppi parentali o d’acquisto.[27]

 


[1] ROTH. 199. LIUT. 103, 129.

[2] CDC.vol. II, n. CCLXXII, anno 972; “…et simul dedit et tradidit tibi iamdicte uxori mee iusta legem in meffie abendum septe tari aurei voni ad tuam proprietatem abendum.”

[3] LIUT. 7, 103. ADEL. 3.

[4] CDC.vol. I, n. I, anno 792.

[5] CDC.vol. I, n. CLIV, anno 933, altre notifiche di morgengabe: vol. II, n.CCXVIII, anno 960; n. CCXXIX, anno 965.

[6] CDC.vol. I, n. CLXIII, anno 937.

[7] CDC.vol. I, n. CLXXIII, anno 947.

[8] CDC.vol. I, n. XXXVII, anno 853.

[9] CDC.vol. I, nn. CLXXXV, CLXXXVII, anni 954, 955.

[10] CDC. vol. II, n. CCXVIII, anno 962.

[11] Sottraggono la loro parte dalle alienazioni del marito: la moglie e la nuora di Lupo, figlio del fu Maione [CDC. vol. I, n. XLVII, anno 856 Maliano], la madre e la moglie di Maio cedute in precedenza al secondo fratello Adelgiso [n. LIV, anno 858 Rota]; la moglie del notaio Giovanni [n. CXXIX, anno 912].

[12] CDC.vol. I, n. XXIII, anno 843; n. LXIX, anno 869.

[13] CDC.vol. I, n. XXIV, anno 844; n. XXXIX, anno 854; n. XLVIII, anno 856; n. XCVII, anno 882.

[14] CDC.vol. I, n. XL, anno 855.

[15] CDC.vol. I, n. LXXXVI, anno 882.

[16] CDC.vol. I, n. XXVI, anno 845.

[17] CDC.vol. I, n. XXXII, anno 848. 

[18] CDC.vol. I, n. LXVIII, anno 869; n. CIX, anno 897

[19] CDC.vol. I, n. CXXXI, anno 912; n. CXXXV, anno 918; n. CXXXVIII, anno 920; n.CLXVIII, anno 940.

[20] CDC.vol. II, nn.CXCII, CCVII, anni 956, 960.

[21] CDC.vol. I, n. CXVIII, anno 903; n. CXX, anno 905.

[22] CDC.vol. II, n. CCXLIII, anno 966.

[23] CDC.vol. II, n. CCLVII, anno 968.

[24] CDC.vol. I, n. CLXXVII, anno 949.

[25] CDC.vol. I, n. LIX, anno 860; vol. II, n. CCXXXVII, anno 966.

[26] ARECH., 12, in Le leggi dei Longobardi. Storia, memoria e diritto di un popolo germanico, a cura di C. AZZARA e S. GASPARRI, Milano 1992, pp.270-271.

[27] C.LA ROCCA, Segni di distinzione. Dai corredi funerari alle donazioni “post obitum” nel regno longobardo, in L’Italiacentro-settentrionale in età longobarda. Atti del Convegno, Ascoli Piceno 1995, a cura di L. Paroli, Firenze 1997 (Biblioteca di Archeologia Medievale), pp. 47-48.

La proprietà fondiaria

Nella Longobardia minore dei secoli VIII e IX, come nel resto della penisola, il potere politico e la supremazia economico-sociale della classe dirigente si fondavano su ingenti patrimoni terrieri. [1]

Da Wikipedia, Enciclopedia Libera, Tappezzeria con una tipica scena del lavoro curtenseL’esame dei gruppi parentali che detenevano tali patrimoni è però difficoltoso a causa della frammentazione cui erano soggetti questi ultimi. La prima causa di dispersione dei beni familiari era l’assenza di una linea agnatizia. La famiglia longobarda infatti, presenta una struttura fluida in cui tutti gli eredi partecipano con eguali diritti alla suddivisione del patrimonio, il che determinò una parcellizzazione del patrimonio fondiario in cui è difficile seguire le vicende delle varie sortiones, le cellule fondiarie in cui era diviso.[2]

Nelle carte cavensi dell’VIII secolo compaiono numerosi piccoli proprietari, impegnati in compravendite di fondi di modeste dimensioni su tutto il territorio salernitano, non ancora indipendente dalla capitale, Benevento. Alla diffusione così attestata della piccola proprietà si affianca, tra la fine dell’VIII secolo e la prima metà del successivo, una tendenza verso l’estensione della proprietà fondiaria tramite accorpamenti delle proprietà confinanti, come testimoniano ad esempio le carte relative ad un gruppo parentale riconducibile ad un tal Selberamo. Il nutrito numero di atti privati stipulati dai suoi discendenti permette di seguire l’estensione del patrimonio di questa famiglia per circa cinquanta anni, tra l’826 e l’882.

La zona interessata è in prossimità di Nocera, esattamente in un luogo chiamato nelle carte Agella. Qui si concentrano gli acquisti dei figli di Selberamo tra 826 e 850, tutti impegnati ad incrementare il patrimonio lasciato dal padre. Il più intraprendente dei tre figli del capostipite è Leone, che acquista alcune proprietà dei suoi vicini riservandosi il diritto di prelazione sul rimanente. Dopo la sua morte, avvenuta all’incirca verso l’844, è la moglie Ermetrude a preoccuparsi di incamerare beni attingendo dalle vicine proprietà per lasciare poi il compito ai figli, all’epoca probabilmente minorenni. L’attività economica di questi ultimi si concentra infatti anni dopo, tra 878 e 903, ed anch’essa mira ad ampliare i confini del patrimonio sito ad Agella. Lo testimoniano i documenti relativi alla parte di patrimonio del presbitero Angelperto, che acquista i patrimoni dei suoi vicini, approfittando a volte delle loro difficoltà economiche, come accade con Mauro, figlio di Ermemaro. Quest’ultimo divenne debitore del presbitero a seguito di un prestito in moneta. La difficoltà nell’estinguere tale prestito costrinse Mauro ad assoggettarsi alla volontà del potente vicino lavorando per lui un giorno a settimana fino alla sua morte, quando la cessione delle proprietà della sua vedova cancellò l’onere, permettendo al presbitero di inglobare l’intero patrimonio di Mauro nel suo.[3] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Una parte del patrimonio così accresciuto fu offerto dallo stesso Angelperto alla Chiesa di San Massimo che incamerò pochi anni dopo il resto, grazie ad una donazione fatta dagli eredi del presbitero.[4] CDC TEXT L’intero patrimonio in Agella finiva così nei più vasti possessi della chiesa dinastica salernitana, dove lo stesso Angelperto sembra aver ricoperto un ruolo di primo piano, alla testa del monastero tra gli ultimi decenni del IX secolo ed i primi del seguente.

Un altro caso di pressione esercitata sui confinanti in difficoltà si potrebbe rintracciare in un documento dell’871 in cui un certo Sicone, figlio di Tancomaro, concesse un mutuo ad un tal Madelgaro per coltivare una terra in una località vicino Salerno, Giovi. Nei pressi di quest’ultima Sicone aveva accumulato beni fondiari in una ventina d’anni come dimostrano le numerose transazioni che lo riguardano e testimoniano anche in questo caso l’intento di costruire un patrimonio coerente, inglobando le proprietà vicine. Madelgaro, infatti, aveva già ceduto parte del suo patrimonio a Sicone ed ora si ritrova a coltivare per il vicino una terra confinante con il suo ex fondo, lasciando intravedere l’ombra del ricatto economico che aveva già colpito Mauro.

Negli stessi anni altri proprietari fondiari estendono il proprio patrimonio, profittando del difficile momento che attraversavano i piccoli proprietari a causa dei disordini, provocati prima dalla guerra interna al principato e poi dalle scorrerie saracene, che avevano reso le campagne insicure e spesso abbandonate dagli stessi proprietari, incapaci di difenderle oppure impossibilitati a raggiungerle. In questo contesto l’estensione fondiaria da parte di pochi è probabilmente indice della coincidenza di una pressione esercitata da coloro che godevano di maggiori possibilità economiche per estendere la loro base fondiaria e, del possesso di adeguati strumenti per difendere i propri possessi.

Nessuno di costoro comunque sembra legato al pubblicum, o almeno nelle carte non figurano titoli di nessun tipo attribuiti ai possessores di questi anni. Quindi i patrimoni più vasti nel IX secolo sembrano avere origine unicamente dall’impegno perseguito dall’intero gruppo parentale di estendere il patrimonio di famiglia in modo coerente, proprio come si è visto per il patrimonio di Agella, appartenente alla famiglia di Selberamo.

 

Proprietari fondiari e amministrazione pubblica

Benché i proprietari dei patrimoni più consistenti non coincidano con i funzionari del principato è difficile credere che questi non avessero una base fondiaria. La conferma arriva dalle tante carte in cui le proprietà di sculdasci, gastaldi e conti, sono ricordate occasionalmente. Proprio per la natura di tali notizie, secondarie rispetto all’oggetto del documento, è difficile individuare l’estensione di queste proprietà. Con minor approssimazione è invece possibile ubicare le stesse, grazie alle precise descrizioni dei luoghi, fornite dalle carte.

La maggior parte di questi patrimoni si può individuare in un raggio di pochi chilometri dalla capitale. Le notizie pervenuteci per il secolo IX riguardano soprattutto la zona di Nobara, nel distretto di Nocera, e il distretto di Rota, mentre nel secolo seguente, con l’estensione del territorio effettivamente controllato dal principe di Salerno dopo l’esaurirsi dell’ondata saracena, ai tradizionali luoghi di interesse economico per gli agenti pubblici e più in generale per i proprietari fondiari, si aggiungono altre zone, più lontane dalla capitale. Una di queste è la Sila dove, ad esempio, erano le proprietà di Ragimperto e Haginone, entrambi gastaldi.[5] CDC TEXT

Nel X secolo uno dei patrimoni di gastaldi più documentati è quello di Pandone, presso il fiume Alto, che possiamo seguire nel corso degli anni tramite gli atti privati in cui compaiono i suoi figli.

Il gastaldo Pandone figura in vita in un giudizio del 902 per stabilire i confini della proprietà di Urso, figlio di Radeprando. Egli è ricordato come garante di un atto precedente al giudizio, insieme a Landolfo gastaldo; la sua attività nel pubblicum dunque è da collocare a cavallo tra IX e X secolo. Muore forse nel 946, anno in cui i suoi figli Friderisi, Radoaldo e Dauferio convengono davanti al notaio Romualdo per spartirsi l’eredità paterna, comprendente anche un’abitazione nella capitale. Altre notizie riguardo questo patrimonio si hanno nel 952, quando i tre fratelli intentarono una causa per definire i confini di una proprietà presso il fiume Alto, probabilmente la parte ereditata dal padre, e di qualche anno dopo è la notizia di altri possedimenti nella zona di Nocera, separati dunque dal patrimonio iniziale.[6] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Nella seconda metà del secolo X le località in cui è possibile rintracciare i patrimoni dei funzionari del principato sono le più disparate, si va dal centro della capitale dove si trova il patrimonio del gastaldo Pietro del fu Landoaro che, nel 971, vende metà di una chiesa da lui stesso fondata sulle sue proprietà, nel centro della città definito hortus magnus,[7] alle zone più remote come Vietri, dove negli stessi anni è documentata la proprietà del gastaldo Iaquinto, che ingloba nei suoi confini il patrimonio confinante di due fratelli di origine atraniese, tramite una donazione fatta da questi ultimi.[8] CDC TEXT; CDC TEXT

Nella documentazione anche questi patrimoni, seppure di agenti del principato, non hanno alcuna relazione con il pubblicum. Una sola carta attesta l’origine fiscale di un patrimonio appartenente ad un gastaldo, soprannominato Cristallo, che nel 975 ricorda la donazione di alcuni possedimenti al padre Arechisi da parte del principe Gisulfo I.[9] CDC TEXT

 

I patrimoni dei consanguinei del principe

I patrimoni più documentati, nella raccolta cavense, sono quelli appartenenti al capostipite della prima dinastia o ai suoi familiari, come vediamo ad esempio dalle numerose carte che interessano Guaiferio I.

Questo rientrato dall’esilio cui lo aveva costretto il principe Sicone, si impegnò di persona o tramite terzi, in una serie di permute e compravendite, concentrate prevalentemente nella città di Salerno e in un luogo detto Casamabile, tra 852 e 874.[10] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Questo patrimonio, esteso negli anni successivi l’acclamazione al principato, oltre a costituire la base fondiaria su cui poggiare il proprio prestigio sociale già durante gli anni precedenti l’861, costituì il nucleo iniziale della chiesa privata, dedicata a San Massimo Confessore, fatta costruire da Guaiferio I sui suoi possessi, concentrati nella parte alta della città di Salerno.

Il patrimonio di famiglia fu poi esteso dal principe Guaimario II, tra il 912 e il 919, tramite una donazione destinata al principe di metà casa in muratura e terra “intus eadem vestra civitate salernitanam novam ad ortum magnum”. Gli attori dell’offerta sono Alaisso e Adelgrimo, entrambi figli di due uomini vicini alla famiglia dinastica, Truppoaldo ed Imetanci che ricorrono spesso nelle file dei sottoscrittori, accanto al principe.[11] CDC TEXT Mentre una compravendita portata a termine dallo stesso principe qualche anno dopo, mostra un interesse per la zona compresa tra Salerno e Capua.[12] CDC TEXT

Il figlio del principe Guaimario II sembra invece più interessato alla zona del Cilento, come confermano i documenti che lo riguardano tra il 932 e il 933, nonostante anch’egli si presti per acquisti in città.[13] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Le carte dunque testimoniano un interesse sempre vivo per l’estensione del patrimonio nella capitale, costituito prevalentemente da case, forse destinate ad alloggiare parenti ed amici nei pressi del palatium. Più disordinato appare invece, dopo la morte di Guaiferio I, il costituirsi d un patrimonio al di fuori delle mura cittadine con acquisti in aree lontane l’una dall’altra a cui si aggiungono le donazioni da parte di uomini fidati, anch’esse spesso incoerenti con il resto del patrimonio privato dei principi. L’origine di uno scarso interesse per la formazione di un patrimonio razionale va certo attribuita all’esistenza di un più vasto e ricco patrimonio dinastico, su cui erano concentrati gli sforzi e gli interessi di amici e familiari: il patrimonio di San Massimo Confessore.

 

Le proprietà degli ecclesiastici

Le carte private del Codice Cavense contano molti ecclesiastici nelle file dei proprietari fondiari. Questi figurano spesso nelle transazioni economiche a titolo personale, non legati dunque ad enti ecclesiastici, ed anche loro tentano di estendere il patrimonio iniziale in modo coerente, con accorpamenti di terre circostanti. Lo si può vedere ad esempio, seguendo l’estensione del patrimonio del prete Ractiperto, figlio di Ractemundo, nella zona di Nocera, tramite gli acquisti di quest’ultimo, concentrati alle pendici del Monte Lavino e distribuiti in un periodo di poco più di dieci anni. È interessante notare come tali acquisti riguardino sempre la proprietà del defunto Ileprando che attraverso i suoi figli, Urso e Lupo, fu progressivamente smembrata ad unico vantaggio del prete tra 857 e 866.[14] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Ancora nei pressi di Nocera, un altro ecclesiastico, il chierico Ragimperto, acquista terre per ben sessanta solidi[15] CDC TEXT e nel 905 lo stesso insieme ai fratelli, Giovanni chierico e Pietro suddiacono, partecipa alla spartizione del patrimonio accumulato a Nocera dal padre Odelfrit con i rimanenti sette fratelli. Nonostante il numero degli eredi, la parte destinata ad ognuno è considerevole, a giudicare dal decimo assegnato a Giovanni che immaginiamo equivalente a quello del fratello Ragimperto e degli altri figli di Odelfrit.

Le carte relative ai due ecclesiastici, Ractemundo e Ragimperto, testimoniano dunque un interesse per la formazione e l’estensione di una base fondiaria privata, comune ai proprietari laici del IX secolo. Inoltre il ricco patrimonio diviso tra i dieci figli di Odelfrit, indica l’estrazione degli ecclesiastici dal ceto dei ricchi possessores, così come è già stato riscontrato per il presbitero Angelperto.

Un’altra carta interessante, riguardo ai patrimoni degli ecclesiastici, risale al 962, anno in cui i figli naturali del presbitero Giovanni rivendicarono come loro la proprietà di alcuni beni nella città di Salerno, in quanto eredità della loro madre Maralda. Secondo un monimen, presentato dai due fratelli a palazzo fu lo stesso presbitero di San Massimo a concedere parte delle sue proprietà nella capitale alla loro madre. La sentenza finale si concluse in favore della chiesa, in quanto i suddetti beni erano stati dati a Giovanni come presbitero e non a titolo privato, la proprietà era dunque della chiesa di San Massimo, dove Giovanni esercitava, e a questa doveva rimanere dopo la sua morte.[16] CDC TEXT Si tratta probabilmente di un beneficio concesso dall’ente ad un suo membro, concepito con il trascorrere degli anni dal presbitero come proprietà privata da lasciare in eredità. L’ambiguità è originata dalla stessa concessione fatta dal conte Guaimario, figlio di Guaimario II, e dal gastaldo Maione al presbitero al fine di offrire una casa in cui resedere senza indicare la natura vitalizia di tale concessione.

Un’altra correlazione tra concessioni da parte dei familiari del principe e la chiesa dinastica è di pochi anni dopo, quando un altro presbitero, Benedetto, risulta beneficiario di una donazione fondiaria da parte del conte Guaimario; questa volta però a titolo privato, come testimonia lo stesso documento con cui tale donazione fu girata alla chiesa di San Massimo dal presbitero, forse usato solo come copertura per dirottare dei beni appartenenti al fisco alla chiesa della famiglia principesca, non nuova a queste pratiche.[17] CDC TEXT

Gli ecclesiastici presenti nelle carte salernitane si comportano dunque come i piccoli e medi possessores visti sopra: mantengono la gestione dei propri patrimoni e partecipano alla divisione dell’eredità di famiglia.

È diversa invece la situazione dei monaci, tenuti a spogliarsi dei propri beni al momento di vestire l’abito monastico. Ma i patrimoni dei nuovi tonsurati non sempre concorrono ad arricchire enti spesso già ricchi, come leggiamo in una carta del 947 scritta a nome di Ragimperto che, in procinto di entrare in monastero, concede tutte le sue sostanze al futuro genero Pietro, anziché all’ente che lo accoglie.[18] CDC TEXT

Le proprietà degli enti religiosi

Gli enti ecclesiastici incontrati nei due secoli qui studiati sono pochi e mal documentati. Anch’essi, infatti, sono spesso ricordati solo tra i confinanti e raramente come parti attive delle trattative economiche. Fa eccezione ovviamente la fondazione principesca di San Massimo Confessore che risulta essere l’unico luogo di culto menzionato nelle carte del Codice Cavense a cavallo tra IX e X secolo.

La documentazione del X secolo, più ricca rispetto ai secoli precedenti, invece riporta indicazioni di molte chiese sparse sul territorio del principato, ma sempre di interesse secondario rispetto all’oggetto del documento. Sono poche infatti le chiese che compaiono come parti interessate dalla transazione, di solito destinatarie di offerte da parte di fedeli come la chiesa di San Marcello di Nocera o il monastero di Santa Maria e San Michele Arcangelo, vicino Amalfi, beneficiaria nel 972 dell’intero patrimonio di un gruppo parentale che si accinge ad entrarvi al completo.[19] CDC TEXT; CDC TEXT Le poche indicazioni fornite dalle carte non permettono quindi di individuare i patrimoni di tali chiese né notizie di altro genere.

 

Le chiese private

Tra le fonti riguardanti gli enti religiosi le chiese private sono le meglio documentate a partire dal secolo X. Le prime notizie risalgono agli anni trenta quando, in una carta del 930, Ermetanco, figlio di Imetanci, compare in veste di attore del documento accanto all’abate della fondazione privata dedicata a Sant’Angelo e costruita sui suoi possessi nella nuova città di Salerno. In realtà non vi sono ulteriori notizie sulla chiesa di S’Angelo di Salerno che non è più menzionata nella documentazione, ma il fatto interessante è che il fondatore di questa si possa identificare con uno degli uomini vicini al principe Guaimario I, come già rilevato a proposito di una donazione destinata al principe.

Cinque anni dopo è invece messo per iscritto l’impegno di alcuni uomini consorziati di costruire una chiesa dedicata a San Severino Confessore come voto per l’apparizione del santo cui avevano assistito nello stesso luogo.[20] CDC TEXT; CDC TEXT Le fondazioni religiose private oltre ad essere una manifestazione di fervore religioso, sono da interpretare anche come rinnovato strumento di affermazione del gruppo parentale in un territorio circoscritto, come sembrano confermare due fondazioni della seconda metà del X secolo. Nel 965 è datata la concessione di una terra a Gualdo, presso Avellino, destinata ad accogliere la chiesa di un intero gruppo parentale, comprensivo di quindici persone, tutte ugualmente impegnate a rispettare l’unità del patrimonio della chiesa affidato ad un presbitero o ad un monaco.[21] CDC TEXT Un’altra chiesa privata, intitolata agli apostoli Matteo e Tommaso, è invece attestata a Salerno, nella zona detta hortus magnus, sulle proprietà del gastaldo Pietro, retta dal 971 dal presbitero Cunnaro che, leggiamo, al momento della nomina prende possesso della metà del patrimonio della chiesa, mentre l’altra metà rimane al fondatore.[22] CDC TEXT Quindi oltre a chiese unicamente votive come poteva essere la chiesa di San Severino Confessore, le altre fondazioni private del X secolo riguardano per lo più esponenti del potere della prima dinastia, come Imetanci o il gastaldo Pietro, impegnati ad assicurare alla propria famiglia la memoria di una discendenza comune e la stabilità di patrimoni accresciuti da offerte votive, di proprietà dell’ente e quindi di coloro che possedevano la terra su cui si ergeva la chiesa.[23]

 

L’episcopato

Dal secolo X compare spesso tra le carte l’episcopato di Salerno, assente invece nella documentazione relativa al secolo precedente. Le notizie a nostra disposizione sono in ogni caso insufficienti a definire l’entità e l’estensione del patrimonio della curia salernitana, in quanto anche queste sono per la maggior parte occasionali. Gli atti stipulati dalla chiesa di Salerno, risalenti alla prima metà del X secolo, sono permute di fondi situati in zone distanti dalla capitale, come Rota e Mitiliano, tramite le quali l’episcopio concedeva terre incolte in cambio di altre nello stesso luogo già messe a frutto da piccoli proprietari. [24] CDC TEXT; CDC TEXT

Anche una vendita, nel 957, di alcune terre site a Paestum, in Lucania, conferma la tendenza dell’episcopato a disfarsi delle parti di patrimonio improduttive, [25] CDC TEXT; CDC TEXT forse per sfruttare con maggiori risorse la base fondiaria più vicina e meglio controllabile, affidata a terzi tramite contratti di pastinato.

 

Le proprietà degli stranieri

Nelle carte cavensi, dall’inizio del X secolo, si registra la costante presenza di uomini o nuclei familiari di stranieri, residenti sulle terre longobarde come proprietari fondiari o affittuari. Da questa data si può seguire infatti un costante flusso migratorio che interessa il principato di Salerno.

Greci

Nonostante la vicinanza dei territori bizantini al confine salernitano, gli scambi tra i due territori soggetti alle diverse dominazioni sono pochi, almeno a giudicare dall’esame delle carte salernitane: la prima traccia di greci entro i confini salernitani risale a quel Leo d’Alessandria che prima dell’868 cedette il suo vasto patrimonio nelle vicinanze della capitale a Guaiferio. Più tardi, nel 913 un tal Sergio è definito greco in un memoratorio, mentre solo nel 936, in una concessione di terra da lavorare, viene specificata la provenienza da diversa regione per un tal Urso, “qui fuit natibus graecorum fines”.[26] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Atraniesi

Nell’856 abbiamo una prima notizia di abitanti di Atrani, vicino Amalfi, in territorio salernitano. Atraniesi figurano infatti come proprietari in una compravendita stipulata quell’anno tra Radechis comes e Guaiferio, per una terra in “circo carbonario propinquo civitatem salernitanam”, dove è ricordato che anni prima Radechi comprò la stessa terra da “hominibus atranensis”.[27] CDC TEXT

Ma solo nel secolo successivo possiamo seguire lo stanziamento di gruppi familiari o di singoli individui di origine atraniese. Per lo più piccoli proprietari fondiari che risiedevano e lavoravano sulle proprie terre, come Giovanni, che nel 902 contende la proprietà di un fondo in Agella alla chiesa di San Massimo Confessore[28] CDC TEXT o Sergio, detto Boccapizzola, che alla sua morte, avvenuta nel 954, lascia ai figli il patrimonio accumulato, attraverso numerosi acquisti, tra Maiano e Trabonea.[29] CDC TEXT Altri invece, cedevano parti dei loro patrimoni con contratti a termine come testimonia quel che rimane di una carta del 932.[30] CDC TEXT

Alle attività agricole cui si dedicava la maggioranza di questi stranieri, come confermano le numerose locazioni da questi contratte, è forse da aggiungere la pratica commerciale che emerge da una compravendita conclusa tra un gruppo di atraniesi ed il vescovo di Paestum nel 977.[31] CDC TEXT ; CDC TEXT Si tratta di un fondo prospiciente il lido marino destinato forse ad ospitare scali o depositi utilizzati da questo gruppo di stranieri dediti alla navigazione come ricordato nel documento.[32]

Le invasioni di terre

L’insediamento di atraniesi sul suolo salernitano è contraddistinto spesso da invasioni di terre altrui, come attestano i numerosi giudizi cui prendono parte atraniesi, dove non mancano denunce di invasioni violente. Ne è un esempio il memoratorio del 963 con cui si appiana la contesa sorta tra alcuni beneventani e tre atraniesi riguardo una terra ed una vigna, tenute dagli ultimi in “malo ordine”. Il fondo in questione si trova a Vietri, situato "nei vecchi confini di Salerno" ed è conteso da alcuni beneventani, tutti personaggi di spicco del vicino principato, come mostrano i loro titoli di tesoriere, conte e gastaldo. Costoro accusano i due atraniesi, Manso ed Urso, di non avere rispettato i confini delle reciproche proprietà fondiarie. Il giudice Pietro procede quindi a fornire nuove delimitazioni in accordo con tutti gli interessati che si scambiano la wadia. [33] CDC TEXT

Nel 969 ritroviamo l’atraniese Urso, figlio del defunto giudice Marino, all’interno del sacro palazzo di Salerno, questa volta però è lui a lamentare l’invasione delle sue proprietà, ancora a Vietri, da parte di un corregionale, tal Giovanni figlio del Buccapitello in presenza del giudice Pietro.[34] CDC TEXT

La zona di Vietri è oggetto di attenzione da parte del palazzo che concede all’atraniese Gutti delle proprietà site in questo luogo,[35] CDC TEXT forse con l’intento di attuare una politica di popolamento, [36] della quale però non vi sono altre testimonianze nella documentazione. La presenza di atraniesi nel principato sembra invece avere un andamento spontaneo, non riconducibile ad un intervento politico, in quanto la documentazione offre un solo esempio di concessione di terra da parte del palazzo, risalente per di più al principato di Sicardo, mentre mancano notizie di ulteriori concessioni destinate ad atraniesi per gli anni seguenti.[37] CDC TEXT

Amalfitani

Al tempo del principe Sicardo, nell’849, una colonia di amalfitani fu trasferita nel principato di Salerno dopo la conquista della città costiera da parte dell’esercito longobardo. I progetti del principe erano certo quelli di avviare il principato ad un commercio marittimo sfruttando l’esperienza del vicino centro costiero, ma tale operazione non riuscì perché alla morte del principe questi tornarono nella loro città saccheggiando Salerno.[38]

La presenza di amalfitani sul suolo longobardo è registrabile in modo regolare solo dalla seconda metà del secolo X, mentre, per gli anni precedenti, il solo amalfitano citato dalle fonti è il conte Mansone che acquista un fondo sul territorio salernitano.[39] CDC TEXT

Da questa data si è in presenza di un flusso costante, costituito soprattutto da manodopera specializzata per nuove colture come la piantagione del castagneto.[40] Gli amalfitani degli anni sessanta del X secolo sono infatti impegnati in contratti di pastinato, riguardanti in particolare questa nuova coltura.[41] CDC TEXT; CDC TEXT Mentre dagli anni seguenti, pare delinearsi una seconda fase di insediamento degli amalfitani, occupati in questa metà secolo ad investire in patrimoni più o meno estesi, dove non di rado compaiono fondazioni religiose. È il caso della chiesa di San Felice in Fonti su cui si concentrano gli interessi di amalfitani e atraniesi dal tempo del principe Sicardo.[42] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

L’insediamento degli amalfitani sembra in linea di massima teso all’acquisto di fondi in zone in espansione da cedere in locazione dietro canoni parziari, piuttosto che alla ricerca di nuovi spazi da coltivare e abitare come avveniva invece per gli atraniesi. Gli acquirenti amalfitani, infatti, sono spesso personaggi prestigiosi che vantano titoli istituzionali all’interno della loro famiglia, come il conte Mansone o Manso, figlio del conte di Amalfi, e probabilmente le loro attività economiche interessano il territorio salernitano perché ricco di opportunità per chi aveva capitali da investire in un mercato vivace come era quello del principato meridionale in questi anni.[43]

Franchi

Le prime notizie di individui di origine franca nelle carte cavensi si possono rinvenire dalla metà del X secolo. La loro origine è chiaramente indicata all’interno della documentazione con la dicitura “qui furunt ex genere francorum”come leggiamo in una carta privata del 966, che registra lo scambio di due servi di origine franca, appartenenti ad un privato, con uno di proprietà della chiesa di San Massimo. [44] CDC TEXT Di condizione libera sono invece Sassu e Pietro, anch’essi di origine franca, che figurano nelle file dei piccoli proprietari nella seconda metà del X secolo. [45] CDC TEXT; CDC TEXT Una presenza esigua dunque quella dei Franchi sul territorio longobardo meridionale, che sottolinea ancor di più la mancata penetrazione carolingia nelle terre del Sud della penisola.

Ebrei

La presenza di Ebrei sul territorio salernitano è attestata dall’801, data in cui un tal Iacob, notaio, redige un atto privato a “pozzolano in agro nocerino.[46] CDC TEXT Lo stesso forse che sottoscrive una compravendita due anni dopo nell’atrio di Santa Maria.[47] CDC TEXT Questi probabilmente praticavano attività commerciali, come avveniva in altri luoghi, o professionali, come quella medica. I guadagni in ogni caso erano investiti nella terra come confermano le notizie riguardanti il medico Iosep.[48] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT L’unico strumento per identificare gli ebrei residenti nel principato di Salerno è il nome, in quanto nei documenti del IX secolo non è mai indicata l’appartenenza alla diversa cultura. Nel secolo seguente invece anche nelle carte meridionali gli ebrei sono indicati come tali. Ad esempio, nel 936, in un contratto di locazione è ricordato un “Iosep ebreo” tra i confinanti di un fondo in Correiano.[49] CDC TEXT

Il fatto che dal X secolo gli ebrei siano così indicati fa parte probabilmente in una rinnovata pratica notarile, determinata dall’aumento della popolazione e dal conseguente incremento delle attività commerciali; più attenta rispetto al secolo precedente ad individuare per origine, titolo, religione, soprannome e mestiere, coloro che intervengono negli atti privati.

Genovesi e napoletani

Nelle carte cavensi degli anni sessanta e settanta del secolo X, compare per la prima volta un tal Urso di origini genovesi, destinatario di una locazione della durata di dieci anni in Sila. Interessante è anche la presenza di un abitante di Napoli, registrata nel 974. Si tratta di Guaimario presbitero e notaio che riceve la chiesa di San Giovanni fondata dai figli di Mascino in Vietri.[50] CDC TEXT; CDC TEXT I casi citati, rimangono però isolati all’interno della documentazione relativa alla durata del governo di Gisolfo I, con cui si chiude il nostro studio, perciò non sufficienti a fornire indicazioni valide per ipotizzare un insediamento di comunità di genovesi o napoletani al fianco di atraniesi, amalfitani, greci ed ebrei.

 

I contratti agrari

Nelle carte salernitane, fin dal IX secolo sono presenti contratti di locazione di durata di solito variabile, stipulati oltre che da enti ecclesiastici, come abbiamo visto per la chiesa di San Massimo Confessore, anche da privati.

I primi contratti contenuti nel Codice, datati intorno alla metà del secolo IX, contano oltre alle locazioni, testimoniate dall’848, mutui tra privati per un totale complessivo di sette carte.

Le prime riguardano la aree più prossime alla capitale, come Casale Bracialiano e Giovi, ed i territori compresi nel distretto di Rota. Esse sono stipulate tra privati per un numero di anni variabile compreso tra due e tredici, durante i quali l’affittuario si impegna a lavorare una terra già coltivata dietro pagamento di un canone in denaro versato al momento della stipula dell’accordo. Solo uno di questi contratti, dell’872, prevede al posto del pagamento in moneta un canone parziario ammontante ad un terzo delle rendite annuali del fondo concesso. La scelta del canone in natura però va forse ricercata nella scarsa disponibilità economiche dell’affittuario come induce a pensare il prestito in denaro chiesto dallo stesso al locatario.[51] CDC TEXT

Fa eccezione tra queste locazioni una di durata indeterminata, fatta notificare nell’848 dallo scarione Rodeperto ad un tal Rospolo, il quale, si legge, mancando nelle sue mansioni rischia il pignoramento dei propri beni o la revoca del contratto con l’aggiunta di una penale in denaro da consegnare ai missi dello scarione. La terra in questione era probabilmente di origine fiscale come suggerisce lo stesso documento ricordando il precedente affittuario alle dipendenze di un altro funzionario di palazzo.[52] CDC TEXT Questo spiegherebbe dunque l’anomalia dei termini fissati dal contratto rispetto alle contemporanee locazioni. Accanto a queste, per lo stesso periodo, sono presenti due permute, una a Giovi e l’altra a Priato, entrambe di terre già coltivate e senza alcuna clausola particolare.[53] CDC TEXT; CDC TEXT Questo tipo di contratto agrario è però meno frequente rispetto alle concessioni di lavoro ed è utilizzato prevalentemente da medi possessores per estendere i propri confini in modo razionale.

Le condizioni contrattuali viste per il IX secolo valgono sostanzialmente per il secolo successivo, anche se si registrano delle facilitazioni per i locatori, come l’esenzione da tributi in denaro o in natura per tutta la durata del contratto. D’altro canto si nota però un inasprimento delle pene pecuniarie e l’obbligo dei concessionari di risiedere sulle terre affittate. Allo scadere del vincolo, comunque, tutti sono liberi di lasciare il fondo senza alcuna condizione.

Si tratta ancora di terre coltivate situate in prossimità della capitale, tranne un casale nel Cilento, detto Castello de Lauris, affittato nel 936 da uno dei figli del principe Guaimario ad un contadino di origini greche che si impegna a lavorarlo e a risiedervi, consegnando al proprietario della terra una gallina a Natale e a Pasqua per un periodo di tempo indeterminato.[54] CDC TEXT L’anno seguente, ancora nelle vicinanze della capitale è steso un contratto di pastinato. Si tratta di un fondo in Correiano affittato per sei anni ad un unico concessionario con il solo obbligo di piantare nuove specie arboree. In caso di ripensamento da parte di quest’ultimo è prevista una pesante penale da versare al proprietario del fondo, ma rispettando gli anni concordati il concessionario otterrà il diritto di prelazione per un eventuale vendita.[55] CDC TEXT

Nella seconda metà del secolo X, i contratti di pastinato si incrementano di numero, aggiungendo clausole più precise riguardo ai tributi da versare al locatore, come il terraticum, un canone parziario riscosso sui cereali inferiori nella misura dettata dalle consuetudini del luogo, di solito compreso tra un mezzo ed un decimo,[56] che diverrà una costante delle locazioni in territorio salernitano. A questo si aggiunge nella maggior parte dei contratti la metà del vino prodotto e, solo in qualche caso, la manutenzione del recipiente usato per contenerlo. La durata del vincolo contrattuale si abbassa però ad un massimo di dieci anni e gli obblighi del concessionario sono più impegnativi rispetto a quelli visti solo un ventennio prima. I contratti di questa seconda metà secolo erano infatti volti allo sfruttamento di terre ancora incolte con nuove colture, soprattutto la vite che interessa la maggioranza dei contratti salernitani. Le attrattive per i nuovi coltivatori erano rappresentate comunque dalla disponibilità di terre da sfruttare e abitare, e probabilmente anche dall’assenza di tributi in denaro, fatta eccezione per una somma simbolica, consegnata al locatario al momento dell’accordo, nelle carte chiamata wadia. La somma variabile a seconda dell’importanza delle terra in questione garantiva la validità dell’accordo tra i privati e fungeva da parametro per l’eventuale penale.

Ai contratti visti sopra sono da aggiungere le numerose locazioni portate a termine dalla chiesa di San Massimo, dalla fine del secolo IX alla metà del X, per un totale di quarantadue contratti stipulati con coltivatori, contenuti nella documentazione cavense.[57] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Ciò che accomuna i contratti salernitani del secolo X, pur stipulati in zone differenti, è dunque la brevità dei termini degli stessi e la pesantezza dei tributi. Proprio quest’ultima porta a pensare che nonostante allo scadere del contratto i contraenti fossero liberi di lasciare il fondo con i beni mobili, soprattutto case lignee smontabili, accumulati durante gli anni della locazione, la brevità di questa fosse determinante per l’esiguità del conquestum.[58]Tale termine infatti, utilizzato per indicare appunto la porzione di beni mobili alla quale l’affittuario aveva diritto al termine del vincolo contrattuale,[59] compare solo in due occasioni all’interno della documentazione,[60] CDC TEXT; CDC TEXTsegno della poca importanza a questo attribuita dalle due parti del contratto che ponevano la loro attenzione su altri particolari dell’accordo, come le nuove colture, i confini, e le porzioni dei tributi.

 

Le prestazioni d’opera

Le prestazioni d’opera, conosciute come corvèes oppure come operae nei documenti longobardi, costituiscono un carattere distintivo dell’azienda curtense, comprendente almeno nella sua forma carolingia una pars dominica ed un pars massaricia. Esse sono giornate lavorative che i locatori erano tenuti a prestare al di fuori del loro fondo in affitto, sulla proprietà del signore della terra, da questo gestito direttamente avvalendosi di manodopera servile. Questa organizzazione agricola era tesa al massimo sfruttamento produttivo nella quale le corvèes , oltre a supplire alla carenza di manodopera servile, rappresentavano uno strumento di controllo sui lavoratori dipendenti, sempre più limitati nella loro libertà personale.[61]

Tale sistema produttivo che si affermò nelle regioni d’Italia sottoposte al dominio carolingio, non sembra essere penetrato nelle regioni meridionali, estranee alla cultura dei conquistatori d’oltralpe.

Il termine operae fa la sua comparsa in un solo documento conservato nella Badia di Cava dei Tirreni. Si tratta di un mutuo rogato nell’882 a Nocera, in cui un abitante della stessa città di nome Mauro si impegnava a restituire entro cinque anni i sei denari ricevuti dal suo vicino, il presbitero Angelperto, che in cambio pretendeva prestazioni occasionali sulla sua terra.[62] CDC TEXT Altre volte invece figura il termine angaria che indica prestazioni più generiche non necessariamente legate all’organizzazione curtense di importazione transalpina.[63]

Il primo documento che presenta questo termine è un diploma del principe Guaimario I, scritto dal notaio Dausdedi, chiamato nell’882 a notificare l’esenzione della chiesa di San Massimo, del suo abate e di tutti gli ecclesiastici, dall’autorità del vescovo di Salerno. Quest’ultimo impegna sé ed i suoi eredi a rispettare tale decisione e a non imporre alcuna angaria.[64] CDC TEXT

Lo stesso divieto viene fatto agli agenti pubblici in un altro diploma dell’899, riguardante il patrimonio confiscato al servo di palazzo Lupo, figlio di Ragemperto[65] CDC TEXT e in un memoratorio del 923 in cui la chiesa di San Massimo si impegna a difendere una concessione di terra, fatta al monaco Iohannelgari e alla sua famiglia, da ogni sopruso degli agenti pubblici, comprese le angarie.[66] CDC TEXT

Queste le uniche testimonianze di prestazioni d’opera, attribuite dunque al palazzo o alla chiesa privata del principe e solo in un caso ad un privato, quel Angelperto che richiede operae in cambio di un prestito di denaro, lo stesso che abbiamo identificato come proprietario di uno dei più estesi patrimoni privati del IX secolo e come abate della chiesa di San Massimo. Al contrario, nei numerosi contratti di locazione non v’è traccia di obblighi lavorativi al di fuori del fondo concesso dietro tributo.

Nella documentazione manca anche qualsiasi riferimento al massaricio, mai menzionato, il che induce a ridimensionare anche il termine curtes, frequente nelle carte dell’area salernitana. Questo, infatti, non sembra utilizzato per indicare una cellula costitutiva della grande proprietà, quanto un terreno di dimensioni variabili, coltivato o lasciato a sodo, su cui spesso sorgeva una casa. L’ambiguità del termine nasce anche dal significato che assume, in alcuni casi, di cortile di piccole dimensioni, in altri, di centro di gestione patrimoniale.[67]

Le proprietà più piccole sono invece indicate con i termini di, pecia e sors, mentre i termini casale e clusuria indicano rispettivamente un luogo di abitazione permanente su un patrimonio coerente ed un luogo recintato, ricordato spesso nelle carte del X secolo. [68]

Dunque quella complessa organizzazione agricola, che aveva riscosso grande successo nel resto della penisola di tradizioni longobarde, non attecchì nel principato di Salerno dove l’estensione della grande proprietà fondiaria non arrivò mai al punto di cancellare la piccola proprietà privata, ancora presente nel X secolo come elemento di discontinuità dei possessi più vasti. Accanto a proprietari piccoli e medi convivevano famiglie di coloni a volte arrivati da oltre i confini del principato che si impegnavano per periodi di tempo variabile a coltivare e, il più delle volte, a piantare nuove colture per sfruttare terre fino a quel momento incolte dietro pesanti tributi. A questi si aggiungono piccoli proprietari che spesso si impegnavano in un affitto di lotti confinanti per incrementare i loro prodotti. In questa realtà, caratterizzata dal piccolo e medio possesso, il lavoro servile è marginale e sembra riguardare principalmente le proprietà più estese, vale a dire il patrimonio del palatium e quello della chiesa di San Massimo per il IX secolo, cui si aggiungono nel secolo seguente i patrimoni dell’episcopato e di alcuni privati.[69] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Il panorama agrario salernitano sembra dunque conservare la struttura agraria ed i rapporti economico-sociali di antica tradizione longobarda, a cui gli abitanti del principato si richiamano fieramente nella prassi documentaria.

La diversità del Sud della penisola rispetto al resto del regno italico è ancora una volta da attribuire alla mancata penetrazione della dominazione carolingia che nell’Italia centro-settentrionale aveva visto la diffusione sistematica delle corvées come strumento di organizzazione del lavoro contadino.[70] Nel Mezzogiorno quindi permarrebbe un’organizzazione fondiaria di tradizione longobarda, definita da Andreolli sistema precurtense, in cui il “dominico” ed il “massaricio” sono realtà sconnesse, non rese organiche dal vincolo delle corvées.[71] Alla luce di questa considerazione lo stesso termine dominicum che compare nei documenti salernitani è con ogni probabilità da attribuire al patrimonio fiscale, piuttosto che a realtà economiche di stampo carolingio. Il che tuttavia non esclude l’esistenza delle due forme di conduzione diretta e indiretta, come indicano anche le testimonianze cavensi, ma solo che raramente le due forme si sono associate in uno stesso ambito geografico-curtense, fondato sulla cooperazione delle forze lavoratrici del dominicum e del massaricium.[72]

 



[1] S. GASPARRI, Grandi proprietari e sovrani nell’Italia longobarda del secolo VIII, in Longobardi e Lombardia: aspetti di civiltà longobarda, Atti del VI Congresso internazionale, V. II, Milano 1978, p. 429.

[2] Ivi, p. 430-432.

[3] CDC. vol. I, n. LXXXVIII, anno 882; n. XCI, anno 882; n. XCV, anno 882; n. XCVII, anno 882.

[4] CDC. vol. I, n. CXL, anno 923.
[5] CDC. vol. I, n. CXXX, anno 920.

[6] CDC. vol. I, nn. CXVI, anno 902; CLXXI, anno 946; CLXXX, anno 952; vol. II, n. CCIX, anno 960.

[7] Hortus magnus è il nome dato alla parte centrale della città di Salerno. Il nome, secondo, Galasso indica lo stretto rapporto tra città e campagna esistente nel territorio longobardo: GALASSO, Le città campane, cit., p. 31.

[8] CDC. vol. II, n. CCXLI, anno 966; n. CCLXV, anno 971.

[9] CDC. vol. II, n. CCLXXXIII, anno 975.

[10] CDC. vol. I, n. XXXV, anno 852; n. XXXVI, anno 853; n. XLIV, anno 856; n. XLV, anno 856; n. LI, anno 857; n. LII, anno 857; n. LVIII, anno 859; n. LXV,anno 869; n. LXVI, anno 869.

[11] CDC. vol. I, n. CXXXI, anno 912.
[12] CDC. vol. I, n. CXXXVII, anno 917.

[13] CDC. vol. I, n. CLI, anno 932; n. CLIII, anno 933; n. CLXII, anno 936; n. CLXVII, anno 940

[14] CDC .vol. I, n. XLIX, anno 857; n. L, anno 857; n. LVII, anno 859; n. LXII, anno 866; n. LXXII, anno 872.

[15] CDC. vol. I, n. CIV, anno 893.
[16] CDC. vol. II, n. CCX, anno 962.
[17] CDC. vol. II, n. CCLI, anno 967.
[18] CDC. vol. I, n. CLXXIII, anno 947.

[19] CDC. vol. II, nn. CCXVIII, anno 962; CCLVI, anno 972.

[20] CDC. vol. I, n. CL, anno 930; n. CLXXII, anno 935.

[21] CDC. vol. II, n. CCXXXI, anno 965.
[22] CDC. vol. II, n. CCLXV, anno 971.
[23] TABACCO, Egemonie, cit. pp. 207-208.

[24] CDC. vol. II, n. CXXXII, anno 917; n. CLXX, anno 942

[25] CDC. vol. II, n. CXCVII, anno 957, n. CCLIII, anno 967.

[26] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868; n. CLI, anno 932; vol. II, n. CCLXXX, anno 974.

[27] CDC. vol. I, n. XLIV, anno 856.
[28] CDC. vol. I, n. CXIV, anno 902.
[29] CDC. vol. I, n. CLXXXIV, anno 954.
[30] CDC. vol. I, n. CLII, anno 932.

[31] CDC. vol. II, n. CXCVII; anno 957; n. CCXCVI, anno 977.

[32] DELOGU, Il principato, cit., p. 267.

[33] CDC. vol. II, n. CCXX, anno 963.
[34] CDC. vol. II, n. CCLIX, anno 969.
[35] CDC. vol. II, n. CCLXVII, anno 972.

[36] S. PALMIERI, Mobilità etnica e mobilità sociale nel Mezzogiorno longobardo, “Archivio Storico per le Province Napoletane”, III s., XX, 1981, p. 93.

[37] CDC. vol. I, n. CLXXXVI, anno 954.

[38] SCHIPA, Storia del principato, cit., p. 99-100.

[39] CDC. vol. I, n. CLXVII, anno 940. Il conte amalfitano Mansone nel 981 tentò di usurpare il trono del principato di Salerno conquistando la capitale e nominandosi principe. SCHIPA, Storia del principato, cit., p. 172.

[40] M. DEL TREPPO- A. LEONE, Amalfi medioevale, Napoli 1977, p. 32.

[41] CDC. vol. I, n. CLXXXIX, anno 955. vol. II, n. CCXXIII, anno 963.

[42] CDC. vol. II, n. CCXLII, anno 966. n. CCLXXIII, anno 973; n. CCLXXIV, anno 973; n. CCLXXVIII, anno 974; n. CCXCVII, anno 977.

[43] PALMIERI, Mobilità, cit., p. 103.

[44] CDC. vol. I, n. CCXLIV, anno 966.

[45] CDC. vol. I, n. CCLXXXVII, anno 975; vol. II, n. CCXI, anno 960.

[46] CDC. vol. I, n. IV, anno 801.
[47] CDC. vol. I, n. V, anno 803.

[48] CDC. vol. I, n. XXIX, anno 848; n. XL, anno 855; n. LXI, anno 865.

[49] CDC. vol. I, n. CLIX, anno 936.

[50] CDC. vol. I, n. CCXXXIV, anno 966; n. CCLXXVI, anno 974.

[51] CDC. vol. I, n. LXXIII, anno 872.
[52] CDC. vol. I, n. XXXI, anno 848.

[53] CDC. vol. I, n. LXX, anno 871; n. LXXVI, anno 872.

[54] CDC. vol. I, n. CLI, anno 932.
[55] CDC. vol. I, n. CLIX, anno 936.

[56] MARTIN, Città e campagna, cit., p. 308.

[57] CDC. vol. I, n. C, anno 884; n. CXIII, anno 901; n. CXXXII, anno 913; n. CXC, anno 956; n. CXCVI, anno 957; n. CCV, anno 959; n. CCVI, anno 959; vol. II nn. CCXIV,CCXV, anno 962; n. CCXVII, anno 962; n. CCXIX, anno 962; n. CCXXIV, anno 963; n. CCXL, anno 966; n. CCXLVI, anno 966; n. CCXLVII, anno 966; n. CCXLIX, anno 966; n. CCLVI, anno 968; n. CCLXXXI, anno 975; n. CCXC, anno 976; n. CCXCV, anno 977.

[58] B. ANDREOLLI, “Ad conquestum faciendum”. Un contributo per lo studio dei contratti altomedievali, in “Rivista Storica dell’Agricoltura”, XVIII, 1978, p.129.

[59] ANDREOLLI, Ad conquestum, cit., p. 109.

[60] CDC. vol. I, n. CXLIX, anno 928; vol. II, n. CCXXV, anno 964. Si tratta in entrambi i casi di carte di liberazione in cui ai servi liberati viene consegnato il proprio conquestum; il fatto che questo termine appaia solo in queste carte induce Andreolli a “sospettare a un non diritto del ceto servile al medesimo”, motivato piuttosto dalla paura dell’aldilà: ANDREOLLI, Ad conquestum, cit., p. 131.

[61] B. ANDREOLLI- M. MONTANARI, L’azienda curtense in Italia. Proprietà della terra e lavoro contadino nei secoli VIII e IX, Bologna 1983, p. 15 e sgg.

[62] CDC. vol. I, n. XCV, anno 882

[63] ANDREOLLI- MONTANARI, L’azienda, cit., p. 53.

[64] CDC. vol. I, n. LXXXVII, anno 882.
[65] CDC. vol. I, n. CXI, anno 899.
[66] CDC. vol. I, n. CXL, anno 923.

[67] DELOGU, Il principato, cit., pp. 250-251.

[68] Ivi, p. 252

[69] CDC. vol. I, n. VIII, anno 819; n. LXIV, anno 868; n. LXVII, anno 869; n. XCIII, anno 882; n. CXI, anno 899; n. CXIX, anno 904; n. CXXXVII, anno 919; n. CXLIX, anno 928; n. CLXXVII, anno 949; vol. II, n. CCXVIII, anno 960; n. CCXXIX, anno 965; n. CCXLIV, anno 966.

[70] ANDREOLLI- MONTANARI, L’azienda, cit., p. 40.
[71] Ivi, p. 45-53.

[72] M. DEL TREPPO, La vita economica e sociale in una grande abbazia del Mezzogiorno: San Vincenzo al Volturno nell’Alto medioevo, in “Archivio Storico per le Province Napoletane” XXXV, 1955, pp. 46-52.

 

Bibliografia

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