La Storia in BIT

An IBM 704 mainframe / Lawrence Livermore National LaboratoryDagli anni Sessanta del Novecento computer e informatica si sono proposti allo storico quali preziosi strumenti di ricerca, pur ponendo problematiche metodologiche non ancora del tutto superate.

Gli studiosi del settore attraverso pubblicazioni e seminari hanno da allora dato vita a numerose riflessioni, dalle esperienze degli anni Settanta sino agli anni Novanta, anni in cui il mutamento digitale posto dalla Rete ha portato ad interrogarsi sulla compatibilità di Internet con la ricerca storica.

Qualità e volatilità sono oggi alla base dei grandi interrogativi di chi fa ricerca, soprattutto in una disciplina quale è la Storia, che si fonda sull'analisi di fonti e poggia su impalcature storiografiche.

 

L'informatica per la storiografia quantitativa

Nel corso degli anni Sessanta l'informatica sposa la Storia attraverso la storia quantitativa, già avviata in maniera sistematica dagli anni Trenta per lo studio della storia dei prezzi ed ora estesa alle tematiche riguardanti il campo della storia economica, della storia sociale e soprattutto alle indagini di demografia storica tramite l'uso di modelli matematici e strumenti di calcolo [1].

Il differente uso dei dati ed i diversi orientamenti della comunità scientifica permettono di parlare di storie quantitative al plurale, tutte accomunate dall'uso del calcolatore e dall’introduzione di metodologie vicine alle scienze sociali, in grado di offrire nuovi quadri teorici di riferimento con cui confrontarsi. In particolare, si individuano due filoni di ricerca storica supportata dall’informatica: uno di matrice americana concentrata sulla storia demografica, politica ed economica, con indagini retrospettive fondate su modelli matematici appartenenti alla storia economica da cui il nome “new economic history” o cliometria; ed un percorso europeo guidato dal movimento degli Annales orientato verso gli studi di storia sociale. In questo ultimo caso, l’informatica diviene uno strumento per il gruppo di studiosi che contribuì a dar vita a quella che Peter Burke chiama la “rivoluzione storiografica francese” [2]. L’elaboratore elettronico permise, infatti, di proseguire gli studi di storia seriale avviati ad inizio secolo ed estesi alle scienze sociali attraverso il confronto con documentazione non necessariamente quantitativa, da cui estrarre una serie di dati utili a definire fenomeni e tendenze di lungo periodo su economia, società e ‘sistemi culturali’ nel loro complesso. [3]

MainframeE' dunque in questo contesto che il ricorso all'informatica diviene indispensabile per rispondere agli interrogativi posti dall'indagine storica su lungo corso, attraverso confronti e sovrapposizioni di corpose mole di dati difficilmente gestibili con il solo lavoro d'archivio. Il calcolatore informatico utilizzato per queste ricerche è il famoso mainframe, dall'IBM 360 ai nazionali prodotti dell'Olivetti, un enorme macchinario ospitato in centri appositi dotati di personale specializzato. I limiti di rigido filtraggio necessario per la scelta degli elementi di ricerca e la formazione tecnica del personale addetto all'immissione dati furono un primo ostacolo all'interpretazione delle esigenze della ricerca storica, caratterizzata in questa fase dalla mancanza di interoperbilità tra storico ed elaboratore e dall'impossibilità di intervenire per modificare parametri preimpostati. [4] Infatti, il caricamento dei dati attraverso schede perforate (schede ibm a 80 colonne) avveniva per lotti contestualmente al caricamento dei programmi di elaborazione, come ad esempio il pacchetto SAS (Statistical Analysis Sistem) o SPSS (Stastical Package for the Social Sciences) nato per soddisfare le esigenze degli scienziati sociali, ma largamente utilizzato dalla ricerca storica. [5]

In Italia tale modalità fu applicata tra il 1966 ed il 1972 alle ricerche sulla storia della famiglia e della società toscane nel XV secolo attraverso l'elaborazione elettronica del Catasto fiorentino del 1427 [6], dal quale emersero le problematiche comuni alla ricerca storica attraverso il calcolatore: la traduzione numerica degli elementi contenuti nelle fonti per una lettura univoca e la codifica della documentazione, dunque la difficoltà di costruire un modello di rappresentazione con entità e attributi, fedele alla realtà delle fonti e comprensivo anticipatamente delle possibili variabili.[7]

Un ulteriore ostacolo all'affermazione del mainframe come strumento di ricerca storica furono certo le ingenti spese che richiedeva il suo funzionamento, per questo di norma veicolate per progetti di ricerca di grandi dimensioni, dai quali però non sempre si ottenevano i risultati soddisfacenti come lamentò Lawrence Stone in un celebre intervento del 1976 [8] e come dimostra l'ambizioso progetto di ricostruzione totale delle comunità dell'Inghilterra del 1600 attraverso fonti d'archivio, iniziato nel 1971 da Alan Macfarland ed arrestato nel 1972 per mancanza di fondi [9] Furono dunque la scarsa flessibilità dello strumento informatico e la mancanza di “feedback con le fonti” inteso da Stone come “modo di pensare normale dello storico, che verifica le sue intuizioni sui dati, a loro volta generatori di nuovi dati” [10], i maggiori imputati dello stallo che il rapporto tra storia e computer vide alla fine degli anni Settanta.

 


[1] Itzcovitch, [1996], in Soldani – Tommasini, [1996], p. 32.

[2] Burke, [1999], p. 3.

[3] Burke, [1999], p. 56-96.

[4] Itzcovitch, [1996], in Soldani – Tommasini, [1996], p. 36-43.

[5] Itzcovitch, [1993], p. 94-97.

[6] Online Catasto of 1427, [2002].

[7] Vitali, [2004a], p. 13-14

[8] Stone, [1987], p. 32-47.

[9] Rowland, [1991], p. 704.

[10] Stone, [1987], p 31.

PC e word processor

L'introduzione del PC, Personal Computer, negli anni Ottanta propone un rapporto personale tra storico e macchina, in un ambiente più amichevole e facile da esplorare che meglio si adatta “all'artigianalità del modello” spesso rivendicata dagli storici.[1]

La stessa storiografia quantitativa trova nuova fortuna, ad esempio nel campo della demografia storica e nei modelli di simulazione, ma è soprattutto la flessibilità dei nuovi calcolatori a spingere lo storico verso le potenzialità di elaborazione e archiviazione dati non adeguatamente sviluppate negli anni Sessanta/Settanta.[2]

La diffusione del PC modificò radicalmente il rapporto tra storici e informatica, con un uso individuale dei calcolatori ormai da tavolo o portatili e nella scelta degli strumenti: ogni storico poteva finalmente creare il suo personale archivio, attraverso fogli elettronici, database e programmi di gestione dei database, moltiplicando i filtri per le innumerevoli sfaccettature della storia.[3] Al di là della soddisfazione individuale di ogni storico di potere memorizzare grandi quantità di dati sul proprio computer, adottando chiavi di ricerca interna a proprio uso, rimangono comunque i limiti di questo prezioso strumento nel contesto della ricerca storica. Tali limiti sono insiti nel concetto di database, quale modello formale per la rappresentazione di porzioni della realtà che come ogni modello prevede un dettagliato progetto iniziale per individuare le relazioni tra entità e attributi, poco adattabile alla maggior parte delle fonti storiche, in cui i tentativi di uniformare linguaggi e contesti comportano spesso una perdita per il ricercatore. Inoltre, la maggior parte dei software di gestione-dati in commercio non sono pensati e programmati per le particolari esigenze della ricerca storica, come i primi database utilizzati dagli storici dagli anni Ottanta: Lotus 1-2-3, dBase o Reflex, Procouste sino agli attuali Access di Microsoft o MySQL.[4]

Tra i tentativi di dare alla Storia un prodotto su misura, pensato e sviluppato da storici per storici, ci sono progetti come CLIO di Manfred Thaller, presentato nel 1984 poi modificato nel 1987 e ribattezzato KLEIO cui sono seguite varie versioni negli anni Novanta. KLEIO è un software elaborato presso il Max-Planck-Institut e concepito per gestire una historical workstation in grado di soddisfare le molteplici esigenze di trattamento informatico delle fonti storiche.[5] La mancata fortuna di strumenti sofisticati come KLEIO è da attribuire sia alla difficoltà di utilizzo del software da parte dell'utente-storico, spesso digiuno di informatica, che all'evoluzione delle tecnologie che dagli anni Novanta ha reso disponibili alla comunità scientifica storica strumenti più completi ed intuitivi, come ad esempio le applicazioni di linguaggi di marcatura o digitalizzazione dei testi. I linguaggi di marcatura come SGML e XML permettono l’accesso alla documentazione archivistica, superando quel riduttivo incasellamento di dati in una sorta di questionario diverso per ogni progetto di ricerca, che aveva caratterizzato il rapporto tra computer e fonti nei decenni precedenti e permettono la realizzazione di progetti come il Codice Diplomatico della Lombardia medievale (secc. VIII-XIII)[6] ideato e curato da Michele Ansani che ripropone gli elementi del discorso diplomatico entro un linguaggio di marcatura valido per la tipologia del documento.[7]

Nel corso degli anni Novanta, l'immagazzinamento e l'organizzazione dei dati elaborati dalle grandi collezioni ad uso degli storici incontra le esigenze dell'editoria elettronica attraverso la pubblicazione di banche dati su supporto digitale, il Cd-Rom. Fondamentali in questa fase sono certo l'esperienza francese del CETEDOC, Centre de traitement électronique de documents dell'Université catholique de Louvain-La-Neuve, che dagli anni Settanta ha avviato la realizzazione di una banca data di documenti editi ed inediti del Corpus Christianorum estesa poi alla costituzione della Library of Christian Latin Texts, attraverso vari CD-Rom editi da Brepols. Tra gli strumenti più utili al medievista è certo l’edizione digitale su Cd-rom delle 5 serie in cui è ripartita l'edizione cartacea dei Monumenta Germaniae Historica e The Patrologia Latina Database in 5 CD-Rom per gli editori Chadwick & Healey di Cambridge.

Il word processor: ipertesto e ipermedialità

La vasta diffusione del personal computer ha introdotto un altro strumento prezioso sulla scrivania dello storico: il word processor. Lo studioso possiede ora uno strumento in grado di modificare il suo rapporto con la scrittura attraverso programmi informatici, con il vantaggio di avere un testo semilavorato, di utilizzare gerarchie o ancora di aprire finestre nel testo stesso, rendendolo così ipertestuale.

Il computer a differenza della macchina da scrivere permette allo studioso di avere maggior libertà di modificare il testo, aggiornarlo, selezionarlo, cancellarlo, ed offre la possibilità di molteplici rimandi ad altri documenti legati da un filo costruito dall'autore, con la possibilità di partire da un punto qualunque e visionare porzioni di testo entro percorsi già definiti, in totale autonomia rispetto all'intero testo. La stesura del testo ed i suoi apparati rappresenta per lo storico parte integrante della ricerca, quale esposizione e interpretazione dei risultati delle informazioni raccolte dalle fonti, e come tale segue determinate metodologie: dallo storicismo tedesco al positivismo che considerano le note quali testimonianze di ciò che si asserisce nel testo, a quella assolutamente autonoma in cui il testo diviene racconto dal punto di vista dello storico con rinvii a bibliografie tematiche.

Il word processor ha soppiantato completamente la macchina da scrivere modificando in parte il rapporto tra scritto e scrivente, oggi più completo nelle sue fasi di montaggio, sino ad una vera e propria anteprima di stampa, ma la modalità di scrittura è rimasta la stessa soggettiva di sempre anche tra gli storici, le cui riserve sono forse di fronte al testo inteso come cantiere, quindi “perennemente alla stadio di semilavorato”, la cui volatilità anche in relazione ai software utilizzati può contravvenire all'idea di storiografia tradizionale.

Connessioni e trasposizioni tra ipertesto e database sono il grande vantaggio ipermediale introdotto dal personal computer, ovvero informazioni diverse vengono trattate nello stesso ambiente e connesse tra loro attraverso un testo attivo, aperto verso molteplici direzioni di lettura in relazione tra loro entro lo stesso documento o tra documenti esterni, in una narrazione storica confermata da indizi e prove a portata di mano. Proprio questa caratteristica di rimandi immediati fa dell’ipermedialità un ottimo campo sperimentale per enciclopedie tematiche [8] su cd-rom oltre che un ottimo strumento didattico come si può vedere visitando alcuni siti didattici online come THELEME, Techniques pour l'Historien en Ligne: Etudes, Manuels, Exercices [9] o l’Università virtuale ICoN Italian Culture on the Net[10]. Fonti e narrazione, capisaldi della metodologia di ricerca storica tradizionale [11], oggi si avvalgono delle nuove tecnologie usufruendo di risorse quali l'ipertestualità e la multimedialità dei testi diffusi attraverso la Rete. Internet come strumento di ricerca storica, offre la possibilità di rendere visibile con un semplice click il percorso intrapreso dal narratore, trattando diverse tipologie di materiale di ricerca nello stesso contenitore e infrangendo così i muri di archivi e biblioteche. I contenuti per gli storici disponibili online, sono fonti e saggistica, ossia riproduzioni digitali di documenti d'archivio ed elaborazioni su fonti e contesti già concluse, disponibili in banche dati e in vari formati o in relazione tra loro tramite rimandi interni al testo o estesi all'intera Rete, in un percorso che può partire da ogni punto. Per contro la perdita di sequenzialità del documento ipertestuale sottrae al discorso storico tratti importanti, dalla periodizzazione alla stessa conclusione, che il lettore potrebbe non selezionare.[12]

Il trattamento di queste due risorse basilari per lo storico sono oggetto di sperimentazione nel campo delle risorse digitali da parte di alcuni storici. Ad esempio Robert Darnton propone di riprogettare in chiave digitale il saggio storico attraverso un diverso rapporto tra fonti e narrazione, attraverso una piramide articolata in diversi strati che approfondiscono la narrazione di tipo professionale, rispettando i modelli di elaborazione storiografica e garantendo spazio autonomo alle componenti di tipo conoscitivo integrate con nuove componenti grazie alle opportunità offerte dai nuovi media.[13] Robert Townsend ha classificato questo tipo di editoria storiografica digitale come “addizionale”, includendo in essa articoli e monografie che usano i link ipertestuali verso altre fonti primarie e secondarie del web a scopo illustrativo. Altre categorie individuate dallo studioso sono “testuale” con semplici riproduzioni di articoli editi e la “fondativa” testi che integrano pienamente le risorse elettroniche, intrecciando strettamente la narrazione e le fonti primarie in un percorso dove le fonti acquistano maggior rilevanza rispetto alla narrazione che sembra esserne il supporto.[14] In Rete un esempio di storia scritta in sequenza multipla, attraverso una narrazione stratificata è The Valley of Shadow, il sito sulla Guerra di Secessione americana, curato da Edward L. Ayers, il cui progetto consiste in un archivio ipermediale di fonti di diversa natura che permette di leggere la storia da più punti di vista in una sorta di archivio parlante. [15] Mentre la storia fatta per immagini fotografiche in un montaggio multimediale imprescindibile dalla narrazione è ospitata nel sito dedicato allo sviluppo urbano di Los Angeles, Los Angeles and the Problem of Urban Historical Knowledge, dello storico Philip J. Ethington.[16]



[1] Detti, [1996], in Soldani - Tommasini, [1996], p. 87-89.

[2] Vitali, [2004a], p. 31.

[3] Le numerose applicazioni dell’informatica per gli studi storici creano forte interesse tra gli studiosi come dimostrano le riviste specializzate in questo settore nate in quegli anni, come ad esempio “History and Computing”, pubblicazione ufficiale dell’“Association for History and Computing - AHC”, un associazione internazionale fondata nel 1986 con molte radici nei Paesi Bassi e che, da anni, promuove l’uso del computer nel mondo degli storici, con la sua rivista, le sue conferenze annuali ed oggi anche con il sito web dell’associazione.

[4] Rowland, [1996] in Soldani -Tommasini, [1996], p. 52-54.

[5] Itzcovitch, [1993], p. 40. La workstation storiografica di Thaller è un sistema integrato di programmi, in particolare un database in grado di trattare dati provenienti da fonti diverse con un database specifico per il trattamento di informazioni storiche, in grado di collegarsi ad altri sistemi informatici

[6] Codice diplomatico della Lombardia medievale (sec. VIII-XII), [2000-2005].

[7] Ansani, [1999].

[8] Rowland, [1996] in Soldani – Tommasini, [1996], p. 48-49.

[9] Minuti, [2001].

[10] Theleme. Techniques pour l'historien en ligne: etudes, manuels, exercices, [2002-2005].

[11] Consorzio IcoN: Italian Culture on the Net, [2000-2005].

[12] Ortoleva, [1996] in Soldani – Tommasini, [1996], p. 75-82; Criscione, [2000].

[13] Darnton, [1999].

[14] Vitali, [2004a], p. 119-124.

[15] The Valley of Shadow, [1993-2005]; Vitali, [2004a], p. 121-122.

[16] Los Angeles and the Problem of Urban Historical Knowledge, [2000-2003]; Vitali [2004a], p. 123-124.

Storia e Internet

La storia è probabilmente tra le discipline che maggiormente soffre del livellamento di contenuti esistente in Rete. In particolare, l'ambito cronologico disciplinare riguardante il Medioevo ha in sé una doppia valenza, un medioevo scientifico, impegnato nell'interpretazione delle fonti per ricostruire società e istituzioni del passato, contrapposto ad un medioevo fantastico che dall'Ottocento affascina amanti di streghe e cavalieri. E' sufficiente interrogare un motore di ricerca su qualsiasi tema storico per essere inondati da siti di varia natura, dalla storia disciplinare a quella locale oltre ai molti siti di storia tematica, la maggior parte dei quali realizzata o curata da non professionisti.[1]

Forse è per questo che la ricerca ed i suoi prodotti continuano a seguire la tradizionale via della carta stampata riproponendone le caratteristiche anche nel web, nel timido e tardivo affacciarsi di Università e Centri di ricerca europei nella Rete globale. Il ritardo del medioevo scientifico europeo in Rete e quindi della più larga e tempestiva diffusione dei risultati della ricerca storica ha lasciato ampio spazio alla storiografia anglosassone, spesso colpevolmente incompleta come ben dimostra, ad esempio, la bibliografia dell'età Carolingia sul sito della Western Michigan University, in cui sono elencati unicamente testi in lingua inglese e colpevolmente tralasciate le pubblicazioni della scuola tedesca, francese e italiana, determinante in questo settore.[2] Esempi del genere sono alla base dello scetticismo della comunità scientifica sulle risorse digitali lasciate ai margini, quasi come sottosettore per pochi iniziati tra i quali spesso si crea una sterile circolarità di rimandi e citazioni.

Risorse online per medievisti

Dei due rami proposti dallo sviluppo delle tecnologie dagli anni Settanta in poi, quello maggiormente sviluppato è stato quello dell'archiviazione e dell'informazione sfruttando le considerevoli capacità delle memorie digitali e la possibilità di accedervi da qualunque distanza, anziché la produzione di nuove conoscenze storiche.[3] Infatti, reperire e consultare le risorse primarie e secondarie a prescindere dalla loro ubicazione fisica è il traguardo posto dall’innovazione telematica al servizio della ricerca storica. Gli strumenti telematici utili al ricercatore possono perciò avere una prima distinzione in risorse che indicano gli strumenti con cui reperire la documentazione, come motori di ricerca, indici e banche dati bibliografiche, e risorse che ne permettono l’accesso attraverso banche dati testuali e testi online.

Strumenti di reperimento delle risorse

La proposta in ambiente elettronico del tradizionale catalogo a schede OPAC, Online Public Access Catalogue, è stata certo per gli storici, come per gli studiosi di qualsiasi altra disciplina una risorsa di primaria importanza per la localizzazione di fonti storiografiche, reperibili attraverso un'amichevole maschera di ricerca che permette il recupero dell'informazione da diverse tipologie di cataloghi o tra più cataloghi. In linea troviamo cataloghi di grandi e piccole biblioteche, OPAC collettivi o integrati, MultiOPAC, MetaOPAC che permettono di interrogare più cataloghi bibliografici contemporaneamente. Ad esempio, una guida alla scoperta degli Opac europei, completa di informazioni catalografiche in più lingue è The European Library, , nata dall’esperienza di Gabriel, Gateway to Europe’s national libraries, raccoglie le informazioni sulle maggiori biblioteche nazionali europee e sui loro cataloghi, mentre un indice di biblioteche di tutti i Paesi è fornito da Libweb Library Servers via WWW Un repertorio aggiornato di biblioteche italiane è curato dall’Associazione Italiana Biblioteche, AIB sul proprio sito, inoltre, per l'Italia è attivo dal 1992 il Servizio Bibliotecario Nazionale, SBN  in cui confluiscono cataloghi di biblioteche di differenti tipologie, suddivise per poli locali a loro volta collegati all'indice SBN dell'ICCU che gestisce l'intero progetto di un catalogo unico nazionale. Per i periodici italiani e stranieri posseduti da alcune biblioteche italiane è interrogabile attraverso una semplice maschera di ricerca il Catalogo Italiano dei Periodici ACNP, Archivio Collettivo Nazionale Periodic Invece, per individuare le fonti d’archivio ci si può avvalere del portale italiano per l’accesso alle informazioni archivistiche, ARCHIVI- portale ufficiale dell'Amministrazione Archivistica Italiana. Anche i cataloghi di biblioteca hanno subito una rivoluzione telematica, inglobando differenti tipologie di risorse, analogiche e digitali con differenti modalità di consultazione e su diversi supporti, divenendo così un valido strumento di orientamento bibliografico attraverso diversi punti di accesso in grado di offrire risultati talvolta inaspettati da una semplice interrogazione di ordine semantico.

L’imprevedibilità della risposta automatizzata può effettivamente ampliare le prospettive di ricerche, richiamando risultati pertinenti ma non attesi, purché sia poi l’utente a selezionare i risultati, operazione non semplice di fronte ad un numero considerevole di risultati anche per gli appassionati di serendipity. Lo stesso utilizzo di concetti basilari dell’information retrieval per semplificare e agevolare la ricerca in banchedati e in Rete non è sufficiente al recupero dei soli risultati pertinenti, una quantità di rumore è sempre ammessa nel rapporto tra richiamo e precisione, alla base di qualunque interrogazione,  Sono in particolare i cosiddetti motori di ricerca generalisti a rispondere con enormi quantità di risultati recuperati nell'intera Rete e selezionati in base a parametri automatizzati. Nel caso di ricerche settoriali, come la storia medievale il recupero dell'informazione è difficilmente all'altezza delle aspettative dello storico anche in caso di selezione da parte di operatori in carne ed ossa perché comunque non in grado di valutare le risorse specifiche della disciplina.[4]  Possono rivelarsi più utili i motori di ricerca circoscritti, i LASE, Limited Area Search Engine, generalmente realizzati in ambito accademico, quindi da esperti, che limitano l'area di ricerca ad un numero controllato di pagine rispondenti al profilo richiesto per i diversi gradi di ricerca. Per il campo storiografico si citano il non più attivo Argos, Limited Area Search of the Ancient and Medieval Internet ideato dall'Università di Evansville, concentrato maggiormente sulle risorse del mondo classico e sulle realizzazioni nordamericane,[5] e l'italiano La Storia Consorzio italiano per le discipline storiche online ospitato dall'Università di Pavia, ugualmente non aggiornato dal 2000. Scopo del progetto era di riunire i principali siti italiani con caratteristiche di e-journals o di gateways in un'associazione, al fine di promuovere iniziative come un motore di ricerca di tipo LASE, convegni e incontri periodici, promozione di politiche di sviluppo dell'editoria digitale scientifica, di servizi per la didattica e per la ricerca. Più funzionale, sebbene non specifico per la storia medievale, è il motore di ricerca per le scienze sociali In-extenso, già Aleph. Moteur de recherche pour les Sciences  humaines. Un limite di questi strumenti è però di delimitare troppo la ricerca, escludendo magari nuove risorse per mancanza di aggiornamento. Per una ricerca più mirata gli studi sul medioevo possono avvalersi di repertori delle risorse presenti in Rete che indicizzano e catalogano per settori le realizzazioni e i documenti dedicati alla ricerca medievale, attraverso links di collegamento.

Tra i repertori spiccano gli americani The Labyrinth e NetSerf entrambi consorziati con Argos. The Labyrinth, Resources for Medieval Studies, curato fin dal 1994 dalla Georgetown University è articolato in varie sezioni: la Library (distinta in Auctores et fontes, e in Scripta moderna), i Subjects principali (distinti in National cultures; International culture, che rubrica settori generali come Archaeology, Arts, Latin, etc.; e Special Topics), i Text, image and archival Databases, l'Electronic Center (che enumera le liste di discussione e i siti che pubblicano materiali informali), risorse didattiche e liste di istituzioni di ricerca e di editori presenti nella rete. NetSerf, The Internet connection for Medieval resources, curato dal Department of History della Catholic University of America è suddiviso in sezioni, dall'archeologia alla musica. Più specifico è invece Byzantine & Medieval links Index di Paul Halsall della Fordham University di New York che però tende a premiare le realizzazioni digitali nordamericane a scapito di quelle europee. Tra queste ultime spiccano l’On-line Sources for Historians in the U.K. e Medieval Studies, che è la pagina specializzata dello HUMBUL, The HUManities BULletin board, una rivista elettronica, edita dalla Oxford University, dedicata alle applicazioni dell’information technology alle scienze umane ed il tedesco Historische Ressourcen im Netz: Mittelalter, molto ricco, aggiornato e attento a censire non solo le risorse americane ma innanzitutto le realizzazioni europee. Il sito offre elenchi di links quasi sempre accompagnati da un commento ed è articolato in varie sezioni dedicate alle fonti, ai manoscritti, alle banche dati bibliografiche, a tematiche specifiche, alle principali regioni europee medievali, alle discipline ausiliarie, alle istituzioni e ai progetti di ricerca, agli archivi, alle riviste elettroniche e ai siti della medievistica tedesca. Ancora,il non più aggiornato Index of Resources for Historians, curato dai Dipartimenti di storia della University of Kansas e della Universität Regensburg: elenca siti di interesse storico distinti per aree geografiche e periodi storici, e Ménestrel. Un portail pour les médiévistes, un repertorio critico di risorse in linea.In generale le risorse europee sulla storia medievale sono ben presentate nella The WWW Virtual Library il vasto progetto avviato da Tim Berners Lee che offre elenchi di risorse suddivise su base geografica e cronologica, tra cui Italian Medieval History curata da Serge Noiret. Il repertorio di risorse elettroniche sulla storia medievale afferente al progetto VL è certo il più completo ed saustivo se non altro perché indica chiaramente i criteri di valutazione adottati dai curatori, studiosi della materia, per suddividere i siti presentati in tipologie distinte. La formulazione di repertori di risorse elettroniche per gli studi storici ha avuto negli ultimi anni una inattesa fortuna anche in Italia, coinvolgendo soprattutto le comunità accademiche, come ad esempio dimostra la pagina del Dipartimento di storia dell’Università di Parma che elenca le “Risorse on line per la storia medievale” a cura di Marina Gazzini alle pagine non più aggiornate di Medioevo preso in rete: una guida selezionata alle risorse telematiche per lo studio e per la ricerca curate da Andrea Zorzi sul sito del Pim dell'Università di Firenze. All’interno delle iniziative accademiche sono da aggiungere le attività di Reti Medievali e Scrineum che pur essendo iniziative di associazioni private rimangono espressioni di comunità accademiche: “Le discipline editoriali: paleografia, diplomatica, codicologia”, a cura di A. Ghignoli. e “Repertorio critico di risorse digitali per gli studi di storia della scrittura latina e della produzione manoscritta nel Medioevo”, a cura di G. De Angelis. Inseriti in repertori generici o specialistici si trovano spesso gli utili repertori di periodici elettronici, forse oggi il vero punto d'incontro tra ricerca scientifica e diffusione, soprattutto nella sfera delle cosiddette scienze esatte dove disintermediazione e diffusione sono esigenze più che facilitazioni come è per le scienze umanistiche. Ciò nonostante sono numerose le riviste di interesse umanistico concepite come prodotti digitali, di solito entro circoli accademici per comunicare risultati di ricerca con il rischio di tralasciare il lavoro dell'editore che il web pare aver estromesso dalla catena documentaria: selezionare, valutare, editare, validare.

Repertori generici di periodici elettronici sono gli statunitensi Directory of Scholary Elettronic Journals and Accademic Discussion Lists, realizzata da ARL, Association of Research Libraries, che dispone di un indice di soggetti tra cui Arts and Humanities e NewJour. Dedicato agli studi storici è il repertorio The History Journals Guide dello storico Stefan Blaschke e un repertorio di riviste di storia medievale completo è curato da Andrea Barlucchi sul sito di Reti Medievali, in cui è indicata la natura del prodotto, digitale o analogico o ancora la doppia versione e la disponibilità di full-text online. Quelle sopra citate sono solo alcune delle iniziative repertoriali esistenti nel web, eppure molti dei repertori online non aggiungono informazioni sostanziali a quelle già individuabili in altri siti ed il desiderio di non deludere l’aspettativa dell’utente, di trovare nella stessa pagina percorsi di ricerca completi della fonte, spesso produce una sorte di sindrome da riempimento. I repertori diventano un elenco di tipologie confuse o risorse non idonee dimenticando l'esistenza di guide alle risorse digitali su carta, come ad esempio The History Highway. A guide to internet resource per non presentare elenchi scarni o peggio voci senza link, inoltre spesso manca la data di aggiornamento, il nome del curatore e soprattutto gli standard seguiti per la definizione delle tipologie e la validità della fonte repertoriata.

Casi ancor più frequenti sono quelli di bibliografie circoscritte ad argomenti specifici per la storia medievale che troppo spesso contengono unicamente risorse online, come se ciò che non è immediatamente reperibile in formato telematico fosse destinato all'oblio, mentre sono utilissime le bibliografie complete di risorse analogiche e digitali aggiornate da studiosi, come la Biographisch-Bibliographisches Kirchenlexikon, Bibliotheca Cluniacensis novissima o De Statutis. Bibliografia Statutaria Italiana. Nonostante da anni si auspichi lo sviluppo di linee guida per la valutazione delle risorse online ad oggi mancano standard riconosciuti per l'individuazione e la valutazione delle risorse digitali. Sono state presentate schemi e griglie di valutazione adattate al settore da alcuni studiosi come.[6] Più recentemente Guido Abbattista e Riccardo Ridi hanno coordinato il Workshop su studi storici e biblioteche digitali, La valutazione delle risorse digitali: biblioteche ibride e studi storici, tenutosi a Firenze nella primavera del 2001, definendo alcuni criteri necessari alla valutazione dei siti di interesse storico, all'individuazione delle suddivisioni delle tipologie, alla pretesa esaustività all'aggiornamento e all'usabilità.[7] 

L'individuazione e localizzazione dei documenti utili alla ricerca storica attraverso cataloghi elettronici, repertori, bibliografie ha come fine ultimo l'accesso alla fonte. L'accesso alla risorsa e la sua fruizione completano il percorso di ricerca dello storico nella Rete e rappresentano la reale aspettativa di ogni ricercatore impegnato nelle discipline umanistiche, che navighi nel Web come in un gigantesco reticolo di links di un infinito ipertesto. Le iniziative avviate per rendere fruibile il testo intero negli ultimi anni sono molteplici, dal già citato Codice della Lombardia medievale (secc. VIII-XIII) alla futuribile biblioteca digitale GooglePrint in via di realizzazione grazie ad un accordo tra i fondatori del motore di ricerca Google, Lary Page e Serghey Brin, e le Università di Oxford, Harvard, Stanford con la Michigan e la New York Public Library per digitalizzare le loro raccolte e renderle disponibili su Internet.

 

 



[1] Corrao, [2000]

[2] Sergi, [1998], p. 13-14

[3] The Carolingians, [1997]; Corrao [2000]

[4] Vitali, [2004a], p. 71-73

[5] Zorzi, [2001]

[6] J. Alexander e M. Tate, [1999]

[7] Abbattista,[2001]

 

La biblioteca digitale

L’espressione “biblioteca digitale” e la ricerca di una sua definizione è in relazione agli ambiti di interesse in cui viene applicata, ad esempio per gli informatici la biblioteca digitale è un insieme di file oppure sono i software dedicati al loro recupero, per politici e imprenditori il mercato della comunicazione e informazione mondiale. Per i bibliotecari la biblioteca digitale rappresenta la biblioteca del futuro, custode e creatrice di collezioni di documenti immateriali accessibili da qualunque luogo e immediatamente disponibili.[1]

La mancanza di una definizione univoca rispecchia la varietà di progetti e applicazioni e la stessa letteratura di riferimento per il settore biblioteconomico spesso usa come sinonimi di biblioteca digitale formule come “biblioteca elettronica” e “biblioteca virtuale”.[2] In realtà è più corretto intendere la biblioteca elettronica come una biblioteca automatizzata che usa ogni tipo di strumentazione elettronica per il suo funzionamento, quindi il termine elettronico è riferito alla strumentazione necessaria alla lettura dei dati e non ai dati stessi. Quando fonti informative elettroniche e su carta sono parte di uno stesso contesto si parla di biblioteca ibrida o biblioteca multimediale, ad indicare l'integrazione di diverse tecnologie. La biblioteca virtuale, invece, è per il suo stesso inventore, Tim Berners Lee che lo utilizzò per il sito di cui è autore, una collezione di documenti tematici realizzati da migliaia di autori in pagine web e banche dati collegati tra loro.[3] Con il termine “virtuale” si indica quindi la biblioteca che non c'è o una collezione di documenti esterna alla biblioteca o ancora una biblioteca dove l’aggettivo virtuale indica la simulazione tridimensionale di scaffali e personale. Con virtuale si intende quindi l’immaterialità della biblioteca come collezione di libri fisicamente dislocati altrove, come può essere una bibliografia, collezione astratta di documenti, o l’illimitata disponibilità del docuverso attraverso un unico spazio, come l’utopico progetto di Theodor Holm Nelson, Xanadu. [4]

Se per definizione di biblioteca digitale si considera quella data al workshop di Santa Fe nel 1997: “...uno spazio in cui mettere insieme collezione, servizi e persone a supporto dell'intero ciclo di vita della creazione, uso, preservazione di dati, informazioni e conoscenza”[5] si può individuare la biblioteca digitale all'interno del web, come uno spazio ordinato con servizi innovativi, accessibile al suo utente remoto che diviene così l'attore principale del sistema informativo, in grado di modificare, tagliare e accorpare oggetti della collezione digitale, la cui prima caratteristica è l'interoperabilità, e la creazione di nuovi strumenti di conoscenza. [6] L’espressione “biblioteca digitale” indica uno spazio informativo contenente risorse digitali di tipo bibliografico, acquisite o prodotte dalla biblioteca, controllate e valutate da personale specializzato e accessibili attraverso indici e classificazioni, in grado di offrire servizi tradizionali e innovativi ad utenti remoti aderenti al profilo intorno al quale è stata costruita la biblioteca.[7]Quindi una biblioteca, che risponde ad esigenze di una specifica utenza della quale conosce interessi ed esigenze, in base alle quali redige la propria mission per individuare obiettivi e scopi intorno ai cui costruire l'intera architettura digitale.

Funzioni ed elementi caratterizzanti la biblioteca digitale

Le funzioni caratterizzanti la biblioteca digitale sono state identificate in ambito bibliotecario attraverso la definizione data dalla Digital Libraries Federation: “...organizzazioni che forniscono le risorse compreso il personale specializzato, per selezionare, organizzare, dare l'accesso intellettuale, interpretare, distribuire, preservare l’integrità e assicurare la persistenza nel tempo delle collezioni digitali così che queste possano essere accessibili prontamente ed economicamente per una comunità definita o per un insieme di comunità”[8].

Partendo da tale definizione, i principali elementi che caratterizzano una biblioteca digitale sono:

Inoltre, per il buon funzionamento della biblioteca digitale sono elementi importanti la gestione del diritto d'autore e l'interoperabilità di sistemi diversi, tramite standard comuni orientati all'interscambiabiltà dei dati.[9]




[1] Ridi, [2004], p. 1; Tedd-Large, [2005], p. 16-21.

[2] Per alcune definizioni di biblioteca digitale: Schwartz, [1999]; Arms, [2000]; Tedd-Large, [2005].

[3] The WWW Virtual Library, [1991-2005].
 
[4] Metitieri-Ridi, [2002], p. 49-51.

[5] Salarelli-Tammaro, [2000], p. 107-108.

[6] Salarelli-Tammaro, [2000], p. 108-110.

[7] Ridi, [2004], p. 2.

[8] Digital Libraries Federation, [1998].

[9] Salarelli-Tammaro, [2000], p. 109-113.

 

La collezione digitale

La collezione documentaria rappresenta il cuore della biblioteca e incentra su di sè le principali funzioni:

  • selezione e acquisizione delle risorse che compongono la collezione.
  • catalogazione, metodi e tecniche per permettere il reperimento dell'informazione.
  • archiviazione e preservazione, per garantire l’accesso ed il recupero dei documenti nel tempo.

La stessa definizione di collezione digitale ha valenze differenti in ambito bibliotecario, in quanto può essere interpretata come collezione locale ad accesso remoto o come infrastruttura di servizio per l'accesso alle risorse informative distribuite. Anche in questo caso la definizione si allarga a realtà sostanzialmente differenti. La collezione locale ad accesso remoto è spesso un continuo della collezione tradizionale con la costruzione di una “collezione ristretta” che fornisce l'accesso alle risorse elettroniche locali, REL, cioè ad una selezione di accessi remoti indicizzati entro banche dati e dalla produzione di surrogati di documenti cartacei. Le risorse informative distribuite o RER, Risorse Elettroniche Remote, invece, sono intese come "collezione estesa" a tutte le risorse accessibili in Rete, in una biblioteca digitale vicina ad un portale, o ad un repertorio, dove il servizio è la selezione e l'aggiornamento.[1] Una biblioteca digitale può comprendere entrambe le collezioni, a seconda della propria mission e origine ed inserire nel catalogo metadata utili al recupero dei documenti, locali o remoti, utilizzando il tradizionale OPAC o il più innovativo” OPAL, Online Public/patron Access Library, acronimo coniato da Corrado Pettenati nel 1987 per indicare un “futuristico” catalogo da cui accedere a testi completi”.[2]

La biblioteca digitale funge da filtro qualità rispetto ad un utente che ha la percezione di interagire sempre entro la stessa biblioteca, quindi un servizio basato su un’infrastruttura apposita per una risposta just in time. La stessa architettura della biblioteca digitale è costruita intorno alla collezione che può essere interpretata come mediazione o “infrastruttura di servizio” la cui funzione è assistere l’utente nella ricerca e nelle condizioni di accesso.[3]

Un modello di collezione di biblioteca digitale è orientato verso:

  • lo sviluppo della collezione primaria di documenti digitali nativi, che trasforma la biblioteca in distributrice di comunicazione scientifica rendendo accessibili i documenti prodotti per la comunità di utenti servita.
  • la costruzione di una collezione secondaria, costituita dalle digitalizzazione di originali analogici, da parte di biblioteche, enti, privati o editori.

Prima di analizzare nel dettaglio la formazione, consistenza e organizzazione delle raccolte digitali è utile definire il concetto di documento digitale per capire vantaggi e limiti del suo impiego nella ricerca e nella comunicazione scientifica.

Documento digitale

Il documento digitale, ovvero la rappresentazione di un testo su supporto digitale, “in linea generale è costituito da un flusso di caratteri (o stringa), in cui il carattere è l'unità atomica per la rappresentazione, l'organizzazione e il controllo di dati testuali sull'elaboratore”[4]. Il documento digitale può essere nativo, quindi pubblicato originariamente in digitale o nato in formato analogico e digitalizzato a posteriori in modalità manuale o meccanica. Nel primo caso la trasformazione del documento cartaceo in forma binaria è affidata ad un operatore che tramite tastiera inserirà una lettera alla volta, mentre l'acquisizione meccanica prevede l'impiego di strumenti quali scanner o fotocamere in base alla tipologia di documento destinata alla trasposizione digitale. La modalità manuale è certo la più dispendiosa in termini di tempo, sebbene anche l'acquisizione meccanica preveda spesso un filtraggio manuale, come nel caso di utilizzo di software di riconoscimento ottico dei caratteri, OCR, Optical Character Ricognition, mentre l'acquisizione di immagini è sempre automatizzata.

La scelta delle modalità di digitalizzazione è in primo luogo vincolata dalla tipologia del materiale e al suo supporto, ad esempio la scansione del testo si utilizza per fonti edite su supporti a prova di forti fasci di luce, mentre manoscritti e fotografie vengono riprodotti attraverso speciali apparecchiature in grado di preservare gli originali. La differente modalità di digitalizzazione stabilisce il formato del nuovo documento digitale, da testuale ai linguaggi di marcatura, alle applicazioni per e-book al formato immagine, oltre ai formati audio, video.

Il formato testuale più semplice è ASCII, American Standard Code for Information Interchange, permette di codificare i 128 caratteri più comuni. Lo stesso TXT del blocco note di Windows è un’estensione generica, solitamente indicata per file testuali in ASCII privi di formattazione.

Diffusissimo è il formato testuale proprietario di Microsoft per il programma di video scrittura Word, DOC, il cui limite è non essere comprensibile da tutti gli altri programmi di videoscrittura, comprese le versioni precedenti dello stesso Word, per questo si preferisce il formato RTF, in quanto mantiene la formattazione del testo nel passaggio da un programma all'altro sfruttando caratteri ASCII.

Il passaggio dal materiale al digitale avviene tramite codifica, attraverso un sistema di marcatura, cioè su specifici linguaggi che descrivono l'aspetto di ciascun elemento testuale assicurandosi che nella trasposizione elettronica siano perdute il minor numero possibile di informazioni contenute nella fonte originale. “I linguaggi di marcatura sono costituiti da un insieme di istruzioni, dette tag (marcatori), che servono a descrivere la struttura, la composizione e l'impaginazione del documento. I marcatori sono sequenze di normali caratteri e vengono introdotti, secondo una determinata sintassi, all'interno del documento, accanto alla porzione di testo cui si riferiscono.”[5]

SGML, Standard Generalized Markup Language, ad esempio è un linguaggio di marcatura che prescrive precise regole sintattiche per definire un insieme di marcatori e le loro reciproche relazioni, senza marcare direttamente documenti, e garantendo attraverso le sue applicazioni linguaggi di marcatura specifici, detti DTD, Document Type Definition, tra cui TEI, un progetto internazionale per la codifica dei testi a carattere umanistico.[6]

HTML, Hyper Text Markup Language, è il linguaggio di marcatura utilizzato per costruire pagine web, è composto da tags o marcatori non visibili alla lettura che contengono istruzioni per la visualizzazione del testo. Sviluppato dal più complesso SGML si adatta alle esigenze di ipertestualità della Rete e di internazionalizzazione degli standard. Grazie alla sua semplicità è oggi il linguaggio maggiormente diffuso e indicato dal W3C quale linguaggio ufficiale del World Wide Web, preferibilmente abbinato a fogli di stile CSS che ne dichiarino la struttura.

Sempre da SGML trae origine un altro linguaggio di marcatura, XML, extensible markup language, scelto dal W3C, il World Wide Web Consortium promosso nel 1994 dallo stesso Tim Berners, per le applicazioni testuali del web in sostituzione del linguaggio HTML ritenuto troppo povero per specifiche esigenze e presto sostituito da XHTML, extensible HTML.[7]

PDF, Portable Document Format, e PostScript, invece, sono standard proprietari dell’azienda Adobe e determinano la visualizzazione del documento precedentemente confezionato da altri software. Il documento così prodotto non è modificabile, ma si può scaricare o stampare attraverso la versione gratuita fornita online dalla stessa azienda, mentre per produrre documenti in PDF è necessario acquistare il programma AdobeWriter. Il formato PDF è di solito utilizzato per documenti testuali, anche e-book: libri elettronici, proprio per l’impossibilità di intervenire dall’esterno sul contenuto, anche se i formati specifici per gli e-book, sono OEB, Open EBook, standard elaborato da un’associazione privata, la Open EBook forum cui partecipano case produttrice e case editrici tra cui Mondatori, e LIT che è il formato proprietario per Microsoft Reader.[8]

I formati di immagini digitali standard su Web sono GIF, Graphic Interchange Format, JPEG, Join Photographic Experts Group, PNG, portable network graphics, MNG, Multiple-image Network Graphics, si tratta di sistemi di codifica grafica in grado di comprimere notevolmente la dimensione del file, e pertanto particolarmente adatti a un uso in Rete, mentre per l’archiviazione di immagine è utilizzato TIFF, Tegged Image File Format, sviluppato da Adobe e Microsoft.[9]

Selezione e acquisizione: collezione digitale primaria

Il procedimento di selezione e acquisizione dei documenti è uno dei momenti attraverso il quale si realizza la gestione della collezione documentaria in base alla mission della biblioteca, incentrata sull'utente, attenta alle risorse e ai programmi cooperativi cui aderisce.

Nel caso della biblioteca digitale è importante definire l'utenza da soddisfare, l'uso che ne farà della collezione e le modalità di accesso remoto e quindi formalizzarla in un documento programmatico come avviene per la biblioteca tradizionale. Una dichiarazione di intenti per l'utente e lo staff, che definisce l'identità della biblioteca e permette di verificare nel tempo il raggiungimento degli obiettivi.

Anche in ambito digitale potrebbero essere utili documenti come la carta delle collezioni ed il piano di sviluppo delle collezioni. Dunque proporre gli obiettivi generali della biblioteca ed i principi cui si ispira in modo da valutare:

  • le aree disciplinari in base alla tipologia di bisogni dell' utenza che intende soddisfare.
  • la politica di revisione periodica delle collezioni
  • la politica di acquisizione, completa di indicazioni sulle risorse, fornitori, produttori, politica di cooperazione ed i nominativi delle figure preposte a tale incarico.

Inoltre, uno strumento interno, valido per lo staff di una biblioteca digitale quanto per quello di una biblioteca tradizionale, permette di conoscere i criteri di utilizzo delle risorse finanziarie ed il programma di spesa suddiviso per settori necessario per il mantenimento e lo sviluppo della collezione, sia analogica che digitale.

La politica di acquisizione ha come naturale complemento una periodica revisione delle collezioni, intesa come strategia di programmazione a seguito di un'analisi della collezione, che tiene conto di vari fattori come la data di pubblicazione, l'ultimo utilizzo da parte dell'utenza e la presenza di fattori negativi come inadeguatezza, inesattezza, incoerenza. L'attività di revisione è necessaria soprattutto in ambiente elettronico, in cui la volatilità dei documenti che costituiscono le collezioni esterne e l'evoluzione tecnologica che investe i sistemi di conservazione obbligano ad un costante monitoraggio e ad una più frequente esame della politica documentaria perseguita.

La biblioteca anche nel contesto digitale, dunque, necessita della stessa regolamentazione seguita dalle biblioteca tradizionali per la gestione delle raccolte e la loro implementazione. Le stesse griglie di valutazione possono essere adattate alla biblioteca digitale, garantendo anche qui una metodologia per la definizione del grado di copertura bibliografica.[10] La selezione, valutazione della documentazione digitale e l’accesso facilitato garantito nel tempo sono elementi che creano valore aggiunto alla biblioteca che altrimenti avrebbe solo il ruolo di aggregatore di informazioni. Questo percorso deve essere affrontato con professionalità adeguate, con competenze specifiche sia sul piano biblioteconomico che su quello dell’editoria elettronica, un vero “collection management librarian”.[11]

 

Produzione

Nel panorama editoriale internazionale l'affermazione dell'editoria digitale ed il conseguente ripensamento della catena del valore tra autore e lettore hanno favorito la sperimentazione e lo sviluppo di modelli di comunicazione scientifica alternativi al modello tradizionale controllato per lo più da editori commerciali e soggetto a fenomeni di concentrazione. Infatti, la necessità di assicurare un'efficace diffusione ed un facile accesso ai contributi scientifici ha spinto molte università ed enti di ricerca a promuovere iniziative editoriali con l'obiettivo di assistere gli autori nell'intero ciclo di vita dell'informazione scientifica, dalla creazione del documento, alla peer review, fino alla distribuzione e all'accesso, proponendosi sul lungo periodo come soluzione strategica alla spirale dei prezzi delle pubblicazioni scientifiche.[12]

I progetti per l'affermazione delle Università e Istituti di Ricerca come editore sono numerosi, orientati a superare i maggiori ostacoli:

  • il diritto d'autore, spesso ceduto agli editori da docenti e ricercatori appartenenti a Università o Istituti così destinati ad acquistare da terzi i risultati delle ricerche da loro stessi finanziate[13].
  • il controllo qualità della pubblicazione, tradizionalmente sottoposto alla peer review
  • la conservazione delle pubblicazioni digitali attraverso identificatori
  • integrazione con il mercato editoriale commerciale.[14]

Da alcuni anni anche in Italia si registra una tendenza verso la sperimentazione di nuovi uffici editoriali rivolti verso l'editoria digitale, attraverso piani editoriali strutturati in collane e riviste, entro specifiche aree disciplinari.[15] La produzione di pubblicazioni digitali si è sviluppata negli ultimi anni in ambito accademico con lo scopo di favorire la comunicazione scientifica riacquistando i diritti d'autore spesso ceduti ad editori.[16]

La produzione editoriale delle Università impegnate nella sperimentazione del digitale si orienta verso due livelli di comunicazione scientifica:

  • canale di comunicazioni tra studiosi, attraverso periodici eletronici ed e-book
  • supporto bibliografico per la didattica, attraverso la messa online di dispense ad uso degli studenti.

La biblioteca dell'Università è così “impegnata in una produzione e distribuzione dell'informazione significativa in ambito scientifico, possibilmente in stretta collaborazione con il centro di calcolo ed il centro editoriale di Ateneo”[17].

 

Documenti nativi

La collezione digitale, spesso cooperativa, è incentrata soprattutto sulle risorse originariamente digitali, sulla loro organizzazione, accessibilità e preservazione.

Le tipologie di documenti digitali nativi sono:

  • periodici elettronici: lo sviluppo della tecnologia ha offerto la possibilità di ridurre i costi di produzione dei periodici scientifici in Internet, ormai importante mezzo di comunicazione tra studiosi, in risposta all'aumento dei prezzi imposto dagli editori negli ultimi anni.[18]I vantaggi dei periodici elettronici sono la rapidità della pubblicazione dei risultati della ricerca, la disseminazione più efficiente, la possibilità di sfruttare l'ipermedialità per presentare i risultati della ricerca, la possibilità di avere una peer review pubblica, una distribuzione a costi inferiori rispetto a quella tradizionale, l'interattività per la velocità di pubblicazione e comunicazione. Il vantaggio principale rispetto alle pubblicazioni analogiche è l'accesso diretto da parte dell'utente, oggi venduto come servizio da editori e fornitori attraverso licenze d'uso limitate nel tempo che pongono alle biblioteche notevoli problemi di gestione della collezione.[19] 
  • e-book: letteralmente libro elettronico, la mancata fortuna dopo gli urlati annunci degli anni passati vanno di pari passo con la mancanza di un'univoca definizione dell'oggetto. Con tale termine, infatti, vengono indicati testi online diffusi via internet, supporti e software per la lettura ed anche l'hardware in commercio. Mancano dunque standard comuni per la definizione di e-book ed il mercato attualmente tende alla moltiplicazione anziché alla convergenza. Diversi dunque i fattori che hanno portato a smorzare gli entusiasmi di chi vedeva nell'introduzione dei libri elettronici il tramonto della carta stampata, dalla difficoltà di lettura da monitor che porta al trionfo della stampata su carta, alla protezione dei diritti legati alla pubblicazione[20]. La necessità di uno standard comune per commercializzare e conservare gli e-books è alla base della nascita del consorzio OeBF[21]. OeBf ha fornito una specifica OEB, cioè un formato creato utilizzando l'XML e supporta gli elementi di matatadata Dublin Core. Mentre per la tutela e la protezione dei contenuti digitali gli USA hanno sviluppato il progetto DOI-EB, equivalente al codice ISBN per le monografie a stampa, per garantire l'identificazione in modo univoco e la proprietà intellettuale. 
  • e-prints o articoli elettronici sono testi che una volta elaborati dagli autori vengono immessi in Internet senza alcuna intermendiazione da parte dell'autore. Le versioni antecedenti la pubblicazione da parte dell'editore, cioè la versione pre-correzione, pre-print, possono essere liberamente usate dall'autore, essendo costui l'unico responsabile del diritto intellettuale e morale del contenuto, e depositati liberamente in server o archivi digitali per garantire un maggior fruizione dei contenuti come è accaduto nel settore pionieristico della fisica.

Per facilitare la ricerca entro questi archivi di preprint sono nati progetti come NCSTRL, indice distribuito che poggia su un motore di ricerca specializzato, DIENST.[22]

Proprio sul versante della ricerca bibliografica si contano le maggiori iniziative degli ultimi anni da parte di editori commerciali. A fronte dell'aumento della produzione editoriale digitale si sono affermati nuovi attori della filiera editoriale, gli aggregatori, che offrono un servizio di intermediazione attraverso banche dati contenenti prodotti di diversi editori, fornendo quindi all'utente un unico punto di partenza attraverso una interfaccia completa di sistema di interrogazione come ADONIS di Elzevire o OVID di EBSCO, e aggregatori di contenuti per un singolo editore, è il caso dei gateway, come ECO di OCLC, inteso dunque come un servizio offerto dall'editore che ne stabilisce il valore commerciale.[23]

Digitalizzazione: la collezione digitale secondaria

La digitalizzazione

La collezione digitale secondaria è formata dalle pubblicazioni elettroniche e copie digitali di pubblicazioni a stampa, prodotte da biblioteche e istituzioni.

La conversione da analogico a digitale è stata largamente adottata nel corso degli anni dal mondo bibliotecario, sia per conservare e proteggere il patrimonio cartaceo sia e soprattutto oggi per facilitarne l'accesso. La conversione del materiale cartaceo posseduto dalla biblioteca in materiale digitale è una parte importante dell'acquisizione del materiale per lo sviluppo della biblioteca digitale. Tali esperienze hanno dato vita a progetti e realizzazioni disomogenee e a fronte di un notevole numero di iniziative intraprese ad ogni livello corrisponde anche una forte frammentarietà, uno scarso coordinamento e la mancanza di un disegno complessivo di riferimento.[24]

Il panorama d'insieme si presenta, dunque, vario per qualità e contenuti determinati da tecniche e strumenti in piena evoluzione. Per questo si sono rese necessarie e preziose le proposte di coordinamento e gli studi sulle modalità e finalità della digitalizzazione, come Guidelines for digitizing archival materials for electronic access[25] o le indicazioni sulla digitalizzazione dell'ICCU per seguire precisi criteri di selezione e modalità per costituire una collezione omogenea in armonia con standard europei, messi a punto dal Manuale di buone pratiche per la digitalizzazione del patrimonio culturale, del Progetto Minerva.[26]

La digitalizzazione è inoltre stata sperimentata come sistema editoriale, sia per la creazione di nuovo collane nate dalla digitalizzazione di opere cartacee appartenenti a diverse collezioni, sia come reprint, conversione delle annate di periodici scientifici, come nel caso dell'editore JSTOR[27].

Molte di queste iniziative sono state sviluppate dalle Università americane, come il progetto Perseus per la Harvard University, o il progetto Alexandria dell'University of California Santa Barbara per la ricerca spaziale, entrambe prese in esame nei capitoli seguenti.




[1] Salarelli-Tammaro, [2000], p. 141-143; Ridi, [2004], p. 15-16.

[2] Ridi, [2004], p. 15, da Pettenati, [1987].

[3] Per la definizione “infrastruttura di servizio” ed i concetti correlati si veda Salarelli-Tammaro, [2000], p. 141-146.

[4] Internet 2004, [2003]; Ridi, [2004], p. 4-7.
 
[5] Internet 2004, [2003].

[6] Projects using the TEI, [1996-2005].

[7] World Wide Web Consortium, [1994-2005].

[8] International Digital Publishing Forum (formerly Open eBook Forum), [2003-2005].

[9] Arms, [2000], p. 163-185; Ridi, [2004], p. 4-7; Tedd-Large, [2005], p. 100-102.

[10] Whittaker, [2002]; Boretti, [2000].

[11] Weston, [2002], in Biblioteca digitale, [2002], p. 177-180; Morriello, [2005], p. 123-141.

[12] Tammaro, [2001], p. 22-34.

[13] Gargiulo, [2000].

[14] Pellizzari, [2000], p. 46-56.

[15] In Italia i maggiori esempi di University Press fanno capo all'Università di Bari, in accordo con l'editore Laterza, le iniziative editoriali dell'Università di Bologna che comprendono tra le altre la pubblicazione digitale del periodico Bibliotime dedicato agli studi biblioteconomici, il progetto BUP per le attività editoriali, ed il progetto di biblioteca digitale ALMA-DL per l'accesso integrato e la fornitura di documenti digitali. La diffusione dell'editoria scientica attraverso la "riappropriazione" del copyright è alla base del progetto FUP dell'Università di Firenze

[16] De Robbio, [2003a].
 
[17] Atkinson, [1990], p. 355-358.
 
[18] Cfr. Capitolo IV.

[19] De Robbio, [1998], p. 40-56.

[20] Editoria multimediale, [2004], p. 94-99.

[21] International Digital Publishing Forum, [2003-2005].

[22] NCSTRL, Networked Computer Science Technical Reference Library, [2001] ; Arms, [2000], p. 218-220.

[23] Online Computer Library Center, [aggiornato al 2005]; Al di fuori del mercato editoriale i termini aggregatori o gatway si equivalgono, riferendosi ad interfacce che permettono una ricerca in un'unica banca dati i cui contenuti sono disseminati nella Rete.

[24] La biblioteca digitale, [2002], p 10-12.

[25] Linee guida elaborate da National Archives and Records Adminastration, NARA - U.S. National Archives and Records Administration, [1995-2005].

[26] Falchetta, [2000], p. 52-67; Manuale di buone pratiche per la digitalizzazione del patrimonio culturale,[2004].

[27] JSTOR - The Scholarly Journal Archive, [2000-2005].

 

L'organizzazione delle raccolte documentarie

L'informazione presente in Rete è ingente e in continuo aumento, nella maggior parte dei casi non è di qualità, spesso non è strutturata. Le innovazioni tecnologiche e telematiche applicate alla comunicazione scientifica hanno in questi anni modificato la catena documentaria, più simile ad una rete ipertestuale. In questo reticolo la biblioteca diviene mediatore all'informazione e non più solo conservatrice del proprio patrimonio in attesa di un utente interessato "just in time". La biblioteca oggi deve essere in grado di fornire risposte "just in case", documenti al momento attraverso ILL, DD e accessi controllati alle risorse digitali. E' dunque necessario filtrare e organizzare le informazioni attraverso la professionalità del bibliotecario, da sempre intermediario tra utenti e docuverso.[1]

La biblioteca digitale è orientata verso utenti remoti, interessati ad una porzione di docuverso che risponde a precisi criteri, accessibili attraverso un catalogo e interamente fruibili.

L'organizzazione dell'intera biblioteca digitale come in quella tradizionale è imperniata sul catalogo, ossia su un insieme organizzato di informazioni per permettere il recupero dei documenti bibliografici coerentemente descritti, attraverso accessi controllati.

Il futuro del bibliotecario consiste dunque nell’indicizzare le informazioni disponibili in Rete attraverso l’intermediazione catalografica, descrivere formalmente le fonti di informazione, soggettarle e classificarne il contenuto.[2]

ISBD (ER)

Il formato utilizzato per la catalogazione descrittiva oggi adottato dalla comunità internazionale è ISBD dell’IFLA, che attraverso una griglia organizzativa formalizza la descrizione bibliografica. Dal 1997 per le risorse elettroniche è disponibile il formato ISBD (ER), in cui sono confluite le precedenti esperienze di applicazioni dello standard ISBD alle risorse elettroniche, ISBD (NBM) e ISBD (CF) su modello delle regole anglomericane di catalogazione AACR2R.

Da un punto di vista catalografico le difficoltà presentate dalle risorse elettroniche sono rappresentate da

  • la descrizione del documento elettronico attraverso standard catalografici tradizionali che mal si adattano alla mancanza di tangibilità del supporto.
  • la fluidità interna dei documenti elettronici, facilmente modificabili o aggiornabili
  • volatilità e fluidità esterna, causata dalla mancanza di coordinamento del ciclo di vita dell’informazione elettronica.
  • pluralità di formati in cui è disponibile la stessa risorsa
  • il reperimento delle fonti, dalla responsabilità intellettuale del contenuto alla responsabilità di pubblicazione. [3]
Un metodo di catalogazione alternativa è invece quello che vede un ruolo attivo dell’autore che inserendo alcuni elementi descrittivi direttamente all’interno del documento funge da catalogatore o auto-catalogatore rinunciando al ruolo terzo tra autore e lettore tradizionalmente assolto dal bibliotecario. Il problema che si pone con la diffusione di informazione e conoscenza tramite Internet è l'individuazione del soggetto preposto alla catalogazione del documento. Internet modifica i ruoli degli attori del modello di iter catalografico tradizionale: nel web è l'autore stesso a fornire la descrizione della risorsa senza alcuna intermediazione, quindi salta il ruolo “terzo” del catalogatore tra autore e lettore.[4]
 
Metadati

I metadati sono letteralmente dati su dati, come ad esempio le schede bibliografiche cartacee di un tradizionale catalogo di biblioteca. Sono usati per identificare e descrivere risorse informative e localizzarle. La descrizione dei documenti, ossia dei data, permette di individuare, selezionare, localizzare e recuperare l'informazione, attraverso cataloghi, bibliografie e repertori, sistemi di dati su dati o meta-data, permettendo ad ogni lettore di individuare il suo libro salvando il suo tempo.

In ambiente digitale i metadati sono definiti in formati e sono stati estesi per garantire oltre al recupero anche l'accesso al documento. I metadati per essere funzionali devono essere standard, in modo da consentire lo scambio tra sistemi di rete e in particolare in ambiente elettronico sono concepiti per essere prodotti in modo più efficiente dei record catalografici.[5]

I metadati digitali sono usati come:

  • metatag nelle intestazioni dei documenti HTML
  • archivio
  • banca dati di un server o di un archivio distribuito con un solo motore di ricerca.

e si dividono in:

  • descrittivi: MARC, TEI, EAD, DC
  • amministrativo gestionali: MAG
  • strutturali: DOI[6]

 Metadati descrittivi

Nei progetti di biblioteca digitale sono impiegati i metadati descrittivi e tra essi più diffusi sono:

TEI, Text Encoding Iniziative. Intestazione nata in area dell'informatica umanistica grazie ad un progetto sponsorizzato da ACL, Association for Computational Linguistics, ALLC, Association for Literary and Linguistic Computer, ACH, Association for Computer and Humanities, per sviluppare uno schema di codifica testuale per complessi oggetti elettronici costituiti dal testo.[7] La finalità del progetto Tei è di definire uno standard di codifica specifico per i dati umanistico-letterari e creare una normalizzazione dei formati di memorizzazione al fine di consentire l’interscambio dei documenti.[8]

Le linee guida TEI[9] sono un'applicazione dello standard SGML-TEI e indicano quali parti del testo codificare dettandone le modalità. Le specifiche TEI forniscono i metadati necessari ad un uso multifunzionale, documentando revisioni, fonti, registrazioni di elementi bibliografici con possibilità di utilizzare la registrazione delle informazioni relative al documento indipendentemente dal documento stesso.

Ogni testo codificato in base allo standard Tei è costituito da due parti:

  • TeiHeader, contente le informazioni editoriali relative al testo, utili per la descrizione bibliografica
  • TeiText, contenente la trascrizione codificata del testo.[10]

In particolare i bibliotecari sono interessati alla sezione “file description” che fornisce la descrizione bibliografica del documento e della sua fonte, descrizione modellata sullo standard AACR con campi che corrispondono approssimativamente alle aree ISBD:

File description:

- <titleStmt> comprende campi title, author, sponsor, funder, principal, respstmt, utilizzando le liste di autorità della Library of Congress Name authority list per tutti i nomi personali comuni

- <editionStmt> dati relativi ad una edizione di un testo
- <extent>

- <pubblicationStmt> informazioni sulla pubblicazione e distribuzione di un testo elettronico o meno

- <seriesStmt>
- <notesStmt>

- <sourceDesc> descrizione bibliografica del testo di copia da cui un testo elettronico è stato derivato o generato.

La sezione “Profile description” include invece dati non prettamente bibliografici, ma utili per il reperimento o analisi del testo supportata dalla macchina, spesso utilizzati per registrare voci di soggetto.[11]

 

Dublin Core

Dublin Core è un progetto nato dalla conferenza tenuta nel marzo del 1995, a Dublin, Ohio, sede di OCLC, Online Computer Library Center, con l’obiettivo di definire uno standard per permettere la descrizione delle risorse online da parte degli stessi autori e l’eventuale l’indicizzazione.[12]

Per descrivere le risorse disponibili è stato individuato un set di metadata standard individuati come core, per l'identificazione e la definizione ad uso di autori/editori.[13]

Il core è attualmente strutturato in 15 elementi che si possono dividere in tre classi con relativi elementi:

  • content: title, subject, description, source, language, relation, coverage
  • intellectual property: creator, publischer, contributor, rights
  • instantation: date, type, format, identifer[14]

così riportati dalla traduzione italiana curata dall’ICCU:

  • Nome – Etichetta assegnata al dato
  • Identificatore – Identificativo univoco assegnato al dato
  • Versione – Versione del dato
  • Registrazione di autorità – Entità autorizzata a registrare il dato
  • Lingua – Lingua nella quale il dato è indicato
  • Definizione – Indicazione che rappresenta chiaramente il concetto e la natura essenziale del dato.
  • Obbligatorietà – Indica se il dato è richiesto sempre o solo in alcuni casi (contiene un valore).
  • Tipo di dato – Indica la tipologia del dato che può essere rappresentato nel valore del dato stesso.
  • Occorrenza massima – Indica un limite alla ripetibilità del dato.
  • Commento – Un’osservazione che concerne l’applicazione del dato.

Ogni elemento è definito usando un set di attributi ricavati dalla norma ISO-11179 e può essere collocato ad esempio nel file Html, il più diffuso per le risorse catalografiche online, entro il tag <Meta> nell’Header, per essere letto dai motori di ricerca.[15]

 

Metadati amministrativo gestionali

MAG, Metadati Amministrativi Gestionali, sviluppati da Gruppo di studio sugli standard e le applicazioni di metadati nei beni culturali promosso dall’ICCU nell’ambito del progetto BDI, Biblioteca Digitale Italiana, come modello di base per l’accesso, la gestione e la conservazione delle risorse digitali.[16]

Includono elementi finalizzati alla descrizione standardizzata dei metadati amministrativi gestionali in formato XML, relativi ad elementi quali le condizioni d'uso, le licenze, i diritti di proprietà e l'utilizzo nel tempo delle risorse digitali. [17]

Lo schema generale è composto dalle sezioni:

  • gen: informazioni generali sul progetto e sul tipo di digitalizzazione
  • bib: metadati descrittivi sull'oggetto digitalizzato (formato DC)
  • stru: metadati strutturali
  • img: metadati specifici relativi alle immagini fisse
  • ocr: metadati specifici relativi al riconoscimento ottico del testo
  • doc: sezione utilizzata per descrivere ad esempio un file in formato pdf o rtf .[18]
 

Metadati strutturali

DOI

Nel campo editoriale si è affermato il formato DOI, Digital Object Identifier, principale metadata per identificare il proprietario, realizzato dall'Association of American publischer che intende sviluppare un identificatore per la gestione di materiale protetto da diritto d'autore. [19]

Il Doi è uno strumento che serve ad identificare in modo persistente un frammento di proprietà intellettuale sulle reti digitali costituito da quattro compenenti:

  • una stringa alfanumerica assegnata all'entità oggetto di proprietà intellettuale.
  • descrizione bibliografica dell'entità identificata da DOI, attraverso metadati contenuti in <indecs>
  • un meccanismo di risoluzione per l'uso sulle reti
  • la politica di concessione ad alcune agenzie secondo strategie settoriali.

La politica generale è controllata dalla Internation Doi Foundation, mentre l'assegnazione del codice è curata da varie agenzie che offrono ai loro clienti anche alcuni servizi, come l'infrastruttura utile per mantenere i metadati. Tali agenzie sono numerose, vale però la pena citare il consorzio di società europee, coordinato dall'Associane italiana editori, MEDRA e l'agenzia di maggior successo, CrossRef che fornisce un'applicazione per l'identificazione degli oggetti ed il loro recupero in full text.[20]

 

Il problema aperto è l'interoperabilità tra i sistemi di metadata sviluppati autonomamente dai vari attori della catena. Secondo P. Gabriele Weston le condizioni essenziali affinché i sistemi possano interoperare tra loro sono la struttura coerente delle registrazioni ed i criteri di normalizzazione per l'immissione e la gestione dei dati.[21]

Per favorire l'uniformità della descrizione dei documenti in qualunque formato o supporto essi si presentino l'IFLA ha fornito un quadro concettuale in cui possono essere armonizzati i diversi ruoli dei metadata: FRBR, Functional Requirements Bibliographic Records.

FRBR definisce le entità e permette di associare le manifestazioni che materializzano la medesima espressione, eventualmente su supporti diversi, o le espressioni che realizzano la medesima opera sia pur in lingue o edizioni differenti. [22]

Proprio la difficoltà di interscambio tra diverse biblioteche digitali e le rispettive collezioni è uno dei grandi limiti della biblioteca digitale. Il passaggio dell'utente da un interfaccia ad un altra con differenti modalità di ricerca è il risultato della mancanza di interoperabilità dell'infrastruttura tecnologica e mancanza di collaborazione di cui spesso soffrono i progetti di biblioteca digitale. La tendenza è dunque quella di identificare il documento più che descriverlo per superare diversi livelli di difficoltà per una piena interoperabilità, da quella tecnica a quella semantica, a quella multidisciplinare.

Dal punto di vista tecnologico invece, vista le difficoltà di accordarsi su in insieme di standard e convertire il sistema esistente, ci si concentra sui servizi di ricerca più facilmente adattabili a standard condivisi da opac e banche dati, dai comuni marcatori e identificatori web, come HTML e URL, allo standard z39.50 e SGML ai metadata più familiari ai bibliotecari come al già visto Dublin Core. L'ambizione dei curatori delle biblioteche digitali è di rendere possibile la ricerca integrando diversi sistemi, in un sistema di ricerca distribuito, Network information discovery in grado di fornire il servizio di controllo unificato degli accessi, di facilitare la gestione della collezione in cooperazione, i servizi di localizzazione, attraverso l'identificazione della risorsa ed i thesauri. Negli ultimi anni si sono visti numerosi progetti di catalogazione delle risorse internet nel mondo bibliotecario, come The Scorpion project[23], compatibile con il Dublin Core, l’americano Intercat (1991-1996), promosso da OCLC, ALA e Library of Congress, la cui impostazione è oggi ripresa da CORC (1999-2002), Cooperative on line resource catalog, il progetto Catriona (1994-1995) in gran Bratagna, e le raccomandazioni del W3C per la descrizione di un documento online, raccolte in Rdf, Resource description framework[24].[25] Dal 2004 è stato approvato dal W3C anche un altro importante standard legato alla costruzione del Web semantico OWL, Web Ontology Language.[26]

Metatag

I metadati sono la chiave di accesso alle risorse e nel loro utilizzo risiede l'efficienza delle biblioteche digitali. Per questo di fronte alla vasta produzione di documentazione e alla incapacità degli standard descrittivi di matrice bibliotecaria di coprire l'intera informazione, una strada percorribile sembra quella dell'autocatalogazione attraverso semplici elementi standard inseriti nel codice e non visualizzabili graficamente.

La diffusione di tali elementi standard permette, infatti, non solo di identificare le risorse grazie ad una sorta di carta d'identità compilata dall'autore, ma anche il recupero da parte di agenti intelligenti in grado di individuare le parole chiave contenute nel titolo e nei campi standard. La semplicità di detti campi permette dunque agli autori di catalogare e gestire il proprio documento, anche se nulla vieta all'autore di inserire dati non veritieri per favorire il recupero dell'informazione da essi prodotta in sintonia con i criteri di recupero dei motori di ricerca che considerano metatag quali:

<Author> indica l'autore della pagina o di chi ha responsabilità sul contenuto.

<Copyright> indica chi detiene i diritti relativi al documento

<Generetor> indica il software utilizzato per la creazione della pagina.

<Robot> forniche indicazione ai motori di ricerca su come "catturare" la pagina

<Title> indica la risorsa attraverso termini significativi che i motori di ricerca permettono di visualizzare in seguito ad interrogazione, appare inoltre nei bookmark e in testa alla finestra del browser, è importanet dunque che indichi il soggetto del documento.

<Description> una breve sintesi del contenuto della pagina, visualizzato dai motori di ricerca, è sostituito dalle prime parole del BODY in caso di assenza del metatag

<Keyword> parole chiave per caratterizzare il contenuto.

 

I metatags che risiedono nella parte iniziale del codice HTML, HEAD, rispondono ad alcuni criteri utilizzati dai motori per effettuare l'ordinamento o ranking dei risultati, fondamentale se si pensa che ogni ricerca viene effettuata su decine di milioni di documenti e produce migliaia di risultati dei quali un utente medio prende in considerazione solo le prime decine.[27]

In realtà gli autori potrebbero non essere in grado di catalogare bene, non riuscendo a creare i giusti legami con altre opere o non seguendo gli standard o peggio introducendo falsi elementi descrittivi per avere un pubblico più vasto.[28] L’estraneità di una figura preposta ad estrarre i metadati di data creati da altri, come il bibliotecario, garantirebbe la fedeltà della descrizione attraverso standard stabiliti ai soli fini della conservazione e del recupero del documento. La professione del bibliotecario, rimane dunque centrale nella catena documentaria, ma più complessa la sua formazione sulla valutazione e descrizione delle risorse digitali.

 Localizzatori

Qualsiasi risorsa internet è individuata da un identificativo, unico e persistente, come standard entro il progetto Word Wide Web del CERN di Ginevra dallo stesso Tim Berners Lee, sperimentata nell'architettura URI, Uniform Resource Identification, comprende tre elementi: URN, Uniform Resource Name, che identifica la risorsa, URC, Uniform Resource Characteristics, riguardante la semantica, URL, Uniform Resource Locators, per localizzare la risorsa e PURL per garantire l’uso del documento anche a seguito di uno spostamento.[29] PURL, Persistent URL è un localizzatore che rimane immutato anche quando la risorsa si sposta nel cyberspace , grazie al controllo di agenzie incaricate di tenere sotto controllo le frequenti migrazioni e renderle trasparenti agli utenti.[30] Questa complessa architettura, attualmente al centro degli interessi bibliotecari, è stata sperimentata dalle biblioteche nord europee e recentemente in realizzazioni europee, come la BN Digital portoghese, di cui si parlerà nel seguente capitolo.[31]




[1] Ridi, [1998], p. 15.

[2] Bassi, [2002], p. 34.

[3] Bassi, [2002], p. 48 -53.

[4] Ridi, [1999].

[5] Bassi, [2002], p. 27-35; Salarelli-Tammaro [2000], p. 181-185.

[6] Bassi, [2002], p. 135.

[7] TEI, The Text Encoding Initiative, [2000-2005].

[8] Numerico-Vespignani, [2003], p. 144-147.

[9] The TEI Guidelines, [2002].

[10] Numerico- Vespignani, [2003], p. 147.

[11] Bassi, [1999], p. 142-145.

[12] Dublin Core Metadata Initiative (DCMI), [1995-2005].

[13] Tedd-Large, [2005], p. 88-97.

[14] Bassi, [2002], p. 155

[15] Dublin Core element set, version 1.1: reference description, [1999].

[16] Magliano, [2004].
[18] Schema MAG, [2005].

[19] Tajoli, [2005], p. 77-81 ; The Digital Object Identifier System, [2003-2005].

[20] Vitiello, [2004], p. 67-80; mEDRA,[2003-2005]; Crossref.org: the reference linking backbone, [2003-2005].

[21] Weston, [2002], p 129-151.

[22] Ifla Study Group on the Functional Requirements for Bibliographic Records, [1998], p. 7-10.

[23] Scorpion [OCLC - Software], [2003-2005].
 
[24] Resource Description Framework (RDF), [2002-2005].
 
[25] Metitieri-Ridi, [2002], p. 56-57.
 
[26] Web Ontology Language OWL, [2004].
 
[27] Ridi, [1999].

[28] Ridi, [1999].

[29] De Robbio, [2002b], p. 31-32.

[30] Metitieri-Ridi, [2002], p. 54-55.

[31] Persistent URL, [1997-2005].

 

I servizi della biblioteca digitale

La capacità di trasferire dati da una parte all'altra del globo in pochi secondi e l'universo di risorse digitali più che una rivoluzione destinata a soppiantare la rivoluzionaria scoperta della stampa come annunciato da alcuni, per ora è una rivoluzione per l'organizzazione di biblioteche e centri di documentazione per far fronte alle nuove esigenze. In particolare è necessario affrontare la fornitura dei servizi, a seguito di collaborazioni tra biblioteche attraverso consorzi e accordi, la concentrazione aziendale, i cambiamenti cui è soggetta la proprietà intellettuale, l'affermarsi dell'informazione come prodotto commerciale, l'accesso e la conservazione di tali prodotti.

 

Accesso alle collezioni digitali

L'accesso alla biblioteca digitale, inteso come servizio, dovrebbe consentire tre funzionalità primarie per l'utente:

  • scorrimento per liste: navigare attraverso gli indici della biblioteca per identificare e localizzare le risorse, riproducendo in ambiente digitale la possibilità per l'utente di ricercare in una collocazione a scaffale aperto che permette di individuare anche documenti di cui non si conosce l'esistenza, ma che possono essere utili allo scopo. Per permettere questo tipo di navigazione la collezione digitale deve essere organizzata per argomento o tipologia del documento o altri criteri utili alla mission della biblioteca stessa e alla sua utenza.
  • interrogazione del sistema: identificare un particolare documento attraverso le caratteristiche note, entro un catalogo, magari attraverso un motore di ricerca dedicato. Questo tipo di ricerca comporta per l'utente un minimo di familiarità con il linguaggio di information retrieval e al curatore dell'infrastruttura la descrizione delle informazioni basilari per il corretto funzionamento degli strumenti di ricerca messi a disposizione.
  • navigazione ipertestuale tra metadata e documenti primari attraverso link tra un documento e un altro o link per attivare scorrimeno per liste o interrogazioni del sistema.[1]
  • visualizzare e utilizzare i documenti posseduti dalla biblioteca digitale attraverso la mediazione della biblioteca per la fornitura del documento digitale, la gestione dei diritti e l'accesso stesso alle risorse attraverso la stazione di lavoro dell'utente senza che questi abbia percezione della dislocazione delle risorse visionate
  • Infine, per garantire l'utilità e la funzionalità della biblioteca digitale ad ogni utente dovrebbe corrispondere un identificativo in modo da conoscerne il profilo e facilitare l'accesso alle risorse spesso distribuite in più collezioni digitali.

L'accesso alla biblioteca digitale può avvenire:

  • Online, da casa o da postazione preposta, magari in biblioteca o centri appositi, prevedendo per entrambe le modalità la possibilità di incontrare condizioni al servizio, da registrazioni a tarifazzioni.
  • Online, via rete locale, con accesso consentito solo da terminali collegati fra loro e posti a breve distanza dal server che ospita le collezioni.
  • Offline, la biblioteca digitale in questo caso è accessibile solo in porzioni di memorie, da postazioni fisse di una biblioteca tradizionale.

Gli accessi alla collezione digitale possono essere molteplici, in virtù di accordi con editori o tipologia di utenti, il caso più frequente è l'accesso libero ad opere digitalizzate non coperte da diritto d'autore e la richiesta di identificazione, o accesso limitato per le altre risorse informative, in particolare e-journals.

I servzi che una biblioteca digitale offre ai propri utenti sono ancora una volta i servizi essenziali della biblioteca trasposti in ambiente elettronico. Dal tradizionale reference service o servizio di ricerca dell’informazione bibliografica che permette agli utenti di soddisfare i propri desideri informativi attraverso, Virtual Reference Service, o servizio di assistenza a diversi livelli, dall'orientamento alle indicazioni bibliografiche non tralasciando l'istruzione dell'utente remoto per un miglior utilizzo degli strumenti di ricerca, come indici e repertori attraverso l'allestimento di una Virtual Reference Desk, o servizi di assistenza personalizzata tramite posta elettronica o le più sofisticate virtual reference software che integrano attività di front office con quelle di back office.

Altri servizi all’utente nati in biblioteche ibride sono il servizio di Print on demand, stampa controllata dalla biblioteca o dall'editore per un prodotto tipografico a richiesta, ed il prestito, che deve essere gestito dalla biblioteca, interprete della legislazione riguardante copyright e documenti digitali, in modo da poter definire anche le modalità di fornitura di documenti, DD, Document Delivery, la cui gestione da parte delle biblioteche digitali è strettamente legata alle problematiche relative al copyright.

Accanto a questi servizi “tradizionali”, l'ambiente elettronico può favorire altri servizi come la gestione dei documenti digitali per particolari categorie di utenti come gli studenti, servizi di Data mining o KDD, Knowledge discovery in databases, per la ricerca semi-automatica dei documenti.

La biblioteca digitale è inoltre in grado di fornire servizi personalizzati grazie al profilo utente che permette un costante monitoraggio dell'uso della collezione e una disseminazione dell'informazione automatizzata la cui efficacia risiede soprattutto nei termini di ricerca preimpostati, facilmente verificabile in base alla quantità di informazioni recuperate.[2]

 

Repertori di collezioni digitali
Paradossalmente la molteplicità della biblioteche digitalizzate realizzate ha reso essenziale il servizio di filtro alle collezioni digitali disponibili, da parte delle biblioteche stesse o come servizio autonomo, come i repertori, in questo modo l’attività del bibliotecario non è più solo filtrare l’informazione disponibile, ma costruire strumenti per rendere utile l’informazione disponibile.[3]

Digital Iniziatives Database, realizzato da ARL, progetti realizzati in ambito bibliotecario e accademico entro le istituzioni accademica o di ricerca statunitensi.

Directory of Electronic Text Center, del CETH, per progetti di biblioteca digitale curato da Mary Mallery.[4]

Projects Using the TEI, raccoglie le esperienze di biblioteche digitali in base al codice usato.[5]

Academic Project and Applications, curato da Robin Cover per le applicazioni delle tecnologie SGML in ambito scientifico.[6]

Berkley Digital Library SunSITE, proposta di fornitura in ambito tecnico logistico per favorire lo sviluppo della biblioteca digitale oltre al repertorio generale di biblioteche.[7]

 

Metacataloghi

The Online Books Page, di Mark Ockerbuom dell'Università della Pensilvania, per la ricerca di opere in lingua inglese disponibili gratuitamente in internet, inoltre contiene repertori di biblioteche e archivi generali e progetti di editoria elettronica.[8]

Alex Catalogue of Electronic Texts, di Eric Lease Morgan, è un archivio indipendente, è possibile consultare la copia locale, fare ricerca per parola all'interno, generare PDF o e-book.[9]

 

Cooperazione

Anche per la fornitura dei servizi all'utente, così come per la creazione e gestione della collezione e la progettazione dell'infrastruttura è auspicabile la cooperazione tra diverse biblioteche o istituzioni che propongono iniziative come la biblioteca digitale, per progettare coerenti progetti di digitalizzazione, politiche di acquisto e strategie di conservazione.

La biblioteca digitale intesa come sistema cooperativo è determinata dalla tipologia di biblioteca cui afferisce:

  • per università e istituti di ricerca è solitamente concentrata su l'editoria elettronica, l'acquisizione di licenze e produzione di documenti per la comunicazione scientifica.
  • per istituzione della memoria è centrale un programma di digitalizzazione, dalla selezione alla gestione dei documenti digitali tramite metadata.

Nei casi di cooperazione la condivisione della collezione potrebbe non coincidere con la condivisione dell'utente e dar vita a collezioni con modalità di accesso diverso, in cui progetti di digitalizzazione di parte del patrimonio sono rese gratuitamente accessibili per una utenza remota con richieste diverse dall'utenza interna della stessa biblioteca digitale.[10]

La formazione e lo sviluppo della collezione digitale da parte di una biblioteca impone dei costi aggiuntivi per questo le biblioteche scelgono la strategia della cooperazione per condividere le risorse in Rete, come CILEA[11] e CASPUR[12] anche attraverso un'interfaccia condivisa. Per molti di questi consorzi c'è un coordinatore di lista, per l'Italia ad esempio è BURIONI per il consorzio italiano INFER.[13] Sono importanti anche le alleanze con produttori e fornitori che oggi propongono servizi disponendo del proprio materiale.

Proprietà intellettuale e diritti connessi

Il tema del diritto d'autore ed altri temi legali sono frequentemente dibattuti a livello internazionale da quando l'introduzione del media digitale ha investito il campo giuridico, in particolare in relazione alla percezione di bene immateriale, quale è appunto la proprietà intellettuale. Tale percezione varia dal contesto giuridico, il quadro normativo vigente in Italia è denominato sistema latino-germanico ed inteso a tutelare forma e contenuto, differente dal sistema anglosassone, in cui la legislazione concernente il copyright si concentra maggiormente sul contenuto.

In Italia la proprietà intellettuale dell'opera è sancita dalla legge n. 633 del 1941, aggiornata da leggi e decreti che dagli anni Novanta tentano di introdurre la vecchia legge nel nuovo contesto informatico e telematico (es. legge n. 248/2000) oggi ricomposte sul sito dirittodautore.it.

Le norme sul diritto d'autore hanno come fondamenta il riconoscimento di diritti morali ed economici sull'estensore dell'opera d'ingegno. Di questi, i diritti morali sono inalienabili, mentre quelli economici possono essere ceduti a terzi che ne divengono titolari a tutti gli effetti. A questi principi generali di salvaguardia dei diritti dei titolari del bene, coesistono eccezioni per la salvaguardia dell'accesso all'informazione nell'interesse collettivo.

Alcune caratteristiche del mezzo digitale, come facilità di duplicazione dell'opera e malleabilità del documento, si contrappongono alla fissità del testo su cui si basano le leggi attuali e richiedono una maggior specificità volta a definire i confini del “dualismo” del diritto d'autore che vede coinvolte le biblioteche.

Nello specifico, gli interventi sulla legge 633, che riguardano le biblioteche sono:

  • la durata temporale della protezione sui diritti d'autore, passata da 50 a 70 anni con la L. 52/96, da direttiva UE 93/98.
  • il diritto di noleggio e di prestito considerati a fini esclusivi di promozione culturale o studio personale senza fini di lucro sono regolati da D. lgs. 685/94.
  • l'ampliamente delle opere d'ingegno creativo che devono essere protette, come elaboratore e basi dati e del diritto sui generis che tutela colui che ha costituito la banca dati, con D.lgs. 169/99 che attua la direttiva UE 91/250.
  • per finalità didattiche o scientifiche sono consentite deroghe alle norme su banche dati e connesse, applicabili anche alle attività di biblioteca.

Di maggior interesse per le biblioteche sono le modifiche relative alle utilizzazioni libere introdotte dalla L. 248/2000 in cui l'equo compenso per le riproduzioni pone gravi limiti alle funzioni bibliotecarie.[14]

La globalizzazione della comunicazione scientifica attraverso la Rete ha reso necessaria la ricerca di un'armonizzazione delle diverse legislazioni nazionali, avviata dalla Convenzione di Berna del 1886, aggiornata nel 1971 a Parigi, fondamento dell'organizzazione non governativa per l'armonizzazione, promozione e protezione dell'opera intellettuale, WIPO, World Intellectual Property Organization,[15] OMPI per l'Italia, Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale.

La conoscenza della legislazione su tale diritto è necessaria per pianificare l'utilizzo e la distribuzione dell'informazione, e sul piano tecnologico per costruzione di banche dati, strumenti per la didattica e pagine web. [16]

La questione del diritto d'autore in continua evoluzione in particolare in ambiente elettronico è centrale nella formazione e gestione della biblioteca digitale, per fornire servizi gli utenti e cooperare con altre biblioteche nel rispetto delle leggi.(Un punto d'incontro tra tecnologia e sistema dei diritti è ECMS, Electronic Copyright Management Systems all’attenzione dell’IFLA).

In particolare gli aspetti che coinvolgono maggiormente la biblioteca digitale sono il progressivo aumento della produzione di documentazione elettronica ed alla possibilità di connessione di questi con contenitori di altro tipo attraverso l'ipertestualità reticolare, la facilità con cui la documentazione in formato digitale può essere copiata, modificata e trasferita. Il problema riguarda soprattutto le opere digitalizzate che necessitano di una previa autorizzazione di chi detiene i diritti, questione spesso disattesa, mentre è necessario prevedere la regolamentazione attraverso licenze. Tali licenze d'uso sono frutto di negoziazione tra biblioteche e chi detiene i diritti legali, autori, editori, curatori e spesso rintracciare tutti gli autori diviene dispendioso in termini di tempo e denaro, così come la difficile concertazione delle differenti legislazioni nazionali, Comunitarie e internazionali in materia.

 A fronte dei problemi brevemente sopra illustrati è comprensibile che le scelte dei progetti di biblioteca digitale ruotino intorno a digitalizzazioni di opere non più coperte da diritto d'autore e quindi facilmente riproducibili, non è un caso infatti che i primi e a tutt'oggi più corposi progetti di biblioteca digitale afferiscano al campo delle discipline umanistiche, in particolare Letteratura e Filologia.

Lo sviluppo della biblioteca digitale è quindi strettamente legato alla definizione di leggi e indicazioni atte a regolare la contrattazione del copyright per garantire l'accesso alle risorse, in particolare alla comunità scientifica internazionale.[17]

In attesa di equiparazione tra beni immateriali analogici e digitali, la legislazione europea si è arricchita di una preziosa Direttiva sull'armonizzazione di taluni aspetti del diritto d'autore e dei diritti connessi nella società dell'informazione del 2001[18] conosciuta come la “Sesta direttiva”, che riconosce agli stati membri la possibilità di prevedere eccezioni ai diritti di riproduzione ai fini una comunicazione accessibile ad un maggior numero di persone, per favorire la comunicazione scientifica e facilitare l'accesso all'informazione ai disabili.[19] Direttiva di difficile ricezione per il sistema latino-germanico che inserisce la proprietà intellettuale ed i diritti connessi in un contesto commerciale, in cui le biblioteche difficilmente trovano lumi per la distribuzione e diffusione dell'informazione accessibile al maggior numero di utenti rispettando i diritti degli attori della filiera editoriale. Per le biblioteche si rende dunque necessario affidarsi alla consulenza di esperti, in campo giuridico e digitale in ambito bibliotecario, ed attenersi ad alcune raccomandazioni come la verifica dei diritti di autori ed editori prima di procedere alla digitalizzazione o commercializzazione dei propri fondi, citare per intero le fonti delle digitalizzazioni reso disponibile sulle proprie pagine web, rispettare le clausole dei contratti stipulati con editori o fornitori e trasmettere ai propri utenti i limiti connessi al diritto d'autore, in particolare in ambiente digitale.[20]

Infine, la personalizzazione del servizio e la necessità di conoscere il profilo dell'utenza devono rientrare nel rispetto della legislazione vigente in tema di privacy per memorizzare e conservare i dati personali dell'utente e per il loro trattamento.[21]

 

Uno snodo cruciale per il futuro delle biblioteche digitali sono certamente i sistemi per la gestione dei diritti ed il controllo degli accessi come dimostrano i vari progetti comunitari degli ultimi anni, dal capostipite CITED (1990-1993), Copyright In Trasmitted Electronic Documents, a IMPRIMATUR, Intellectual Multimedia Property Rights Model and Terminology for Universal Reference, (concluso nel 1998) o CANDLE, Controlled Access to Network Digital Libraries in Europe, ai più recenti ECUP, European Copyright User Platform, (1996-1998) e la prosecuzione TECUP. L’esperienza di questi  progetti, rivolta alle problematiche del copyright per la comunità bibliotecaria e in particolare alla gestione delle eccezioni al diritto d'autore in ambito bibliotecario sono state raccolte dall’iniziativa EBLIDA, European Bureau of Library, Information and Documentation Associations[22].[23]




[1] Ridi, [2004], p. 30.

[2] Ridi, [2004], p. 17-19.

[3] Gargiulo, [2005].

[4] CETH - Directory of Electronic Text Centers, [2003-2005]

[5] Projects using the TEI, [1996-2005].

[6] Cover Pages: Academic Applications, [1998-2005].
 
[7] Berkeley Digital Library SunSITE, [ -2005].
 
[8] The Online Books Page, [1993-2005].
 
[9] Alex Catalogue of Electronic Texts, [1994- 2005].

[10] Questa la considerazione di Anna Maria Tammaro in Salarelli-Tammaro, [2000], p. 149 per il progetto American Memory della Library of Congress, ma si può estendere a biblioteche esclusivamente digitali in cui le collezioni possono essere destinate ad utenti diversi e con diverse modalità di accesso.

[11] Cilea - Consorzio Interuniversitario Lombardo per l'Elaborazione Automatica, [2003-2005].

[12] CASPUR-Consorzio interuniversitario per le Applicazioni di Supercalcolo per Università e Ricerca, [1992-2005].

[13] INFER, [1999-2005].
 
[14] Mandillo, [2001], p. 211-218.
 
[15] WIPO - World Intellectual Property Organization, [1998-2005].
 
[16] De Robbio, [2001a], p. 73-92.
 
[17] De Robbio, [2003d].

 [18] Approvata dal Parlamento europeo il 14 febbraio del 2001 e dal Consiglio il 9 Aprile, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale: Direttiva 2001/29 in G.U. CE n. L. 167 del 22 giugno 2001.

[19] De Robbio [2001a], p. 93-108.

[20] Ridi [2004], p. 34-36.

[21] La legge sulla privacy n. 675/1996 è stata abrogata e contestualmente sostituita dal 01/01/2004 dal Codice della privacy, d. lgs.30 giugno 2003, Garante per la protezione dei dati personali,[2000(?)-2005].

[22] Eblida, [1998-2005].

[23] Bardi, [1999], p. 28-36.

 

Bibliografia

 

A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z

A

Abbattista, Guido [1997] Risorse internet per gli storici, "L'indice dei libri del mese", 14, n. 2, p. 50.

 

Abbattista, Guido [1999] Ricerca storica e telematica in Italia: un bilancio provvisorio, "Cromohs", 4, p. 1-31, <http://www.cromohs.unifi.it/4_99/abba.html>.

 

Abbattista, Guido [2000] La valutazione delle risorse telematiche, in Il documento immateriale: ricerca storica e nuovi linguaggi in “I dossier dell'Indice”, n. 4, a cura di Guido Abbattista e Andrea Zorzi, supplemento di "L'indice dei libri del mese", 17, n. 5, p. 10, oppure, a cura di Michele Ansani, in “La Storia” <http://lastoria.unipv.it/dossier/abbattista.htm>

 

Abbattista, Guido – Zorzi, Andrea [2000] Il documento immateriale: ricerca storica e nuovi linguaggi in “I dossier dell'Indice”, n. 4, a cura di Guido Abbattista e Andrea Zorzi, supplemento di "L'indice dei libri del mese", 17, (2000), n. 5, p. 10, oppure, a cura di Michele Ansani, in “La Storia” <http://lastoria.unipv.it/dossier/index.htm>

 

Abbattista, Guido [2001] Problemi di valutazione delle risorse telematiche per la ricerca storica, “testo provvisorio redatto a scopo didattico e di documentazione” in occasione de La valutazione delle risorse digitali: biblioteche ibride e studi storici, 2. workshop su studi storici e biblioteche digitali, coordinato da Guido Abbattista (Università di Trieste) e Riccardo Ridi (Università 'Ca Foscari' di Venezia - AIB), Dipartimento di studi storici e geografici, Università di Firenze, 31 maggio - 1 giugno 2001, <http://www.dssg.unifi.it/_storinforma/Ws/biblio/Abbattista - Valutazione.rtf>.

 

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 ultimo aggiornamento 15.03.2008

Fotografia nel web

ROBERT CAPA © 2001 By Cornell Capa/Magnum PhotosIl materiale documentario fotografico è sempre più spesso inserito nelle collezioni digitali di fonti primarie e secondarie da enti e istituti, che hanno oggi la possibilità di convertire in formato digitale le immagini conservate nei loro archivi. La stessa trasposizione in formato digitale del materiale documentario fotografico si può considerare come un settore specifico del più generale interesse per progetti di digitalizzazione di materiale documentario di interesse storico a fini didattici o di ricerca.

Dalla metà degli anni Sessanta, infatti, gli storici hanno mostrato il loro interesse verso le nuove tecnologie da applicare alla ricerca dalla prima storiografia quantitativa con i mainframe alla digitalizzazione di fonti scritte che negli ultimi anni ha visto pubblicare in Rete numerosi contributi storiografici attraverso progetti istituzionali e privati, in particolare è attiva l’area di studi di filologia (TEI ) che attraverso tecniche di scansione in OCR permette la ricerca all’interno del testo, mentre il foramto immagine per i testi è riservato a manoscritti o materiale di pregio.

Dall’iniziale interesse per i contenuti delle prime esperienze informatico-umanistiche si è presto diffuso l’interesse per il formato immagine con cui presentare i contenuti stessi, testuali e iconografici. In particolare per questi ultimi Internet, offre maggior accessibilità alle immagini, conservate in archivi e fondi disseminati sul territorio, sconosciuti ai più e spesso difficilmente accessibili agli studiosi.

 

Immagine: Copyright: ROBERT CAPA © 2001 By Cornell Capa/Magnum Photos,
FRANCE. Arras. 23rd March 1945. Photographer Robert CAPA with his Rolleiflex camera, at the Arras airbase, before flying with the American 1st Airborne Division for a mission over Germany.

  

Digitalizzazione

Più che di standard per le acquisizioni digitali si parla di linee guida promosse da Enti o Istituti, incentrati sulla conservazione, come:

  • La conservation à l'ère du numérique. Actes des quatrèmes journéès internationales d'études de l'ARSAG, Paris, Association pour la Recherche Scientifique sur les Arts Graphiques 2002)

  • Capture Your Collections. A Guide for Managers Planning and Implementing Digitization Projects, Canada, Minister of Public Works and Governement Services 2000: http://www.chin.gc.ca/English/Digital_Content/Managers_Guide/pdf.html

  • GUIDELINES FOR DIGITIZATION PROJECTS for collections and holdings in the public domain, particularly those held by libraries and archives,March 2002: http://www.ifla.org/VII/s19/pubs/digit-guide.pdf

 
a linee guida pratiche per progetti di digitlizzazione specifiche per le immagini fotografiche: 

Tra le fonti italiane di riferimento è un ottimo punto di partenza l'accurato repertorio curato da Laura Gasparini sul sito dell'AIB, Fotografia in biblioteca, che contiene anche una sezione dedicata alla digitalizzazione, oltre alle "Linee guida tecniche per i programmi di creazione di contenuti culturali digitali" (WP4 - Gruppo di lavoro italiano "Interoperabilità e servizi", 2006-05-05. Bozza di lavoro versione 1.8, <http://www.minervaeurope.org/publications/technicalguidelines_it.htm>).

Autorevole fonte italiana di riferimento è l'ICCU con il suo lavoro per la definizione di standard e di metodologie con il documento "Linee di indirizzo per i progetti di digitalizzazione del materiale fotografico" (Pdf) stilato da un apposito gruppo di lavoro afferente al Comitato Guida per la Biblioteca Digitale Italiana, in cui tra l'altro si segnala la mancanza di uniformità dei vari progetti di digitalizzazione e catalogazione promossi in Italia che riflette le difformità nel trattamento dello stesso materiale da parte di istituzioni con finalità diverse. Nel 1999 l’ICCD ha sviluppato una specifica "Normativa per l’acquisizione digitale delle immagini" legata al "Trattamento delle schede di catalogo dedicato ai beni fotografici, Scheda F" (Pdf) per una corretta catalogazione e digitalizzazione del materiale documentario custodito in archivi e musei. La normativa per l'acquisizione digitale delle immagini fotografiche dell’ICCD stabilisce i livelli di risoluzione adatti alla Rete per una corretta visualizzazione dell'immagine attraverso tre livelli di digitalizzazione, seguendo le linee guida collaudate dalla Library of Congress : Classe A + Classe B + Classe C +, mentre il tracciato catalografico è dedicato a qualunque tipologia di materiale fotografico a prescindere dal suo contenuto.

Catalogazione

Qualunque progetto di digitalizzazione non può prescindere da un’attività di catalogazione che permetta di tradurre i contenuti iconici e di contesto del materiale fotografico, così da valorizzare il fondo da cui proviene o un’intera collezione.

La trasposizione delle immagini dal formato analogico a quello digitale è solo una piccola fase del lungo lavoro di progettazione di una collezione fotografica digitale. La descrizione dei materiali e la loro gestione entro banche dati e opac è il vero traguardo di questi progetti, l’utilizzo di metadati riconosciuti rende uniforme la descrizione e ne garantisce l’interoperabilità ed il recupero dell’informazione.

La descrizione e la conseguente ricerca di uno standard di catalogazione nel caso delle fotografie risulta di difficile soluzione per la stessa natura dell’oggetto fotografia, in quanto spesso le raccolte sono eterogenee e la descrizione del contenuto di un singolo fototipo presenta problemi interpretativi al catalogatore. In Italia solo nel 1999, con la pubblicazione del Testo Unico per i Beni Culturali, è stato riconosciuto alla fotografia i valore di bene culturale e da allora il patrimonio fotografico storico, variamente disseminato sul territorio è conservato in archivi e biblioteche e descritto con i rispettivi standard in mancanza di una normativa specifica. Il documento fotografico è stato inizialmente descritto attraverso le regole di catalogazione americane, AACR dell’ALA, edite per la prima volta nel 1967 e solo nel 1977 l’IFLA ha proposto uno standard per il materiale non librario ISBD- NBM tra il quale è compresa la fotografia, mentre il più recente ISBD–ER è adatto per essere impiegato nella descrizione delle fotografie nate in formato digitale.

Dal 1978 è disponibile la seconda versione del codice di catalogazione angloamericano, AACR2, che comprende la fotografia ed i negativi stampati tra i materiali opachi e trasparenti usati per proiezioni, mentre agli inizi degli anni Ottanta la Library of Congress ha elaborato un’apposita normativa per la descrizione di materiale grafico, tra il quale rientra la fotografia, Graphic Materials.

In Italia, la prima importante esperienza di catalogazione di beni fotografici è stata condotta dalla Soprintendenza della Regione Emilia Romagna sulle linee metodologiche tracciate in La fotografia: manuale di catalogazione di Giuseppina Benassati, uno dei testi base per chiunque si avvicini alla descrizione di fototipi conservati in biblioteca. Per la catalogazione del materiale fotografico riprende gli standard ISBD (G) e (NBM) e rielabora la normativa delle RICA, delle AACR2 , dei Graphic Materials e la “Guida per la catalogazione delle stampe”, articolandosi in 7 aree: area del titolo e della responsabilità intellettuale, area dell’edizione, area del materiale, area della pubblicazione, area della descrizione fisica, area della serie ed area delle note.

Nel 1999 l’ICCD ha definito un formato specifico per il materiale fotografico, la Scheda F, in cui la rappresentazione iconografica dell'oggetto, ripresa nel verso e nel recto per una corretta interpretazione, completa la scheda descrittiva che si articola in 21 sezioni comprendenti 269 voci catalografiche, con un set minimo di dati compatibili con il formato UNIMARC.

Le 21 sezione, con voci divise in campi e sottocampi, è destinata a descrivere un unico oggetto, con particolare attenzione ai campi obbligatori: codici, localizzazione, ubicazione, oggetto, soggetto, cronologia, definizione culturale, dati tecnici, condizione giuridica e vincoli relativi, compilazione. Tali campi descrittivi permettono di trattare documento fotografico come contenuto (immagine) e come oggetto (supporto) e consentono diversi livelli di catalogazione, di cui il primo, o livello inventariale, permette comunque di identificare inequivocabilmente il documento nella sua specificità lasciando aperta la possibilità di completare la descrizione a livelli più dettagliati in un secondo momento ed eventualmente con l’aggiunta di nuova campi, in una struttura ricalcata sul set di metadati descrittivi Dublin Core, della Library of Congress.

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  1. Benassati Giuseppina (a cura di), La fotografia: manuale di catalogazione, Bologna, Grafis, 1990.

 

  1. Berselli Silvia - Gasparini Laura, L'archivio fotografico: manuale per la conservazione e la gestione della fotografia antica e moderna, Bologna,  Zanichelli, 2000.

 

  1. La catalogazione informatica dei beni fotografici in Italia. Problematiche, situazione attuale, prospettive, atti del convegno 22-23 settembre 1995, San Casciano dei Bagni, 1996

 

  1. Conservare il Novecento: la fotografia specchio del secolo, Atti del Convegno nazionale di Ferrara, Salone internazionale dell’arte del restauro e della conservazione dei beni culturali e ambientali, 4 aprile 2003, a cura di Giuliana Zagra, Roma, AIB, 2004.

 

  1. Corti Laura, I beni culturali e la loro catalogazione, Torino, Paravia, 1999.

 

  1. Corti Laura - Gioffredi Superbi, F., Fotografia e fotografie negli archivi e nelle fototeche, presentazione di C. Bertelli, Firenze, 1995.

 

  1. D’Autilia Gabriele, L’indizio e la prova: la storia nella fotografia, Milano, La Nuova Italia, 2001, (edizione aggiornata :  Milano, Bruno Mondatori, 2005).*

 

  1. De Franceschi Soravito, Gianna, La fotografia: un materiale documentario speciale in biblioteca, in "AFT. Rivista di Storia e Fotografia", XVII, (giugno 2001), n. 33, p. 3-12.*

 

  1. Ferri Caterina - Gambari Stefano, Biblioteche di immagini tra condivisione e virtualità: lo sviluppo dei sistemi di catalogazione partecipata, in “Biblioteche oggi”, n. 6, 2005, p. 44-60.*

 

  1. Fotografia in biblioteca : repertorio selettivo di risorse, Copyright AIB 2001-02, aggiornamento 2004-03-13 a cura di Laura Gasparini, e Cristiana Iommi per la sezione Software di catalogazione dedicato alle immagini *

 

  1. Fototeche e archivi fotografici. Prospettive di sviluppo e indagine delle raccolte, a cura di Sauro Lusini, atti del convegno 26-30 ottobre 1992, Regione Toscana, Comune di Prato, Archivio Fotografico Toscano, 1996.

 

  1. Gallai Monica – Tommasini, Luigi, La fotografia di documentazione storica in Internet, in La storiografia digitale (a cura di) Ragazzini Dario, Torino, U.T.E.T., 2005, P. 70-100.

 

  1. Gasparini Laura, Archivi fotografici e indicizzazione delle immagini: note e appunti, in "AFT. Rivista di Storia e Fotografia", V, (giugno 1989), n. 9, p. 7-10. *

 

  1. Gasparini, Laura, Archivi fotografici e fototeche in Italia: appunti e cenni storici, in “Segni di luce: la fotografia italiana contemporanea”, Ravenna, Longo, 1993, p. 225-243.

 

  1. Gasparini Laura, La catalogazione fotografica, relazione del 4 febbraio 2005 all’interno del Corso: "La fotografia in archivio", organizzato dalla Regione del Veneto, Cultura – Archivi del Veneto, <http://www.fotostorica.it/Pagine/FAST/frame.htm>, versione online del 03 febbraio 2005.

 

  1. Ando Gilardi, Storia sociale della fotografia, Milano, Bruno Mondadori, 2000.

 

  1. Ginex, Giovanna, Formazione e tipologia delle raccolte fotografiche, in La catalogazione della fotografia. La documentazione fotografica dei beni culturali, a cura di G. Guerci, - Enzo Minervini, R. Valtorta, Cinisello Balsamo, Museo di Fotografia Contemporanea Villa Ghirlanda, 2003, p. 16-20 (Quaderni di Villa Ghirlanda).

 

  1. Linee di indirizzo per i progetti di digitalizzazione del materiale fotografico, (documento di lavoro, a cura del Gruppo di lavoro sulla digitalizzazione del materiale fotografico: Gennaio 2004), <http://www.iccu.sbn.it/upload/documenti/Linee_guida_fotografie.pdf>.

 

  1. Mignemi, Adolfo, Lo sguardo e l’immagine: la fotografia come documento storico, Torino, Bollati Boringhieri, 2003.

 

  1. Ministero per i beni e le attività culturali, Ufficio centrale per i beni archivistici, La riproduzione dei documenti d'archivio: fotografia chimica e digitale: atti del seminario, Roma, 11 dicembre 1997.  Roma: Ministero per i beni e le attività culturali, Ufficio centrale per i beni archivistici, 1999, Pubblicazioni degli archivi di Stato, Quaderni della Rassegna degli archivi di Stato, 90. 

 

  1. Ministero per i Beni e le attività culturali. Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, Strutturazione dei dati delle schede di catalogo: beni artistici e storici :  Scheda F, Roma, ICCD, 1999.

 

  1. Ministero per i Beni e le attività culturali. Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, Standard informatici: normativa per l'acquisizione digitale delle immagini fotografiche, Roma, ICCD, 1998, anche in <http://www.iccd.beniculturali.it/standard/index.html>, 1998. *

 

  1. Ministero per i Beni e le attività culturali. Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, Guida alla catalogazione di bandi, manifesti e fogli volanti, Roma, ICCU, 1999.

 

  1. Ministero per i Beni e le attività culturali. Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, La documentazione fotografica delle schede di catalogo: metodologie e tecniche di ripresa, Roma, ICCD, 1998.

 

  1. Madesani Angela, Storia della fotografia, Milano, Bruno Mondatori, 2005.*

 

  1. Newhall Beaumont, Storia della fotografia, Torino, Einaudi, 1984

 

  1. Noiret Serge, La fotografia storica su Internet oggi in Italia, in “Contemporanea: rivista di storia dell’800 e del ‘900”, IV, n. 4, ottobre 2001, p. 803-813.

 

  1. Ortoleva, Peppino, La fotografia, in Il mondo contemporaneo: gli strumenti della ricerca, vol. X, n. 2 Questioni di metodo (a cura di) De Luna Giovanni, Firenze, La Nuova Italia, 1983.

 

  1. La catalogazione informatica dei beni fotografici in Italia. Problematiche, situazione attuale, prospettive, atti del convegno 22-23 settembre 1995, San Casciano dei Bagni, 1996.

 

  1. Regole di catalogazione angloamericane. AACR2, a cura di Luigi Crocetti e Rossella Dini, Milano,  Editrice Bibliografica, 1997.

 

  1. Per Paolo Costantini. Fotografia e raccolte fotografiche, a cura di Tiziana Serena, 2 voll., Pisa, Centro di Ricerche Informatiche per i Beni Culturali - Scuola Normale Superiore, 1998-1999.

 

  1. Il Sistema del Catalogo Generale: una strategia unitaria per la conoscenza del patrimonio. 1^ Seminario Nazionale sulla Catalogazione, atti del convegno 24-26 novembre 1999, Roma,  ICCD,  1999, (i singoli interventi si possono scaricare dal sito ICCD alla pagina  http://www.iccd.beniculturali.it/news/seminario99.html)

 

  1. Pieroni Augusto, Leggere la fotografia: osservazioni e analisi delle immagini fotografiche, Roma, Edup, 2003.

 

  1. Rossi, Marielisa, La fotografia in biblioteca: una rassegna, in “Culture del testo”, n. 4 (gen.-apr. 1996), p. 7-22,   Presentata al convegno "La catalogazione informatica dei beni fotografici in Italia: problematiche, situazione attuale, prospettive", San Casciano dei Bagni (SI), 22-23 settembre 1995.

 

  1. Salarelli Alberto, La fotografia digitale in biblioteca: riflessioni su tecnica e descrizione delle immagini, in “Biblioteche oggi”, n. 8, 2004, p. 31-40, anche in <http://www.bibliotecheoggi.it/2004/20040803101.pdf>.

 

  1. Sega Maria Teresa, La storia scritta con la luce: la fotografia come fonte storica, in “I Viaggi di Erodoto”, II, n. 4, aprile 1988, p. 58-71.

 

  1. Strategie per la fotografia. Incontro degli archivi fotografici, a cura di O. Goti e Sauro Lusini, Prato, Regione Toscana, Comune, Archivio Fotografico Toscano, 2001.

 

  1. Stroebel L.- Compton J. - Current I.- Zakia, R., Fondamenti di fotografia: materiali e processi, Bologna, Zanichelli, 1993.

 

  1. Zannier Italo-Tartaglia Daniela, La fotografia in archivio, Milano, R.C.S., 2000.*

 

  1. Italo Zannier, Storia della fotografia in Italia, Roma-Bari, Laterza, 1986.

 

  1. Bertelli Carlo – Bollati Giulio, L’immagine fotografica: 1845-1945, in “Storia d’Italia: Annali”, II, Torino, Einaudi, 1979.

 

  1. Lunati Gabriele – Bergamin Giovanni (a cura di), Manuale virtuale di progettazione digitale, Reione Toscana: ufficio biblioteche, beni librari e attività culturali.
  1. Falchetta Piero, Digitalizzazione e catalogazione: quale rapporto? Separare i due processi per riunirli sotto il segno di una comune interfaccia di dialogo, in Biblioteche oggi, n. , anno 2000, p. 44-47, <http://www.biblliotecheoggi.it/20000404401.pdf>.

 

  1. Barocci Matteo, Prospettive e problemi della catalogazione delle risorse elettroniche, in Biblioteche oggi, n. 9, 2005, p. 7-19.

 

 

 

 

Accessibilita' dei siti web

* Un sito Web è accessibile quando il suo contenuto informativo, le sue modalità di navigazione e tutti gli elementi interattivi eventualmente presenti sono fruibili dagli utenti indipendentemente dalle loro disabilità, indipendentemente dalla tecnologia che essi utilizzano per accedere al sito e indipendentemente dal contesto in cui operano mentre accedono al sito. Per raggiungere l'accessibilità dei contenuti di un sito web, si usano come riferimento le Linee guida definite nell'ambito dell'iniziativa WAI (Web Accessibility Initiative) del Consorzio W3C.

 

Livelli di priorità

Le linee guida sono 14, ognuna di esse comprende dei punti di controllo che spiegano in che modo la specifica linea guida è applicabile in tipici scenari di sviluppo dei contenuti. A ciascun punto di controllo è stato assegnato dal Gruppo di Lavoro un livello di priorità basato sull'impatto che tale punto possiede sull'accessibilità.

 A ogni punto di controllo è assegnato uno dei tre livelli di priorità.
- Priorità 1
È per i punti di controllo che uno sviluppatore è obbligato a soddisfare altrimenti alcuni gruppi di persone non potranno in nessun modo accedere alle informazioni su un sito.
- Priorità 2
Lo sviluppatore di contenuti dovrebbe soddisfare la priorità due altrimenti sarà molto difficile accedere alle informazioni sul sito.
- Priorità 3

Lo sviluppatore può soddisfare le priorità tre, altrimenti alcune persone troveranno difficoltoso accedere alle informazioni.

Vengono definiti tre livelli di conformità alle Linee guida:
Livello di Conformità "A": conforme a tutti i punti di controllo di Priorità 1.
Livello di Conformità "Doppia-A": conforme a tutti i punti di controllo di Priorità 1 e 2.
Livello di Conformità "Tripla-A": conforme a tutti i punti di controllo di Priorità 1, 2 e 3.

Per coloro le cui pagine seguono le linee guida, sono disponibili loghi che possono essere posizionati sul loro sito per mostrare la conformità (passando attraverso il validatore W3C è possibile autocertificare la conformità al livello riconosciuto, A, AA, AAA).

 

Linee guida per l'accessibilità ai contenuti del Web:

  1. Fornire alternative equivalenti al contenuto audio e visivo. Tutto deve essere reso accessibile attraverso più modalità sensoriali.
  2. Non fare affidamento sul solo colore. Es. i campi in rosso di un form da riempire sono obbligatori. Questo genere di indicatori può essere inadeguato per molte persone. Le informazioni devono essere date in maniera ridondante. In generale, una pagina dovrebbe essere vista in assenza di colore.  (Il W3C ha previsto 16 nomi di colori che sono considerati validi con il validatore del CSS http://www.w3schools.com/css/css_colornames.asp )

  3. Usare marcatori e fogli di stile e farlo in modo appropriato. Usare il linguaggio HTML in maniera corretta è tutt'altro che un'abitudine per la maggior parte dei designer, abituati al fatto che i principali browser in commercio comunque visualizzavano il risultato desiderato. I CSS consentono di separare la presentazione dal contenuto della pagine, migliorando l'HTML e consentendo uno stile per la presentazione.
  4. Chiarire l'uso di linguaggi naturali. Quando lo sviluppatore contrassegna in un documento i cambiamenti di linguaggio naturale, le sintesi vocali e le periferiche braille possono selezionare automaticamente la nuova lingua, rendendo il documento più accessibile agli utenti multilingue.
  5. Creare tabelle che si trasformino in maniera elegante. La linea guida sconsiglia di utilizzare le tabelle per impaginare, a meno che la tabella abbia senso una volta linearizzata, ovvero trasformata in una serie di paragrafi che seguano lo stesso ordine delle celle. In caso di informazioni tabellari vanno usati elementi (marcatori) ed attributi per descrivere i contenuti e per identificare le intestazioni di righe e colonne all'interno di tabelle di dati, mentre per il layout ci si deve affidare ai CSS.
  6. Assicurarsi che le pagine che danno spazio a nuove tecnologie si trasformino in maniera elegante. Ad es., oggetti di programmazione come Java e altri devono fornire degli equivalenti funzionali, ad es. testuali per chi non può utilizzare direttamente l'oggetto di programmazione grafico (come un cieco), con il limite che mentre l'oggetto di programmazione, una volta caricato, vive nella pagina di vita propria, aggiornandosi dinamicamente, il testo alternativo rimane invece fisso ed immutabile. Le pagine che utilizzano questi sistemi, inoltre, dovrebbero essere funzionanti anche per chi utilizza browser più vecchi.
  7. Assicurarsi che l'utente possa tenere sotto controllo i cambiamenti di contenuto nel corso del tempo. Ad es., nel caso di testi scorrevoli, lampeggianti o che si autoaggiornano, bisogna fare in modo che l'utente abbia il controllo della velocità o possa fermare l'opzione.
  8. Assicurare l'accessibilità diretta delle interfacce utente incorporate. Ovvero: assicurarsi che la progettazione delle interfacce utente segua i principi dell'accessibilità (accesso alle diverse funzionalità indipendente dai dispositivi usati, possibilità di operare da tastiera, comandi vocali, ecc.).
  9. Progettare per garantire l'indipendenza da dispositivo. L'utente deve poter interagire con il browser o con il documento attraverso una molteplicità di dispositivi input/output, es. il mouse, la tastiera, la voce, etc. Prevedere che i link di navigazione del sito abbiano associati i tasti di scelta rapida da tastiera.
  10. Usare soluzioni provvisorie. Sono soluzioni che vanno utilizzate in mancanza di soluzioni migliori o per il supporto di vecchie tecnologie. Consentono di gestire la transazione a tecnologie migliori senza penalizzare chi possiede ancora le vecchie.
  11. Usare le tecnologie e le raccomandazioni del W3C. Non usare tecnologie proprietarie che potrebbero rendere inaccessibile il vostro sito ad alcuni utenti, ma quelle del World Wide Web Consortium, che è transnazionale senza scopo di lucro, e ha come scopo rendere il Web universale.
  12. Fornire informazione per la contestualizzazione e l'orientamento. Per aiutare gli utenti a comprendere pagine od elementi complessi, la pagina stessa (es. titolo, logo) e singoli oggetti informativi sulla pagina (es. link) devono essere inseriti in una situazione che chiarifichi il loro uso. Evitare, ad esempio, la realizzazione di pagine a frame. La pratica ci dice che, di solito, il menu di navigazione sta in un frame ed i contenuti in un altro (spesso con contorno di altri vari frame, a complicare le cose). Ciò significa che l'utente che naviga con un sintetizzatore vocale, ogni volta che vuole cambiare pagina è costretto a ritornare al frame con il menu, per poi passare nuovamente, dopo aver scelto un qualsiasi collegamento, al frame con il contenuto selezionato. Esistono inoltre noti problemi di indeterminatezza dell'indirizzo delle singole pagine di un sito costruito a frame, dal momento che, nella barra degli indirizzi del browser, compare sempre e soltanto l'indirizzo della pagina che contiene il frameset.
  13. Fornire chiari meccanismi di navigazione. Informazioni di orientamento, barre di navigazione, mappa del sito, etc., per fare in modo che l'utente trovi ciò che cerca nel sito. Il testo di un collegamento dovrebbe essere sufficientemente chiaro da conservare il proprio senso quando letto fuori contesto. Raggruppate i collegamenti correlati, identificate il gruppo (per i programmi utente), e, finché i programmi utente non saranno in grado di farlo da soli, fornite un modo per saltare il gruppo. In questo modo l'utente che ha già visitato più di una volta quella pagina con un sintetizzatore e vuole andare direttamente al contenuto che gli interessa, non sarà costretto a sorbirsi l'intera serie dei link del menu.
  14. Assicurarsi che i documenti siano chiari e semplici. Una disposizione coerente della pagina, una grafica riconoscibile e un linguaggio facile da capire giovano a tutti gli utenti. L'uso di un linguaggio chiaro e semplice promuove una comunicazione efficace.

 

Legislazione italiana

Sulla "Gazzetta Ufficiale" n. 13 del 17 gennaio 2004 è stata pubblicata la legge 9 gennaio 2004, n. 4, recante Disposizioni per favorire l'accesso dei soggetti disabili agli strumenti informatici. La cosiddetta "Legge Stanca" contiene elementi che la pongono all'avanguardia nel campo della accessibilità perché:
- obbliga l'accessibilità dei contenuti informativi e dei servizi erogati dai sistemi informatici di tutte le pubbliche amministrazioni italiane centrali e realtà come gli enti locali, le Camere di Commercio, le Università (art. 3);
- prevede l'obbligo per i datori di lavoro pubblici e privati di porre a disposizione del dipendente disabile la strumentazione hardware e software e la tecnologia assistiva adeguata alla specifica disabilità, anche in caso di telelavoro, in relazione alle mansioni effettivamente svolte (art. 4);
- prevede l'obbligo dell'accessibilità del materiale formativo e didattico utilizzato nelle scuole di ogni ordine e grado (art. 5);
- introduce le problematiche relative all'accessibilità e alle tecnologie assistive tra le materie di studio a carattere fondamentale nei corsi di formazione destinati al personale pubblico e prevede che la formazione professionale in genere sia effettuata tenendo conto delle tecnologie assistive (art. 8).

I siti Web delle pubbliche amministrazioni, quindi, creati ex novo o soggetti a "rinnovo, modifica o novazione" dovranno essere accessibili secondo le linee guida, ispirate ai regolamenti europei e alle linee guida della WAI del Consorzio W3C. Per i privati sono previsti solo incentivi per favorire l'accessibilità dei propri siti e nessun obbligo.

Il Regolamento di attuazione, approvato agli inizi del 2005, definisce i seguenti aspetti:
- distingue tra verifica tecnica dell'accessibilità, operata da esperti, e verifica soggettiva, condotta sui singoli servizi tramite l'intervento del soggetto destinatario, anche disabile, sulla scorta di valutazioni empiriche. I soggetti che procedono alle valutazioni di accessibilità dei servizi sono pubblicati in un elenco di valutatori, istituito presso il Centro Nazionale per l'Informatica nella Pubblica Amministrazione, a garanzia dell'alta specificità tecnica richiesta dagli accertamenti;
- verrà rilasciato un logo (NON W3C) che qualifica l'accessibilità dei siti e del materiale informatico, con verifica effettuata in maniera autonoma dalle PA e attraverso l'intervento di valutatori per gli altri soggetti;
- il CNIPA potrà svolgere dei controlli nei confronti dei soggetti pubblici e privati ai fini della verifica del mantenimento dei requisiti di accessibilità dei siti e dei servizi.
Disposizioni per favorire l'accesso dei soggetti disabili agli strumenti informatici (legge 9 gennaio 2004, n. 4) http://www.pubbliaccesso.it/normative/legge_20040109_n4.htm
Regolamento di attuazione http://www.pubbliaccesso.it/normative/regolamento.htm

L'8 luglio 2005 con un Decreto del Ministro per l'Innovazione e le Tecnologie sono stati fissati i "Requisiti tecnici e i diversi livelli per l'accessibilità agli strumenti informatici", ovvero i vari enunciati e requisiti da rispettare per ottemperare alla legge: http://www.pubbliaccesso.gov.it/normative/DM080705.htm

Strumenti

Legge Stanca - Guida ai 22 requisiti tecnici / a cura di Roberto Castaldo,
http://www.webaccessibile.org/argomenti/argomento.asp?cat=682

Elenco completo di validatori, correttori, e altri strumenti per l'accessibilità a cura del Consorzio W3
http://www.w3.org/wai/er/existingtools.html

Validatori
http://www.anybrowser.com
http://webxact.watchfire.com
http://www.cynthiasays.com
http://validator.w3.org
http://jigsaw.w3.org/css-validator/

Strumenti per la correzione
http://validator.w3.org/checklink Controlla che i link delle pagine web siano attivi
http://aprompt.snow.utoronto.ca Verifica l'accessibilità, en
http://www.webxtutti.it/testa.htm Torquemada, verifica l'accessibilità, it
http://www.w3.org/wai/resources/tablin/ per vedere le tabelle 


Visualizzazioni
http://www.browsercam.com Iscrizione gratuita per 24 ore, fa vedere come appare il sito utilizzando browser diversi
http://www.hj.com/fs_products/jaws_hq.asp#downloads demo gratuito di Jaws per 40 minuti, per testare il sito
http://www.vischeck.com per verificare che i colori scelti non creino problemi agli utenti affetti da disturbi visivi del colore
http://www.webaccessibile.org/argomenti/argomento.asp?cat=670 Software Open Source per la validazione dei colori. Efficace nei casi Protanopia, Deuteranopia, Tritanopia, Daltonismo.
 
* Parte delle risorse elettroniche e testi sono stati selezionati da Giovanna Frigimelica per il Corso di aggiornamento AIB: Progettare, costruire e migliorare il sito web della biblioteca, 2007  

 

Usabilita' dei siti web

* Il concetto non deriva dal Web, ma dall'ergonomia cognitiva (che studia come l'uomo interagisce con l'ambiente sulla base dei suoi vincoli fisici e cognitivi). La prima definizione è quella data nello standard ISO 9241-11 Ergonomic requirements for office work with visual display terminals - Guidance on usability, in cui l'usabilità è "il grado in cui un prodotto può essere usato da specifici utenti per raggiungere specifici obiettivi con efficacia, efficienza e soddisfazione in uno specifico contesto d'uso". Per il significato dei termini in essa contenuti si può dire che:

L'usabilità, quindi, non si riferisce ad una caratteristica intrinseca dello strumento, ma al processo di interazione tra utente, prodotto e finalità.

L'essenza è che la progettazione delle interfacce, dei modi di interazione e dell'organizzazione dei contenuti di un sito web sia centrata sull'utente.
 
 

Gli attributi dell'Usabilità

 Questi sono i principali attributi dell'usabilità definiti nel Sun Usability Lab:

1.  Utilità: a cosa serve? A chi serve?

2.  Facilità di apprendimento: l'utente riesce ad interagire immediatamente con un sito che non ha mai visto?

3.  Efficienza: gli utenti possono interrogare il sistema e ricevere delle risposte sensate e veloci?

4.  Facilità di ricordo: gli utenti ricordano immediatamente come usare il sito la seconda volta che ci ritornano?

5.  Quantità di errori: i navigatori compiono errori ricorrenti nella navigazione del sito?

6.  Soddisfazione: il sistema è divertente e soddisfacente da usare?

 

Le basi dell'usabilità

Gli studi di usabilità si servono di due pratiche:

  1. un gruppo di esperti analizza il sito alla ricerca di problemi, fornendo osservazioni e suggerimenti per possibili miglioramenti;
  2. si costituisce un gruppo rappresentativo di utenti, che viene osservato direttamente mentre utilizza il sito.

A seconda dei compiti svolti dall'utente e delle difficoltà incontrate si traggono dei suggerimenti per la progettazione.
Nel primo tipo di studio gli esperti utilizzano metodi come l'analisi del compito (es. il calcolo dei passi necessari allo svolgimento di una procedura), la cognitive walkthrough (es. valutazione delle competenze richieste all'utente, delle conoscenze di dominio, etc.) e valutazioni euristiche (sulla base di problemi di usabilità più frequenti).
Nel lavoro con i gruppi di utenti, invece, si prediligono le tecniche empiriche, come l'analisi dei tempi di esecuzione di un'operazione, la compilazione di questionari di soddisfazione, l'osservazione diretta con annotazione degli errori, far pensare ad alta voce l'utente, registrando quello che dice.

 Linee guida sull'usabilità, il documento è del MIT:http://web.mit.edu/is/usability/usability-guidelines.html

 

Boscarol Maurizio, Cosa sono i test di usabilità,
http://www.usabile.it/212003.htm

 

10 Principi di usabilità definiti da Jakob Nielsen

Coerenza
L´utente che naviga fra i documenti non dovrebbe mai chiedersi se parole, immagini, pulsanti, situazioni o azioni diverse hanno lo stesso significato; "situazioni simili" debbono essere coerenti nelle azioni, nella terminologia, nei colori, nello stile, nei caratteri e così via; la coerenza va applicata alla grafica (stessa rappresentazione grafica = stessa informazione o stessa azione), agli effetti (stesso comando = stesso effetto, stessa azione conseguente), alla presentazione (stessa informazione = stessa posizione). Inoltre, ci vuole coerenza anche rispetto agli standard e alle convenzioni: l´utente naviga anche in altri siti e deve potersi aspettare di interagire con il nostro sistema come è abituato a fare negli altri (ad es. l´utente che vede una frase sottolineata si aspetta che rappresenti un link, pertanto è bene riservare questa rappresentazione per i link). La mancanza di coerenza genera confusione e porta a una perdita di credibilità.

 

Feedback
Il sistema deve sempre tenere l´utente informato su cosa sta succedendo tramite adeguati feedback che corrispondono ad ogni azione dell´utente (es.: quando si invia una form il sistema dovrebbe dare un messaggio di "Invio avvenuto" oppure quando si clicca su un link la pagina di destinazione deve avere un titolo che assomigli al titolo del link, ecc.). I feedback devono essere forniti in un tempo ragionevole: dopo un secondo l´utente avverte il ritardo nella risposta del sistema, dopo 8 secondi il 50% degli utenti abbandona il sito (per operazioni lunghe quindi è bene mostrare indicatori di "avanzamento" per far sapere all´utente che la sua transazione è in corso).

 Uscite chiaramente indicate
Il sistema non deve mai imprigionare l´utente in situazioni che non hanno vie d´uscita visibili (in alcune pagine potrebbe essere utile avere un ritorno a una pagina precedente o successiva, e in genere alla homepage), né limitare la sua libertà di movimento; l´utente deve avere la sensazione di tenere la situazione sotto controllo, deve poter prevedere gli effetti delle proprie azioni (es.: avvertire quando il link aprirà una nuova finestra, informare sulle dimensioni di un file prima di scaricarlo, ecc.).

 Prevenzione degli errori
È meglio evitare che un problema si presenti piuttosto che prevedere vari messaggi di errore (prestare molta attenzione alle pagine che prevedono il riempimento di form evidenziando ad esempio i campi obbligatori, non consentendo di digitare caratteri alfanumerici in campi numerici, indicando chiaramente il formato dei campi data o valuta, ecc.)

 

Messaggi d´errore semplici
In caso di errore, i messaggi debbono essere costruttivi, cioè orientare l´utente alla soluzione e non all´individuazione di colpe e deve essere data la possibilità di riscrivere solo la parte errata; fornire funzionalità di annullamento delle operazioni, come "undo" e "redo" o di ripristino delle condizioni di default.

 

Parlare il linguaggio dell´utente
Il linguaggio utilizzato a livello di interfaccia deve essere semplice e familiare per l´utente e rispecchiare i concetti e la terminologia a lui noti.

 

Ridurre il carico di memoria per l´utente
È più facile riconoscere una cosa vedendola direttamente piuttosto che recuperarla dalla memoria, pertanto le azioni possibili e i comandi debbono essere chiaramente indicati o facilmente ritrovabili ogni qualvolta sono necessari. Ove possibile, è bene utilizzare il percorso di navigazione, cioè l´indicazione sempre presente sulla pagina di quali pagine sono state visitate per arrivare dalla home a quella attuale (ricalcando la struttura dell´albero di navigazione).

 

Scorciatoie
Spesso le caratteristiche che rendono un sistema facile da imparare infastidiscono l´utente esperto; sarebbe utile quindi includere nel sistema anche scorciatoie, tasti o pulsanti che consentano una navigazione più rapida e riducano il numero delle interazioni necessarie (utilizzare ad esempio gli "accesskey", combinazioni di tasti che permettono di saltare direttamente in una determinata posizione della pagina particolarmente utili perché facilitano la navigazione dei non vedenti e di coloro che non usano il mouse).

 

Aspetto gradevole ed essenziale
Le interfacce non dovrebbero contenere elementi irrilevanti né ridondanti: ogni informazione superflua in più riduce la visibilità delle informazioni importanti. Limitare le possibilità di scelta offerte all´utente: se in una pagina ci sono 50 pulsanti, esiste una sola possibilità su 50 che l´utente compia l´azione giusta per raggiungere il suo scopo.

 

Fornire aiuti e manuali
Normalmente un buon prodotto non dovrebbe aver bisogno di documentazione per essere usato, però in certi casi può essere necessario fornire aiuti in linea o manuali utente: in questo caso è bene fornire informazioni essenziali, semplici e facili da ricercare.

 

(Useit.com, Jakob Nielsen’s Website)
http://www.useit.com/

 


 

7 passi per una navigazione più facile

 

  1. usate icone standard e convenzionali
  2. evitate link irrilevanti
  3. evidenziate la struttura del sito
  4. prevedete le briciole di pane
  5. non nascondete le informazioni (no ai menu a scomparsa)
  6. non siate misteriosi (indicare dove porta un link)
  7. fornite degli aiuti

Seven Steps To Easier Web Navigation, Constance J. Petersen, Enterprise Development Magazine, 2000:

http://www.smartisans.com/articles/web_navigation.aspx


 

Gli errori

Per progettare un sito usabile la prima cosa da fare è non cadere in quelli che sono tra gli errori più comuni nella costruzione di pagine: errori "estetici", di navigazione e di "ergonomia".
Gif animate
Quando in una home page tutto si muove e lampeggia, l'effetto finale risulta veramente fastidioso. tra gli estremisti dell'usabilità c'è chi sostiene addirittura che tutte le animazioni vengono scartate automaticamente dal campo di attenzione dei visitatori perché da sempre portatrici di inutili messaggi pubblicitari. In ogni caso il danno alla credibilità diventa incalcolabile con il piazzamento di animazioni gratuite prese in qua e là sulla rete. tra le nefandezze più diffuse le animazioni dei lavori in corso e le caselle di posta animate.

 

Background
Gli sfondi psichedelici e ripetuti sono uno degli errori più antichi del web. Eppure c'erano tempi in cui qualcuno osava mettere del testo blu sullo sfondo elettrico, con un effetto devastante per i muscoli della retina e per la leggibilità del testo (testo che il più delle volte in effetti era di scarsissimo interesse). Eppure ancora c'è qualcuno che indulge sugli sfondi ripetuti. Annoiano, e regalano sempre quell'aura di impaginatori alle prime armi.

 

Bottoni
Bottoni di tutti i colori, con effetti che variano dal bevel and emboss ai lighting effects. I filtri di Photshop portati al massimo utilizzo hanno provocato le più comuni cadute di buon gusto. Così, per sembrare dei perfetti dilettanti allo sbaraglio basta solo utilizzare alcuni dei più comuni "free buttons". (Tutti di forme e colori diversi, per ottenere il peggiore dei risultati).

 

Musica
I file midi sono l'ideale per infastidire il navigatore, che magari, reduce dall'ascolto del suo heavy metal preferito ha ancora le casse al massimo e inonda la stanza con la versione "carion" di "Mission Impossible". Non solo sono di pessimo gusto, ma risultano fisicamente fastidiosi all'orecchio umano per via di quella monotonia sonora che li contraddistingue. La sensazione che se ne ricava è paragonabile a quella provocata dalle suonerie dei telefonini.


Interfacce misteriose
Esistono anche home pages prive di descrizioni esplicite che richiedono un approccio "esplorativo". In genere un javascript al passaggio del mouse rivela i contenuti dei link misteriosi. Progettate nella convinzione che un sito sia un videogioco, il più delle volte invitano a lasciare perdere la Caccia al Tesoro ai contenuti.


Caricamenti lenti
Quando dopo trenta secondi di attesa ancora permane la scritta, "Loading, please wait". O quando - peggio - non succede proprio niente, solo un visitatore masochista continuerebbe nell'attesa. La maggior parte lascia perdere, rivolgendo la sua attenzione a un altro dei tanti milioni di siti presenti sul web.


Uso smodato delle tecnologie
Flash, applet java, javascript che scorre nella barra del browser. La pagina sta caricando a fatica e ... Ops! E' saltato tutto, bisogna ricorre al vecchio e traumatico reset. Ecco un sito in cui non tornare.


Home pages per Browser specifici
"Questa pagina è visibile con Explore 5.31 se usate altri browser ecco il link per scaricarlo." A volte l'ingenuità dei progettisti è quasi disarmante: si aspettavano che qualcuno andasse sul sito della Microsoft, si sobbarcasse il riempimento un form infinito, scaricasse un software da 6 mega con un download della durata complessiva di sette ore, per poi iniziare l'installazione e riavviare il computer? E soprattuto: si aspettavano che il misero potesse ancora ricordarsi del loro sito?


ASP senza ritorno
Le Active Server Pages hanno moltissimi pregi, ma a chi è capitato di compilare un form di tre pagine scegliere "invia" e poi tornare indietro per scoprire che la pagina se n'è andata per sempre (expired), la cosa è piuttosto seccante. In altre parole occorre passare il doppio del tempo a ricompilare tutto da capo. Quando il tasto "back" non funziona i siti diventano piuttosto scomodi da usare.


Pop-up Windows
Diventa intollerabile quando la finestrella si apre per pubblicità, è a malapena sopportabile quando approfondisce il contenuto di una pagina, ma è un profondo e imperdonabile atto di maleducazione quando si apre tutte le volte che si preme un tasto back, o peggio ancora quando ne apre un'altra a sua volta.
Chi ha il diritto di occupare il PC di un navigatore con finestre non richieste? Solo i siti cracker. Eppure anche blasonate media agencies non si fanno scrupolo di infastidire i visitatori con una finestra per ogni animazione flash che la loro creatività ha voluto regalare al mondo. Se ci fosse un garante per la privacy informatica, forse vieterebbe la pratica dell'affollamento di browser nei PC altrui.


Siti leggeri
Portare i contenuti in home page e organizzarli in aree chiare e distinte è una delle soluzioni migliori nel web: toglie l'incognita dei troppi click, e punta sulla flessibilità.
Se nel sito i link vanno sempre più in profondità dando origine a più generazioni di livelli, allora è il caso di usare una struttura a briciole di pane.

I link strutturali dei siti andrebbero posizionati in questo modo:

Contenuti principali: centro pagina
Barre di navigazione primarie: orizzontalmente nella parte superiore della pagina
Barre di navigazione secondarie: verticalmente sulla sinistra
Ritorno alla home/intestazione del sito: in alto a sinistra

Per i form attenzione ai tasti "Reset". Per lo più costituiscono un problema, perché gli utenti li attivano per sbaglio al posto del "Send". In linea di massima andrebbero evitati.
Gli svantaggi dei frame sono ormai di dominio pubblico: non si possono stampare, né possono essere ricostruiti dai motori di ricerca. Confondono i visitatori che perdono facilmente l'orientamento, non distinguendo la posizione in cui si trovano rispetto all'home page. Sono per lo più sconsigliati.

 


Checklist per l'usabilità

Alcuni controlli per verificare l'usabilità di una pagina o un sito Web:
Navigazione:

Funzionalità:


Controllo dell´utente:

Linguaggio e contenuto:

Help Online e Manuali utente:

Sistema e feedback dell´utenza:


Coerenza:

Prevenzione e correzione degli errori:

Chiarezza architettonica e visuale:

 

Da "Requisiti e suggerimenti per realizzare siti ed applicazioni web accessibili per la Regione Emilia-Romagna",
http://www.regione.emilia-romagna.it/wcm/LineeGuida/sezioni/generali/usabilita.htm

 


 

Strumenti

WebSAT - http://zing.ncsl.nist.gov/webmet/sat/websat-process.html - è un tool gratuito che automaticamente analizza il codice HTML alla ricerca di errori di usabilità.

Identifica i potenziali errori riguardo a sei categorie: accessibilità, uso dei form, performance, mantenimento, navigazione e leggibilità.

Accessibilità del codice - si assicura che le pagine facciano uso di tags appropriati per tutte le fasce di utenti.
Uso dei Form - controlla la presenza dei form. Segnala la compresenza di bottoni di "Invia" e "Cancella" (sappiamo infatti che la maggior parte degli errori con i form avviene perché gli utenti cliccano per sbaglio "Cancella").
Performance - analizza le dimensioni del codice e della grafica in relazione alla velocità di caricamento delle pagine.
Mantenimento - ricerca tag e strutture che potrebbero essere automatizzate e risiedere in altre parti del server.
Navigazione - individua rami morti (ma non esegue l'analisi dei log).
Leggibilità - procura un'analisi della leggibilità basata sul rapporto tra la densità dei link e il testo che fa parte del contenuto.

 

Diodati.org, Forum: Usabilità e architettura dell'informazione
 
http://forum.diodati.org/elenco.asp?f=5&id=811&ev=811

 

Siti Web sull’usabilità

 

Usableweb

 

Più di 1000 link sull’usabilità
http://usableweb.com/


Usability.net
http://www.usabilitynet.org/tools/r_international.htm


Usabilityfirst
http://www.usabilityfirst.com/


Useit.com, Jakob Nielsen’s Website
http://www.useit.com/


www.webusabile.it
http://www.webusabile.it

 

www.iwa-italy.org
http://www.iwa-italy.org


Qualità dei contenuti e metodi di valutazione dell’usabilità (da controllare)

 

Brussels quality framework / Cadre qualité Bruxelles
Workgroup aiming at the setting up of baselines for a shared vision of criteria of quality for cultural Websites
http://www.cfwb.be/qualite-Bruxelles/pg001.asp


DESIRE Information Gateways Handbook. Guide to creating high quality portals on the Internet
http://www.desire.org/handbook/


Hom James. The Usability Methods Toolbox. 1998
http://jthom.best.vwh.net/usability/

 

Judging quality on the Web
http://www.library.ucla.edu/url/referenc/judging.htm



Quick: the Quality information checklist
http://www.quick.org.uk/menu.htm


QUIS. Questionnaire for user interaction satisfaction
http://www.lap.umd.edu/QUIS/index.html


SUMI. Standard evaluation questionnaire for assessing quality of use of software by end users.
http://www.ucc.ie/hfrg/questionnaires/sumi/index.html


Tillman Hope N. Evaluating quality on the Net. March 2003
http://www.hopetillman.com/findqual.html

 

* Parte delle risorse elettroniche e testi sono stati selezionati da Giovanna Frigimelica per il Corso di aggiornamento AIB: Progettare, costruire e migliorare il sito web della biblioteca, 2007