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Langobardia minor

Codex Legum LangobardorumIl termine Langobardia minor indica le regioni dell’Italia meridionale controllate dai Longobardi, in antitesi alla definizione di Longobardia megale con cui gli scrittori bizantini del XII secolo si riferivano al più vasto regno longobardo con capitale Pavia. Appellativi differenti per indicare territori soggetti alla stessa dominazione longobarda in due distinte zone della penisola, le cui vicende politiche si svolsero in maniera autonoma l’una dall’altra. Infatti il Ducato di Benevento, comprendente tutti i territori controllati dai Longobardi meridionali, presentò sin dai primi anni di vita una spiccata autonomia mantenendola dopo il 774, data della conquista franca del Regnum Langobardorum.

La distanza che divideva il Sud longobardo dalla capitale Pavia fu certo un fattore determinante per lo sviluppo delle peculiarità meridionali presenti nel Beneventano la cui storia, all’indomani della caduta del regno, fu complicata al suo interno da guerre civili e scorrerie saracene, mentre, al di fuori dei suoi confini, le contese tra Impero franco e Impero bizantino rappresentarono una continua minaccia.

Le rivendicazioni delle terre occupate dai Longobardi da parte dei due imperi, se da un lato costituirono un pericolo per il ducato meridionale, dall’altro ne garantirono la sopravvivenza per oltre tre secoli dalla cacciata dell’ultimo re longobardo. Il ducato di Benevento divenne allora, almeno in teoria, la patria di tutti i Longobardi ed il suo duca il loro rappresentante, in nome di un sentimento nazionalistico che da sempre aveva caratterizzato la cosiddetta Longobardia minore. Forte della sua posizione strategica, essa seppe sfruttare a proprio vantaggio le complesse vicende politiche del tempo, inserendosi ora a fianco dell’uno ora dell’altro al solo fine di mantenere la propria indipendenza.

Se il ducato, poi principato, beneventano riuscì a sottrarsi alla dominazione carolingia e a quella bizantina, non fu invece in grado di frenare la frantumazione del suo territorio. Esso si divise inizialmente in due tronconi, con la nascita del Principato di Salerno, dal quale subito dopo si separò la Contea di Capua. In seguito, la progressiva autonomia concessa ai poteri comitali favorì un’ulteriore frammentazione dell’antico ducato, mentre gli imperatori bizantini riorganizzavano i territori sottratti all’occupazione longobarda in Catepanati, estendendo i più antichi Temi.

 

da La Societa' della Langobardia minor nei secoli VIII - X: l'esempio di Salerno,
Stefania Manni

 

Salerno longobarda

Salerno, ricordata nel VII secolo come castrum,[1] assunse il ruolo di capitale dell’omonimo principato dopo la divisione dell’antico ducato di Benevento nell’849.

Le notizie del castro romano prima di questa data sono poche e contraddittorie. Paolo Diacono elenca Salerno tra le opulentissime urbes della Campania al momento della conquista longobarda, anche se questa era forse la situazione che si presentò ai suoi occhi quando raggiunse Benevento con il suo signore Arechi II (758-787).[2] PD. HL TEXT Al contrario, Procopio di Cesarea disegna un quadro drammatico della situazione di abbandono e miseria in cui versavano le campagne dell’Italia meridionale dopo la rovinosa Guerra gotica (535-559) di cui egli stesso fu testimone.[3]

Qualche notizia più precisa si ha solo dopo il 774, anno in cui iniziarono i lavori arechiani destinati a cambiare il volto del luogo. L’allestimento dei cantieri salernitani segue di qualche anno l’attività edificatoria già avviata da Arechi II nella capitale Benevento. Gli interventi nei due centri sono analoghi: la costruzione di un palazzo, di una chiesa e di mura difensive. A Salerno per queste ultime fu sfruttato lo scheletro dell’antica fondazione romana, all’origine forse della scelta del sito da parte del duca beneventano. La tesi della città fortezza è inaugurata da Erchemperto, che attribuisce l’iniziativa arechiana alla preoccupazione di un’aggressione franca contro il ducato meridionale. Questa, infatti, secondo il cronista, determinò la scelta di un sito già dotato di difese e con una via di fuga verso il mare.[4] ERCH. TEXT

Effettivamente tale fu la sua funzione all’indomani della caduta del regno longobardo nelle mani di Carlomagno, quando, nel 786, Arechi II ed il suo seguito si rifugiarono nella nuova fondazione alla notizia della spedizione meridionale del sovrano carolingio.

Nel mutato contesto ideologico e politico, dominato dalla caduta del regno e dall’assunzione della dignità principesca da parte di Arechi, la costruzione del palatium e della chiesa di San Salvatore potrebbero però far parte di un progetto più ampio che non il semplice restauro di una fortezza, come conferma la stessa chiesa voluta da Arechi II nel momento in cui accolse la sua salma e quella del suo primogenito. Una chiesa palatina, quindi, quella di San Salvatore di Salerno, che induce ad attribuire ad Arechi II la volontà di dare una nuova capitale alla sua progenie, destinata nei suoi progetti a governare il nuovo principato.[5]

 Salerno capitale

Salerno centro storicoIl primo principe di Salerno, all’indomani della divisione del principato voluta da Ludovico II, fu Siconolfo (847-849). Egli stesso chiese l’aiuto del re d’Italia tramite il cognato Guido, conte di Spoleto, da tempo nell’orbita franca. Ludovico intervenne nell’849, ponendo fine a dieci anni di lotte interne al principato longobardo che avevano aperto la strada alle scorrerie arabe, chiamate inizialmente dalle due fazioni per rafforzare i propri eserciti. La perdita del controllo sulle truppe di mercenari musulmani spinse i due contendenti a richiedere l’intervento del re franco come super partes, per porre fine allo sfacelo causato dallo scisma politico della Langobardia minor, che nell’846, aveva investito anche i territori soggetti all’autorità pontificia con il sacco delle chiese dei SS. Pietro e Paolo fuori Roma.[6]

I dieci anni (839-849) in cui si consumò il conflitto per la successione al principato videro l’affermarsi di Salerno come centro politico. Il palazzo e le mura arechiane, che avevano dato al castrum dignità di città, furono popolate da una parte dell’aristocrazia beneventana che alla morte del principe Sicardo (832-839) non riconobbe come proprio rappresentante Radelchi, il tesoriere del principe defunto. Questa parte di aristocrazia, fedele al principio ereditario del potere, si rivolse allora a Siconolfo, fratello di Sicardo, esiliato a suo tempo dallo stesso principe che vedeva in lui una minaccia per la reggenza.

Una volta riconosciuto come principe di Salerno da Ludovico II, Siconolfo associò al potere il proprio figlio Sicone, affermando il diritto dinastico anche nella nuova capitale.

La prematura scomparsa di Siconolfo, avvenuta lo stesso anno, lasciò il principato nelle mani del suo giovane erede, sotto la tutela del padrino Pietro, come si legge nell’intestazione delle carte cavensi tra il marzo dell’852 ed il maggio dell’855. In questi anni il rector Pietro, pur non usurpando il potere del piccolo principe, manovrò abilmente, sino ad associare al trono il figlio Ademario, come dimostra la documentazione relativa agli anni 854 e 855 in cui compaiono i nomi dei tre reggenti. Solo dall’856 figurano gli anni di governo del solo Ademario il cui principato fu riconosciuto dall’imperatore franco, lo stesso Ludovico II che solo sette anni prima aveva legittimato il governo di Siconolfo.

Il nuovo principe di Salerno, nell’861, tentò di affermare il primato della propria famiglia anche all’interno delle istituzioni ecclesiastiche nominando vescovo il fratello Pietro senza alcuna elezione, scatenando così la reazione degli oppositori interni.[7] Infatti, proprio le eccessive ambizioni accentratrici di Ademario ne dettarono l’assassinio avvenuto quello stesso anno per mano di alcuni nobili salernitani.

 

 


 

[1] P. DELOGU, Mito di una città meridionale (Salerno sec. VIII-XI), Napoli 1977, pp. 36-38.

[2] PD. HL, l. II, c.17.

[3] PROCOPIO di CESAREA, La guerra gotica, a cura di D. Comparetti, voll. I-III, Roma 1895-1898 (Fonti per la storia d’Italia), l. II, c. 3.

[4] Erch., c. 3, p. 243: “ et ut ita dicam Francorum territue metu, inter Lucaniam et Nuceriam urbem munitissimam et praecelsam in modum tutissimi castri idem Arichis opere mirifico extruxit, que propter mare contigum, quod salum appellatur, et ob rivum qui dicitur Lirinus ex duobus corruptum vocabulis Salernum appellatur, esset scilicet futurum praesidium principibus superadventate exercitu Beneventum”.

[5] DELOGU, Mito, cit., pp. 36-40. Nella scelta del sito è certo da considerare la posizione di Salerno rispetto alle strade romane, in particolare la via Annia, che attraversava tutto il principato da Eboli a Reggio, e la strada per Agropoli, che nell’VIII secolo era un porto trafficato dalle navi greche.

[6] M. SCHIPA, Storia del principato longobardo di Salerno, in F. HIRSCH-M. SCHIPA, La Longobardia meridionale. Il ducato di Benevento. Il principato di Salerno, a cura di N. Acocella, Roma 1968, pp. 105-108.

[7] SCHIPA, Storia del principato, cit., p. 121.  

 

Prassi del potere

La storiografia interessata agli sviluppi politici e istituzionali della Langobardia minor ha raramente riconosciuto un legame familiare tra coloro che occuparono la carica di duca, poi di principe, nel potentato beneventano. Le vicende politiche interne al ducato tra VIII e IX secolo sembrerebbero così solo un caotico susseguirsi di nomi e alleanze tra potenti, senza un filo conduttore se non l’avidità di potere dell’aristocrazia longobarda. A ben vedere però in questi limiti temporali della storia beneventana sono rintracciabili due distinte linee dinastiche principali che si succedono.

La prima dinastia beneventana

La prima fu quella di Arechi I (590-758) che sopravvisse alla morte di Aione, suo unico figlio, attraverso la successione dei “figli adottivi”, i friulani Radoaldo e Grimoaldo, indicati dallo stesso capostipite in punto di morte come suoi eredi.[1] PD. HL TEXT

Il primato della dinastia cominciò a vacillare a partire dalla morte di Romualdo II, figlio del friulano Grimoaldo, a causa della giovane età del successore, Gisulfo, che aprì le porte alle usurpazioni del trono da parte degli uomini di palazzo. La dinastia che faceva capo ad Arechi I, superò le crisi interne di questi anni solo grazie agli interventi del re di Pavia Liutprando, il quale, anni prima, si era legato alla dinastia beneventana dando in sposa la propria nipote Guntberga al duca Romualdo II.[2]

Liutprando intervenne in favore del nipote Gisulfo II una prima volta nel 733, per spodestare un tale Audelais (731/2), che nel frattempo aveva usurpato il trono al discendente di Arechi I, e sostituirlo con un altro suo nipote, Gregorio (732-739/40), mentre il piccolo Gisulfo veniva condotto a Pavia. Un secondo intervento del re si ebbe alla morte di Gregorio, quando il potere fu nuovamente conteso dalla fazione che raccoglieva i consensi dei funzionari di palazzo, ora raccolti intorno al loro candidato Godescalco (739-740/42). Questa volta però Liutprando restituì il trono al legittimo erede ormai in età adulta, sicuro della riconoscenza di quest’ultimo.

A Benevento, il giovane duca, godeva ancora dell’appoggio dei suoi fedeli,[3]PD HL TEXT certo gli stessi che anni dopo appoggiarono la sua vedova, la principessa Scauniperga, nel ruolo di tutrice del figlio Liutprando, duca di Benevento dal 751. La tenera età dell’erede del duca Gisulfo II diede nuovamente l’occasione di interferire con la linea dinastica del primo Arechi ai cortigiani beneventani, che sostituirono la regina madre con uno di loro, Giovanni gastaldo e referendario.[4]

 La seconda dinastia beneventana

La prima dinastia fu soppiantata definitivamente dall’intervento di un altro re longobardo, Desiderio, il quale punì la disinvolta politica anti-pavese condotta dal referendario Giovanni, insediando il genero Arechi II come duca di Benevento.[5]

Il nuovo duca, principe dal 774, pose le basi per la seconda dinastia utilizzando, come la prima, uomini vicini alla famiglia in mancanza dell’erede di sangue. E’ il caso di Sicone, creatura di Arechi II, che nell’817 si pose di fronte ai maggiorenti come alternativa al potere del palazzo, rappresentata in quel momento dal tesoriere usurpatore Grimoaldo IV, sul trono dall’806.[6]Chron. Sal.

Assassinato l’usurpatore, Sicone divenne duca proprio in ragione della familiarità con la linea principesca di Arechi II, come è ricordato nel suo epitaffio.[7]

Nell’848, con la morte del figlio di Sicone, il principe Sicardo, cadde anche la seconda dinastia beneventana ed il potere fu conteso da altri due uomini di corte, Radelchi ed Adelchi. La vittoria del primo fu all’origine della guerra civile che portò alla divisione del principato.

 Il principio dinastico

Da questa rapida ricostruzione dei fili principali della storia del ducato, poi principato di Benevento, il potere sembra legittimato dall’appartenenza ad un gruppo socialmente definito, la famiglia del principe.

La successione pare dunque regolata dal principio dinastico cui partecipano i figli adottivi per supplire alla mancanza degli eredi diretti. Un diritto scontato quello di sedere sul trono per i discendenti del duca, tanto da non dover essere confermato dal reggente in vita. La regola viene tradita dall’unica eccezione rappresentata dall’episodio in cui Arechi I indica come suoi eredi i due ospiti friulani, ma la parola del duca è in questo caso necessaria perché si tratta di scavalcare il figlio naturale ancora in vita. Necessaria ma non sufficiente a convincere quel “popolo” che sembra rispettare solo l’ordine di legittimità per la successione al trono e per ciò acclamò duca Aione, il figlio naturale di Arechi, nonostante fosse demente, e solo dopo la sua morte riconobbe gli uomini indicati dal duca morente.

Dunque già dalla metà del secolo VIII sono presenti delle regole che determinano la successione al potere nel ducato beneventano. Tale condizione favorì la creazione di un’organizzazione statale imperniata sulla figura del duca. Intorno a lui ruotavano funzionari impegnati, a vari livelli, nella gestione burocratica e amministrativa del ducato che sembrano entrare in scena solo quando il potere dinastico si indebolisce, cioè quando il potere legittimo è nelle mani di bambini. Assistiamo così alle prese di potere di agenti del palazzo, soprattutto tesorieri, una carica che consentiva l’accesso alle casse del ducato e che certo facilitava l’arruolamento di alleati.[8]

È evidente dunque che il potere antagonista del duca era rappresentato dal ceto burocratico, cioè da coloro che popolavano il palazzo nell’esercizio delle loro funzioni pubbliche, uomini in grado di raccogliere intorno a sé consensi sufficienti a governare.[9] Il potere di questi ultimi fu inizialmente favorito dallo stesso duca che fece dei funzionari di palazzo gli unici beneficiari delle sue elargizioni, considerandoli come gli elementi più preziosi del ducato, tanto da trasformarli in un pericolo per la continuità dinastica ducale, almeno fino alla metà del IX secolo.[10]

Probabilmente siamo di fronte ad una prima sperimentazione dell’apparato amministrativo che lascia troppo spazio ad alcuni individui, permettendo loro di affermare un potere personale all’ombra del publicum. La correzione di tale meccanismo è evidente nella seconda metà dello stesso secolo, quando la carica di tesoriere fu assegnata ai soli consanguinei e le funzioni pubbliche ad uomini fidati.

 Prassi del potere da Benevento a Salerno

Ammesso il legame tra Sicone e la seconda dinastia beneventana si dovrà riconoscere il trasferimento di questa nel nuovo principato di Salerno. Qui, infatti, i maggiorenti beneventani che non riconoscono Radelchi come loro principe acclamarono Siconolfo, il secondo figlio di Sicone, liberandolo dall’esilio cui lo aveva costretto il fratello. Una scelta dettata dal diritto di sangue, tradito solo pochi anni dopo da colui che avrebbe dovuto tutelarlo, Pietro rector del piccolo erede di Siconolfo. Questo infatti, già dall’854, cercò di imporre un proprio lignaggio associando al trono il figlio Ademario.

Intanto la bicefalia del ducato, nata in seguito all’acclamazione di Siconolfo, vide il coinvolgimento di due famiglie beneventane destinate ad influenzare la genealogia dell’intera Langobardia minor.

Si tratta di due stirpi discendenti da due Dauferio, distinti dai soprannomi di “il Profeta” e di “il Muto o Balbo”, legate tra loro al tempo di Sicardo dal matrimonio di Roffrit, figlio di Dauferio il Profeta, ed una figlia del Muto. Roffrit divenne una figura di spicco all’interno del sacro palazzo di Benevento ricoprendo l’ambita carica di tesoriere durante la reggenza di Sicardo e trasmettendola poi al figlio Adelchi, lo stesso che troviamo con Radelchinella contesa dell’839 per il titolo di principe di Benevento.

Forse con Adelchi era schierata anche la famiglia del Muto in ragione della parentela incarnata dal giovane. Questo spiegherebbe la divisione delle due consorterie dopo la sua morte. Infatti, da quel momento la famiglia di Dauferio il Muto pose la sua base per nuove imprese a Salerno, già residenza preferita dell’ultimo principe Sicardo. Qui si riunì con altri consanguinei intorno a Siconolfo, mentre Roffrit e tutta la famiglia del Profeta rimasero a Benevento. Nell’antica capitale la progenie del Profeta sembra giocare un ruolo primario nelle lotte per il potere ancora nel 900, quando un gruppo di partigiani discendenti da Roffrit e Pottelfrit aiutarono Antenolfo di Capua ad impadronirsi del principato.[11] A Salerno invece la famiglia del Muto arrivò al potere con uno dei suoi cinque figli, Guaiferio, principe nell’861, e lo mantenne fino al 977.

Guaiferio si impossessò del trono sbalzandone Ademario e, dopo un primo tafferuglio con il nipote Dauferio, riuscì ad insediare il suo lignaggio nel palazzo di Salerno.[12]Chron. Sal.

La permanenza del potere nelle mani degli eredi del nuovo principe di Salerno è anche qui regolata dal diritto dinastico e si mantenne nell’associazione al trono del primogenito. L’originalità della successione salernitana rispetto a quella beneventana non riguarda dunque la scelta del candidato, che ricade sempre su di un erede maschio naturale o adottato che sia, ma l’associazione al trono dei primogeniti. Con la primogenitura furono superate le lotte di fazione che avevano caratterizzato la politica del ducato beneventano portandolo alla divisione dell’849 e fu affermata la continuità di una linea dinastica che trovava consensi da parte di un’aristocrazia di nuova formazione, come era quella salernitana all’indomani della Divisio ducatus.

La fortuna della casata di Guiferio I è inoltre da attribuire alla presenza di eredi adulti, cosa che abbiamo visto mancare a Benevento, e dal rispetto delle regole dinastiche all’interno della famiglia stessa, tra i figli cadetti che mai attentarono al potere politico del fratello, accontentandosi di partecipare al potere con importanti funzioni pubbliche come quella di tesoriere.[13] Ma il successo della prima dinastia salernitana è certo da attribuire in primo luogo alla complessa struttura di solidarietà e parentele che costituì la base del potere dei Dauferidi, rappresentata dalla chiesa privata di San Massimo Confessore.

 Il seguito di Guaiferio

Dal momento in cui Guaiferio rientra dall’esilio, nell’852, sembra circondato da un gruppo di uomini a lui legati, i quali sottoscrivono di proprio pugno i documenti che lo riguardano. Alcuni di loro appartengono all’amministrazione del rector Pietro, come Sico e Ragimberto referendari, e come del resto lo stesso Guaiferio che ricopre la carica di conte.[14]CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

L’attenzione si deve però concentrare su coloro che non presentano alcun titolo, ma che continuarono a figurare tra i testimoni di Guaiferio una volta divenuto principe. Prendiamo ad esempio Gaido e Pietro che nell’856 sottoscrivono un’offerta di terra fatta da un abitante di Barbattiano al conte Guaiferio; o Benedetto e Sicardo, presenti al fianco del futuro principe sin dal suo primo acquisto in territorio salernitano.[15]CDC TEXT ; CDC TEXT; CDC TEXT Questi presenziarono anni dopo alla fondazione della chiesa privata di Guaiferio, a capo del principato da sette anni.[16]CDC TEXT

La loro presenza alla nascita della chiesa dinastica è da interpretare come testimonianza dello stretto legame tra Guaiferio I e questo gruppo di uomini che lo circonda. Il principe sembra non rinunciare mai alla loro compagnia. Vediamo, infatti, che alla stipula degli atti notarili riguardanti il principe, la presenza del gruppo più sopra individuato coincide con l’effettiva presenza di Guaiferio. Quando egli manca, come in due transazioni private condotte in sua vece da Walfuso, figlio di Walfrido, nessuno degli uomini visti altrove intorno a lui sottoscrive il documento.[17]
CDC TEXT; CDC TEXT

Gli uomini riconducibili a questa cerchia di “accompagnatori”, sono forse da identificare con i fideles di Guaiferio,[18]CDC TEXT che nelle fonti letterarie costituiscono il consilium del principe al fianco dei consanguinei.[19]Chron. Sal.

Durante il governo di Guaiferio alcuni di loro ricoprirono un ufficio pubblico:

 I fideles

Benedetto, figlio di Attione, compare nell’868 con il titolo di gastaldo e giudice in occasione di un’offerta di beni destinata al principe.[20]CDC TEXT Nell’869 Benedetto gastaldo, rappresenta la principessa Landelaica in un giudicato davanti ad altri fedeli del principe, qui in veste di gastaldi e giudici.[21]CDC TEXT

Sicardo, gastaldo e giudice, già in coppia con Benedetto nell’868, presenzia a più atti pubblici in funzione del suo titolo e come testimone.[22]CDC TEXT, CDC TEXT; CDC TEXT 

Il caso di Pietro, è più difficile da seguire per la diffusione del nome all’epoca trattata che può facilmente indurre a confondere i tanti omonimi. Paolo Delogu propone di riconoscere il Pietro che spesso compare tra i sottoscrittori in Pietro marephais, il cognato di Guaiferio ricordato da Erchemperto, il che spiegherebbe ad un tempo la continuità delle sue mansioni nella pubblica amministrazione, tra il governo di Pietro e quello di Guaiferio, oltre alla presenza tra i domini di San Massimo.[23]CDC TEXT;CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Altri uomini appartenenti alla cerchia di Guaiferio si ripetono solo nelle file dei sottoscrittori, come Grimoaldo, presente dall’852 all’874 e Radelchis dall’853 all’869. Gaido testimonia in alcuni documenti riguardanti Guaiferio o la sua famiglia.[24]CDC TEXT; CDC TEXT Sebbene egli non sembri ricoprire alcun ruolo all’interno della pubblica amministrazione, in quanto non è mai definito gastaldo o giudice, è certa la sua vicinanza alla famiglia principesca dal momento che presenzia in alcuni documenti fondamentali per la storia della dinastia, come la ricordata fondazione della Chiesa di San Massimo e la sua libertà dall’episcopato.[25]CDC TEXT; CDC TEXT

Alcuni, come Lando e Dauferio, compaiono più tardi rispetto ai primi, ma subito accompagnati da titoli pubblici. Lando si firma come gastaldo nel documento che fissa le volontà di Guaiferio per la sua chiesa. Nella stessa rosa dei sottoscrittori di questo importante atto, egli è l’unico che aggiunge il titolo al suo nome. Probabilmente Lando è da identificare con Landenolfo gastaldo, che nel 903 sottoscrive un altro diploma, questa volta del principe Guaimario, per l’offerta fatta a San Massimo dal presbitero Angelo.[26] CDC TEXT

Un anno dopo Landenolfo gastaldo, sottoscrive al fianco dei figli di Guaiferio la nomina del nuovo abate di San Massimo Confessore. Quest’ultimo documento testimonia la vicinanza di Lando alla famiglia del principe. Egli era probabilmente un consanguineo, forse un parente della consorte capuana di Guaiferio, mentre Dauferio era il figlio del principe, come sappiamo dalla stessa carta. Dauferio, come Lando, si firma con il titolo di gastaldo nelle file dei sottoscrittori.[27]CDC TEXT Entrambi sono funzionari pubblici con il diritto di qualificarsi tali in ogni occasione, anche in quella della semplice testimonianza.

Gli esempi di Lando e Dauferio non devono però indurre a credere che il seguito del principe fosse costituito da soli parenti. I fideles, infatti, non sono da confondere con i consanguinei, seppure entrambi ricoprano ruoli istituzionali. Essi costituiscono un gruppo di persone legate al principe da amicizia e solidarietà, in virtù delle quali condividono con lui la quotidianità, dentro e fuori il palazzo. Tutti insieme rientrano nell’intento del principe di consolidare e mantenere il potere appoggiandosi ad uomini fidati, i compagni di lunga data, al fianco dei parenti più prossimi.

 


 

 

[1] PD. HL, l. IV, c. 43, “…quasi proprios filios…”.

[2] F. HIRSCH, Il ducato di Benevento, in F. HIRSCH-M. SCHIPA, La Longobardia meridionale (570-1077). Il ducato di Benevento. Il principato di Salerno, a cura di N. Acocella, Roma 1968, pp. 47-53.

[3] PD. HL, l. VI, c. 57, pp. 239-240.

[4] S. GASPARRI, I duchi longobardi, Roma 1977, pp. 97-98.

[5] HIRSCH, Il ducato, cit., pp. 77-86.

[6] Chron. Sal., c. 42, p. 42-45. Sicone esule da Spoleto, di origine nobile forse proveniente dal Friuli, arrivò alla corte di Arechi II con l’intento di raggiungere il porto di Otranto, l’ospite lo persuase a trattenersi nel suo ducato concedendogli il gastaldato di Acerenza.

Il figlio di Arechi muorì un anno prima di lui.

[7] DELOGU, Il principato di Salerno, cit., p. 241.

[8] Sono tesorieri Audelais, Godescalco, Grimoaldo IV e  Adelchi.

[9] S. GASPARRI, Il ducato e il principato di Benevento, in Storia del Mezzogiorno, Il Medioevo, vol. II, tomo I, diretta da G. Galasso e R. Romeo, Napoli 1988, pp. 105-106.

[10] J. M. MARTIN, Eléments préféodaux dans les principautés de Bénévent et de Capoue (fin du VIII siècle- début du XI siècle): modalités de privatisation du pouvoir, in Structures féodales et féodalisme dans l'occident méditeranéen (X-XI sec.), Bilan et prospectives de recherches, Roma 1980, p. 569. Fino alla metà del IX secolo, i principi infatti conferiscono loro la piena proprietà su terre appartenenti al fisco, come ricompensa del lavoro svolto nella pubblica amministrazione. L’importanza di questi donativi, secondo Martin, non risiede tanto nel fondo di cui si spoglia il principe, non a caso scelto tra i più periferici del patrimonio demaniale, quanto nel fatto che gli agenti di palazzo sono gli unici a ricevere doni dal duca.

[11] H. TAVIANI, Pouvoir et solidarietes dans le principauté de Salerne à la fin du X siecle, in Structures féodales et féodalisme dans l'occident mediterraneen (X-XIII siecls). Bilan et perspective de recherches, Roma 1980, p. 592.

[12] Chron. Sal., c. 101, pp. 102-103.

[13] H. TAVIANI, Le pouvoir princier à Salerne jusq’à l’arrive des Normands, in “Rassegna storica salernitana”, II/1 giugno 1985, pp. 12-14.

[14] CDC. vol. I, n. XXXV, anno 852; n. XXXVI, anno 853; n. XLVI, anno 856.

[15] CDC. vol. I, n. XLV, anno 852; n. XXXV, anno 852; n. XXXVI, anno 853.

[16] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868.

[17] CDC. vol. I, n. LII, anno 857; n. LVIII, anno 859.

[18] Questo termine non trova riscontro nelle carte cavesi se non nell’unico caso del 919 in cui Radoaldo si definisce “nobilem et fidelem vestrum”, riferito al principe Guaimario CDC. vol. I, n. CXXXVII, anno 919.

[19] Chron. Sal., c. 39, p. 40; c. 105, p. 105.

[20] CDC. vol. I n. LXV, anno 868.

[21] CDC. vol. I, n. LXVII, anno 869. Con il titolo di gastaldo si qualifica anche per una compravendita dell’890 a cui partecipa in veste privata, per la vendita di una sua proprietà in Agella acquistata anni prima da un certo Lupo. La presenza di alcuni uomini del seguito del principe, come Gaido o Lando, tra i sottoscrittori di questa cartula privata dimostra la coesione all’interno del gruppo per la reciproca assistenza negli affari privati.

[22] CDC. vol. I, n. XXXVI, anno 853; n. LXIV, anno 868; n. LXVIII, anno 869; n.  LXXVIII, anno 874.

[23] CDC. vol. I, n. XLV, anno 856; n. LXVII, anno 869; n. LXXVIII, anno 874; n. C, anno 884; n. CVI, anno 894. DELOGU, Il principato, cit., nota 67, p. 271.

[24] CDC. vol. I, n. XLV, anno 856; n. LXVII, anno 869.

[25] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868; n. LXXXVII, anno 882.

[26] CDC. vol. I, n. CXVII, anno 903.

[27] CDC. vol. I, n. CIII, anno 892.

 

La Chiesa di San Massimo Confessore

Nell’Italia meridionale del secolo VIII e IX, l’istituzione dell’ordinamento ecclesiale si sviluppò diversamente rispetto al resto della penisola, dove la diffusione del cristianesimo fu accompagnata dalla costruzione di una rete di chiese pubbliche, le plebes o pievi, dipendenti dal vescovo. Nel Mezzogiorno invece questa rete si presentava lacunosa, lasciando dunque spazio ad iniziative private quali furono appunto quella dei Longobardi a partire dal secolo VIII.[1]

Il diritto dei privati di edificare chiese sul proprio suolo e di nominarne gli officianti fu sancito in un concilio romano convocato nell’826, ma la peculiarità meridionale risiede nell’alienazione di tali edifici dall’autorità vescovile con carte di liberazione che prevedevano un risarcimento in denaro per il vescovo; una testimonianza della debolezza di quest’ultimo davanti ai principi e ai loro affiliati o forse solo un consenso scontato quello di vescovi sempre più spesso nominati tra i membri della famiglia principesca, o comunque tra persone ad essa vicine.[2]

 

La chiesa principesca

La chiesa di San Massimo Confessore è l’unica chiesa principesca del Mezzogiorno longobardo nel IX secolo.[3] Fu costruita da Guaiferio I sui possessi accumulati all’interno della città nell’area chiamata “plaium montis”, la parte più alta.[4]  CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Qui Guaiferio aveva costruito una “casa”[5] per sé e per i suoi e presso questa costruì la chiesa,[6] CDC TEXT Collegandola all’abitazione con un andito, forse l’ingresso per tutto il gruppo gentilizio. Di qui si accedeva ad un ambiente sottostante la chiesa, dove era l’altare di San Bartolomeo,[7] CDC TEXT una cappella privata, destinata ad una frequentazione più esclusiva.[8] Un altro ingresso, chiuso con dei cancelli, era invece sulla strada che conduceva al centro della città e destinato oltre ai sacerdoti, presumibilmente anche alla cittadinanza.[9]

Colonna dei BarbutiTre ingressi quasi a simboleggiare tre rapporti differenti: un ingresso che si apriva verso il cuore della città sulla platea proveniente dalla Porta de raspizzi, come simbolo del rapporto del principe con il popolo di Salerno, un secondo allo stesso livello della chiesa e quindi del popolo, ma con accesso dalla regiam, immagine del legame del principe con la consorteria, ed infine l’ingresso alla cappella, al di sotto della chiesa, simbolo del rapporto del principe con i consanguinei, come fondamenta su cui poggiavano gli altri due.

La chiesa intitolata a San Massimo, riconosciuta come fondazione del principe Guaiferio, compare per la prima volta nell’861 in qualità di destinataria di un’offerta fatta da un tal Antiperto,[10] CDC TEXT ma il diploma di fondazione del principe risale solo all’anno 868 a partire dal quale divenne un punto cardine del progetto di affermazione dinastica di Guaiferio I.

Nello scritto, il fondatore stabilì che nella chiesa si sarebbe celebrato il servizio divino per la consorteria a lui legata, momento concepito dallo stesso principe come un’occasione per ribadire l’appartenenza alla famiglia regnante e rinsaldare così i vincoli familiari.

Alla sua morte poi la chiesa avrebbe partecipato alla spartizione dell’eredità accanto ai membri della famiglia ed aggiunse che, in caso di estinzione della sua discendenza, la chiesa ne sarebbe divenuta l’erede universale.[11] CDC TEXT San Massimo dunque, come dice Huguette Taviani, “ …n’est pas seulement l’église d’un lignage, elle est en quelque sorte membre de ce lignage,…”.[12]

Il principe riserva per sé e per i suoi eredi il diritto di nominare il rettore della chiesa a condizione che il patrimonio rimanga integro, pena cento solidi costantiniani, altrimenti la nomina del rettore spetterà agli abati di San Benedetto e di San Vincenzo. Quest’ultima clausola, evidenzia la preoccupazione di Guaiferio di mantenere compatto il patrimonio fondiario della chiesa, in modo da assicurare una solida base al potere territoriale della sua dinastia.

 

Le donazioni del principe

Negli anni che seguirono la morte di Guaiferio I San Massimo continuò a godere del favore della famiglia regnante con i suoi discendenti.

Furono soprattutto la moglie Landelaica ed il figlio Guaimario I a contribuire in modo considerevole all’affermazione della chiesa, sia come simbolo della nuova dinastia che come centro di interessi economici per l’aristocrazia ad essa legata.

Quattro anni dopo la scomparsa del fondatore, la principessa vedova Landelaica ottenne dal vescovo di Salerno, Pietro, la libertà e l’esenzione della chiesa familiare e del suo abate. Ella sottraeva così definitivamente il patrimonio fondiario della chiesa dai confini dell’episcopio,[13] CDC TEXT mentre il figlio, il principe reggente Guaimario I, accresceva il patrimonio della chiesa di famiglia qui dirottando, con una serie di diplomi, beni spettanti al palatium.

Infatti qualche anno più tardi il principe concesse alla chiesa tutti i beni di Benenati e Ademario, morti senza eredi, ricordando che tali beni per legge sarebbero spettati al fisco, ma nel diploma giustifica l’eccezione attribuendo tale volontà alla madre, che lo esortò a donarli in perpetuo alla chiesa e a sottrarli all’autorità di giudici, conti, gastaldi e qualsiasi altro agente.[14] CDC TEXT

Questa sorta d’immunità, riservata ai beni destinati alla chiesa, trova conferma in un altro diploma di Guaimario I, che concede a San Massimo tutti i beni e le pertinenze di tal Lupo, servo di palazzo, figlio di Ragimperto, e di tutti i suoi familiari. Lupo fu riconosciuto colpevole di essersi alleato con i Saraceni quando assediarono la città; anche qui fu fatto divieto di entrare e di imporre angarie a qualsiasi agente, fosse longobardo come un gastaldo o sculdascio, oppure bizantino come un protospatario o uno spatario, insomma qualsiasi reipublice hactionarii.[15] CDC TEXT

Dunque con Guaimario I (880-901) e la madre Landelaica si assiste ad una più decisa politica di potenziamento della chiesa, che incamera beni destinati al palazzo, preoccupandosi di sottrarli alla giurisdizione di pubblici agenti, in una sorta di autoimmunità che il principe concede alla sua chiesa privata.

La via indicata da Guaimario I fu seguita anche dal figlio Guaimario II (901-946) che con il diploma del 903 dona alla chiesa di famiglia le proprietà dislocate tra Nocera, Agella e Nobara, ricevute dal defunto abate di San Massimo, Angelo;[16] CDC TEXT su queste lascia i due diaconi Odelchiso e Liotardo, a cui probabilmente l’abate Angelo aveva concesso la terra dove ora risiedevano, a patto però che non abbandonino il monastero.[17] CDC TEXT

L’abate era proprietario delle mura dell’edificio della chiesa e custode dei suoi beni, quindi in qualche modo un dominus, e la metà ora ceduta dal principe alla chiesa potrebbe rappresentare la quota dell’abate. In questo modo, il ritorno delle quote degli abati di San Massimo nelle mani del principe e da lui girate nuovamente alla chiesa potrebbe essere la pratica che permetteva di mantenere compatto il patrimonio della chiesa privata, così come indicato dal fondatore.

L’ultima donazione destinata alla chiesa da parte della famiglia dei Dauferidi fu quella del principe Gisulfo. Anche lui, come i predecessori, dirotta verso la chiesa i beni del fisco, questa volta si tratta di proprietà rimaste senza eredi congiunte all’edificio della chiesa.[18] CDC TEXT

Se durante i regni dei due Guaimari la chiesa e la dinastia sembravano un corpo unico che perseguiva lo stesso fine, sotto il governo di Gisulfo l’ente ecclesiastico cominciò ad apparire come una potenza autonoma non più legata al palazzo, o almeno ai membri della dinastia che lo abitava. Infatti, nonostante i discendenti di Guaiferio siano riconosciuti come domini fino al 988 per essere poi sostituiti dai parentes dell’abate Maione e più tardi da quelli di Adelferio,[19] le avvisaglie di un cambiamento si avvertono già un ventennio prima: esattamente nel 966, quando la famiglia del fondatore si scontra con la chiesa davanti a Pietro e Gaido giudici, per alcuni beni inclusi nel testamento di Dauferio figlio di Guaimario che la chiesa rivendica come propri.

La causa è intentata dal marito di una delle due sorelle di Dauferio che denuncia la sottrazione di alcuni oggetti preziosi dall’eredità lasciatagli dal fratello. Questo aveva disposto che le sue sostanze spettassero alle sorelle dopo la morte della madre Rodelgrima, aggiungendo che il patrimonio doveva rimanere integro. Secondo il difensore della chiesa fu proprio Rodelgrima a non rispettare la volontà del figlio donando una parte delle sue sostanze alla chiesa prima di morire. Proprietà che viene riconosciuta all’ente dalla sentenza dei due giudici.[20] CDC TEXT

Un fatto anomalo questo, visto che la famiglia di Dauferio e Rumelgaita era certamente legata alla cerchia dei Dauferidi, come indicano i richiami onomastici ed il titolo di gastaldo rivestito da più membri della stessa famiglia.[21] CDC TEXT ; CDC TEXT

Indice del cambiamento avvenuto nella politica della chiesa è certo rappresentato dalla contemporanea apparizione di nuovi nomi nella schiera dei domini della chiesa accanto a quelli dei discendenti del fondatore, che tendono invece a scomparire negli anni seguenti.[22]


Le offerte dei privati

Rispettando la tradizione delle chiese private alto medievali, San Massimo al momento della fondazione fu dotata dal proprietario di un vasto patrimonio, frutto degli acquisti fatti da Guaiferio negli anni precedenti l’incarico di principe, destinato al sostentamento di “debiles et pauperibus et viduis”.[23] CDC TEXT Da questo primo nucleo di base, la chiesa dinastica estese il suo patrimonio, grazie alle donazioni principesche, e a numerose offerte di beni provenienti da privati, desiderosi di salvare la propria anima.[24] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

La minaccia saracena.

Le offerte dei privati si concentrano soprattutto nell’ultimo trentennio del IX secolo e all’inizio del successivo e coincidono con gli anni in cui il principato fu più colpito dalle invasioni saracene, mentre tendono a diradarsi nel periodo seguente.

Ad esempio, nell’872 Walfa, rimasta vedova e in fin di vita, offre alla chiesa le proprietà che aveva dentro e fuori la città di Salerno, ormai assediata dai Saraceni, come lei stessa testimonia, lamentando l’impossibilità del fratello di entrare in città per rappresentarla come mundoaldo.[25] CDC TEXT; CDC TEXT

È naturale pensare che nel suo caso i Saraceni alle porte rappresentino un incentivo per assicurarsi la pace dell’anima, ma è certo che con questa si otteneva anche la protezione di un importante ente ecclesiastico, atto a difendere terra e uomini nelle proprie pertinenze grazie alla protezione accordata dalla casata principesca. D’altra parte bisogna considerare che l’invasione musulmana dell’872 fu più cruenta delle precedenti. I principi longobardi si trovarono soli e in disaccordo ad affrontare il comune nemico all’indomani del sequestro dell’imperatore Ludovico II da parte del principe di Benevento, Adelchi.

La partenza dal Mezzogiorno dell’esercito franco, che per anni aveva combattuto al fianco dei Longobardi, creò una falla nella difesa salernitana. Gli stessi proprietari fondiari non erano in grado di difendere i propri patrimoni dall’interno delle mura dei centri abitati dove solitamente risiedevano;[26] è naturale dunque che la chiesa di San Massimo si presenti come un rifugio sicuro per coloro che cercavano di mantenere intatti i propri possessi. In fondo per gli offerenti la vita quotidiana non ne risentiva, visto che quasi tutte le cessioni prevedevano l’usufrutto in vita per i proprietari ed i loro eredi o per chiunque vi abitasse.[27]

 
La seconda ondata saracena

Dopo un decennio di relativa stabilità politica, che permise di difendere meglio i territori del principato con l’aiuto dei Bizantini, l’ennesimo episodio della guerra tra Capua e Napoli, nell’882, portò nuovamente le bande mussulmane a scorrazzare per le campagne salernitane.[28]

Il ritorno dei Saraceni è accompagnato dalla ripresa delle offerte alla chiesa di Salerno, assenti invece nei dieci anni precedenti. Il tenore delle due offerte, redatte nel medesimo anno, è lo stesso di quelle viste più sopra: offerta di tutti i beni per la salvezza dell’anima e usufrutto della terra donata.[29] CDC TEXT ; CDC TEXT Di queste, l’offerta di Grisepergo, figlio di Lupo, stabilisce la proprietà della chiesa anche sui beni del figlio Pietro in caso questo muoia senza eredi; Pietro è probabilmente uno dei tanti dispersi di guerra, quasi tutti destinati al mercato di schiavi, e le sue proprietà in caso di non ritorno sarebbero spettate al patrimonio pubblico, come stabilito dalla legge, ma l’assoluzione del principe permise invece di cambiare il destinatario a favore della chiesa.[30] CDC TEXT

Un caso simile è quello presentato dall’offerta dei beni appartenenti a Teoperga destinati alla chiesa di San Massimo. Anche la donna, infatti, lo stesso anno, chiede l’assoluzione del principe per procedere alla spoliazione del suo patrimonio, altrimenti di proprietà del fisco per assenza di eredi.[31] CDC TEXT

L'impresa del Garigliano

Qualche anno più tardi, in coincidenza dell’attacco longobardo alla fortezza araba del Garigliano, assistiamo all’aggiunta di particolari clausole nelle carte di donazione.

La chiesa offre un’ulteriore attrattiva ai proprietari terrieri: la possibilità di recedere dal contratto in caso di ritorno degli eredi dispersi. E’ ciò che mostra una carta redatta dallo stesso Giovanni notaio nel 912, che offre metà dei suoi beni alla chiesa preoccupandosi di garantire al figlio Merdulo, catturato dai Saraceni, la sua parte in caso di ritorno, parte comunque destinata all’ente in mancanza degli eredi di Merdulo.[32] Quindi un modo per evitare che il fisco incamerasse definitivamente le proprietà di Merdulo, ma soprattutto un accorgimento per mantenere compatto il patrimonio di famiglia ancora gestito da Giovanni sotto la tutela dell’ente salernitano.

Evidentemente, gli anni trascorsi avevano visto il ritorno di molti uomini dati per dispersi nella confusione che regnava allora su tutto il territorio, e la sorpresa di questi di ritrovarsi senza proprietà da ereditare, perché ormai appartenenti alla chiesa del principe o al palazzo, aveva spinto San Massimo a trovare nuove formule per mantenere il ruolo di sicuro custode.

 
Le offerte degli ecclesiastici

Molte delle offerte destinate alla chiesa di San Massimo provenivano da coloro che indossavano l’abito monacale all’interno dell’ente. Ne è un esempio l’offerta di Pietro che al momento di entrare nel monastero donò i beni posseduti in una località chiamata Terme, vicino Nocera, inclusa la parte della moglie consenziente, Anghelsenda; a questi aggiunse cinquanta solidi, forse l’equivalente del resto del patrimonio non compreso nella donazione.[33] Si trattava probabilmente della dote da consegnare alla chiesa al momento dell’entrata nel monastero a seconda delle possibilità di ognuno.

Un documento mostra addirittura un’intera famiglia composta da tre elementi, padre e madre monaci, e il figlio Giovanni chierico, offrire tutti i beni che avevano nella città di Salerno e ad Agella, vicino Nocera, ereditati dai nonni di Giovanni, per un ammontare complessivo di trenta solidi. In realtà questa donazione segue di qualche mese un contratto d’affitto che i tre, già membri del monastero, avevano stipulato con l’ente per una terra nella stessa Agella. Ciò dimostra che la famiglia di Giovanni mantenne i propri possedimenti privati al di fuori del patrimonio di San Massimo pur facendone parte, e solo più tardi decise di offrirla alla chiesa perché non vi erano discendenti che potessero ereditarla.[34] Non era dunque una dote questa, ma una vera e propria spoliazione di tutti beni, per una famiglia già legata all’ente dinastico da un contratto d’affitto.

Il patrimonio in questione è una parte del lascito dei discendenti di Leone figlio di Selberamo, di cui il chierico Giovanni rappresenta l’ultimo erede. Tale patrimonio è frutto di svariate transazioni economiche fatte da Leone ed i suoi fratelli prima, e dai loro figli poi, nel corso del IX secolo. La proprietà dei beni offerti dalla famiglia di monaci però sarà oggetto di numerosi processi che impegneranno la chiesa nel corso del X secolo.

Le proprietà controverse

Nel 947 Pietro, franco di nascita, rivendica la proprietà dei beni situati ad Agella, appartenuti alla famiglia di Iohannelgari, padre del chierico Giovanni. Presentatosi a palazzo, con il suo avvocato Guaiferio, mostra ai giudici ciò che rimane di un precetto del principe Guaimario con cui entrava in possesso delle suddette proprietà. Dal canto suo l’abate mostrò il documento con cui la famiglia di Iohannelgari offriva alla chiesa le proprie sostanze, aggiungendo che queste pervennero integre entro i confini del patrimonio di San Massimo perché gli offerenti non avevano eredi. La sentenza cui pervennero i giudicanti in questa occasione fu favorevole alla chiesa, in quanto non fu riconosciuta la potestà del principe di donare una terra già offerta.[35]

Cinque anni dopo a palazzo fu discussa un’altra causa per stabilire la proprietà degli stessi beni ad Agella. Questa volta li rivendica Giovanni, fratello del franco Pietro, che ricorda di essere già andato in giudizio contro il presbitero Maraldo, beneficiario della terra per conto della chiesa, in questa occasione rappresentata dal gastaldo Maione in veste di avvocato. Allora i giudici avevano stabilito la proprietà della chiesa come frutto della donazione dello stesso Iohannelgari. La sentenza conferma ora la precedente, attribuendo la proprietà alla sola chiesa, che pone come mediatori sette sacerdoti.[36] Il numero dei mediatori, che rappresenta un’eccezione, in questo caso è certo dovuto all’importanza del patrimonio, la cui entità si può ricostruire dall’esame delle numerose compravendite portate a termine dal gruppo parentale di Selberamo e dallo stretto legame che legava la famiglia di Agella alla chiesa di San Massimo dal tempo dell’abate Angelo.[37]

Tutti i giudizi che impegnano la chiesa sembrano standardizzati, sia per le accuse mosse all’ente, sia per le sentenze finali. Vale a dire che nei giudizi le sentenze non riconoscono mai i contratti precedenti l’offerta alla chiesa. In questo modo molti piccoli proprietari, a cui non furono riconosciuti acquisti o eredità, si ritrovarono nella condizione di continuare a risiedere nella terra contesa come semplici contadini dipendenti.

Un’altra proprietà controversa è quella dei beni appartenuti ad Urso del fu Rademprando residente in Nobara, vicino Nocera.[38] Questi furono dati in custodia ad un certo Ermeperto con altre proprietà all’interno della città di Salerno, affinchè fossero donati alla chiesa salernitana in cambio di messa e orazioni per la famiglia del donatore.[39]

Circa venti anni dopo, la figlia di Ermeperto, Erchensenda, si presentò con l’abate Angelo davanti ai giudici per confermare la delega del padre da parte di Urso che lei stessa aveva firmato e quindi la piena proprietà della chiesa.[40] Il fondo in Nobara nel 902 fu rivendicato dall’atraniese Giovanni, come proprietà ricevuta dal palazzo, tramite un breve che mostrò ai giudici.[41] La causa finalmente si concluse l’anno seguente con la wadia, simbolo del raggiunto accordo tra le parti sancito dal diritto longobardo,[42] scambiata tra Giovanni e l’abate davanti ai gastaldi Landenolfo e Pandone.[43]

 
I giudizi

I giudizi in cui fu coinvolta la chiesa si moltiplicano nella metà del X secolo. In quel tempo il suo patrimonio si era già esteso per tutto il territorio salernitano facendone una potenza economica. Ma questa data coincide anche con la perdita di fiducia tra la cerchia dei piccoli proprietari che non sembrano più interessati a salvare la propria anima offrendole i loro beni.

In effetti la stagione della chiesa come sicuro rifugio è tramontata da tempo, sostituita ora dall’immagine di una chiesa che avida di terre estende i propri confini a danno dei piccoli proprietari. Gli esempi sono costituiti da tutti quelle controversie nate tra la chiesa ed i proprietari delle terre confinanti.[44] San Massimo insomma si conferma come l’unico caso di grande proprietà fondiaria presente nel panorama salernitano, fatta eccezione per il patrimonio fiscale, seppur quest’ultimo sia mal documentato nelle fonti cavensi.

 

 I contratti

I benefici dei presbiteri

Tra la fine del IX e l’inizio del X secolo il patrimonio di San Massimo si estende in modo incoerente per larga parte del territorio salernitano. Le donazioni del principe e le offerte di privati disegnano una proprietà frammentaria, a macchia di leopardo. Più il detto patrimonio si allargava, più la gestione affidata alla consorteria risultava complessa.

Fu quindi necessario avere un controllo diretto sulle terre più lontane, per questo nei documenti si ritrovano spesso dei benefici personali concessi dall’ente ad alcuni suoi presbiteri, come avviene tra l’abate Adelferio ed il presbitero Urso, che riceve in beneficio un appezzamento di terra con vigna e alberi da frutto, confinante con la chiesa di San Genuario in un luogo detto Balle; il beneficio, si legge nel documento, rimarrà agli eredi di Urso se questi entreranno nel monastero, altrimenti spetterà loro solo la metà della terra e dei proventi ed il resto sarà coltivato da un missus della chiesa.[45] Una proprietà concessa in perpetuo dunque a patto che il fondo rimanesse entro il patrimonio della chiesa e gestito da suoi affiliati.

I presbiteri, cui erano affidate portiones del patrimonio ecclesiastico, avevano piena libertà di amministrarle, purché corrispondessero i tributi dovuti alla chiesa tramite suoi missi inviati in occasione della vendemmia. Vediamo infatti, in un documento precedente quello di Urso, un altro beneficio in Montoro affidato dalla chiesa al presbitero Maghenolfo che a sua volta, con l’approvazione dell’abate Maione e del suo avvocato il conte Pietro, un dominus della chiesa, lo affitta a Maraldo per dieci anni in cambio di un terzo della legna proveniente dal castagneto qui piantato.[46]

Contratti di questo genere si fanno più frequenti intorno alla metà del X secolo.[47] Le zone interessate sono Montoro, vicino Rota, e Puteum regente nelle pertinenze di Nocera, ai confini settentrionali del principato. Tutte le transazioni prevedono un canone in natura per il rappresentante della chiesa, cioè chi manteneva il beneficio. Questo poteva variare dalla metà ad un terzo dei prodotti secondo la pratica agricola cui era destinato il luogo. Le più frequenti in questa metà di secolo sembrano la viticoltura e l’essiccazione delle castagne, solo più tardi si affermò l’olivicoltura.[48]

Le quote dei canoni sembrano standardizzate in metà dei prodotti della vendemmia e dei frutti, mentre è richiesto un terzo delle castagne. A queste si aggiunge solo nel X secolo il terraticum, “secundum consuetudine ipsius loci”.[49]

Per la zona di Montoro invece, nel 968, ancora il presbitero Maraldo offrì agli affittuari la possibilità di sostituire il canone annuale con quattro tarì in coincidenza della festa di San Martino, evidentemente il patrono locale.[50]

Più elastici sembrano i contratti, che variano da tre a dieci anni, legati sicuramente ai cicli agricoli, presenti nella documentazione relativa alla seconda metà del secolo X.[51]

I benefici individuali o prebende sono, secondo la condivisibile analisi di Bruno Ruggiero, un correttivo alle numerose locazioni a tempo indeterminato che offrivano spesso ai concessionari la possibilità di sottrarre alla chiesa i territori coltivati. Da soluzione vantaggiosa per la gestione del patrimonio, i benefici però divennero presto attrazioni esclusivamente economiche per interi gruppi familiari che si radicarono sul fondo trasmettendolo di padre in figlio, come abbiamo visto per la carta del 901 riguardante il beneficio concesso ad Urso.

L’introduzione delle prebende ai presbiteri, secondo lo studioso, portarono questi nuclei, verso la fine del X secolo, ad assomigliare più a degli intraprendenti piccoli proprietari che non a membri dell’ecclesia, quasi a sottolineare il carattere economico della fondazione dinastica che in poco più di un secolo si era trasformata in una complessa azienda fondiaria.[52]

 
Le locazioni

Le terre più vicine alla capitale invece erano gestite tramite normali contratti, di durata variabile, stipulati dalla chiesa con uomini liberi.

All’inizio del X secolo le transazioni dovevano essere molto vantaggiose per gli affittuari che si impegnavano in nuove colture, almeno a giudicare da quella fatta, nel 913, dall’abate Giovanni a Benedetto, figlio di Adelferio. Questo non prevedeva nessun tributo da versare alla chiesa per i primi tre anni e solo allo scadere di questi Benedetto aveva l’obbligo di cedere la metà del vino prodotto.[53]

Tre anni era il periodo di tempo necessario alla vite piantata di crescere, quindi la chiesa rinuncia al canone per agevolare le condizioni degli affittuari che si impegnavano a migliorare la sua terra. D’altronde lo stesso affittuario avrebbe goduto dei frutti della nuova coltura per i sette anni successivi.

Tutti gli affittuari erano tenuti a risiedere e a lavorare l’appezzamento loro assegnato ed in qualche caso a costruirvi l’abitazione di residenza.[54]

I canoni concordati variano nelle stesse proporzioni di quelli visti sopra, così come le colture sembrano le stesse per tutto il territorio in questione. Le principali erano la coltura dei cereali, molto sfruttata in pianura per dissodare i terreni paludosi, perché offriva contemporaneamente più stagioni produttive grazie alla rotazione di frumento e maggese, la coltivazione di vari alberi da frutto un po’ ovunque, la viticoltura a livello collinare, ed infine a quote più alte si coltivavano i castagneti.[55]

Le diverse colture potevano coesistere, ma certo i vigneti sembrano onnipresenti nel X secolo e lì dove non ve ne fossero ancora venivano stipulati contratti di pastinato, cioè veniva stabilito l’obbligo per l’affittuario di piantare viti. E’ il caso di due appezzamenti nei pressi di Nocera che sono affidati ad Amato, figlio di Adelgrimo, per nove anni affinchè pianti sulla terra vacua alberi da frutto e viti. Un terzo dei prodotti delle nuove piantagioni ed il consueto terratico, si legge, sono destinati al cellarium di San Massimo.[56]

Un secondo contratto di pastinato riporta le stesse condizioni per la durata di dieci anni.[57] Ciò che accomuna i due contratti oltre alle finalità cui sono preposti, è la posizione delle terre affittate in zone limitrofe, ancora Puteum regente e Montoro, tra Rota e Nocera. Proprio gli stessi luoghi che la chiesa credeva meglio gestire direttamente attraverso un presbitero, come abbiamo visto più sopra. In effetti i contratti di pastinato sono i più adatti a luoghi non vigilati dai proprietari come potevano essere questi, in quanto era nell’interesse dell’affittuario far produrre una terra che lui stesso aveva piantato dopo i primi anni di sacrifici senza frutti.

Infine in tutti i contratti, si legge, l’annuale riscossione dei canoni era affidata ad agenti della chiesa, i missi, che i detentori della terra erano obbligati ad alloggiare e mantenere nella propria casa.

 

I vertici della chiesa

Gli avvocati

Nei giudizi che vedono coinvolta la chiesa e nei contratti da questa stipulati figurano sempre degli avvocati che con l’abate la rappresentano. I contratti scritti in loro presenza potrebbero indicare un ruolo più attivo nella gestione del patrimonio dell’ente, anche se dai documenti non è possibile stabilire quali. Tra questi solo alcuni sono definiti “domini ipsius ecclesie”, cioè rappresentano i proprietari di una parte del patrimonio di San Massimo accanto agli eredi di Guaiferio.

Il primo dominus-avvocato che incontriamo è il conte Pietro, che con l’abate Maione concede al presbitero Maghenolfo l’assoluzione per affittare la terra che quest’ultimo teneva in beneficio per conto della chiesa.[58] Più tardi troveremo un altro Pietro con il titolo di gastaldo a rappresentare la chiesa come dominus e avvocato.[59] Infine un altro difensore è indicato con i due termini, si tratta del gastaldo Truppoaldo.[60]

Ciò però non è sufficiente per identificare gli avvocati con i domini, gli stessi esempi presentati ne sono la dimostrazione proprio perché l’essere dominus della chiesa viene specificato chiaramente all’interno dei tre documenti, mentre in tutti gli altri viene taciuto. Ciò non avrebbe senso se i due termini fossero solo sinonimi. Si potrebbe pensare invece che la carica di avvocato fosse rivestita a rotazione da più persone di fiducia dell’abate e dell’ecclesia, e solo in rari casi intervengano direttamente i proprietari, i domini, nello svolgere questa funzione puramente giuridica.[61] In questo caso si dovrebbe rivedere l’identificazione tra avvocato e dominus avanzata dalla Taviani, la quale sostiene che l’avvocato fosse scelto in base alla consistenza del suo patrimonio nel fondo comune di San Massimo.[62]

 I "domini" di San Massimo

I domini della chiesa dinastica oltre che nella cerchia dei familiari del principe sono rintracciabili nelle file degli ufficiali pubblici, come indica il titolo di gastaldo che compare al posto del patronimico di Pietro e Truppoaldo, gli stessi ufficiali che vediamo in altre occasioni comparire con il titolo di giudice in giudizi tenuti nella capitale. Essi sono dunque da identificare con gli uomini fidati del principe, con quella burocrazia di palazzo, in formazione durante il governo della prima dinastia salernitana, che avrebbe dovuto sostenere il potere del principe slegandolo dall’aristocrazia radicata nei distretti del principato. La partecipazione di questi uomini alla gestione della chiesa del principe come domini potrebbe così indicare l’attenzione rivolta alle disposizioni del fondatore da parte dei suoi eredi, che fece della chiesa di San Massimo un centro di coesione e di raccordo di tutto il gruppo parentale dei Dauferidi e delle famiglie su cui si basava il loro potere.

I domini, dunque, coincidono con l’entourage del principe e con lui partecipano alla fortuna del patrimonio della chiesa che viene così ad assumere una valenza ideale oltre che economica. San Massimo Confessore rappresenta quindi il centro di raccolta dell’aristocrazia principesca e allo stesso tempo il simbolo della continuità dinastica, come voluto da Guaiferio I.[63]

La prova dell’importanza simbolica della chiesa è evidente dopo l’estinzione della dinastia del fondatore, quando tra i domini appaiono i nuovi principi, prima Pandolfo Capodiferro, poi Giovanni II e Guido, i fondatori della seconda dinastia. Il primo è legittimo erede della chiesa essendo stato associato al trono da suo figlio Pandolfo, adottato precedentemente dall’ultimo discendente di Guaiferio I, mentre i secondi sembrano cercare una legittimazione del loro potere attraverso i simboli della dinastia precedente, come indicherebbero anche i nomi dei loro successori: Guaiferio e Guaimario.[64]

Il ruolo di simbolo dell’unità dinastica, mantenuto dalla chiesa per oltre un secolo, testimonia indirettamente l’integrità del vasto patrimonio di proprietà dell’ente. Probabilmente non tutti i domini che compaiono all’interno dei documenti partecipavano alla spartizione del patrimonio, destinato ai soli discendenti come voluto da Guaiferio. Essi forse, detenendo una quota maggioritaria del patrimonio, evitarono il frantumarsi di questo in tante sortiones, più o meno grandi, come avveniva per gli altri patrimoni di famiglia. Solo in questo modo si sarebbe potuta mantenere l’unità della massa dei fondi di pertinenza della chiesa ed averne così un indubbio vantaggio economico per la consorteria che li gestiva in comune, oltre al prestigio di appartenere alla cerchia del principe.

Come l’affermazione del potere della prima dinastia fu simboleggiata dalla chiesa privata, così in essa si rispecchiò il suo declino, al tempo del principe Gisulfo I. L’ultimo dei Dauferidi non fu in grado di presentarsi alla compagine come capo indiscusso a causa dell’opposizione interna alla sua stessa famiglia e alla pressione del Capodiferro; il suo trono traballa e con lui i patti di solidarietà tra i maggiorenti che si rinnovano con alleanze matrimoniali al di fuori della cerchia già collaudata. Ecco allora comparire i parentes di Maione, così potenti da ordinare abate uno di loro fino a fondersi con un’altra famiglia di domini della chiesa, quella dell’abate Adalferio attraverso un’alleanza matrimoniale.[65]

 
Gli abati

L’abate era preposto alla conduzione spirituale ed economica della chiesa di San Massimo. L’officiatura spettava esclusivamente ai proprietari della chiesa, cioè a Guaiferio e ai suoi eredi come voluto dallo stesso fondatore. Proprio quest’ultimo dà chiare indicazioni per la scelta del sacerdote che doveva possedere qualità morali largamente condivise e non essere il frutto di una scelta arbitraria dei proprietari, magari intenzionati a sottrarre parte del ricco patrimonio che Guaiferio aveva destinato all’ospizio.

Nel 903 erano ancora gli eredi di Guaiferio I a scegliere l’abate come dimostra il memoratorium fatto al presbitero Madelgaro dai figli del principe fondatore, Arechi e Dauferio.[66] Madelgaro diviene il nuovo abate della chiesa della famiglia principesca dopo la scomparsa dell’abate Angelo,[67] e come tale giura di reggere e dominare la chiesa, il clero e gli uomini, di reggere e governare oro e argento, codici, ornamenti e ogni sostanza ad essa appartenente, inclusi case, mobili e servi, inoltre è tenuto a comprendere nel patrimonio della chiesa la metà dei suoi beni, mentre del rimanente può farne ciò che vuole.[68]

Le carte non permettono di stabilire esattamente la durata del suo mandato, ma è certo che il suo posto nel 909 era ricoperto da Giovanni, anch’egli presbitero, che lo terrà fino al 918.

Tra gli obblighi di Madelgaro, e con ogni evidenza di tutti gli abati, c’era quello di resedere et habitare in ecclesia, probabilmente in una delle case costruite intorno alla chiesa, e dunque al palazzo, dallo stesso Guaiferio.[69] Del resto la figura dell’abate fungeva da anello di congiunzione tra la famiglia del principe ed il clero della chiesa costituito da presbiteri, chierici e diaconi di varie estrazioni sociali. Alcuni infatti erano schiavi liberati come i primi ecclesiastici designati da Guaiferio, altri invece provenivano dal ceto dei possesores come Iohannelgari e la sua famiglia.

Per quanto riguarda l’estrazione sociale dell’abate le carte non forniscono sufficienti elementi per trarre delle conclusioni certe. Il primo abate nominato da Guaiferio, Arniperto presbiter, secondo Ruggiero è da identificare con “amiperto clericus de liburie filius carunci” che figura tra i servi già avviati alla carriera ecclesiastica e liberati dal principe nell’868.[70] Un’origine umile dunque quella del primo abate della chiesa principesca, dettata forse dalla fedeltà dovuta all’ex padrone oltre che dalle qualità morali così importanti per Guaiferio, mentre negli anni successivi gli abati furono scelti tra le file dei soli presbiteri.

Qualche notizia in più è possibile rintracciare per l’abate Angelo (894-903) che potrebbe essere riconducibile ad uno dei gruppi parentali meglio documentati dalle carte salernitane, quello dei discendenti di Selberamo, già ricordati nell’ambito delle offerte da parte dei nuovi monaci.

L’abate Angelo

Infatti l’abate Angelo si potrebbe identificare con Angelperto figlio di Leone, nipote dunque di Selberamo. A confermare l’identificazione potrebbe essere il testamento dello stesso Angelperto, che si definisce presbitero e abate, in cui lascia la metà delle sue proprietà, nella località detta Agella, alla cognata Sicha, vedova di Giovanni e al fratello Leomperto, mentre l’altra metà è destinata alla chiesa ubi ego habitare debuero. Che si tratti della chiesa di San Massimo è chiaro in un secondo documento, il quale riporta un giudizio avvenuto dopo la morte di Angelperto in cui si ricorda la sua volontà di aggiungere al lascito fatto ai familiari e alla chiesa un’offerta di cinquanta solidi a quest’ultima per la salvezza della sua anima; offerta che un breve dimostra essere stata consegnata a Dauferio, figlio del principe Guaimario I, un dominus della chiesa di San Massimo come abbiamo visto nella nomina di Madelgaro.[71] Un’ulteriore prova ad avvalorare la tesi che Angelperto e Angelo sono la stessa persona potrebbe provenire dalla coincidenza dei due patrimoni in Agella, che riportano gli stessi confinanti. Lo si legge in un diploma del principe Guaimario I che, nel 903, offre alla chiesa privata i beni dell’abate Angelo elencandone i confini, gli stessi riportati nel testamento di Angelperto. Questo confermerebbe quindi che si tratta della base fondiaria degli eredi di Selberamo di Agella, la quale nel 923 fu inglobata interamente nei confini di San Massimo tramite un’offerta fatta dal nipote di Angelperto-Angelo, il monaco Iohannelgari.

Se tale ricostruzione è veritiera, essa dimostrerebbe la connessione tra la chiesa della dinastia di Guaiferio ed i maggiori proprietari fondiari del principato, dai quali probabilmente provenivano gli abati della chiesa. Se così fosse e se il memoratorium di Madelgaro costituisse la regola per gli obblighi del rettore, ad ogni nuova nomina vi sarebbe un considerevole incremento del patrimonio di San Massimo, ma soprattutto una forte interazione tra possessores e palazzo. In questo modo la chiesa privata, fondata dal principe Guaiferio nei primi anni del suo principato, costituirebbe il simbolo e la base dei legami intessuti dalla prima dinastia ai livelli più alti dalla società salernitana, costituendo il perno su cui ruotavano gli interessi di fideles e consanguinei, i domini, e dei possessores, gli abati.

 



[1] B. RUGGIERO, Principi, nobiltà e Chiesa nel Mezzogiorno longobardo. L’esempio di San Massimo di Salerno, Napoli 1973, pp. 29-31.

[2] Ivi, pp. 31-32.

[3] Unico precedente di fondazione principesca è il monastero di S.Pietro fondata dalla principessa Teoderata fuori le mura di Benevento il secolo precedente: PD. HL, l. VI, c. 1, p. 211.

[4] CDC. vol. I, n. XXXIII, anno 849; n. XLIV, anno 856; n. LXV, anno 868.

[5] A. MELUCCO VACCARO, I Longobardi in Italia, Milano 1988, p. 208. Secondo la studiosa si tratta di un nuovo palazzo costruito dal principe.

[6] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868, nel diploma di fondazione si parla di chiesa, di monastero, di ospizio e di cappella. Negli anni seguenti i termini chiesa e monastero si alternano nelle fonti, indicando sempre lo stesso ente privato dei Dauferidi, e solo più tardi sarà utilizzato quello di cappella, più facile da identificare come separata dalla chiesa e indicante certo l’ambiente sottostante la chiesa, lì dove era l’altare di San Bartolomeo.

[7] Ibidem

[8] DELOGU, Mito, cit., pp. 144-145.

[9] Ivi, p.145. Secondo Paolo Delogu la chiesa di San Massimo si pone come fattore di urbanizzazione della zona indicata dall’autore intorno ad uno dei principali assi della circolazione urbana, in collegamento con le vie esterne.

[10] CDC. vol. I, n. LXI, anno 865. Antiperto concede alla chiesa, retta all’epoca da Arniperto, l’uso dell’acqua che passava attraverso la sua terra per alimentare il mulino precedentemente donato alla chiesa da Ioseb medico.

[11] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868.

[12] TAVIANI, Le pouvoir princier, cit., p. 15.

[13] CDC. vol. I, n. LXXXVII, anno 882, il vescovo mantiene comunque il diritto di promuovere ai sacri ordini gli ecclesiastici di San Massimo e di consacrare nuovi altari e nuove chiese erette sul suolo appartenente alla chiesa del principe.

[14] CDC. vol. I, n. CI, anno 886.

[15] CDC. vol. I, n. CXI, anno 899.

[16] CDC. vol. I, n. CXVII, anno 903.

[17] CDC. vol. I, n. CXVII, anno 903.

[18] CDC. vol. II, n. CCII, anno 959.

[19] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p. 50-51.

[20] CDC. vol. I, n. CCXXXV, anno 966, entro le mura della città e vicino Sarno.

[21] Appaiono altri documenti che mostrano la chiesa contro il palazzo, per delle terre concesse dai principi ai loro fedeli; in questi non vengono riconosciuti i brevi rogati nel palazzo perciò la proprietà viene riconosciuta alla sola chiesa. CDC. vol. I, n. CXIV, anno 902, n. CLXXIV, anno 947. Per Ruggiero queste cause indicano la mancanza di registri da parte del palazzo, mentre l’ordine degli scritti della chiesa permette sempre di dimostrare che le stesse terre le erano state offerte in precedenza: RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p 128.

La chiesa si rimpossessa dei suoi beni dopo la morte del principe, non riconoscendoli ai fedeli del defunto; infatti i brevi presentati risalgono sempre al principe precedente.

[22] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., pp. 53-54.

[23] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868.

[24] CDC. vol. I, n. LXXII, anno 872; n. LXXV, anno 872; n. LXXXIX, anno 882; n. XCVIII, anno 882; n. CV, anno 894; n. CVIII, anno 895; n. CX, anno 898.

[25] CDC. vol. I, n. LXXV, anno 872. Così forse la pensò anche il prete Rattiperto, residente a Nocera, che lo stesso anno si disfò delle proprietà acquistate a Puctiano, diventata forse irraggiungibile, in favore della chiesa San Massimo, n. LXXII, anno 872.

[26] G. GALASSO, Città campane nell’alto medioevo, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n. s., XXXVIII-XXXIX, 1958-1959, [estratto, Napoli 1960], pp. 18-19.

[27] Ad esempio Walfa chiede l’usufrutto per la madre Griseperga che abita sulle proprietà concesse alla chiesa.

[28] SCHIPA, Storia del principato, cit. pp. 140-141.

[29] CDC. vol. I, nn. LXXXIX, XCVIII, anno 882.

[30] CDC. vol. I, n. LXXXIX, anno 882.

[31] CDC. vol. I, n. XCVIII, anno 882.

[32] CDC. vol. I, n. CXXIX, anno 912, Giovanni notaio figlio di Martino è presente in altro documento scritto il giorno dopo le nozze con Orsa figlia di Urso, destinataria del tradizionale morgengabe equivalente all’ottava parte delle sostanze di Giovanni, n. XCII, anno 882.

[33] CDC. vol. I, n. CVIII, anno 895, la proprietà di Terme non era molto estesa a giudicare dalla pena pecuniaria di soli venti solidi. Altri esempi sono contenuti in n. CXXXVI, anno 919, n. CXLIV, anno 926.

[34] CDC. vol. I, nn. CXL, CXLI, anno 923.

[35] CDC. vol. II, n. CLXXIV, anno 947.

[36] CDC. vol. I, n. CLXXXI, anno 952.

[37] vedi cap. IV: Terra e società, pp. 63-64.

[38] Per il patrimonio di Ermeperto: nn. XIV, XXVIII, anno 824; n. LIX, anno 860.

[39] CDC. vol. I, n. LXXI, anno 872. Secondo Ruggiero la chiesa compone dei necrologi per i “benefattori degni di ricordo”: RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p. 25.

[40] CDC. vol. I, n. CV, anno 894.

[41] CDC. vol. I, n. CXVI, anno 902.

[42] ROTH. 360, 361, 362, 366; LIUT. 8, 15, 36, 37, 38, 39, 40, 61, 96, 128; RATCH. Prologo 5, 8.

[43] CDC. vol. I, n. CXVI, anno 902.

[44] CDC. vol. I, n. CXV, anno 902; n. CXVI, anno 902; n. CXXXV, anno 918; n. CLXXIV, anno 947; n. CLXXVII, anno 949; n. CLXXXI, anno 952; n. CCIX, anno 960; vol. II, n. CCXI, anno 960; n. CCXVI, anno 962; n. CCXXII, anno 963; n. CCXXX, anno 965; n. CCXXXIII, anno 965; n. CCXXXV, anno 966.

[45] CDC. vol. I, n. CXIII, anno 901.

[46] CDC. vol. I, n. C, anno 884.

[47] CDC. vol. II, n. CXCVI, anno 957; n. CCXL, anno 966; n. CCLVI, anno 968; n. CCLXXXI, anno, 975.

[48] CDC. vol. II, n. CCXLIX, anno 966.
[49] Un esempio: CDC. vol. II, n. CCLXXXI, anno 975.

[50] CDC. vol. II, n. CCLVI, anno 968; n. CCLXXIV, anno 971, qui però l’affittuario non è esonerato dal terratico.

[51] Ad esempio: CDC. vol. II, n. CCXL, anno 966; n. CCLXXXI, anno 971.

[52] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., pp. 142-145. Per Ruggiero questa è la prima causa di dissoluzione del patrimonio di San Massimo.

[53] CDC. vol. I, n. CXXXII, anno 913.

[54] Ad esempio: CDC. vol. II, n. CCXIX, anno 962, il contratto è per dieci anni.

[55] J. M. MARTIN, Città e campagna: economia e società (sec. VIII-XIII), in Storia del Mezzogiorno, Alto Medioevo, vol. III, a cura di G. Galasso e R. Romeo, Roma 1994, pp. 276-279.

[56] CDC. vol. II, n. CCXV, anno 962.

[57] CDC. vol. II, n. CCXVII, anno 962.

[58] CDC. vol. I, n. C, anno 884.

[59] CDC. vol. II, n. CCXXXIX, anno 966, n. CCXLVIII, anno 966.

[60] CDC. vol. II, n. CCXC, anno 976; n. CCXCV, anno 977.

[61] Sono notai: Alderisso nn. CLXXIV, CLXXVII, CXC, CXCVI, anni 947, 949, 956, 957; Romoaldo: nn. CCVI, CCIX, CCXI, CCXXIV, CCXXX, CCXXXIII, CCXLIII, CCXLIV, CCXLIX, CCLIII, anni 959, 960, 963, 965, 966, 967; Riccardo: n. CCXVI, anno 962; Radechis: n. CCXVII, anno 962; Dauferio tutorem: n. CXV, anno 902; Radelgardo sculdascio: n. CXXXII, anno 913; Guaiferio comes et thensaurarius: n. CLXXXI, anno 952; Guisone subdiaconus et notarius: n. CXXIV, anno 962; sono gastaldi: Pietro, nn. CCXIX, CCXXXV, CCXXXIX, CCXL, anni 962, 966; Truppoaldo: nn. CCXC, CCXCV, anni 976, 977.

[62] TAVIANI, Le pouvoir princier, cit., p. 16.

[63] Ivi, cit., p. 18.

[64] TAVIANI, Le pouvoir princier, cit., pp. 16-17. La Taviani va oltre questa considerazione ventilando l’ipotesi che possa esistere una parentela tra i discendenti di Guaiferio I, che lei identifica con un Guaiferio gastaldo qui avvocato e dominus, e la nuova dinastia sulla base di una concessione del 984 per la quale era stata chiesta l’assoluzione ai principi Giovanni II e Guido anch’essi domini della chiesa; in realtà lei stessa afferma l’impossibilità di trarre una conclusione certa su di un solo documento, ma dimostra di non credere al semplice passaggio di proprietà.

Un’altra prova del valore simbolico assunto da San Massimo per la seconda dinastia è che questa non avrebbe bisogno di riconoscersi nella chiesa di famiglia di Guaiferio I avendone fondata una per sé, la chiesa di Santa Maria de domno, anch’essa all’interno della città e vero oggetto di attenzioni da parte del principe, mentre la chiesa di San Massimo accusa i segni dell’incuria: DELOGU, Mito, cit., p. 147.

[65] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p. 50-53.

[66] Gli abati provengono tutti dalle file dei presbiteri, fatta eccezione per Maione chierico, CDC. vol. I, n. C, anno 884.

[67] CDC. vol. I, n. CXVII, anno 903.

[68] CDC. vol. I, n. CXIX, anno 904.

[69] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868.

[70] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p. 34.

[71] CDC. vol. I, n. CXVIII, anno 903; n. CXX, anno 905.

 

Giudici e Gastaldi

Nei giudicati della seconda metà del IX secolo, i fideles di Guaferio compaiono come titolari delle funzioni giuridiche. Tale ruolo è specificato dal titolo di iudex, affiancato a quello di gastaldo. In realtà nella legislazione longobarda del secolo VIII l’amministrazione della giustizia era compresa nei più vasti poteri esercitati dal gastaldo nel suo distretto. Nelle carte meridionali la qualifica di giudice, aggiunta al titolo istituzionale, sembra dunque sottolineare la specificità di tale funzione.[1]

Come abbiamo visto, i primi a comparire con il doppio titolo di gastaldo e giudice sono Sicardo e Benedetto, presenti a Salerno nell’869 per tutelare la vendita di una proprietà femminile.[2]  CDC TEXT Altri gastaldi e giudici sono ad esempio Radelchi, Gaidone, Dauferio e Lademaro che presenziano contemporaneamente in un processo per la proprietà di una serva di palazzo, rivendicata dal marito e dalla principessa Landelaica.[3] CDC TEXT Il coinvolgimento di un membro della famiglia principesca giustifica in questo caso la presenza di quattro funzionari pubblici che rappresenta un’eccezione nelle carte salernitane.

A questi si alternano nelle stesse funzioni, esercitate individualmente, sculdasci e vicedomini, mentre a Nocera le funzioni giuridiche continuano ad essere prerogativa di agenti del luogo.[4]  CDC TEXT

Nella seconda metà del IX secolo, nelle carte rogate nella capitale è facile incontrare la coppia di agenti con il doppio titolo, impegnati nelle risoluzioni di liti tra proprietari privati o nella tutela di donne e bambini.[5] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Portano il doppio titolo di gastaldo e giudice Arechi e Adelgaro che presiedono un giudizio tenuto a palazzo nel 905 per stabilire la proprietà di alcuni beni appartenuti al defunto Angelperto presbitero, ora contesi dalla cognata Sica e da un certo Madulo.[6]CDC TEXT

Nell’ultimo ventennio dello stesso secolo invece è sufficiente la presenza di un solo funzionario pubblico per l’amministrazione della giustizia, come mostrano le carte in cui esercitano individualmente Trasenando, Drogone e Castelchis indicati come gastaldi e giudici.[7] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Giudici

A Salerno, dalla prima metà del X secolo la figura del giudice pare man mano eclissare i gastaldi, anche se inizialmente compaiono contemporaneamente.[8] CDC TEXT Una causa del 947 è presenziata da Lando gastaldo e Moncola giudice; due anni dopo Rodelgrimo gastaldo e Radelgrimo giudice siedono insieme per un memoratorio.[9] CDC TEXT; CDC TEXT Dunque in casi particolari riguardanti soprattutto la tutela del mundio, il “potere di protezione”,[10] accanto al funzionario distrettuale è richiesta la presenza di uno specialista, appunto il giudice, due figure non ancora ben distinte. Una divisione dei ruoli forse per seguire l’aumentato numero di cause che richiedevano l’intervento di uno specialista al fianco di un funzionario pubblico, quando la presenza del solo giudice non era ancora sufficiente a garantire la validità dell’atto.[11] Anche la sfera d’azione dei funzionari pubblici cambia comprendendo ora, oltre ai giudizi o alla tutela dei mundium sui più deboli e sulla chiesa del principe, i contratti privati, impegnando un maggior numero di ufficiali.[12] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

La figura del giudice comincia ad acquisire maggior autonomia intorno agli anni trenta del secolo X, come ci dimostrano i giudizi tenuti da un solo giudice non qualificato con altri titoli, né affiancato da altri agenti. Ecco allora il chierico Pietro assumere il titolo di giudice nella divisione di un’eredità, presenziare alla vendita di un piccolo appezzamento per conto della chiesa privata di S. Angelo, ad un giudizio che vede coinvolta un’intera famiglia e ad un contratto di lavoro.[13] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Radelgrimo, già incontrato con il titolo di gastaldo, assume quello di giudice in un giudicato del 936 per stabilire i confini di due vigneti, mantenendolo, due anni più tardi, in un memoratorio, in una concessione di lavoro a Mitiliano ed infine, nel 954, sentenzia in un giudizio tenuto nello stesso luogo.[14] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Il luogo esatto dove esercita il giudice Radelgrimo è Corregano, vicino Salerno, come vediamo in altri due documenti datati 959.[15] CDC TEXT; CDC TEXT

Anche i missi inviati dal principe per risolvere le controversie riguardanti soprattutto le chiese sono giudici, come vediamo nel 942 in occasione di un vicariato fatto dall’episcopio salernitano, dove un Dauferio giudice è indicato come missus regis.[16] CDC TEXT Questo fu inviato dal principe per decidere sul trasferimento di una proprietà della Chiesa ad un privato. La sua presenza era stata richiesta dal vescovo Pietro, riunitosi con Odelchis diacono e vicedomino, Truppoaldo avvocato ed il clero dell’episcopio. La posizione del missus nei confronti degli organi decisionali della Chiesa è rispecchiata dalla disposizione delle firme dei sottoscrittori: firma per primo il vescovo, seguito da Maio vicedomino e Dauferio giudice. Solo dopo la firma del giudice compaiono Odelchis e Truppoaldo.[17] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT  Egli dunque presenzia al fianco dei vertici della chiesa salernitana per garantire la veridicità dell’atto in nome del principe, nel rispetto del mundio cui era soggetto l’episcopio.

Il giudice può dunque essere un agente amovibile, attraverso il quale i principi longobardi conservano il loro ruolo di garanti e fanno della giustizia un’espressione diretta del loro governo.[18]

Il giudice testimonia e sentenzia in atti pubblici e privati, mentre le altre figure istituzionali compaiono solo nei giudicati.[19] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Con l’affermazione di queste figure specifiche, passano in secondo piano gli astanti, quei nobiliores homines che non sembrano avere alcun ruolo attivo nella pratica giudiziaria.[20] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Dalla metà del X secolo non sembra più essere necessaria neanche la loro sottoscrizione agli atti, tant’è che si riduce notevolmente il numero delle firme in coda al documento, sino a scomparire del tutto lasciando solo la sottoscrizione del giudice, a testimoniare che lui solo era espressione della giustizia.

Nei primi decenni che vedono l’evoluzione della figura del giudice, la giustizia continua ad essere esercitata da singoli funzionari, come i gastaldi e più tardi gli sculdasci entrambi accompagnati solo da nobiliores homines.[21] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Infatti, mentre i gastaldi di Salerno sembrano del tutto estromessi dalle funzioni giuridiche da questa nuova classe di funzionari specializzati, in centri periferici come Nocera i gastaldi non hanno mai smesso di esercitare le attività attribuite loro dal titolo ricoperto.

In questa circoscrizione, infatti, sia gli atti pubblici sia quelli privati, si tengono prevalentemente in presenza di soli gastaldi.[22] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Questi ultimi esercitavano un controllo territoriale con ampi poteri delegati loro dal principe e come massima autorità del luogo, a loro competeva anche l’esercizio della giustizia. Per i casi più controversi però, secondo la Taviani, demandavano la sentenza definitiva agli specialisti, i giudici di Salerno.[23]CDC TEXT

Salerno vede una maggior concentrazione di giudici rispetto alle altre località del principato. I tribunali erano istituiti nel sacro palazzo della capitale e presieduti dai giudici. Il giudice salernitano esercita con grande autonomia, non avendo bisogno della presenza di altri funzionari o di testimoni. La sua autorità gli era conferita direttamente dal principe e segno di tale legame è proprio il palazzo, residenza del dominus, già da solo simbolo dell’autorità pubblica.

Presiedere alle funzioni giuridiche nel sacro palazzo non richiedeva cariche più complete o poteri più vasti come quelli del gastaldo. Il giudice opera in un solo settore in cui è specialista, dà voce alla volontà del principe, custode delle leggi longobarde e delle consuetudini del luogo, al sicuro dall’incertezza della politica meridionale.

I principi della prima dinastia sembrano ben consapevoli dell’importanza del formalismo giuridico, per questo favoriscono la separazione della funzione giuridica da quelle amministrative e militari, creando un ceto di agenti specializzati, forse per sottrarre il primato giuridico al potere delle famiglie aristocratiche ormai radicate nei distretti del principato.[24]

Un tentativo dunque da parte della dinastia Dauferida di avviare una centralizzazione del potere attraverso un personale specializzato alle dirette dipendenze del principe, così da rafforzare il potere del palazzo su quello dei vari gastaldi e conti, sempre più autonomi dalle direttive principesche. Intento che però rimase limitato alla sola capitale e alla zona circostante, mentre i gastaldi continuarono ad esercitare la funzione giuridica affiancandola al potere territoriale, come mostra il caso del gastaldo di Nocera.

I rapporti di fedeltà

L’Italia meridionale longobarda sembra essersi sottratta oltre che alla diretta dominazione carolingia anche alle innovazioni da questa apportate nella sfera dei rapporti clientelari, come il vassallaggio. Questo istituto, diffusosi nel mondo franco nell’VIII secolo, era divenuto uno strumento di dominio politico anche nell’Italia settentrionale conquistata dall’esercito di Carlomagno. Esso consisteva in una volontaria forma di sottomissione, o commendatio, prestata da un uomo libero ad un altro socialmente più forte. Quest’ultimo, il senior, si impegnava a fornire protezione ed aiuto economico al commendato socialmente più debole, per averne in cambio obbedienza e servizi. Il servizio, sempre più finalizzato all’esercizio delle armi, si accompagnava spesso a benefici di natura fondiaria, in godimento vitalizio, soggetti a restituzione in caso di rottura del vincolo clientelare.[25]

Nell’Europa carolingia tale rapporto vassallatico-beneficiario fu applicato a tutti i livelli sociali, anche ai più alti, e correlato da complesse cerimonie rituali, mentre nel Mezzogiorno longobardo, non soggetto alla dominazione franca, tale istituto non sembra essersi radicato. A confermare l’estraneità dell’istituto carolingio nel Mezzogiorno longobardo è la latitanza dei termini appartenenti alla sfera vassallatico-beneficiaria nelle fonti meridionali. Infatti, nelle carte cavensi, il termine vassus compare in una sola occasione, nell’874, attribuito ad un tal Walperto, che si riconosce “bassallo” del principe Guaiferio I per il quale funge da mediatore in una compravendita.[26] CDC TEXT La testimonianza dell’esistenza di tale titolo nel principato di Salerno, sembra coincidere con gli anni in cui l’influenza franca nel Mezzogiorno fu più sentita grazie alla presenza di Ludovico II, impegnato contro i Saraceni. Il ventennio che vide l’imperatore franco come potente alleato dei principati longobardi contro il comune nemico, determinò probabilmente l’introduzione di regole precise nella sfera dei rapporti clientelari, come sembrerebbe indicare la carta. Ma la morte dell’imperatore franco ed il rinnovato interesse della politica bizantina per l’Italia meridionale, allontanarono definitivamente il Mezzogiorno dall’influenza carolingia e dai suoi rapporti verticali.

Il sistema clientelare su base patrimoniale, che nel resto della penisola di tradizione longobarda aveva sostituito i più fluidi rapporti di gasindiato, non riuscì a sostituirsi alle forme di solidarietà ed amicizia che sembrano alla base dei rapporti interpersonali nelle regioni rimaste longobarde. Dalla lettura delle fonti letterarie meridionali, il potere del principe di Salerno appare piuttosto fondato su rapporti simmetrici, stretti dentro e fuori i confini della familias, non iscritti in una precisa gerarchia istituzionalizzata. Lo stesso termine vassallo, assente nella raccolta cavense dopo la morte di Ludovico II nell’875, è concepito, come estraneo alla cultura longobarda nelle cronache del tempo. Il monaco Erchemperto, nella sua Historia Langobardorum Beneventanorum, utilizza il termine vassus un’unica volta per indicare gli uomini armati del gastaldo dei Marsi, da lui ritenuti Franchi, non associandolo invece mai a uomini longobardi.[27] L’autore potrebbe quindi conoscere il significato del termine e farne uso solo in contesti specifici, mentre l’anonimo autore del Chronicon Salernitanum, che scrive alla fine del X secolo, non lo usa affatto nel descrivere le relazioni della società salernitana che sembra ben conoscere.[28] Quindi, nonostante l’insufficiente documentazione per definire la natura dei rapporti clientelari nel meridione longobardo, il silenzio delle fonti, lascia pensare che nei principati del Mezzogiorno le relazioni interne al ceto egemone non fossero improntate sul rigido schema carolingio, ma su più labili forme di devozione personale. Rapporti sfumati e non ben identificabili, sono soprattutto quelli che legano il principe ai suoi uomini di fiducia, come coloro che abbiamo visto al fianco del principe Guaiferio I, ancor prima che usurpasse il potere nel principato.

La difficoltà di individuare con precisi contorni i legami che intercorrevano tra Guaiferio ed il gruppo di uomini che lo circonda risiede in primo luogo nella natura privata della documentazione, poco adatta ad uno studio di questo tipo. Un aiuto può essere fornito dalla lettura di alcuni passi del Chronicon Salernitanum, in cui il termine fideles è utilizzato per indicare uomini vicini al principe, come nell’unica testimonianza della raccolta cavense.[29] CDC TEXT

Nel Chronicon i fideles si possono identificare con coloro che prestano un giuramento al loro signore, il principe, in virtù del quale siedono accanto a lui durante i banchetti, cavalcano al suo fianco nelle partite di caccia, vendicano le sue offese e lo consigliano nei momenti difficili. Così, ad esempio, il principe Siconolfo, cum suis non paucis fidelibus, si recò a caccia nel campo di Carvarica, ma dopo essere stato colto da malore chiamò intorno a sé tutti i maggiorenti per raccomandare il proprio figlio, e si rivolse loro chiamandoli mei fideles meosque consanguineos.[30] Chron. Sal. Anche il principe Guaiferio I, appreso dell’arrivo di Ludovico II, chiamò a consiglio fideles et consanguineis, per decidere come comportarsi con l’imperatore, ai cui occhi Guiferio era solo un usurpatore.[31] Chron. Sal.

Anni dopo, leggiamo ancora, il principe Guaimario II, uscendo dalla capitale diretto verso il gastaldato di Avellino, si fece scortare dai propri fideles, che non seppero però salvarlo dall’umiliante mutilazione che lo attendeva per mano del gastaldo Adelferio.[32] Chron. Sal.

Anche il figlio Gisulfo I portò con sé i propri fideles, quando si recò a Capua per incontrare l’imperatore Ottone I, e sulla via, li condusse con sé in una chiesa dove si fermò a chiedere perdono dei suoi peccati.[33] Chron. Sal.

Dunque, nei momenti più delicati per il principato di Salerno, come pure nei momenti di svago, in chiesa e fuori città, il principe è accompagnato da un ristretto gruppo di uomini, i suoi fedeli. Questi, nel racconto dell’anonimo salernitano sono spesso affiancati dai familiari del principe, i consanguinei, soprattutto in momenti particolari, come quello della successione al trono e all’arrivo dell’imperatore franco.

Fedeli e familiari nel loro insieme sono indicati dal cronista anche con il termine di optimates o proceres,[34] Chron. Sal. ma tra questi i fideles sembrerebbero costituire un’élite, un gruppo di uomini scelti dallo stesso principe per affiancarlo quotidianamente, non necessariamente coincidenti con i consanguinei. Il rapporto tra fideles e principe era verosimilmente basato su forme di lealtà personale e amicizia, senza obblighi precisi e senza sistematiche retribuzioni.[35] Il legame era sancito da un giuramento di fedeltà, detto anche foedus, termine che nella cronaca del X secolo indica rapporti bilaterali non somiglianti ai legami vassallatici, in quanto non sembrano includere l’ingaggio personale con cui si diventava uomo di un altro uomo dietro concessione di un beneficio.[36] Si tratta di legami di solidarietà probabilmente accompagnati da elargizioni in perpetuum ritagliate dal patrimonio fiscale, sempre arricchito da confische e patrimoni rimasti senza eredi. Lo stesso patrimonio della chiesa privata della dinastia, fondata da Guaiferio I pochi anni dopo l’ascesa al potere, rappresenta una sicura base fondiaria su cui costruire una rete di legami clientelari e allo stesso tempo ne costituisce il simbolo.

Il termine fideles non è attribuito dall’anonimo cronista ai soli uomini del seguito dei principi meridionali, ma in genere agli uomini vicini a tutti i signori longobardi e non, a cui è riconosciuta un autorità territoriale, quindi non solo ai principi di Salerno e Benevento e agli imperatori franchi, Carlomagno e Ludovico, ma anche a gastaldi e conti, come dimostrano i fideles di Adelferio di Avellino.[37] Chron. Sal. Segno questo della diffusione di tale rapporto clientelare a tutti i livelli del potere, anche a quello ecclesiastico, come indicato dal gruppo di fideles che circonda il vescovo Pietro.[38] Chron. Sal. Un vero e proprio seguito che ricorda il comitatus germanico, quella cerchia di guerrieri raccolta intorno ad un unico capo, legata al suo interno da amicizia e condivisione di imprese comuni, dove la verticalità del rapporto tra capo e gregario coesiste con l’orizzontalità della solidarietà tra pari, in cui il principe è il primo di un gruppo di uomini con cui condivide l’amicizia e lo stile di vita.[39]

I patti con relativo giuramento interessano anche i rapporti del principe con gli altri signori longobardi, conti e gastaldi, a cui però è richiesto un impegno maggiore a suggello delle alleanze: la consanguineitas. Lo si legge chiaramente nell’episodio riportato dall’Anonimo, relativo alla costruzione della nuova città di Sicopoli sul monte Triflisco, quando un fedele del principe Sicone osservò che non sarebbe stato possibile imporre la sudditanza ai capuani di Landolfo, senza stabilire con loro anche una consanguineità tramite matrimoni.[40] Chron. Sal.

Un altro episodio contenuto nel Chronicon, anch’esso precedente la divisione del principato Beneventano, rivela l’importanza del matrimonio, all’interno della cerchia dei maggiorentes: è il momento in cui fu acclamato principe Sicone, di origini friulane e per questo ritenuto uno straniero, nonostante anni prima gli fosse stato affidato il gastaldato di Acerenza dal principe Grimoaldo. Nel sentirlo indicare come forestiero, la moglie di Radelchi domandò il perché di tale definizione osservando che egli aveva figlie da dare in spose a uomini di Benevento, e suggerì al marito di chiederne una per il loro figlio, così da entrare nella solidarietà familiare del principe.[41] Chron Sal.

Lo strumento matrimoniale è quindi utilizzato per allargare la consanguineitas e così la base del consenso dentro e fuori il principato, mentre patti paritari e lealtà personali permettevano al principe di avere un gruppo di uomini fidati al suo fianco cui affidare la salvaguardia della sua persona ed alcune importanti funzioni istituzionali, al riparo da congiure ordite da fazioni concorrenti. La fazione nell’Italia meridionale si presenta come il maggior elemento di disgregazione interne alle regioni longobarde, in quanto nasce intorno a membri dell’aristocrazia su cui fondava il potere del principe. Questi maggiorenti, appoggiati da un gruppo di seguaci, costituiscono partiti trasversali che rompono la coesione della solidarietà con il principe perseguendo fini propri, come si è visto per lo stesso Guaiferio al momento dell’usurpazione.[42]

I conflitti interni ad un’aristocrazia imperniata su propri possessi, determinarono la frantumazione del territorio dell’antico ducato da sempre diviso in contee e gastaldati, avviando un precoce processo di formazione della signoria territoriale, come dimostra l’autonomia proclamata dal gastaldo capuano pochi anni dopo la secessione dell’849. L’affermazione del potere di alcune famiglie aristocratiche che avevano legato il potere derivato dalla forte base territoriale al prestigio e alle funzioni di cariche istituzionali fu originata dalla capacità di azione autonoma degli ottimati, da sempre caratteristica dell’instabilità del potere longobardo nella penisola.[43] Dunque, mentre nell’Italia settentrionale le istituzioni carolingie avevano inquadrato in precisi schemi giuridici i rapporti clientelari, correggendo la mancata gerarchizzazione di un potere basato sul possesso fondiario e sulle armi, nell’Italia meridionale rimasta longobarda il potere di principi e ottimati continuò ad avere una base territoriale, sfruttata per il mantenimento di seguiti armati personali, necessari all’affermazione di un potere autonomo dall’autorità centrale. La mancanza di istituti giuridici come quello vassallatico-beneficiario, contribuì dunque all’endemica bellicosità che accompagna i secoli di vita del principato meridionale e che favorì la formazione di nuove coalizioni interne ed esterne al principato stesso accelerandone la disgregazione.


[1] P. DELOGU, La giustizia nell’Italia meridionale longobarda, in La giustizia nell’Alto medioevo (secoli IX-XI), Spoleto 1997 (Settimane del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, XLIV) pp. 261-264.

[2] CDC. vol. I, n. LXVIII, anno 869.

 

[3] CDC .vol. I, n. LXVII, anno 869.

[4] Ad esempio: CDC. vol. I, n. LXXIX, anno 875.

[5] CDC. vol. I, n. LXV, anno 868; nn. LXVII, LXVIII, anno 869.

[6] CDC. vol. I, n. CXX, anno 905.

[7] CDC. vol. I, n. LXXXVI, anno 882; nn. XCII; XCIII anno 882; nn. XCVII, XCVIII; anno 882, n. CIX; anno 897.

[8] Il primo giudice incontrato nelle carte salernitane è Lambairo che non compare però nell’esercizio delle sue funzioni, ma solo come precedente proprietario di un fondo venduto nell’892. CDC. vol. I, n. CIII, anno 892.

[9] CDC. vol. I, n. CLXXIV, anno 947, n. CLXXVII; anno 949.

[10] Le leggi dei Longobardi. Storia, memoria e diritto di un popolo germanico, a cura di C. Azzara e S. Gasparri, Milano 1992, p. 109.

[11] H. TAVIANI, Le principauté lombarde de Salerne (IX-XI siècle). Pouvoir et société en Italie lombarde Méridionale, voll. I-II, Roma 1991, p. 573.

[12] CDC. vol. I, nn. CLIX, CLX anno 936; n. CLXVIII, anno 940; n. CLXX, 942; n. CLXXV, anno 947; n. CLXXXVII, anno 955; n. CXCI, anno 956; n. CXCVII, anno 956; vol. II, n. CCXIII, anno 961; n. CCXXXVII, anno 966; n. CCXLI, anno 966; n. CCLXV, anno 971; n. CCLXXII, anno 974; n. CCLXXXI, anno 975; n. CCLXXXVI, anno 975; n. CCXCVII, anno 977.

[13] CDC. vol. I, n. CXLIII, anno 925; n. CL, anno 930; n. CLV, anno 934; n. CLIX, anno 936.

[14] CDC. vol. I, n. CLXI, anno 936; n. CLXIV, anno 938; n. CLXXV, anno 947; n. CLXXXIV, anno 954.

[15] CDC. vol. I, nn. CCI, CCIII, anno 959.

[16] Fa eccezione un memoratorio del 964 rogato davanti a Siconolfo comitis palatii, in qualità di giudice a Balneo: CDC. vol. II, n. CCXXVII, anno 964.

[17] CDC. vol. I, n. CLXX, anno 942. Per altri esempi di missi inviati dal principe: n. CXXX, anno 919; n. CLXIX, anno 942; n. CLXX, anno 942; n. CLXXV, anno 947, n. CXCVII, anno 957.

[18] DELOGU, La giustizia, cit., pp. 282-283.

[19] CDC. vol. I, n. CLXXIV, anno 947; n. CLXXVII, anno 949; n. CLXXXVI, anno 954; n. CCI, anno 959; vol. II, n. CCXXII, anno 963; n. CCLXVIII, anno 972.

[20] CDC. vol. I, n. CLXXIV, anno 947; n. CLXXXI, anno 952; n. CCLIII, anno 967; n. CCLXXXVIII, anno 976.

[21] CDC. vol. I, n. CXL, anno 923; n. CXLI, anno 923 [Agella]. .Sculdais: CDC. vol. I, n. CXXXII, anno 913; n. CCLXIX, anno 972; n. CCLXXXVI, anno 975.

[22] CDC. vol. I, n. XXIV, anno 844; n. XXXII, anno 848; n. XXXVII, anno 853; n. LXVI, anno 869; n. LXXIX, anno 975; n. CLX, anno 936; n. CLXXXVI, anno 954; n. CLXXXVII, anno 955; n. CXCI, anno 956.

[23] TAVIANI, Le principauté, cit., p. 573. La studiosa identifica l’avvocato che compare in un giudizio del 947, in difesa di un abitante di Nocera davanti ai giudici salernitani, con il gastaldo Guaiferio che operava in quegli anni come giudice a Nocera. Il gastaldo secondo la Taviani si presenta nella capitale per rappresentare la sua amministrazione, in questa seconda istanza che vede l’esibizione di prove scritte prodotte durante le cause precedenti. CDC. vol. I, n. CLXXIV, anno 947.

[24] DELOGU, Il principato, cit., pp. 262-265.

[25] G. TABACCO, Egemonie sociali e strutture del potere nel Medioevo italiano, Torino 1979, pp. 149-151.

[26] CDC. vol. I, n. LXXVIII, anno 874.

 

[27] Erch., c. 62, p. 259.

[28] TAVIANI, Le principauté, cit. pp. 87-91: la studiosa identifica l’autore del Chronicon Salernitanum con l’abate Radoaldo, alla testa del monastero di Santa Maria e San Benedetto di Salerno tra il 986 ed il 990. Radoaldo, di estrazione aristocratica, discendeva, secondo la ricostruzione della Taviani, da un’importante famiglia che partecipò alla fortuna della dinastia Dauferida, condividendone al tramonto anche la cattiva sorte con l’esilio. Per una critica a tale identificazione ed in generale per una recensione dell’intero lavoro della Taviani sul principato di Salerno pubblicato nel 1991, si vedano: S. PALMIERI e M. GALANTE, Per una storiografia che dialoghi. A proposito di un libro recente sul principato di Salerno, in “Rassegna Storica Salernitana”, n.s., XI, 1994, pp. 225-242; P. DELOGU, La conquista dell’Italia meridionale come ideologia storiografica, XI\2, 1994, pp. 211-221.

[29] CDC. vol. I, n. CLXXXVII, anno 919.

 

[30] Chron. Sal., c. 92, pp. 92-93.

 

[31] Ivi, c. 105, p. 105.

 

[32] Ivi, c. 147. p. 155.

 

[33] Ivi, c. 169, p. 172.

[34] Ivi, c.9, p. 13; c. 26, p. 29; c. 27, p. 29; c.42, p. 43; c. 44, p. 46; c. 46, p. 47; c. 49, p. 50; c. 58, p. 58; c. 69, p. 66; c. 82, p. 81; c. 83, p. 83; c. 84, p. 86.

[35] MARTIN, Elements préféodaux, cit., pp. 565-566.

[36] TAVIANI, Pouvoir et solidarietés, cit., pp. 595-596.

[37] Chron. Sal., c. 147, p. 155.

 

[38] Ivi, c. 97, p. 97.

[39] F. CARDINI, Alle radici della cavalleria medievale, Firenze 1991, p. 72.

[40] Chron. Sal., c. 58, p. 58.

 

[41] Ivi, c. 54, pp. 54-55.

[42] DELOGU, Mito, cit., p. 106.

[43] TABACCO, Egemonie, cit. p. 135.

 

Le alleanze con i Bizantini

La fragilità individuata nei rapporti dei principati longobardi si riscontra anche nelle relazioni di questi con gli alleati esterni ai confini della Langobardia minor. Infatti i patti di alleanza stretti con i vicini ducati costieri ed i più potenti imperi, Franco e Bizantino, sembrano avere la stessa natura occasionale.

Emperors Basil I and Leo VI. Illumination from the chronicle of John Scylitzae. Una spia del valore temporale attribuito alle alleanze può essere rintracciata all’interno della documentazione cavense, nell’alternanza delle intestazioni dei documenti agli imperatori bizantini. Questi erano divenuti i principali interlocutori dei principati meridionali dopo la scomparsa dell’imperatore Ludovico II. Il vuoto politico lasciato dalla morte dell’imperatore franco fu sostituito dal rinnovato interesse dell’imperatore bizantino Basilio I per l’Italia meridionale. L’intervento bizantino fu determinante già nell’876, quando il baiulus di Otranto, Gregorio, accolse le richieste di aiuto del gastaldo longobardo di Bari contro i Saraceni. La flotta bizantina liberò la città pugliese dall’occupazione saracena sostituendosi però agli invasori, anziché riconfermare l’autorità longobarda sul gastaldato pugliese. La stessa politica fu seguita per tutti i territori liberati dall’invasione saracena, come la Calabria settentrionale, la Lucania sud-orientale e quasi tutta l’Apulia, [1] che furono riorganizzati in temi, circoscrizioni amministrative rette da funzionari civili e militari posti alle direttive di uno stratego, un funzionario militare di alto grado.[2]

Negli anni seguenti, l’incapacità dei principati longobardi di coalizzarsi contro il comune nemico saraceno, offrì l’opportunità ai Bizantini di riaffermare la propria autorità sul Mezzogiorno, stringendo patti separati con i tre centri longobardi. L’autonomia beneventana e la sua avversione per la politica bizantina, condusse i Bizantini ad occupare il principato longobardo, nell’892, ponendo la capitale del nuovo tema di Langobardia a Benevento, anche se per pochi anni, a seguito dei quali lo stratego bizantino si spostò nella più sicura Bari, per la fiera ostilità presentata dagli abitanti della capitale.

La riorganizzazione territoriale dell’Italia meridionale in temata non comprese la Campania, rimasta sotto il governo dei suoi principi grazie ai compromessi raggiunti con il prezioso alleato, senza il quale l’esercito salernitano non avrebbe sottratto i propri confini alla dilagante invasione mussulmana.

Il principe di Salerno Guaimario I, nell’887, ottenne l’appoggio bizantino contro le bande mussulmane che si erano stabilite sulle terre meridionali del principato, ad Agropoli.[3] In questa occasione, Guaimario si recò personalmente a Costantinopoli per riconoscere l’autorità dell’imperatore bizantino, che a sua volta, confermò al principe longobardo i suoi domini, così come erano stati stabiliti al tempo della divisione del ducato. Da questa data,[4] le carte salernitane portano gli anni di governo degli imperatori bizantini, Leone VI e Alessandro, ed il principe Guaimario figura con il titolo di patrizio.[5] CDC TEXT

Il titolo patrikios era una delle dignità più alte conferite dall’imperatore di Bisanzio ai suoi alleati o a chiunque svolgesse un servizio per l’impero, anche se intermittente come quello salernitano. Tale titolo fu creato dall’imperatore Costantino, ma ancora ai tempi di Guaimario I rappresentava un’importante dignità, come mostra il Kletorologion di Filoteo. Quest’opera sul cerimoniale palatino, datata 899, colloca la carica di patrizio al dodicesimo posto tra le dignità per insegne, ossia i titoli nobiliari che non comportavano alcun servizio se non all’interno della gerarchia della nobiltà dell’impero.[6]

Il titolo bizantino fu concesso anche ad altri signori dei principati meridionali, come Napoli nel 915, Gaeta nel 919 e Amalfi nel 922, mentre nel settentrione d’Italia il titolo di patrizio fu conferito ai dogi di Venezia solo dopo il 1004.[7] Su nessuno di questi territori, che avevano stretto un legame con l’impero bizantino, gravarono conseguenze tributarie o amministrative.[8] Si richiedeva loro di riconoscere l’autorità bizantina sui propri territori e dunque di concepire il proprio governo come concessione di più alta autorità.

Dunque un titolo onorifico a suggello di un’alleanza, di cui però i principi salernitani non sembravano riconoscere né il prestigio né il vincolo, visto che se ne spogliarono alla prima occasione, fieri di definirsi solo principes gentis Langobardorum. È quello che accade con il successore del principe Guaimario, suo figlio Guaimario II, anch’egli insignito del titolo di patrizio, che ruppe il patto con i Bizantini, dopo il 928, partecipando alla rivolta dei principi beneventani Landolfo I e Atenolfo II, contro il dominio orientale delle terre pugliesi.[9] Il titolo ricompare nella documentazione datata ai primi anni di governo del suo erede, il principe Gisulfo I, fino al 958, anno in cui le carte portano il titolo del solo principe di Salerno, sempre più legato al parente capuano e, tramite lui, ad Ottone di Sassonia. L’inserimento del Sassone nella politica della Longobardia minore si presentò come alternativa al potere politico bizantino sui territori longobardi, sempre alla ricerca questi ultimi di un nuovo alleato per sottrarsi alla dominazione straniera e mantenere di fatto la propria indipendenza.

 

 


[1] O. BERTOLINI, Longobardi e Bizantini nell’Italia meridionale, in Benevento, Montevergine, Salerno e Amalfi. Atti del III Congresso di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 1959, p. 122.

[2] A. GUILLOU, Aspetti della società bizantina in Italia, trad. N. Martuscello, Bari 1976, pp. 169-170.

[3] V. V. FALKENHAUSEN, I Longobardi meridionali, pp. 271-272.

[4] Non sono qui considerati i cinque documenti, datati dagli editori 821, 842, 843 e 845 che portano il nome di un imperatore Michele, identificato da Vera Von Falkenhausen con Michele IV o Michele VI e quindi riferiti ad anni posteriori rispetto all’ambito cronologico di questo studio. La datazione è infatti rinviata dalla studiosa agli anni 1036, 1057, 1037, 1040 il che esclude questi documenti dallo studio della società salernitana tra VIII e X secolo: V. V. FALKENHAUSEN, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX al XI secolo, titolo originale Untersuchungen über die byzantinische Herrschaft in Süditalien, vom. 9. Bis ins. 11. Jahrhundert, Wiesbaden 1967, trad. di F. Di Clemente e L. Fasola, Bari 1978, p. 17.

[5] Un documento di qualche anno dopo ricorda la crisobolla dei due imperatori con cui a Guiferio fu garantito il dominio sul principato: “ Declaro ego Guaimarius princeps et imperialis patricius, qia concessum est mihi a sanctissimis et piissimis imperatoribus Leone et Alexandro per berbum et firmissimus preceptum bulla aurea sigillatum, integram sortem Benebentane provincie, sicut divisum est inter Sichenolfum et Radelchisum principem, ut liceat me exinde facere omnia quod voluero sicut antecessores mei omnes principes federunt”: CDC. vol. I, n. CXI, anno 899

[6] G. RAVEGNANI, Dignità bizantine dei dogi di Venezia, in Studi Veneti offerti a Gaetano Cozzi, 1992, pp. 24-27.

[7] A. PERTUSI, “Quendam regalia insigna”. Ricerche sulle insegne del potere ducale a Venezia durante il medioevo, in “Studi veneziani”, VII, 1965, p. 107; G. RAVEGNANI, Le dignità, cit., p. 22.

[8] FALKENHAUSEN, La dominazione, cit., p. 18.

[9] Ivi, cit., p. 15. 

 

Le donne longobarde

Nelle carte salernitane dei secoli antecedenti il Mille, la presenza femminile è costante. La donna, infatti, partecipa attivamente alla vita economica e sociale del principato, presenziando spesso alle compravendite in veste di venditore o di acquirente, e a volte anche di testimone, sempre entro i limiti imposti dalla legge longobarda. Ella era sottoposta al mundio, potestà perpetua esercitata solitamente dal padre, e dopo di lui, per successione, dai fratelli, dai figli, dal marito o, in casi estremi, dal sovrano. Alla stregua insomma di vecchi e bambini, la donna rientra nella fascia dei più deboli, degli indifesi tutelati dal legislatore. Questa immagine della donna “muta” mal si accosta però al ruolo economico e sociale che traspare dalla documentazione.

Una donna che insegna la geometria a un gruppo di monaci. Miniatura dell'Incipit degli Elementa di Euclide, nella traduzione di Adelardo di Bath (1309-1316).

Il ruolo economico del patrimonio femminile

Nel Mezzogiorno longobardo, la proprietà della donna concorre alla frammentazione del patrimonio familiare. Quello che intacca per primo è quello della sua famiglia, nel momento in cui abbandona la casa paterna per la nuova dimora coniugale, portando con sé la dote datale dal genitore, destinata allo sposo. In cambio, il padre della sposa riceve dal genero il meffio, o meta, costituito prevalentemente da monete o altri oggetti preziosi, come era nella consuetudine longobarda.[1] Nel Codice Cavense il meffio è menzionato un’unica volta in un memoratorio del 972. Qui è testimoniata la consegna del morgengabe alla sposa e sette tarì d’oro, che Giovanni di Forino, accetta a titolo di meffio, da parte del genero, Amato di Avellino.[2] CDC TEXT Alle donne spetta invece il morgengabe, dono del mattino, consegnato dallo sposo dopo la prima notte di nozze. Con questo la sposa diviene proprietaria di parte delle sostanze del marito, di solito in misura di un quarto o di un ottavo, come stabilito dalla legge di Liutprando del 717 e confermata da quella di Adelchi di Benevento nell’866.[3]

Il dono del mattino

La cessione del morgengabe era solitamente rettificata con un atto notarile. La documentazione salernitana ci offre solo quattro esempi di tale pratica, mentre più numerose sono le notizie di offerte o vendite dei doni del mattino. La prima notifica di morgengabe è contenuta nel memoratorio del  792 che apre l’intera raccolta. Nella carta, scritta a Forino da Urso notaio, un abitante del luogo, di nome Alderisso, donò alla moglie la quarta parte della sua proprietà, comprendente una curte, con terra colta ed incolta, oltre ad alcuni edifici e ciò che contenevano .[4] CDC TEXT Per avere testimonianza di una seconda cessione di morgengabe tramite atti notarili è necessario attendere fino alla metà del secolo X, quando le notifiche dei doni di nozze si fanno più numerose, essendo più nutrita la documentazione. È del 933, infatti, il memoratorio scritto a Salerno, con cui Adelperto detto Cicero, dona alla moglie Maria la quarta parte delle sue sostanze, davanti a parenti ed amici, “secundum ritus gentis nostre langobardorum”. Tale parte rimarrà di proprietà della donna in perpetuo, come garantisce l’atto scritto che fa esplicito divieto al marito e ai suoi parenti di avviare requisizioni[5] CDC TEXT

Le promesse degli sponsali

Il matrimonio longobardo era un vero e proprio contratto tra i parenti della sposa ed il futuro marito. Ne è un esempio il memoratorio del 937 che notifica l’unione tra Adelperto e Maralda. Il padre della sposa, Giovanni, consegna al futuro genero la wadia, mentre questo si impegna a consegnare a Maralda la quarta parte dei suoi beni. Se mancherà all’impegno, Adelperto sarà obbligato a versare al padre della sposa cinquanta solidi costantiniani, mentre se deciderà di non prenderla più in moglie, dovrà restituire la wadia e aggiungere venti solidi o, in mancanza di denaro, pignorare ciò che possiede. Una clausola dello stesso contratto prevede che nel caso fosse la donna a sottrarsi all’impegno preso con il suo uomo, peccando o essendo rapita, la sua famiglia dovrà lasciare al marito una parte delle sue proprietà. Così scrivono i due notai, padre e figlio, davanti ai mediatori delle due parti, i fratelli Wisone e Andrea.[6] CDC TEXT Una diversa clausola è contenuta in una carta del 947, dove Ragimperto, monaco, dona alla figlia e al genero tutte le sue sostanze, a condizione che in caso la figlia Adelchisa morisse prima del marito Pietro, due parti della donazione torneranno a lui medesimo oppure ai suoi eredi. Pietro si impegna a rispettare tale patto accettando il launegild ("camiso uno") ed un’eventuale pena di 10 solidi costantiniani.[7] CDC TEXT L’attenzione rivolta alla dote delle donne, qui riscontrata, lascia pensare che questa non fosse irrilevante, almeno in questi casi.

L’integrità della proprietà femminile

Una volta donato, il morgengabe diviene parte integrante del patrimonio della donna. La legge prevede, infatti, che alla prematura scomparsa del marito la consorte mantenga i diritti di proprietà sulla sua quarta parte, come ricordato nel memoratorio di Forino del 792. La donna salernitana sembra mantenere inalterati i suoi diritti anche nel caso di seconde nozze, come vediamo nel caso di Ermeperga che nell’853, dopo essere stata interrogata dallo sculdascio Lupo, vende con il consenso dei suoi mundoaldi e del marito Ragemfrid, la quarta parte ricevuta dal primo marito, Daciperto.[8] CDC TEXT Mentre, in un documento redatto a Nocera nel 954, i beni ricevuti da Gemma, figlia di Maurone, dal primo marito, sono confermati dal padre di quest’ultimo, Maghenolfo di Nocera. Si tratta di una terra vicino al bagno pubblico, equivalente alla quarta parte delle proprietà del primo marito Richardo. Dopo la scomparsa di Gemma, avvenuta un anno dopo, la sua terra è amministrata dal secondo marito che l’affitta per dieci anni, forse nell’attesa del raggiungimento della maggiore età dei figli di Gemma cui spetta il patrimonio della donna.[9] CDC TEXT Un caso simile è quello di Richarda, figlia di Gaidenardo, che in fin di vita decide di offrire tutte le sue sostanze alla chiesa di San Marcello di Nocera. La donazione includeva la quarta parte ricevuta dal primo marito, per la quale chiede l’assoluzione dei tre figli avuti da questo, e la quarta parte delle sostanze del secondo marito,riscattabile dai figli di quest’ultimo entro tre giorni dalla morte della donna.[10] CDC TEXT

Le vendite dei “morgengabe”

La donna longobarda dunque può contare su una sicura base economica, rappresentata dal morgengabe. Essa è libera di gestire i sui beni come meglio crede, purché ottenga il consenso dei mundoaldi chiamati a dar voce alla sua volontà. Un caso tipico dell’intervento dei mundoaldi è rappresentato proprio dalla vendita della proprietà femminile. La formula di redazione di queste ultime nelle carte cavensi è sempre uguale: dopo la presentazione della donna e dei suoi mundoaldi, è detto che nessun uomo ha fatto pressione o violenza su di lei per indurla a cedere i suoi beni. La sistematica ripetizione di tale affermazione in tutti gli atti di vendita di morgengabe, oltre ad essere parte di un formalismo notarile, potrebbe indicare invece che questa fosse una pratica molto diffusa. Infatti, nel secolo successivo la forma di redazione cambia, non essendo più ventilata alcuna ipotesi di costrizione. Non può certo sfuggire però che per questo secolo, maggiormente documentato rispetto al precedente, le vendite di morgengabe subiscono un forte calo, solo cinque contro le ventuno del secolo precedente. Sembrerebbe quindi che le vendite dei patrimoni femminili coincidano con gli anni di espansione dei medi proprietari fondiari impegnati ad estendere i propri confini, appunto nel corso del IX secolo, durante gli anni di crisi delle campagne salernitane messe a dura prova dalle scorrerie saracene. È da considerare che la proprietà della donna rappresentava invece un’incognita per tali progetti, in quanto poteva sottrarsi all’alienazione dei beni del marito e dunque mantenere la sua pars dentro un patrimonio altrui.[11] CDC TEXT ; CDC TEXT ; CDC TEXTIn questi casi è legittimo pensare ad una pressione da parte del proprietario della terra circostante che, con la complicità dei familiari della donna, riusciva spesso ad avere la meglio. In ogni caso, non mancano vendite dell’intero patrimonio fatte dai due coniugi di comune accordo, come vediamo da due carte della metà del secolo IX, in cui due donne, Audiperga e Bonetruda, partecipano al fianco del marito alla vendita dei beni di famiglia.[12] CDC TEXT; CDC TEXT Anche se più spesso invece la vendita dei morgengabe segue in ordine di tempo quella del marito, completando dunque l’alienazione dell’intero patrimonio, come fanno Orsa, Cussiperga, Roctruda e Wiletrude che figurano come attrici di vendite destinate a proprietari di terre confinanti.[13] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Gli stessi che, profittando delle difficoltà del periodo, la guerra interna al ducato e le scorrerie saracene, estendono i propri confini, inglobando proprietà più piccole, spesso irraggiungibili dai proprietari che risiedevano in città, come conferma una carta dell’855, in cui una tal Locerna, rifugiatasi a Salerno, vende “pro mei necissitatibus” ciò che le pertiene ad Andrelle, vicino alla capitale, per trentacinque solidi d’oro [14] CDC TEXT ed ancora, nell’882, Rodelenda, moglie di Polcaro, vende la sua parte affermando “ut ego biberem possam”.[15] CDC TEXT La maggior parte delle donne che vendono il proprio morgengabe sono vedove, come Fredemperga, che dopo la morte del marito Amsfrid vende ad Aleprando la sua quarta parte tra Rotalo e Benevento, vicino al fiume Sabato, per ben venti solidi di domno sicardo [16] CDC TEXT Spesso riservano per sé una parte delle proprietà dove continuare a risiedere, come Wiseltrude, nell’848, che riserva per sé una casa con ciò che si trovava all’interno ed una terra, escludendola dalla vendita del suo morgengabe,costituito da terra ed edifici con “circoitum cortibus et ortalibus”[17] CDC TEXT Altre donne, invece, incrementano il loro patrimonio con beni ereditati dai familiari, come ad esempio si legge nella vendita di Inelgisa che, nell’869, vende ad un tal Potenando la parte ereditata dal padre a Misciano o ancora nella cessione della monaca Ametrude, che aggiunge alla sua parte i beni del figlio, morto senza eredi.[18] CDC TEXT ; CDC TEXT Nel secolo seguente diminuiscono le vendite di morgengabe, come in generale diminuiscono le compravendite. Le carte di questo periodo sono in prevalenza giudizi e locazioni, che solo raramente interessano la proprietà femminile.[19] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Nella seconda metà del secolo sono più frequenti le offerte ad enti ecclesiastici o donazioni a privati come il caso dei coniugi di Valneo, nei pressi di Avellino, che nel 956 donano parte delle loro sostanze ad Andrea figlio di Loperisso, o quella di Risa, vedova del chierico Martino, che nel 960 dona l’intero patrimonio ereditato dal padre al genero Andrea.[20] CDC TEXT ; CDC TEXT

Le donne e la famiglia dello sposo

Il ruolo assunto dalla donna all’interno della famiglia del marito, si può intuire dal testamento del presbitero Angelperto, appartenente alla famiglia di Selberamo di Agella e abate della chiesa di San Massimo. Il presbitero nel 903 designa sua erede la cognata Sica, vedova del fratello Giovanni, lasciandole la metà delle sue sostanze. Sica diviene così amministratrice dei beni della famiglia del marito, che sappiamo considerevoli. Al suo fianco nella gestione del patrimonio, un’altra donna, la vedova del terzo fratello, Leomperto, come vediamo da un giudizio di due anni più tardi in cui una parte delle proprietà di famiglia era contesa da un certo Madulo.[21] CDC TEXT; CDC TEXT Nel 966, altre due donne hanno la gestione di un patrimonio, costituito da due appezzamenti divisi in comune con la chiesa di San Massimo, che in questa data permutano con la stessa chiesa con l’equivalente in altro luogo.[22] CDC TEXT

Il testamento di Littoso

Il ruolo della donna, dentro e fuori la famiglia di appartenenza, è dunque innegabile e ulteriore conferma trova alla lettura del testamento di Boso, soprannominato Littoso, che nel 968 in punto di morte, affida alla moglie tutte le sue sostanze, da amministrare e preservare per le due figlie ancore minorenni Marlsenda e Letizia. Queste una volta maggiorenni, si legge, divideranno la loro parte con gli altri fratelli, mentre alla madre resterà il rimanente, equivalente alla metà dell’intero patrimonio. Iaquinta dunque non è solo l’erede patrimoniale del marito, ma anche l’erede testamentaria; a lei, infatti, spetta di vigilare affinché le volontà del marito siano rispettate. Condizione imprescindibile a ciò, è che ella segua il dettame del marito: “dum lectum meum custodierit et non nupserit”. In caso di seconde nozze dunque le rimarrebbe il solo morgengabe, anziché la metà dell’intero patrimonio.[23] CDC TEXT Inoltre le carte lasciano intravedere una donna longobarda attiva nella gestione del suo patrimonio, come testimonierebbero le menzioni di acquisti a nome di donne,[24] CDC TEXT presenti, anche se in numero esiguo, nella documentazione salernitana e nelle menzioni di donne proprietarie tra i confinanti.[25] CDC TEXT; CDC TEXT  Dall’analisi della documentazione cavense emerge quindi una donna salernitana impegnata nella vita familiare, con un ruolo importante entro la gestione e la custodia del patrimonio. Una donna, quella meridionale, che gode di indipendenza economica garantitale dalle leggi, ma in seguito avversata dalle stesse come farebbe intuire una novella di Arechi II di Benevento. La dodicesima novella del principe beneventano denuncia il comportamento scandaloso di alcune donne, dette spregiativamente mulihercole, che approfittano della vedovanza per concedersi liberi costumi in pubblico. Queste, si legge nella novella, indossano l’abito monacale “per non sopportare il vincolo delle nozze, giacché ritengono che ogni cosa sarà sicura se non si sottopongono all’autorità coniugale”. Tale comportamento, definito dal principe pestis execranda, è punito con il pagamento del guidrigildo, ossia del valore stabilito per ogni individuo in base alla sua posizione sociale, al palazzo e l’immediata entrata nel monastero con il medesimo guidrigildo e tutti i beni personali. Di ciò si deve far carico chiunque sia a lei legato da parentela e rimandi la sua entrata in convento per più di un anno dal voto.[26] Un duro veto morale che potrebbe nascondere dietro la preoccupazione della licenziosità dei costumi, l’intento di far rientrare grosse parti di patrimonio nelle mani delle famiglie, impotenti davanti a donne che, consce della loro indipendenza economica, non rispettano i costumi della comunità, soprattutto quando si tratta di affidare le proprie ricchezze e la propria libertà ad un secondo tutore. La velatio permetteva infatti alle vedove di continuare a risiedere nella propria abitazione, ma soprattutto la formale sottomissione all’autorità religiosa permetteva loro di sottrarsi di fatto alle pressioni dei gruppi parentali o d’acquisto.[27]

 


[1] ROTH. 199. LIUT. 103, 129.

[2] CDC.vol. II, n. CCLXXII, anno 972; “…et simul dedit et tradidit tibi iamdicte uxori mee iusta legem in meffie abendum septe tari aurei voni ad tuam proprietatem abendum.”

[3] LIUT. 7, 103. ADEL. 3.

[4] CDC.vol. I, n. I, anno 792.

[5] CDC.vol. I, n. CLIV, anno 933, altre notifiche di morgengabe: vol. II, n.CCXVIII, anno 960; n. CCXXIX, anno 965.

[6] CDC.vol. I, n. CLXIII, anno 937.

[7] CDC.vol. I, n. CLXXIII, anno 947.

[8] CDC.vol. I, n. XXXVII, anno 853.

[9] CDC.vol. I, nn. CLXXXV, CLXXXVII, anni 954, 955.

[10] CDC. vol. II, n. CCXVIII, anno 962.

[11] Sottraggono la loro parte dalle alienazioni del marito: la moglie e la nuora di Lupo, figlio del fu Maione [CDC. vol. I, n. XLVII, anno 856 Maliano], la madre e la moglie di Maio cedute in precedenza al secondo fratello Adelgiso [n. LIV, anno 858 Rota]; la moglie del notaio Giovanni [n. CXXIX, anno 912].

[12] CDC.vol. I, n. XXIII, anno 843; n. LXIX, anno 869.

[13] CDC.vol. I, n. XXIV, anno 844; n. XXXIX, anno 854; n. XLVIII, anno 856; n. XCVII, anno 882.

[14] CDC.vol. I, n. XL, anno 855.

[15] CDC.vol. I, n. LXXXVI, anno 882.

[16] CDC.vol. I, n. XXVI, anno 845.

[17] CDC.vol. I, n. XXXII, anno 848. 

[18] CDC.vol. I, n. LXVIII, anno 869; n. CIX, anno 897

[19] CDC.vol. I, n. CXXXI, anno 912; n. CXXXV, anno 918; n. CXXXVIII, anno 920; n.CLXVIII, anno 940.

[20] CDC.vol. II, nn.CXCII, CCVII, anni 956, 960.

[21] CDC.vol. I, n. CXVIII, anno 903; n. CXX, anno 905.

[22] CDC.vol. II, n. CCXLIII, anno 966.

[23] CDC.vol. II, n. CCLVII, anno 968.

[24] CDC.vol. I, n. CLXXVII, anno 949.

[25] CDC.vol. I, n. LIX, anno 860; vol. II, n. CCXXXVII, anno 966.

[26] ARECH., 12, in Le leggi dei Longobardi. Storia, memoria e diritto di un popolo germanico, a cura di C. AZZARA e S. GASPARRI, Milano 1992, pp.270-271.

[27] C.LA ROCCA, Segni di distinzione. Dai corredi funerari alle donazioni “post obitum” nel regno longobardo, in L’Italiacentro-settentrionale in età longobarda. Atti del Convegno, Ascoli Piceno 1995, a cura di L. Paroli, Firenze 1997 (Biblioteca di Archeologia Medievale), pp. 47-48.

La proprietà fondiaria

Nella Longobardia minore dei secoli VIII e IX, come nel resto della penisola, il potere politico e la supremazia economico-sociale della classe dirigente si fondavano su ingenti patrimoni terrieri. [1]

Da Wikipedia, Enciclopedia Libera, Tappezzeria con una tipica scena del lavoro curtenseL’esame dei gruppi parentali che detenevano tali patrimoni è però difficoltoso a causa della frammentazione cui erano soggetti questi ultimi. La prima causa di dispersione dei beni familiari era l’assenza di una linea agnatizia. La famiglia longobarda infatti, presenta una struttura fluida in cui tutti gli eredi partecipano con eguali diritti alla suddivisione del patrimonio, il che determinò una parcellizzazione del patrimonio fondiario in cui è difficile seguire le vicende delle varie sortiones, le cellule fondiarie in cui era diviso.[2]

Nelle carte cavensi dell’VIII secolo compaiono numerosi piccoli proprietari, impegnati in compravendite di fondi di modeste dimensioni su tutto il territorio salernitano, non ancora indipendente dalla capitale, Benevento. Alla diffusione così attestata della piccola proprietà si affianca, tra la fine dell’VIII secolo e la prima metà del successivo, una tendenza verso l’estensione della proprietà fondiaria tramite accorpamenti delle proprietà confinanti, come testimoniano ad esempio le carte relative ad un gruppo parentale riconducibile ad un tal Selberamo. Il nutrito numero di atti privati stipulati dai suoi discendenti permette di seguire l’estensione del patrimonio di questa famiglia per circa cinquanta anni, tra l’826 e l’882.

La zona interessata è in prossimità di Nocera, esattamente in un luogo chiamato nelle carte Agella. Qui si concentrano gli acquisti dei figli di Selberamo tra 826 e 850, tutti impegnati ad incrementare il patrimonio lasciato dal padre. Il più intraprendente dei tre figli del capostipite è Leone, che acquista alcune proprietà dei suoi vicini riservandosi il diritto di prelazione sul rimanente. Dopo la sua morte, avvenuta all’incirca verso l’844, è la moglie Ermetrude a preoccuparsi di incamerare beni attingendo dalle vicine proprietà per lasciare poi il compito ai figli, all’epoca probabilmente minorenni. L’attività economica di questi ultimi si concentra infatti anni dopo, tra 878 e 903, ed anch’essa mira ad ampliare i confini del patrimonio sito ad Agella. Lo testimoniano i documenti relativi alla parte di patrimonio del presbitero Angelperto, che acquista i patrimoni dei suoi vicini, approfittando a volte delle loro difficoltà economiche, come accade con Mauro, figlio di Ermemaro. Quest’ultimo divenne debitore del presbitero a seguito di un prestito in moneta. La difficoltà nell’estinguere tale prestito costrinse Mauro ad assoggettarsi alla volontà del potente vicino lavorando per lui un giorno a settimana fino alla sua morte, quando la cessione delle proprietà della sua vedova cancellò l’onere, permettendo al presbitero di inglobare l’intero patrimonio di Mauro nel suo.[3] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Una parte del patrimonio così accresciuto fu offerto dallo stesso Angelperto alla Chiesa di San Massimo che incamerò pochi anni dopo il resto, grazie ad una donazione fatta dagli eredi del presbitero.[4] CDC TEXT L’intero patrimonio in Agella finiva così nei più vasti possessi della chiesa dinastica salernitana, dove lo stesso Angelperto sembra aver ricoperto un ruolo di primo piano, alla testa del monastero tra gli ultimi decenni del IX secolo ed i primi del seguente.

Un altro caso di pressione esercitata sui confinanti in difficoltà si potrebbe rintracciare in un documento dell’871 in cui un certo Sicone, figlio di Tancomaro, concesse un mutuo ad un tal Madelgaro per coltivare una terra in una località vicino Salerno, Giovi. Nei pressi di quest’ultima Sicone aveva accumulato beni fondiari in una ventina d’anni come dimostrano le numerose transazioni che lo riguardano e testimoniano anche in questo caso l’intento di costruire un patrimonio coerente, inglobando le proprietà vicine. Madelgaro, infatti, aveva già ceduto parte del suo patrimonio a Sicone ed ora si ritrova a coltivare per il vicino una terra confinante con il suo ex fondo, lasciando intravedere l’ombra del ricatto economico che aveva già colpito Mauro.

Negli stessi anni altri proprietari fondiari estendono il proprio patrimonio, profittando del difficile momento che attraversavano i piccoli proprietari a causa dei disordini, provocati prima dalla guerra interna al principato e poi dalle scorrerie saracene, che avevano reso le campagne insicure e spesso abbandonate dagli stessi proprietari, incapaci di difenderle oppure impossibilitati a raggiungerle. In questo contesto l’estensione fondiaria da parte di pochi è probabilmente indice della coincidenza di una pressione esercitata da coloro che godevano di maggiori possibilità economiche per estendere la loro base fondiaria e, del possesso di adeguati strumenti per difendere i propri possessi.

Nessuno di costoro comunque sembra legato al pubblicum, o almeno nelle carte non figurano titoli di nessun tipo attribuiti ai possessores di questi anni. Quindi i patrimoni più vasti nel IX secolo sembrano avere origine unicamente dall’impegno perseguito dall’intero gruppo parentale di estendere il patrimonio di famiglia in modo coerente, proprio come si è visto per il patrimonio di Agella, appartenente alla famiglia di Selberamo.

 

Proprietari fondiari e amministrazione pubblica

Benché i proprietari dei patrimoni più consistenti non coincidano con i funzionari del principato è difficile credere che questi non avessero una base fondiaria. La conferma arriva dalle tante carte in cui le proprietà di sculdasci, gastaldi e conti, sono ricordate occasionalmente. Proprio per la natura di tali notizie, secondarie rispetto all’oggetto del documento, è difficile individuare l’estensione di queste proprietà. Con minor approssimazione è invece possibile ubicare le stesse, grazie alle precise descrizioni dei luoghi, fornite dalle carte.

La maggior parte di questi patrimoni si può individuare in un raggio di pochi chilometri dalla capitale. Le notizie pervenuteci per il secolo IX riguardano soprattutto la zona di Nobara, nel distretto di Nocera, e il distretto di Rota, mentre nel secolo seguente, con l’estensione del territorio effettivamente controllato dal principe di Salerno dopo l’esaurirsi dell’ondata saracena, ai tradizionali luoghi di interesse economico per gli agenti pubblici e più in generale per i proprietari fondiari, si aggiungono altre zone, più lontane dalla capitale. Una di queste è la Sila dove, ad esempio, erano le proprietà di Ragimperto e Haginone, entrambi gastaldi.[5] CDC TEXT

Nel X secolo uno dei patrimoni di gastaldi più documentati è quello di Pandone, presso il fiume Alto, che possiamo seguire nel corso degli anni tramite gli atti privati in cui compaiono i suoi figli.

Il gastaldo Pandone figura in vita in un giudizio del 902 per stabilire i confini della proprietà di Urso, figlio di Radeprando. Egli è ricordato come garante di un atto precedente al giudizio, insieme a Landolfo gastaldo; la sua attività nel pubblicum dunque è da collocare a cavallo tra IX e X secolo. Muore forse nel 946, anno in cui i suoi figli Friderisi, Radoaldo e Dauferio convengono davanti al notaio Romualdo per spartirsi l’eredità paterna, comprendente anche un’abitazione nella capitale. Altre notizie riguardo questo patrimonio si hanno nel 952, quando i tre fratelli intentarono una causa per definire i confini di una proprietà presso il fiume Alto, probabilmente la parte ereditata dal padre, e di qualche anno dopo è la notizia di altri possedimenti nella zona di Nocera, separati dunque dal patrimonio iniziale.[6] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Nella seconda metà del secolo X le località in cui è possibile rintracciare i patrimoni dei funzionari del principato sono le più disparate, si va dal centro della capitale dove si trova il patrimonio del gastaldo Pietro del fu Landoaro che, nel 971, vende metà di una chiesa da lui stesso fondata sulle sue proprietà, nel centro della città definito hortus magnus,[7] alle zone più remote come Vietri, dove negli stessi anni è documentata la proprietà del gastaldo Iaquinto, che ingloba nei suoi confini il patrimonio confinante di due fratelli di origine atraniese, tramite una donazione fatta da questi ultimi.[8] CDC TEXT; CDC TEXT

Nella documentazione anche questi patrimoni, seppure di agenti del principato, non hanno alcuna relazione con il pubblicum. Una sola carta attesta l’origine fiscale di un patrimonio appartenente ad un gastaldo, soprannominato Cristallo, che nel 975 ricorda la donazione di alcuni possedimenti al padre Arechisi da parte del principe Gisulfo I.[9] CDC TEXT

 

I patrimoni dei consanguinei del principe

I patrimoni più documentati, nella raccolta cavense, sono quelli appartenenti al capostipite della prima dinastia o ai suoi familiari, come vediamo ad esempio dalle numerose carte che interessano Guaiferio I.

Questo rientrato dall’esilio cui lo aveva costretto il principe Sicone, si impegnò di persona o tramite terzi, in una serie di permute e compravendite, concentrate prevalentemente nella città di Salerno e in un luogo detto Casamabile, tra 852 e 874.[10] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Questo patrimonio, esteso negli anni successivi l’acclamazione al principato, oltre a costituire la base fondiaria su cui poggiare il proprio prestigio sociale già durante gli anni precedenti l’861, costituì il nucleo iniziale della chiesa privata, dedicata a San Massimo Confessore, fatta costruire da Guaiferio I sui suoi possessi, concentrati nella parte alta della città di Salerno.

Il patrimonio di famiglia fu poi esteso dal principe Guaimario II, tra il 912 e il 919, tramite una donazione destinata al principe di metà casa in muratura e terra “intus eadem vestra civitate salernitanam novam ad ortum magnum”. Gli attori dell’offerta sono Alaisso e Adelgrimo, entrambi figli di due uomini vicini alla famiglia dinastica, Truppoaldo ed Imetanci che ricorrono spesso nelle file dei sottoscrittori, accanto al principe.[11] CDC TEXT Mentre una compravendita portata a termine dallo stesso principe qualche anno dopo, mostra un interesse per la zona compresa tra Salerno e Capua.[12] CDC TEXT

Il figlio del principe Guaimario II sembra invece più interessato alla zona del Cilento, come confermano i documenti che lo riguardano tra il 932 e il 933, nonostante anch’egli si presti per acquisti in città.[13] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Le carte dunque testimoniano un interesse sempre vivo per l’estensione del patrimonio nella capitale, costituito prevalentemente da case, forse destinate ad alloggiare parenti ed amici nei pressi del palatium. Più disordinato appare invece, dopo la morte di Guaiferio I, il costituirsi d un patrimonio al di fuori delle mura cittadine con acquisti in aree lontane l’una dall’altra a cui si aggiungono le donazioni da parte di uomini fidati, anch’esse spesso incoerenti con il resto del patrimonio privato dei principi. L’origine di uno scarso interesse per la formazione di un patrimonio razionale va certo attribuita all’esistenza di un più vasto e ricco patrimonio dinastico, su cui erano concentrati gli sforzi e gli interessi di amici e familiari: il patrimonio di San Massimo Confessore.

 

Le proprietà degli ecclesiastici

Le carte private del Codice Cavense contano molti ecclesiastici nelle file dei proprietari fondiari. Questi figurano spesso nelle transazioni economiche a titolo personale, non legati dunque ad enti ecclesiastici, ed anche loro tentano di estendere il patrimonio iniziale in modo coerente, con accorpamenti di terre circostanti. Lo si può vedere ad esempio, seguendo l’estensione del patrimonio del prete Ractiperto, figlio di Ractemundo, nella zona di Nocera, tramite gli acquisti di quest’ultimo, concentrati alle pendici del Monte Lavino e distribuiti in un periodo di poco più di dieci anni. È interessante notare come tali acquisti riguardino sempre la proprietà del defunto Ileprando che attraverso i suoi figli, Urso e Lupo, fu progressivamente smembrata ad unico vantaggio del prete tra 857 e 866.[14] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Ancora nei pressi di Nocera, un altro ecclesiastico, il chierico Ragimperto, acquista terre per ben sessanta solidi[15] CDC TEXT e nel 905 lo stesso insieme ai fratelli, Giovanni chierico e Pietro suddiacono, partecipa alla spartizione del patrimonio accumulato a Nocera dal padre Odelfrit con i rimanenti sette fratelli. Nonostante il numero degli eredi, la parte destinata ad ognuno è considerevole, a giudicare dal decimo assegnato a Giovanni che immaginiamo equivalente a quello del fratello Ragimperto e degli altri figli di Odelfrit.

Le carte relative ai due ecclesiastici, Ractemundo e Ragimperto, testimoniano dunque un interesse per la formazione e l’estensione di una base fondiaria privata, comune ai proprietari laici del IX secolo. Inoltre il ricco patrimonio diviso tra i dieci figli di Odelfrit, indica l’estrazione degli ecclesiastici dal ceto dei ricchi possessores, così come è già stato riscontrato per il presbitero Angelperto.

Un’altra carta interessante, riguardo ai patrimoni degli ecclesiastici, risale al 962, anno in cui i figli naturali del presbitero Giovanni rivendicarono come loro la proprietà di alcuni beni nella città di Salerno, in quanto eredità della loro madre Maralda. Secondo un monimen, presentato dai due fratelli a palazzo fu lo stesso presbitero di San Massimo a concedere parte delle sue proprietà nella capitale alla loro madre. La sentenza finale si concluse in favore della chiesa, in quanto i suddetti beni erano stati dati a Giovanni come presbitero e non a titolo privato, la proprietà era dunque della chiesa di San Massimo, dove Giovanni esercitava, e a questa doveva rimanere dopo la sua morte.[16] CDC TEXT Si tratta probabilmente di un beneficio concesso dall’ente ad un suo membro, concepito con il trascorrere degli anni dal presbitero come proprietà privata da lasciare in eredità. L’ambiguità è originata dalla stessa concessione fatta dal conte Guaimario, figlio di Guaimario II, e dal gastaldo Maione al presbitero al fine di offrire una casa in cui resedere senza indicare la natura vitalizia di tale concessione.

Un’altra correlazione tra concessioni da parte dei familiari del principe e la chiesa dinastica è di pochi anni dopo, quando un altro presbitero, Benedetto, risulta beneficiario di una donazione fondiaria da parte del conte Guaimario; questa volta però a titolo privato, come testimonia lo stesso documento con cui tale donazione fu girata alla chiesa di San Massimo dal presbitero, forse usato solo come copertura per dirottare dei beni appartenenti al fisco alla chiesa della famiglia principesca, non nuova a queste pratiche.[17] CDC TEXT

Gli ecclesiastici presenti nelle carte salernitane si comportano dunque come i piccoli e medi possessores visti sopra: mantengono la gestione dei propri patrimoni e partecipano alla divisione dell’eredità di famiglia.

È diversa invece la situazione dei monaci, tenuti a spogliarsi dei propri beni al momento di vestire l’abito monastico. Ma i patrimoni dei nuovi tonsurati non sempre concorrono ad arricchire enti spesso già ricchi, come leggiamo in una carta del 947 scritta a nome di Ragimperto che, in procinto di entrare in monastero, concede tutte le sue sostanze al futuro genero Pietro, anziché all’ente che lo accoglie.[18] CDC TEXT

Le proprietà degli enti religiosi

Gli enti ecclesiastici incontrati nei due secoli qui studiati sono pochi e mal documentati. Anch’essi, infatti, sono spesso ricordati solo tra i confinanti e raramente come parti attive delle trattative economiche. Fa eccezione ovviamente la fondazione principesca di San Massimo Confessore che risulta essere l’unico luogo di culto menzionato nelle carte del Codice Cavense a cavallo tra IX e X secolo.

La documentazione del X secolo, più ricca rispetto ai secoli precedenti, invece riporta indicazioni di molte chiese sparse sul territorio del principato, ma sempre di interesse secondario rispetto all’oggetto del documento. Sono poche infatti le chiese che compaiono come parti interessate dalla transazione, di solito destinatarie di offerte da parte di fedeli come la chiesa di San Marcello di Nocera o il monastero di Santa Maria e San Michele Arcangelo, vicino Amalfi, beneficiaria nel 972 dell’intero patrimonio di un gruppo parentale che si accinge ad entrarvi al completo.[19] CDC TEXT; CDC TEXT Le poche indicazioni fornite dalle carte non permettono quindi di individuare i patrimoni di tali chiese né notizie di altro genere.

 

Le chiese private

Tra le fonti riguardanti gli enti religiosi le chiese private sono le meglio documentate a partire dal secolo X. Le prime notizie risalgono agli anni trenta quando, in una carta del 930, Ermetanco, figlio di Imetanci, compare in veste di attore del documento accanto all’abate della fondazione privata dedicata a Sant’Angelo e costruita sui suoi possessi nella nuova città di Salerno. In realtà non vi sono ulteriori notizie sulla chiesa di S’Angelo di Salerno che non è più menzionata nella documentazione, ma il fatto interessante è che il fondatore di questa si possa identificare con uno degli uomini vicini al principe Guaimario I, come già rilevato a proposito di una donazione destinata al principe.

Cinque anni dopo è invece messo per iscritto l’impegno di alcuni uomini consorziati di costruire una chiesa dedicata a San Severino Confessore come voto per l’apparizione del santo cui avevano assistito nello stesso luogo.[20] CDC TEXT; CDC TEXT Le fondazioni religiose private oltre ad essere una manifestazione di fervore religioso, sono da interpretare anche come rinnovato strumento di affermazione del gruppo parentale in un territorio circoscritto, come sembrano confermare due fondazioni della seconda metà del X secolo. Nel 965 è datata la concessione di una terra a Gualdo, presso Avellino, destinata ad accogliere la chiesa di un intero gruppo parentale, comprensivo di quindici persone, tutte ugualmente impegnate a rispettare l’unità del patrimonio della chiesa affidato ad un presbitero o ad un monaco.[21] CDC TEXT Un’altra chiesa privata, intitolata agli apostoli Matteo e Tommaso, è invece attestata a Salerno, nella zona detta hortus magnus, sulle proprietà del gastaldo Pietro, retta dal 971 dal presbitero Cunnaro che, leggiamo, al momento della nomina prende possesso della metà del patrimonio della chiesa, mentre l’altra metà rimane al fondatore.[22] CDC TEXT Quindi oltre a chiese unicamente votive come poteva essere la chiesa di San Severino Confessore, le altre fondazioni private del X secolo riguardano per lo più esponenti del potere della prima dinastia, come Imetanci o il gastaldo Pietro, impegnati ad assicurare alla propria famiglia la memoria di una discendenza comune e la stabilità di patrimoni accresciuti da offerte votive, di proprietà dell’ente e quindi di coloro che possedevano la terra su cui si ergeva la chiesa.[23]

 

L’episcopato

Dal secolo X compare spesso tra le carte l’episcopato di Salerno, assente invece nella documentazione relativa al secolo precedente. Le notizie a nostra disposizione sono in ogni caso insufficienti a definire l’entità e l’estensione del patrimonio della curia salernitana, in quanto anche queste sono per la maggior parte occasionali. Gli atti stipulati dalla chiesa di Salerno, risalenti alla prima metà del X secolo, sono permute di fondi situati in zone distanti dalla capitale, come Rota e Mitiliano, tramite le quali l’episcopio concedeva terre incolte in cambio di altre nello stesso luogo già messe a frutto da piccoli proprietari. [24] CDC TEXT; CDC TEXT

Anche una vendita, nel 957, di alcune terre site a Paestum, in Lucania, conferma la tendenza dell’episcopato a disfarsi delle parti di patrimonio improduttive, [25] CDC TEXT; CDC TEXT forse per sfruttare con maggiori risorse la base fondiaria più vicina e meglio controllabile, affidata a terzi tramite contratti di pastinato.

 

Le proprietà degli stranieri

Nelle carte cavensi, dall’inizio del X secolo, si registra la costante presenza di uomini o nuclei familiari di stranieri, residenti sulle terre longobarde come proprietari fondiari o affittuari. Da questa data si può seguire infatti un costante flusso migratorio che interessa il principato di Salerno.

Greci

Nonostante la vicinanza dei territori bizantini al confine salernitano, gli scambi tra i due territori soggetti alle diverse dominazioni sono pochi, almeno a giudicare dall’esame delle carte salernitane: la prima traccia di greci entro i confini salernitani risale a quel Leo d’Alessandria che prima dell’868 cedette il suo vasto patrimonio nelle vicinanze della capitale a Guaiferio. Più tardi, nel 913 un tal Sergio è definito greco in un memoratorio, mentre solo nel 936, in una concessione di terra da lavorare, viene specificata la provenienza da diversa regione per un tal Urso, “qui fuit natibus graecorum fines”.[26] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Atraniesi

Nell’856 abbiamo una prima notizia di abitanti di Atrani, vicino Amalfi, in territorio salernitano. Atraniesi figurano infatti come proprietari in una compravendita stipulata quell’anno tra Radechis comes e Guaiferio, per una terra in “circo carbonario propinquo civitatem salernitanam”, dove è ricordato che anni prima Radechi comprò la stessa terra da “hominibus atranensis”.[27] CDC TEXT

Ma solo nel secolo successivo possiamo seguire lo stanziamento di gruppi familiari o di singoli individui di origine atraniese. Per lo più piccoli proprietari fondiari che risiedevano e lavoravano sulle proprie terre, come Giovanni, che nel 902 contende la proprietà di un fondo in Agella alla chiesa di San Massimo Confessore[28] CDC TEXT o Sergio, detto Boccapizzola, che alla sua morte, avvenuta nel 954, lascia ai figli il patrimonio accumulato, attraverso numerosi acquisti, tra Maiano e Trabonea.[29] CDC TEXT Altri invece, cedevano parti dei loro patrimoni con contratti a termine come testimonia quel che rimane di una carta del 932.[30] CDC TEXT

Alle attività agricole cui si dedicava la maggioranza di questi stranieri, come confermano le numerose locazioni da questi contratte, è forse da aggiungere la pratica commerciale che emerge da una compravendita conclusa tra un gruppo di atraniesi ed il vescovo di Paestum nel 977.[31] CDC TEXT ; CDC TEXT Si tratta di un fondo prospiciente il lido marino destinato forse ad ospitare scali o depositi utilizzati da questo gruppo di stranieri dediti alla navigazione come ricordato nel documento.[32]

Le invasioni di terre

L’insediamento di atraniesi sul suolo salernitano è contraddistinto spesso da invasioni di terre altrui, come attestano i numerosi giudizi cui prendono parte atraniesi, dove non mancano denunce di invasioni violente. Ne è un esempio il memoratorio del 963 con cui si appiana la contesa sorta tra alcuni beneventani e tre atraniesi riguardo una terra ed una vigna, tenute dagli ultimi in “malo ordine”. Il fondo in questione si trova a Vietri, situato "nei vecchi confini di Salerno" ed è conteso da alcuni beneventani, tutti personaggi di spicco del vicino principato, come mostrano i loro titoli di tesoriere, conte e gastaldo. Costoro accusano i due atraniesi, Manso ed Urso, di non avere rispettato i confini delle reciproche proprietà fondiarie. Il giudice Pietro procede quindi a fornire nuove delimitazioni in accordo con tutti gli interessati che si scambiano la wadia. [33] CDC TEXT

Nel 969 ritroviamo l’atraniese Urso, figlio del defunto giudice Marino, all’interno del sacro palazzo di Salerno, questa volta però è lui a lamentare l’invasione delle sue proprietà, ancora a Vietri, da parte di un corregionale, tal Giovanni figlio del Buccapitello in presenza del giudice Pietro.[34] CDC TEXT

La zona di Vietri è oggetto di attenzione da parte del palazzo che concede all’atraniese Gutti delle proprietà site in questo luogo,[35] CDC TEXT forse con l’intento di attuare una politica di popolamento, [36] della quale però non vi sono altre testimonianze nella documentazione. La presenza di atraniesi nel principato sembra invece avere un andamento spontaneo, non riconducibile ad un intervento politico, in quanto la documentazione offre un solo esempio di concessione di terra da parte del palazzo, risalente per di più al principato di Sicardo, mentre mancano notizie di ulteriori concessioni destinate ad atraniesi per gli anni seguenti.[37] CDC TEXT

Amalfitani

Al tempo del principe Sicardo, nell’849, una colonia di amalfitani fu trasferita nel principato di Salerno dopo la conquista della città costiera da parte dell’esercito longobardo. I progetti del principe erano certo quelli di avviare il principato ad un commercio marittimo sfruttando l’esperienza del vicino centro costiero, ma tale operazione non riuscì perché alla morte del principe questi tornarono nella loro città saccheggiando Salerno.[38]

La presenza di amalfitani sul suolo longobardo è registrabile in modo regolare solo dalla seconda metà del secolo X, mentre, per gli anni precedenti, il solo amalfitano citato dalle fonti è il conte Mansone che acquista un fondo sul territorio salernitano.[39] CDC TEXT

Da questa data si è in presenza di un flusso costante, costituito soprattutto da manodopera specializzata per nuove colture come la piantagione del castagneto.[40] Gli amalfitani degli anni sessanta del X secolo sono infatti impegnati in contratti di pastinato, riguardanti in particolare questa nuova coltura.[41] CDC TEXT; CDC TEXT Mentre dagli anni seguenti, pare delinearsi una seconda fase di insediamento degli amalfitani, occupati in questa metà secolo ad investire in patrimoni più o meno estesi, dove non di rado compaiono fondazioni religiose. È il caso della chiesa di San Felice in Fonti su cui si concentrano gli interessi di amalfitani e atraniesi dal tempo del principe Sicardo.[42] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

L’insediamento degli amalfitani sembra in linea di massima teso all’acquisto di fondi in zone in espansione da cedere in locazione dietro canoni parziari, piuttosto che alla ricerca di nuovi spazi da coltivare e abitare come avveniva invece per gli atraniesi. Gli acquirenti amalfitani, infatti, sono spesso personaggi prestigiosi che vantano titoli istituzionali all’interno della loro famiglia, come il conte Mansone o Manso, figlio del conte di Amalfi, e probabilmente le loro attività economiche interessano il territorio salernitano perché ricco di opportunità per chi aveva capitali da investire in un mercato vivace come era quello del principato meridionale in questi anni.[43]

Franchi

Le prime notizie di individui di origine franca nelle carte cavensi si possono rinvenire dalla metà del X secolo. La loro origine è chiaramente indicata all’interno della documentazione con la dicitura “qui furunt ex genere francorum”come leggiamo in una carta privata del 966, che registra lo scambio di due servi di origine franca, appartenenti ad un privato, con uno di proprietà della chiesa di San Massimo. [44] CDC TEXT Di condizione libera sono invece Sassu e Pietro, anch’essi di origine franca, che figurano nelle file dei piccoli proprietari nella seconda metà del X secolo. [45] CDC TEXT; CDC TEXT Una presenza esigua dunque quella dei Franchi sul territorio longobardo meridionale, che sottolinea ancor di più la mancata penetrazione carolingia nelle terre del Sud della penisola.

Ebrei

La presenza di Ebrei sul territorio salernitano è attestata dall’801, data in cui un tal Iacob, notaio, redige un atto privato a “pozzolano in agro nocerino.[46] CDC TEXT Lo stesso forse che sottoscrive una compravendita due anni dopo nell’atrio di Santa Maria.[47] CDC TEXT Questi probabilmente praticavano attività commerciali, come avveniva in altri luoghi, o professionali, come quella medica. I guadagni in ogni caso erano investiti nella terra come confermano le notizie riguardanti il medico Iosep.[48] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT L’unico strumento per identificare gli ebrei residenti nel principato di Salerno è il nome, in quanto nei documenti del IX secolo non è mai indicata l’appartenenza alla diversa cultura. Nel secolo seguente invece anche nelle carte meridionali gli ebrei sono indicati come tali. Ad esempio, nel 936, in un contratto di locazione è ricordato un “Iosep ebreo” tra i confinanti di un fondo in Correiano.[49] CDC TEXT

Il fatto che dal X secolo gli ebrei siano così indicati fa parte probabilmente in una rinnovata pratica notarile, determinata dall’aumento della popolazione e dal conseguente incremento delle attività commerciali; più attenta rispetto al secolo precedente ad individuare per origine, titolo, religione, soprannome e mestiere, coloro che intervengono negli atti privati.

Genovesi e napoletani

Nelle carte cavensi degli anni sessanta e settanta del secolo X, compare per la prima volta un tal Urso di origini genovesi, destinatario di una locazione della durata di dieci anni in Sila. Interessante è anche la presenza di un abitante di Napoli, registrata nel 974. Si tratta di Guaimario presbitero e notaio che riceve la chiesa di San Giovanni fondata dai figli di Mascino in Vietri.[50] CDC TEXT; CDC TEXT I casi citati, rimangono però isolati all’interno della documentazione relativa alla durata del governo di Gisolfo I, con cui si chiude il nostro studio, perciò non sufficienti a fornire indicazioni valide per ipotizzare un insediamento di comunità di genovesi o napoletani al fianco di atraniesi, amalfitani, greci ed ebrei.

 

I contratti agrari

Nelle carte salernitane, fin dal IX secolo sono presenti contratti di locazione di durata di solito variabile, stipulati oltre che da enti ecclesiastici, come abbiamo visto per la chiesa di San Massimo Confessore, anche da privati.

I primi contratti contenuti nel Codice, datati intorno alla metà del secolo IX, contano oltre alle locazioni, testimoniate dall’848, mutui tra privati per un totale complessivo di sette carte.

Le prime riguardano la aree più prossime alla capitale, come Casale Bracialiano e Giovi, ed i territori compresi nel distretto di Rota. Esse sono stipulate tra privati per un numero di anni variabile compreso tra due e tredici, durante i quali l’affittuario si impegna a lavorare una terra già coltivata dietro pagamento di un canone in denaro versato al momento della stipula dell’accordo. Solo uno di questi contratti, dell’872, prevede al posto del pagamento in moneta un canone parziario ammontante ad un terzo delle rendite annuali del fondo concesso. La scelta del canone in natura però va forse ricercata nella scarsa disponibilità economiche dell’affittuario come induce a pensare il prestito in denaro chiesto dallo stesso al locatario.[51] CDC TEXT

Fa eccezione tra queste locazioni una di durata indeterminata, fatta notificare nell’848 dallo scarione Rodeperto ad un tal Rospolo, il quale, si legge, mancando nelle sue mansioni rischia il pignoramento dei propri beni o la revoca del contratto con l’aggiunta di una penale in denaro da consegnare ai missi dello scarione. La terra in questione era probabilmente di origine fiscale come suggerisce lo stesso documento ricordando il precedente affittuario alle dipendenze di un altro funzionario di palazzo.[52] CDC TEXT Questo spiegherebbe dunque l’anomalia dei termini fissati dal contratto rispetto alle contemporanee locazioni. Accanto a queste, per lo stesso periodo, sono presenti due permute, una a Giovi e l’altra a Priato, entrambe di terre già coltivate e senza alcuna clausola particolare.[53] CDC TEXT; CDC TEXT Questo tipo di contratto agrario è però meno frequente rispetto alle concessioni di lavoro ed è utilizzato prevalentemente da medi possessores per estendere i propri confini in modo razionale.

Le condizioni contrattuali viste per il IX secolo valgono sostanzialmente per il secolo successivo, anche se si registrano delle facilitazioni per i locatori, come l’esenzione da tributi in denaro o in natura per tutta la durata del contratto. D’altro canto si nota però un inasprimento delle pene pecuniarie e l’obbligo dei concessionari di risiedere sulle terre affittate. Allo scadere del vincolo, comunque, tutti sono liberi di lasciare il fondo senza alcuna condizione.

Si tratta ancora di terre coltivate situate in prossimità della capitale, tranne un casale nel Cilento, detto Castello de Lauris, affittato nel 936 da uno dei figli del principe Guaimario ad un contadino di origini greche che si impegna a lavorarlo e a risiedervi, consegnando al proprietario della terra una gallina a Natale e a Pasqua per un periodo di tempo indeterminato.[54] CDC TEXT L’anno seguente, ancora nelle vicinanze della capitale è steso un contratto di pastinato. Si tratta di un fondo in Correiano affittato per sei anni ad un unico concessionario con il solo obbligo di piantare nuove specie arboree. In caso di ripensamento da parte di quest’ultimo è prevista una pesante penale da versare al proprietario del fondo, ma rispettando gli anni concordati il concessionario otterrà il diritto di prelazione per un eventuale vendita.[55] CDC TEXT

Nella seconda metà del secolo X, i contratti di pastinato si incrementano di numero, aggiungendo clausole più precise riguardo ai tributi da versare al locatore, come il terraticum, un canone parziario riscosso sui cereali inferiori nella misura dettata dalle consuetudini del luogo, di solito compreso tra un mezzo ed un decimo,[56] che diverrà una costante delle locazioni in territorio salernitano. A questo si aggiunge nella maggior parte dei contratti la metà del vino prodotto e, solo in qualche caso, la manutenzione del recipiente usato per contenerlo. La durata del vincolo contrattuale si abbassa però ad un massimo di dieci anni e gli obblighi del concessionario sono più impegnativi rispetto a quelli visti solo un ventennio prima. I contratti di questa seconda metà secolo erano infatti volti allo sfruttamento di terre ancora incolte con nuove colture, soprattutto la vite che interessa la maggioranza dei contratti salernitani. Le attrattive per i nuovi coltivatori erano rappresentate comunque dalla disponibilità di terre da sfruttare e abitare, e probabilmente anche dall’assenza di tributi in denaro, fatta eccezione per una somma simbolica, consegnata al locatario al momento dell’accordo, nelle carte chiamata wadia. La somma variabile a seconda dell’importanza delle terra in questione garantiva la validità dell’accordo tra i privati e fungeva da parametro per l’eventuale penale.

Ai contratti visti sopra sono da aggiungere le numerose locazioni portate a termine dalla chiesa di San Massimo, dalla fine del secolo IX alla metà del X, per un totale di quarantadue contratti stipulati con coltivatori, contenuti nella documentazione cavense.[57] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Ciò che accomuna i contratti salernitani del secolo X, pur stipulati in zone differenti, è dunque la brevità dei termini degli stessi e la pesantezza dei tributi. Proprio quest’ultima porta a pensare che nonostante allo scadere del contratto i contraenti fossero liberi di lasciare il fondo con i beni mobili, soprattutto case lignee smontabili, accumulati durante gli anni della locazione, la brevità di questa fosse determinante per l’esiguità del conquestum.[58]Tale termine infatti, utilizzato per indicare appunto la porzione di beni mobili alla quale l’affittuario aveva diritto al termine del vincolo contrattuale,[59] compare solo in due occasioni all’interno della documentazione,[60] CDC TEXT; CDC TEXTsegno della poca importanza a questo attribuita dalle due parti del contratto che ponevano la loro attenzione su altri particolari dell’accordo, come le nuove colture, i confini, e le porzioni dei tributi.

 

Le prestazioni d’opera

Le prestazioni d’opera, conosciute come corvèes oppure come operae nei documenti longobardi, costituiscono un carattere distintivo dell’azienda curtense, comprendente almeno nella sua forma carolingia una pars dominica ed un pars massaricia. Esse sono giornate lavorative che i locatori erano tenuti a prestare al di fuori del loro fondo in affitto, sulla proprietà del signore della terra, da questo gestito direttamente avvalendosi di manodopera servile. Questa organizzazione agricola era tesa al massimo sfruttamento produttivo nella quale le corvèes , oltre a supplire alla carenza di manodopera servile, rappresentavano uno strumento di controllo sui lavoratori dipendenti, sempre più limitati nella loro libertà personale.[61]

Tale sistema produttivo che si affermò nelle regioni d’Italia sottoposte al dominio carolingio, non sembra essere penetrato nelle regioni meridionali, estranee alla cultura dei conquistatori d’oltralpe.

Il termine operae fa la sua comparsa in un solo documento conservato nella Badia di Cava dei Tirreni. Si tratta di un mutuo rogato nell’882 a Nocera, in cui un abitante della stessa città di nome Mauro si impegnava a restituire entro cinque anni i sei denari ricevuti dal suo vicino, il presbitero Angelperto, che in cambio pretendeva prestazioni occasionali sulla sua terra.[62] CDC TEXT Altre volte invece figura il termine angaria che indica prestazioni più generiche non necessariamente legate all’organizzazione curtense di importazione transalpina.[63]

Il primo documento che presenta questo termine è un diploma del principe Guaimario I, scritto dal notaio Dausdedi, chiamato nell’882 a notificare l’esenzione della chiesa di San Massimo, del suo abate e di tutti gli ecclesiastici, dall’autorità del vescovo di Salerno. Quest’ultimo impegna sé ed i suoi eredi a rispettare tale decisione e a non imporre alcuna angaria.[64] CDC TEXT

Lo stesso divieto viene fatto agli agenti pubblici in un altro diploma dell’899, riguardante il patrimonio confiscato al servo di palazzo Lupo, figlio di Ragemperto[65] CDC TEXT e in un memoratorio del 923 in cui la chiesa di San Massimo si impegna a difendere una concessione di terra, fatta al monaco Iohannelgari e alla sua famiglia, da ogni sopruso degli agenti pubblici, comprese le angarie.[66] CDC TEXT

Queste le uniche testimonianze di prestazioni d’opera, attribuite dunque al palazzo o alla chiesa privata del principe e solo in un caso ad un privato, quel Angelperto che richiede operae in cambio di un prestito di denaro, lo stesso che abbiamo identificato come proprietario di uno dei più estesi patrimoni privati del IX secolo e come abate della chiesa di San Massimo. Al contrario, nei numerosi contratti di locazione non v’è traccia di obblighi lavorativi al di fuori del fondo concesso dietro tributo.

Nella documentazione manca anche qualsiasi riferimento al massaricio, mai menzionato, il che induce a ridimensionare anche il termine curtes, frequente nelle carte dell’area salernitana. Questo, infatti, non sembra utilizzato per indicare una cellula costitutiva della grande proprietà, quanto un terreno di dimensioni variabili, coltivato o lasciato a sodo, su cui spesso sorgeva una casa. L’ambiguità del termine nasce anche dal significato che assume, in alcuni casi, di cortile di piccole dimensioni, in altri, di centro di gestione patrimoniale.[67]

Le proprietà più piccole sono invece indicate con i termini di, pecia e sors, mentre i termini casale e clusuria indicano rispettivamente un luogo di abitazione permanente su un patrimonio coerente ed un luogo recintato, ricordato spesso nelle carte del X secolo. [68]

Dunque quella complessa organizzazione agricola, che aveva riscosso grande successo nel resto della penisola di tradizioni longobarde, non attecchì nel principato di Salerno dove l’estensione della grande proprietà fondiaria non arrivò mai al punto di cancellare la piccola proprietà privata, ancora presente nel X secolo come elemento di discontinuità dei possessi più vasti. Accanto a proprietari piccoli e medi convivevano famiglie di coloni a volte arrivati da oltre i confini del principato che si impegnavano per periodi di tempo variabile a coltivare e, il più delle volte, a piantare nuove colture per sfruttare terre fino a quel momento incolte dietro pesanti tributi. A questi si aggiungono piccoli proprietari che spesso si impegnavano in un affitto di lotti confinanti per incrementare i loro prodotti. In questa realtà, caratterizzata dal piccolo e medio possesso, il lavoro servile è marginale e sembra riguardare principalmente le proprietà più estese, vale a dire il patrimonio del palatium e quello della chiesa di San Massimo per il IX secolo, cui si aggiungono nel secolo seguente i patrimoni dell’episcopato e di alcuni privati.[69] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

Il panorama agrario salernitano sembra dunque conservare la struttura agraria ed i rapporti economico-sociali di antica tradizione longobarda, a cui gli abitanti del principato si richiamano fieramente nella prassi documentaria.

La diversità del Sud della penisola rispetto al resto del regno italico è ancora una volta da attribuire alla mancata penetrazione della dominazione carolingia che nell’Italia centro-settentrionale aveva visto la diffusione sistematica delle corvées come strumento di organizzazione del lavoro contadino.[70] Nel Mezzogiorno quindi permarrebbe un’organizzazione fondiaria di tradizione longobarda, definita da Andreolli sistema precurtense, in cui il “dominico” ed il “massaricio” sono realtà sconnesse, non rese organiche dal vincolo delle corvées.[71] Alla luce di questa considerazione lo stesso termine dominicum che compare nei documenti salernitani è con ogni probabilità da attribuire al patrimonio fiscale, piuttosto che a realtà economiche di stampo carolingio. Il che tuttavia non esclude l’esistenza delle due forme di conduzione diretta e indiretta, come indicano anche le testimonianze cavensi, ma solo che raramente le due forme si sono associate in uno stesso ambito geografico-curtense, fondato sulla cooperazione delle forze lavoratrici del dominicum e del massaricium.[72]

 



[1] S. GASPARRI, Grandi proprietari e sovrani nell’Italia longobarda del secolo VIII, in Longobardi e Lombardia: aspetti di civiltà longobarda, Atti del VI Congresso internazionale, V. II, Milano 1978, p. 429.

[2] Ivi, p. 430-432.

[3] CDC. vol. I, n. LXXXVIII, anno 882; n. XCI, anno 882; n. XCV, anno 882; n. XCVII, anno 882.

[4] CDC. vol. I, n. CXL, anno 923.
[5] CDC. vol. I, n. CXXX, anno 920.

[6] CDC. vol. I, nn. CXVI, anno 902; CLXXI, anno 946; CLXXX, anno 952; vol. II, n. CCIX, anno 960.

[7] Hortus magnus è il nome dato alla parte centrale della città di Salerno. Il nome, secondo, Galasso indica lo stretto rapporto tra città e campagna esistente nel territorio longobardo: GALASSO, Le città campane, cit., p. 31.

[8] CDC. vol. II, n. CCXLI, anno 966; n. CCLXV, anno 971.

[9] CDC. vol. II, n. CCLXXXIII, anno 975.

[10] CDC. vol. I, n. XXXV, anno 852; n. XXXVI, anno 853; n. XLIV, anno 856; n. XLV, anno 856; n. LI, anno 857; n. LII, anno 857; n. LVIII, anno 859; n. LXV,anno 869; n. LXVI, anno 869.

[11] CDC. vol. I, n. CXXXI, anno 912.
[12] CDC. vol. I, n. CXXXVII, anno 917.

[13] CDC. vol. I, n. CLI, anno 932; n. CLIII, anno 933; n. CLXII, anno 936; n. CLXVII, anno 940

[14] CDC .vol. I, n. XLIX, anno 857; n. L, anno 857; n. LVII, anno 859; n. LXII, anno 866; n. LXXII, anno 872.

[15] CDC. vol. I, n. CIV, anno 893.
[16] CDC. vol. II, n. CCX, anno 962.
[17] CDC. vol. II, n. CCLI, anno 967.
[18] CDC. vol. I, n. CLXXIII, anno 947.

[19] CDC. vol. II, nn. CCXVIII, anno 962; CCLVI, anno 972.

[20] CDC. vol. I, n. CL, anno 930; n. CLXXII, anno 935.

[21] CDC. vol. II, n. CCXXXI, anno 965.
[22] CDC. vol. II, n. CCLXV, anno 971.
[23] TABACCO, Egemonie, cit. pp. 207-208.

[24] CDC. vol. II, n. CXXXII, anno 917; n. CLXX, anno 942

[25] CDC. vol. II, n. CXCVII, anno 957, n. CCLIII, anno 967.

[26] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868; n. CLI, anno 932; vol. II, n. CCLXXX, anno 974.

[27] CDC. vol. I, n. XLIV, anno 856.
[28] CDC. vol. I, n. CXIV, anno 902.
[29] CDC. vol. I, n. CLXXXIV, anno 954.
[30] CDC. vol. I, n. CLII, anno 932.

[31] CDC. vol. II, n. CXCVII; anno 957; n. CCXCVI, anno 977.

[32] DELOGU, Il principato, cit., p. 267.

[33] CDC. vol. II, n. CCXX, anno 963.
[34] CDC. vol. II, n. CCLIX, anno 969.
[35] CDC. vol. II, n. CCLXVII, anno 972.

[36] S. PALMIERI, Mobilità etnica e mobilità sociale nel Mezzogiorno longobardo, “Archivio Storico per le Province Napoletane”, III s., XX, 1981, p. 93.

[37] CDC. vol. I, n. CLXXXVI, anno 954.

[38] SCHIPA, Storia del principato, cit., p. 99-100.

[39] CDC. vol. I, n. CLXVII, anno 940. Il conte amalfitano Mansone nel 981 tentò di usurpare il trono del principato di Salerno conquistando la capitale e nominandosi principe. SCHIPA, Storia del principato, cit., p. 172.

[40] M. DEL TREPPO- A. LEONE, Amalfi medioevale, Napoli 1977, p. 32.

[41] CDC. vol. I, n. CLXXXIX, anno 955. vol. II, n. CCXXIII, anno 963.

[42] CDC. vol. II, n. CCXLII, anno 966. n. CCLXXIII, anno 973; n. CCLXXIV, anno 973; n. CCLXXVIII, anno 974; n. CCXCVII, anno 977.

[43] PALMIERI, Mobilità, cit., p. 103.

[44] CDC. vol. I, n. CCXLIV, anno 966.

[45] CDC. vol. I, n. CCLXXXVII, anno 975; vol. II, n. CCXI, anno 960.

[46] CDC. vol. I, n. IV, anno 801.
[47] CDC. vol. I, n. V, anno 803.

[48] CDC. vol. I, n. XXIX, anno 848; n. XL, anno 855; n. LXI, anno 865.

[49] CDC. vol. I, n. CLIX, anno 936.

[50] CDC. vol. I, n. CCXXXIV, anno 966; n. CCLXXVI, anno 974.

[51] CDC. vol. I, n. LXXIII, anno 872.
[52] CDC. vol. I, n. XXXI, anno 848.

[53] CDC. vol. I, n. LXX, anno 871; n. LXXVI, anno 872.

[54] CDC. vol. I, n. CLI, anno 932.
[55] CDC. vol. I, n. CLIX, anno 936.

[56] MARTIN, Città e campagna, cit., p. 308.

[57] CDC. vol. I, n. C, anno 884; n. CXIII, anno 901; n. CXXXII, anno 913; n. CXC, anno 956; n. CXCVI, anno 957; n. CCV, anno 959; n. CCVI, anno 959; vol. II nn. CCXIV,CCXV, anno 962; n. CCXVII, anno 962; n. CCXIX, anno 962; n. CCXXIV, anno 963; n. CCXL, anno 966; n. CCXLVI, anno 966; n. CCXLVII, anno 966; n. CCXLIX, anno 966; n. CCLVI, anno 968; n. CCLXXXI, anno 975; n. CCXC, anno 976; n. CCXCV, anno 977.

[58] B. ANDREOLLI, “Ad conquestum faciendum”. Un contributo per lo studio dei contratti altomedievali, in “Rivista Storica dell’Agricoltura”, XVIII, 1978, p.129.

[59] ANDREOLLI, Ad conquestum, cit., p. 109.

[60] CDC. vol. I, n. CXLIX, anno 928; vol. II, n. CCXXV, anno 964. Si tratta in entrambi i casi di carte di liberazione in cui ai servi liberati viene consegnato il proprio conquestum; il fatto che questo termine appaia solo in queste carte induce Andreolli a “sospettare a un non diritto del ceto servile al medesimo”, motivato piuttosto dalla paura dell’aldilà: ANDREOLLI, Ad conquestum, cit., p. 131.

[61] B. ANDREOLLI- M. MONTANARI, L’azienda curtense in Italia. Proprietà della terra e lavoro contadino nei secoli VIII e IX, Bologna 1983, p. 15 e sgg.

[62] CDC. vol. I, n. XCV, anno 882

[63] ANDREOLLI- MONTANARI, L’azienda, cit., p. 53.

[64] CDC. vol. I, n. LXXXVII, anno 882.
[65] CDC. vol. I, n. CXI, anno 899.
[66] CDC. vol. I, n. CXL, anno 923.

[67] DELOGU, Il principato, cit., pp. 250-251.

[68] Ivi, p. 252

[69] CDC. vol. I, n. VIII, anno 819; n. LXIV, anno 868; n. LXVII, anno 869; n. XCIII, anno 882; n. CXI, anno 899; n. CXIX, anno 904; n. CXXXVII, anno 919; n. CXLIX, anno 928; n. CLXXVII, anno 949; vol. II, n. CCXVIII, anno 960; n. CCXXIX, anno 965; n. CCXLIV, anno 966.

[70] ANDREOLLI- MONTANARI, L’azienda, cit., p. 40.
[71] Ivi, p. 45-53.

[72] M. DEL TREPPO, La vita economica e sociale in una grande abbazia del Mezzogiorno: San Vincenzo al Volturno nell’Alto medioevo, in “Archivio Storico per le Province Napoletane” XXXV, 1955, pp. 46-52.

 

Bibliografia

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Liberta' di culto e architettura a Venezia

Liberta' di culto e architettura nella Scuola Grande di S. Giovanni Evangelista: scontro fra poteri a Venezia alla fine del Quattrocento[1]

Quando il patriarca di Venezia Maffeo Girardo viene convocato nel 1491 a giudicare una lite in atto tra la Scuola Grande di S. Giovanni Evangelista e la nobile famiglia Badoer, patrona dell’area dove si situavano le proprietà della confraternita, ha ormai 86 anni.
E’ da chiedersi dunque perché venga chiamato in causa proprio l’anziano monaco camaldolese, per una vertenza che, al di là delle ripercussioni individuali su ciascun protagonista, sembra fin da principio delinearsi come una querelle politico religiosa dalle conseguenze più ampie e complesse. Il 9 maggio 1491 ha inizio il processo.

La controversia ha come oggetto il diritto della Scuola, negato dal priore laico Giovanni Alvise Badoer[2], a celebrare messe ed altri “divina officia” all’interno della propria sede. Il 28 maggio il patriarca sembra aver raggiunto una decisione, e avverte i confratelli che “sotto pena di escomunication non dobbiate far celebrar messa da basso in Schuola, ne far officii da morti, e similmente femo tale commandamento ai pretti, che sotto pena d’escomunication non debbano celebrar ne officiar ut supra”.[3] Due giorni dopo, il 30 maggio, il vicario e il guardian da matin della Scuola chiedono al patriarca la revoca della sentenza, dato che da sempre i confratelli avevano avuto la “potestatem” di celebrare funzioni liturgiche all’interno della Scuola; di tale facoltà, essi dichiarano inoltre di aver usufruito soprattutto nell’ultimo periodo, dal momento in cui il priore aveva loro impedito di officiare nella chiesa di S. Giovanni Evangelista “contra antiquissimam consuetudinem”. Sottolineano inoltre come la questione sia stata già sottoposta all’attenzione del Consiglio dei Dieci, a dimostrare come a Venezia, non appena venga attaccato il diritto di culto di un’istituzione laica da parte di esponenti della gerarchia ecclesiastica, si ricorra immediatamente al potere politico.[4] La sentenza finale giunge il 31 maggio: Maffeo Girardo, dopo aver sentito le ragioni del priore e dei confratelli, stabilisce che il Guardian Grande e i compagni della Scuola di S. Giovanni Evangelista possano esercitare il culto nella propria sede, ma soltanto “in parte superiori ipsius Scholae, et non in parte inferiori aliquo modo”.[5] Oggetto della lite sembra dunque essere la realizzazione, al piano terreno della sede della confraternita, di una sorta di cappella o di oratorio, in cui officiare al pari di una chiesa parrocchiale.

Documentazione successiva, risalente all’elezione del nuovo priore nel 1499[6], mette luce sugli eventi che avevano condotto al processo. Giovanni Alvise Badoer, una volta eletto (si badi: questo è il punto di vista proposto dalla Scuola) sembra aver impedito ai confratelli l’uso della chiesa di S. Giovanni Evangelista costringendoli ad officiare le funzioni religiose all’interno della propria sede. Questa scelta aveva a sua volta escluso la famiglia Badoer dalla fruizione delle offerte che era solita ottenere durante le messe e i funerali, le cosiddette regalie. Viene dunque dichiarata per la prima volta in questi documenti la vera natura della controversia, che appare essere di natura economica. Tentando di ricostruire una successione plausibile degli eventi, si può presumere che siano due le motivazioni reali alla base del contenzioso: innanzitutto il priore, in virtù di una bolla Apostolica del 1472, che gli permetteva di fare celebrare nella chiesa di S. Giovanni[7] messe per la propria famiglia e per le povere del vicino ospedale, del quale egli stesso deteneva la gestione, sembra voler porre precisi limiti ai confratelli nell’amministrazione della chiesa. Ciò avrebbe potuto comportare un parziale allontanamento della Scuola dall’uso della chiesa, la cui portata potrebbe essere stata successivamente esagerata, a fini puramente strumentali, dalla confraternita. Questi eventi conducono infine il capitolo generale della Scuola a presentare, in una data non precisata ma presumibilmente prima del maggio 1491, una supplica ai Capi del Consiglio dei X, in cui vengono suggerite due soluzioni alternative. Nel caso in cui fosse stato restituito ai confratelli l’uso della chiesa, governata dai propri preti come era stato stabilito da un accordo del 1441[8], la Scuola avrebbe contribuito al priore le regalie come sempre era stato fatto; se invece non fosse stata ristabilita questa intesa, avrebbe avviato la costruzione di una nuova chiesa dedicata a S. Giovanni dei Battuti, libera da oneri verso il priorato, sia in relazione alle offerte, sia per le somme dovute per “i di ordenadi come de i corpi per le arche” vale a dire nei giorni di festa e in occasione delle sepolture dei confratelli.[9] E’ manifesta la volontà autorappresentativa nel proposito di dedicare questa nuova chiesa al santo protettore dell’intera area, ma essa assume un significato più specifico e connotativo grazie all’invocazione di S. Giovanni quale protettore dei “Battuti”, vale dire dei membri della Scuola. Il processo del maggio 1491 sembra dunque essere la conseguenza di una decisione assunta dai confratelli a favore della seconda possibilità. Con quest’ultima nota emergono finalmente anche i protagonisti politici dell’intera vicenda: i Capi del Consiglio dei Dieci, la suprema magistratura veneziana. Si possono dunque già identificare gli ambiti cui fanno riferimento gli attori di questa querelle: da un lato Giovanni Alvise Badoer cerca l’appoggio del patriarca, dall’altro la Scuola chiama in causa il potere laico. Sullo sfondo di quella che sembrava essere una semplice lite tra vicini a proposito delle elemosine ricavabili dalla gestione di una piccola chiesa, inizia quindi a delinearsi un contrasto istituzionale tra poteri opposti.

La reazione dei confratelli alla sentenza di Maffeo Girardo è repentina, tanto che già nel 1492 essi si dichiarano in possesso di una bolla emessa da papa Alessandro VI, che autorizza la Scuola a “poder dir la messa”, senza ulteriori precisazioni circa modalità e luoghi deputati alle azioni liturgiche.[10] Presumibilmente i capi della confraternita si erano immediatamente mossi per aggirare la decisione del patriarca, la quale ad una più attenta osservazione risulta comunque essere il frutto di uno sforzo di mediazione non indifferente. Se infatti con la prima sentenza era stato inibito l’uso della Scuola a fini liturgici, Maffeo Girardo, dopo aver ascoltato le parti in causa aveva concesso che si potessero celebrare messe al piano superiore dell’edificio. Questo atto conciliatorio doveva essere stato influenzato da un intervento del 30 maggio, con il quale i confratelli avevano attaccato il patriarca ricordandogli che ogni loro decisione era sottoposta prima al potere politico ed in secondo luogo a quello religioso: “coram praefato Reverendissimo Domino Patriarcha constituti Domini Vicarius et Guardianus matutinus Scholae Ioannis Evangelistae Venetiarum petierunt, non tamen propter hoc intendentes subiciere Scholam praedictam, nec iura sua iurisdictioni praefati Reverendissimi Domini Patriarchae, quae est imediate subiecta iurisdictioni, potestati, Dominio excellentissimi consilii decem, quod sua Dominatio Reverendissima revocare debeat de facto quodam assentum bulectinum ad Dominum Guardianum, et socios dictae Scholae, quod sub pena excomunicationis non debeant celebrari facere missas in dicta Scola”.[11] Il tono della richiesta è chiarissimo: dato che la Scuola non è sottomessa al giudizio del patriarca, ma a quello del Consiglio dei Dieci, il patriarca stesso deve revocare la propria decisione. Il giudizio di Maffeo Girardo è considerato dunque illegittimo. L’ultima parola, insomma, spetta ai Dieci.

A questo punto è necessario analizzare più nel profondo la scena ed i suoi protagonisti. E soprattutto, comprendere in che chiave può essere letto il comportamento di Maffeo Girardo. Come reagisce il patriarca al tentativo di delegittimare le sue decisioni? Anziché inasprire il conflitto egli adatta la sua sentenza nel tentativo, apparentemente riuscito, di raggiungere un equilibrio tra le parti in causa. E’ molto importante sottolineare questo atteggiamento, soprattutto in vista di quanto accadrà in seguito, quando il potere religioso e quello politico si scontreranno nuovamente, ma senza alcuna mediazione. Maffeo Girardo cala dunque sullo scenario che si è descritto stemperando quasi completamente l’apertura di un contrasto istituzionale potenzialmente ampio. Si tratta di un personaggio ben visto dal governo della Repubblica, e non altrettanto dalla chiesa di Roma. Eletto patriarca nel 1466 con il voto unanime del Senato, la sua nomina fu subito contrastata dalla Santa Sede che propose in alternativa diverse candidature. Così facendo, papa Paolo II intendeva avocare a sé più diritti nell’elezione delle autorità ecclesiastiche della città. Nel 1467 il pontefice tuttavia cedette e il Girardo poté assumere la carica di patriarca. Per quanto concerne l’autonomia di culto delle istituzioni veneziane rispetto al potere di Roma, la politica del neo – eletto Girardo si mantiene fedele a quella dei suoi predecessori, rispettando una consolidata prassi veneziana di intendere ogni singola parrocchia indipendente l’una dall’altra. Sulla questione dell’elezione dei piovani il patriarca interviene direttamente nel 1474, quando impone che la loro nomina sia effettuata prima dai chierici titolari dei capitoli e poi dai parrocchiani.[12]

La tensione fra Scuola e priorato si inasprisce nuovamente alla fine del 1493, quando la confraternita ha già intrapreso nuove campagne di lavori. Oltre a non dare esecuzione alla sentenza del patriarca, i confratelli avevano dato avvio in questi anni a diversi lavori di abbellimento della propria sede, tesi per lo più alla valorizzazione della sala capitolare e dell’adiacente Albergo dove veniva conservata la reliquia della croce. E’ in questi stessi anni che viene inoltre commissionato il famoso ciclo dei Miracoli della Croce affidato in seguito al gruppo guidato da Gentile Bellini.[13] Un nuovo processo, ben più lungo e complesso del precedente, inizia il 20 febbraio ed il nuovo giudice è il patriarca di Costantinopoli e arcivescovo di Candia Girolamo Lando, residente a Venezia. Si tratta di un personaggio poco noto, bandito dalla città per un anno nel 1480, con l’accusa di aver riferito importanti segreti di stato a Lorenzo de Medici. Si può di conseguenza ipotizzare che non sia ben visto dalle magistrature veneziane, come in effetti emergerà nei suoi contrasti con il Consiglio dei Dieci.[14] La vicenda processuale è piuttosto lunga, e si cercherà quindi di riassumerne i punti principali.[15] Il 22 febbraio la Scuola è citata in giudizio dal Badoer: cardine della sua accusa è l’accordo stipulato dai suoi antenati con i confratelli, in base al quale essi potevano godere di spazio “pro suis ipsius confraternitatis negotis” e per fabbricare “in locco ecclesiae et hospitalis nostri Prioratus, et iuris patronatus Sancti Ioannis Evangelistae memorati”[16], con la precisa clausola, però, che il diritto di celebrare messe o divini uffici attenesse esclusivamente alla chiesa di S. Giovanni. In questo modo i confratelli erano stati anche in grado di officiare per mezzo di propri cappellani; ma recentemente essi non avevano più mantenuto questa “observantiam”, anzi “ab ea se subtrahere”, trasportando “extra memoratam ecclesiam” il diritto di celebrare in quel luogo dove ora dicono che è loro concesso: all’interno, cioè, della loro sede. Ciò è stato possibile – sostiene il Badoer – avendo i confratelli estorto una lettera apostolica[17], in virtù della quale non soltanto celebrano al di fuori della chiesa, ma hanno anche eretto un “oratorium” all’interno della Scuola. Ciò ha provocato grandi danni al priorato e Giovanni Alvise Badoer invoca dunque una sentenza da parte di Girolamo Lando, con la quale si dimostri come la lettera apostolica sia stata estorta con l’astuzia e sia pertanto da considerarsi non valida.[18] Il 20 marzo viene ascoltata la difesa della Scuola, esposta dal Guardian Grande e compagni. Innanzitutto, egli ricorda che nei giorni precedenti era già intervenuto il Consiglio dei Dieci a stabilire, nella forma di un avvertimento più che di una sentenza, che Girolamo Lando avrebbe dovuto occuparsi soltanto di verificare la validità della concessione apostolica: un’affermazione, ancora una volta, sintomatica di una particolare attenzione dei Dieci nella definizione dei limiti del potere religioso.[19] Il patriarca, in sostanza, non avrebbe dovuto interferire in una questione “politica”, così come sembra ormai delinearsi la tensione tra Scuola e priorato. I confratelli continuano affermando che ingiustamente il priore sosteneva il loro obbligo a celebrare esclusivamente in chiesa, negando che fosse stato loro vietato di costruire un oratorio “in locco dictae Scholae”. E ribadiscono la falsità di quanto affermato dal priore, cioè che questi eventi abbiano recato gran danno al priorato. La Scuola ha sì trasgredito alla sentenza di Maffeo Girardo, giustificando l’ira di Giovanni Alvise Badoer, ma lo ha fatto con l’avallo del Pontefice. Va letto in questo senso un passo della loro difesa: “de illa asserta sententia quomdam bonae memoriae Domini Maphei Ghirardi olim Patriarchae et Cardinalis Venetiarum, et propter que Sanctissimus Dominus Noster fuit motus ad concedendum talem praesentum rescriptum”.  

Sabato 12 aprile il Badoer si presenta al cospetto del patriarca Lando per articolare la sua accusa attraverso l’elencazione di ventisei punti di contenzioso.[20] Se ne riassumono quelli di maggior rilievo. I primi articoli concernono l’origine dei diritti della confraternita nel territorio ed il suo rapporto con lo iuspatronatus della famiglia Badoer; il riconoscimento nella figura del priore del capo dell’ospedale e della chiesa; la possibilità di usare la chiesa ed il cimitero usufruendo dei servizi celebrati da tre cappellani eletti dai confratelli.[21] Con il punto 13 la questione economica viene implicitamente sollevata quando il priore afferma che “dicti capellani” erano soliti celebrare le messe in chiesa nelle occasioni solenni e la prima domenica di ogni mese “ad maximum comodum dicti hospitalis prioratus et ecclesiae, et ad augmentum non parum cultus Divini in ipsa ecclesia”.[22] Probabilmente con “comodum” si intendono anche i proventi delle elemosine, le regalie di cui si è già parlato.

Giovanni Alvise Badoer afferma inoltre che da quando la Scuola non celebra più le proprie funzioni in chiesa, e soprattutto da quando non porta più la reliquia della Croce in processione, il priorato è stato privato di tutti i benefici che ne conseguivano. Si rende quindi assolutamente esplicita la vera natura del problema, non soltanto politica e religiosa, ma soprattutto economica. Perfino il Pontefice, conclude il Badoer, se fosse stato avvisato delle vere intenzioni dei confratelli non avrebbe permesso con la bolla del 1492 “unum altare descoperiri (...), et aliud coperiret”, né, d’altro canto, avrebbe approvato il progetto dell’oratorio, a detrimento “antiquae ecclesiae cui est ius acquisitum”.[23]

Dall’accusa sembra dunque emergere l’esistenza un vero e proprio progetto per la realizzazione di un oratorio all’interno della Scuola, dedicato a S. Giovanni dei Battuti, come appare dalla citata richiesta del 1491 indirizzata ai Capi del Consiglio dei Dieci. E’ questo, infatti, che scatena l’ira del priore. Ricordando come a questa data la Scuola manchi ancora di una scala degna del suo prestigio, va notato che essa è priva di un accesso idoneo al piano superiore, cioè alla sala capitolare, nella quale, come d’uso presso le altre confraternite, si trovava un altare per la celebrazione delle messe per i morti e di altri divini uffici. L’ipotesi più plausibile, a questo punto, è che a S. Giovanni i confratelli officiassero nella sala terrena, piuttosto che nella sala capitolare, per motivi puramente funzionali. Non potendo infatti garantire un accesso comodo al piano superiore, vista anche la presumibile tarda età di alcuni membri, si era preferito trasformare il piano inferiore, privo di una precisa funzione, ad uso di oratorio.[24] Questa prassi, di cui si ignora la data di inizio, potrebbe aver infastidito il neo eletto priore, al punto di scacciare i confratelli dalla chiesa di S. Giovanni, adducendo il pretesto che erano stati loro stessi ad allontanarsi dall’antica consuetudine di celebrarvi le loro messe. Il trasferimento delle funzioni liturgiche private della Scuola dal piano superiore a quello inferiore avrebbe, probabilmente, attirato molti più fedeli, e di conseguenza sarebbero state raccolte molte più offerte.[25]  

Cinque giorni dopo l’ arringa del priore, il 17 aprile interviene finalmente il Consiglio dei Dieci. Un ufficiale inviato dai vertici della suprema magistratura interrompe il processo dichiarando che i suoi superiori desiderano ascoltare le parti in causa. Girolamo Lando deve quindi rinviare l’udienza al sabato successivo.[26] E’ sintomatica questa interruzione, con la quale si ribadisce come l’ultima parola spetti ai Capi dei Dieci, e lo è altrettanto il fatto che essa sopraggiunga in un momento tanto delicato, all’indomani della lunga e convincente accusa formulata da Giovanni Alvise Badoer. Lo stesso giorno i Capi richiamano il priore a limitare le sue accuse alla questione relativa all’erezione dell’oratorio, e sottolineano inoltre che il patriarca Girolamo Lando può “habere iudicium” soltanto sulla opportunità dello stesso e in nessun altra cosa.[27] E’ perentorio l’avvertimento del Consiglio dei Dieci, che per la seconda volta ingiunge a un giudice ecclesiastico di occuparsi soltanto di quanto gli compete. Il giorno dopo Giovanni Alvise Badoer chiede al Lando di concedere una proroga, per la propria audizione, sino al martedì seguente, perché desiderava ripresentarsi davanti ai Dieci a proposito della “declarationem” emanata. I confratelli si oppongono ma il patriarca decide ugualmente di rimandare la nuova requisitoria del priore: una decisione, ancora una volta, sintomatica dell’appoggio dato al Badoer.[28] Dopo alcuni rinvii e aggiornamenti proposti da entrambe le parti in causa[29], il 24 maggio giunge finalmente la tanto attesa sentenza del giudice Girolamo Lando: “quod confratres praefati non possint, nec valeant in parochia praefata erigere, sive erigi facere, fabricare, aut fabrichari facere aliquod oratorium, sive capellam aut cenobium; nec etiam in parte inferiori ipsius Scholae nec alicubi in loco propinquo capellae hospitalis praefati Sancti Ioannis”. Le motivazioni sono chiare: la costruzione di una nuova cappella priverebbe l’altra “hospitalis praefati maiori”, che le è vicina “passibus quinque, vel octo”, della devozione dei fedeli, delle elemosine, e di altri benefici. Non vi potrà essere concordia tra le parti se i confratelli realizzeranno l’oratorio “in depressione cappellae hospitalis”.[30] Ai confratelli resta soltanto la possibilità di celebrare “in altaribus inferioribus” i divini offici, per vivi, morti, e orazioni di ogni genere, ma “clausis tamen ianuis”.[31] La sentenza patriarcale tenta quindi di limitare al massimo la portata pubblica delle iniziative di culto promosse all’interno della Scuola, attribuendo all’oratorio le funzioni di una cappella privata nella quale viene concesso di officiare, ma a porte chiuse, per evitare l’afflusso del popolo e le conseguenti elemosine. Naturalmente la Scuola si oppone e promette di appellarsi a una decisione ritenuta indebita.[32] Ma soltanto quattro giorni dopo, il 28 maggio 1494, intervengono i Capi del Consiglio dei Dieci a stabilire che “tempore celebrationis missarum non debeatis ullo modo claudere, sive claudi, et clausas teneri facere portas ipsius Scholae vestrae sed apertis ianuis dicta divina officia et missas celebrari facere ut unusquisque possit venire ad faciendum devotiones suas sicut faciebatis ante sententiam novissime latam per eccellentissimum patriarcham Costantinopolitanum[33]. Fanno cioè valere, appoggiandolo apertamente, il diritto di culto proprio della Scuola, che intendeva celebrare a porte aperte per attirare il maggior numero di fedeli. Un ulteriore elemento merita infine attenzione. Il testo della delibera recita testualmente “divinis officis quae celebrari facietis in illa scola in oratoris vestris super altaribus inferioribus”, ma lo scrivano che l’ha trascritta ha significativamente cassato con un tratto di penna le parole “altaribus inferioribus”: un gesto che sembra sottolineare l’irrilevanza (per i Dieci) della localizzazione dell’altare (al piano terreno o nella sala capitolare), e ribadire al tempo stesso il senso generale della loro decisione, vale a dire l’obbligo di tenere aperte le porte durante le funzioni di culto.[34] L’ulteriore indicazione della presenza di un altare nella sala inferiore avvalorerebbe inoltre l’ipotesi che davvero una sorta di oratorio fosse stato realizzato nel salone terreno della Scuola.[35]

Una volta ottenuta la conferma, tutta politica, della loro libertà di officiare dove ritengono più opportuno (una netta presa di posizione contro Girolamo Lando), i confratelli di S. Giovanni Evangelista sembrano avere finalmente pensato di sistemare la sala capitolare, in modo da poterla allestire degnamente per le celebrazioni religiose, mantenendo nel contempo la medesima provvisoria funzione nella sala terrena. Ciò avrebbe evitato in futuro eventuali divergenze con il priorato, gravose anche per la Scuola, ed è in base a un tale programma che, nello scenario che s’è tentato di delineare, si alzerà la sala capitolare, si realizzerà il citato ciclo di teleri, e si porrà infine mano all’erezione della scala, il cui progetto va anticipato, infatti, di tre anni. [36]

La controversia tra la Scuola e i Badoer, e il significativo intervento in essa del patriarca Lando e dei Dieci, possono essere ritenuti un precedente importante per analoghe controversie che si verificheranno a Venezia, tra potere politico e potere religioso, in pieno Cinquecento: si veda il contenzioso, del tutto analogo, che contrapporrà nel 1530 e seguenti il patriarca Girolamo Querini alla Scuola Grande della Misericordia, il quale come a S. Giovanni, avrà ripercussioni di un certo rilievo sulle trasformazioni architettoniche dell’area. La situazione è molto simile: la famiglia Moro amministra l’intera zona, dalla Scuola della Misericordia fino a S. Giobbe, e sussiste un suo iuspatronato sulla confraternita e sulla adiacente chiesa. Nel 1530 ha inizio una lite, portata avanti in nome della Scuola da Marco Antonio Pasetto, prima in qualità di avvocato e poi di Guardian Grande. La questione concerne l’obbligo, imposto ai cappellani del priorato, di officiare una messa la prima domenica del mese nella sala capitolare della Scuola vecchia. I Moro si oppongono, ancora una volta a causa della conseguente perdita dei proventi delle elemosine e delle offerte che in tali occasioni sarebbero state ricevute dalla Scuola e non dal priorato. A questo punto entra in scena il patriarca Girolamo Querini, che minaccia la Scuola di scomunica qualora avesse continuato a celebrare messe all’interno della sua sede e non nella vicina chiesa. Il Consiglio dei Dieci, soprattutto per voce di uno dei suoi capi, il futuro cardinale riformista Gasparo Contarini, reagisce a quest’ingerenza, generando tensioni fra i vertici politici e religiosi della Repubblica.[37] Non reputando il patriarca abile a decidere sulla libertà di culto nelle Scuole, i confratelli della Misericordia continuano a celebrare la messa nella propria sala capitolare, riuscendo ad ottenere un permesso papale nel 1531. E contemporaneamente a questi eventi, dopo due decenni di interruzione, riprende vigore il proposito di dotare la Scuola di una nuova, splendida sede (è Pasetto a convocare a questo scopo per la prima volta Jacopo Sansovino), adducendo a pretesto il fatto che il priore li avrebbe scacciati dalla Scuola vecchia. Non è difficile riscontrare nelle espressioni di questa lite una replica di quanto era successo nel secolo precedente a S. Giovanni Evangelista: gli stessi conflitti, le medesime parti in causa, lo stesso uso strumentale degli eventi. Come infatti a S. Giovanni si accusava il priore di aver impedito ai confratelli l’uso della chiesa, per poterne realizzare una all’interno della Scuola, alla Misericordia si sfrutta il contenzioso con il patriarca per portare avanti il progetto per la nuova sede della confraternita, come dimostra la concomitante comparsa sulla scena di Sansovino. Come a S. Giovanni dunque, le tensioni con il priorato diventano il pretesto per la realizzazione di lavori mirati ad accrescere l’indipendenza e il potere della Scuola nei confronti del sestiere e della città: nel caso della Scuola della Misericordia, la costruzione di una nuova sede sembra infatti essere intesa a indebolire il potere e il prestigio dei Moro a Cannaregio.[38]      

Il caso della Misericordia evidenzia come fosse ormai radicato nei primi decenni del Cinquecento il contrasto tra potere istituzionale e religioso sulla gestione dei benefici ecclesiastici, sulla scia tra l’altro dei primi tentativi accentratori della chiesa di fronte ai pericoli del luteranesimo. Ma la scoperta di un analogo contrasto negli anni novanta del Quattrocento consente di leggere questa vicenda come un’importante anticipazione, della quale è necessario tentare di comprendere le ragioni. Una possibile risposta può emergere dal confronto tra Girolamo Lando e il suo predecessore, come giudice della causa, Maffeo Girardo. Al contrario di quest’ultimo, il Lando appoggia radicalmente e senza alcun imbarazzo i Badoer, rappresenta in toto un potere ecclesiastico che cerca di imporsi su consuetudini ormai assodate da tempo. E’ in quest’ottica che deve andare intesa la sua indifferenza nei confronti delle istituzioni e il repentino intervento dei Capi dei Dieci a limitare la portata della sua sentenza.

La differenza politica tra Maffeo Girardo e Girolamo Lando ha un suo equivalente nel rapporto di questi personaggi con la città. I due prelati si trovano ad operare in qualità di committenti d’architettura a pochi (ma significativi) anni di distanza: il primo come priore del monastero di S. Michele in Isola prima ancora di diventare patriarca, il secondo come semplice cittadino. Fin dagli anni cinquanta del Quattrocento infatti il Girardo si era reso artefice del restauro dell’intero complesso camaldolese, favorendo il completamento del chiostro e l’erezione del campanile della chiesa. [39] Altri importanti lavori pubblici caratterizzeranno gli anni del suo patriarcato.[40] Girolamo Lando invece non ricopre cariche pubbliche tali da consentirgli di proporre architetture di così grande impatto urbano, ma da committente privato si distingue tuttavia per un'operazione assai particolare: l'erezione del proprio palazzo a Sant'Angelo (1485 - 1500 circa). [41] Ca' Lando – Corner – Spinelli, di incerta paternità[42], è insieme a Ca' Loredan[43] uno dei primi palazzi con una moderna facciata in parte all'antica, che patrizi di rilievo, non tuttavia dogi o aspiranti tali, si fanno costruire sul Canal Grande, prassi che s’intensificherà nel Cinquecento con i grandi palazzi di famiglia di Sansovino e Sanmicheli. La facciata di Ca' Lando impone il suo profilo quasi a volersi confrontare con la prospiciente Ca' Foscari, esibendo un anomalo bugnato al primo livello, e due registri superiori molto simili. Pur con tutte le sue imperfezioni, evidenziate acutamente da Roberta Martinis, si tratta di un'architettura coraggiosa, quasi sfacciata se si considerano alcune contemporanee esperienze veneziane sul Canal Grande, quali la lombardesca Ca' Dario.

L’iniziativa di committenza di Girolamo Lando è quindi anch’essa anticipatrice di un atteggiamento che si consoliderà più tardi, di dichiarato e spiccato individualismo. Nulla di più distante dai progetti culturali e architettonici promossi da Maffeo Girardo, rivolti ad un’intera comunità.             

 

  

 


[1] Questo saggio è frutto della rielaborazione di un capitolo della mia tesi di laurea La Scuola Grande di S. Giovanni Evangelista a Venezia (1340 – 1515), discussa presso lo IUAV, nell’anno accademico 2002 – 2003, relatrice: prof. M. Morresi.

[2] Giovanni Alvise Badoer viene eletto alla carica di priore il 18 febbraio 1489. Cfr. ASVe, SGE, b. 162, fasc. D.

[3] Ivi, fasc. G, cc. 35r – 37v

 

[4] Ivi, cc. 38r – 39r, 40r.

 

[5] Ivi, fasc. F, cc. 54r – 54v.

[6] Non appena eletto, il nuovo priore Alberto Badoer intende restituire ai confratelli, come atto di riconciliazione, le chiave della giesia, lasciando intendere che durante il priorato del suo predecessore la Scuola ne fosse stata allontanata. Per l’elezione del Badoer cfr. Ivi, fasc. D. Per quanto concerne le vicende delle restituzione della chiesa cfr. il documento datato 30 novembre 1499 Ivi, b. 38, cc. 127 – 128; b. 75, fasc. 1, cc. 45 – 46; b. 140, cc. 197r – 197v; per le rivendicazioni della Scuola sulla stessa cfr. Ivi, b. 162, fasc. G, cc. 11v – 12v, 14r, 20r, 21r – 21v.

[7] Ivi, b. 75, cc. 43 – 45; b. 162, fasc. G, cc. 57r – 59r. Cfr. F. Corner, Ecclesiae Venetae, voll. I – XIIII, Venezia 1749, vol. VI, pp. 333, 376 – 377, doc. E; Idem, Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia e di Torcello, Padova 1758, p. 371. 

[8] Una serie di atti notarili e documenti, compresi tra il 1441 ed il 1443, attestano gli accordi in corso tra Scuola e priorato per intervenire sul rifacimento della chiesa di S. Giovanni e per ottenerne l’affidamento alla confraternita. Cfr. in particolare la convenzione del 20 novembre 1441 in ASVe, SGE, b. 38 cc. 92 – 93 (ridotta e volgarizzata); b. 75, cc. 32 –35; b. 140, cc. 260r – 261v; b. 162, fasc. C, H e quella del 12 novembre 1443 in Ivi, b. 38, cc. 95 – 96 (ridotta e volgarizzata); b. 75, cc. 37 – 39;  b. 140, cc. 153v – 155v, 262r – 263r; b. 162, fasc. C, F, cc. 48r – 53r, H.

[9] Ivi, b. 38, cc. 124 – 125, b. 140, cc. 194r – 195v. La proposta viene approvata ma con una maggioranza relativa (30 a favore, 13 contrari), essendo quasi un terzo dei confratelli non favorevoli. Urbani de Gheltof ha citato la questione senza, però, attribuirle molta importanza. Cfr. G. M. Urbani de Gheltof, Guida storico – artistica della Scuola di S. Giovanni Evangelista in Venezia, Venezia 1895, p. 35.

[10] ASVe, SGE, b. 38, c. 126. 

 

[11] Ivi, b. 162, fasc. G, cc. 38r – 38v.

[12] A. Niero, I Patriarchi di Venezia, Venezia 1961, pp. 42 – 44.

[13] Per le opere intraprese in questi anni, cfr. S. M. Rinaldi, Contributo d’archivio per la decorazione pittorica della Scuola di S. Giovanni Evangelista, in “Arte Veneta” , XXXII, 1978, pp. 293 – 294 e J. G. Bernasconi, The dating of the cycle of the Miracles of the Cross from the Scuola di S. Giovanni Evangelista, in “Arte Veneta”, XXXV, 1981, pp. 198 – 202; A. Spinazzi, La Scuola Grande …, cit., pp. 81 – 82, 86 – 88, 104 – 110. 

[14] Il patriarca è fratello dell’umanista Vitale Lando, anch’egli allontanato dalla città nel 1478. Girolamo interviene successivamente nella vita politica veneziana nel 1482, nel mentre dell’assedio di Ferrara quando Venezia è minacciata di interdetto da papa Sisto IV, suggerendo in Collegio di appellarsi al Concilio. Il prestigio della famiglia aumenterà nel secolo successivo: il nipote di Girolamo, Pietro Lando, sarà doge dal 1539 al 1545. Per notizie sull’albero genealogico della famiglia cfr. R. Martinis, Palazzo Lando – Corner – Spinelli a Sant’Angelo. Nuovi documenti sulla datazione e la committenza, in “Arte Veneta”, n. 55, 1999, p. 159. Per la figura di Vitale Lando cfr. Ibidem, p. 158, n. 20 e M. L. King, Umanesimo e patriziato a Venezia nel quattrocento,   voll. 1 - 2, Roma 1989, voll. 2, voce Lando Vitale, pp. 562 – 563.

[15] ASVe, SGE, b. 162, fasc. F, cc. 1r – 2r.

[16] Cfr. n. 8.

[17] Si tratta di quella concessa nel 1492 concessa da papa Alessandro VI cui si accennava sopra. Cfr. n. 10.

[18] ASVe, SGE, b. 162, fasc. F, cc. 9r – 12r.

[19] “Superioribus diebus per eccelsum et illustrissimum Consilii X fuit eis in hoc solo articulo concessum et permissum (…) illo casu etiam se, et in quantum Dominatio Vestra Reverentissima posset esse iudex et ei non obstet pro ut, in veritate obstat surreptio orreptio nullitas quia in valeditas praesentae impetrationis apostolicae per prefactum dominum priorem”. Per l’intero resoconto della giornata cfr. Ivi, cc. 12v, 13v – 14r, 15r – 16v, 18v – 19v, 22r, 23r

[20] Ivi, c. 26v.

[21] Cfr. artt. 1, 4, 8, 10 – 12, Ivi, cc. 29v, 30v – 31r, 33r – 33v, 34r – 35r. Lo spazio adibito a cimitero, ora racchiuso da fabbriche posteriori, faceva parte del portico della chiesa, come evidenziato nel telero di Lazzaro Bastiani La Donazione della Reliquia alla Scuola di S. Giovanni, attualmente custodito alle Gallerie dell’Accademia. Per il telero cfr. S. Moschini Marconi, Gallerie dell’Accademia, vol. I - III, Roma 1955, vol. I, pp. 56 - 58, scheda 56; G. Nepi Scirè, I capolavori dell’arte veneziana. Le Gallerie dell’Accademia, Venezia 1991, pp. 110 – 111, scheda 55.

[22] Art. 13, Ivi, c. 35r.

[23] Cfr. Artt. 14 – 26, Ivi, cc. 35v – 42r.

[24] Fino alla costruzione della scala di Codussi non si ha notizia di alcun tipo di accesso al piano superiore anche se Sohm sostiene che l’assenza di finestre sul lato nord del vestibolo potrebbe denotare la presenza di una vecchia scala in questo punto, simile in pianta a quella della Misericordia. Cfr. P.L. Sohm, The Scuola Grande di S. Marco, 1437 – 1550: the architecture of a Venetian Lay Confraternity, Ph. D. Dissertation, John Hopkins University, 1978, p. 75.

[25] Si noti al proposito la vicenda relativa alla cessione nel 1432 di un terreno da parte degli Eremitani di Santo Stefano al fine di costruire una sede per una nuova scuola devozionale, composta da vari artigiani. I religiosi impongono che il nuovo edificio sia a due livelli, al primo dei quali dovrà essere realizzata una cappella e al secondo la sala del capitolo, aggiungendo un assoluto divieto ai confratelli di far celebrare al piano terreno qualsivoglia funzione se non agli stessi membri del monastero. Verosimilmente la natura di questo obbligo è motivata da ragioni economiche simili a quelle sin qui evidenziate. Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio, Venezia 1996, p. 141.

[26]ASVe, SGE, b. 162, fasc. F, cc. 42r – 42v.

[27] “Cum praefactus prior habeat prosequi solam actionem suam praedictam super oratorio praedicto sicut iam contentavit et promisit in praesentia magnificorum illustrissimum Capitum, et sic notificati praefacto illustrissimo domino patriarchae, ut sciat non habere iudicium nisi in dicta sola actione super oratorio infrascripto, et non in ulla alia re”. Cfr. Ivi, cc. 45v – 47r; cc. 60r – 61r; Ivi, Notatorio dei Capi del Consiglio dei Dieci, Reg. 2, c. 51r.  

[28] Ivi, SGE, b. 162, fasc. F, cc. 42v – 43v.

[29] Ivi, cc. 43v – 45v.

[30] Ivi, b. 165, fasc. 2 C, cc. 49v – 50r. Per l’intero testo della sentenza cfr. Ivi, cc. 45r – 53r.

[31] Ivi, c. 51r.

 

[32] Ivi, cc. 52v – 53r.

[33] Ivi, Notatorio Capi del Consiglio dei Dieci, Reg. 2, c. 54v.Corsivi miei.

[34] Ibidem. Corsivi miei. 

[35] L’ipotesi pare confermata anche da un passo di documento più tardo (14 agosto 1498), relativo alla cessione da parte della famiglia Zane del terreno in cui sarebbe stato costruito lo scalone di Codussi. Nella descrizione della lunghezza e dell’ingombro dell’opera si legge infatti che: “se estenderà la longezza di do rami et dei patti de ditta scala comenzando el muro a un segno arente la fenestra de ditta Scola che son arente l’altar et andar recto tramite per linea da l’altra testa verso i neccesarij”. Cfr. Ivi, SGE, b. 140, c. 303v. Considerato che le misure vengono sicuramente rilevate al piano terreno, è evidente che la scala si sarebbe attestata tra un altare da un lato, e i gabinetti dall’altro. Probabilmente questi ultimi erano dislocati a est della scala, cioè verso l’Albergo, e in questo caso l’altare si sarebbe trovato a ovest nella sala terrena. Sembra quindi quasi certo che almeno sino al 1498, prima di richiedere nuovamente l’uso della chiesa, i confratelli officiassero ancora nella sala inferiore.

[36] Spetta a Sohm e a Mason Rinaldi il merito di aver scoperto che il progetto della scala andava predatato sulla base di una petizione del 21 agosto 1495 indirizzata al Consiglio dei Dieci. Cfr. P. L. Sohm, The Scuola Grande di S. Marco.., cit, pp. 199, 331 - 332, doc. 190; S. Mason Rinaldi, Contributo d’archivio..., cit., pp. 293, 299, doc. 1. Mason Rinaldi segnala, inoltre, che il documento era stato visto anche da Canuti, alla ricerca di materiale sull’attività del Perugino, autore del Salvataggio delle navi di Andrea Vendramin purtroppo perduto, a Venezia. Lo studioso, però, aveva trascritto “schola” al posto di “scala”, fraintendendo il significato del testo. Cfr. F. Canuti, Il Perugino, voll. I - II, Siena 1931, vol. I, p. 121, vol. II, p. 184, doc. 241.

[37] Il patriarcato del domenicano Girolamo Querini (1524 – 1554) si rivela fin da subito, dal punto di vista dei rapporti con il governo, piuttosto problematico. Antonio Niero, I Patriarchi di Venezia…, cit., dà una dimensione significativa, sebbene talvolta di parte, delle tensioni che il Querini ebbe a gestire durante il suo mandato, tali da indurlo nel 1541 a lasciare la città, per trasferirsi definitivamente nel convento domenicano di S. Sebastiano a Vicenza. Esemplare è la vicenda relativa all’elezione del vicario della chiesa di S. Bartolomio, datata 1525. Il patriarca contrappone un proprio candidato a quello scelto dai parrocchiani. Una commissione nominata dal Collegio conferma la legittimità dell’eletto dal popolo, mentre il Querini lo scomunica insieme ai parrocchiani che lo avevano proposto. Quest’ultimi accettano la sfida e, noncuranti della scomunica, consegnano le entrate direttamente al vicario da loro eletto. Antiluterano convinto, il Querini combatterà la sua battaglia per una nuova indipendenza del clero veneziano dal governo della Repubblica (insiste fin da subito “perché l’elezione dei piovani sia deferita a lui”). Per quel che riguarda più da vicino le questioni di cui si sta trattando si ricorda un decreto del 1529 “che proibisce al clero la celebrazione nelle cappelle private anche se ci sia indulto apostolico, perché in questo modo andava perduto il frutto delle elemosine, o forse meglio perché la vita parrocchiale veniva a soffrire grave danno.” Cfr. A. Niero, I patriarchi..., cit., pp. 72 – 87, in particolare pp. 74 – 79.

[38] Per l’intero svolgimento della lite e per approfondimenti, cfr. M. Morresi, Jacopo Sansovino, Milano 2000, pp. 98 – 101. Sulla Scuola della Misericordia si vedano inoltre M. Tafuri, Jacopo Sansovino, Padova 1969, pp. 12 – 18; D. Howard, Jacopo Sansovino. Architecture and Patronage in Renaissance Venice, New Haven e Londra 1986, pp. 96 – 112. 

[39] Cfr. P. Paoletti, L’architettura e la scultura del rinascimento a Venezia, Venezia 1893, vol. II, p. 59; L. Olivato, L. Puppi, Mauro Codussi, Milano 1977, p. 23, scheda 1, pp. 177 – 178.

[40] Si veda ad esempio la ricostruzione del campanile di S. Pietro di Castello ad opera di Mauro Codussi. Cfr. L. Olivato, L. Puppi, Mauro Codussi, cit. pp. 45 – 50, scheda 4, pp. 187 – 190; J. McAndrew, L’architettura veneziana del primo Rinascimento, a cura di M. Bulgarelli, Venezia 1995, pp. 227 – 229.

[41] Girolamo Lando è patriarca di Constantinopoli, città occupata dai Turchi nel 1453. La sua carica è dunque solo onorifica, non effettiva. Per cenni sulla datazione del palazzo cfr. R. Martinis, Palazzo Lando – Corner – Spinelli a Sant’Angelo …, cit., pp. 155.

[42] R. Martinis, Palazzo Lando – Corner – Spinelli a Sant’Angelo …, cit., pp. 155 – 157, mette fondatamente in dubbio la tradizionale attribuzione del palazzo a Codussi, identificando il patriarca Lando quale committente dello stesso. Cfr. anche E. Bassi, I palazzi di Venezia, Venezia 1976, pp. 386 - 395, scheda 7.8.

[43] Per Ca' Loredan, cfr. R. Martinis, ca' Loredan-Vendramin-Calergi a Venezia: Mauro Codussi e il palazzo di Andrea Loredan, in "Annali di Architettura", nn. 10-11, 1998 - 99, pp. 43 - 64.

 

Mappa di Venezia

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Piemonte medievale

Tommaso III Marchese di Saluzzo 1396-1416

Tratto da Per un Repertorio dei regesti dei Marchesi di Saluzzo nell'Età di Tommaso III (1396-1416) /  Aureliano Mostini; relatore Rinaldo Comba. - Università degli Studi di Milano: Facoltà di Lettere e Filosofia, A.A. 2003/2004

La cancelleria Saluzzese nel primo Quattrocento

La scarsità delle fonti narrative rende più difficile ricostruire il sostrato culturale e le abitudini sociali del Piemonte tardo medievale e, nel caso più specifico, del marchesato di Saluzzo. Appare quindi inevitabile, quando le circostanze lo rendono possibile, affidarsi alla produzione diplomatistica, la cui funzione originaria non era quella di illustrarci le tendenze culturali e le evoluzioni sociali del tempo, ma il cui esame permette comunque di capire e di accumulare importanti informazioni, non solo riguardanti i processi storico-giuridici, ma anche sulla struttura mentale e sociale del periodo al quale si riferiscono. Come ci insegna Attilio Bartoli Langeli «[..] L’assunto da cui si parte è che i caratteri formali dei documenti pubblici, gli operatori specializzati che li producono, la prassi che li determina – il tutto può essere rappresentato con l’unica parola documentazione – dipendono dalla natura, organizzazione, concezione del potere esercitato dagli agenti politici [...]»[1]. Quindi, punto d’inizio di ogni ricerca storica su un’area come quella del Piemonte occidentale che si riferisce al periodo a cavallo tra ‘3 e ‘400 il quale, come detto in precedenza, manca quasi totalmente di una “documentazione d’opinione”, è lo studio del notaio e soprattutto del suo prodotto, il documento[2].

Il panorama delle esperienze documentarie offerto dai centri territoriali di potere in ambito subalpino è caratterizzato da una straordinaria ricchezza di esiti diversi che denunciano inevitabilmente una grande povertà di comportamenti regolamentati in senso propriamente cancelleresco. Vi è una incostanza dei modelli adottati spesso non solo all’interno del centro stesso, ma addirittura nelle produzioni di uno stesso scriba[3]. Le particolarità nascono, appunto, nel periodo signorile: è a questo periodo, la cui datazione varia a seconda della dominazione alla quale ci si riferisce, che risale una epocale trasformazione nei modi di procedere da parte di quella frangia di notai alla quale il signore ricorrerà per portare a termine i propri affari giuridici.   Per molto tempo il rapporto fra autorità di orientamento politico ed elemento notarile non era stato sentito come un incontro di due livelli giurisdizionalmente contraddittori, anzi, la presenza notarile in campo semi pubblico appariva come perfettamente integrata e connaturata ad esso; in quest’epoca di cambiamenti, gli equilibri creatisi in precedenza vengono ad incrinarsi[4].

I Marchesi e i notai di Saluzzo in epoca pre-cancelleresca

Nei territori dei marchesi di Saluzzo e di quelli del Monferrato, come nel resto dell’attuale Piemonte, i comportamenti notarili, in epoca pre-cancelleresca, sono perfettamente assimilabili a quelli tipici del notariato che agisce nell’Italia centro-settentrionale dopo la ripresa degli studi giuridici a Bologna. In particolare i marchesi di Saluzzo sin dalla seconda metà del secolo XII mostrano una matura comprensione dell’importanza del rapporto privilegiato da instaurare con il notariato attivo sul territorio, opportunamente usato come canale prezioso per il radicamento e la legittimazione del proprio potere principesco. Nel secolo successivo poi alcuni notai, quali Segnorinus  e Thomas,paiono prestare con una certa continuità la loro opera di redattori presso i marchesi, seguendoli durante i loro spostamenti nei diversi luoghi del marchesato al fine di documentarne l’attività politica e amministrativa. Alla fine del XIII secolo i marchesi rinunciano all’impiego del notariato locale perché giudicano più conveniente servirsi di notai con i quali instaurare un rapporto privilegiato: in questo modo hanno sempre a disposizione, per i propri documenti, redattori appositi[5]. Nei primi anni del ‘300 i marchesi non hanno ancora provveduto a creare una istituzione di tipo cancelleresco. La conseguenza è che al notaio rimane la possibilità di agire sia sul fronte privato che su quello pubblico, mentre il marchese, pur avendo instaurato rapporti continuativi con alcuni di loro, può contemporaneamente richiedere prestazioni a notai non usuali. La conoscenza dei metodi lavorativi notarili è un elemento fondamentale per capire come e in che periodo si sia sviluppata la cancelleria; è solo grazie ad un confronto accurato di documenti di epoche differenti che si possono notare processi formali che inevitabilmente riflettono la realtà.

 I marchesi, dal XII sec fino agli inizi del XIV, ricorrono ai servigi del notaio e ad essere rogato è un instrumentum notarile privato la cui validità è attestata dal segno di tabellionato e dalla sottoscrizione del rogatario. Non è la presenza del marchese a rendere valido l’atto, ma la fides del notaio. Quest’ultimo, infatti, è stato riconosciuto degno di poter ricoprire un tale ruolo da una speciale commissione e, dopo aver svolto anni di apprendistato e aver sostenuto alcuni esami, ora ha in sé questo potere[6].

Nascita e sviluppo della cancelleria

Attraverso l’analisi delle sottoscrizioni notarili si può notare come, dalla metà del ‘300, alcuni professionisti a disposizione del marchese comincino ad associare il loro nome a titoli di tipo cancelleresco dimostrando che è in via di definizione un ufficio preposto alla redazione di atti riguardanti il marchese. Quello che successivamente sarà l’ufficio cancelleresco, qui è ancora estremamente semplice e in fase embrionale dato che, probabilmente, comprende un gruppo di notai di base, uno scriba marchionale, un giudice e un cancelliere [7]. Al suo interno non si determina un percorso che vede definita con chiarezza la successione nelle cariche, ma il fatto che vediamo citati testimoni e notai aventi lo stesso cognome e luogo di provenienza ci fa pensare che siano parenti [8]. Questo ci fa comprendere che la professione notarile è diventata esclusiva di un certo numero di famiglie che la trasmettono di generazione in generazione assumendo un ruolo specialistico all’interno della comunità [9].

L’estrema esilità della cancelleria saluzzese durante la dominazione di Tommaso II e Federico II è dimostrata dal fatto che i notai, pur avendo dei titoli di emanazione marchionale, non hanno un luogo fisico appositamente preposto a svolgere le funzioni che sono state loro assegnate e che, soprattutto, il loro prodotto ha molto spesso le fattezze dell’instrumentum.

Di contro incominciano a intravedersi degli elementi che, nel momento in cui saranno utilizzati con una certa frequenza, permetteranno a questa istituzione, ora in fase embrionale, di poter essere definita cancelleria senza riserve di alcun tipo; come l’introduzione di formule stereotipate, l’uso del sigillum e l’introduzione di prodotti più tipicamente cancellereschi quali le litterae.

Sembra importante ora descrivere le figure che fanno parte di questa istituzione per poi seguirne i cambiamenti che sono intervenuti sotto Tommaso III.

Parlando del ruolo dello scriba, dai dati a disposizione non si capisce se avesse prerogative diverse rispetto agli altri notai dell’ufficio cancelleresco e se gli fossero affidati compiti specifici dato che il contenuto degli atti rogati da questa figura dal momento in cui assume il nuovo titolo, non diverge dai precedenti. Non si può neanche sapere se il titolo di scriba prevedesse un maggiore compenso economico o fosse solamente un riconoscimento di prestigio per differenziare un notaio più esperto degli altri. Importante è anche sottolineare che in questo periodo non vi sono contemporaneamente più notai con la funzione di scribae, ma è sempre solo uno, almeno in un primo momento, a ricoprire questa carica[10].

Oltre ai notai semplici e agli scribae, all’interno di questa cancelleria in via di formazione possiamo trovare il canzellarius che compare per la prima volta nel 1371[11]. Anche per questa figura non possiamo avere una conoscenza completa delle caratteristiche che la distinguevano, ma, da quanto possiamo ricavare dalle fonti documentarie, probabilmente è un consigliere con l’ulteriore incarico di portare con sé il sigillo, forse aveva l’onere di vigilare sull’emissione degli atti pubblici e, successivamente agli anni ’60 del XIV secolo assunse una fisionomia più complessa unendo funzioni prettamente notarili ad altre di natura politica[12]

La cancelleria con la sovranità di Tommaso II e Federico II appare di struttura esile e indefinita in cui manca una netta divisione di compiti tra i funzionari preposti all’emissione di atti pubblici.

La cancelleria di Tommaso III: crescita e sviluppo

Come per il periodo immediatamente precedente, la presenza di professionisti del diritto a fianco di Tommaso III, in quanto facenti parte di apparati di governo più o meno formalizzati, può essere attestata dalle sottoscrizioni negli atti giudiziari nei quali intervenivano in qualità di redattori o testimoni. Questi personaggi, che agiscono da mediatori tra il marchese e i destinatari della sua volontà o dei suoi messaggi, sono poco studiabili dato che mancano del tutto fonti che parlano dei loro compiti e delle loro funzioni. La cancelleria saluzzese difetta di tutta quella serie di documenti (disposizioni del signore sull’organizzazione della cancelleria, elenchi di notai al servizio, registri dei funzionari marchionali, e conti della cancelleria) che invece Patrizia Cancian ha trovato nei suoi studi della cancelleria del limitrofo stato sabaudo [13].

Nei primissimi anni del ‘400, pur riscontrando delle differenze dal periodo precedente, la cancelleria dei marchesi di Saluzzo deve mantenere una struttura piuttosto semplice che comprende alcuni notai di base, due scribi e un segretario.

Il 1407 [14] vede per l’ultima volta la presenza della carica di scriba; al contrario, nel giro di pochi anni, la carica di segretario si sdoppia e può essere ricoperta anche da due professionisti contemporaneamente.

Nonostante la struttura di questa istituzione in nuce in pochi decenni subisca dei cambiamenti sensibili, rimangono pur sempre dei caratteri generali che la accomunano a quella della dominazione precedente.

Questa mantiene esilità e semplicità in tutte le sue componenti, le famiglie che si trasmettono le cariche cancelleresche rimangono in molti casi le stesse (Ravioli e de Anselmis) [15] e anche i notai al di fuori di questi gruppi, spesse volte, hanno già servito il marchese precedente. Quindi, possiamo dire, che rimane una certa continuità nel personale cancelleresco. 

I professionisti a disposizione di Tommaso III, ma questo era avvenuto anche in precedenza e così sarà fino alla fine del ‘500, sono molto spesso personaggi provenienti dal contado, da località talvolta entro i confini del marchesato e, talvolta, ad esso estranee. Sotto Tommaso troviamo numerosi personaggi di origine non saluzzese: alcuni approdano agli uffici marchionali come unici rappresentanti della loro famiglia, mentre altri riescono a far inserire i congiunti al servizio continuativo del marchese. E’ il caso dei De Anselmis i quali, pur essendo originari di Racconigi, sono al fianco dei marchesi per più generazioni [16]. Fra i professionisti non appartenenti a famiglie da sempre al servizio dei marchesi, troviamo diversi personaggi che comunque, grazie alle loro capacità personali, riescono ad emergere conquistando ruoli di tutto rispetto. Sembra che la mancanza dell’appoggio familiare e la provenienza esterna non pregiudichino affatto le possibilità di ascesa all’interno degli uffici marchionali [17]. E’ il caso di Antonio Martine [18] che, originario di Dronero, assurge a ruolo di segretario. Ancora più in vista è il ruolo ricoperto da Bergadano de Bonellis [19] proveniente dalla medesima località. Pur non facendo parte di una famiglia nota agli ambienti marchionali, arriva a ricoprire la carica di vicario [20].

La mancanza di un vero luogo fisico in cui svolgere i propri compiti non si discosta dalla situazione degli anni precedenti. Infatti, nei documenti non si fa mai riferimento ad una sede appositamente preposta alla redazione, ma ogni volta si indica il posto scelto. Questo poteva essere il castello del signore, nel qual caso si menziona la stanza utilizzata (dalla camera cubiculari [21] alla “salla [22] alla camera magna [23] ecc.), ma può essere anche la casa del marchese stesso, che è sita presso la piazza [24] o un accampamento, nel caso di alcuni trattati di guerra [25] e così altri luoghi che date le circostanze e il momento si ritengono essere i più opportuni. Anche presso i Savoia con principe Amedeo VIII (1383-1451), poi papa con il nome di Felice V, l’ufficio cancelleresco, seppur appare ben strutturato, anche se privo di specializzazioni interne, non ha una sede sua propria: il cancelliere e i suoi collaboratori svolgono la loro attività, di importanza vitale per il principato, in qualunque luogo in cui si trovino, non solo quando seguono il duca nei suoi spostamenti, ma anche quando si trovano a Chambéry [26].

Alla base della scala gerarchica cancelleresca rimangono i notai. Il loro compito è quello di occuparsi della stesura degli atti e garantire, con la loro sottoscrizione, la pubblica autorevolezza degli stessi. I notai semplici che agiscono per Tommaso si definiscono con la formula publicus imperiali auctoritate notarius [27]. Questa è sostanzialmente in linea con i canoni del tempo e a volte è accompagnata da altri elementi. E’ possibile trovare, infatti, la menzione del luogo di origine del notaio (de Raconixio [28], de Saluciis [29]), la diocesi alla quale fa riferimento (diocesis Taurinensi[30]), alcune sottoscrizioni ricordano che, ad inizio documento, è stato apposto il consueto segno di tabellionato [31]. I rogatari al servizio del marchese si definiscono numerose volte solo come notarius, ma, compiendo uno studio riguardante tutto il periodo di dominio di Tommaso, è possibile fare delle significative precisazioni. Accade spesso che un professionista, da tempo facente parte dell’entourage cancelleresco, decida di qualificarsi, in alcune occasioni, come semplice notarius [32]. Ciò non comporta necessariamente un declassamento dalla carica precedentemente ricoperta, ma probabilmente è un modo più semplice per definire la propria persona. E’ possibile trovare anche professionisti, appartenenti a famiglie ‘notarili’ e note per il loro fedele servizio al marchese, che, proprio perché alle prime esperienze con il protocollo marchionale, non sono inseriti nella gerarchia cancelleresca; in pochi anni, però, entreranno a farne parte a tutti gli effetti (anche nelle qualifiche)[33]. Quindi, escludendo i personaggi che in seguito appariranno o che in precedenza erano apparsi con titoli di tipo cancelleresco, troviamo solo in rarissimi casi un notaio estraneo al servizio abituale e continuativo del marchese. Un esempio significativo può essere quello di Manolinus Cuitinus de Dragonerio che roga nella località di Villa, per volontà del marchese, ben tre volte nel giro di due giorni.

Il primo atto è un’investitura, concessa il giorno 4 giugno 1399 [34] dallo stesso marchese ad Amedeo Falletti, “del castello e del luogo della Villa e di ogni altra cosa tenuta per conto del marchese”. In questo atto ricorre all’ausilio di un certo Bernardo de Donixio, anche lui semplice notaio. Il giorno successivo il medesimo notaio Manolinus è impegnato a rogare, sempre affiancato da Bernardo de Donixio [35], il giuramento di fedeltà che lo stesso documento attesta essere stato prestato da Amedeo Falletti al suo signore Tommaso di Saluzzo. Sempre il 5 giugno Manolinus, questa volta coadiuvato da un certo notaio Henrico Bussono [36], redige una procura per la comunità di Villa.   

Il notaio Manolinus Cuitinus comparirà, per quanto riguarda la documentazione saluzzese, ancora due volte, il giorno 4 luglio 1413, in qualità di testimone in una procura [37] e in una ratifica delle convenzioni stabilite tra Ludovico d’Acaia e Tommaso III in seguito alla guerra terminata il 22 giugno 1413 [38]. Nel primo caso, però, il nome appare storpiato in Mannuellino Quoytino e, oltre che notaio, ha la qualifica di clavario di Carmagnola; nel giuramento di fedeltà prestato dalla comunità di Carmagnola all’Acaia, il nome è scritto in modo usuale e compare ancora la qualifica di clavario. 

In questa situazione, molto probabilmente, l’estrema necessità, favorita dalla lontananza dal centro del marchesato, ha spinto Tommaso III ad affidarsi ad un notaio a lui estraneo e appartenente ad una famiglia a lui non nota; questo personaggio, comunque, risulta essere importante localmente.

 Troviamo evidenti differenze con il passato recente della cancelleria esaminando i professionisti che hanno un ruolo che va al di là di quello di semplice notaio.

Per quanto riguarda i compiti coperti dallo scriba non abbiamo a disposizione fonti che ci danno importanti informazioni su queste figure: il loro ruolo non è codificato con precisione, come dimostra anche il fatto che pochi anni prima dell’arrivo di Tommaso è avvenuto un cambiamento estremamente significativo. Fino al 1391 la carica è stata coperta da un solo personaggio, ma da questo momento, con la nomina di Giovanni Montemale (10 luglio 1391) [39] e quella di Lorenzino de Ecclesia (19 agosto 1391) [40], essa può essere ricoperta da più personaggi contemporaneamente. Tutto ciò diverrà prassi sotto il governo di Tommaso III durante il quale, non troviamo solo personaggi aventi la carica di scriba che agiscono nello stesso periodo, ma a volte anche nello medesimo documento. Ciò accade il 16 marzo dell’anno 1402 [41] in una sentenza il cui decorso è controllato dal marchese. In essa, a svolgere la funzione di notai redattori sono due uomini del marchese, Ludovico de Pariseto e Henrietus Ravioli, i quali, nella sottoscrizione, si definiscono entrambi nello stesso modo: “scriba prefati domini Thome marchionis Saluciarum”. Sotto Tommaso III i personaggi che ricoprono questa carica sono solo tre. Il primo è Domenico de Anselmis[42] nel 21 gennaio del 1398, in seguito comparirà per due volte con questa qualifica Henrietus Ravioli, mentre Ludovicus de Parriseto la utilizzerà per ben cinque volte.

Se, in un primo momento, sembra che con Tommaso la carica di scriba venga utilizzata regolarmente da più personaggi, a volte anche contemporaneamente, proprio sotto la sua dominazione vediamo che, a partire dal 5 novembre 1407, questa non comparirà più, lasciando spazio ad un più regolare utilizzo della qualifica di secretarius [43].

La figura del segretario è di difficile interpretazione quanto le precedenti. Da mettere in evidenza è il fatto che nasca proprio nel periodo da noi trattato: infatti si può considerare sicuramente una carica nuova nel nome, menzionata per la prima volta in un documento del 21 ottobre 1397[44]; il segretario in questione è un certo Anthonio de Ansermis condam Manfredi de Raconixio che compare in qualità di testimone in una conferma di privilegi e immunità a favore della comunità di Dronero per ricompensarla del ruolo svolto nella liberazione del marchese dalla prigionia durata ben 27 mesi. Il medesimo giorno comparirà con la stessa qualifica per testimoniare l’avvenuta concessione di alcuni privilegi alle comunità della valle Maira[45], sempre in virtù della fedeltà dimostrata nel periodo di prigionia del signore. Troviamo il titolo nuovamente il 27 febbraio 1400 associato al nome di Henrietus Ravioli. L’occasione è l’investitura dei castelli e dei luoghi di Pancalieri e Polangera concessa da Tommaso a Giovanni Biaggio e Rizardo Provana: estremamente singolare è il fatto che, oltre alla qualifica di segretario, Enrichetto si qualifichi nel contempo anche come scriba[46]. Dopo questo giorno avremo una pausa di quasi sette anni: Ludovico de Pariseto se ne fregia il 2 dicembre 1407 in un atto in cui Tommaso concede il territorio e la giurisdizione di Costigliole a Guglielmo[47]; quindi troviamo che la carica è detenuta ancora da Henrietus Ravioli l’8 marzo 1410 in occasione di una tregua tra Tommaso e Ludovico di Savoia[48]. Negli ultimi anni di regno di Tommaso III questa denominazione è utilizzata con maggiore frequenza e, a parte una sola eccezione[49], è esclusivo appannaggio di Ludovico de Pariseto e Antonio Martine.   Significativo è il fatto che, contemporaneamente alla comparsa di questa nuova carica, scompaia la qualifica di canzellarius.

Non avendo documenti che ci parlano direttamente di questa figura, non è possibile definire con certezza quali fossero in origine le prerogative del ruolo di segretario.

Invece, presso la corte dei Savoia abbiamo notizie più certe sulle funzioni del segretario: insieme ai cancellieri fra 3 e ‘400 si trova ai vertici della società politica e a loro è demandato il compito di comunicare la volontà del principe, di autenticare con i sigilli gli atti pubblici[50]. Sempre nella cancelleria sabauda, i segretari sono deputati a stendere e a spedire gli atti e agiscono in tutti gli apparati sabaudi, pagati ad atto e non seguendo alcun modello di cursus honorum[51], ma nel momento in cui viene ad essere assente il cancelliere vengono loro affidate ambasciate e missioni diplomatiche[52]. Anche a Milano sono scelti per svolgere funzioni diplomatiche e, contrariamente a quanto accade in Savoia, sono un gradino al di sopra dei cancellieri[53]. Indicativo della fase embrionale in cui si trova la cancelleria saluzzese è il fatto che in apparati complessi come quello sabaudo e visconteo troviamo la compresenza del canzellarius e del segretario, mentre a Saluzzo, questa prima figura lascia il posto alla seconda. Da quanto si può capire, quest’ultimo deve essere un personaggio di spicco all’interno della cancelleria e che facilmente ha le possibilità di assolvere anche compiti di rappresentanza e ambasceria. E’ un personaggio del quale il marchese si fida particolarmente, sia per i rapporti personali intrattenuti, ma anche per il fatto che i personaggi aventi questo titolo sono solitamente appartenenti a famiglie da lunga data al servizio della famiglia marchionale. Una spia del fatto che essi non sono dei semplici rogatari con un titolo onorifico è che li troviamo spesso come testimoni e non solo come scrittori particolarmente fidati e meritevoli. Una figura, quest’ultima, che racchiude in sé tutti gli elementi che sono stati del notaio e dello scriba con la richiesta aggiuntiva di grandi capacità organizzative, diplomatiche e rappresentative.

Nel periodo che riguarda Tommaso III abbiamo la presenza di ben cinque segretari e l’unica evoluzione che possiamo cogliere in questa figura è il suo sdoppiamento. Infatti il 2 dicembre 1415[54] troviamo che Ludovico de Pariseto e Antonio Martine compaiono entrambi con questa qualifica, anche se il primo in funzione di redattore e il secondo come testimone. In realtà, già in precedenza si ha l’impressione che esistano più segretari nello stesso periodo, ma qui se ne ha la conferma definitiva. In seguito, spesso agiranno insieme: in questi casi la regola (anche se non mancano delle eccezioni) è che uno interviene come scrittore e l’altro come testimone. I personaggi che andranno a coprire questa carica fanno parte delle solite discendenze dei Ravioli e dei de Anselmis, ma possiamo trovare anche rappresentanti di famiglie poco note agli ambienti cittadini, anche perché originarie del contado (non è la prima volta che il marchese richiama a sé personaggi non originari di Saluzzo e in special modo di Dronero).[55].

Dalle considerazioni sin qui fatte, si può notare come la cancelleria dei marchesi di Saluzzo abbia, rispetto alle cancellerie coeve, una struttura estremamente esile. In verità, già dagli anni 90 del ‘300, con la creazione di una doppia carica di scriba si intravede la volontà di sviluppare una maggiore specializzazione. Il ‘400 si apre con la nascita di una nuova importante figura, il secretarius, personaggio preposto a fare le veci del marchese e utilizzato in missioni diplomatiche nel contado o in stati vicini; lo stesso secolo vede scomparire il canzellarius che era stata una figura assai importante nella struttura della cancelleria di Federico II.

Nonostante i marchesi abbiano una storia plurisecolare non sono riusciti ancora ai primi del ‘400 a creare un ufficio cancelleresco stabile, definitivo e con una struttura precisa. Il confronto con una realtà come quella viscontea può risultare imbarazzante. La signoria milanese si afferma molto più tardi rispetto ai Saluzzo, ma ha avuto le capacità di fare, in pochi decenni, della cancelleria un luogo fondamentale nella gestione dei rapporti del principe, sia con le altre realtà politiche europee, sia con le varie entità istituzionali presenti sul territorio dello stato milanese. La triplice divisione che viene a caratterizzare la cancelleria milanese sta ad indicare l’alto grado di specializzazione raggiunto dalla stessa, mentre il corrispondente e coevo ufficio saluzzese è ancora in via di definizione. Questa profonda diversità risulta subito evidente analizzando la sproporzione numerica, per quanto riguarda il personale impiegato, tra i due uffici dando conferma dell’alta professionalità raggiunta in Lombardia, almeno nei confronti della povertà dell’istituzione piemontese[56].       

 

 


 

[1] Bartoli langeli a., La documentazione degli stati italiani nei secoli XIII-XV: forme, organizzazione, personale, in Culture et idéliogie dans la genèse dell’état moderne, Collectione dell’École française de Rome, n. 82, Roma 1985, p. 36.

[2] Castelnuovo g., Ufficiali e gentiluomini. La società sabauda nel tardo medioevo,Milano 1994, p. 81.

[3] Fissore G. G., Pluralità di forme e unità autenticatoria nelle cancellerie del medioevo subalpino (secoli X-XIII), in Piemonte Medievale. Forme del potere e della società. Studi per Giovanni Tabacco, Torino 1985, p. 146.

[4]   Fissore G. G., Pluralità di forme...cit., pp. 163-164.

[5] Cancian P., Aspetti problematici del notariato nelle Alpi occidentali, a stampa in “Bollettino storico-bibliografico subalpino”, XCIX/1, 2001, pp. 5-19.

[6] Come si legge nel saggio di Cancian p., L’organizzazione della città e del suo territorio: una società in espansione e i modelli culturali notarili, in Storia di Torino, Vol. I, Torino 1985, p. 558: «[...] Il XII sec. rappresentò la fase decisiva per il passaggio all’instrumentum, il nuovo tipo di scrittura notarile la cui credibilità non era più legata a formalità poste nella compilazione e spedizione, ma era tutta affidata alla fides publica del notaio [...]».

[7] Tesi di laurea di M. Lanzi, Per un repertorio dei regesti deimarchesi di Saluzzo nell’età di Tommaso II e Federico II discussa presso l’Università di Milano nell’anno accademico 2002-2003, p. 37.

[8] Ibidem, p. 37.

 [9] Ibidem, p. 38.

[10] Ibidem, p. 41

[11] Si tratta più precisamente di un documento del 1 dicembre 1371 in Iacobo Richicia de Cuneo con la carica di canzellario è menzionato tra i testimoni. Lo si trova edito in Muletti, Memorie…cit., IV, pp. 96-100.

[12] Ibidem, p. 44.

[13] P. Cancian., La cancelleria di Amedeo VIII, in Amédée VIII-Felix V premier duc de Savoie et pape (1383-1451), Colloque international Rapaille-Lausanne 23-26 octobre 1990, Losanna 192, p. 143: [...] « La storia e il funzionamento della cancelleria sabauda si possono indagare sin nei minimi dettagli grazie due fonti poco utilizzate: i conti della cancelleria, di cui disponiamo dal giugno 1344 e i protocolli camerali e ducali, compilati dai segretari dei conti di Savoia, conservati a partire dalla fine del secolo XIII. Elementi che è possibile integrare con i conti delle castellanie (dalla metà del ‘200) e i conti dei tesorieri (dal 1297)».

[14] Più precisamente il 5 novembre 1407 è l’ultima volta in cui compare la qualifica di scriba sotto la dominazione di Tommaso III. Documento edito in Muletti, Memorie...cit., p. 304-309. 

[15] La trasmissione delle cariche cancelleresche all’interno della stessa famiglia non è una eccezione: Chittolini G. in Episcopalis curiae notarius ci riferisce che presso la diocesi di Ferrara, il titolo di notarius curiae si trasmise ereditariamente dal XIII sec. al 1432 nella famiglia De Brinis.

[16]Dal 1341 al 1395 nei documenti saluzzesi sono menzionati otto de Anselmis provenienti da Racconigi, quattro dei quali possiamo ritrovarli anche nel periodo di dominazione di Tommaso III (1396-1416)

[17] Questa non era la prassi in altre zone dell’Italia centro-settentrionale; senza andare troppo lontano, in età comunale a Milano esisteva una clausola per quanti volessero esercitare la professione notarile la quale esigeva: oltre ad avere 20 anni di età, ad essere contribuente e ad esercitare la carica in prima persona, si richiedeva come fondamentale di essere cittadini: liva a., Notatariato e documento...cit, p. 72.

[18] Vedi doc. originale pergamenaceo in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 4, Investiture...cit., in cui Antonio Martine compare come notaio nella stesura di una tregua tra Tommaso III, Teodoro di Monferrato e Giacomo d’Acaia. Qui si definisce de Dragonerio, publicus imperiali auctoritate notarius

[19] Edito in Muletti, Memorie...cit., il 15 giugno del 1398, Bergadano de Dragonerio.

[20] In un atto in cui Tommaso decide di riconfermare il privilegi e le libertà di cui le comunità della valle Maira già godevano, tra i testimoni compare Bergadano de Bonellis licentiato in legibus , vicario marchionatus Saluciarum […],edito in Muletti, Memorie...cit., pp. 227-229.

[21] Edito in Muletti, Memorie...cit., pp. 355-363, G. P. Moriondo, Monumenta Aquensia, Cod. Saluzzo II pag. 508 e in A. S. T. cat. 3, Testamenti ed altre dispsizioni dei marchesi di Saluzzo, mazzo 1, fasc. 12.

[22] Copia rilegata in volume e autenticata singolarmente in A.S.T., Corte, Monferrato ducato addizione, mazzo 1, fol. 60; in A.S.T., Corte, Ducato di Monferrato, mazzo 1, fasc. 44 e copia autenticata rilegata in volume in A.S.T., Corte, Marchesato di saluzzo, cat 6 Scritture riguardanti le pretese del marchese di Saluzzo sul marchesato di Monferrato, mazzo 18, fasc. 138.

[23] Copia autenticata pergamenacea in A.S.T., 44-1-3 e regesto in tesi R. EANDI, doc. 29

[24] Edito in Muletti, Memorie...cit., pp. 232-235, documento del 16 febbraio 1398.

[25] 22, giugno 1413, due originali pergamenacei in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 4, Investiture....cit., mazzo 5, fasc. 21; copia cartacea tardo quattrocentesca ibidem.

[26] P. Cancian., La cancelleria di Amedeo VIII cit., p. 150

[27] Il 5 giugno 1399 Amedeo Falletti giura fedeltà a Tommaso. A rogare è un certo Manolinus Cuitinus che nella sottoscrizione si definisce “[...] de Dragonerio imperiali auctoritate notarius [...]”. Copia cartacea in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 4, Investiture...cit., mazzo 9, fasc. 1.45, fol. 161.

[28] Edito in Muletti, Memorie...cit., pp. 232-235, documento del 16 febbraio 1398.

[29] Vedi documento del 15 giugno 1398 Edito in Ibidem pp. 235-39.

 [30] Edito in ibidem, pp. 232-235, documento del 16 febbraio 1398.

[31] Da come si può notare dal documento del 2 dicembre 1407 redatto dal segretario Ludovicus dePariseto in cui dice nella sottoscrizione “[…] signumque meum apposui[…]”, edito in ibidem, pp. 310-11.

[32] Vedi originale pergamenaceo in A.S.T., Corte, Marchesato, cat.4, Investiture...cit., del 13 luglio 1412. Qui il rogatario è Henrietus Ravioli che si definisce notarius, mentre in un documento del 27 settembre 1400 conservato in copia cartacea rilegata in volume in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 4, Investiture...cit., lo stesso notaio si definiva come secretarius et scriba

[33] Un esempio potrebbe essere quello di Giorgio Ravioli che troviamo già il 21 ottobre 1397 in qualità di notaio e il 21 febbraio 1413 riuscirà a coprire la carica di secretarius.

[34] Copia cartacea rilegata in volume in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti....cit., mazzo 9, fasc. 1.45, fol. 159.

[35] Copia cartacea rilegata in volume in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti....cit., mazzo 9, fasc. 1.45, fol. 161.

[36] Copia cartacea rilegata in volume in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti....cit., mazzo 9, fasc. 1.45, fol. 163.

[37] Originale pergamenaceo in A.S.T., Corte, Provincia di Saluzzo, mazzo 3, fasc. 15.

[38] Originale pergamenaceo in A.S.T., Corte, Provincia di Saluzzo, mazzo 3, fasc. 16.

[39] Originale pergamenaceo in A.S.T., ., Marchesato di Saluzzo, cat. IX, Scritture riguardanti interessi particolari dei Marchesi di Saluzzo., m. 1, fasc. 18.

[40] Copia autentica cartacea cinquecentesca in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti..cit., m 9, fasc. 1.89, f. 253.

[41] Edito in D. Muletti, Memorie storico-diplomatiche cit., V, pp. 279-88, regesto in P. Camilla, Archivio storico, cit., riferimento nel Camilla stesso all’originale in A. C. S., cat. 12, mazzo 1, doc. 2 e regesto in tesi r. eandi, doc. 23.

[42] Copia rilegata in volume in A.S.T., Corte, Monferrato ducato addizione, mazzo 1, fasc.43 del 21 gennaio 1398.

[43] Ultima volta nel periodo di Tommaso; infatti il 12 febbraio 1417 Antonio Martine di Dronero in occasione dell’apertura del testamento di Tommaso III ne farà nuovamente uso definendosi scriba di Ludovico II. Questa comunque fu un’eccezione dato che negli anni successivi questa carica non si trova utilizzata.

[44] Copia cartacea rilegata in volume in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 6, Scritture riguardanti...cit., mazzo 18, fasc. 138.

[45] Edito in Muletti, Memorie...cit., pp. 227-229.

[46] Copia cartacea rilegata in volume in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 4, Investiture…cit., mazzo 9, fasc. 1.102, fol. 289.

[47] Edito in D. Muletti, Memorie…cit., V, p. 312.

[48] Originale pergamenaceo in A.S.T., ., Marchesato di Saluzzo, cat. 4, Investiture…cit., mazzo 5, facs.16.

[49] Il 21 febbraio 1413 in occasione della ratifica da parte di Tommaso III della tregua tra lui medesimo, il marchese Teodoro di Monferrato e il principe Giacomo d’Acaia è presente come testimone Giorgio Ravioli che si qualifica come segretario.

[50] Castelnuovo g., Ufficiali e gentiluomini….cit.,Milano 1994, p. 109

[51] A. Barbero, Il ducato di Savoia. Amministrazione e corte di uno stato franco-italiano, Roma-Bari 2002, a pag. 38 ci dice: «L’impressione che non si trattasse di un vero e proprio ufficio, vuoi perché ai segretari era consentita la pratica privata della professione notarile, vuoi perché anziché godere di un salario fisso erano pagati ad acta, deve essere temperata dalla constatazione che in tutti gli statuti dei conti e poi duchi di Savoia compaiono norme a regolamentare la loro posizione»

[52] Castelnuovo g., Ufficiali e gentiluomini….cit., Milano 1994, p. 111.

[53] baroni M. F., La cancelleria e gli atti dei Visconti, signori di Milano dal 1277 al 1447, in “Münchener beiträge (zur mediävistik und renaissance-forschung)”, München 1984, p. 463.

[54] Copia cartacea autenticata rilegata in volume in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 6, Pretese del marchese di…cit., mazzo 1, fasc.51. L’occasione è l’affitto di una gabella concesso da Tommaso alla comunità di Verzuolo.

[55] La figura del segretario , così come la si sta delineando, viene ad essere simile, in alcuni suoi aspetti, alla figura dell’Episcopalis Curiae Notarius come è delineata da Giorgio Chittolini in un suo saggio. Questa era una figura assai duttile, abilitata e competente a svolgere funzioni molteplici trovavano fondamento nella caratteristica di persone publicae, titolari di pubblica fides. Vengono ad essere i collaboratori principali del vicario generale. Per queste figure si intravede una condizione sociale non mediocre e soprattutto la possibilità di avviare i figli, ma anche parenti più o meno stretti, a impieghi curiali o a carriere ecclesiastiche. I notai della diocesi rogavano anche per altre istituzioni e persone, ecclesiastiche e laiche, ma alcuni risultano impiegati continuativamente, in modo pressoché stabile, con compiti differenziati (notai del tribunale, scribi del vicario, ecc). Il doppio ruolo (pubblico-privato), l’uso della pubblica fides per convalidare gli atti, l’indipendenza dall’autorità pubblica, la provenienza dalla matricola cittadina, un compenso non fisso, ma a cottimo, le funzioni molteplici che svolgevano, la condizione sociale non mediocre, la possibilità di inserire propri familiari all’interno dell’apparato amministrativo sono gli elementi che accomunano le due categorie.Chittolini G., Episcopalis curiae notarius,

[56] baroni maria franca, La cancelleria e gli atti dei Visconti, signori di Milano dal 1277 al 1447, in “Münchener beiträge (zur mediävistik und renaissance-forschung)”, München 1984, pp. 456-483.

 

  

I notai del Marchese

Sembra necessario, affinché il discorso non rimanga solamente su un piano teorico, fare alcuni esempi di funzionari cancellereschi e descrivere, per quanto possibile, la presenza dei vari nuclei familiari che hanno avuto un rapporto duraturo con Tommaso e la sua cancelleria. Al fine di dare un quadro più completo possibile, si cercherà di trovare una eventuale stabilità nei rapporti di dipendenza: per questo si retrocederà nell’analisi agli ultimi anni di principato di Federico II e si proseguirà sino ai primi anni di governo di Ludovico I. Questo ci permetterà di capire se vi fosse una effettiva continuità, nei personaggi e nelle famiglie al servizio dei marchese, attraverso le diverse dominazioni o se le circostanze o la volontà portavano ad una certa selezione del personale impiegato.

Nell’arco di quasi vent’anni di sovranità, Tommaso III ricorre quasi sempre alle prestazioni di una ristretta cerchia di notai (i dati sono ricavati dall’analisi delle sottoscrizioni) i quali appartengono ad un numero ancora più ristretto di famiglie. Infatti molti funzionari statali presentano lo stesso cognome e, pur non essendo sempre specificato il loro patronimico, possiamo presumere che, dal mestiere svolto, dalla provenienza, dalla classe sociale, questi fossero parenti e che all’interno dell’entourage del marchese vigesse una certa ereditarietà delle cariche. Non era assolutamente una eccezione: ciò è accaduto per buona parte del ‘400 a Mantova sotto Ludovico Gonzaga, anche se, a differenza di quanto accade a Saluzzo[1], l’unicità di percorso e la tendenza a trasmettersi la carica nell’ambito della medesima famiglia sono procedure meglio definite e delineate[2]. Notiamo anche che per la maggior parte delle famiglie cancelleresche, nel periodo di passaggio del marchesato nelle mani di Tommaso, vi è una certa continuità, anche se questa regola non vale sempre per i singoli personaggi.

I Ravioli

Il primo personaggio che troviamo nella documentazione inerente a Tommaso III è Tommaso Ravioli. Il gruppo familiare a cui appartiene arriva a Saluzzo ai tempi di Manfredo IV: nell’investitura concessa dal marchese l’8 febbraio 1309 a Pagliuccio Nucetto interviene come notaio redattore un certo Enrico Ravioli di Saluzzo, che sembra essere il capostipite di questo casato. Egli scrive anche un altro instrumentum, il 12 agosto 1336 ed è presente tra i consiglieri deputati dal comune nell’anno 1347 per richiedere a Tommaso II la conferma degli antichi privilegi[3]. Nell’arco di un secolo le posizioni ricoperte dai vari esponenti di questo casato sono le più disparate, ma molto spesso al servizio diretto del marchese. Nel caso specifico vediamo che Tommaso è menzionato a fianco di Bergadano de Bonellis iurisperitum, ed è qualificato come castellanum Saluciarum. Il documento preso in esame, in cui Tommaso agisce in nome dell’omonimo marchese, è il trattato di Ranzone del 15 ottobre 1395[4]: nell’occasione si devono stabilire i termini per la liberazione del marchese tenuto prigioniero nel castello di Torino. Troviamo lo stesso Ravioli anche il 16 ottobre del 1390[5] come testimone in un documento di Federico II e nel 1394[6], il 18 agosto, incaricato dal marchese di trattare una tregua con Amedeo principe d’Acaia. Nonostante questo componente della famiglia Ravioli compaia solo per tre volte possiamo considerarlo uno dei personaggi più in vista nella corte saluzzese negli anni ’90 del 300, come spiegare altrimenti l’importante incarico di stabilire una tregua con i Savoia, redigere un trattato per riportare in libertà il suo signore e la qualifica di castellanum niente meno che della capitale Saluzzo? La carica di castellano è presente anche nelle coeve strutture amministrative sabaude. “Nelle terre immediate, direttamente soggette all’autorità sabauda, il controllo amministrativo è diviso tra funzionari principeschi e ufficiali locali nominati dalle comunità: cariche municipali (Syndaci) e ufficiali principeschi si completano senza contrapporsi. I castellani rappresentano il perno dell’amministrazione territoriale sabauda e le loro funzioni sono molteplici: militari, finanziarie, giudiziarie e amministrative. Controllano il castello, comandano le truppe locali, sovrintendono alla gestione del patrimonio principesco, riscuotono multe e garantiscono l’ordine pubblico. Sono funzionari multi competenti e rappresentano la spina dorsale dell’amministrazione sabauda, sono lo strumento di raccordo fra il principe, l’amministrazione e le realtà territoriali.”[7]   

Il castellano[8] saluzzese, di nomina signorile, in un primo momento, è un funzionario marchionale che, oltre a controllare il castello, svolge contemporaneamente le funzioni di alto magistrato del comune, essendo in possesso di funzioni giudiziarie ed esecutive. In seguito, tra il XIII e il XIV secolo, a Saluzzo questa figura sembra perdere il suo rilievo istituzionale limitando le sue funzioni a compiti più propriamente connessi all’attività militare e alla gestione del potere signorile dei marchesi[9].Anche se in questo momento la carica di castellano non ha tutto il prestigio che aveva in precedenza, Tommaso sicuramente è un personaggio in vista, lo dimostrano gli incarichi a lui affidati, e non è il primo nella sua famiglia svolgere una attività di questo tipo: infatti un altro Ravioli, Giorgio, nel 1371[10] ricopre la carica di castellano, ma questa volta a Verzuolo. Ritornando a Tommaso, dopo il 1395 scompare dalla documentazione saluzzese, forse una morte improvvisa stronca una promettente carriera o, non è da escludere, il cambio di guardia del marchese può aver portato ad un ricambio del personale impiegato. Comunque sia finita la collaborazione tra i due “Tommasi”, continua il rapporto tra Ravioli e marchesi di Saluzzo.  Per trovare un altro rappresentante della stessa famiglia dobbiamo aspettare il 21 ottobre 1397[11]. Questo, di nome Giorgio, agisce come notaio in due documenti redatti nello stesso giorno. Tommaso, per ricompensare la fedeltà dimostrata dalle Comunità della Valle Maira che avevano svolto un ruolo attivo nelle trattative per la liberazione dello stesso marchese, prigioniero del principe Amedeo d’Acaia dopo la sconfitta che subì il 6 aprile 1394 a Monasterolo[12], decide di riconfermare tutte le libertà, i privilegi e le immunità di cui le comunità di questa valle già godevano per concessione dei precedenti marchesi. Il giorno stesso, come detto, Tommaso III, tramite un instrumentum redatto dal medesimo Giorgio Ravioli, conferma e aumenta alcuni privilegi in favore della comunità di Dronero per ricompensare il ruolo di primo piano svolto dalla stessa nella liberazione dalla prigionia del marchese, cattività durata 27 mesi[13]. Il notaio Giorgio non sembra avere una carriera molto brillante: pur essendo al servizio del marchese per svariati anni e redigendo per lui numerosissimi atti, non gli sono mai affidati, se non in situazioni del tutto occasionali, incarichi di particolare importanza. Egli il 15 giugno 1398[14] ratifica, per conto del suo signore, le franchigie, le libertà e le immunità che la comunità di Manta aveva ricevuto dai predecessori del marchese. Quindi ancora il 3 gennaio 1399[15] redige l’investitura di una parte di Dogliani a Giovannino di Saluzzo. La sua carriera sembra essere del tutto mediocre (visto che negli anni successivi agisce sì spesso al servizio della cancelleria, ma la sua qualifica è sempre ferma a quella di semplice notaio) se non fosse che il 21 febbraio 1413[16] è presente tra i testimoni nella ratifica di una tregua tra Tommaso III, Teodoro di Monferrato e il principe Giacomo d’Acaia. Qui sicuramente svolge un ruolo di assoluto valore: lo dimostrano l’importanza dell’atto al quale partecipa in qualità di testimone, ma anche e soprattutto il fatto che è presente in veste di solo ed unico segretario del marchese. Successivamente Giorgio è rintracciabile ancora nella documentazione relativa a Ludovico I di Saluzzo, figlio di Tommaso, nella quale compare per due volte, entrambe come testimone. Se nella prima, che risale al 12 febbraio 1417[17], il nome non è seguito da alcun tipo di qualifica, il 20 luglio 1417[18] è definito, insieme a Ludovico de Pariseto, segretario del marchese.Il fatto che solo in due circostanze, in un momento in cui il titolo di segretario ha preso piede, venga a ricoprire questa carica e il fatto che proprio nel periodo in questione questa sia coperta con regolarità da Ludovico de Pariseto e dal 1415[19] da Antonio Martine, ci portano a pensare che all’intitolazione non seguisse una reale preminenza all’interno della cancelleria. Dobbiamo sottolineare che troviamo sempre Giorgio[20] impegnato a Saluzzo: quindi Tommaso non gli affida mai incarichi di rappresentanza nel contado o al di fuori dal marchesato.  L’ultimo notaio di casa Ravioli è Enrichetto. Il suo primo compito è di mettere per iscritto l’attestazione di una avvenuta investitura concessa dal marchese Tommaso a Giovanni Biaggio e Antonio (27 settembre 1400), figlio del defunto Rizardo Provana, delle parti che spettavano loro dei castelli e dei luoghi di Pancalieri, luogo in cui è redatto l’atto[21]. Nella sottoscrizione Enrichetto si definisce “scriba et secretarius”: è la prima volta che troviamo una combinazione di questo tipo, che risulta essere ancora più singolare per il fatto che si tratta del suo primo incarico alle dipendenze del marchese. Forse questo accostamento di titoli corrisponde ad una reale funzione all’interno della cancelleria, ma è anche l’attestazione che troviamo di fronte ad un momento di cambiamento: dovranno passare altri sette anni prima di vedere ancora la carica di segretario. Le successive sottoscrizioni risultano più consuete. Da un atto del 19 ottobre del 1400[22] scopriamo che ad estrarre il documento “ad mundum” fu PietroRavioli de Saluciis che si qualifica come fratello del defunto Enrichettodal quale aveva ereditato i suoi inbreviamentis: documento importante dato che ci mostra direttamente che i registri delle imbreviature vengono lasciati in eredità, quando possibile, ai parenti stretti. In questo caso il passaggio è avvenuto in senso orizzontale e ci indica come fosse importante il rapporto marchesi con alcune famiglie notarili e come queste, da parte loro, cercassero, attraverso l’esercizio della professione, di mantenere lo status raggiunto. Nel 1401, il 21 febbraio, vediamo Enrichetto che mette per iscritto nel “viridario domus illustris principis Thome, site in platea Saluciarum...” gli estremi di una lite tra Saluzzo e Revello[23]: in questa circostanza si qualifica come semplice notaio. Nel 1402 agisce insieme a Ludovico de Pariseto de Saluciis: entrambi sono incaricati di redigere una sentenza riguardante i confini tra le due comunità predette. Sia Ludovico che Enrichetto si definiscono scriba del marchese[24]. Le fonti ci dicono che nel 1410, più precisamente l’8 marzo, è impegnato nella stesura di una tregua tra Ludovico di Savoia e lo stesso marchese Tommaso della durata di cinque mesi alla quale si è arrivati grazie alla mediazione di Giovanni detto Bouciqualt, maresciallo di Francia e governatore di Genova[25]. Enrichettoqui ha un ruolo importante: riveste i panni del segretarioe deve collaborare con il suo corrispondente di casa Savoia, il secretarius Anthonio Raveri. Comparirà ancora un paio di volte, ma ormai il suo momento felice sembra terminato; a coprire l’ambita carica di segretario marchionale sono, negli ultimi anni di vita del marchese, il già citato Ludovico de Pariseto e Antonio Martine e solo in un caso il suo consanguineo Giorgio.La collaborazione fra i Ravioli e Tommaso III è stata più che proficua: molti di loro hanno svolto compiti politicamente attivi come quello di castellano, portando la volontà del signore al di fuori della capitale, mentre altri hanno messo a disposizione la loro esperienza giuridica per poter raggiungere la prestigiosa carica di segretario. La famiglia Ravioli si vede notevolmente rappresentata anche nel periodo di Federico II: Enrico (1342, 17 agosto Racconigi)[26], Ludovico(1 gennaio 1347 a Saluzzo)[27], Giovannino (19 marzo 1355 a Pisa in cui ricopre la carica di procuratorem negociorum gestorum di Tommaso)[28], Giovanni filius quondam Iohannis (a Milano nel 1360)[29] e addirittura Leonardo Ravioli (priore del convento dei frati Predicatori di Saluzzo, compare come testimone più volte intorno agli anni ’70 del ‘300)[30].Questo casato svolge un’attività rivolta per lo più alla funzione notarile; da lungo tempo ciò li ha legati ai marchesi, ha favorito la loro ascesa e ha mantenuto il loro stato sociale che potremmo definire medio-alto. Cariche di prestigio dunque, che la famiglia cerca di tramandare per via ereditaria. Se il risultato più importante raggiunto da un Ravioli è un’invidiabile rappresentanza all’interno della cancelleria e dell’amministrazione marchionale, la ricerca di prestigio li porta a coprire altri importanti cariche, ma questa volta al di fuori dell’ambito statale. Ecco quindi che troviamo uno di loro che agisce in qualità di priore dei frati predicatori di Saluzzo e un certo Ludovico che ricopre la carica di sindaco di Saluzzo il 15 gennaio 1400[31]. Mi pare di capire che nella seconda metà del ‘300 i Ravioli avessero maggiori possibilità di ascesa sociale: infatti, uno di loro è presente addirittura a capo di una congregazione religiosa importante come quella dei frati Predicatori spingendoci a pensare ad un atteggiamento chiaramente simile a quello della classe nobiliare, ma diversi altri esponenti di questa famiglia sono utilizzati, da parte del marchese, in cariche non solo inerenti alla cancelleria, ma anche nell’ambito dell’amministrazione politica. In tutto ciò aveva concorso il prestigio della famiglia e le capacità personali che avevano permesso loro di mettersi in luce agli occhi del marchese. Tuttavia, all’inizio del 1400 qualcosa sembra cambiare: non troviamo più cariche alternative a quelle amministrative (scriba, segretario) come in precedenza. Forse si tratta di un cambiamento dovuto ad una volontaria chiusura della classe dirigente che, nonostante avesse estremamente bisogno dell’elemento notarile, non ha intenzione di nobilitarlo, ma nel caso specifico è più probabile che sia un problema di rapporti tra Ravioli e Saluzzo. I discendenti di questo casato non riusciranno a coprire ulteriori cariche per conto del marchese e saranno relegati nel nobilitato urbano. Per le altre famiglie, il contatto con il marchese continua a portare prestigio, infatti, con l’editto del 1460[32], grazie alla carriera professionale e di servizio, molte di esse entreranno nell’aristocrazia del marchesato. I Ravioli, dopo essere stati al servitium dei Saluzzo per più generazioni, non riescono, dopo il primo quarto del nuovo secolo, a mantenere le posizioni acquisite, forse anche per una mancanza di discendenza.

De Ansermis

Nei documenti raccolti e regestati compresi tra il 1396 e il 1416 sono menzionati quattro de Anselmis o de Ansermis provenienti da Racconigi (Racunixio) ma stabilitisi a Saluzzo.

Purtroppo solo in alcuni casi è possibile stabilire un certo legame di parentela cioè nel momento in cui viene riportato il patronimico, ma questo avviene esclusivamente per i casi di omonimia per evitare confusioni fra due persone.Tuttavia, questi personaggi, aventi lo stesso cognome, hanno spesso in comune altri elementi come il ceto di appartenenza, la funzione sociale, la professione personale, portandoci a credere che esistesse fra loro un legame di parentela[33].Dobbiamo premettere inoltre che le fonti a nostra disposizione non sono solo quelle riguardanti il periodo sopraccitato, ma è possibile spingersi al periodo precedente e notare, soprattutto per questa famiglia, una notevole continuità nel servizio alla casa marchionale. Uno sguardo al passato sarà soprattutto utile per delineare con maggiore chiarezza i singoli personaggi e più in generale la famiglia alla quale questi appartengono: sarà importante per capire in che modo si evolve il rapporto tra i marchesi e le famiglie al loro servizio.Il primo de Ansermis a comparire nella documentazione di Tommaso III è Dominicus. Il suo ruolo è quello di semplice notaio in un atto del 19 maggio del 1397[34] redatto a Saluzzo. Tommaso riconosce come proprietari di un podere incolto i fratelli Giorgio e Luigi de Ribis, podere che nel 1391 era stato considerato abbandonato, per questo fatto estimare e dato in dono all’ospedale della casa della disciplina di Saluzzo. Con il riconoscimento dei proprietari, il marchese lo acquista secondo il prezzo stabilito precedentemente dagli estimatori comunali e lo rende nuovamente all’ospedale come già fece prima di lui il padre Federico II[35].In realtà troviamo già Domenico de Anselmis, originario di Racconigi, al servizio di Federico II: infatti compare due volte nel 1394 con la funzione di notaio sottoscrittore. Entrambi i documenti sono rogati a Verzuolo e sono emanati per conto del marchese. Anche se in entrambi egli si qualifica come publicus imperiali auctoritate notarius, e quindi ufficialmente non risulta avere alcun ruolo nella cancelleria marchionale, sia l’atto del 18 agosto[36], sia quello del 23[37] dello stesso mese, risultano essere tappe importanti per la storia del marchesato.Il 18 agosto Federico fa una procura con la quale delega Giovannino di Saluzzo dei signori di Dogliani, Antonio Provana e Tommaso Ravioli per entrare in Asti e per trattare una tregua con Amedeo di Savoia principe d’Acaia.Il 23 agosto Amedeo di Savoia principe d’Acaia e Federico II di Saluzzo stabiliscono per mezzo dei loro rappresentanti una tregua (conseguenza della guerra scoppiata tra i suddetti signori nel 1391) della durata di quattro anni.L’esperienza acquisita e la fedeltà dimostrata nei confronti della famiglia marchionale non passano inosservate: in un instrumentum del 21gennaio 1398[38] in cui Tommaso conferma le donazioni, le franchigie e i privilegi concessi dai suoi predecessori alla comunità di Melle in val Varaita, Domenico si sottoscrive, oltre che come semplice notaio, anche come scriba marchionale. Questo esponente degli Ansermis comparirà per un’ultima volta il 16 febbraio[39] dello stesso anno a Saluzzo, presso la casa dei marchesi. In questa occasione si redige un atto che conferma ogni patto, concessione, donazione, franchigia, privilegio e immunità concessa dal marchese e dai suoi predecessori alla comunità di Sampeyre in val Varaita: in questo caso copre il ruolo di semplice notaio e non più di scriba marchionale. Questo professionista nel periodo di Federico sembra avere sin dagli esordi una carriera di tutto rispetto: nonostante si qualifichi come semplice notaio è incaricato di redigere un atto di estrema importanza, lontano da Saluzzo e in compagnia di una delegazione che doveva difendere gli interessi del marchese.Con Tommaso III il suo ambito di azione si sposta in città e nel momento in cui la sua carriera ha un riconoscimento con la promozione a scriba, scompare improvvisamente dalla documentazione.Domenico fa parte di un gruppo parentale di estrazione notarile che aveva messo a disposizione dei marchesi le proprie competenze in materia e la propria credibilità e fedeltà; in contropartita i marchesi offrirono loro di poter far parte, seppur fossero di origine non saluzzese, di quella elite di famiglie con funzioni cancelleresco-amministrative al loro servizio.Fra i de Anselmis che fanno fortuna presso la cancelleria marchionale di Tommaso devono essere ricordati due fratelli, Giovanni e in modo particolare Antonio, figli di Manfredo. Entrambi li troviamo spesso menzionati con il patronimico, con più frequenza Giovanni a causa dell’omonimia con Giovanni de Ansermis figlio di Nicolino.Se Giovanni e Antonio sono al servizio di Federico II e Tommaso III, anche loro padre Manfredo era stato un fedele servitore dei marchesi.Manfredo ricoprì un ruolo fondamentale all’interno della corte marchionale e probabilmente fu soprattutto grazie a lui che figli e parenti più o meno stretti riuscirono a ricoprire cariche importanti all’interno dell’amministrazione e della cancelleria saluzzese. Troviamo Manfredo al servizio di Tommaso II già in due atti del 28 febbraio 1342: in entrambi con la funzione di teste.Il primo[40] è una protesta da parte del marchese che si lamenta delle sue condizioni di carcerato presso il siniscalco regio e il secondo[41] è una donazione al figlio Federico di alcuni castelli e villaggi. Sempre Manfredo è testimone il giorno successivo[42] ancora di una protesta e dettata sempre dalle misere condizioni in cui si trovava il marchese Tommaso II. Poche comparse in realtà ci dicono molto: già in questi anni doveva ricoprire un ruolo importante all’interno dell’entourage marchionale se il suo nome è affiancato a quello di Petrino Faxolino, cancelliere dei signori di Milano e camerario del marchese, soprattutto in un momento delicato e pericoloso per la vita del suo signore[43].Lo troviamo ancora qualche anno più tardi, più precisamente il 7 ottobre 1348[44]. E’ un atto fondamentale per capire il ruolo coperto da Manfredo: il marchese lo invia, definendolo suo vassallo, presso i signori di Milano per rendere loro omaggio di tutto il marchesato. Veniamo così a conoscenza che oltre ad essere vassallo è anche notaio (in quanto nella dispositio è così ulteriormente qualificato): due ruoli di tutto rispetto all’interno della corte.La posizione raggiunta da Manfredo presso la corte gli permette di aiutare nell’ascesa all’interno dell’entourage marchionale i suoi figli Antonio e Giovanni, ma anche altri parenti che troviamo numerosi a ricoprire cariche nell’amministrazione e nella cancelleria.Antonio sembra essere, tra i de Anselmis di seconda generazione e al servizio nella cancelleria, quello che raggiunge maggiori soddisfazioni a livello personale. La sua carriera è lunga e inizia il 23 aprile del 1359[45] quando lo troviamo a rogare due documenti: in queste circostanze però è ancora giovane, non ricopre alcuna carica di tipo cancelleresco, anche perché agisce ancora nel suo paese natale, Racconigi, e in una stipulazione tra privati.Nel 1362[46], forse anche grazie all’intercessione del padre Manfredo, riesce ad entrare come semplice notaio al servizio di Galeazzo, fratello di Federico II, per redigere una tregua di quattro mesi tra lo stesso Galeazzo e il Delfino di Vienne.Antonio ricompare nel 1379[47] in un instrumentum emesso per conto del marchese: da questo momento egli sarà impiegato con maggiore regolarità. Importante risulta in particolare il documento redatto il 19 agosto[48] dello stesso anno, non tanto per la materia trattata, che risulta essere un normale contratto di enfiteusi, ma in quanto è la prima volta che Antonio si qualifica come scriba marchionale. La sua carriera si protrae fino ai primissimi anni di principato di Tommaso III e le sue sottoscrizioni alternano il titolo di scriba a quello di notaio imperiali auctoritate. Quest’ultimo è però, probabilmente, un modo più semplice per definire la propria persona, in quanto non ci risulta che nessun’altro ricopra nello stesso periodo la carica di scriba[49].Ai primi anni di principato di Tommaso corrispondono gli ultimi anni di servizio di Antonio. Un servizio che non è privo di soddisfazioni: il 21 ottobre 1397[50] infatti, in un atto redatto a Saluzzo presso la piazza, il marchese decide di riconfermare tutte le libertà, i privilegi e le immunità di cui le comunità della valle Maira già godevano per concessione dei precedenti marchesi in quanto queste si sono dimostrate fedeli e attive nella liberazione del marchese dalla prigionia presso il principe d’Acaia. Qui Antonio compare come testimone e si qualifica come “secretario prefatis illustri domini marchionis”.La carica è nuova nel nome, poiché è la prima volta che tale termine viene utilizzato dalla cancelleria saluzzese: con questo forse si voleva ricompensare un fedele professionista distinguendolo da un semplice scriba.Ancora il 21 ottobre[51] Antonio compare come segretario in un documento volto a confermare e aumentare i privilegi, ma questa volta per la comunità di Dronero.Nell’anno successivo è presente, spesso affiancato al fratello o ad altri congiunti, sempre come testimone in quattro documenti distinti in quanto aventi destinatari differenti, ma in cui Tommaso ha l’unico scopo di confermare le donazioni, le franchigie e i privilegi concessi dai suoi predecessori alla comunità di Melle[52], di Sampeyre[53], la Castellata e la comunità di Manta[54].Dal 15 giugno del 1398[55] il notaio non è più al servizio di Tommaso, in quanto non è più rintracciabile in alcun documento marchionale, ma può risultare interessante riscontrare che nel 1402, il 21 febbraio[56], troviamo Antonio che redige sempre nel borgo superiore di Saluzzo, ma questa volta nella casa e per conto del comune. L’atto, in cui si sottoscrive scriba del comune di Saluzzo, è una procura che incarica i due sindaci, Modino Vacca e Antonio Elioni, di gestire la lite con Revello è effettivamente l’ultimo documento in cui troviamo menzionato Antonio. La sua è una lunga carriera e se probabilmente è riuscito a far parte della cancelleria marchionale grazie alla posizione ricoperta da suo padre Manfredo presso la corte di Federico II, le sue capacità personali gli hanno permesso di coprire le cariche più importanti all’interno della cancelleria stessa. Antonio supera il padre Manfredo per il grado raggiunto nella carriera notarile, ma non riesce ad entrare a far parte dei familiares dei marchesi né ad ottenere una concessione di un titolo di corte come era accaduto a suo padre.  Nei documenti inerenti a Tommaso III possiamo trovare anche il fratello di Antonio, Giovanni. Anch’egli, come detto in precedenza, è figlio del vassallo Manfredo e di lui abbiamo sempre specificato il patronimico in quanto nello stesso periodo praticava un Giovanni de Ansermis condam Nicolini e per due volte nel 1379[57] e nel 1381[58] nella documentazione saluzzese compare un altro omonimo, questa volta però figlio di un certo Tommaso de Ansermis.Sicuramente la carriera di Giovanni è meno brillante di quella del fratello Antonio. Infatti possiamo trovarlo come testimone in un atto del 21 ottobre 1397[59] in cui il marchese riconferma e aumenta tutti i privilegi in favore della comunità di Dronero per ricompensare il ruolo svolto dalla comunità stessa nella liberazione di Tommaso, prigioniero per 27 mesi presso il castello di Torino.Giovanni, che nell’atto compare a fianco del fratello Antonio, oltre a specificare di essere figlio di Manfredo, si qualifica come procuratore fiscale del marchese. Anche questo de Ansermis , forse anche grazie alle credenziali fornite dal padre Manfredo, è riuscito ad entrare al servizio del marchese, anche se nel campo amministrativo e non cancelleresco. Purtroppo non abbiamo molto materiale a disposizione riguardante Giovanni: sotto Federico non viene mai menzionato e con Tommaso compare solo in questa occasione.Anche se la documentazione in cui è menzionato è estremamente ridotta, non per questo risulta essere meno importante: un solo atto dice che anche questo ramo della gestione del marchesato tende a rimanere nelle mani della famiglia de Ansermis. La carica di procuratore fiscale, infatti, è rivestita, appena dopo Giovanni di Manfredi, da Giovanni di Nicolino. Al contrario del suo predecessore e probabilmente congiunto, i suoi movimenti sono rintracciabili anche nel passato, al servizio di Federico II.Giovanni de Ansermis, figlio di Nicolino, è anch’egli originario di Racconigi. Sotto il dominio di Tommaso, il primo atto in cui è ricordato risale al 21 gennaio del 1398[60] come testimone. Questo documento, in cui Tommaso conferma le donazioni, le franchigie e i privilegi concessi dai suoi predecessori alla comunità di Melle, è redatto a Saluzzo e lo vede agire a fianco di due suoi congiunti: Antonio de Ansermis compare senza alcuna qualifica tra i testimoni e Domenico compare invece come notaio redattore e nello stesso tempo scriba del marchese Tommaso.In realtà, già in precedenza era stato presente nella documentazione saluzzese, ma in quella riguardante Federico II, e il suo ruolo a corte era stato tutt’altro che di secondo piano. Nicolino, suo padre, lo possiamo trovare menzionato a fianco di Manfredi, Tommaso e Guglielmo (tutti de Ansermis) nel 1352 in occasione della compilazione dell’estimo «hominum popularioum Racunixii»[61] cosa che ci permette di scoprire a quale parte politica cittadina questa famiglia appartenesse[62].Nicolino, da parte sua, non sarà mai presente nella documentazione marchionale; ciò ci porta a credere che anche Giovanni, figlio di Nicolino, sia stato introdotto nell’amministrazione comunale grazie all’intercessione del solito Manfredo. Quest’ultimo, infatti, è a fianco di Nicolino nell’estimo del 1352 e quasi sicuramente è anche suo parente.Il 10 giugno 1377[63]troviamo Giovanni presente come testimone ad una investitura di Federico, più precisamente della motta di Fortepasso in favore dei fratelli Antonio, Domenico, Tommaso, Giovanni Pietro e Giacomo Roero, in cui è denominato come «Ioanne de Ansermis de Racunisio filio condam Nicolini domicello prefati illustri domini marchionis». Queste poche righe ci dicono due cose molto importanti. Innanzitutto che Giovanni è figlio di un Nicolino e anche lui è originario di Racconigi; in secondo luogo che la funzione da lui svolta è quella di domicellus del marchese, cosa che lo inserisce nell’ambito della corte e fa presumere che appartenesse ad una aristocrazia formata da funzionari marchionali. Nel 1381 lo troviamo sempre come testimone in due atti redatti a Verzuolo entrambi risalenti al 20 agosto[64]. Insieme a Giovanni, è presente come notaio redattore, Antonio, scriba marchionale e suo congiunto; purtroppo, per entrambi, non viene specificato il loro ruolo all’interno della corte.Con Tommaso il suo ruolo cambia: infatti lo troviamo dal 5 giugno 1398[65] che ricopre, in occasione del riconoscimento delle precedenti franchigie e libertà alla comunità della Castellata, il ruolo di procuratore fiscale del marchesato di Saluzzo. Non è una carica temporanea, dato che lo troviamo dieci giorni dopo con la stessa funzione di testimone e con la stessa carica in un atto simile al precedente, ma questa volta in favore della comunità di Manta[66]. Giovanni è ancora presente, con le stesse mansioni e qualifiche, il 3 gennaio 1399[67] all’investitura di Giovannino di Saluzzo di alcune porzioni di Dogliani.L’ultimo atto in cui è presente (che coincide con l’ultimo documento in cui appare un de Ansermis nell’epoca di Tommaso III) risale al 15 gennaio del 1400[68]. Il suo ruolo è sempre quello di testimone, la sua qualifica rimane quella di procuratore fiscale e l’atto è il riconoscimento, questa volta a favore della comunità di Saluzzo, delle franchigie e delle immunità concesse dai suoi predecessori.Pur di provenienza extraurbana, i de Ansermis sono riusciti fin dalla metà del ‘300 , non solo a entrare al servizio del marchese, ma anche a far parte del suo entourage diventando, alcuni, suoi vassalli. Protagonista di una repentina ascesa è sicuramente Manfredo, la figura di riferimento per la famiglia de Ansermis, che, oltre ad essere nominato vassallo, è presente come testimone in atti importanti per le sorti in guerra di Tommaso II e in un momento fondamentale per il futuro della dinastia marchionale saluzzese dilaniata da un periodo di lotte intestine.Il legame tra la famiglia e i marchesi si rinnova con la generazione successiva; infatti due sono i figli di Manfredo impiegati a corte: Antonio svolge un’attività di tipo notarile-cancelleresco, mentre Giovanni lavora nell’amministrazione con l’incarico di procuratore fiscale. La presenza di una figura influente a corte basta non solo a garantire un impiego ai propri discendenti diretti, ma probabilmente è d’aiuto anche a personaggi appartenenti a rami collaterali della famiglia.Come è accaduto per i Ravioli, sembra di capire che nella seconda metà del ‘300 i funzionari e i collaboratori statali avessero maggiori possibilità d’ascesa sociale. E’ in questo periodo che Manfredo e Giovanni di Nicolino ricoprono cariche che vanno al di là del semplice impiego funzionariale. Con la fine del secolo e l’inizio del ‘400 le cose cambiano: nonostante il prestigio acquisito dalla famiglia e l’estrema professionalità di alcuni suoi elementi, non troviamo più cariche alternative a quelle amministrative (scriba, segretario, procuratore fiscale) come invece era accaduto nei decenni precedenti. Anzi, dopo i molteplici incarichi ricoperti dagli esponenti di questa famiglia all’inizio del secolo, i de Anselmi sembrano scomparire dalla documentazione marchionale. Questi, però, dopo essersi inseriti con mansioni differenti tra gli ufficiali marchionali e le strutture ecclesiastiche, e una volta ritiratisi da entrambi i settori, sono riusciti a mantenere il prestigio acquisito, ottenendone il riconoscimento ufficiale nell’editto del 1460 che li eleva allo status nobiliare[69].      

Ludovico de Pariseto

Fra i personaggi che trovano fortuna presso la corte marchionale, va ricordato in modo particolare Ludovico de Pariseto.Questo professionista, originario di Saluzzo, riesce a ricoprire le più alte cariche cancelleresche, sebbene non possa contare sull’appoggio di famiglie al servitium di Tommaso o di esponenti dell’entourage marchionale. Nella documentazione saluzzese, che parte dalla metà del ‘300 e arriva ai primi decenni del ‘400, possiamo trovare solo pochi personaggi che di cognome fanno de Pariseto. Nonostante non ci siano sicure notizie su un loro possibile grado di parentela, a causa della mancanza del patronimico, sembra opportuno analizzare le tracce lasciate da ognuno di loro per capire se vi fosse o meno qualche tipo di rapporto; un lavoro che servirà per definire meglio la figura di Ludovico. Il 25 aprile del 1379[70] il marchese Federico II concede agli uomini di Saluzzo la conferma delle franchigie e della immunità come aveva già fatto il suo avo Manfredo nel 1324. Concede, inoltre, in enfiteusi perpetua la medesima comunità tutte le gabelle e gli altri tipi di imposte in cambio di un canone annuo di 200 franchi d’oro.Tra i consiglieri di Saluzzo, è presente, tra gli altri, un certo Nicolino de Pariseto il quale sarà menzionato una seconda volta alla fine del secolo, il 19 maggio 1397[71]. In quest’ultima occasione non svolge un ruolo attivo nella comunità, ma un suo possedimento risulta confinante ad un podere oggetto del documento. Menzionarlo, quindi, risulta indispensabile per inquadrare geograficamente il terreno in questione. Purtroppo, a parte il cognome, non abbiamo altri elementi che lo leghino al ben più illustre Ludovico.Il 25 maggio del 1380 a Saluzzo viene redatto un contratto di enfiteusi tra Federico II e il sacerdote di Melle, Oberto Maria da Cesana[72]; tra i testimoni interviene Luysio de Pariseto. Molto probabilmente si tratta dello stesso Ludovico che negli anni a seguire servirà, nelle vesti di notaio, ben tre marchesi. Curioso che questo personaggio, solo nel momento in cui è incaricato di mettere per iscritto la documentazione marchionale, tralascia questo tipo di iscrizione del nome (alla francese). La sua collaborazione con l’entourage di Federico, già prima di essere promosso a notaio, non è saltuaria come quella di Nicolino; oltre al già citato atto del 20 maggio, ricompare il 20 agosto dell’anno successivo a Verzuolo, sempre nelle vesti di teste in un contratto di enfiteusi concesso dal marchese[73]. Quindi è presente, sempre presso il castello di Verzuolo e sempre come testimone, il 17 febbraio 1382[74]. Anche in questo caso si tratta di una concessione marchionale di un affitto della durata di 25 anni alla comunità di Paglieres delle gabelle del teloneo dietro il versamento di un canone annuo di 26 franchi d’oro.L’ultimo atto in cui è menzionato, con il nome di Luysio, risale all’8 maggio 1386[75]. Come i precedenti due, è redatto presso il castello di Verzuolo e tratta della concessione in affitto per 25 anni alla comunità di Brossasco di un mulino, mediante canone annuo di 6 moggia di segale da consegnarsi al clavarius marchionale alla festa di san Martino.Benché a Luysio non venga in questi anni mai affiancata una qualifica che lo leghi al marchese, probabilmente tra i due doveva sussistere comunque un qualche tipo di legame di natura professionale. Risulterebbe strano, altrimenti, che questo intervenga sempre in atti di natura economica e per di più che riguardano sempre contratti di tipo enfiteutico o di affitto in genere. A partire dal primo instrumentum da lui redatto per conto del marchese, il nome Luysio è completamente accantonato: l’atto risale al 14 agosto del 1386[76] ed è una tregua che Federico II concorda con il conte Amedeo di Savoia. Da parte sua, Ludovico, può contare solo sulla sua ambizione e sulla sua preparazione: egli non ha la fortuna di far parte di una famiglia che ha fatto della pratica notarile al servizio dei marchesi un mezzo di ascesa sociale.Eppure deve essere un professionista estremamente capace se, non solo, in seguito, lo vedremo ricoprire le più alte cariche cancelleresche, ma soprattutto le rivestirà per diversi anni e al servizio di ben tre marchesi.La sua carriera, in qualità di notaio marchionale, inizia nel 1386 per finire nel 1418. Con Federico, compare in queste vesti, solo due volte e in entrambe ha il compito di mettere per iscritto le tregue conchiuse tra lo stesso marchese e il conte Amedeo di Savoia, definendosi semplice notaio. Il documento del 31 agosto 1394[77] redatto a Verzuolo ci può dire qualcosa di più; prima di tutto dobbiamo sottolineare che si tratta di una littera[78] sulla quale si trova un sigillo pendente in cera rossa, tondo sorretto da una fettuccia di pergamena e recante una legenda circolare in cui è leggibile solo la parola «Saluciarum» in lettere gotiche. Al centro è raffigurato un cavaliere corazzato su un palafreno bardato e al galoppo, rivolto verso destra. L’uomo a cavallo impugna nella mano destra la spada e con la sinistra regge lo scudo. Nell’escatocollo la sottoscrizione è preceduta dall’ordine del marchese di apporre il sigillo. Sopra la plica, sul lato destro del documento, è riportato il nome del responsabile della sigillazione che è lo stesso Ludovico e, dalla parte sinistra, c’è scritto «per dominum marchionem» a riprova che Ludovico aveva agito per conto ed incarico del proprio signore[79].Questo è un metodo di autenticazione usato anche successivamente sotto Tommaso III: il 28 dicembre del 1401, Ludovico ha, come era accaduto in precedenza, il ruolo di redattore e sigillatore. Possiamo quindi dedurre che anche a Saluzzo è esistito, almeno a partire dalla fine del ‘300, un notaio preposto a conservare il sigillo marchionale e responsabile della sua applicazione sui documenti[80].Con il marchese Tommaso, la presenza di Ludovico presso la cancelleria sarà più regolare; con l’aprirsi del nuovo secolo sarà anche promosso a scriba. Infatti, troviamo che unisce questa nuova intitolazione alla vecchia denominazione di notaio il 14 febbraio del 1400[81] in occasione di una procura; Tommaso chiede ad Antonio Provana di agire a suo nome contro Amedeo Falletti, signore di Villa, in quanto resosi reo di tradimento nei confronti dello stesso Tommaso, suo signore feudale. L’utilizzo di questa carica sarà regolare fino al 1407, anno in cui è promosso a segretario marchionale. Il 2 dicembre[82], infatti, sottoscrive un atto in cui Tommaso concede a Guglielmo il territorio e la giurisdizione di Costigliole definendosi: «notarius publicus imperiali auctoritate secretariusque prefati illustri domini marchionis Saluciarum».Negli anni seguenti userà sempre qualificarsi con quest’ultimo titolo, a parte in un paio di occasioni nelle quali troviamo la semplice nomina notarile; sembra, però, solo un modo di definire più semplicemente la propria persona e non un declassamento dalla posizione di segretario.Gli ultimi anni in cui governa Tommaso e quelli immediatamente successivi alla sua morte vedono spesso Ludovico collaborare con un certo Antonio Martine, anch’egli avente la qualifica di secretarius. Agiscono insieme per la prima volta a Saluzzo, il 2 gennaio 1415. Quest’atto ci dà la definitiva conferma della sdoppiamento della carica segretariale.Il rapporto di collaborazione con Antonio Martine continuerà anche dopo la morte del marchese, però, solo fino al 28 gennaio 1418[83], ultimo atto in cui troviamo Ludovico. Con la morte di Tommaso, nei pochi anni di lavoro che gli rimangono presso la cancelleria, egli deve fare riferimento alla marchesa Margherita, in quanto reggente del figlio Ludovico; nelle sottoscrizione si presenta, infatti, come «notarius publicus secretariusque prefate domine comitisse».Durante gli anni in cui Ludovico svolge la sua funzione di segretario, troviamo un altro de Pariseto, anch’egli impiegato presso la corte, ma nel ramo amministrativo.Dal 22 gennaio 1415[84], infatti, è presente spesso tra i testimoni un certo Costanzo che ha la qualifica di procuratore fiscale per il marchesato di Saluzzo. Questo personaggio ha dimora sulla platea, il cuore politico e commerciale della capitale, e un’alleanza matrimoniale nel medesimo ambiente notarile (aveva sposato una Elioni)[85]. Spesso Costanzo e Ludovico agiscono negli stessi atti, seppur il primo come teste e il secondo come redattore. Entrambi sono nominati nel testamento di Tommaso III, indice di una sicura importanza all’interno dell’amministrazione del marchesato.Anche se per questo de Pariseto non possediamo alcun documento in cui il suo nome compaia accompagnato dal patronimico, possiamo presumere che sia parente di Ludovico e proprio grazie a quest’ultimo sia riuscito ad entrare al servizio del marchese. Anche Costanzo continua la sua carriera nell’amministrazione dopo la morte di Tommaso e sempre nelle vesti di procuratore fiscale.La carriera notarile di Ludovico è sicuramente molto brillante; iniziata alle dipendenze di Federico per il quale redige pochi atti, ma di assoluta importanza riesce nel contempo, pur qualificandosi solo come notaio, a diventare sigillatore.Con il nuovo marchese mantenendo sempre quest’ultima qualifica, riceve una promozione a scriba. Nel 1407 incomincia a ricoprire con regolarità l’importante carica di segretario, assumendo un ruolo di assoluta preminenza all’interno della cancelleria.Il suo servizio si svolge soprattutto presso Saluzzo, ma non è raro il caso che venga mandato in altre zone del marchesato per rappresentare il proprio signore (Verzuolo, Dronero, Carmagnola). E’ lui che redige, in collaborazione con il collega sabaudo, il fondamentale trattato del 22 giugno del 1413 carico di conseguenze per il piccolo marchesato piemontese. La sua attività pubblica è quella che assorbe le sue maggiori energie, svolge l’attività notarile anche in ambito privato. L’occasione è la vendita di un pezzo di vigna nel territorio di Saluzzo, fatta da Antonio Mascul a Guglielmo Alioto, entrambi di Saluzzo, dietro il pagamento di 65 lire astesi[86].  I de Pariseto, soprattutto con Costanzo e Ludovico, hanno un’esperienza di servizio, uno presso l’amministrazione e l’altro nella cancelleria, più che positiva, ma che si conclude in breve tempo nel silenzio documentario, forse per la mancanza di discendenza dei protagonisti.

  

Conclusione

Il Quattrocento è un secolo d’importanti trasformazioni in campo cancelleresco, sia per il marchesato di Saluzzo che per altri stati principeschi; infatti, al consolidarsi del potere signorile, si vuole di conseguenza stabilizzare le forme della sua manifestazione. Se la cancelleria è «[...] l’ufficio in cui si svolgono tutte le pratiche inerenti all’emanazione dei documenti di pubbliche autorità [...]» e se «[...] il fondamento dell’autenticità del documento pubblico risiede appunto nella sua emanazione da parte della cancelleria, strumento e simbolo della volontà assoluta dell’autorità da cui dipende, in quanto esercita totalmente ed esclusivamente ogni facoltà di documentazione e certificazione propria di quella autorità.»[87] è logico e comprensibile che un signore, per prima cosa, cerchi di costituirne una in modo da attestare il suo potere su altre eventuali forze politiche in gioco e sostituire la precedente fonte di autenticità con la propria. Già nel periodo comunale, infatti, i notai, grazie alla loro scrittura documentale, danno, allo stesso tempo, consapevolezza e fondamento alle strutture del potere, agli organi di autogoverno cittadino e al raccordo fra le varie componenti politiche[88].Un esempio è fornito dalla signoria viscontea di Milano che si sovrappose ad una precedente istituzione politica ben consolidata ed efficientemente organizzata, quella comunale, che ha compiuto una certa evoluzione nella stesura dei propri atti. I Visconti, nel primo periodo della loro signoria, devono affidarsi alla fede notarile poiché la loro autorità non è ancora ben consolidata e universalmente riconosciuta e, altrimenti, i documenti da loro emanati rischiavano di non essere credibili per la mancanza di pubblica autorevolezza. Solo nel 1335, dopo cinquant’anni di governo, i signori di Milano, sotto Azzone, possono organizzare il primo embrione di cancelleria e, infatti, proprio in questo anno appare la qualifica di cancellarius domini e gli atti evolvono dalla forma notarile a quella cancelleresca[89]. È la testimonianza che, da questo momento, l’autorità dei Visconti è pubblicamente riconosciuta tanto da rendere validi i documenti da loro emessi. Anche i Saluzzo, nello stesso periodo, intraprendono un’opera analoga, anche se la loro non è una signoria «nuova», appena affermatasi come quella viscontea, poiché il potentato saluzzese è molto antico e affonda le sue radici nel periodo della scissione della marca piemontese e dell’affermazione, in quell’area, della stirpe dei marchesi del Vasto, antenati dei marchesi di Saluzzo.Verso la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento, con il progressivo affermarsi degli Stati regionali e delle signorie, si ha la cosiddetta eclisse del notariato, nel momento in cui si spezzò il monopolio notarile sulla documentazione pubblica e la fides del notaio viene sostituita dal più diretto e unitario principio di autorità/autenticità del signore.Purtroppo, il marchesato di Saluzzo, pur vantando a inizio ‘400 una storia bisecolare e un territorio omogeneo, per lo più situato in una zona strategicamente importante, non è in grado di creare un apparato, burocratico, centralizzato ed efficiente, e di conseguenza una cancelleria con analoghe caratteristiche. Ancora a inizio del ‘300 la redazione dei documenti marchionali avviene tramite l’aiuto di notai privati, i quali agiscono come se il marchese fosse una persona qualunque: l’autenticazione dell’atto avviene quindi tramite la fides del rogatario stesso. Con la metà del ‘300, prendendo spunto soprattutto dalla signoria sabauda, si cerca di rifondare, anche a Saluzzo, una oraganizzazione statale ormai sorpassata, basata su rapporti tipicamente feudali, e, nel tentativo di dare un apparato statale meglio organizzato, rientra anche la fondazione di un ufficio cancelleresco. Ancora 50 anni più tardi, però, con la dominazione di Tommaso III, l’ufficio cancelleresco non ha una struttura stabile, definita e precisa. Infatti, se in un primo momento abbiamo un gruppo di notai di base la cui attività è coordinata da uno scriba al di sopra del quale troviamo un canzellarius, nel ‘400 le cose cambiano. La carica di scriba si sdoppia e la fiugura del cancelliere è sostituita da quella del segretario. Con il 1407 scompare anche la carica di scriba e nel giro di pochi anni, la carica di segretario si sdoppia e può essere ricoperta anche da due professionisti contempoarneamente. Questi continui cambiamenti non indicano stabilità e organizzazione; il numero del personale impiegato nella cancelleria, estremamente esiguo, dimostra, insieme alla mancanza di un vero e proprio cursus honorum per poter migliorare la propria condizione all’interno dell’ufficio, cosa che sembra dipendere, invece, dal rapporto di fiducia che il singolo professionista riusciva ad instaurare con il marchese, e soprattutto dall’importanza della famiglia d’origine, che l’ufficio ha ancora una struttura elementare, soprattutto se messo a confroto con quello della signoria viscontea o quello del limitrofo stato sabaudo.Con questo studio si è voluto fornire del materiale per future ed ulteriori analisi atte ad approfondire le conoscenze sulla cancelleria marchionale, anche per poter definire meglio l’ambito in cui vanno collocati gli studi sulla diplomatica saluzzese, senza la pretesa di essere un trattato organico sull’argomento, dato il ristretto campo di ricerca in quanto estremi temporali e al reperimento delle fonti.




[1] Tesi di laurea di M. Lanzi, Per un repertorio dei regesti deimarchesi di Saluzzo nell’età di Tommaso II e Federico II discussa presso l’Università di Milano nell’anno accademico 2002-2003, p. 37.
 
[2] I. Lazzarini, Fra un principe e altri stati, relazioni di potere e forme di servizio a Mantova nell’età di Ludovico Gonzaga, Roma 1996, pp. 183-184. A Mantova infatti, pur senza avere la carica alcun carattere esplicito di ereditarietà, era prassi consueta che un figlio o un nipote subentrassero all’anziano parente al momento della sua morte o del suo ritiro. Un percorso così netto a Saluzzo non si definì.
 
[3] D. MulettiMemorie storico-diplomatiche cit., IV, pp. 101-102
 
[4] Copia cartacea in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti....cit., mazzo 5, fasc. 6.
 
[5] Originale pergamenaceo in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti....cit., mazzo 9, fasc. 1.26, fol. 141.
 
[6] Originale pergamenaceo in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti....cit., mazzo 5, fasc. 3.
 
[7] castelnuovo g., Ufficiali e gentiluomini. La società sabauda nel tardo medioevo,Milano 1994, pp. 121-125.
 
[8] L. Provero in Un potere sotto tutela: marchesi e signori a Manta (sec. XII-XV) in Manta nei secoli di De Angelis-Gattullo, Cuneo 1998, p. 20: “L’intervento di un castellano appare necessario a legittimare tutte le deliberazioni consiliari si pone come fondamentale punto di collegamento tra il potere e la comunità. La comunità trova nel castellano, ovvero il rappresentante signorile, il braccio esecutivo per provvedere alla riscossione e alle requisizioni che si rendevano necessarie”
 
[9] L. Provero in L’invenzione di una città: Saluzzo da Castello a capoluogo del marchesato (secoli XI-XIII) in Nuova Rivista Storica, Gennaio-Aprile 1995, p. 15
 
[10] Copia autentica cartacea cinquecentesca in A.S.T., ., Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti cit., m. 9, fasc. 1.25, f. 139.
 
[11] Edito in D. Muletti Memorie...cit., pp. 227-229, riferimento nello stesso saggio all’originale nel “Libro degli statuti della Val di Macra”, p. 74 e 75 e regesto in Manuel di san giovanni, “Memorie storiche di Dronero e della Val di Maira”, p. 149, Torino, 1868, il quale si rimanda ai Capitula et ordinamentis valli Mayranae, ecc., p. 74.
 
[12] Vedi D. Muletti “Memorie...cit., p. 216.
 
[13] Copia rilegata in volume e autenticata singolarmente in A.S.T., Corte, Monferrato ducato addizione, mazzo 1, fol. 60, in A.S.T. Corte, Ducato di Monferrato, mazzo 1, fasc. 44 e copia autenticata rilegata in volume in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 6 “Scritture riguardanti le pretese del marchese di Saluzzo sul marchesato do Monferrato”, mazzo 18, fasc. 138.
 
[14] Edito in D. Muletti Memorie...cit., pp. 235-239 e riferimento nello stesso saggio agli archivi del sig. Michele Antonio Saluzzo, conte di Verzuolo, Manta, ecc.
 
[15] Edito in ibidem, pp. 241-243.
 
[16]Originale pergamenaceo in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 4, Investiture…cit., mazzo 5, fasc. 17.
 
[17] Edito in D. Muletti Memorie...cit., p. 2, libro XIII.
 
[18] Ibidem, pp. 10-13, libro XIII.
 
[19] Ibidem, pp. 337-340, regesto in P. Camilla, Archivio…cit., e nello stesso Camilla riferimento all’originale in A.C.S., cat. 2, mazzo 2, doc. 1 e regesto nella tesi di R. Eandi, doc. 28.
 
[20]Nel periodo di principato precedente a quello di Tommaso, troviamo un Giorgio Ravioli, ma quasi certamente si tratta di un caso di omonimia che non è possibile confermare data la mancanza del patronimico in entrambi i casi. Anche questo Giorgio è notaio, ma svolge la sua professione lontano da Saluzzo. Ricopre inoltre la carica di castellano a Verzuolo. I quindici anni di silenzio delle fonti per quanto riguarda il nome di Giorgio Ravioli, una carriera, che se si trattasse di una sola persona, risulterebbe troppo longeva, i differenti ambiti di azione (sia nella professione che geograficamente), ci portano a credere che siano due persone distinte.
 
[21] Copia cartacea rilegata in volume in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti...cit., mazzo 9, fasc. 1.102, f. 289.
 
[22] Edizione in D. MULETTI, Memorie storico-diplomatiche cit., V, pp. 258-62.
 
[23] Edizione inibidem, IV, pp. 272-74, e regesto nella tesi di R. Eandi, doc. 22.
 
[24] Edizione inibidem., IV, pp. 279-88, regesto in P. Camilla, Archivio....cit., riferimento nello stesso Camilla all’originale in A.C.S., cat. 12, mazzo 1, doc. 2 e regesto nella tesi di R. Eandi, doc. 23.
 
[25] Originale pergamenaceo in A.S.T. Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti...cit., mazzo 5, fasc. 16.
 
[26] Copia autentica cartacea cinquecentesca in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti…cit., m. 9, fasc. 1.97, f. 273. 
 
[27] Copia autentica pergamenacea in A.S.T., Marchesato di Saluzzo cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti…cit., m. 2, fasc. 8. 
 
[28] Copia autentica pergamenacea in A.S.T., Marchesato di Saluzzo cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti…cit., m. 9, fasc. 1.81, f. 434. 
 
[29] Copia pergamenacea del 1368 in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, cat. I, Diplomi imperiali, m. 1, fasc. 8.
 
[30] Edito in D. MULETTI, Memorie storico-diplomatiche cit., IV, pp. 134-138: documento del 19 dicembre 1378.
 
[31] Edizione inibidem, p. 247.
 
[32] Edizione in D. Muletti, Memorie storico-diplomatiche cit., V, pp. 95-97.
 
[33] Tesi di laurea di M. Lanzi, Per un repertorio dei regesti dei marchesi di Saluzzo nell’età di Tommaso II e Federico II discussa presso l’Università di Milano, anno accademico 2002-2003 p. 55.
 
[34] Edito in Muletti, Memorie…cit., pp. 220-223.
 
[35] Con la stima commissionata da Federico II nel 1391 del podere noto come “delle Casane” per mezzo di estimatori pubblici del comune, veniamo a conoscenza che almeno dall’anno 1391, anno a cui la stima si riferisce, il comune di Saluzzo era provvisto di un ufficio di estimatori pubblici e Muletti, in Memorie storico-diplomatiche….cit., p. 224  ci riferisce che negli statuti questi entravano nel numero degli ufficiali del comune e godevano di un determinato stipendio.  
 
[36] Originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti…cit., m. 5, fasc. 3.
 
[37] Copia autentica pergamenacea in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti…cit., m. 5, fasc. 4.
 
[38] Copia rilegata in volume e autenticata singolarmente in A.S.T., Corte, Monferrato Ducato Addizione, mazzo1, fasc. 43 e copia rilegata in volume e autenticata singolarmente in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 6, Scritture…cit., mazzo 1, fasc. 58.
 
[39] Edito in Muletti, Memorie…cit., pp. 232-35
 
[40] Originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, cat. VII, Trattati ed altre scritture tra i marchesi di Saluzzo e i re di Sicilia conti di Provenza, m. 1, fasc. 8.1.
 
[41] Copia autentica cartacea cinquecentesca da copia del 23 settembre 1354 in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi, giuramenti di fedeltà….cit., m. 9, fasc. 1.100, f. 284.
 
[42] Originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, cat. VII, Trattati ed altre scritture tra i marchesi di Saluzzo….cit., m. 1, fasc. 8.1.
 
[43] Vedi tesi di M. Lanzi…cit., p. 56.
 
[44] Originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, cat. I, Diplomi imperiali, m. 1, fasc. 5; citazione in Muletti, Memorie storiche…cit., III, p.354.
 
[45]Tesi di laurea di M. Lanzi …cit., p. 66.
 
[46] Originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi…cit., m.2, fasc. 14.
 
[47] Il documento in questione è un affitto di una gabella per 29 anni alla comunità di Dronero. Il documento risale al 3 marzo del 1379 ed è un originale pergamenaceo conservato in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, Protocolli dei segretari…cit., vol. 1, Anselmo di Racconigi, fol. 10-13; edizione in Manuel di San Giovanni, Memorie storiche di Dronero-Cartario..cit., III, pp. 133-134, n. doc. XXXVI; citazione in Manuel di San Giovanni, Memorie storiche di Dronero…cit., I, p.122.
 
[48] Originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, Protocolli dei segretari…cit., vol. I, Anselmo di Racconigi, fol. 28-32.
 
[49]Vedi tesi di M. Lanzi…cit., p. 68.
 
[50] Edito in Muletti, Memorie…cit., pp. 227-229 e regesto in Manuel di San Giovanni, Memorie…cit., p. 149.
 
[51] Copia rilegata in volume e autenticata singolarmente in A.S.T., Corte, Monferrato Ducato addizione, mazzo 1, fol. 60, in A.S.T., Corte, Ducato Monferrato, mazzo 1, fasc. 44 e copia autenticata rilegata in volume in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 6, Scritture riguardanti le pretese del marchese di Saluzzo sul marchesato di Monferrato, mazzo 18, fasc. 138.
 
[52] Copia rilegata in volume e autenticata singolarmente in A.S.T., Corte, Monferrato Ducato addizione, mazzo 1, fasc. 43 e copia autenticata rilegata in volume in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 6, Scritture…cit., mazzo 1, fasc. 58(documento del 16 febbraio 1398)
 
[53] Edito in Muletti, Memorie…cit., pp. 232-35.
 
[54] Regesto e in parte edito in C. allais, La Castellata. Storia dell’alta valle di Varaita, p. 139, Saluzzo 1891.
 
[55] Edito in Muletti, Memorie…cit., pp. 235-39.
 
[56] Edito in ibidem, pp. 274-72 e regesto nella tesi di R. Eandi, doc. 22.
 
[57] Il primo documento risale al 3 marzo 1379 edito in Manuel di San Giovanni, Memorie storiche di Dronero, pag. 122 e Manuel di San Giovanni, Memorie storiche di Dronero-Cartario, III, pp. 133-134, n. doc. XXXVI; per il secondo del 1° novembre 1379 c’è l’originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, Protocolli dei segretari, vol. I, Anselmo di Racconigi, fol. 23 e 26.
 
[58] Conservato in originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, Protocolli dei segretari…cit., vol. I Anselmo di Racconigi, fol. 61.
 
[59] Copia rilegata in volume e autenticata singolarmente in A.S.T., Corte, Monferrato Ducato addizione, mazzo 1, fol. 60, in A.S.T., Corte, Ducato Monferrato, mazzo 1, fasc. 44 e copia autenticata rilegata in volume in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 6, Scritture riguardanti le pretese del marchese di Saluzzo sul marchesato di Monferrato, mazzo 18, fasc. 138.
 
[60] Copia rilegata in volume e autenticata singolarmente in A.S.T., Corte, Monferrato Ducato Addizione, mazzo 1, fasc. 43 e copia rilegata in volume e autenticata singolarmente in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 6, Scritture…cit., mazzo 1, fasc. 58.
 
[61] A.C. Racconigi, estimo 1352 (gennaio-febbraio).
 
[62] Vedi tesi di M. Lanzi…cit., p. LVII.
 
[63] Copia autentica cartacea cinquecentesca in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture, omaggi giuramenti…cit., m. 9, fasc. 1.25, f. 139.
 
[64] Il primo è una concessione in enfiteusi perpetua alla comunità di Villanova di 100 giornate di beni dietro il pagamento di un affitto annuo di 200 staria di frumento e altri 200 staria di vino; mentre il secondo è la concessione in affitto, da parte di Federico II, alle comunità di Melle, Frassino, Venasca e Brossasco della gabella del teloneo.Il primo è conservato in originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, Protocolli dei segretari..cit., vol. I, Anselmo di Racconigi, fol 63-67, citazione in Muletti, Memorie storio-diplomatiche…cit., vol. IV, p.157; mentre il secondo è conservato in originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, Protocolli dei segretari..cit., vol. I, Anselmo di Racconigi, fol 56-60, citazione in Muletti, Memorie storio-diplomatiche…cit., vol. IV, p.156-157.
 
[65] Regesto e in parte edito in C. Allais, La Castellata. Storia dell’alta valle di Varaita, p. 139, Saluzzo, 1891.
 
[66] Infatti l’atto è del 15 giugno 1398 ed è edito in Muletti, Memorie storio-diplomatiche…cit., pp. 235-39.
 
[67] L’atto è edito in Muletti, Memorie storio-diplomatiche…cit., pp. 241-43.
 
[68]L’atto è edito in ibidem, pp. 246-50, regesto in CAmilla, Archivio storico del comune di Saluzzo (inventario-regesto 1297-1882) con riferimento all’originale conservato in A.C.S., cat 18, mazzo 1, fasc. 7 e regesto in tesi di laurea di R. Eandi, doc. 20.
[69]L. C. Gentile, Ludovico I e il processo di definizione e chiusura dell’aristocrazia saluzzese. Note a margine del decreto del 20 agosto 1460, a cura di R. Comba, Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della provincia di Cuneo, Cuneo 2003, pp. 177-78.
 
[70] Originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, Protocolli dei segretari, vol. I Anselmo di Raccanigi, fol. 2-8; (originale A.C.S., cat. X, m. 1, doc.1); regesto in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, Documenti ceduti dalla Francia nel 1949, Requeil, m. 1, n. 121; edizione in Muletti, Memorie storico-diplomatiche cit., IV, pp. 148-153.
 
[71] Edito in Muletti, Memorie storico-diplomatiche…cit., pp. 220-223.
 
[72] Il sacerdote riceve una casa nel borgo di Melle con canapale posto sotto la chiesa, mediante l’affitto annuo di 11 libbre e 2 once di candele di cera. Federico riceve inoltre immediatamente 50 franchi d’oro; conservato in originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, Protocolli dei segretari, vol. I Anselmo di Raccanigi, fol. 39 e 41.
 
[73] Federico II concede in enfiteusi perpetua alla comunità di Villanovetta 100 giornate di beni situati sul suo territorio, mediante l’affitto annuo di 200 staria di frumento e altri 200 staria di vino da consegnarsi il 14 ottobre di ogni anno a Villanovetta e da trasportarsi, a spese della comunità, presso il castello di Verzuolo; conservato in originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, Protocolli dei segretari, vol. I Anselmo di Raccanigi, fol. 63-67 e citazione in Muletti, Memorie storico-diplomatiche…cit., IV, p. 157.
 
[74] Originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, Protocolli dei segretari, vol. I Anselmo di Raccanigi, fol. 78 e 80; copia autentica pergamenacea del 1533 in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, cat. V, Investiture, trattati e altri contratti…cit., m.1, fasc. 18; tre copie secentesche, ibidem; copia autentica cartacea secentesca in A.S.T., Ducato di Monferrato. Scritture riguardanti il ducato…cit., m 1, fasc. 23, prima addizione; citazione in Manuel di San Giovanni, Memorie storiche di Dronero…cit., p.126.
 
[75] Originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, Protocolli dei segretari, vol. I Anselmo di Raccanigi, fol. 93 e 95.
 
[76] Originale cartaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, Investiture, omaggi, giuramenti…cit., cat. IV, m. 3 fasc. 6; originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, Investiture, omaggi, giuramenti…cit., cat. IV, m. 4, fasc. 5; copia semplice pergamenacea coeva, ibidem; citazione in Muletti, Memorie storico-diplomatiche…cit., IV, p. 166.
 
[77]Originale pergamenaceo in A.S.T., Marchesato di Saluzzo, cat. IV, Investiture. Omaggi, giuramenti…cit., m. 5, fasc. 5.
 
[78] Le litterae così chiamate per la loro impostazione ad epistola, sono un prodotto più prppriamente cancelleresco, ma, in ogni caso, venivano redatte dagli stessi notai che sottoscrivevano gli instrumenta.Le litterae avevano anch’esse una struttura estremamente semplice e standardizzata: l’intitulatio riportava il nome del marchese (nel nostro caso «Thomas») seguita nell’ordine dal nome del destinatario, dalla narratio, quindi l’espositio, la data topica e quella cronica, come negli instrumenta, nello stile della natività.Questo, pur essendo un prodotto cancelleresco, presenta ancora la completio del notaio il quale rimaneva responsabile della convalidazione dell’atto. Come dice Gian Giacomo Fissore «si coglie la coesistenza di due procedure documentarie di cui una, la cancelleresca, è assorbita con sapiente naturalezza entro la prassi notarile che ne costituisce il supporto e insieme si caratterizza come dominante» (G. G. Fissore, Pluralità di forme e unità autenticatoria nelle cancellerie del medioevo subalpino (secoli X-XIII), p. 155.) Sebbene le litterae siano state introdotte alla fine del ‘300, ancora nel secondo decennio del secolo successivo la documentazione è redatta e convalidata grazie alla presenza notarile. L’instrumentum rimane sotto Tommaso III il prodotto principale della cancelleria e, nel caso venga redatta una littera, la sua validità è attestata in primis dalla sottoscrizione notarile e, solo in minima parte, dalla presenza del sigillo marchionale. Secondo Fissore G. G. come scrive in  Pluralità di forme...cit., p. 153, nota 7: «[...] il grave ritardo dell’organizzazione della cancelleria rispetto all’oltralpe è da imputarsi all’organizzazione notarile in grado di gestire larga parte delle esigenze documentarie dei centri minori di potere sia laici che ecclesiastici [...]».
 
[79] Vedi tesi di M. Lanzi….cit. p. 40.
 
[80] Ibidem, p. 40.
 
[81] Copia cartacea rilegata in volume in A.S.T., Corte, Marchesato di Saluzzo, cat. 4, Investiture…cit., mazzo 9, fasc. 147.
 
[82] Edito in Muletti, Memorie storico-diplomatiche…cit., IV, p. 312.
 
[83] Citazione in ibidem, tomo V, p. 15.
 
[84] Edito in Muletti, Memorie storico-diplomatiche…cit., IV, pp. 337-340; regesto in CAVILLA, Archivio…cit., con riferimento all’originale conservato in A.C.S., cat. 2, mazzo 1 e regesto nella tesi di R. Eandi, doc. n. 28.
 
[85] Saggio di L. C. Gentile, Ludovico I e il processo di definizione e chiusura dell’aristocrazia saluzzese. Nota a margine del decreto del 20 agosto 1460, p. 183, nota 90, in Ludovico I marchese di Saluzzo. Un principe tra Francia e Italia (1416-1475), a cura di R. Comba, relazioni al Convegno: Saluzzo, 6-8 dicembre 2003, Cuneo 2003.
 
[86] Originale in A.S.T., Corte, Paesi per A e B, Saluzzo, mazzo 4, fasc. 2.
 
 [87] A. Pratesi, Genesi e forme del documento medievale, Roma 1999, p. 39.
 
 [88] A. Bartoli Langeli, La documentazione degli stati italiani nei secoli xiii-xv: forme, organizzazione, personale in Culture et idéologie dans la genèse de l’état moderne, Collection de l’école française de Rome, n. 82, Roma 1985, p. 40.
 [89] M. F. Baroni, La cancelleria e gli atti cancellereschi dei Visconti, signori di Milano dal 1277 al1447 , in Landersherrliche Kanzlein im Spatmittelelter, Monaco 1984, pp. 455-485.

 

Mappa di Saluzzo

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Chioggia tra X e XII secolo

Il paesaggio rurale medievale è stato oggetto di numerosi studi che fin dalla metà del secolo scorso hanno individuato processi e tappe comuni per tutta l’Europa Occidentale. L’aspetto più ricorrente in questa analisi è stato il grande cambiamento delle campagne nel secolo XI, a cavallo del quale si realizzarono quei processi di grande trasformazione del territorio agrario identificabili nel nuovo impulso pervenuto dalla colonizzazione agricola per mezzo dell’avanzamento dei dissodamenti e dell’ampliamento delle terre destinate a coltura. Gli studi hanno però dimostrato l’esistenza di forti peculiarità regionali soprattutto nella cronologia e nella portata di tali fenomeni.

Nel presente studio si è cercato di dimostrare, prendendo a modello ideale l’agro chioggiotto, che tra X e XII secolo anche nel panorama veneziano si possono riconoscere alcuni di quei tratti di peculiare cambiamento nel regime della proprietà e in quello delle colture.

Particolare attenzione è stata rivolta alle principali questioni agrarie sollevate anche dalla storiografia europea, quali la riduzione a coltura degli incolti, le trasformazioni delle forme di amministrazione della proprietà fondiaria, l’importanza del commercio e il ruolo della città nell’organizzazione del contado.L’analisi si è basata sulla documentazione di due monasteri lagunari: San Giovanni Evangelista, collocato sull’isoletta giacente a sud dell’aggregato di Torcello, nella parte prospiciente Mazzorbo e Ss. Trinità e S. Michele di Brondolo, edificato sul litorale che dalla foce del fiume Brenta giunge al porto di Chioggia.

Le direttrici di intervento fondiario e patrimoniale di entrambi i monasteri miravano principalmente verso i territori di Chioggia.Il territorio del distretto clodiense venne definito per la prima volta in base alla confinazione sancita nel Pactum Clugiae del secolo XI. Il patto fu concordato tra il doge Pietro Tradonico e i Clodiensi e stabiliva che al di là dei due nuclei urbani principali Cluia Maior e Cluia Minor, i confini del distretto fossero delimitati a oriente dal litorale, che si protendeva dalla giurisdizione di Pellestrina fino a Brondolo; a meridione dalla località di Fossone, dalla riva sinistra dell’Adige e in parte dal territorio di Cavarzere; a occidente da una serie di isole fluviali e fertili terre che dividevano il distretto clodiense dall’entroterra padovano e trevigiano.I due monasteri presentano diverse scelte di gestione patrimoniale dettate soprattutto dalle forti ingerenze esterne, quali l’aristocrazia veneziana e la presenza italica, dal momento che i beni dei due monasteri si collocavano entro la zona di confine tra il territorio ducale e il territorio controllato dai Longobardi prima e dai Franchi in seguito.

Attraverso una serie di interventi di natura eterogenea si documenta già per la metà del XII secolo un paesaggio agrario, fatto principalmente di vigneti, di spazi incolti paludosi, boscosi e di saline, che sta per essere oggetto di un processo di mobilitazione fondiaria.Si riconosce al territorio di Chioggia e a i suoi abitanti un forte ruolo di autonomia nella gestione delle proprie risorse.

Tuttavia la presenza della città di Venezia si fa sentire, soprattutto nella partecipazione dei cittadini più facoltosi alla rinnovata spinta colonizzatrice del territorio clodiense. Il legame tra città e campagna si stringe grazie agli interessi patrimoniali che le più ricche famiglie cittadine conservano o riescono a crearsi nel territorio circostante. 

Le grandi famiglie veneziane infatti furono la parte attiva, assieme ai monasteri e alla massa dei coltivatori, dell’avanzamento e della rinnovata produttività del paesaggio rurale.Ma il clima entro cui si sviluppa tale miglioramento agricolo è composto da elementi diversi, espressione di una insolita vitalità economica. I documenti infatti rispondono a varie tipologie contrattuali, a volte particolari e del tutto originali: si sottoscrivono classici atti di enfiteusi, di vendita e di donazione pro remedio animae. A questi si mescolano atti di prestito su garanzia fondiaria che richiedono interessi onerosi, concessi sia da laici che da monasteri.

Il materiale documentario esaminato ha fatto sì che l’indagine risultasse a tratti articolata, soprattutto nel momento in cui si è presentato il dubbio di trovarsi di fronte a espedienti notarili, atti a mascherare negozi giuridici che permettevano scambi patrimoniali, piuttosto che espedienti monetari e commerciali.

1. Il dinamismo agrario: l’incolto.

Lo studio delle campagne e del paesaggio medievale non può non avere inizio dalla prima distinzione tra terreni coltivati e terreni lasciati all’incolto, il saltus e l’ager dei romani. Ma l’arco di tempo preso in esame in questo lavoro (X- XII secolo) viene descritto dalla storiografia europea e italiana come l’età dei grandi dissodamenti, ossia come il periodo storico in cui più di ogni altra epoca si assiste all’accrescere della superficie coltivabile.

 “L’indietreggiare dell’incolto di fronte alla coltura permanente rappresentò la grande avventura economica del XII secolo nell’Europa occidentale”.[1]Un grande interesse per il tema dei dissodamenti è stato dimostrato in diversi studi portati avanti soprattutto dalla storiografia dei paesi d’oltralpe, in Francia e nell’area tedesca[2], e grande attenzione è stata rivolta dalla storiografia anche ai i paesi sottoposti a grandi opere di bonifica di terreni invasi dalle acque marine, come la Fiandre e i Paesi Bassi.[3]Un’ampia trattazione del tema si ritrova anche per l’Italia, a cominciare dall’estesa descrizione del paesaggio italiano offerta dal Sereni,[4] fino alle analisi dei singoli territori regionali. Il processo di valorizzazione della terra infatti si diversifica anche all’interno della stessa realtà regionale, dal momento che le scelte umane sono influenzate da circostanze diverse, date da distinti fattori ambientali ed economici.[5]Si cercherà di capire quindi se anche per il territorio di Chioggia tra X e XII secolo si possa parlare di arretramento dell’incolto. Si cercherà di datare l’avanzata del dissodamento e di individuarne l’estensione e le attività a cui questi terreni furono sottoposti. Risulta necessario precisare che in questo lavoro si parla di incolto in riferimento alle attestazioni documentarie dei termini terrae e peciae de terra, non seguiti da ulteriori specificazioni, dal momento che la loro denominazione fornisce solamente indizi alquanto generici. È pur vero che alcuni studiosi identificano il termine terra con gli spazi coltivati in genere, contrapposti agli incolti.[6] Ma da questo tipo di terminologia non vengono offerti indizi circa la presenza di copertura vegetale del terreno e tanto meno informazioni sulla possibilità del terreno stesso di essere sottoposto a sfruttamento da parte dell’uomo; ossia non viene in alcun modo specificato se la terra si presenti dissodata, coltivata o magari accolga strutture di tipo abitativo o commerciale. La nostra documentazione infatti è in grado, in alcuni casi, di fornire riguardo alle peciae de terrae o terrae anche notizie meno generiche, per esempio si ritrova “duae pecie de terra una quarum est de vinea et de horto”.[7]

Si è deciso pertanto di prendere come sottile linea di demarcazione tra terreno colto e incolto la presenza o meno di prove, anche generiche, riferibili a tracce precedenti o attuali di sfruttamento agricolo del terreno documentato. La presenza dell’indicazione specifica di terra disculta infatti rientrerà in questo lavoro all’interno della classificazione del terreno coltivato, dal momento che non esclude un precedente uso agricolo del terreno stesso e quindi un intervento antropico, presentandosi solo al momento della transazione come “terra disculta”. Spesso infatti la stessa attestazione si ritrova anche associata al ronco (terra disculta vel ronco),[8] il termine ronco appunto contraddistingue un terreno sottoposto a lavori di dissodamento e di valorizzazione agricola.[9] Per le stesse ragioni anche l’attestazione terra vacua identifica un terreno molto probabilmente sottoposto precedentemente a varie forme di utilizzazione antropica. Una conferma di quanto appena detto si trova in una “caucionis cartula”, dove si descrive il pegno fondiario come “pecia de terra vacua, supra quam fuit quondam salarium ligneum”,[10] ovvero un appezzamento di terreno vuoto, sopra al quale un tempo vi era un salarium ligneum.[11] Quindi temporaneamente vuota, non incolta.[12]Si considera altresì incolto l’attestazione silva e i beni definiti “terra, aqua et luto” (terra, acqua e palude) o “terra iuncino et aqua” (terra, giuncheto e acqua), nei confronti dei quali si teneva probabilmente un atteggiamento positivo, non conflittuale, sfruttandoli per ciò che spontaneamente offrivano. Le zone riservate a colture spontanee come quelle sopra citate e quelle lasciate all’incolto in senso stretto non erano sottoposte, nell’arco di tempo considerato, a regole che ne limitassero o l’uso o la raccolta di frutti spontanei; l’uso, infatti, fu regolato solamente in seguito dall’ordinamento statutario nato a partire da 1246-1247, con il quale si cercava di limitare l’appropriazione da parte di privati delle terre di uso collettivo, fenomeno ricorrente a partire dall’XI secolo.[13]

Nel bosco si trovava il combustibile per il riscaldamento, il legname per costruire le abitazioni, gli attrezzi, le imbarcazioni, il carbone per i fabbri, la cenere. Nel bosco, ancora, si raccoglievano funghi, fragole, mirtilli, lamponi. Sulle piante dei boschi si raccoglieva il vischio, dal quale si produceva la pania, che veniva impiegata sia per la caccia agli uccelli, sia per spalmare il pedano delle viti per impedire ai bruchi di salire e far danno alle gemme, ma più di ogni altra cosa l’importanza economica del bosco risiedeva nella caccia, la cui funzione non si limitava solamente a fornire l’approvvigionamento della carne, ma anche a procurare pelli.

Le aree palustri offrivano pesce e selvaggina, inoltre in questi luoghi si potevano raccogliere le canne, utili perchè assieme al fieno fornivano cibo d’inverno per il grosso bestiame, oppure venivano impiegate per costruire le grisiole o piccole recinzioni; fino a che non si presentasse il bisogno di bonificarli in vista di un nuovo sfruttamento, per esempio saliniero.Pertanto le attestazioni di incolto in questo lavoro si riducono ai termini: terra e pecia de terra (non seguite da ulteriori precisazioni); silva, terra aqua et luto e terra aqua et iuncino.La maggior parte dei terreni definiti terra o pecia de terra sono attestati nelle località:

Cluia maior[14], Cluia minor[15], Mucla da Bedario,[16] Dosso,[17] Soregale,[18] Coreclo,[19] ex alia parte Brinta.[20] Le aree incolte di tipo umido, paludoso si trovavano prevalentemente nel territorio di Mucla da Bedario,[21] Nadoria[22] e ex alia parte Brinta,[23] dove predominava un tipo di terreno a configurazione paludosa e fangosa; mentre le aree caratterizzate da giuncheti, ovvero terra aqua e iuncinum, si distribuivano nelle zone delle Fogolane[24]e di Arger Pogii.[25]Un solo documento riporta l’attestazione dell’esistenza di aree boschive e si tratta della donazione compiuta da Iohanne Bello nel 1016 al monastero di Brondolo, a cui egli dona parte della silva de familia collocata “in loco ubi dicunt Silva Clugesega” e della sua parte di “silva in loco qui cognomenatur silva de Surigale”.[26]

Nonostante le esigue attestazioni di boschi presenti nella nostra documentazione, sappiamo che il territorio lagunare circostante Chioggia presentava nel medioevo vasti tratti ricoperti di boscaglie, come anche la toponomastica testimonia: è già stata citata la Selva Clugesega e quella di Suricale, le due selve si trovavano nel territorio di Chioggia Minore. La prima sorgeva all’incirca tra Cluia Minor e Brondolo, ma estendendosi di molto verso ovest; la seconda era adiacente alla prima, sempre verso ovest.[27] Ma sappiamo anche dell’esistenza del bosco Nordio, un bosco costiero, costituitosi su antiche dune sabbiose, tutt’ora presente a 12 Km da Chioggia in direzione sud nella località di S. Anna. Il bosco Nordio anticamente era costituito di lecci e lauri, quindi un bosco ceduo che produceva legna come materia prima da bruciare.[28]

Gli statuti invece fanno riferimento a un buscus Ceredis, nel quale veniva proibito il taglio e l’estrazione di legna e frasche.[29] Il bosco Ceredo era situato a meridione di Brondolo, ma tale zona deprimendosi si trasformò in una valle, chiamata in seguito “Proda di Ceredo”.[30]Come si è potuto constatare dalle notizie documentarie, i terreni incolti si distribuivano fino alla prima metà dell’XI secolo nelle aree più periferiche, nei rura suburbana di Chioggia Maggiore (come Dosso e Nadoria) e in altre località che si estendevano a sud di Chioggia Minore fino e oltre le valli del Brenta. A partire dal Mille molte delle località che ospitavano zone estese di terreno vergine scomparvero, ne sono un esempio Dosso, Panigale, Mucla de Bedario. Queste zone subirono quindi gli effetti delle dinamiche in atto nel nuovo assetto territoriale di Chioggia, che, sottoposta al crescente bisogno di terra, incorporava le aree perimetrali.[31] Allo stesso modo erano caratterizzate dall’incolto le zone ai confini estremi del distretto come il territorio delle Fogolane, che si estendeva a nord - ovest della città ed era rivestito da vegetazione a macchie, paludi, e da boscaglie contese tra il comune veneziano e quello chioggiotto, i quali concordarono di tenere il “bene” in comproprietà pro indiviso[32].

L’ampliamento dello spazio coltivato ha inizio durante la prima metà dell’XI secolo, attraverso l’ampliamento dei confini territoriali del vecchio territorio di villaggio, per poi estendersi notevolmente nel corso del XII secolo.In misura molto più ampia e con conseguenze maggiori lo stesso fenomeno è descritto dalla storiografia francese e tedesca. In questi territori d’oltralpe infatti l’allargarsi dello spazio coltivato segna spesso anche la nascita di nuovi villaggi, oggi riconoscibili dal loro nome: “villenove” in Italia oppure dal suffisso berg, feld, dorf, rode, reuth nell’area di lingua tedesca.[33]

Simili attestazioni si ritrovano anche per l’Italia settentrionale, dove a partire dall’XI secolo i riferimenti toponomastici relativi a nuove fondazioni (villa nova) ricorrono sempre più frequentemente all’interno dei documenti e non solo: anche nelle carte toponomastiche odierne si ritrovano medesime attestazioni sopravissute dal medioevo.[34]

Tale fenomeno di aggregazione rurale non è però documentato per le campagne chioggiotte dei secoli X-XII, molto probabilmente perchè l’avanzamento delle colture e la riduzione sistematica delle aree incolte si presentava al momento a uno stadio intermedio, che non richiedeva ancora la necessità di un trasferimento stabile del contadino in queste terre. Sembra più verosimile pensare che in questi secoli i contadini chioggiotti svolgessero piuttosto una qualche forma di spostamento stagionale legato alle diverse attività svolte tra campagna e laguna, e che l’abitazione stabile si trovasse invece in città, a Chioggia; qui infatti le abitazioni accoglievano anche i magazzini dove si potevano conservare i prodotti del proprio lavoro. Inoltre la documentazione prova uno sviluppo ancora moderato dello spazio residenziale urbano, tanto che alcuni documenti attestano la presenza di peciae de terrae a Cluia maior e minor; questo dimostra che non si presentava al momento una tale concentrazione degli spazi urbani da indurre i coloni a dare vita a nuovi villaggi nel vicino contado.Bisogna però tenere presente che i documenti contenenti tali informazioni sono datati a inizio XI secolo, a partire da allora il rapporto popolazione-risorse subì una modificazione progressiva. Il Pratesi ci informa sull’aumento di popolazione avvenuto in questi secoli e riferisce infatti che la popolazione italica passò da circa 5.200.000 abitanti all’inizio dell’anno Mille a 8,5 milioni nel 1200.[35] Naturalmente un tale incremento demografico innescò un forte impulso economico,[36] che può aver influenzato, assieme ad altri fattori, l’estendersi delle aree coltivabili. Si nota infatti che a partire dalla prima metà del XII secolo gran parte di quelle terre periferiche precedentemente lasciati all’incolto cominciarono a diventare oggetti di contratti ad meliorandum, in cui si prevedeva a volte l’impianto di un vigneto e altre volte la costruzione di un fundamentum salinarum,spesso a discapito del bosco o del prato.

Questa dinamica si nota particolarmente nella zona di Surigale, dove i documenti attestano all’inizio dell’anno Mille (precisamente attorno al 1016) la presenza di una silva Surigale,[37] mentre già alla fine del secolo molti terreni della medesima zona erano oggetto di diversi atti livellari che imponevano in tali aree l’impianto di vigneti.[38] Altre volte l’avanzare degli spazi coltivati viene suggerito dalla toponomastica, si legge per esempio in un contratto che la pecia de terra,oggetto della transazione, si trova in loco qui dicitur Silva,[39] quindi la concessioni lascia intendere una scomparsa o riduzione del terreno boschivo a favore di un terreno da far fruttare. Le informazioni relative all’occupazione di quei terreni precedentemente incolti conducono a ipotizzare anche una diversa gestione del territorio comune.

Nelle campagne alto medievali infatti assumeva una notevole importanza la presenza di aree comuni dove far pascolare gli animali, dove si poteva cacciare e raccogliere frutti e erbe spontanee. Ben chiara appare la continua oscillazione tra gli spazi agrari e quelli incolti e la tendenziale privatizzazione dei beni comunali o d’uso collettivo, data il più delle volte dall’interferenza degli interessi realtini, dalle richieste del mercato, dall’incremento demografico. Così il bosco si tramuta, per esempio, in parcelle agrarie destinate a nuove colture.

Fino ad ora quindi le notizie documentarie suggeriscono una prima e timida colonizzazione delle aree incolte nell’area meridionale e circostante la laguna veneta a partire dalla prima metà del secolo XI e un netto avanzare del fenomeno a partire dalla metà del XII. Già nel XIII secolo infatti si trovano limitazioni nell’uso del bosco all’interno degli statuti cittadini. La spinta all’allargamento delle colture nel territorio lagunare non può essere però analizzata solamente come effetto dell’aumento della popolazione:“E’ impossibile stabilire fino a quale punto l’esplosione demografica stessa sia una causa e fino a qual punto invece un effetto del perfezionamento delle tecniche agricole e dell’estensione dello spazio coltivato.

La stessa complessiva “vitalità” politica ed economica può apparire di volta in volta effetto e causa” .[40] L’investimento di capitali da parte della vecchia e nuova aristocrazia veneziana in effetti può aver influenzato significativamente l’avanzare delle colture, ovviamente sostenuto dalla crescita demografica e dalla crescente vitalità mercantile della società veneziana. Ma il processo di acquisizione di nuove terre che ha inizio con l’XI secolo e il conseguente allargamento delle colture non è esclusivamente effetto dell’incremento demografico. Vi sono infatti altri fattori di cospicuo interesse.Le vicende dei secoli XI e XII mostrano infatti come l’aristocrazia veneziana abbia sollecitato in questi territori i primi germi di proprietà terriera extraducale, spingendo verso il continente l’acquisizione di terre e di potere.

I maggiori esponenti di questa aristocrazia, nell’attuare un simile programma di incremento fondiario, si appoggiavano all’azione dei vari enti monastici, che assicuravano in questi territori collocati ai confini con l’impero l’immunità ecclesiastica contro gli interventi dei centri di potere della vicina terraferma.Tra i fautori della riduzione di aree incolte si distinguono infatti, all’interno della documentazione, i Gradenigo, che ritroviamo sia in veste di promotori della messa a coltura di peciae de terrae discultae vel ronco, situate nel territorio di Suricale; sia come beneficiari, in alcune donacionis cartulae, di terra, aqua et luto e di terra, iuncino et aqua.[41]

Ritroviamo per esempio all’interno della documentazione di San Giovanni Evangelista quattro libelli cartulae, datate a partire da ottobre 1094 ad aprile 1095, in cui “Penelda relicta Gradonici Maioris[42] concede a diversi locatari “peciae de terra disculta vel ronco” situate “in loco qui dicitur Suricale”. Nel 1065, dal mese di gennaio a marzo, Alemandina (o Nemandina), moglie di Rigo Gradenigo de confinio Sancti Pauli, riceveva in diversi atti di donazione porzioni di terra e palude siti in Mucla de Bedario, in Furmotus e in Rivi Byso.[43]Probabilmente i terreni di tipo umido sottoposti alle sopra citate transazioni venivano in seguito lavorati al fine di ottenere terreni fertili o fundamenta di saline, tanto che l’Hocquet scrive:

La famiglia Gradenigo aveva manifestato un costante interesse nei confronti delle saline e del sale. Come prima tappa aveva accumulato il possesso di vaste distese d’acqua, possesso che offriva un doppio interesse economico, sia attraverso l’installazione di peschiere sia con la costruzione di numerosi mulini le cui ruote venivano fatte girare dalle correnti delle maree”.[44]La valorizzazione dell’incolto è quindi, almeno in parte, condizionata dalla volontà dell’aristocrazia veneziana, che non solo dissoda e impianta nuove colture ma anche si impegna a portare miglioramenti tecnici, come il mulino. Si ritrovano infatti nei nostri documenti alcune menzioni di mulini ad acqua. Qualche fundus ne risulta dotato, si veda per esempio i terreni confinanti “in uno molae” o “cum acquimolo suo”.[45]

Questi mulini non dovevano mancare di imporsi all’attenzione di chi viveva il paesaggio agrario medievale, anche perchè non troppo diffusi: la complessità e l’alto costo degli impianti dovevano limitarne al minimo la costruzione, tanto più in laguna dove la cerealicoltura non era praticata.Oltre ai Gradenigo, anche il monastero di Brondolo diede un grande apporto all’opera di trasformazione del paesaggio agrario di questa parte lagunare. Il monastero infatti acquisì tramite donazioni e permute grandi quantità di terreni incolti, successivamente assegnati in conduzione a coloni con contratti livellari a 29 anni. I documenti esaminati in questo caso riportano, per la maggior parte, come oggetto del contratto terreni prativi o paludosi da trasformare in saline e situati al di là del Brenta o nella zona delle Fogolane. Pertanto l’attività svolta dal monastero di Brondolo nelle aree incolte si dimostra molto vicina agli interessi dell’aristocrazia veneziana.Sintomatica dell’importanza che assumono i terreni incolti nei contratti è la precisione con cui vengono indicate le relative dimensioni e pertinenze dell’appezzamento affidato: si riporta infatti la misura della larghezza degli appezzamenti (latitudo), che varia dai “plus minus pedes centum viginti” ai “pedes centum octuaginta et quinque”.[46]

Le indicazioni relative esclusivamente alla larghezza degli appezzamenti potrebbero rivelare una divisione del suolo in lunghe strisce parallele di terreno, limitate nella loro estensione longitudinale da elementi naturali noti, che non richiedevano specificazioni topografiche. La medesima mancanza di indizi confinari relativi alla lunghezza degli appezzamenti viene attestata anche negli studi di Slicher van Bath in merito alle regioni costiere frisoni. Egli giustifica l’assenza delle misure longitudinale dell’appezzamento sostenendo che a ogni coltivatore spettava il diritto di estendere il proprio terreno mettendo a coltura un settore ulteriore della palude retrostante alla proprietà.[47]

Nel nostro caso, invece, i documenti inducono a pensare che molto probabilmente la lunghezza degli appezzamenti non veniva espressa negli atti proprio perchè i limiti longitudinali erano determinati da “elementi noti”, che potevano essere canali, rivi e fosse. In altre parole spesso le aree sottoposte a lavori agricoli o a attività saliniera erano delimitate a nord e a sud da canali o barriere naturali, mentre l’estensione in larghezza (est-ovest) si concludeva dove aveva inizio un’altra proprietà o un terreno sottoposto a diversa coltura. Un esempio di descrizione confinaria si trova nell’atto datato 1165 con cui Dominico Dedo dona a Alemandina, moglie di Rigo Gradenigo un terreno paludoso: “Dono tibi viginti quinquae pedes de terra, aqua et luto in Mucla de Bedario in latitudine et quantum continet in longitudine da una cavanna ab alia, da omnique capites et lateres firmante in me”.[48]

L’appezzamento incolto al momento della transazione non solo si presentava già ben delimitato all’interno di precise misure confinarie eseguite a spese dell’affittuario, ma comprendeva anche la presenza sul terreno stesso di pertinenze “cum abencii et pertinenciis suis” e di diritti di passaggio “cum introitis et exoitis suis per terra et per aqua”.

L’importanza data all’incolto non è da sottovalutare, infatti, oltre alla precisione riguardo alle dimensioni di tali aree, sono presenti all’interno degli stessi documenti clausole che indicano la durata di tempo entro la quale il contraente deve migliorare il terreno a lui affidato: “ut amodo innante dedistis mihi ipsa terra in viginti et novem annis expletis ad aliis libellis renovandis nobis...ut amodo in antea ego debeam illam (...) vangare et vineam plantare”, con la possibilità di rinnovare il contratto al momento della scadenza.I documenti bene esprimono la metamorfosi a cui andavano incontro quei terreni sottoposti alle opere di dissodamento.

Si ritrovano infatti come già sottolineato, clausole che obbligano i coloni alla miglioria del terreno e all’impianto di nuove colture. Inoltre alcuni di questi contratti rivelano non solo l’obbligo di migliorare il terreno, ma anche di “elevare”, cioè ricavare un nuovo fondamento. A tal proposito si riporta un documento in cui i locatari dispongono che sul terreno concesso venga costruito un nuovo fondamento: “fundamento novo quod vos elevare debetis cum omni vestro precio et expendio vel impedimento infra nostro prato et terras que fuit de monasterio (...) et est posito in loco qui vocatur Argere infra Fogolanas”. Viene inoltre specificato entro quale termine temporale (6 estati) la costruzione del fondamento doveva essere concluso e produttivo: “in sex estates expletas venturas iamdictum fundamentum incolomen ductum debetis habere cum ipsas vestras salinas bene laboratas et incolomen perductas ad sal levandum”.[49]

Dalla seconda metà dell’XI secolo dunque l’area sottoposta alla giurisdizione di Chioggia fu oggetto di una lenta trasformazione dettata da istanze diverse di carattere economico e demografico, che determinarono una progressiva metamorfosi del paesaggio agrario. La morfologia eterogenea del paesaggio lagunare imponeva, in questo processo di rinnovamento, una differenziazione nella distribuzione delle nuove colture. La coltura della vite infatti occupò soprattutto le aree strappate al bosco, come a Surigale, associandosi spesso anche ad altre colture arboree; mentre l’attività saliniera, dopo la saturazione degli spazi più prossimi alla città adibiti a tale attività, come Caput de Vigo, occupò i terreni paludosi o prativi situati nella zona retrostante la laguna, verso la terraferma padovana, e nella zona più prossima al litorale.

Le notizie documentarie ci forniscono quindi l’immagine di un territorio che solo a metà del secolo XII presenta uno stato avanzato della prima opera di conquista e parcellizzazione dell’incolto. Un incolto quindi difficile da definire dal momento che si presenta agli atti già ben delimitato e provvisto di accessi d’entrata e d’uscita, e pronto per essere sottoposto a miglioria. Infatti la fase successiva, e cioè a partire circa dal decennio 1150-1160, sarà quella della grande mobilità dei fondi; ossia la parcella di terra, una volta assicurata la produttività del terreno, sarà oggetto di vendita, permuta e donazione in base agli interessi patrimoniali di piccoli e grandi proprietari fondiari.  


[1] Duby , L’economia rurale nell’Europa medievale, Parigi 1962, p. 253
 
[2] Bloch, I caratteri originali della storia rurale francese, Parigi 1952 cit; Duby , L’economia cit.; Fossier, L’infanzia dell’Europa. Economia e società dal X al XIII secolo, Bologna 1987.
 
[3] B.H. Slicher Van Bath, Storia agraria dell’Europa Occidentale (500-1850), Torino 1972.
 
[4] E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Roma-Bari, 1986.
 
[5]A.M. Rapetti, Campagne milanesi, aspetti e metamorfosi di un paesaggio rurale fra X e XII secolo, Cavallermaggiore 1994, pp. 69-71.
 
[6] Montanari, Campagne medievali, Torino 1984, p. 11.
 
[7] Lanfranchi-Strina, Ss. Trinità e San Michele Arcangelo di Brondolo, II: Documenti 800-1199 (Fonti per la Storia di Venezia, sez. II, Archivi ecclesiastici: Diocesi Clodiense), Venezia 1981, doc. n. 90, Brondolo 1136.
 
[8]Lanfranchi, S. Giovanni Evangelista di Torcello ( Fonti per la Storia di Venezia, II, Archivi ecclesistici: Diocesi Torcellana), Venezia 1948, doc. n. 10, Chioggia 1094; doc. n. 11, Chioggia 1094; doc. n. 12, Chioggia 1095
 
[9] Il Sereni scrive: “Il latino medievale runcare assume così il valore di ‹‹dissodare››, e magari di ‹‹disboscare››. E. Sereni, Terra nuova e buoi rossi e altri saggi per una storia dell’agricoltura europea, Torino 1981, p. 13.
 
[10] Lanfranchi, San Giovanni Ev cit., doc. n. 28, Rialto 1157.
 
[11] Il termine salarium ligneum potrebbe indicare le fondamenta lignee di un’abitazione, spesso infatti viene interpretato in questo lavoro salarium come l’insieme del terreno, e quindi anche le fondamenta, di una proprietà costituita da tutti gli spazi abitativi e dalle pertinenze ad essa collegate. Ma si potrebbe anche associare alla base lignea del fundamentum salinarum.
 
[12] Osservazioni relative all’espressione terra vacua si ritrovano in M. Montanari, L’alimentazione contadina nell’alto medioevo, Napoli 1979, p. 30. L’autore scrive: “Al campo non seminato(...)sembra riferirsi l’espressione terra vacua, che andrebbe perciò tradotta con “vuota di semi”; diverso il significato di terra aperta, che sembra invece indicare un terreno sgombro di alberi”. Medesime considerazioni si ritrovano in Bloch: “I campi rimanevano privi di messi, eran terre vuote o vane (vaines)”. Bloch, I caratteri originali cit., p. 49.
 
[13] Si veda: Statuti e capitolari di Chioggia del 1272- 1279 con le aggiunte fino al 1327, a cura di Doria e Perini, con saggi introduttivi di Hocquet, Ortalli e Padovani, in “Corpus statutario delle Venezie”, 10, Venezia 1993 ci. Si ritrovano norme che limitano il taglio del bosco.
 
[14] Lanfranchi, S. Giovanni Ev. cit., doc. n. 27, Rialto 1157; doc. n. 6, Chioggia 1088.
 
[15] Lanfranchi, S. Giovanni Ev. cit., doc. n. 38, Chioggia 1163; doc. n. 13, Chioggia 1134.
 
[16] Lanfranchi, S. Giovanni Ev. cit., doc. n. 48, Chioggia 1165.
 
[17] Lanfranchi, S. Giovanni Ev. cit., doc. n. 18, Chioggia 1142.
 
[18] Lanfranchi, S. Giovanni Ev. cit., doc. n. 22, Chioggia 1152.
 
[19] Lanfranchi, S. Giovanni Ev. cit, doc. n. 37, Chioggia 1163; doc. n. 54, Chioggia 1169; doc. n. 91, Rialto 1191.
 
[20] Lanfranchi-Strina, Ss. Trinità cit., doc. n. 96, Chioggia 1140; doc. n. 60, Chioggia 1125; doc. n. 63, Chioggia 1125.
 
[21] Lanfranchi, S. Giovanni Ev. cit., doc. n. 41, Chioggia 1165.
 
[22] Lanfranchi-Strina, Ss. Trinità cit., doc. n. 37, Chioggia 1095.
 
[23] Lanfranchi-Strina, Ss. Trinità cit., doc. n. 61, Chioggia 1125.
 
[24] Lanfranchi-Strina, Ss. Trinità cit, doc. n. 49, Chioggia 1106.
 
[25] Lanfranchi-Strina, Ss. Trinità cit., doc. n. 81, Chioggia 1134.
 
[26] Lanfranchi-Strina, Ss. Trinità cit., doc. n. 6, Chioggia 1016.
 
[27] Naccari, Un’antica presenza benedettina nel territorio di Chioggia: Ss. Trinità e S. Michele Arcangelo di Brondolo, in “Chioggia rivista di studi e ricerche” (in seguito: Chioggia),4, (1990), p. 66.
 
[28] G. Boscolo, La biodiversità del bosco Nordio, un itinerario botanico, in Chioggia cit., 21 (ottobre 2002), pp. 167-192
 
[29] Statuti e capitolari cit., cap. XLVIII.
 
[30] Naccari, Un’antica presenza benedettina, cit., p. 66.
 
[31] Padoan, Il vino di Chioggia, in Chioggia cit., p. 48. Il Padoan scrive: “queste vigne, in territorio di Chioggia Maggiore erano unite con altre situate in selba (...che si estendeva dal forte della Madonna a quello di Brondolo...), forse per mezzo delle terre in Subricale (o Suregale o Sorigale), che si trovavano a ponente della selva stessa (selba e Subricale erano siti limitrofi). Altre notizie relative ai toponimi citati si ritrovano in Perini, Chioggia al tramonto al tramonto del medioevo, Padova 1992, p. 11. Il Perini scrive: “Dirigendosi verso Chioggia Minore s’incontravano le località di Soregale con il canale Fovea Magna limitrofo alla Selva e l’area minore di Callereza, Naturia (...).Dal Mille il territorio del distretto clodiense subì una lenta metamorfosi che ne investì soprattutto le aree perimetrali, alcune delle quali scomparvero come Dosso, Panigale (...), Mucla del Bedario.
 
[32] Perini, Chioggia al tramonto cit.,p. 4.
 
[33] G. Cherubini, Agricoltura e società rurale nel medioevo, Firenze 1977. pp. 19-21.
 
[34] Si veda anche: F. Panero, Villenove e villefranche in Piemonte: la condizione giuridica e socio-economica degli abitanti, in I borghi nuovi, a cura di R. Comba e A. Settia, Cuneo 1993.
 
[35] Pratesi, Gli ambienti naturali e l’equilibrio ecologico, in Storia d’Italia Einaudi, Annali 8, Insediamenti e territorio, Torino 1985, p.76.
 
[36] V. P. Malanima, Uomini, risorse e tecniche nell’Europa dal X al XIX secolo,Milano 2003.
 
[37] Lanfranchi-Strina, Ss. Trinità cit., doc. n. 6, Chioggia 1016.
 
[38] Lanfranchi, S. Giovanni Ev. cit., doc. n. 9; 10; 11; 12. Questi documenti sono datati 1094 - 1095.
 
[39] Lanfranchi-Strina, Ss. Trinità cit., doc. n. 14, Chioggia 1053.
 
[40] Cherubini, Agricoltura e società rurale nel medioevo, Firenze 1977, p. 18.
 
[41] Queste aree umide servivano, una volta meliorate, per la costruzione di fundamenta salinarum.
 
[42] Nel documento si riporta come locatori del contratto di livello: “Penelda relicta Gradonci Maioris et Iohannes Gradonici archidiaconus gradensis et plebanus Sanctorum Apostolorum et Leli Gradonici et Iohanni fratri vestro filiis Iohanne Gradonici et Petri Gradonici filio Petri Gradonici et Dominico Gradonici filio quondam Petri Gradonici et vestri heredibus et successoribus..”
 
[43] Lanfranchi, San Giovanni Ev. cit., doc n. 4, Chioggia 1165; doc. n.42, Chioggia 1165; doc. n.54 , Chioggia 1169.
 
[44] J.C. Hocquet, Le saline , in Storia di Venezia, I., p. 529.
 
[45] Lanfranchi, San Giovanni Ev., doc. n. 28, Rialto 1157; Lanfranchi Strina, doc. n. 81, Rialto 1137.
 
[46] Notizie relative alla misurazione in pedes si trovano in W. Dorigo, Venezia. Origini. Fondamenti, ipotesi, metodi, Milano 1983, I, p. 335-338. Il Dorigo individua nella misurazione in pedes una ripresa della misurazione del terreno in piedi romani: “Per esempio, attira l’attenzione un gruppetto di misure di appezzamenti: piedi 85, 86 minus palma, 86, 87 et semisse, 88, in carte diverse quasi tutte dell’XI secolo, facilmente traducibili in misure romane comprese fra i piedi 99,9 e 103,5”. Dorigo vede in queste “l’affezione a certe grandezze numeriche rotonde proprie dell’antichità classica...pur nel ritagliare pezzi di terra e di palude”. Ma in Venezia Romanica, vol. II, l’A. scrive: “La fonte offre talvolta le misure, quasi sempre in piedi veneti (=m 1, 73865, =5 piedi), del bene descritto, relative alla latitudo e alla longitudo. Raramente il piede può interpretarsi come unità di misura romana (m 0,2956), quando la fonte è molto antica (secolo XI , e talvolta XII). La misura antica risulta peraltro utilizzata spesso per specifici oggetti architettonici”. Dorigo, Venezia romanica cit., II, p.640.
 
[47] Slicher Van Bath, Storia agraria cit., p. 214.
 
[48] Lanfranchi, San Giovanni Ev. cit., doc. n. 41, Chioggia 1165. Si legge: “Ti dono un appezzamento di terra, acqua e palude esteso per venticinque piedi in larghezza e in lunghezza esteso da una cavanna all’altra, ogni suo lato confina con beni di mia proprietà”.
 
[49] Lanfranchi Strina, Ss.Trinità cit., doc. n. 69, Chioggia 1126.   

 

2. La contrattualistica

Tra XI e XII secolo a Chioggia si diffonde ampiamente il trasferimento dei fondi dei maggiori proprietari a terzi mediante concessione livellaria.Il contratto di livello è una particolarità della storia italiana; esso appare verso la metà del secolo VIII e nel corso dei secoli subì vari mutamenti che spesso influenzarono lo status sociale di chi deteneva e di chi lavorava la terra. L’analisi di questa tipologia contrattuale ha permesso ancora una volta di valutare una sostanziale differenza tra le due raccolte documentarie. Si comincerà prendendo in esame i libelli appartenenti all’archivio del monastero torcellano.

All’interno di questa documentazione il ruolo della famiglia Gradenigo si dimostra preponderante, comparendo nella maggior parte dei documenti come coloro che concedevano a livello le proprie terre. Per questo motivo si prenderà ad esempio una delle loro concessioni livellarie.

In nomine domini Dei et salvatoris nostri Ihesu Christi. Anno Domini millesimo nonagesimo quarto, mense octubris, indicione tercia, Rivoalto. Post libelli cartulam quam nobis fecistis, promitens promitto ego quidem Costantino que modo sum abitar in vico Clugia Mire cum meis heredibus vobis Penelda relicta Gradonici Maioris et Iohanne Gradonici archidiaconus gradensis et plebanus Sanctorum apostolorum et Leli Gradonici et Iohanni fratri vestro filiis Iohanne Grdonici et Petri Gradonici et Dominico Gradonici filio quodam Petri Gradonici et vestris heredibus et successoribus pro ideo quod vos a nobis dedistis una vestra pecia de terra disculta vel ronco posita in prefacta Clugia vico Minore in loco qui dicitur Suricale et ad vobis pertinet ex parte parentorum vestrorum perantiquis temporis. De longitudine sua nolumus mensurare pro ideo quia non est necesse et de latitudine sua abet plus minus pedes centum viginti. Cum capitibus et lateribus suis, cum suis abenciis et pertinenciis suis et cum introitis et exoitis suis per terra et per aqua sicut ad vos posesio fuit vel sicut manifestad in libelli cartula quam michi factam abetis. Ut amodo innante dedistis michi ipsa terra in viginti et novem annis expletis ad aliis libellis renovandis nobis et heredibus ac proheredibus meis, ut ammodo innantea ego debeam illam cum omne meum precio et expendio illam vangare et vineam plantare usque in quatuor annis expletis et repremere et sapare et munda a gramina tenere et bene in eam perficere tota coequaliter, sicut tercius omo valead dicere quod bene sit laborata adque meliorata et vineam plantata et bene sapata adque represa. Et per nulla mea laboracione ea in desolacione iactare non debeam, set seper ea incolome retinere debeamus unde dangnum nobis advenire debead. Vinum mundum quantum inde nobis Dominus dederit per unamquemque vindemia inter nos dividere et partecipare debeamus duas divisiones vini mundi nobis, tercia autem divisione vini mundi vobis absque fraude vel ingenio. Totum torculum meum esse debead et vinum mundum lasare michi debeatis in ipso caviclos pede coverto per unaquemque vindimia. Et debeam vobis dare in vindimia omni anno duos pullos et una fugacia. Hec omnia observare et adinplere promitto, quod si non oservavero et non adimplaverimus vobis omnia sicut supra leitur et fuerit clarefactum, componere promitto cum meis heredibus et successoribus auro libras duas et hec promissio ut supra continet maneat in sua firmitate [1]

 

I contraenti erano spesso abitanti di Chioggia che ricevevano dai Gradenigo la concessione di appezzamenti di terreno posseduti dalla famiglia in questione perantiquis temporis. Il contratto stabiliva una durata della concessione di ventinove anni, al termine della quale si poteva contemplare anche la possibilità di rinnovarla. La durata era limitata a meno di trent’anni, per evitare sia il pericolo che il concessionario si impadronisse del fondo, sia per non far in modo che una concessione così prolungata nel tempo potesse assimilare la condizione del colono a quella di un non-libero.[2] Durante ed entro i ventinove anni i coloni dovevano migliorare la terra, ma soprattutto dovevano renderla produttiva, dal momento che il fictum richiesto dal livellario consisteva nella consegna di una parte dei prodotti ricavati da questi appezzamenti. In questo caso il contratto prevedeva che il terreno venisse migliorato a vite, ma in altri casi poteva essere destinato all’impianto di fundamenta salinarum. I coloni dovevano sottostare a disposizione ben precise riguardanti i lavori da effettuare: nel caso di un appezzamento destinato alla viticoltura l’affittuario doveva eseguire costantemente i lavori di preparazione e di ripulitura del terreno e della pianta in modo da raccogliere i frutti entro 4 o al massimo 7 anni dalla messa a dimora della pianta stessa. Il lavoro sulle saline prevedeva anch’esso cure stagionali, con alcune differenze riguardanti le opere da tenere sulla parte comune del fundamentum assieme ai propri soci. Il vino e il sale venivano quindi a costituire i generi da consegnare al proprietario come pagamento per l’uso della terra. I canoni corrisposti in vino consistevano in 1/3 del prodotto puro (di prima spremitura) raccolto in una stagione, mentre i 2/3 del vino puro più tutto il prodotto delle seguenti spremiture rimanevano al colono; mentre per il sale si richiedeva una quantità calcolata in base alle giornate di estrazione e solitamente il canone non era in questo caso accompagnato da donativi. Il signore infatti richiedeva per i terreni vitati anche altri generi, quali polli e focacce da consegnare alla sua sede assieme ai prodotti della terra. Il contratto imponeva al colono l’obbligo di pagare 5 libbre d’oro di multa nel caso in cui non avesse rispettato gli obblighi pattuiti.

L’interesse maggiore deve a questo punto essere rivolto ai due contraenti: siamo di fronte in questo caso a proprietari terrieri appartenenti all’aristocrazia veneziana e da tempo antico proprietari di terreni concessi a livello. Dall’altra parte vi sono i coloni, semplici conduttori residenti a Chioggia o nei territori ad essa limitrofi, che dovevano corrispondere al signore una parte del prodotto ricavato dalla terra; in caso di inadempienza erano sottoposti a multe onerose.[3]

Questa sembra essere la situazione più comune in base agli elementi forniti dai documenti analizzati; tuttavia non si può escludere l’esistenza di una varietà e soprattutto di una evoluzione sociale delle categorie di proprietari e di coltivatori tra X e XII secolo, periodo contrassegnato dal dinamismo fondiario, sociale e mercantile.[4] Soprattutto verso la fine del XII secolo alla proprietà in terraferma non accedevano soltanto le famiglie di antica origine o quelle che vantavano una maggiore anzianità di potere. Tra i lavoratori vi era infatti la possibilità di arricchirsi sia attraverso il commercio, sia inserendosi all’interno delle reti di scambio fondiario promosso dall’iniziativa laica ed ecclesiastica al fine di ricomporre i propri patrimoni.

In generale risulta difficile comprendere dalle notizie documentarie a quale classe appartenesse il livellare: se fosse un semplice conduttore dipendente o se facesse parte di quei piccoli proprietari arricchiti che subaffittavano parte dei propri terreni ad altri contadini. Non è inoltre da escludere tra questi la presenza di piccoli signori impoveriti e pertanto costretti a diventare livellari sulle proprie terre, consegnandole (tramite donazione o simulando prestiti su pegno fondiario) a signori laici o ecclesiastici.

A dimostrazione della mobilità del clima sociale nel territorio veneziano subito dopo il Mille il Pozza fornisce alcuni esempi:

Non stupisce trovare fra i proprietari veneziani nomi come quello degli Staniaro che, da un’origine addirittura servile, erano riusciti grazie all’esercizio dei traffici ad elevarsi economicamente se non ancora socialmente, nonchè quelli dei Querini e dei Barozzi che attraverso la stessa pratica economica erano diventati tra i cittadini più facoltosi.[5]

La mobilità sociale interessava pertanto non solo i ceti meno emergenti, ma anche il gruppo dei grandi proprietari veneziani, intenti a procurarsi nuovi mercati. I Gradenigo, per esempio, vantavano antichi titoli di proprietà sulle loro terre, mentre l’acquisizione di saline risulterebbe iniziare solamente a partire dall’XI secolo, quando una serie di investiture dogali consegnarono definitivamente alla famiglia la proprietà di alcuni fundamenta o di terreni paludosi.[6] L’investitura consisteva nella conferma da parte del doge e dei suoi collaboratori del passaggio effettivo di proprietà su un bene da poco ottenuto e avveniva in due momenti successivi: l’investitura sine proprio, che conferiva il pacifico possesso e poi l’investitura ad proprium, ossia l’acquisizione di proprietà e la piena disponibilità del bene con la possibilità di sottoporlo a nuovi negozi giuridici, per esempio concederlo a livello. I Gradenigo ingrandivano in questo modo il proprio raggio di penetrazione fondiaria nel territorio sommando, ai terreni detenuti perantiquis temporis, le recenti acquisizioni di fundamenta salinarum. In tal modo essi potevano ricavare una maggiore rendita fondiaria derivante da un notevole ampliamento della proprietà detenuta a vario titolo (beneficio, livello, proprietà), ma anche sfruttarne i benefici derivanti dalla vendita di sale.

Nonostante le scarse notizie documentarie riguardanti gli aspetti sociali delle parti giuridiche si potrebbe concludere che solitamente la figura prevalente era quella del coltivatore diretto, proprietario di un piccolo patrimonio e affittuario di una porzione integrativa di terra. Questa condizione gli permetteva di svolgere il lavoro sulle saline e di integrarlo con quelli sulle vigne e sugli orti, garantendogli pertanto un discreto tenore di vita. Il vertice della scala sociale era invece occupato dai maggiori proprietari di terre e saline per gran parte Veneziani, ma non si esclude la presenza tra questi ( soprattutto a partire dalla seconda metà del XII secolo) di proprietari d’origine chioggiotta. Il possesso della terra era solitamente integrato dai cespiti derivati da tali beni con i profitti conseguiti per mezzo di attività commerciali a medio e largo raggio.

Una forte attività fondiaria era promossa però anche dagli enti ecclesiastici e in primo luogo dai monasteri. Il monastero di Brondolo concedeva anch’esso numerose terre a livello e nel farlo stipulava contratti molto simili a quelli appena analizzati. Tuttavia l’attività di Brondolo si dimostra maggiormente statica rispetto al dinamismo fondiario laico. Infatti tra i numerosi livelli si ritrovano anche cartae promissionis, attraverso le quali l’ente promette di rispettare le clausole dei più antichi patti colonici stipulati precedentemente con gli avi dei locatari; si ritrovano comunque anche livelli “nuovi”, ossia concessioni livellarie a locatari con i quali il monastero precedentemente non aveva intrattenuto rapporti economici. Le terre sottoposte ai nuovi livelli facevano parte di recenti acquisizioni fondiarie realizzate per mezzo di donazioni, vendite e permute di proprietà situate lungo le nuove aree di espansione (Brenta e Fogolane) e appartenenti a piccoli possidenti, divenuti poi molto probabilmente livellari. Il monastero in tal modo riconfermava ed estendeva la proprietà eminente sia sui terreni da lungo tempo posseduti sia su quelli di più recente acquisizione.

 Risulta necessario ora soffermarsi sulla politica di acquisizione fondiaria propria dell’ente monastico fondata principalmente da tre azioni giuridiche: l’acquisto, la donazione e la permuta. La donazione quando è fatta da un grande proprietario, riguarda spesso un’intera proprietà (o fundamentum), mentre l’oggetto dell’acquisto sono singoli appezzamenti o saline intercalari che servono a completare le donazioni. L’azione di accorpamento delle terre da parte del monastero avveniva anche attraverso atti di permuta, ossia uno scambio tra i contraenti interessati ovviamente ad avere il bene altrui, solitamente confinante con un terreno già di proprietà.[7] Il vasto programma di ricomposizione fondiaria, che richiedeva la capacità di poter scambiare e comprare terreni in modo da formare nuclei compatti di proprietà fondiaria al cui interno esercitare un potere tanto economico quanto politico, è ben dimostrabile da una serie di documenti stipulati dal monastero di Brondolo nell’anno 1125[8]:

Tanto i proprietari fondiari laici quanto i monasteri operavano una politica di acquisizione fondiaria finalizzata all’accorpamento di un numero sempre maggiore di terreni. Le azioni dei grandi proprietari dovevano però dimostrarsi al passo coi tempi: dovevano aver a che fare con antichi legami terrieri, con l’entrata di alcune famiglie rurali nell’attività mercantile-bancaria, e contemporaneamente con l’acquisto di terre del circondario da parte dello stesso comune cittadino o di strati popolari. [9]

Ma soprattutto la proprietà ecclesiastica, per la mancanza di disponibilità monetarie, doveva confrontarsi con forti poteri laici favoriti dall’attività mercantile. L’accorpamento fondiario aveva bisogno di denaro. E’ qui che entrano in gioco simulazioni di vendite, atti di permuta e donazioni a favore degli enti monastici solitamente alieni alle attività finanziarie e mercantili. Dall’altra parte vi sono le grandi famiglie aristocratiche, già da tempo immerse nel rinnovato clima economico mercantile e desiderose di ampliare il proprio potere politico fondato sul possesso terriero. Ma con il dilatarsi dell’area sociale coinvolta nelle imprese commerciali, anche il mondo agricolo fu investito da uno spirito più dinamico, al quale, nel tempo, si dimostrano più refrattari i vecchi proprietari laici ed ecclesiastici, adagiati sulla rendita parziaria e sicura, mentre i soggetti più intraprendenti tra i livellari riuscirono a cogliere le nuove sollecitazioni economiche. Se la terra costituiva pur sempre la base per valutare la potenza e la stima sociale di una famiglia, la vera fonte di arricchimento stava per diventare la mercatura.

I documenti analizzati dimostrano l’equilibrio precario su cui si reggevano le vecchie forme di conduzione fondiaria, per altro da sempre poco assimilabili alla classica gestione curtense tipica dell’Europa medievale. Vigeva infatti nelle campagne prossime alla laguna veneta una forte autonomia dei singoli affittuari favoriti dal dinamico clima economico-sociale. In altre parole il dominio utile della terra in concessione, staccato oramai da qualsiasi altro obbligo verso le terre dominicali, si stava forse identificando con la proprietà assoluta, mentre il canone assunse l’aspetto di un semplice onere reale gravante sul fondo. La politica fondiaria dei monasteri si dimostrava quindi sempre meno adatta al fervente clima economico, che a partire dal XII secolo cominciò a favorire i soggetti più dinamici e in grado di disporre di denaro.

Caucionis cartulae: la moneta

Interessanti risultano le “caucionis cartulae”, ovvero i contratti di prestito su pegno fondiario. Il prestito più o meno simulato su pegno fondiario era frequente nelle campagne medievali, sia al livello dei più umili coltivatori che si trovavano ad affrontare il problema della saldatura fra un raccolto e l’altro, sia al livello dei grandi proprietari, laici ed ecclesiastici, bisognosi di liquido a causa dello sviluppo dell’economia mercantile- monetaria che si diffondeva anche nelle campagne. Questa tipologia contrattuale si riscontra nelle raccolte documentarie di vari enti monastici lagunari, come S. Secondo ed Erasmo,[10] San Giorgio in Fossone,[11] e in particolare in quella di San Giovanni Evangelista; mentre nella documentazione esaminata di Brondolo non vi è traccia di simili negozi giuridici, dal momento che l’ente, estraneo alle istanze proprie dell’aristocrazia veneziana dedita alle attività mercantili-monetarie, era invece molto più vicino agli interessi provenienti dal retroterra padano proiettato verso un’economia fondiaria più statica e meno propensa agli usi lagunari.

Risulta interessante analizzare più dettagliatamente le “caucionis cartulae” del monastero torcellano e in particolare il ruolo esercitato in questi atti dai Gradenigo, dato che compaiono in qualità di prestatori in cinque atti datati a partire dal 1079 al 1185. In misura minore si ritrovano prestiti effettuati anche da altri soggetti: Dominico Zopulo de confinio sancti Apolenaris[12], Stenno Nanni Venerio[13], e il monastero stesso.

Sono contratti che rispettano un preciso formulario che comprende, oltre al nome dei due contraenti, l’oggetto del prestito (quantitativo monetario espresso in libre, che varia dalle librae de denariorum quatuor al massimo di librae denariorum quinquaginta). I beni dati loca pignoris si distribuiscono tutti sul territorio di Chioggia, in località Cluia Maiore in fundamento Caput de Vico e Tombastrio[14]; Putheus Stani; Serlo e consistono in “salinae, peciae de terra, terrae et casae”.

Inoltre sono presenti alcune clausole di garanzia e i molti casi si trova anche il documento che testimonia la definitiva cessione del pegno per mancata restituzione della somma prestata ( ego ad tempore deliberare non potui).

Di notevole rilevanza appaiono le disposizioni relative ai tempi di restituzione del pegno e alle penalità e garanzie applicate nel caso di insolvenza entro la data prevista dal contratto. Di norma i contratti stabilivano la restituzione della somma entro cinque mesi dalla concessione del prestito, come per esempio nel documento datato marzo 1165 che prevede la restituzione del prestito prima della festa di S. Maria nel mese di agosto: in antea usque ad festum sancte Marie venturi mensis augusti. In altri documenti la durata del prestito prevedeva tempi più lunghi, anche uno o due anni[15]. Al contrario, si possono rinvenire documenti con tempi di restituzione più brevi, che lasciavano un mese o addirittura solo quindici giorni al richiedente per assolvere il debito.[16]

Nel caso di insolvenza il debitore doveva, con i suoi eredi, al creditore, il capitale (caput) messo in pegno utilizzando le sue terre, case e tutto ciò che egli possedeva, più l’interesse (prode) annuo sulla somma prestata. L’interesse sul prestito cresceva di “sei per cinque ogni anno”, ossia un interesse annuo di mora del 20%. Riportiamo qui di seguito un atto di obbligazione datato marzo 1079, in cui Urso presbiter Centrago de Cluia Maiore prendeva in prestito da Giovanni Gradonico cinque libbre di denari da restituire entro la festività di Maria Vergine nel mese di agosto, garantendo la consegna del 20% di interesse sulla somma prestata “prodem vero inde tibi dari promitto de quinque ses”. Per una maggiore sicurezza sul prestito Urso offriva come pegno al creditore una coppia di saline “ pro maiori autem firmittate pono tibi nexum fiducie et loca pignoris, id est duas meas salinas positas in fundamento de Caput de Vico”. Il documento si conclude con la promessa di Urso che garantiva la consegna a Giovanni Gradenigo del doppio delcapitale (caput) nel caso in cui non fosse stato in grado di consegnare le saline e dell’interesse: “ quod si dare et deliberare noluero tibi de sal tam de capetanea quam de prode ad isto suprascipto termino quod per melio ambulaverit ad iusto modio, tunc omnia tibi de sal dupla re promitto”.[17]

Tra gli storiografi che si sono occupati dei prestiti cauzionali permane la considerazione che la richiesta del prestito nascesse dal lavoratore, bisognoso di denaro per far fronte alle spese di semina e di manutenzione o di miglioria necessarie al terreno coltivato e, nel caso di Chioggia, per far fronte alle ingenti spese richieste per il mantenimento delle saline.

Contadini impoveriti o i piccoli proprietari liberi, per necessità o per fame, donavano e vendevano le proprie sostanze, le cedevano in pegno per piccole somme prese a prestito, e perdevano queste sostanze a causa del mancato pagamento del pegno nel periodo stabilito.[18]

Nel presente lavoro invece la sensazione maggiore è che il prestito su pegno fondiario sia, al contrario, ampiamente promosso dalla classe dei proprietari terrieri, spesso finanziatori di imprese mercantili e di conseguenza unica categoria (assieme ai monasteri) ad avere disponibilità monetaria. I proprietari potevano attraverso l’attività di credito trarre utili altissimi grazie all’acquisizione di terre date in pegno dal debitore, rimasto poi insolvente.[19]

Tali clausole si rivelano alquanto restrittive per il richiedente, sia per i limiti temporali, sia per l’elevato tasso d’interesse applicato al prestito. Pertanto si potrebbe ipotizzare che la richiesta di denaro nascesse da necessità effettive da parte dei piccoli proprietari di far fronte alle spese sempre più onerose di manutenzione del fondo. Se il prestito non veniva risarcito il debitore avrebbe perso indubbiamente il possesso del fondo messo in pegno, ma avrebbe probabilmente guadagnato la possibilità di poter lavorare nuovamente su quei terreni o saline, diventandone quindi livellario. Dall’altra parte, chi concedeva il prestito considerava la forte possibilità dell’insolvenza del debitore, visti gli alti tassi d’interesse applicati alle somme prestate, e quindi mirava a concedere tali somme esclusivamente a coloro che possedevano terreni confinanti con altri già in suo possesso, in vista di una loro acquisizione (come si può dedurre in alcuni casi dalle descrizioni confinarie dei terreni ipotecati: “alio later in me ipse gemino comune”). Si deve inoltre precisare che anche attraverso questi negozi, e non solamente attraverso le donazioni, i Gradenigo iniziarono ad acquisire la proprietà di diverse saline.[20] Questa tipologia contrattuale rispondeva in particolar modo ai bisogni dell’aristocrazia fondiaria e in parte offriva una valida alternativa a coloro che non avevano i mezzi per mantenere i propri possessi. Si deve inoltre far presente che la gran parte delle informazioni riguardanti tali prestiti sono state ricavate dai documenti che attestano l’impossibilità di restituire la somma prestata e la conseguente promessa di cedere assieme ad essa l’interesse e il capitale posto in pegno.

All’interno della stessa tipologia contrattuale è presente un solo documento in cui il monastero torcellano assume il ruolo di prestatore: qui il richiedente, dopo aver dichiarato di non poter restituire la somma prestata entro il termine prestabilito (Set quia ad constitutum terminum vos minime deliberare valui), si impegna a versare al monastero il doppio del capitale messo in pegno (capitanea et duplum totam prenominatam proprietatem terre et case).[21] L’uso comune per tutto il medioevo di stappare l’atto al momento della cessione del negozio giuridico e la mancanza, in questo caso, di atti di quietanza non ci permette di valutare appieno la portata del fenomeno del prestito su garanzia.

L’azione di prestito da parte del monastero, seppur documentata in solo un documenti tra quelli presi in considerazione, risulta alquanto importante quale indice della dinamicità economica e della disponibilità finanziaria di questo ente monastico nel periodo storico considerato. Il denaro per tale attività proveniva probabilmente anche dalla immissione in circolazione dei tesori ecclesiastici, mentre molta altra moneta doveva provenire agli enti ecclesiastici dalla locazione o dalla vendita dissimulata di terreni edificatori e di case, richieste ad alto prezzo da mercanti, monetari, artigiani.[22] Questa particolare partecipazione “economico-finanziaria” del monastero si oppone alla riflessione che nasceva proprio in quei secoli sulla inalienabilità delle sostanze ecclesiastiche con le sue conseguenze antiusuraie.

Queste azioni di prestito, con tasso d’interesse ai limiti dell’usura, risultano dunque originali per i secoli XI-XII in cui i maggiori teologi si proponevano di dare un giudizio etico sulle attività economiche.[23] L’interesse primo dei teologi e dei canonisti medievali era naturalmente volto a giudicare il rilievo morale che avevano, come tutte le azioni degli uomini, anche le azioni economiche. La riflessione sull’economia, anche se apparirà in seguito come tutta occidentale, comincia sulla sponda orientale del Mediterraneo:

Volendo individuare il luogo di nascita del pensiero economico medievale, bisogna aver subito chiaro che esso, anche se poi si sarebbe sviluppato nell’occidente cristiano, ebbe tuttavia la sua prima configurazione nelle omelie e nei commenti alle scritture dei Padri della Chiesa bizantini. Fra IV e V secolo due autori cristiani di prima importanza, Ambrogio di Milanoe Agostino di Ippona, sui due lati del Mediterraneo, presentano nei loro scritti molte chiavi di lettura dei fenomeni economici che il medioevo dei secoli successivi non dimenticherà.[24]

La riflessione economica cristiana occidentale dei secoli successivi, e soprattutto quella sviluppatasi a partire dal secolo XI, avrà presente queste coordinate. E’ nei testi di questo periodo che l’usura, intesa come prototipo di iniquità contrattuale, viene presentata come una pratica che, danneggiando prima di tutto i pauperes, contraddice l’identità consacrata degli ecclesiastici, ma di conseguenza, anche quella dei laici cristiani che, ormai, negli ecclesiastici devono vedere il proprio modello di riferimento. L’usura è cioè, intesa come tipologia contrattuale sfuggente a qualsiasi forma di controllo pubblico; opposta a una gestione centralizzata delle ricchezze territoriali e nello stesso tempo in grado di sottrarre beni agli enti ecclesiastici. Da qui ne sfociava una forte condanna della chiesa verso tutte quelle azioni che andavano contro ogni principio dell’usus pauper, sostenuto decisamente dai francescani. Il rigorismo francescano risiedeva nella povertà e perfezione applicate anche alle dinamiche commerciali.

E’ necessario, tuttavia, ricordare che l’ambito qui indagato è la Venezia medievale, una delle grandi potenze commerciali dell’epoca. In questo contesto economico e sociale la classe mercantile sempre più facoltosa, conosceva perfettamente quelle manovre economiche e giuridiche che permettevano di far fruttare le proprie ricchezze tramite investimenti in campagna, anche attraverso attività finanziarie. L’acquisto di nuovi beni era compiuto soprattutto mediante una sempre più intensa attività di prestiti effettuati sulla garanzia di beni fondiari.

Spesso coloro che acquisivano un bene per mezzo di contratti di prestito cauzionale ricevevano un’ulteriore garanzia di possesso su quel determinato bene attraverso atti di investitura. Questo tipo di procedura permetteva ai creditori di proteggersi dai debitori, in una città in cui l’economia mercantile poggiava in gran parte sul ricorso al credito legittimato dagli atti notarili che fissavano i diritti e i doveri reciproci dei contraenti. Nel maggio 1157, il livellario Domenico Çopulo subaccensò a Martino Carnello, salinaio a Chioggia, due saline appartenenti alla chiesa di Grado e al monastero della Trinità in Brondolo.[25] L’atto di concessione stabiliva tutti i diritti del nuovo tenutario, compreso quello di rivendere il bene seguendo un ordine preferenziale: prima la sua discendenza maschile (de prole), poi Domenico Çopulo e i suoi eredi, infine i proprietari, la chiesa e il monastero. Alla fine dell’estate, gli affari del concedente non si erano riassestati: il 20 Settembre, Domenico Çopulo ed Ema, sua madre vedova, presero in prestito da Domenico Gradenigo Açuello 30 libbre di denari di Verona a 15 giorni al consueto interesse annuale del 20%.[26] Alla scadenza, il capitale e l’interesse non rimborsati sarebbero raddoppiati. I debitori davano in pegno un terreno vuoto su cui c’era stato un salarium ligneum e le due saline concesse in uso a Martin Carnello e che al momento erano coltivate da Giovanni Carnello. Nel novembre 1157, la vedova Çopulo e il figlio cedevano i beni impegnati a Gradenigo, che acquistava la plenissima potestas habendi, tenendi, donandi, commutandi et in perpetuum possidendi.[27] In dicembre il decano Steno, per ordine del doge Vitale Michiel, investì Domenico Gradenigo delle due saline e del terreno.[28]

Si iniziava così, con l’XI secolo, una fase di grande dinamismo economico e fondiario attraverso azioni giuridiche che probabilmente solo a Venezia potevano essere esercitate tanto liberamente. Proprio nell’epoca in cui la Chiesa, all’apice del suo potere, condannava attraverso canonisti, teologi e papi qualsiasi forma di interesse come usura e le organizzazioni atte a condurre gli affari con il denaro altrui divenivano uno degli elementi portanti dell’ economia.

Risulta quindi necessario indicare il limite che distingue il prestito dall’usura: se si trattava di quello che i contemporanei avrebbero definito un prestito, un mutuum, e se su di esso si pagava un interesse agli occhi della Chiesa la cosa costituiva un peccato; si trattava di usura anche se il tasso di interesse era estremamente modesto. Esistevano però contratti moralmente accettabili, forse perchè andavano sotto il nome di società, che permettevano all’uomo d’affari di mobilitare a suo piacimento risorse appartenenti ad altri.

Nel secolo XII i veneziani non mostravano di preoccuparsi per l’usura: riscuotevano un interesse del 20 per cento su prestiti ben garantiti e lo chiamavano “antica consuetudine veneziana”. Solo più tardi, quando nel XIII secolo il divieto del prestito a interesse da parte della chiesa fu esteso in modo più specifico ai laici oltre che ai religiosi, i veneziani vi si adeguarono parzialmente e emanarono leggi contro di essa.[29]

Le possibilità offerte da una simile apertura economica non poteva che dare luogo a vaste possibilità di ascesa sociale anche per le classi intermedie. Si crearono così le figure dei grandi capitalisti fornitori di prestiti, una fascia mediana con figure ibride di mercanti e finanziatori, una base formata da operatori che trattavano direttamente le merci provvedendo alla loro utile collocazione. Tutto manteneva però contorni sociali alquanto fluidi, e così la massa enorme di livellari si diversificò al suo interno tra coltivatori, artigiani e chi tentava di arricchirsi.

Colleganze, commendatio, rogadia, prestitum maris: il mare

La documentazione esaminata non comprende atti riferibili al mondo mercantile, o almeno non in modo esplicito. Possiamo affermare che nella documentazione di Brondolo vi sia una netta predominanza di atti riguardanti esclusivamente la cura della proprietà fondiaria e una generale indifferenza per gli interessi mercantili e monetari. I documenti del monastero torcellano, invece, presentano una maggiore eterogeneità nella natura dei negozi giuridici. Si è già detto precedentemente come all’interno di questo corpus documentario siano raccolti, oltre ai consueti atti di transazione fondiaria (quali livelli, vendite, donazioni), un gruppetto di carte caucionis. Tra queste carte ne spicca una in particolare che presenta caratteristiche diverse da quelle del prestito su pegno fondiario. Il documento è un attodi plenam et irrevocabilem securitatis , datato agosto 1168 in cui Leo Barastro scioglie Marco Paulo de confinio Sancti Gervasii
dai vincoli giuridici acquisiti per mezzo di una precedente carta caucionis
stipulata a maggio dello stesso anno. Il contratto iniziale prevedeva la concessione da parte di Leo Barastro di 12 iperperi d’oro a Marco Paulo, il quale doveva condurre con la propria nave (egli era infatti il “nauclerus”, ossia il capitano) la somma prestata a Costantinopoli. Il contratto obbligava Marco Paulo alla consegna al prestatore o a un suo misso del capitale prestato più l’interesse sul prestito, quantificato in 14 iperperi d’oro, dopo quindici giorni dall’entrata a Costantinopoli. Il documento recita:

In nomine domini Dei et salvatoris nostri Ihesu Christi. Anno Domini millesimo centesimo sexagesimo octavo, mense augusti, indicione prima, Costantinopoli. Plenam et irrevocabilem securitatis facio ego quidem Leo Barastro de confinio Sancti Gregorii cum meis heredibus tibi Marco Paulo de confinio Sancti Gervasii et tuis haredibus de ipsa caucionis cartula quam tu michi in Almiro fecisti hoc preterito mense madii per suprascripta indicionem pro perperis auri veteres pesantes duodecim quos tecum tunc de inde ducere debebas in Costantinopoli in ipso primo taxidio cum nave in qua tu nauclerus ibas, ita quod aliud taxidium mutare non debebas. Et tunc infra dies quindecim postquam in Costantinopoli intrasses, debebas per te vel tuum missum dare et deliberare michi aut meo misso in Costantinopoli perperos auri veteres quattuordecim iter capetanea et prode, ut in ea legitur. Nunc autem tu de suprascriptis perperis cum suo prode et eciam de quantocumque continentur in ipsa caucionis cartula me perfecte appagasti et deliberasti. Ipsam quidem caucionis cartulam tibi reddidi. Si exemplum inde alicubi apparuerit, inane et vacuum existat per omnia.[30]

L’atto di quietanza appena citato sembra far riferimento a pratiche notarili ed economiche diverse da quelle finora descritte. Non compare innanzitutto il motivo che aveva spinto alla richiesta del prestito che, seppur in termini generici, si ritrova in gran parte delle caucionis cartulae precedentemente analizzate, espresso tramite la formula in meis utilitatibus peragendum. Non compaiono nemmeno le formule cauzionali atte a proteggere il prestatore da una eventuale mancanza nella restituzione del prestito. Per di più il prestito prevede la concessione di una somma considerevole di moneta d’oro bizantina, ossia la moneta per eccellenza del commercio marittimo in Oriente. Il documento sembra quindi non appartenere propriamente alla tipologia precedentemente analizzata dei prestiti su pegno fondiario, ma piuttosto avvicinarsi ad alcune formule contrattuali sviluppatesi a partire dall’XI secolo nell’ambito del commercio veneziano sempre più orientato verso i traffici con Bisanzio. A conferma della diversità di questo contratto dai prestiti cauzionali precedentemente analizzati vi è anche il fattore strettamente monetario: questo è il primo caso in cui all’interno della documentazione si quantifica il valore monetario del capitale in iperperi. Solitamente nella cartae caucionis il prestito prevedeva la concessione in libre della zecca veronese, che proseguì tra le popolazioni lagunari fin tanto che non si sviluppò un’economia mercantile di vasta portata, che prevaricò gli interessi legati alla rendita fondiaria e quindi al contesto rurale tipico della terraferma. L’accentuarsi dell’incidenza del fattore commerciale indusse le autorità realtine a tradurre la nuova realtà socio-economica in un’adeguata e coerente espressione monetaria, rispettosa delle esigenze di un’economia mobile e dinamicamente protesa a più vasti e articolati orizzonti.[31] 

A partire dal Mille infatti, con la diminuita pressione della corsa saracena, si sviluppò l’espansione veneziana in tutto il bacino del mediterraneo, favorita anche dall’ accordo stipulato fra Venezia e la corte imperiale di Costantinopoli nel 992. L’accordo prevedeva la diminuzione radicale dei contributi da parte veneziana per le importazioni e per le esportazioni effettuate in territorio bizantino: da 30 numismata la tassa si riduceva a soli 2 numismata per le merci in entrata e 15 per quelle in uscita. In virtù della conferma dei privilegi, i traffici veneziani nell’Impero Bizantino conobbero due decenni di floridezza. Numerosi mercanti si trasferirono nella capitale e nelle altre città dell’impero che disponevano di grandi quartieri, come Durazzo, Corinto, Tebe, Tessalonica e Halmyros (Almira). Qui i mercanti godevano di enormi vantaggi fiscali, ossia la totale franchigia delle imposte rispetto ai mercanti Genovesi e Pisani che pagavano il 4 per cento.[32]

Le forme del contratto commerciale erano numerose e andavano dalla colleganza, primario istituto societario detto commenda nelle altre città marinare. Questa “società” consisteva nel contratto stipulato fra un socio investitore (socius stans) e un socio percettore (socius procertans), che partecipavano alla costituzione di un capitale volto al finanziamento di imprese commerciali, il primo per i tre quarti e il secondo per un quarto. Entrambi si accollavano il rischio delle eventuali perdite in proporzione alla quota investita e con lo stesso criterio veniva ripartito il guadagno, calcolato al rientro della spedizione. La colleganza nel corso del XII secolo venne sostituita dalla commendatio, che prevedeva l’impegno completo da parte de socius stans nel mettere a disposizione il capitale, riservandosi però i tre quarti del guadagno. Nella Venezia del secolo XII prese piede però una terza forma di contratto prevista dal diritto romano: il prestito marittimo. Questo si distingueva dal prestito ordinario in quanto il prestatore si assumeva completamente il rischio della perdita eventuale, ma proprio per questo motivo fruttava a quest’ultimo un utile percentuale fisso, che erogato per il singolo viaggio, consentiva di lucrare fino al 50 per cento; nella seconda metà del XII secolo diventerà il tipo più frequentato di impiego nel commercio per mare.[33]

La concessione di questo prestito sembra avvicinarsi al tipo di negozio appena analizzato e finalizzato al commercio mercantile. Il testo però lascia ipotizzare anche un’altra soluzione.

Il finanziamento dei viaggi marittimi veneziani implicava tutta una rete di associazioni e di prestiti, regolati per mezzo dei contratti appena visti. I prestiti concessi ai mercanti viaggiatori erano finalizzati a ricoprire le spese per la costruzione della nave, dell’equipaggiamento e dell’attrezzatura. Ma il ruolo avuto nel contratto da parte di Leo Barastro non risulterebbe essere quello di un semplice finanziatore di imprese marittime altrui. Inoltre non viene specificato se il prestito fosse destinato a coprire le eventuali spese della spedizione. Il notaio utilizzò probabilmente una tipologia documentaria (caucionis cartula) destinata prevalentemente al prestito su pegno fondiario, per un affare di diversa natura, cioè un trasferimento di capitale monetario da investire da Almira a Costantinopoli. Così che Marco Paulo viene obbligato alla restituzione della somma dopo quindici giorni dal suo arrivo a Costantinopoli, probabilmente il tempo necessario per concludere un buon investimento. La città del Bosforo infatti non era soltanto la base preferita per il commercio nei paesi del levante: essa diventò anche un centro importante di affari finanziari per alcune imprese familiari che avevano la loro sede a Venezia, ma tenevano a Costantinopoli un loro rappresentante. Si trovano quindi tracce di contratti di prestito marittimo o di colleganza stipulati tra veneziani in Oriente e destinati ad essere liquidati all’arrivo del mutuatario in uno dei porti del levante oppure a Costantinopoli.  


 

[1]Lanfranchi, San Giovanni Ev cit., doc. n. 9, Rialto 1094.

[2] Hocquet, Le saline cit., p. 537.

[3] Per una ricostruzione della storia del contratto di livello si rinvia a B. Andreolli, Per una semantica storica dello “ius libellarium” nell’alto e nel pieno medioevo, in “Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo”, 89 (1980-1981), pp. 151-191.

[4] Si è cercato di trarre spunto anche dall’ampia discussione svolta dalla Kotel’Nikova riguardante l’aspetto sociale dei contraenti nei livelli in L.A. Kotel’Nikova, Mondo contadino e città in Italia dall’XI al XIV, Bologna 1975, pp. 240-247.

[5] Pozza, I proprietari fondiari in terraferma, in Storia diVenezia cit.,vol. II, p. 664.

[6] Lanfranchi, San Giovanni Ev. cit., doc. n. 30, Chioggia 1157; doc. n. 45, Chioggia 1165; doc. n. 50, Chioggia 1165.

[7] Lanfranchi Strina, Ss Trinità cit., doc. n. 64, Chioggia 1125; doc. n. 116, Chioggia 1149.

[8] Lanfranchi Strina, Ss Trinità cit., doc. n. 60, 61, 62, 63, 64, 65, 66, Chioggia 1125.

[9] Lanfranchi Strina, Ss Trinità cit., doc. n.8, Chioggia 1027-1028, in cui si attesta l’atto di donazione da parte dei rappresentanti di Chioggia al monastero di Brondolo della taliadicia de Brenta . Altri contratti stipulati tra l’ente monastico e il comune di Chioggia : doc. n. 69,Chioggia 1126; doc. n. 81, Chioggia 1134; doc. n. 99, Chioggia 1142.

[10] E. Malipiero Ucropina, Benedettine in Ss Secondo ed Erasmo (Fonti per la storia di Venezia, sez. II, Archivi ecclesiastici: Diocesi Castellana), Venezia 1958, doc. n. 28, Chioggia 1177.

[11] B. Strina, Benedettini in S. Giorgio in Fossone (Fonti per la storia di Venezia, sez. II, Archivi ecclesiastici: Diocesi Clodiense), Venezia 1957, doc. n. 2, Chioggia 1075.

[12] Lanfranchi, San Giovanni Ev. cit., doc. n. 5, Chioggia 1084.

[13] Lanfranchi, San Giovanni Ev. cit., doc. 32, Chioggia 1162.

[14] Lanfranchi, San Giovanni Ev. cit., doc. n. 3, Marzo 1079; doc. n. 28, Rialto 1157.

[15] Lanfranchi, San Giovanni Ev. cit., doc. 32, Chioggia 1162.

[16] Lanfranchi, San Giovanni Ev. cit., doc. 28, Rialto 1157.

[17] Lanfranchi, San Giovanni Ev. cit., Chioggia 1079.

[18] Kotel’nikova, Mondo contadino cit., p. 102.

[19] Si veda anche in G. Luzzatto, Storia economica diVenezia dall’XI al XVI secolo, Venezia 1995, pp. 20-21.

[20] Lanfranchi, S. Giovanni Ev. cit., doc. n.3, Chioggia 1079; doc. n. 28, Rialto 1157.

[21] Lanfranchi, S. Giovanni Ev. cit., doc. n. 108, 1199.

[22]Pietro di Giovanni Olivi, Usure, Compere e Vendite, La scienza economica del XIII secolo, a cura di A. Spicciani, P. Vian e G. Andenna, Milano 1990. Per quanto riguarda l’immissione dei monasteri all’interno di dinamiche economico- monetarie si suggerisce la lettura di un noto intervento del Violante nel corso delle giornate di studio della Mendola: C. Violante, Monasteri e canoniche nello sviluppo dell’economia monetaria (secoli XI-XIII), in Istituzioni monastiche e istituzioni canonicali in Occidente (1123-1215), “Atti della VII settimana di studio”, (1977), Milano 1980. pp. 369-413.

[23] A. Spicciani, Capitale e interesse tra mercatura e povertà nei teologi e canonisti dei secoli XIII-XV, Roma 1990,

p. 10.

[24] G. Todeschi, La riflessione etica sulle attività economiche, in R. Greci, Economie urbane e etica economica nell’Italia medievale, Roma-Bari 2005, pp. 151-224.

[25] Lanfranchi, San Giovanni Ev. cit., doc. n. 25, Chioggia 1157.

[26] Lanfranchi, San Giovanni Ev. cit., doc. n. 28, Chioggia 1157.

[27] Lanfranchi, San Giovanni Ev. cit., doc. n. 29, Chioggia 1157

[28] Lanfranchi, San Giovanni Ev. cit., doc. n. 30, Chioggia 1157

[29] F. C. Lane, Storia di Venezia, Torino 1978, p.174.

[30] Lanfranchi, San Giovanni Ev. cit., doc. n. 52, Costantinopoli 1168.

[31] Perini, Chioggia medievale cit, p. 94.

[32] G. Rösch, Lo sviluppo mercantile, in Storia di Venezia, II, cit., p. 133.

[33] Le informazioni riguardanti i contratti del commercio veneziano sono state ricavate da: Rösch, Mercatura e moneta, in Storia di Venezia, I, cit., pp. 549-571; Luzzatto, Capitale e lavoro nel commercio veneziano, in Studi di storia economica veneziana, Padova 1954, pp. 86-116.  

 

3. Mercanti o proprietari fondiari

Il quadro complessivo che si è tentato di tracciare nelle pagine che precedono, sulla base di quanto suggerisce la documentazione dei secoli X-XII, indica la possibilità di dimostrare l’esistenza di “un’altra Venezia”, non soltanto lanciata alla conquista dello spazio marittimo, ma anche capace e interessata a colonizzare e amministrare un vero e proprio contado. Tuttavia stabilire quanto si possa parlare in realtà di contado e di città e soprattutto dei rapporti tra queste due entità rimane in questo lavoro ancora una questione appena abbozzata. Il mio lavoro in questo senso ha ricevuto preziose sollecitazioni anche dagli studi condotti da Philip Jones, sostenitore del fondamentale ruolo esercitato dal contado nella crescita e nell’evoluzione della città italiana. L’A., indagando la natura composita della società italiana medievale, dimostra infatti come ogni città si regga sulla presenza del proprio contado. Egli, riprendendo le tesi di Carlo Cattaneo, sostiene: il quadro generale della società italiana è costituito dal binomio città-campagna. La città formò col suo territorio un corpo inseparabile e per l’adesione al contado venne a formare una persona politica, uno Stato elementare, permanente, indissolubile.[1]

Attraverso la documentazione si è cercato quindi di prospettare la possibilità di ampliare e spesso ribaltare le posizioni di una storiografia incentrata esclusivamente sulla dimensione urbana e sulle dinamiche mercantili di Venezia. Spesso infatti gli studi veneziani si dimostrano poco interessati ad analizzare quei processi più generali determinati dalle nuove forme di possesso e di sfruttamento della terra che investirono tutta l’Europa a partire dall’XI secolo.[2] Quello che si è cercato di proporre è una valutazione di una società composita: costituita - come molte altre in terraferma - da “città e campagna, commercio e terra, aristocrazia e democrazia, feudalesimo e capitalismo”.[3]

Un po’ in tutte le città italiane, anche in quelle di mare, la ricchezza urbana fu prevalentemente, alle origini, ricchezza che proveniva dalla terra; la proprietà immobiliare costituiva il denominatore comune dei cives. La stretta combinazione tra attività mercantile e proprietà terriera venne a rappresentare dunque un elemento distintivo dello sviluppo della società cittadina, rafforzando così i legami tra città e campagna.[4]

Proponendoci dunque di considerare anche per il contesto lagunare il binomio costituito da terra e ricchezza terriera e da città e ricchezza commerciale, dovremmo chiederci se la tendenza al possesso fondiario esistesse al di là delle disponibilità offerte dal commercio. E più precisamente: si può affermare che l’interesse verso la terra nascesse dalle necessità di impiego di capitali derivanti dalle attività mercantili-monetarie? La tendenza comune negli studi è quella di sostenere che per i ceti mercantili l’acquisto di terrà si configurò come uno strumento in grado di dare una base più stabile e maggiori garanzie agli affari.

Si suggerisce invece qui una valutazione della società veneziana costituita fin da subito di entrambi gli aspetti, mercantile e fondiario. L’indole primaria era ovviamente quella riferibile al mare, al commercio, al mercato; tuttavia rimaneva la necessità di un controllo terriero che potesse essere affidato a terzi, come spesso è stato documentato. Sicuramente non si ricercava nell’impegno fondiario soltanto la protezione delle ricchezze accumulate con il commercio, che anzi, se si pensa alla manutenzione delle saline o ai lavori di bonifica e di mantenimento delle colture arboree, rappresentava un investimento non sempre redditizio e comunque largamente esposto al rischio di dissesti economici. La proprietà fondiaria non rappresentava dunque necessariamente una sicura base di investimento di capitali, ma un sicuro marchio di nobiltà. Ricorre infatti negli studi dedicati alla società venetica di epoca medievale il riferimento ad “antica o recente aristocrazia fondiaria”, ponendo quindi l’accento sull’intensa mobilità presente a tutti i livelli sociali, anche tra le classi più facoltose. Si deve quindi ipotizzare la possibilità nel territorio lagunare di un “reclutamento” aristocratico su base fondiaria, attraverso il quale poter acquisire un rango sociale elevato, che nei secoli successivi al XII spesso verrà associato alla nobilitas. Il passo successivo era probabilmente quello di dar avvio a una nobiltà di sangue anche senza il requisito dell’antichità di stirpe. Questa dinamica sociale è stata affrontata anche all’interno di un contesto storiografico più ampio a cominciare da March Bloch, sostenitore dell’idea secondo cui l’aristocrazia si identificava in quel ceto dirigente, presente in tutte le società umane, i cui membri godono di considerazione e influenza grazie alla loro ricchezza e al prestigio politico. La nobiltà, invece, per essere considerata tale, deve riunire due condizioni mediante uno statuto giuridico proprio, che confermi la superiorità che pretende di esercitare, e che perpetui il privilegio ereditariamente ai discendenti.[5]

Il riconoscimento formale del titolo nobiliare e la conseguente possibilità di trasmissione ereditaria della carica a Venezia avveniva per mezzo della cronachistica “popolare”, ovvero le “cronachette” nobiliari, un catalogo delle famiglie ritenute “nobili”, ciascuna con il suo racconto. Si può quindi considerarle come fonte rivelatrice della percezione da parte del patriziato delle sue origini illustri come espressione della giustificazione del potere.

Una questione finale può essere posta in questi termini: l’aristocrazia fondava i suoi presupposti sul possesso terriero, mentre il successo nobiliare si affermerà per mezzo della conquista mercantile. L’attività mercantile reggendosi su una forma di associazione tra i componenti dello stesso rango (societas), garantiva la protezione e l’integrità delle proprie ricchezze e del nome costituente in seguito le grandi dinastie mercantili. Le grandi famiglie di mercanti avevano dunque escogitato il modo di proteggere e conservare in modo ereditario le ricchezze familiari.

Non si deve però escludere dalle dinamiche veneziane il forte influsso esercitato dalla vicina terraferma. Il risveglio economico, correlato a una forte espansione agraria e sociale, fu ampiamente promosso in tutta la Pianura padana dai grandi enti monastici, instaurati nei territori della Langobardia grazie a re e duchi che non raggiunsero mai una concordia salda e continuativa né con il vescovo di Roma né con i vescovi delle altre diocesi. L’opposizione longobarda alla gerarchia episcopale condusse a numerose fondazioni monastiche controllate dalla propria monarchia, o comunque, da questa dotati largamente di proprietà. Per tali motivi abbiamo già accennato a fondazioni che in qualche modo rispondevano a volontà di creare punte avanzate di potere in zone di confine con i territori bizantini (si veda lo stesso monastero di Brondolo). Ma, al di là della motivazione politica, si deve anche pensare a fondazioni di tipo privato, attraverso le quali le famiglie della grande aristocrazia potevano trovare anche in un monastero domestico il centro di coesione del lignaggio. Non vi era infatti mezzo più sicuro per i laici se non quello di inserirsi nella grande proprietà ecclesiastica, unica in grado di assicurarsi una lunga durata nel tempo, al contrario di patrimoni laici soggetti alle vicissitudini genealogiche.

E’ ipotizzabile che anche i Gradenigo, come gran parte dell’aristocrazia veneziana, possedessero alcune proprietà nelle terre del Padovano e del Trevigiano.[6] Nelle aree retrostanti la laguna veneta si sviluppò la grande proprietà terriera. Il nucleo della signoria era rappresentato dalla corte padronale, che non rispondeva necessariamente al nucleo centrale della pars dominica del complesso curtense, poichè questa già dal secolo X era in corso di divisione in quote e pertanto spesso non aveva più un proprio centro. Parte originaria del territorio signorile erano i possessi fondiari del signore, che erano i più vasti e che venivano ampliati e arrotondati con una politica di permute e di acquisti, portati a termine a vario titolo privato e, talune volte, grazie a privilegi regi. Dai suoi possedimenti, che avevano una corte centrale, il signore progressivamente estendeva i suoi diritti e poteri di signoria fondiaria e immunitaria e di altra origine pure sulle terre di altri padroni che fossero inframezzate o circostanti le sue, sino a formare un territorio unitario di dominazione signorile.

Nel territorio chioggiotto mancò lo spazio politico che altrove aveva consentito il dilagare della signoria locale; mancò anche quella base economica “ curtense” che altrove aveva sostenuto la forza politica e militare; ma soprattutto si deve notare che per il contesto veneziano, in cui la città –capoluogo economico e politico dominante - conservò le funzioni essenziali della centralità, non si può parlare di uno sviluppo della proprietà fondiaria in signorie rurali. In questo contesto infatti il potere proveniente dal doge rimase sempre molto forte e non lasciò spazio all’enuclearsi di forze locali, se non controllate dal duca stesso, attraverso conferme di investiture ad propium. Una serie di investiture dogali furono infatti concesse a partire dall’XI secolo alla famiglia Gradenigo nel momento in cui i suoi appartenenti cominciarono a interessarsi all’acquisizione di numerose saline collocate entro il territorio chioggiotto. 

Non si vuole comunque “normalizzare” o banalizzare la specificità di Venezia nel medioevo, negandone l’originalità e a volte l’estraneità a quei processi tanto comuni all’Europa occidentale. Tuttavia i documenti hanno permesso di ricreare una parte di quel ducato Veneziano, che probabilmente si collocava - non solo geograficamente - a metà tra la Civitas Rivoalti e il Regno. Chioggia protetta da Venezia, che ne sfruttava la posizione, i traffici e il sale e ammaliata dalle pressioni longobarde e poi franche, presentava caratteri di forte autonomia economica e sociale. Non a caso, l’indagine ha messo in evidenza, accanto ad alcuni processi agrari analoghi a quelli ampiamente studiati per la terraferma padana, la particolare abilità dei proprietari del ducato nel piegare e adattare ad un territorio del tutto diverso dall’entroterra gli stimoli e le innovazioni culturali ed economiche che da quell’entroterra largamente filtravano in laguna. 


 

[1] P. Jones, Economia e società nell’Italia medievale, Torino 1980, pp. 4-10

[2] Lo stesso Luzzatto considera il commercio come primo fondamento nell’economia veneziana. Si veda anche F. C. Lane, Storia di Venezia, Torino 1978.

[3] Jones, Economia e società cit., pp. 4-10.

[4] G. Pinto, I rapporti economici tra città e campagna, in R. Greci, G. Pinto, G. Todeschini, Economie urbane cit., pp. 3-74.

[5] Bloch, La società feudale, Torino 1949, pp.323-332.

 

[6] A conferma di questa ipotesi si veda: M. Pozza, I proprietari fondiari in terraferma, in Storia di Venezia, II cit., pp. 661-680. 

 

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Vite e vino nel medioevo da fonti veronesi e venete. Schede e materiali per una mostra, a cura di Gloria Maroso, G. M. Varanini, “Centro di documentazione per la Valpolicella”, Verona 1984.

“Vites plantare et bene colere”. Agricoltura e mondo rurale in Franciacorta nel Medioevo, a cura di G. Archetti, in “Atti della 4 Biennale di Franciacorta organizzata dal Centro Culturale Artistico di Franciacorta”, Ebrusco (16 Settembre 1995), Brescia 1996.

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Essay index: medieval Europe
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The Online Books Page
<http://onlinebooks.library.upenn.edu/>

E-Books: Section Listing - Free Full-version
History Books - Historical Text Archive
<http://historicaltextarchive.com/books.php>

Storia e territorio

Le risorse testuali presentate sono solo dei suggerimenti di lettura, individuati nel web come risorse complete gratuite e proposte come letture utili ad approfondire uno specifico tema: la Storia attraverso lo studio del territorio.

 

Francovich Riccardo e Ginatempo Maria
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Gelichi Sauro
Territori di confine in età longobarda: l'ager mutinensis, in Città, castelli, campagne nei territori di frontiera (VI-VII sec.), V seminario sul tardoantico e l'altomedioevo in Italia centrosettentrionale, Monte Barro - Galbiate [Lecco], 9-10 giugno 1994, a cura di G. P. Brogiolo
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Le ceramiche alto medievali (fine VI-X sec.) in Italia settentrionale: produzione e commerci, VI seminario sul tardoantico e l'altomedioevo in Italia centrosettentrionale, Monte Barro - Galbiate [Lecco], 22-23 aprile 1995, a cura di G. P. Brogiolo - S. Gelichi
Mantova: Documenti di archeologia 6, 1996 <http://192.167.112.135/NewPages/EDITORIA/SAP/071.html>.

Gelichi Sauro e Gian Pietro Brogiolo
Nuove ricerche sui castelli altomedievali in Italia settentrionale
Firenze: 1996
<http://archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/COLLANE/QDS402.html>

Guglielmotti Paola
Ricerche sull'organizzazione del territorio nella Liguria medievale
Firenze: Reti Medievali - Firenze University Press, 2005
<http://www.storia.unifi.it/_rm/e-book/titoli/guglielmotti.htm>

Petti Balbi Giovanna
Governare la città. Pratiche sociali e linguaggi politici a Genova in età medievale
Firenze: Reti Medievali - Firenze University Press, 2007, <http://www.storia.unifi.it/_rm/e-book/titoli/PettiBalbi.htm>

Poteri signorili e feudali nelle campagne dell'Italia settentrionale fra Tre e Quattrocento: fondamenti di legittimità e forme di esercizio
Atti del Convegno di studi (Milano, 11-12 aprile 2003), a cura di Federica Cengarle, Giorgio Chittolini e Gian Maria Varanini
Firenze: Reti Medievali - Firenze University Press, 2005
<http://www.storia.unifi.it/_RM/rivista/atti/poteri.htm>

La résolution des conflits et l'écrit
Tabularia. Sources écrites de la Normandie médiévale, Dossier 2006
<http://www.unicaen.fr/mrsh/crahm/revue/tabularia/view.php?dir=dossier6>

Roche, Thomas
Justice, vengeance et compromis en Normandie (XIe-XIIe siècles)
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Storie dei mondi normanni
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<http://www.mondes-normands.caen.fr/italie/histoires/index_histoires.htm>

Wickham Chris
L'Italia nel primo Medioevo. Potere centrale e società locale (400 - 1000)
Milano: Editoriale Jaca Book SpA, 1982
<http://archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/EDITORIA/sto1a.html>

- Il problema dell'incastellamento nell'Italia centrale: l'esempio di San Vincenzo al Volturno. Studi sulla società appenninica nell'alto medioevo
Firenze: 1985
<http://archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/COLLANE/edBDS3.html>

Storia ed Economia

Le risorse testuali presentate sono solo dei suggerimenti di lettura, individuati nel web come risorse complete gratuite e proposte come letture utili ad approfondire uno specifico tema: la Storia e lo sviluppo dell'economia.

Albini Giuliana
Il denaro e i poveri. L'istituzione dei Monti di Pietà alla fine del Quattrocento, in La città e i poveri. Milano e le terre lombarde dal Rinascimento all'età spagnola (Atti del convegno, Milano, 13-14 novembre 1992), a cura di D. Zardin, Milano 1995, pp. 59-70 (ora in G. Albini, Carità e governo delle povertà (secoli XII-XV) Milano 2002, pp. 327-337
© dell'autrice, in Reti Medievali: RM Scaffale<http://fermi.univr.it/RM/biblioteca/scaffale>

Bellavitis Anna
Donne, cittadinanza e corporazioni tra Medioevo ed età moderna: ricerche in corso, in Corpi e Storia. Donne e uomini dal mondo antico all'età contemporanea, a cura di N. M. Filippini - T. Plebani - A. Scattigno, Roma 2002, pp. 87-104 in Storia di Venezia, <http://venus.unive.it/riccdst/sdv/saggi/testi/pdf/sis.pdf>.

Buresi Pascal
Les relations commerciales entre pays d'Islam et royaumes chrétiens dans la péninsule Ibérique (XIe siècle-milieu du XIIIe), in "Cahiers d'histoire", LXXVIII (2000)
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Hinojosa Montalvo José
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* L'economia fiorentina del Rinascimento, con introduzione e cura di Bruno Dini, [Firenze] : Le Monnier, [1984].
* La banca pisana e le origini della banca moderna, con introduzione di Luigi De Rosa e cura di Marco Spallanzani, [Grassina, Bagno a Ripoli] : Le Monnier, [1987].
* I trasporti e le comunicazioni nel Medioevo, [Firenze] : Le Monnier, c1984 (stampa 1985).
* I vini italiani nel Medioevo, con introduzione di Charles Higounet, a cura di Anna Affortunati Parrini, [Grassina, Bagno a Ripoli] : Le Monnier, 1984.

Mango Marlia Mundell
The Commercial Map of Constantinople, in "Dumbarton Oaks Papers", LIV (2000), pp. 189-207
© Dumbarton Oaks, Trustees for Harvard University
<http://www.doaks.org/DOP54/DP54ch10.pdf>.

Polonio Valeria
Economia cistercense: sempre tra ideali e realtà. Spunti didattici per una conversazione, in "Quaderni del DMP" (Quaderni del dottorato, 2)
© 2004 Dipartimento di Paleografia e Medievistica Università di Bologna
<http://www.dpm.unibo.it/html/download/dpmdott2.pdf>.

Stabel Peter
Bruges and the German Hanse: Brokering European Commerce, in L. François - A. K. Isaacs, The Sea in the European History, Pisa 2001 (Clioh's Workshop I), pp. 35-55
© Edizioni Plus - Università di Pisa, <http://www.stm.unipi.it/Clioh/tabs/libri/1/03-Stabel(22).pdf>.

Stahl Alan M.
Coinage and Money in the Latin Empire of Constantinople, in "Dumbarton Oaks Papers ", LV (2001), pp. 197-206
© Dumbarton Oaks, Trustees for Harvard University, <http://www.doaks.org/DOP55/DP55ch10.pdf>

Wickham Chris
Per uno studio del mutamento socio-economico di lungo termine in Occidente durante i secoli V-VIII, in "Quaderni del DMP" (Quaderni del dottorato, 1), 2004
Dipartimento di Paleografia e Medievistica Università di Bologna, <http://www.dpm.unibo.it/DPM/Ricerca/Attivita+editoriale/quadernidpm/QuaderniDottorato/QuadernoDottorato1.htm>