L’idea di analizzare la campagna elettorale delle elezioni del 18 aprile 1948, nasce dal desiderio di chiarire alcune particolarità della stessa, considerandone, non solo gli aspetti storici, politico e sociali, ma ricercando nelle modalità d’attuazione della propaganda elettorale, alcune peculiarità, che hanno rivestito un ruolo di primaria importanza nello svolgimento delle prime elezioni democratiche nel nostro Paese. Il clima della contesa elettorale fu particolarmente arroventato. Il Paese usciva distrutto da una guerra che aveva creato profonde lacerazioni all’interno, fra le istituzioni e la popolazione ed, in primis, fra quest’ultima e il potere monarchico. La stessa posizione dell’Italia nell’ambito della politica internazionale era completamente da ricostruire, a nulla era valsa la resa e il contributo dei partigiani a liberare il Nord dai tedeschi, a fronte della pregressa alleanza nazi – fascista, che aveva seminato morte e distruzione ovunque nel vecchio continente.
L’esperienza del CLN e dei governi d’unità nazionale, rappresentò un forte punto di coesione fra forze politiche diverse, ma che avevano in comune la pregiudiziale antifascista e la volontà di rappresentare e di tenere unito un paese che aveva, comunque, notevoli differenze al suo interno. La popolazione stessa, animata da una profonda voglia di riscatto, scelse con il referendum del 2 giugno 1946, di affidare le proprie sorti all’istituto repubblicano, ripudiando la monarchia, la quale, pagava una condotta piena di scelte subordinate unicamente ai propri interessi. Proprio nella consultazione referendaria il paese dimostrò d’avere due facce: una più riformista e una conservatrice, l’una desiderava intraprendere una nuova strada per rendere il paese più moderno, l’altra che avrebbe voluto il ristabilirsi delle condizioni antecedenti alla guerra.
Nel corso di pochi mesi, significative differenze si rivelarono anche all’interno del Cln, la pregiudiziale antifascista si spense con il rafforzarsi delle nuove istituzioni, e la necessità di distinzione fra le diverse forze politiche, fece sì che i contrasti all’interno della coalizione, si acuissero favorendo ora una classe sociale ora l’altra. Gli italiani si proiettarono nella discussione politica e nella lotta sociale con vigore, sostenuto quest’ultimo, da forti elementi d’idealità, schierandosi anche in maniera estrema, a favore delle forze conservatrici o di quelle di sinistra. La contesa fu aspra, i toni accesi, la competizione elettorale influenzata dalla situazione internazionale. La contrapposizione fra i paesi appartenenti al blocco sovietico e quelli che legati agli Usa, si delineò in breve tempo come un punto di riferimento per la politica nazionale, facilitando l’accendersi di sentimenti, da parte della popolazione esausta, legati, più che al raziocinio, all’istinto e alla volontà di trovare stabilità e pace. Si svolse, dunque, una campagna elettorale interamente volta alla demonizzazzione dell’avversario politico, e, sostanzialmente, privata, per questo motivo, della presentazione di programmi per ricostruire il paese. In tutte le manifestazioni d’intenti da parte della classe politica si ravvisano più elementi di contrasto aperto con l’opposta fazione, rispetto ad una volontà propositiva.
Questo fu il filo conduttore di quel periodo, questa particolarità si ravvisò nei discorsi di piazza, nel volantinaggio diffuso, nelle iconografie proposte nei manifesti. Proprio in questi ultimi è interessante analizzare la mancanza della divulgazione di piani programmatici o di proclami d’ideali politici. Si ravvisa, invece, da entrambe le parti, un evidente richiamo a valori assoluti, quali la libertà, la famiglia, la patria; tutti elementi che furono richiamati in maniera esplicita nei testi dei manifesti.
Le immagini proposte dagli stessi sono senza dubbio colme di significati, la lettura dell’occhio è impressionata dalla violenza del messaggio che alcuni di essi comunicano, quest’espressione è talvolta grottesca, apparentemente banale, altre volte è più subdola e di lettura meno immediata. L’originalità e la forza delle suddette immagini, ci hanno indotto a volerle considerare come affatto banali o grossolane, ma, altresì, a volerle leggere come il frutto di uno studio attento dal quale si può evincere un continuum di messaggi di contenuto subliminale espressi in essi.
Per approfondire questa materia, ci si è voluti affidare alla psicologia analitica di Carl Gustav Jung. Lo psichiatra svizzero nacque nel 1875 e morì nel 1961, è considerato il fondatore della psicologia analitica. Dopo avere terminato gli studi secondari si laureò in medicina a Basilea iniziando all’inizio del secolo la carriera psichiatrica. In seguito alla pubblicazione di diversi lavori scientifici, fra i quali quelli sul metodo da lui introdotto, l’”esperimento associativo”, acquisì una fama mondiale tale da procurargli diversi inviti all’estero. Nel 1907 incontrò per la prima volta Freud, e cominciò uno studio profondo della psicoanalisi, nella quale trovò una conferma delle teorie che egli stesso aveva elaborato precedentemente nel campo della psicopatologia sperimentale. Nel 1912 la pubblicazione del suo libro Trasformazioni e Simboli della libido dimostrò una posizione di contrapposizione rispetto a Freud. Un anno più tardi definirà la sua dottrina: “Psicologia analitica”[1]. Dopo avere abbandonato l’attività di docente si dedicò completamente allo studio sulla natura dell’inconscio e sui problemi dei comportamenti psichici. Il frutto di questo lavoro lo troviamo nel 1921 nell’opera Tipi Psicologici, e in altra serie d’opere che seguirono in rapida successione. Esse trattavano dell’inconscio collettivo e dei rapporti di questo con la coscienza, e della natura e delle forme dello sviluppo psichico. Le ricerche sull’inconscio e sulla sua fenomenologia indussero Jung ad affrontare lunghi viaggi per mettersi in contatto con delle realtà del tutto diverse da quell’occidentale. Egli poté constatare le interessanti analogie fra i contenuti dell’inconscio dell’europeo moderno, rispetto ad alcune manifestazioni della psiche dei primitivi e del loro mondo mitico e leggendario. Tali analogie, suggerirono a Jung d’approfondire quanto più possibile la conoscenza di culture che fossero altre rispetto a quell’europea. Trovò nell’estremo oriente una feconda materia per le sue ricerche, che gli permisero di avvalorare le sue tesi, e di continuare un proficuo studio in campo etnologico e sulla psicologia delle religioni. In tutta l’opera di Jung, si rivela un forte interesse per le dottrine e le tecniche orientali, in particolare s’interessò al taoismo e allo yoga, discipline che gli parvero facilitare l’unità spirituale attraverso l’unità degli opposti. Questo fu un pensiero fisso per Jung: la reintegrazione dei contrari, la volontà di ricucire i contrasti che impediscono all’uomo di avere una sua unità. Nella coincidenza oppositorum [2] si trovava la realtà di Dio. A tale proposito d’estrema importanza furono gli incontri con il sinologo tedesco Richard Wilhem, con l’indianista tedesco Heinrich Zimmer e quella con il filologo e mitologo ungherese Kàroly Kerèny. Jung fu insignito proprio per questi studi di lauree Honoris Causae dalle più importanti università mondiali e ricevette ogni genere di riconoscimento per la sua opera innovativa. Negli ultimi anni della sua vita, egli si dedicò quasi esclusivamente al suo lavoro scientifico e letterario, abbandonando del tutto la sua attività medica e d’insegnamento. I suoi studi vertevano sull’alchimia nelle sue connessioni psicologiche, sulla psicologia delle religioni, oltre che sui processi psichici dell’attuazione del Sé e al loro simbolismo.
Uno dei motivi di maggiore interesse per quanto riguarda l’opera di Jung, è senza dubbio l’introduzione del concetto d’inconscio collettivo. Con l’introduzione di tale concetto, Jung, opera un superamento della nozione d’inconscio com’era intesa da Freud; quest’ultimo sosteneva che l’inconscio non era altro che il punto dove convergevano i contenuti rimossi o dimenticati1. Jung chiama questo, inconscio personale, sostenendo che esso poggia su di uno strato più profondo, che non proviene dalle acquisizioni di natura personale, ma che è innato nell’uomo2. Questo strato più profondo è l’inconscio collettivo, e, deriva dalla possibilità di funzionamento che la psiche ha ereditato, cioè dalla struttura cerebrale ereditata3. Questo patrimonio comune a tutti gli uomini è il fondamento d’ogni psiche individuale.
L’inconscio, sostiene Jung, è precedente alla coscienza, ne costituisce il dato originario dal quale emerge la stessa, la quale non si edifica che secondariamente sull’attività dell’anima e quest’attività risulta dal funzionamento dell’inconscio4. Per Jung è indiscutibile come non sia la coscienza quella che regola principalmente l’attività dell’uomo, proprio perché una buona parte della nostra vita la passiamo in uno stato d’incoscienza. Jung chiama “collettivo” questo strato più profondo dell’inconscio poiché, esso è di natura universale e cioè ha contenuti e comportamenti che sono gli stessi dappertutto e per tutti gli individui5.
In questi contenuti è rappresentato il deposito dei tipici modi di reagire dell’umanità in situazioni di natura genericamente umana, indipendentemente da quali siano le differenziazioni etniche, storiche o di qualsiasi altro genere6. E’ dunque presente e sostanzialmente identico in tutti gli uomini, un sostrato psichico comune, di natura sovrapersonale.
I contenuti dell’inconscio personale sono principalmente i cosiddetti “complessi a tonalità affettiva”, mentre i contenuti dell’inconscio collettivo sono invece gli “archetipi”7 Jung così li introduce: il concetto di archetipo, che è un indispensabile correlato dell’idea d’inconscio collettivo, indica l’esistenza nella psiche di forme determinate che sembrano essere presenti sempre e dovunque.
Inizialmente, Jung li aveva definiti Urbilder , ovvero immagini primordiali, a tale definizione che risale al 1912 si aggiunge quella definitiva del 1919, archetipo appunto.8 Jung è indotto nella scelta del termine dalle “idee principales” di Sant’Agostino poiché esse contengono in forma chiara il contenuto e il senso: “… Les idees principàles (idee originarie) sono forme stabili e immutabili […] che non sono state create e perciò sono eterne e si presentano nello stesso modo, e che sono contenute nell’intelligenza divina…”9
Successivamente, nel 1946, Jung opera un’importante distinzione tra l’“archetipo in sé”, cioè l’archetipo potenzialmente insito in ogni struttura psichica, non percepibile; e l’archetipo attualizzato, divenuto percepibile, entrato nel campo della coscienza e che si presenta in seguito come immagine archetipica. In questo caso la sua manifestazione varia in maniera costante al mutare delle condizioni entro le quali si pone in essere. Ci sono, per così dire, immagini archetipiche che diventano efficaci solo in determinate circostanze, dopo essere giaciute nell’inconscio fino ad un attimo prima. L’archetipo rappresenta in sostanza un contenuto inconscio che viene modificato attraverso la presa di coscienza proprio per il fatto di essere percepito, e ciò avviene secondo la coscienza individuale nella quale si manifesta10.
L’archetipo non possiede solamente la possibilità di rappresentarsi in un modo statico, ad esempio come immagine primordiale, ma ha anche un modo dinamico processuale, per esempio nei processi di differenziazione della coscienza. Si possono persino stabilire una successione degli archetipi, a seconda che essi riguardino un numero più o meno alto di persone11. Jung chiama gli archetipi “organi psichici” e sostiene che il significato ultimo può essere circoscritto e non descritto.12
Gli archetipi sono determinati nella forma, ma non nel contenuto. Tanto più l’archetipo non è preciso nella forma, quanto più profondo è lo strato dell’inconscio collettivo da cui si presume che sorga; uno strato nel quale i simboli non esistono che come sistema di assi, privi ancora di contenuto individuale, non sono ancora differenziati dal sedimento della catena infinita dell’esperienza individuale, che essi, ad ogni modo, precedono.13
Se il problema è legato al tempo e alla personalità, sarà molto complicata la veste con la quale l’archetipo si esprime, ma al contempo essa sarà anche più delimitata e precisa; al contrario, quanto più impersonale e generale è ciò che l’archetipo vuole illustrare, tanto più semplice e non delineato sarà il suo linguaggio14. Possiamo dire che il numero degli archetipi non è infinito. Nella vita si presentano tanti archetipi, quanto è il numero delle situazioni tipiche. La ripetizione continua ha impresso queste esperienze nella nostra costituzione psichica, ma non lo ha fatto nella forma di immagini dotate di contenuto, bensì, inizialmente, come “forme senza contenuto” atte a costituire la possibilità di un certo tipo di percezione e azione. L’archetipo si attiverà qualora si presenti una situazione che gli corrisponde e si sviluppa una strada, che si apre un varco a fronte di ogni ragione o volontà15
Per Jung la somma degli archetipi corrisponde alla somma di tutte le latenti possibilità della psiche umana: un’inesauribile materiale di antichissime cognizioni su profondi nessi esistenti fra Dio, l’uomo e il cosmo che lo circonda. I motivi delle immagini archetipiche li ritroviamo in tutte le mitologie, favole, tradizioni religiose e in tutti i misteri. L’archetipo, fonte primordiale dell’esperienza umana universale, giace nell’inconscio, e di qui invade in maniera potente l’ambito della nostra vita17.
Riassumendo quanto detto in precedenza, la tesi di Jung, così come egli la descrive, è che, oltre alla coscienza immediata, che è di natura del tutto personale, esiste un secondo sistema psichico, che ha però una natura collettiva, universale e impersonale, che è comune a tutti gli individui. Questo inconscio collettivo, non deriva dall’esperienza, non si sviluppa individualmente, ma è ereditato. Consiste in forme preesistenti che sono gli archetipi, che possono divenire coscienti solo al momento che vengono “attivati” e danno una forma ben precisa a determinati contenuti psichici18.
Sappiamo come Jung, per dimostrare l’esistenza degli archetipi, prendeva in considerazione determinate forme psichiche che producono gli archetipi. Egli aveva trovato queste forme principalmente nei sogni, cogliendone di essi l’aspetto della libertà, della spontaneità, della psiche inconscia, e tutti quegli elementi che non essendo inquinati da un’intenzione cosciente, si esprimevano in tutta la loro forza senza i vincoli imposti dalla coscienza19. Nella interpretazione Junghiana dei sogni, ha un’importanza fondamentale il fenomeno psichico generalmente definito con il concetto di simbolo.
Abbiamo già detto come l’archetipo sia costituito per Jung, da dei prototipi di insiemi simbolici così profondamente iscritti nell’inconscio, da costituirne la struttura. Gli archetipi si manifestano come delle strutture psichiche quasi universali, innate o ereditate; una specie di coscienza collettiva che si esprime attraverso dei simboli particolari, carichi di una grande energia20. Queste rappresentazioni possono cambiare, almeno apparentemente, a causa delle diversità di cultura e di periodo storico, ma hanno tutte una medesima struttura, un insieme identico di relazioni; nondimeno è necessario non tralasciare l’importanza del condizionamento individuale, non bisogna cioè trascurare la realtà dell’individuo, la situazione che egli vive. Il simbolo archetipico collega l’universale all’individuale. La riduzione che si realizza attraverso l’analisi, che raggiunge gli elementi fondamentali e li universalizza, deve accompagnarsi ad un’integrazione di ordine sintetico e individualizzante. I simboli hanno un carattere espressivo e impressivo, poiché da un lato esprimono in immagini i processi intimi, e dall’altro canto dopo essere divenuti immagine, dopo essersi materializzati, imprimono il loro senso su tali processi, dando così ulteriore impulso alla corrente psichica21. Prima di continuare la discussione sul simbolo, occorre precisare quale sia il rapporto e le differenze che intercorrono fra il segno e il simbolo. Afferma Jung: “A mio modo di vedere il concetto di simbolo va rigorosamente distinto dal concetto di mero segno. Significato simbolico e significato nell’ambito della semeiotica sono due cose completamente diverse”. Non è espressione simbolica ciò che è analogia o denominazione abbreviata, ma, bensì, si può definire simbolico tutto quello che ci riferisce nella maniera più esauriente di una cosa della quale si conosce ancora poco22. La parola tedesca che equivale a simbolo è Sinnbild, ed esprime con chiarezza la duplice origine del suo contenuto: il significato (Sinn) è di pertinenza della coscienza, e dunque del razionale, l’immagine (Bild) è di pertinenza dell’inconscio e dell’irrazionale. Il simbolo ha dunque la qualità per rendere conto della totalità dei rapporti che si svolgono all’interno della psiche, ad esprimerne le implicazioni e i contrasti, oltre che ad agire su di essi23. Afferma Jung, che il fatto che una cosa sia un simbolo, oppure no, dipende anzitutto dalla coscienza della persona che lo osserva. Per alcuni un oggetto apparirà come un simbolo per altri solamente un segno. Il simbolo non è né allegoria, né un segno; bensì l’immagine di un contenuto che trascende la coscienza24. Il simbolo rinvia a qualcosa di fondamentalmente sconosciuto. La connessione tra simbolo e ignoto è così profonda che quando un contenuto simbolico si rende noto e si lascia interpretare in termini concettuali, perde le sue caratteristiche di simbolo per divenire segno25. Il simbolo contiene un’eccedenza di senso rispetto al senso conosciuto. Una volta annullata questa distanza, la degenerazione è fatale, il simbolo muore e degenera in segno.
Asserisce ancora Jung che, finché il simbolo è vivo, è la migliore espressione possibile di un fatto, ed è vivo solamente finché è gravido di significato. Quando questo viene alla luce e si scopre la formula presagita, il simbolo muore e conserva solo un valore storico26. Per mantenere la sua vitalità il simbolo deve superare l’interesse intellettuale ed estetico, e suscitare anche una forma di vita; è vivo solamente il simbolo che è veicolo di un presagio non ancora riconosciuto, in quel momento induce l’inconscio alla partecipazione genera la vita e stimola lo sviluppo27. Il simbolo si rivolge sia alla parte cosciente, sia all’inconscio, possiamo spiegarlo e sentirlo, ma esso porta comunque all’interno di noi un sovrappiù che guida la nostra razionalità al di fuori dei percorsi abituali dell’intelletto.
Il simbolo, insomma, non rinvia a nulla di noto: “Un simbolo non comprende e non spiega, ma accenna, al di là di sé stesso, a un senso ancora trascendente, inconcepibile, oscuramente intuito, che le parole del nostro linguaggio attuale non potrebbero adeguatamente esprimere.” Afferma Jung in “Geist und Leben” (spirito e vita) nel 1926. Il simbolo è un termine, un nome, un’immagine, che, anche quando appartiene alla vita quotidiana, e dunque risulta essere a noi del tutto familiare, possiede al suo interno delle implicazioni che si vanno ad aggiungere al suo significato noto e convenzionale. Lo spirito che cerca di scoprire cosa vi sia al di là dell’evidenza, cosa si nasconda d’ignoto, è fatalmente condotto verso idee che stanno al di fuori, oltre, al di là della ragione intesa come razionalità.
La presentazione di termini simbolici avviene per mano dell’uomo proprio per l’incapacità di esprimere dei concetti che vanno al di là della ragione umana, e che non sapremmo chiarire o comunicare agli altri e a noi stessi in alcun modo. L’uomo tenta di esprimersi attraverso i simboli inconsapevolmente, ma anche spontaneamente per cercare di esprimere l’ineffabile e il non altrimenti comprensibile.28 La funzione di risonanza di un simbolo è attiva nella misura in cui il simbolo si accorda con la società, con l’epoca, con la circostanza e con la spiritualità di una persona.29 Il simbolo deve essere legato dunque, ad una psicologia collettiva determinata e la sua esistenza non può dipendere esclusivamente da una coscienza individuale. Il rapporto fra il sociale e l’individuale può essere armonizzato dal simbolo. Una delle sue funzioni è anche quella di collegare e armonizzare i contrasti. Jung chiama questa funzione “trascendente”; cioè la proprietà che hanno i singoli di stabilire una connessione fra due forze antagoniste, e di superare le contrapposizioni e di aprire così la strada al processo di progresso della coscienza.30 Attraverso questa funzione trascendente dei simboli si liberano, si collegano e si uniscono, forze vitali antagoniste ma non incompatibili che sono in grado di unirsi se non in un processo di sviluppo integrato e simultaneo31. Per quanto i simboli ci appaiono di difficile comprensione nella loro totalità, essi possiedono che una realtà, che ha una funzione attiva e importante nella vita immaginativa. Si forma una logica originale e non riducibile alla dialettica razionale, Jung sostiene che: “Il mondo parla attraverso il simbolo[…] e più il simbolo è arcaico e profondo[…] più diventa collettivo e universale. Più è astratto, differenziato e specifico più si avvicina alla natura dei fatti unici”32 Il simbolo, non è mai “questo” o “quello”. Si può dire che il simbolo è questo o quello nel senso che fa essere questa o quella cosa, nel senso che la eventua33.
Jung lamenta la povertà del linguaggio attuale e si auspica la creazione di un nuovo linguaggio, in modo che quest’ultimo possa dischiudere i rapporti che vanno oltre le parole della ragione. Quest’ultimo dice solamente come sono le cose, occorre trovare un linguaggio che non dice, ma ritorna alle cose originarie, dal detto a ciò che non è detto, e che dal detto è richiamato34. Jung rinuncia, di fatto, ad una sistemazione dottrinaria che porti ad un'interpretazione dei simboli, perché egli ritiene la lettura del simbolo come ritorno al fondo nascosto. L’esegesi35 Junghiana è questo tentativo verso un ritorno promosso dalla convinzione che, ciò che rimane nascosto e gelosamente custodito dal simbolo, non costituisca la sconfitta della coscienza, ma, anzi, il terreno adatto alla coscienza per favorirne lo sviluppo e la completamento36.Ritornando per un attimo sulla questione che riguarda l’efficacia del simbolo, si può aggiungere che un simbolo è realmente vivo solamente quando esso rappresenta, per chi lo osserva, l’espressione migliore e più alta possibile di qualcosa di presentito e ancora non conosciuto. Solo così il simbolo può generare una partecipazione inconscia. Quanto più il simbolo è vivo, più formulerà un aspetto essenziale dell’inconscio, e tanto più tale aspetto sarà diffuso, tanto sarà più universale l’azione del simbolo. Perché accada questo, il simbolo deve provenire da tutto quello che c’è di più complicato e differenziato in una data epoca. Un simbolo per potere avere effettivamente influenza su una moltitudine di soggetti, dovrà abbracciare i soggetti con un qualcosa di facilmente accessibile, di primitivo affinché la sua presenza sia al di là di ogni ragionevole dubbio. Solo se il simbolo abbraccia questo aspetto e lo esprime nel modo più profondo ed elevato la sua azione si può estendere a tutti. In questo consiste l’azione potente e liberatrice di un simbolo sociale37.
Il successo riportato dalla psicoanalisi, ha posto in grande rilievo alcune parole chiave quali: immagine, simbolo e simbolismo. La constatazione di quale sia stata l’importanza del simbolismo nella mentalità delle società primitive, ha rivelato la medesima importanza per le società tradizionali. Il superamento dello scientismo, del positivismo, del razionalismo in genere, è avvenuto sia in campo filosofico, ma anche in campo artistico, soprattutto con le ricerche del surrealismo38. L’approdo del simbolismo coincide di fatto con la comparsa dell’Asia nella storia occidentale, anche se questo sincronismo non viene del tutto da sé. Il riconoscimento del simbolo come mezzo conoscitivo avviene allorquando, l’Europa occidentale, si rende conto di non essere più la sola a fare la storia e si emancipa da essa considerando anche le culture altre, per non rimanere rinchiusa in un criterio prettamente etnocentrico.
La riscoperta dell’importanza del simbolismo per il pensiero arcaico ha fatto si che ci si potesse rendere conto, quanto, quei simboli che appartengono alla vita spirituale, siano impossibili da cancellare, laddove, a fronte di mutilazioni e degradazioni e smascheramenti di ogni tipo, di fronte all’inarrestabile cambiamento d’insegna, essi abbiano resistito così tenacemente non piegandosi allo scorrere del tempo39. Il pensiero simbolico, non è più un patrimonio esclusivo del bambino, o del poeta o dello squilibrato, come un tempo si credeva, esso è insito nel genere umano, cela all’interno alcuni aspetti della realtà, quelli più profondi e più reconditi e non conoscibili altrimenti40.
Le creazioni mitologiche e simboliche non sono creazioni irresponsabili della psiche, ma, anzi, esse rispondono a questa esigenza di mettere a nudo le modalità più segrete dell’essere. Perché l’uomo non è solamente “storico”, e quando egli evidentemente non lo è, non sprofonda nella brutalità del suo essere animale, ma ritrova le immagini primordiali, i sogni e le fantasticherie, di un “paradiso perduto”41. Se Freud ha avuto il grande merito di individuare l’inconscio personale, Jung ha scoperto l’inconscio collettivo e gli archetipi ad esso connesso. Facendo ciò, ha contribuito a creare una nuova chiave di lettura con la quale rianalizzare i sogni, i miti e le visioni42.
Questa descrizione del pensiero junghiano, della sua teoria riguardante la presenza di un inconscio collettivo comune più o meno a tutti gli esseri umani, che sottende all’inconscio personale costituendo di esso il suo substrato, dell’introduzione del concetto di archetipo, la riconosciuta importanza dei simboli, ci può dunque dare una chiave di lettura attraverso la quale interpretare le modalità della campagna elettorale del 1948.
In quell’occasione, il clima di grande euforia, di ansia, paura e di profonda volontà di partecipazione alla vita democratica del paese, sembra si, innescarsi a seguito dello svolgersi degli accadimenti storici, dalle generali difficoltà che la popolazione deve affrontare, dal peso di una guerra persa dal quale il paese sembra non riuscire ad affrancarsi, da una situazione politica internazionale che sembra avere dei paurosi inneschi con la politica interna, ma anche per le modalità della campagna elettorale, laddove i simboli utilizzati liberano gli archetipi dell’inconscio, impadronendosi delle coscienze individuali e collettive e mescolandosi così, sia al vissuto della società, sia a quello individuale.
Secondo questo punto di vista, sarebbe più facile intendere in maniera corretta, la forte e reiterata presenza di proclami che si rifanno a valori universali, piuttosto che ad un piano programmatico atto alla ricostituzione di un ordine politico, sociale ed economico1.
Ancora più chiara appare la spinta alla partecipazione alla vita politica del paese, come se d’un tratto si fossero liberate forze sconosciute alla coscienza, ma interiorizzate nell’inconscio collettivo, quasi fosse un’energia che trae origine da motivi sconosciuti, ma fortemente radicati nell’animo della collettività.
La successiva analisi dei manifesti, dunque, non sarà basata, ad una analisi epistemologica e nemmeno ad una valutazione della realizzazione artistica del manifesto, ma cercherà di individuare gli elementi simbolici presenti nella grafica di allora, considerandone, dunque, l’aspetto psicanalitico. Si cercherà di percepire all’interno di ogni singolo manifesto la presenza degli archetipi dell’inconscio collettivo, per decretare il valore simbolico contenuto in essi.
1 L’idea di una “epidemia archetipica” della complicazione con i vissuti sociali ed individuali, della degenerazione in una schizofrenia collettiva è contemplata in un saggio di Claudio Bonvecchio: “Sangue e aurora: ordine politico e ordine simbolico”, nel quale, l’autore prende in analisi il periodo storico della rivoluzione francese, analizzando i contenuti simbolici inerenti a quell’episodio, che viene definito, come: “un fenomeno di schizofrenia collettiva, il primo, forse, di una lunga serie di schizofrenie collettive.
1 C.G. Jung, Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Torino, 1980
2 Op. cit., p.3
3 Op. cit., p. 22
4 Op. cit., p. 22
6 Op. cit., p.23
7 Op. cit., p.4
8 Op. cit., p. 58
9 Op. cit., p. 59
10 Op. cit., p. 5
11 Op. cit., p. 58
12 Op. cit., p. 63
13 Op. cit., p. 64
14 Op. cit., p. 65
15 Op. cit., p. 49
16 Op. cit., p. 66
17 Op. cit., p. 68
18 Op. cit., p. 44
19 Op. cit., p. 49
20 J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, Milano, 1997, p.XIV
21 Op. cit., p. 120
22 Op. cit., pp. 483 - 484
23 Op. cit., p. 123
24 Op. cit., p. 484
25 U. Galimberti, La terra senza il male, Milano, 1988, p. 63 - 64
26 Op. cit., p. 484
27 Op. cit., p. 486
28 Op. cit., pp. 20 - 21
29 Op. cit., p. 496
30 Op. cit., p. 497
31 Op. cit., p. 498
32 Op. cit., XXXIV
33 Op. cit., p. 201
34 Op. cit., p. 202
35 Una definizione completa del concetto di “esegesi” viene formulata da H. Corbin contenuta in “Avicenne et le recit visionnaire”: Sotto l’idea di esegesi si annuncia quella di una Guida (l’esegeta), e sotto l’idea di exegesis traspare quella di un esodo, di una “uscita dall’Egitto” che è un esodo fuori dalla metafora e dalla schiavitù della lettera, fuori dall’esilio e dall’occidente dell’apparenza essoterica, verso l’idea dell’idea originaria e nascosta. In questo caso l’esegesi Junghiana.
36 Op. cit., p.206
37 Op. cit., p. 487
38 M. Eliade, Immagini e simboli, trad. it., Milano, 1998, p. 13
39 Op. cit., p.15
41 Op. cit., p. 35
42 M. Eliade, Spezzare il tetto della casa, Milano, 1997, p. 35
I manifesti della Democrazia Cristiana per la campagna elettorale del 1948 necessitano di una piccola nota introduttiva. La particolarità delle immagini in essi riprodotta ha una spiegazione anche nelle modalità della campagna elettorale stessa. La casa di produzione era la Spes, e la generalità dei manifesti, circa una cinquantina, fu promossa dai comitati civici.
L’azione dei Comitati Civici fu particolarmente fulminea. I C. C. come venivano chiamati, erano stati creati solamente nel febbraio del 1948[1], a pochi mesi dalle elezioni, ma riuscirono a produrre un volume di propaganda notevole, nonostante il poco tempo materiale avuto a disposizione.
Il fondatore dei comitati civici fu Luigi Gedda, personaggio legato agli ambienti della Chiesa e che dalla Chiesa, direttamente dalla persona del Papa Pio XII[2] aveva ottenuto di fondare i comitati civici allo scopo di fare fronte alla organizzazione capillare del Partito Comunista Italiano. E’ fondamentale ricordare che la struttura messa in opera da Gedda, servì a dare voce alle altre associazioni cattoliche, che non avevano modo di poter fare politica dovendo attenersi alle norme concordatarie del 1929, nelle quali si specificava come la Chiesa non potesse fare propaganda. Oltre ai cinquanta manifesti citati vi fu una grande produzione di volantinaggio e la stampa di un periodico in 250.000 copie denominato il “Collegamento” e che ebbe grande diffusione nel Paese.[3]
I manifesti della democrazia cristiana si avvalsero dell’opera grafica di uno dei più affermati professionisti dell’epoca: Gino Boccasile. Il medesimo autore che aveva prodotto i manifesti delle “signorine grandi firme” e già autore di alcune opere realizzate per conto della Repubblica di Salò. Era stato istituito per l’occasione anche un “Ufficio psicologico” per la preparazione di tali manifesti. Turi Vasile ne era il direttore.[4]
[1] Luigi Gedda, 18 aprile 1948, Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del fronte popolare, Milano, 1998, p. 120
[2] Il Papa Pio XII più volte era entrato in netto contrasto con De Gasperi, era deluso da quella che riteneva essere una mancanza di giudizio da parte della Dc.
[3] S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, Venezia, 1992, p. 102
[4] Op. Cit., S. Lanaro, p. 102 - 103
Questo manifesto, edito dalla Spes1 e commissionato dalla Democrazia Cristiana per la campagna elettorale del 1948, presenta diverse caratteristiche interessanti, che si prestano ad una lettura interpretativa feconda e di notevole rilievo sotto il profilo della presenza di immagini cariche di simbolismo.
Il manifesto ha uno sviluppo verticale.
L'immagine nel suo complesso, è composta da tre elementi fondamentali: la presenza inquietante dei serpenti sul fondo, la famiglia serena e la spada con annessa iscrizione a rappresentare un'istanza di separazione fra i due elementi precedentemente descritti.
Di grande importanza risulta essere l’apporto delle diverse colorazioni che fanno da sfondo all’immagine. Il colore nero sul fondo del manifesto, la colorazione aurorale che si staglia alle spalle della famiglia riunita.
Partendo dal basso, osserviamo lo stagliarsi di alcuni serpenti sul fondo scuro, e due scritte che accompagnano la curvi linearità degli stessi: "divorzio", "libero amore".
Nella simbologia generale il serpente si distingue da tutte le altre specie animali, alla pari dell'uomo, solo che ne costituisce in qualche modo l'opposto; come l'uomo appare il risultato di una profonda trasformazione genetica e, comunque, il raggiungimento di un risultato complesso; così, d'altro canto, il serpente, senza né zampe, né peli, né sangue caldo sembra essere all'inizio di questo percorso di metamorfosi. Da questo punto di vista l'uomo e il serpente sono opposti e complementari.
E' possibile ritrovare nell'uomo una parte del serpente, soprattutto in colui che non usa adeguatamente il suo intelletto; Jung afferma: " il serpente è un vertebrato che incarna la psiche inferiore, lo psichismo oscuro, ciò che è raro, incomprensibile e misterioso." La semplicità del serpente è in qualche maniera scandalosa.2 Mentre la Cristianità ha sempre considerato il serpente come elemento negativo e maledetto, le sacre scritture documentano due aspetti simbolici del serpente.
Nei "Numeri", Dio, invia i serpenti che fanno morire gli israeliti, ma il popolo eletto ritrova, nel serpente stesso, la strada per ritornare alla vita nelle istruzioni che il supremo divino da a Mosè:" Allora il Signore mandò fra il popolo i serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d'israeliti morì." Il popolo venne a Mosè e disse:" Abbiamo peccato perché abbiamo parlato male contro il signore e contro di te; prega il signore che allontani da noi questi serpenti." Mosè pregò per il popolo e il signore gli disse:" Fatti un serpente e mettilo sopra l'asta; chiunque, dopo essere stato morso lo guarderà, resterà in vita."3
La figura più rinomata all'interno del mondo cristiano rimane, comunque, quella del serpente di Eva, condannato a strisciare, e il serpente o drago cosmico del quale S. Giovanni nell'apocalisse, determina la sostanziale disfatta. “Il grande drago, cioè il serpente antico, colui che chiamano il diavolo e Satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli." (Apocalisse, 12,9)
Il seduttore iniziale, diviene ripugnante, non è il potere incontestabile del serpente che viene messo in dubbio, ma la sua origine che appare come un'acquisizione furtiva: il sapere del serpente diviene maledetto, e il serpente che è dentro di noi diviene causa dei vizi che ci portarono alla morte.
Nell’archetipo del racconto biblico il serpente dà intendere ad Adamo che l’albero della morte è in realtà l’albero della vita. Esso stesso ne mangia tutti i frutti, egli si presenta così carico di tutti i peccati. Nella tradizione il serpente è l’avaro, l’orgoglioso, colui che accumula beni temporali, simbolo della lussuria essendo stato il più maligno degli animali avendo tolto a Eva il pudore virginale, avendo ispirato il desiderio del coito bestiale. 4
Le due scritture che accompagnano i serpenti, quasi assecondandone la loro curvilinearità: ”Divorzio”, “Libero amore” stanno ad indicare la forza tentatrice del rettile maligno nei confronti della famiglia soprastante.
Di fondamentale importanza e il fondo di colore nero nei quali i serpenti si situano nella dinamica tentazione al peccato.
Il colore in generale ha un ruolo di fondamentale importanza a livello simbolico, ed ha una rilevanza universale, non soltanto dal punto di vista geografico; la cosa più importante è che esso investe tutti i campi della conoscenza e dell’essere, le interpretazioni possono variare a seconda delle diversità delle culture e delle aree geografiche, ma l’importanza e la presenza del colore è costante.5
Nella sua accezione simbolica più comune, il nero è assunto come un simbolo del freddo, del negativo. E’ associato alle tenebre primordiali, al mondo indifferenziato e non formato. Occorre ricordare che il buio è il dominio del germe, e che il nero come è ben sottolineato da Jung, è il luogo delle germinazioni, il colore delle origini, degli inizi, di ciò che è ancora occulto, precedente all’esperienza numinosa della nascita. In più esso è il segno della morte, come il bianco peraltro, con la differenza che il bianco promette un aldilà, il nero segna la morte definitiva, senza speranza.6 A tal proposito proprio l’Adamo ed Eva dello zoroastrismo7 si vestono di nero al momento della cacciata dal paradiso. E’ inoltre evocatore della confusione e del disordine, il nero è l’oscurità delle origini e precede la creazione di tutte le religioni.
Il nero è collegato all’idea del Male, ovvero, a tutto quello che si oppone o ritarda il progetto di evoluzione, voluto dalla divinità, esso evoca quello che gli Indù chiamavano ignoranza, l’Ombra di Jung8, il diabolico serpente - drago che è indispensabile vincere per assicurarsi la propria metamorfosi. Possiamo osservare che i serpenti neri, e il colore dove essi si stagliano, attivano lo stesso tipo di archetipo.
La spada che si pone fra le due figure opposte, cioè, i serpenti e la famiglia trina, è il simbolo della potenza e della virtù militare legata all'idea di potenza. Quest'ultima ha senz'altro un potere distruttivo, ma questa sua distruttività è inserita in un contesto di difesa dalla malvagità, e dunque assume un valore positivo, dato che possiede il carattere della forza che protegge con vigore la posizione della famiglia felice dagli incubi proposti dai serpenti, cioè la rottura del loro patto d’amore, d’unione. La spada è anche il simbolo della guerra santa. Questa guerra è prima di tutto una guerra interiore, tale può essere il significato della spada portata da Cristo (Matteo,10,34) "Non crediate che sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada." Possiede in sé il duplice aspetto della costruttività e della distruttività, un simbolo del verbo , della parola. In generale, nella tradizione cristiane la spada richiama alla spada nobile dei cavalieri e degli eroi cristiani. Citate di sovente nelle chanson de geste, le spade stesse assumono dei nomi significativi. I nomi dimostrano la personalizzazione della spada, ed ad essa è associata l'idea di luminosità e di chiarezza. 9
Non è assolutamente estranea, dunque, l'iscrizione presente sulla spada. Essa richiama all'idea di baluardo e di difesa estrema che la spada metaforica, e in realtà il "voto cristiano", opera nei confronti delle serpi tentatrici che vorrebbero portare allo stravolgimento dei valori.
La spada è anche luce e lampo, in quanto frammento della Croce luminosa, tale era definita dai crociati. Questa immagine della spada scintillante è presente anche in altre culture: la spada sacra giapponese deriva dal lampo, il Bodhissatva10 porta la spada fiammeggiante ed è simbolo della lotta per la conquista della conoscenza e per la liberazione dai desideri. Essa taglia l’oscurità dell’ignoranza o il nodo dei grovigli (Govinda), anche la spada di Visnhu, fiammeggiante anch’essa, è il simbolo della conoscenza pura e dell’eliminazione dell’ignoranza.
Altri due significati simbolici sono attribuibili alla spada. Può essere interpretato come freccia. E’ il simbolo della penetrazione e dell’apertura. L’orifizio è una luce.
La freccia rappresenta così il pensiero che introduce la luce e l’organo creatore che apre per fecondare. Una luce che rischiara lo spazio chiuso aprendolo, un raggio solare, che costituisce un elemento fecondante, atto a separare le immagini. Essa è anche generalmente ritenuta, simbolica degli scambi fra il cielo e la terra, in particolare, come in questo caso, essendo questa rivolta verso il basso, è simbolo dell’attribuzione divina, come la folgore primitiva o il raggio di luce o la pioggia che feconda.11
Questa interpretazione appare, quanto mai azzeccata se messa in relazione all’elemento colore, e dunque riflazione di luce nello sviluppo complessivo del manifesto. Infatti quella luce, quella fecondità, di cui si parla, ha, di fatto, inizio solo allorché la spada interviene come elemento di stacco fra lo strisciare ambiguo e molesto dei serpenti e l’abbraccio caldo dei genitori che si stringono intorno al figlio.
Strettamente collegato alla simbologia della spada e a quella della freccia, possiamo individuare, nell’arma impugnata, la figura del fallo. E’ interpretabile come potenza generatrice, fonte e canale del seme. Nella religione ebraica il fallo era considerato come il principio di tutto ciò che vive, e ancora, come fattore d’equilibrio e di sostegno dell’ordine del mondo.12
Di qui, la sua forza creatrice che è brandita contro l’oscurità del male, contro il disegno degenerativo delle serpi. Tale forza impedisce lo sviluppo delle idee sataniche, e di fatto, rende possibile la serenità della famiglia dietro alla quale si genera una speranzosa aurora.
La spada è saldamente impugnata da una mano. Nella tradizione biblica e cristiana la mano è simbolo di potenza e di supremazia del divino.
Nell’antico testamento, riferendosi alla mano di Dio, la mano significa Dio, nella pienezza della sua potenza ed efficacia; una mano che protegge e crea, ma che distrugge chi gli si oppone. La mano destra è in particolare quella delle benedizioni, mentre quella sinistra è quella delle maledizioni.13
La scrittura sulla spada retta dalla mano destra potrebbe rappresentare una forma di benedizione del voto cristiano. La mano è anche simbolo dell’azione differenziatrice, il significato si collega strettamente a quello della freccia e ricorda che il nome di Chirone, il Sagittario, deriva dalla parola mano (cheir), il cui ideogramma è una freccia.14
La famiglia possiede tutte quelle caratteristiche di serenità introdotte dallo stacco della mano che brandisce la spada. E’ composta da tre elementi che si riunisco in un abbraccio nel quale entrambi i genitori sollevano e sostengono il figlio.
Nel complesso della figura, l’uomo contiene la sua famiglia circondandola con un generoso abbraccio. Il braccio è il simbolo della forza e del potere, della concessione del soccorso e soprattutto in questo caso, della protezione.15 La figura della donna, cinta dal braccio dell’uomo, si presenta con una mano che sostiene in modo lieve e materno la piccola creatura, più che altro sostenuta dal padre. La sua postura, è tipica anche dell’atto della preghiera, così come la testa leggermente protesa verso l’alto.
La figura del figlio è d’estrema serenità, le braccia sono sospese in una condizione di completo affidamento del proprio equilibrio alle figure genitoriali.
E’ altresì importante sottolineare come ci troviamo di fronte ad una struttura familiare che ricorda la Sacra Famiglia, questo anche per l’apporto fornito all’immagine dallo sfondo aurorale, che sembra incorniciare la famiglia in una specie di aureola. Contiguamente, il fatto che la famiglia sia composta da tre elementi ci fa ricordare come il numero tre sia universalmente ritenuto come il numero fondamentale dalle culture di tutto il mondo.
Esprime l’ordine intellettuale e spirituale, in Dio, nell’uomo e nel cosmo, espressione della totalità e del compimento.16
E’ rappresentata dalla colorazione gialla intensa che appare alle spalle dell’unità familiare, che degrada lentamente verso l’esterno del manifesto in un altrettanto calda colorazione arancione. Il giallo è il più caldo ed espansivo dei colori, luce che si riflette senza limiti, come i raggi del sole. Afferma Kandinsky: “il giallo ha una tale tendenza al chiaro, che non esiste una gradazione di giallo, molto scuro, in questo senso il giallo e il bianco sono riuniti da grosse affinità”.17
Superando l’elemento colore, non possiamo non notare come questo rappresenti un chiaro simbolo aurorale. Nella generalità della cultura, l’aurora è il simbolo del risveglio gioioso. Alla lunga notte rappresentata dalle serpi che si agitano nel mondo oscuro, disordinato e non generato, si contrappone la luce aurorale a significare la fine della notte , a risvegliare le nostre ricchezze e tutte le cose che ci circondano.
L’aurora è anche portatrice di ordine, favorisce la lontananza degli odi, ed è ricca di felici presagi per il futuro. Con tutta le sua ricchezza simbolica è indicatrice della enorme potenza divina e l’annuncio della sua vittoria sul male e sul buio che accompagna la malvagità.18
Come abbiamo visto, il manifesto da noi denominato. “Voto cristiano”, possiede delle immagini di alto contenuto simbolico. Dapprima, secondo la metodologia che ci siamo proposti, si è voluto analizzare la visione generale del manifesto allo scopo d’individuarne una struttura generale dello stesso. Poi, si è preso in considerazione ogni singolo fattore simbolico. Per completezza, ci sembra opportuno analizzare il manifesto nel suo complesso alla luce dell’analisi esperita.
Per prima cosa la distribuzione degli elementi nello spazio segue uno sviluppo verticale, che è una dato di fatto visivo, ma anche un criterio di elevazione di tipo morale.
Nella parte più bassa e più scura, quella dove trovano spazio i serpenti e le due scritte: “divorzio” , “libero amore” troviamo senza ombra di dubbio lo spazio riservato ai valori negativi; diretto a sottolineare come essi siano frutto dell’azione maligna dei serpenti. Le scritte come già sottolineato seguono un andamento curvilineo a sottolineare l’identità con i rettili.
L’elemento “spada” protegge, a tramite del voto cristiano, la famiglia soprastante, induce a un cambiamento totale della scena introducendo la luce aurorale, simbolo della rinascita e della possibilità del generare. La mano che regge la spada incute fiducia e timore per quanto appaia salda e fondata la sua presa. La famiglia è il richiamo finale, la realizzazione di un desiderio di tranquillità e sicurezza, di rispetto per l’istituzione famigliare benedetta dalla fede, contro il richiamo satanico dei serpenti, contro l’avversità di un mondo che non potrebbe reggersi né sul libero amore, né, tantomeno, sul divorzio. Ed è allora che si avverte quel senso di serenità, di ricominciamento, che si realizza alla luce della vita, dei valori cristiani, alla luce intesa e vitale dell’aurora.
Il tema della salvaguardia dei valori della famiglia ha un ruolo fondamentale in questo manifesto, la sua importanza è dovuta e ben riconoscibile nella situazione politica del tempo, nella quale, venivano riconosciuti fra i valori promossi al comunismo anche quelli di una maggiore libertà rispetto all’istituzione del matrimonio, ed una generale mancanza relativa ai valori della vita che sempre sono stati riconoscibili come elementi della cristianità.
1 La Spes: studio, propaganda e stampa, nata di fatto nell’agosto del 1945
2 J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Milano, 1997, vol. II, p. 358
4 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. II, p. 370
5 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. I, p. 301
6 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. II, p. 123
7 Per Zoroastrismo s’intende secondo le ultime tendenze degli studi, la dottrina esoterica particolare della religione iraniana, che ha le sue radici nel mazdeismo.
8 Il discorso intorno all’Ombra è una delle tappe fondamentali negli studi del psicanalista svizzero: il regno del perfetto non può dirsi realmente tale , se non comprende al suo interno anche il suo volto scuro, ovverossia l’Ombra. Questa è una parte del nostro inconscio personale, e se l’inconscio collettivo è una unità dinamica e vitale, necessita anche della sua parte oscura.
9 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. II, p. 413
10 Termine sanscrito (colui la cui essenza è il risveglio, l’”illuminazione”, che nel buddismo sta ad indicare chi, giunto attraverso progressivi stadi d’illuminazione alla soglia alla soglia del nirvana, rinuncia per aiutare gli altri a raggiungere la liberazione.
11 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. II, pp. 465 - 466
12 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. I, p. 434
13 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. II, p. 64
14 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. II, p. 65
15 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. I, p. 154
16 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. II, p. 486
17 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. I, p. 499
18 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. I, p. 117
Questo manifesto, edito dalla Spes per la democrazia cristiana ed utilizzato nella campagna elettorale del 1948, ha uno sviluppo verticale.
In esso possiamo distinguere la figura predominante di un castello, dal quale viene fatto sollevare un ponte levatoio.
Sotto di esso si agita una folla impotente di uomini che brandiscono i pugni e stemmi del comunismo, a questa moltitudine si oppone la forza dello stemma dello scudo crociato.Dietro la merlatura del castello e dunque al sicuro da ogni pericolo, sventola la bandiera italiana, al fianco della quale compare la scritta “non si passa”.
La figura del castello in questo manifesto, è a dire poco dominante. La sua dominanza si rileva sia nelle immense dimensioni del ponte levatoio, sia nelle altissime mura, che si oppongo ad una folla che apparentemente nulla può fare per opporsi contro la solidità dell’edificio.
Il castello è generalmente raffigurato come un elemento atto ad infondere sicurezza.
E’ un simbolo di protezione, assai più della casa, per forza delle sue alte mura che sembrano opporre diniego a qualsiasi avversità.[1] Molto spesso è raffigurato in una posizione difficilmente accessibile, in una collocazione isolata, separata dal resto, racchiude qualcosa di lontano e di desiderabile.[2] In questo caso non appare così, ma il valore simbolico è del tutto invariato.
La forma della Gerusalemme liberata ad esempio, era una roccaforte irta di torri e di guglie altissime[3], nei secoli il castello è sempre rappresentato così.
Il castello raffigurato in questo manifesto, non propone argomenti né di tipo favolistico, né con particolari significati appartenenti al mondo del magico. Contrariamente ad altre raffigurazioni, l’immagine qui proposta è priva di alcune particolarità che caratterizzerebbero ulteriormente l’edificio[4], ma propone il tema unico dell’innalzamento delle mura di fronte al nemico comunista. La forma della merlatura è tipica dei castelli medievali, dove storicamente si radunava il popolo del borgo allorquando infuriavano le scorribande o pericoli di qualsiasi tipo. Si rivolge a livello d’immagine ad un vissuto storico della realtà italiana, come ad esempio a quello dell’Italia comunale, o ancora di più al Rinascimento, dove la specificità del popolo italiano aveva iniziato a prendere forma.
Una specifica trattazione merita il ponte levatoio. Ci dobbiamo chiedere innanzitutto se ha valenza per la qualità specifica di ponte o se piuttosto rappresenti una sorta di porta.
Analizziamo, con cura, i due aspetti. Il ponte rappresenta il passaggio dalla terra al cielo, dallo stato umano a quello sovrumano, dalla contingenza all’immortalità, dal mondo sensibile a quello insensibile.[5] Sono spesso simbolo del passaggio, ad esempio, quello che le acque separano dall’aldilà, in sostituzione del barcaiolo che traghetta le anime.[6] La stessa definizione di Pontifex, letteralmente costruttore di ponti, che significa in latino: sacerdote, egli è nel caso specifico costruttore e ponte, essendo mediatore tra cielo e terra.[7]
Nella tradizione iconografica cinese, il ponte che conduce nel mondo dell’aldilà è stretto e coloro che hanno peccato, cadono in un fiume pieno di liquami sanguinolenti e purulenti.[8] Alla luce di questi due esempi circa la definizione simbolica di ponte, possiamo rianalizzare il manifesto in questione. Il contesto nel qual è inserito lascia pensare che la sua interpretazione simbolica debba essere un’altra.
Il ponte non è affatto stretto, non s’intravede alcun corso d’acqua, non vi è alcun motivo di pensare che ci sia un passaggio verso un aldilà. E’ vero che la massa inquieta che si agita alle soglie del castello ha qualche somiglianza con la moltitudine di dannati che si accalcano sulle rive dell’Acheronte come fu raccontato da Dante nella Divina commedia, ma l’interpretazione da questo punto di vista rimane difficile, o almeno non esaustiva. Proviamo a considerare il ponte che si oppone all’entrata della folla come se si trattasse di una porta. La porta rappresenta il luogo di passaggio fra due stati differenti, fra mondi che talora sono opposti l’uno all’altro: fra ciò che si conosce e ciò che è invece del tutto oscuro e non conosciuto: da una parte l’incertezza delle tenebre, dall’altra la ricchezza della luce.[9] Non è solo lo spazio deputato all’accesso ad un semplice ingresso, ma è una reale apertura per quello che è posto dietro ad essa. Se il ponte indica un accesso, la porta indica invece l’accesso metaforico ad una zona fondamentale.[10] Essa rappresenta un segno di confine, una soglia fra condizioni diverse dell’esistenza, dove l’atmosfera cambia a seconda dalla parte della porta in cui ci si pone.[11] Nel simbolismo cristiano, la tendenza di fondo si attiene a quanto dice Gesù di sé stesso nel vangelo secondo Giovanni (10, 7), Gesù allora continuò: ”In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore… Io sono la porta. Chi entrerà attraverso di me sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà il pascolo. Il ladro non entra che per rubare sgozzare e distruggere. Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in sovrabbondanza.”
La porta assume anche un significato escatologico[12], è un luogo di passaggio, ma soprattutto d’arrivo, la possibilità d’accesso ad una realtà superiore. Persino il ritorno di Cristo descritto in Marco (13, 29) recita di un viaggiatore, Cristo stesso, che giunge davanti alla porta e bussa: “Il Figlio dell’uomo è alla porta”.
In generale, nella tradizione cristiana la porta assume un significato di primaria importanza, fino a giungere alla conclusione che la porta sia una designazione del Cristo stesso: Giovanni (10, 1-10), egli è la sola porta attraverso la quale le pecore possono giungere all’ovile, cioè al regno degli eletti.[13] Riassumendo quanto detto fino ad ora possiamo dire che sia nella simbologia relativa alla porta, sia in quella relativa al ponte, si possono individuare degli elementi funzionali alla nostra volontà di chiarire, cosa questo manifesto abbia volutamente trasmettere alla coscienza di chi lo osserva.
Lo scudo è un’arma. Può essere di difesa come anche d’offesa. Dipende dalla fattura dalla quale è composto, e dalle eventuali iscrizioni che vi sono apposte. Spesso lo scudo è l’opposizione del cosmo contro chi viene fronteggiato.[14] San Paolo descrive accuratamente l’armatura che deve indossare un cristiano nell’affrontare un combattimento spirituale. Lo scudo è un elemento fondamentale rappresenta la Fede, contro la quale il Maligno va inesorabilmente a cozzarci contro.
La Fede spegnerà i dardi infuocati del Maligno, spegnerà le fiamme, in questo attributo, lo scudo assume un compito del tutto spirituale, la sua battaglia spirituale è rivolta contro l’eresia e contro le tentazioni della carne. Significativo è l’attributo rinascimentale che viene dato allo scudo. Nel dipinto del Mantegna “la Saggezza vittoriosa sui vizi” Minerva imbraccia uno scudo traslucido, come attributo della forza, della vittoria e della castità.[15] Lo scudo crociato, simbolo del partito della democrazia cristiana, rappresenta un particolare valore di difesa della cristianità contro gli infedeli.
Poco rimane da dire sulla folla che si accalca sullo sfondo del manifesto. Si vede la dannazione della stessa, i visi urlanti e sconvolti, atterriti, dalla forza dello scudo crociato, che s’oppone alla sua entrata nel castello. I simboli agitati, quelli della falce e martello, sono arma inutile e demoniaca.Al solito la colorazione rossa ha un duplice significato: quello del cromatismo del partito politico avverso, e quello di conferire un aspetto sanguinario e demoniaco, un’appartenenza agli inferi che bene si collega alla simbologia del rosso. Infatti, nell’arte cristiana tradizionale il rosso era il colore sacrificale dei martiri e dunque del martirio di Gesù. Poi più avanti diviene, come dicevamo prima, il colore del diavolo e dell’inferno e degli animali da ritenersi sospetti, come la volpe.[16]
Questo manifesto conferma la valenza simbolica presente anche negli altri.
Possiamo dire, a scopo semplificativo, che il castello, inespugnabile fortezza, contiene i valori tipici del popolo italiano, li protegge e li contiene allo stesso modo in cui viene difeso il vessillo della bandiera italiana che sventola sulla sommità dello stesso. Lo stesso edificio per la sua merlatura, richiama il rinascimento italiano, non ha torto l’epoca nella quale si fondano le radici e lo splendore della nostra nazione.
La protezione deriva da quel ponte levatoio, da quella porta che sembra potersi scagliare e abbattere con forza sulla folla di figuri urlanti e demoniaci che assumono la valenza dell’oppressore straniero: lo straniero di fatto e lo straniero rispetto alla tradizione cattolica. Il suo scudo crociato assume la forza di un’arma impugnata contro chi, alla violenza e alla volontà demoniaca di opprimere, oppone la Fede e i valori che essa propugna. Al riparo nel castello, c’è la nostra storia, i valori della nazione, il valore inestimabile della fede.
Il messaggio è chiaro. Il baluardo ultimo, è la Fede e il partito che la rappresenta, che si fa portatore dei valori cattolici. Basta la forza di quello scudo per atterrire chi non condivide quei valori, e anzi, li vorrebbe distrutti. E’ qui che lo scudo non appare più solo forza d’opposizione, non più passivo diniego delle pretese altrui, ma sembra pronto ad abbassarsi come una scure sulla folla disgraziata, delirante e violenta. Dal punto di vista del panorama politico del 1948 l’affidamento alla Dc sembra l’unico rimedio contro la perdita dell’identità nazionale e dei valori della cristianità, nel timore di un’invasione di valori e di credenze avverse a quelle italiane.
[1] J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Milano, 1997, vol. I, p.217
[2] Op. Cit., J Chevalier, A. Gheerbrant, vol. I, p. 217
[3] Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, vol. I, p. 217
[4] Ad esempio esiste la figura del castello nero, definitivamente condannato a rimanere insoddisfatto, è l’immagine dell’inferno, del destino fissato senza speranza di ritorno. Il castello bianco è invece simbolo di destino perfettamente riuscito e di perfezione spirituale. Il simbolo del castello a luci spente è il simbolo dell’inconscio, del confuso, esattamente il contrario del cancello con le luci accese che significa candore, coscienza e progetto messo in opera.
[5] Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, vol. II, p. 238
[6] H. Biedermann, Enciclopedia dei simboli, Milano, 1991, p. 412
[7] Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, vol. II, p. 238
[8] Op. Cit., H. Biederman, p. 413
[9] Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, vol. II p. 240
[10] Op. Cit., H. Biedermann, pp. 412 - 413
[11] Op. Cit., H. Biedermann, p. 415
[12] Parte della Teologia che ha per oggetto l’indagine degli stadi finali dell’uomo e dell’universo.
[13] Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, vol. II, p. 243
[14] Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, vol. II, p. 351
[15] Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, vol. II, p. 351
[16] Op. Cit., H. Biedermann, p. 450
Questo manifesto prodotto dalla Spes su commissione della Dc presenta caratteristiche comuni ad altri manifesti del periodo. Insiste, soprattutto, sul tema della corona turrita, della mano, e dei colori che accompagnano lo svolgimento del manifesto, dando ad esso un connotazione più precisa. Dall’alto verso il basso possiamo notare, una mano aperta nell’atto del carpire, sbucare dal buio di un cielo completamente nero. Poi la colorazione s’addolcisce e compare la corona turrita, questa giace sulla testa di una donna e intorno a lei, si sviluppano i colori chiari, caldi e forti dell’aurora. In basso leggiamo la scritta “difenderai il tuo comune, difenderai l’Italia”, quasi una nota esplicativa, una continuazione della figura.
La mano è la parte del corpo umano che appare più spesso nella simbologia. Non ha una valenza univoca, può essere positiva o negativa, a seconda del tipo di ambientazione in cui viene posta. 1 In questo caso la mano che cerca di carpire la corona turrita ha una valenza decisamente negativa. Le stesse sue proporzioni, fuori misura per eccesso rispetto alla figura androgina, ci stanno ad indicare la sua estrema pericolosità. Va da sé, che qui la mano non ha alcun valore di giustizia, ne tantomeno di rappresentazione del divino. Semmai essa rappresenta una potenza del male, ricordiamo che la parola mano deriva da “manifestarsi”; in questo senso è manifesto ciò che la mano intende fare, carpire, rapire e distruggere la corona turrita.2 Il braccio, chiarisce all’osservatore, a chi appartenga la mano rapace. Il colore verde dell’indumento che lo ricopre ci chiarisce come sia il braccio di un militare. La stella rossa sul polsino ci dice come sia un militare sovietico.
Trattazione a parte merita il colore nero del cielo dal quale sbuca la mano. E’ un colore, che spesso ha assunto il valore simbolico dell’assoluto. Opposto del bianco, è un colore che esprime assenza di coscienza, l’affondare nelle tenebre, In Europa ha di solito un significato negativo.3 Colore del freddo e del negativo, è anche segno di lutto:, un lutto non reversibile, senza possibilità alcuna di riscatto, senza alcun avvenire. In molte civiltà è riscontrabile l’idea del nero, come lutto: in Egitto, secondo Orapollo, una colomba Nera era il geroglifico, della donna che rimane vedova fino alla morte, essa può essere intesa come al frustrazione dell’eros, la vita che si nega. Anche la nave con le vele nere è destinata al naufragio, questo dall’epoca greca fino a Tristano.5 Il nero è considerato anche come la negazione di ogni colore, e di conseguenza della luce. Questo evoca il caso, le tenebre, l’incoscienza e la morte.6 In quanto evocatore delle tenebre, e dunque anche della confusione, rappresenta l’oscurità delle origini cioè di tutto quello che precede la fede, dunque il credere in generale; è rappresentazione del male, e opposizione allo sviluppo voluto dalla divinità, 7 “tramare disegni”, il nero della sua anima”, a sottolineare l’Ombra che alberga dentro ognuno di noi.
Il simbolismo della corona si ricollega generalmente a tre fattori principali. La collocazione sulla testa, il che fa sembrare più alta la persona8, conferisce alla persona un significato di grande importanza, perché se da un lato la si rende partecipe dei valori che sono tipici della sommità della testa ovvero il luogo deputato ai ragionamenti, nello stesso tempo partecipe di valori di ciò che sormonta la testa.9 Appare come un dono venuto dall’alto. La sua stessa natura circolare, richiama la simbologia del cerchio, perfezione e partecipazione alla natura divina. Quello che è incoronato, e ciò che vi è sotto, e unito proprio dalla corona, Allo stesso tempo, rappresenta unità e divisione, segnalazione dei limiti fra divino e il terrestre. Abbiamo già detto come sia importante, come all’interno della turrita ci sia la città.
Essa è simbolo della madre, così come la città contiene al suo interno i cittadini, la madre contiene nel suo grembo i figli.10
Per questo motivo, molto spesso le dee sono raffigurate con la corona di mura sul capo, essa è la corona turrita, appunto.
La statua che porta in testa la corona turrita ha caratteristiche androgine. Appare oltremodo interessante analizzare la figura che si staglia in modo orizzontale alle sue spalle. Senza dubbio si tratta del giogo dei buoi.
Il giogo, dal punto di vista storico, fu inventato da Buzyges, allo scopo di attaccare e dominare i buoi. E’ simbolo della disciplina, una disciplina dalla quale è impossibile prescindere. Il significato negativo appartiene alla nozione di obbligo vissuto come umiliazione e sottomissione. Nel senso positivo, appare come una scelta volontaria, e in questo caso porta al dominio di sé, all’unità interiore, all’unione con Dio.11 Il giogo dei buoi, è anche simbolo del lavoro contadino e appare nell’economia del manifesto come rappresentazione del lavoro nelle campagne, come considerazione ,oltre che dei valori cittadini, anche di quelli della vita rurale.
Questo manifesto non presenta, come molti altri d’altronde, una evidente esplicazione di chi sia il nemico e di chi proponga l’opposizione allo stesso. Non appaiono gli stemmi dei partiti che si contendevano la vittoria elettorale. La serie di simboli che in esso vi appaiono però, chiariscono con uguale efficacia le parti in gioco. La mano che scende dall’oscurità di un cielo nero e tenebroso, è la mano di un soldato sovietico. Questo sta ad indicare il timore dell’epoca, che una eventuale vittoria comunista avrebbe portato i sovietici e la loro ideologia ad invadere il nostro paese. Seguendo il tema cromatico del manifesto, possiamo immaginare che le tenebre avrebbero sostituito l’aurora che si staglia alle spalle della statua, portando sicuramente lutti e disgrazie. I valori da salvaguardare, da proteggere rispetto all’invasore, sono quelli rappresentati dalla corona turrita, dalla cittadinanza in essa contenuta, dal rapporto di connessione che c’è fra il divino e l’umano. Altro valore da proteggere è senz’altro quello rappresentato dal giogo del bue, simbolo del lavoro agricolo, ma anche, come detto prima, dell’unione con Dio. La difesa contro questo pericolo imminente, è il voto per quella forza politica che fonda la sua ideologia nelle radici cristiane del popolo italiano.
1 H. Biederman, Enciclopedia dei simboli, Milano, 1991,p. 288
2 J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli,. Milano, 1997, Vol. II, p.62
5 nota esplicativa da verificare.
6 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Vol. II, p. 123
7 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Vol. II, p. 124
Questi manifesto ha uno sviluppo verticale, è composto da quattro elementi fondamentali: la figura imponente di una donna che occupa la superficie più vasta dell’immagine, lo scudo crociato retto dalla figura femminile, la mano rossa che scaglia il quarto elemento, cioè la falce e martello. Tre scritte fanno da corredo alle immagini: sul fondo del manifesto appare la scritta più imponente :”Difendetemi”, sullo scudo la scritta “Libertas” e infine sulla spalla della donna che regge lo scudo appaiono le diciture “Patria, famiglia e libertà”.
Possiamo notare, ancora, come vi sia nell’ambito dell’immagine presa in considerazione, uno sviluppo in “piani successivi”. In primo piano appaiono la mano, a seguire la falce e il martello e solo in seguito lo scudo e la donna che lo regge, la quale resta però, la figura centrale del manifesto.
La prima immagine che prendiamo in considerazione è quella della donna, questa scorre dal fondo del manifesto fino alla sua sommità superiore, questo potrebbe farle assumere la valenza di simbolo assiale. Potrebbe essere interpretata alla stregua di una colonna che starebbe a significare la presenza attiva di Dio che guida il popolo attraverso le insidie del cammino. In più sulla sommità del suo capo, appare la turrita e dalla colonna più alta della stessa si eleva una colonna di fumo, quest’ultima interpretabile come simbolo del lavoro cittadino. Molto più evidente è la relazione che s’instaura fra e con gli “oggetti” che la donna ha accanto a sé o che in qualche maniera sostiene.
Sulla sommità del suo capo troviamo il simbolo della corona turrita.
Questo simbolo si ricollega a tre fattori principali. La sua collocazione sulla sommità del capo fa apparire la persona stessa più alta, e dunque più elevata anche dal punto di vista spirituale.[1] Da un lato ella è partecipe dei valori che sono tipici della sommità del capo, luogo deputato ai ragionamenti, dall’altro l’avvicina a ciò che sopra la testa è posto, e dunque il divino. Appare, dunque, come un dono venuto dall’alto. Quello che è incoronato, e ciò che vi sta sotto, è unito proprio dalla corona, che al medesimo momento, rappresenta unità e divisione, segnalazione dei limiti fra il divino e il terrestre.2 Inoltre, la sua natura circolare, richiama alla simbologia del cerchio, simbolo della perfezione divina. Così come, la città racchiude e protegge in sé i suoi abitanti, allo stesso modo, la madre protegge i suoi figli. Per questo motivo le donne sono rappresentate con una corona turrita sul capo, esattamente come accade nell’immagine ora considerata. Nel Vecchio Testamento le città sono descritte come persone, questo tema che viene ripreso anche nel Nuovo Testamento, lo ritroviamo in particolare modo nella Lettera ai Galati: “La Gerusalemme di lassù è libera ed è la nostra madre.”… “Rallegrati, sterile, che non partorisci, prorompi in grida d’allegria…”. Mentre la città celeste genera attraverso lo spirito, la città terrestre lo fa attraverso la carne, l’una e l’altra sono donna e madre.3 I valori che la figura femminile si prefigge di proteggere sono quelli che vengono enunciati nelle strisce colorate, che rappresentano la bandiera italiana, tali valori sono la patria, la famiglia, la libertà.
Lo scudo è l’arma difensiva per eccellenza; protegge e difende, anche se talora è stata intesa anche come arma mortale, e dunque, attiva.4 In alcuni lo scudo, infatti, rappresenta, l’universo come se chi lo impugna possedesse molto più potere rispetto a colui che lo fronteggia, raggiungendo la realtà stessa che è raffigurata sullo scudo. Questa ipotesi è credibile, in quanto lo scudo qui raffigurato porta con sé l’effigie dei crociati, e dunque il simbolo della fede cristiana. Nella descrizione che San Paolo fa dell’armatura che il cristiano deve opporre al suo nemico nel combattimento spirituale verso la salvezza, lo scudo, è la Fede contro la quale si spezzano tutti i colpi inferti dal Maligno. La Fede spegne i dardi lanciati dal Maligno; il senso di questo simbolo è quello di spegnere le fiamme, compito spirituale, che deve servire contro le tentazioni dell’eresia, dell’orgoglio e della carne.5. Possiamo ben dire che lo scudo del quale si serve la figura femminile ha dunque un valore di rappresentazione dei valori spirituali che si oppongono al Maligno e ha una funzione non solo ed esclusivamente difensiva, ma essa, richiama a dei valori che valgono come principi e che sono destinati a colpire a loro volta tutti coloro che vi si fanno fronte e che, ad essi s’oppongono. Un’altra nota a mio avviso merita la valutazione dell’impatto particolarmente violento dell’oggetto che viene lanciato dalla mano, il segno violento dell’impatto, l’assoluta resistenza dello scudo stesso, e l’ombra della falce e martello, che viene contenuta anch’essa nel quadrante inferiore sinistro della croce raffigurata sullo scudo.
In questo caso il significato simbolico e da ritenersi del tutto legato alla simbologia del partito comunista. Rappresentando il simbolo del partito comunista che si infrange contro lo scudo crociato ( a sua volta simbolo della Dc), segnala in qualche modo l’infrangersi dei “non valori” proposti dai comunisti contro il valore assoluto dei democratici cristiani, ovvero, il valore della fede. Semmai è importante valutare la violenza del lancio della falce e martello, segnalata dallo squarcio che essa sembra proporre rispetto all’aria, e dalla complessiva dinamica del fatto che si oppone alla ferma e sicura staticità dello figura femminile, nel reggere lo scudo crociato.
La mano rossa che vediamo lanciare il la falce e martello contro lo scudo crociato è rappresentata con forti elementi di dinamicità, ci sono delle linee di continuità fra l’oggetto scagliato e la mano che imprimono il senso della velocità e della violenza. Proprio in quest’ottica, quella della violenza e quella della volontà sanguinaria va interpretato il colore rosso della mano, a sottolineare, non solo il colore politico attribuito all’avverso blocco politico, ma, anche, per trasmettere un senso d’inquietudine profonda a chi lo guarda. Inquietudine che è destinata a scontrarsi contro la figura stabile, forte e serena della donna protetta dallo scudo della fede.
Il cielo che si staglia sullo sfondo aggiunge un altro elemento d’inquietudine al manifesto. Ci appare come un cielo furioso, animato da una tempesta, si può dire che esso segua la parte dinamica del manifesto. Nuvole bianche e vaste ombreggiature blu e nere ne costituiscono l’elemento colore, donando un grande senso di dinamicità alla scena. La tempesta è un simbolo teofanico6, che segnala la temibile onnipotenza divina, la sua collera, la sua volontà d’impartire un castigo.7 La tempesta evoca la gloria e la potenza infinita di Dio “…la voce del Signore rompe i cedri…la voce del Signore scuote il deserto… Dio tuona di gloria (salmi, 29). Nella tempesta si dispiega anche la forza creatrice del divino, gli esseri nascono dal caos e da esso si sviluppano di solito l’inizio di altri cicli, come se dalla tempesta, nella furia divina, avvenisse un processo di rinascita.8
Questo manifesto ha uno sviluppo che opera, a mio avviso, su due piani differenti. Il primo piano consta della differenza fra i soggetti agenti e i mezzi con i quali questi soggetti agiscono. La donna e la mano sono i soggetti, i loro oggetti di difesa o d’offesa sono lo scudo e la falce e martello. Un’altra differenza sostanziale sta nella diversa dinamicità che viene imposta dall’autore all’immagine. Tanto più inquieta e dinamica e poco rassicurante è ritratta la scena dello scagliarsi della falce e martello contro lo scudo crociato, tanto più statico, sereno e quasi distaccato è l’atteggiamento della donna che regge lo scudo.
Il suo sguardo sembra valicare la contesa in corso, dietro ai valori dei quali si fa forte, la serenità e la fierezza occupano uno spazio principale nel suo volto. Ella è la madre, la protettrice; il suo scudo, la fede, protegge i valori degli abitanti della turrita, e allo stesso tempo chiede l’appoggio necessario, il sostegno del voto, poiché la forza della sua difesa non possa in alcun modo venire meno. L’efficacia simbolica di questo manifesto è riposta, a mio avviso, nella esplicazione dei valori protetti, e nell’altrettanto forte richiesta di appoggio. La richiesta “difendetemi”, opera sulle sovrastanti scritte “patria, famiglia e libertà”, idealità poste in serio pericolo dal lancio della falce e martello, che agisce in modo violento e sanguinario, sotto intendendo ad una politica anti - libertaria, contro la sacra istituzione della famiglia e in ultimo contro l’unità politica e morale costituita dalla patria. A fronte di queste terrificanti attese, solo lo scudo della fede, può reggere un impatto così violento, la “madre” che regge lo scudo, si erige severa e serena senza subire alcuna offesa, ma chiede appoggio ai cittadini della turrita tramite il voto.
[1] H. Biederman, Enciclopedia dei simboli, Milano, 1991, p.136
2 Chevalier J., Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Milano, 1997, vol. II, p. 62
3 Op. Cit., Chevalier J. Gheerbrandt., A. , Milano 1997, vol. I p. 285 - 286
4 L’esempio più eclatante è lo scudo di Achille.” Efesto vi pone delle decorazioni semplici, frutto dei suoi saggi pensieri. Vi raffigura la terra, il mare, il sole infaticabile, e la luna nella sua pienezza… Vi raffigura anche due città umane, due belle città, due belle città. Nell’una nozze e festini… Vi sono raffigurati due eserciti i cui guerrieri brillano nelle loro armature… “Tutte le ragioni, tutte le bellezze dell’universo, tutti i simboli della forza, della ricchezza e della gioia sono messi in gioco e concentrati sullo scudo di Achille.
5 Op. Cit., Chevalier J, Gheerbrandt A., Milano, 1997, Vol. II, pp. 350 - 351
6 Teofania: dal greco Thephàneia, apparizione (phàinen ‘manifestarsi’) di Dio (Théos) Manifestarsi o manifestarsi della divinità.
[8] Gli dei organizzatori e creatori dell’universo sono le divinità della tempesta: Zeus, presso i Greci; Bel, presso gli Assirobabilonesi; Donar, presso i germanici; Thor, presso i nordici; Agni e Indra, presso gli Indù
Questo manifesto, elaborato dalla spes per conto della Democrazia Cristiana, non propone gli elementi simbolici analizzati in precedenza, se non in alcuni particolari, che sono meglio interpretabili come attributi del pensiero politico che viene largamente enunciato nel manifesto stesso. L’argomento trattato è quello del lavoro dell’impiegato statale. Sotto la scritta in giallo “statali” una dicitura sottolinea :”Altro che aumenti se arriva il baffone”. Il baffone in questione è senz’altro Stalin. In fondo a destra viene riportato un ulteriore elemento scritto che fa da cornice al titolo del manifesto. “La rivoluzione proletaria non deve trasferire da una mano all’altra la macchina burocratica come è avvenuto finora. Ma deve demolirla. La condizione prima di una rivoluzione veramente popolare e’ la demolizione la distruzione delle macchine statali esistenti.” Questa frase, patrimonio del marxismo, riprende la nota critica alla burocrazia, critica che ebbe, la sua massima espressione in Max Weber. E’ noto come fosse obbiettivo del socialismo eliminare la burocrazia, e altrettanto noto come questo non sia avvenuto in realtà. La parte disegnata del manifesto riassume quello che viene enunciato nella parte scritta. Una gigantesca falce e martello, certamente non qui rappresentate come simbolo del lavoro, ma bensì, come simbolo del comunismo, si abbatte come una scure sull’edificio di un ministero, distruggendo lo stesso e lasciando dietro di se delle rovine che ricordano la medesima distruzione avvenuta nel periodo della guerra. Una folla di persone, senz’altro identificabili come impiegati dello stato, scappa atterrita di fronte alla distruzione degli edifici ministeriali. Quella distruzione non è solo la rovina degli edifici, ma anche la rovina delle istituzioni, l’inizio del disordine, la fine di una prospettiva lavorativa per gli impiegati dello stato. La peculiarità’ di questo manifesto, come abbiamo già detto, è la mancanza di elementi simbolici analizzabili in quanto tali. Rispetto ad altri manifesti, l’enunciato e assai più vasto rispetto alla generalità delle altre immagini analizzate fino ad ora. Senza ombra di dubbio, il messaggio elettorale si rivolge, ad un classe lavorativa specifica, proponendo un tema preciso, supportando le immagini tramite le iscrizioni atte a rendere noti i rischi realmente esistenti per il lavoro statale. Probabilmente, proprio tale specificità, ha reso in qualche maniera, inutile l’uso di immagini ad alto contenuto simbolico. Possiamo affermare che la componente scritta del manifesto completa e spiega con dovizia di particolari quello che l’immagine raffigura. Il messaggio possiede in ogni caso una forza espressiva di grande rilievo, solo che il suo valore simbolico è meno recondito rispetto ad altri, già’ analizzati.
I manifesti editi dalla Spes per conto della Democrazia Cristiana, si prestano bene ad un’analisi di tipo Junghiana, la predominanza dell’immagine sul testo e la ricchezza simbolica delle stesse, ci hanno permesso di esplorare questi documenti alla ricerca di quei valori simbolici che si richiamano al concetto d’archetipo dell’inconscio collettivo.
I manifesti del Fronte Popolare si presentano in maniera sostanzialmente diversa.
La presenza delle immagini in quest’ultimi è molto ridotta, soprattutto in relazione alla dimensione delle parti scritte del manifesto stesso. E’ difficile per questo motivo esperire un’indagine che conduca all’analisi della simbologia dei manifesti elettorali del fronte popolare.
La presenza d’ampie parti del manifesto che raccontano a parole le motivazioni dello stesso, tolgono in qualche maniera importanza e respiro alle immagini, che diventano supporto della parte enunciata del manifesto. In più la stessa rappresentazione iconica non si presta a nessuna lettura di tipo simbolico.
Nei manifesti proposti dalla Dc l’impostazione era nella generalità dei casi opposta: l’enunciato serviva a completare e a chiarire quello che era proposto dal disegno del manifesto, ma non era rappresentato da una frase che era per lo più uno slogan.
La prima cosa che dobbiamo cercare di capire, è il funzionamento del manifesto. Vi sono da chiarire innanzi tutto alcune regole che hanno una validità di carattere generale.
Prendiamo in considerazione che il manifesto rispetto ad altri media, ha un modo di rapportarsi nei confronti di colui che ne usufruisce, come unico elemento attivo, almeno così accade inizialmente. In poche parole, non vi è alcun’azione che l’utente deve compiere nei confronti del manifesto, nessun tasto che aiuti l’accesso, nessuna particolare predisposizione ad essere attirato dallo stesso.1 Dato che quest’ultimo è collocato sui muri delle città’, deve avere caratteristiche affascinanti allo scopo di attirare l’attenzione del passante.
Quando ci riferiamo al periodo storico del 1948, dobbiamo senz’altro tenere conto che i media avevano un impatto minore nella società, i mezzi radiofonici non erano presenti in tutte le case e la televisione non esisteva ancora.
Il metodo più in uso per la propaganda politica era indubbiamente il comizio elettorale.
Potremo individuare due livelli di percezione alla visione del manifesto: una è più immediata e presuppone una comunicazione affrettata e superficiale, la seconda è più approfondita. Nella prima avremo la percezione dei codici compositivi del manifesto, l’individuazione del rapporto testo immagine; vale a dire la proporzione esistente fra questi due codici, la presenza di segni o simboli riconoscibili o conosciuti, e tutto quello che possiamo chiamare grammatica costitutiva, che costituisce, di fatto, un effetto di senso per il ricettore. Al secondo livello quello più profondo, avremo la lettura dei sotto codici interpretativi: connessioni logiche, costruzioni linguistiche.2 Possiamo affermare che il manifesto è uno dei pochi strumenti dove il livello di comunicazione può essere anche solamente il primo.
A tal proposito, il manifesto al fine di avere una propria utilità, deve possedere la facoltà di intercettare con la massima efficacia l’attenzione dei ricettori.
La sua composizione deve essere per questo motivo molto semplice.3 La composizione deve essere estremamente leggibile, affinché questa riesca ad essere fruibile con immediatezza.
Il manifesto politico, individua quasi sempre il proprio destinatario, proponendo a lui, o alcune connotazioni ideologiche o semplici cognizioni che si presume esso conosca già.4 Esistono, all’interno d’ogni singolo manifesto, diversi elementi che s’integrano per arrivare congiuntamente al risultato del far – fare, e di conseguenza del far votare.5Ci sono due caratteristiche essenziali al manifesto che si possono individuare: la sinteticità, e l’ancoraggio.
La sinteticità è un elemento fondamentale. In primo luogo per l’impatto visivo in senso stretto, è più facile che sia osservato un’immagine quando questa ci appare subito leggibile, inoltre, il manifesto dovrebbe contenere la sintesi di quello che è già propugnato con altri mezzi, durante la medesima campagna elettorale.
Difficilmente il manifesto ricopre un ruolo autonomo, e d’altronde sarebbe impossibile, definire una campagna elettorale usando solamente dei manifesti murali, perciò la sua enunciazione segue in qualche maniera percorsi già noti.
A questo punto entra in gioco la seconda caratteristica del manifesto: l’ancoraggio. Ovvero il fatto che il manifesto fissa quelle che sono le caratteristiche peculiari del partito in questione, caratteristiche che poi sono promulgate con altri mezzi in maniera più estesa.6 La presenza del solo testo, a tal proposito non garantisce alcuna dote di sintesi, mentre la presenza delle immagini sintetizza assai meglio il messaggio elettorale, rendendolo più affascinante, e più apprezzabile dal punto di vista dell’immediatezza.
La funzione del manifesto si può riassumere nel “ far votare”, in quest’ottica la funzione d’ancoraggio diventa caratteristica preminente.7
Possiamo individuare due tipi di grammatiche differenti all’interno del manifesto.
Una grammatica costitutiva e una grammatica linguistica.
Nella grammatica costitutiva possiamo riassumere diversi tipi di codici.
Il codice fotografico: riguarda la composizione iconica, costituisce la parte essenziale del manifesto, lo caratterizza e ne sintetizza alcune parti sancendo la carica emotiva dello stesso, indirizzandone la lettura.
Non ha importanza di che natura sia il codice, molto più importante il ruolo che l’immagine assume all’interno del manifesto e soprattutto è importante il piano della rappresentazione della scena. Per cui, secondo com’è impostata l’immagine, è conferita all’immagine un diverso sistema di valori.
Tra gli elementi del codice fotografico ci sono i simboli di partito, su queste immagini si è costruito un duplice sistema di significazioni, che le ha staccate dal primo piano d’espressione e le connota in maniera solamente ideologica.8
Altro codice presente nella grammatica costitutiva del manifesto è il codice cromatico. A nch’esso è uno degli elementi chiave del manifesto. La sua importanza risiede nella capacità di attrarre l’occhio del ricettore. E’ ovvio che un colore vivo e intenso rappresenti un’attrattiva visiva migliore, com’è anche vero che i colori assumono diverse connotazioni legate alle parti politiche, e in generale essi ricoprono un significato che nella società ha assunto un significato ben preciso: ad esempio il verde è il colore della speranza, il rosso simboleggia qualcosa di dinamico, il nero qualcosa di luttuoso. Inoltre il colore di là dalla connotazione stereotipica può essere un elemento che rende più facile la lettura del manifesto, sia per la capacità di creare contrasto, sia per la luminosità.9
Un altro codice è quello morfologico, riguarda la composizione è quello che caratterizza strutturalmente sia il rapporto testo immagine, sia ciò che concerne la composizione grafica. Questo codice costituisce anch’esso la grammatica espositiva e per questo ha un’importanza primaria.
Questo tipo di grammatica agisce al primo livello della percezione: vedi il ruolo dell’immagine principale, la saturazione degli spazi, e la disposizione iconica e testuale.
Il codice morfologico agisce anche ad un altro livello sotto forma di sottocodici interpretativi come capacità di condurre il destinatario alle operazioni di lettura. La focalizzazione del tema del manifesto, l’attenzione che il grafico deve porre nella cattura e nel facilitare la lettura del destinatario sono fondamentali.
A questo livello diviene di una certa importanza il ripetersi dei codici di trasmissione del linguaggio, al fine di dare continuità al messaggio e riconoscibilità di colui che lo trasmette.10
Il codice tipografico invece riguarda solo la composizione tipografica del testo, la nitidezza, la struttura e robustezza dei caratteri. Si occupa per lo più di mettere in risalto alcune porzioni di testo rispetto ad altre.11
Abbiamo detto in precedenza come l’insieme dei codici analizzati costituisca la grammatica costitutiva del manifesto.12
Abbiamo ragionato su quelle che sono le operazioni di messa in scena del manifesto e nello stesso tempo sottolineato come ciò avviene all’interno del testo.
In precedenza si è fatta menzione di una grammatica linguistica. Le due grammatiche non sono separabili in alcun modo, l’importanza che il testo assume all’interno del manifesto, fa sì che esse s’inglobino in una medesima cosa, entrambe hanno il compito di togliere ambiguità o all’immagine oppure alla figura proposta.
Con il nome di grammatica discorsiva vogliamo significare l’unione è il luogo dove avviene la produzione e l’investimento di senso.13
Nella grammatica costitutiva possiamo individuare quattro elementi fondamentali:
l’emittente, l’enunciazione, il destinatario, invito a votare.
Lo studio di Mancini segue il seguente schema:
Io emittente (s) dico (x) a te destinatario (d) per farti votare (v).
Secondo questa modalità di ricerca sarà nostro compito analizzare il contenuto dei manifesti elettorali della campagna elettorale del 48.
Analizziamo secondo queste componenti che sono state identificate quali possono essere le tipologie di manifesti che possiamo incontrare.
Schematizzando otterremo le seguenti differenti tipologie.
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La prima tipologia nella quale sono presenti tutte le componenti del manifesto si presenta nella forma cosiddetta tipica.
In questi casi ritroviamo la rappresentazione di un discorso, molto spesso soprattutto quando l’emittente non è il partito direttamente si viene a creare un tipo di discorsività abbastanza lontano dal discorso politico classico.
La seconda tipologia, appartiene ad un caso abbastanza raro. La mancanza dell’enunciazione e la presenza di un emittente e di un destinatario è legata ad un invito a votare che non è giustificato da nessun’argomentazione.
Questo tipo di manifesti basa la sua forza su di un attività diretta a fascinare senza altri mezzi il destinatario.
La terza e la quarta tipologia si caratterizzano entrambe per la mancanza dell’emittente e la quarta anche per la mancanza del destinatario.
La presenza dell’enunciazione e dell’invito a votare non servono da sole a costituire la forma di racconto descritta come facente parte della prima categoria, manca in questo caso il personaggio principale, in altre parole colui che parla.
Nella quarta come nella quinta tipologia manca il destinatario; il manifesto in questo caso si propone di interessare il maggior numero di persone, proponendo cioè temi legati alla morale comune, evitando in questo modo di arrivare a specificazioni tali da caratterizzare politicamente il manifesto.
La sesta tipologia è quella relativa ai manifesti nei quali è presente solo l’invito a votare.14
Sappiamo come il codice fotografico non sia usato solamente per sostituire una parte del testo, ma anche per costituire l’emittente o l’enunciazione o il destinatario.
L’immagine non è più solamente l’oggetto della comunicazione, ma parte del processo comunicativo che si vuole porre in essere.
A volte l’immagine tende a mettere in evidenza il destinatario, o sottolinea il contenuto del discorso che è affrontato dal manifesto, oppure, in altri casi evidenzia in maniera chiara chi sia l’emittente del messaggio stesso15
Innanzi tutto specifichiamo che l’emittente non è colui che commissiona il manifesto, bensì, il soggetto al qual è imputabile l’invito a votare e l’enunciazione.
La presenza dell’emittente all’interno del manifesto, come anche la sua assenza corrispondono ad una strategia precisa.
Nel caso esso sia presente la struttura del discorso è di tipo discorsivo, mente la sua assenza suppone una narrazione di tipo predicativo.16
Il ruolo del destinatario è di natura fondamentale, molto spesso l’enunciato assume una determinata importanza proprio in funzione a determinati interlocutori.
Il problema del destinatario ci porta a considerare alcuni concetti come quelli di presupposizione e di cooperazione interpretativa.
Il concetto di cooperazione interpretativa e bene spiegato da Umberto Eco, in generale egli ritiene che vi debba essere fra destinatario ed emittente una sorta di cooperazione interpretativa con il conseguente riferimento ad un bagaglio di presupposizioni essenzialmente scolastico.17
Gli artefici espressivi contenuti in un testo, qualsiasi esso sia, hanno bisogno di essere attualizzati da colui che si trova ad interpetarlo, potremmo dire, che l’enunciato ha bisogno di essere attualizzato.
In più è innegabile come un testo contenga in genere un contenuto di non detto estremamente più elevato di qualsiasi ad altro messaggio, e, dunque, richiede una cooperazione testuale da parte del lettore.18
In qualche modo il testo è intessuto di spazi bianchi d’interstizi da riempire, in qualche modo il testo è dotato di una sua pigrizia ed ha bisogno di qualcuno che lo faccia funzionare.19
Il discorso politico si rivela assai più complesso da analizzare rispetto a quello letterario, bisogna analizzare qual è il meccanismo di mediazione ideologica del riconoscimento che esiste alla base. La grammatica del riconoscimento, dunque non può fare a meno di un lavoro di presupposizione.20
Successivamente al primo livello di lettura, nel quale Eco comunque postula l’esistenza di una cooperazione interpretativa, il manifesto pretende un'altra forma di collaborazione, questa volta di natura facoltativa.
Quest’operazione la chiameremo riconoscimento, in altre parole selezione d’alcuni significati fra quelli possibili all’interno del manifesto.
In buona sostanza è il riconoscimento che abbina interlocutore giusto e lettura giusta.21
Dopo il meccanismo di cooperazione interpretativa dove si chiede al lettore di partecipare alla lettura del testo “significandolo”, si passa dunque ad un secondo livello, senza dubbio più complesso, d’interpretazione del testo in questione.
Le differenze che un testo politico propone rispetto ad un testo letterario concernono sia la presenza di un opera di persuasione che altrove non è seguita, sia il fatto che nel discorso politico non deve esistere la liberazione della fantasia. Il lettore del manifesto si trova anzi, di fronte un testo che prevede un cammini di lettura obbligato, già ampiamente scelto e studiato per risultare convincente.
Al primo livello di lettura si può osservare come il testo politico sia generalmente abbastanza semplice. Vale la pena di ricordare come il testo di un manifesto di solito debba catturare questioni che in qualche modo siano sotto gli occhi di tutti, legati in qualche modo ad argomenti di tutti i giorni. Il livello interpretativo non mette in evidenza quelle che sono gli intenti illocutori del manifesto stesso.22
Una volta che si è provveduto ad aver letto e interpretato il manifesto con il suo intento illocutivo, l’enunciazione deve essere accettata, e qui entrano in gioco le operazioni di riconoscimento.
Il lavoro presupposizionale fatto fin qui non è né classificatorio, né discriminante, ora invece diventa determinante ai fini della completa accettazione del messaggio. Questa consiste nel disambiguare il manifesto in questione attraverso l’uso di una enciclopedia ideologica. Questa sue conoscenze devono rendere possibile la lettura del manifesto secondo quello che il destinatario ritiene essere in linea con la sua visione della realtà.
A questo punto ciò che si richiede al destinatario è una cooperazione ideologica.23
Il riconoscimento nel manifesto si esplica in una serie di conferme di quello che era già facente parte a livello ideologico nel destinatario, L’emittente propone al destinatario proprio quello che quest’ultimo si aspetta di trovare all’interno del manifesto, rendendo in tale modo massima la sua accettazione.24 Detto questo risultano abbastanza ovvie il dispiegarsi di due conseguenze principali.
La prima è che, proprio il meccanismo del riconoscimento, prevede che il manifesto non abbia una grande forza di persuasione, in quanto trova terreno fertile solo laddove l’atteggiamento verso l’enunciato da parte del destinatario è già concorde.
Da ciò consegue pero’, una graduale assimilazione del patrimonio simbolico della parte politica in questione, che va a fare crescere l’enciclopedia ideologica del destinatario, fino a costituire un nuovo patrimonio segnico che diventa humus per le successive comunicazioni enunciative.
Cresce dunque, e questa è la seconda conseguenza preannunciata, il patrimonio interpretativo del destinatario che acquisisce nuovi termini e cognizioni adatte per procedere a livelli più alti di consapevolezza verso il messaggio.25
Innanzi tutto, bisogna distinguere fra le diverse modalità’ d’individuazione del destinatario, poi valutarne le differenti tipologie, infine analizzare i diversi modi di costruzione. La modalità d’individuazione del destinatario può essere di due tipi: un’esplicita, l’altra implicita.
Per quanto riguarda le diverse tipologie del destinatario la prima suddivisione è quella fra tipologie che definiscono il grado d’ideologizzazzione del destinatario senza individuare dei soggetti precisi. I gradi d’ideologizzazione sono ovviamente diversi e possono essere riassunti in: tipologia con connotazione ideologica semplice, della quale fanno parte tutti i soggetti che hanno un grado di costruzione ideologica minima, la seconda in tipologia ideologica complessa, a tale tipologia appartengono i destinatari la cui scelta presuppone una precisa scelta politica ed ideologica, la terza tipologia è rappresentata dall’enunciato che contrasta apertamente con l’ideologia connotata dal destinatario. Possiamo definire questa ideologia come: composizione ideologica strumentale.26
Tranne che nei casi nei quali il destinatario è esplicito è sempre il testo che identifica l’interlocutore del manifesto, quando questo apparentemente manca vuol dire che si rivolge ad un tipo di costruzione del destinatario piuttosto complessa, nel qual l’utente è selezionato per la sua alta caratterizzazione ideologica.
L’obbiettivo dichiarato del messaggio contenuto nel manifesto è di fare votare. Esiste alla base di questo messaggio un meccanismo manipolatorio che si svolge generalmente in sue operazioni distinte: per prima il far credere, ovvero motivare il destinatario, le seconda e il far fare ovvero fare votare il soggetto.27 Il fare credere a sua volta può essere a sua volta scomponibile in due momenti.
Si tratta a tutti gli effetti di una comunicazione del fare sapere, nella quale il destinatore manipolatore spinge il destinatario manipolato verso la mancanza di libertà cioè verso il non poter fare. La manipolazione di cui parliamo è data da due strutture essenziali una contrattuale, e l’altra di natura modale.
Possiamo riassumere il processo manipolatorio nelle due seguenti modalità:
enunciazione composta dal far essere, far credere, dal far fare; e l’invito a votare “a far fare”.
Il far essere è lo strumento fondamentale del consenso. La trasmissione dei segni diventa attraverso i quali si realizza l’attività informativa produce il senso del manifesto e contribuisce a creare quell’insieme di simboli che sono destinati ad entrare a pieno titolo nell’enciclopedia ideologica individuale del destinatario. Avviene cioè un rafforzamento delle strutture del riconoscimento.
Si crea in tal modo una sorta di rapporto sociale fra destinatario ed emittente.28
Possiamo dire che in buona sostanza il discorso politico in generale, e per cui anche quello presente nel manifesto, non produce che una piccola parte di rinnovato consenso, ma si presenta anzi come un discorso del tutto conservatore, che tende a rafforzare quel sistema di valori segnici che entrano nell’immaginario sociale.29
Ci sono due modi per il destinatore manipolatore di influire sul destinatario manipolato. Innanzitutto questi si potrà avvalere sul fare persuasivo valendosi della modalità del potere, proporrà cioè valori culturali positivi e valori negativi che corrisponderanno a delle minacce.30
Si vede che dunque il potere caratterizza la tentazione e l’intimidazione, che corrispondono all’esercizio positivo e negativo della modalità potere.
Per definire “tentazione” ci rifacciamo alla definizione contenuta nel dizionario francese Larousse :”tutto quello che ci spinge a fare una cosa.”
Quasi sempre l’oggetto della tentazione è un valore culturale molto vicino alla portata del destinatario del messaggio, motivo per il quale non vi è qui né una vera attività seduttiva, nemmeno il gusto della conquista ma solo il senso del possesso.31
Sull’asse del potere sopra descritto, troviamo l’intimidazione: ”atto o parole di minaccia che hanno lo scopo d’incutere timore e costringere ad agire o a desistere da un azione sotto lo stimolo della paura.”
Viene resa nota in questa modalità negativa, la natura delle pene e sui rischi che colui che non rispetta l’invito del potere, si troverà davanti. L’intimidazione è infatti è il far conoscere la paura, è un prevedere un futuro negativo al fine di obbligare il destinatario a mantenere un determinato atteggiamento.32 Il termine seduzione può essere riassunto nella locuzione: Forza di attrarre a sé, di allettare.” La seduzione si situa sull’asse del sapere e si caratterizza come manifestazione di un giudizio positivo. Esso concerne un tipo d’attività conoscitiva, sia per le conoscenza che riguardano le possibili ricompense, sia per l’interazione con le conoscenze e credenze del destinatario.33 Nella seduzione troviamo il gusto raffinato della conquista, dell’apprezzare e dell’essere apprezzato.
La provocazione è invece “l’atto con il quale s’induce uno a strumenti d’ira o azioni di violenza” . La provocazione può esercitarsi sull’asse del sapere nel momento nel quale si cerca di mettere in luce i limiti altrui.34
Alcune immagini dalla collezione di Maurizio Cavalloni, Titolare dello Studio Fotografico Croce - Archivio di Immagini Storiche - di Piacenza: Manifesti politici
1 P. Mancini, Per una semiologia del consenso, Torino 1980, p. 37
12 l’uso del termine grammatica è peraltro di natura esclusivamente metaforica
30 Op. Cit., P. Mancini. p. 114
31 Op. Cit., P. Mancini, p.117
32 Op. Cit., P. Mancini, p. 117
33 Op. Cit., P. Mancini, p.118
34 Op. Cit., P. .Mancini., pp. 118 - 119
Questo manifesto, fu promosso dal partito comunista per la campagna elettorale del 1948. Il manifesto è articolato in due facciate: un’anteriore e una posteriore.
Il suo formato misura 58 x42 centimetri. Il tema proposto è quello della condizione femminile. Vale la pena di ricordare come le elezioni politiche del ’48 siano state le prime a suffragio universale in Italia. La condizione della donna nel nostro paese, nella povertà e nell’incertezza del dopoguerra, era particolarmente difficile. Durante la guerra, la donna, oltre a provvedere ai bisogni familiari, era stata largamente impegnata nell’industria bellica per sopperire alla mancanza di manodopera maschile e alla cresciuta esigenza d’armamenti. Il manifesto in questione si presenta in maniera piuttosto complessa. Cerchiamo di analizzare la parte frontale dello stesso.
La composizione appare articolata in tre fasi distinte. La prima posta all’estremità superiore dello stesso, riproduce il tema che è affrontato e dunque ha la funzione di rendere noti gli argomenti che in esso vi vengono trattati.
La scritta “donna tu sei protagonista di un dramma quotidiano” appare diversa nel formato della scrittura. La parola ”donna” è scritta in carattere grassetto mentre il resto della scritta appare con caratteri più piccoli e disposti su due righe. Possiamo subito avanzare l’ipotesi che la parola donna, che risalta come la scritta più evidente stia a volere catturare l’attenzione dell’elettorato femminile.
La seconda frase che risalta la troviamo posta al centro del manifesto e recita: ”Perché tutto questo finisca.”
La terza frase che chiude il manifesto è sita nella parte bassa dello stesso e rappresenta l’indicazione di voto: “Vota fronte democratico popolare”.
E’ importante rilevare come la parola “vota” sia stata scritta anch’essa con il carattere grassetto”, motivo per il quale, il collegamento fra i termini “donna” e “vota” sia d’assoluta evidenza. Dal punto di vista di un’analisi del codice cromatico, le scritte analizzate, sono di colore rosso, che da un lato conferisce loro maggiore evidenza, mentre dall’altro, ricorda ideologicamente i colori della parte politica che ha commissionato il manifesto. Analizziamo ora il codice morfologico, la composizione del manifesto appare abbastanza articolata.
Fra la prima e la seconda scritta che prendiamo come punti di riferimento nel compiere la nostra analisi, sono inserite sullo spazio di tre colonne, tre diverse tipologie a livello comunicativo.
Nella prima colonna troviamo uno spazio nero con scritte di colore bianco che, come vedremo in seguito, motivano le cause del dramma femminile, del suo sfruttamento delle sue difficoltà a sbarcare il lunario. Questa prima colonna è composta in altre tre sezioni longitudinali, le quali trattano distintamente le diverse tipologie di difficoltà nella quale la condizione femminile versa.
Nella seconda colonna, troviamo tre disegni differenti, ciascuno di essi si riferisce alle tre sezioni corrispondenti delle quali abbiamo sopra detto. Ritraggono la vita famigliare vissuta nel disagio, il lavoro pesante della fabbrica e un lavoro impiegatizio.
Nella terza colonna sono presenti l’unione dei due stili precedenti, da un lato la parte d’enunciato, dall’altra un’immagine rotonda che racchiude un politico democristiano ed un prete.
La scritta posta alla fine di questa parte del manifesto, “perché tutto questo finisca” rappresenta la chiusura della descrizione del dramma vissuto dalla donna e sembra adatto a proporre una via d’uscita, una possibilità di cambiare il regime delle cose.
E’ importante affermare che questo manifesto potrebbe essere letto, e il suo messaggio compreso, anche come osservando solamente le tre scritte che in qualche maniera riassumono l’intero enunciato in esso contenuto.
“Donna tu sei protagonista di un dramma quotidiano/ perché tutto questo finisca /vota fronte democratico popolare”, potrebbe bastare da solo a sintetizzare l’intento dell’emittente.
Da notare che la scritta “Fronte Democratico popolare” scritta che appare di grandi dimensioni, presenta un aspetto cromatico differente. La sua colorazione nera, risalta molto bene sul fondo bianco nella quale è inserita, e si differenzia dalle altre scritte precedenti per evidenziare quella che è, di fatto, l’indicazione di voto.
La composizione iconica della parte successiva del manifesto è composta da un’immagine di un ragazzo con l’indice alzato, e da due foto rappresentanti immagini di vita familiare serena.
Il ragazzo sembra voler fare porre l’attenzione del destinatario sull’indicazione al voto, le due fotografie che ritraggono momenti di serenità familiare rappresentano lo stacco con le realtà disagevoli descritte in precedenza..
Nella parte posteriore del manifesto, senza dubbio molto più somigliante ad un foglio di giornale, trovano spazio diverse citazioni sui meriti del partito comunista in merito alla volontà di risolvere la situazione femminile, non potendo disporre dell’interezza del testo ci è sembrato logico analizzare con maggiore cura la parte anteriore, in quanto, senza ombra di dubbio è quella che oltre ad avere una maggiore visibilità, rispetta maggiormente lo spirito del manifesto.
Secondo lo schema analizzato nel capitolo precedente, nel manifesto in questione sono individuabili, il destinatario, l’enunciato e l’invito al voto, mentre appare assente la figura dell’emittente.
In merito a questo si può dire che il tipo di manifesto non ha la base del discorso, in quanto manca il soggetto che parla, il fatto stesso che l’emittente sia nascosto propone una tipologia di tipo predicativa.
Il destinatario del manifesto è senza ombra di dubbio la donna. Non viene fatta a tal proposito ulteriore specificazione in merito, motivo per il quale il manifesto si rivolge alla generalità del sesso femminile.
L’operazione che l’interlocutore del manifesto deve mettere in atto per riconoscersi nel manifesto stesso è relativamente facile, e agisce per gradi differenti anche a livello esclusivamente percettivo. L’abbinamento tra il manifesto e il destinatario del manifesto stesso è qui abbastanza evidente, risalta già dalla lettura delle tre frasi disposte orizzontalmente che dividono sostanzialmente il manifesto in tre parti.
Il riconoscimento completo nel manifesto si realizzerà nella piena riconoscibilità che il destinatario ricaverà nell’idea esposta all’interno del manifesto stesso. In questo caso, la comprensione e il feeeling tra destinatario e manifesto diverrà completo solo nel caso ci sia nell’enciclopedia ideologica del destinatario il pieno apprezzamento per le logiche espresse.
La parte di enunciato che si è potuta analizzare è la seguente:
Se il tuo bambino è ammalato, non sai come curarlo: Tuo marito sta per tornare a casa: sarà stanco e preoccupato perché dappertutto si minacciano licenziamenti. O forse è già disoccupato? E, tu, con quei pochi soldi che guadagna, hai cercato al mercato di risparmiare una lira, due lire, ma non sei riuscita a mettere insieme quello che occorre per sfamarvi tutti. E i prezzi della luce e del carbone, del gas e della legna, dell’olio de l pane, dello zucchero, crescono e tu non sai più come fare… Lavori e ti spezzi la schiena e ti rovini le mani, proprio come un uomo. E perché allora il tuo salario non è uguale a quello degli uomini? Se stai per avere un bambino, troppo pochi sono i giorni di riposo che ti danno, prima del parto. E quando allatti, la tua vita è un inferno. Adesso hanno inventato la storia del salario familiare, ma tu sei preoccupata perché capisci che questa è una maniera in più per minacciarti di licenziamento… Ti sei alzata presto e adesso sei al tuo posto di lavoro. Sgobbi tutto il giorno e guadagni poco. Forse hai un titolo di studio, ma non ti è servito a niente. Se sei avventizia, non sai fino a quando potrai conservare il tuo posto.
Ma. Anche se sei di ruolo, non ti senti sicura. E perché poi non ti deve essere permesso di avanzare in tutti i gradi, come è permesso agli uomini? Se sei nubile , non hai il coraggio di sposarti per paure del licenziamento e della fame. Ma se sei sposata, accade anche a te quello che è detto nella prima figura…. Il 2 giugno 1946 , e poi in ogni campagna elettorale, democristiani e preti si sono presentati a te, e ti hanno promesso: Faremo diminuire i prezzi daremo lavoro a tutti la maternità e l’infanzia saranno assistite, e a uguale lavoro, daremo uguale salario. Ma appena sono andati al governo hanno tradito tutte le aspettative.
Nella lettura del testo possiamo osservare una modalità seduttiva.
L’attrazione a sé del destinatore manipolatore si rileva proprio nella comprensione delle problematiche nelle quali versa la condizione femminile. Queste costituiscono la prima parte dell’enunciato come altrettanto evidenti sono le proposte per una esistenza migliore e di qui la logica richiesta del voto da parte del destinatario.
Questo manifesto proposto dal Partito Comunista Italiano per la campagna elettorale del 1948 misura. 58 cm. per 41 cm. e presenta anch’esso, come il precedente, una facciata fronte e una retro. Analizzeremo con maggiore cura la facciata anteriore dato che è quella che corrisponde maggiormente alla tipologia del manifesto.
La seconda facciata assomiglia ad un foglio di giornale, ed ha la funzione di spiegare con minute precisazioni, quello che è contenuto nel manifesto anteriore. In più per i manifesti del fronte popolare è stato impossibile acquisire il testo nella sua interezza.
Il tema trattato in questo manifesto è quello del lavoro contadino. In particolare modo, il manifesto non si rivolge alla generalità dei contadini, ma alle donne che lavorano nell’agricoltura. Abbiamo già puntualizzato in precedenza, come il voto femminile rappresentasse una novità e come la situazione della donna fosse particolarmente difficile, sia dal punto di vista lavorativo, laddove era sfruttata, sia dal punto dal punto di vista della gestione della vita famigliare, nella quale la mancanza di denaro e di lavoro rendeva la situazione economica inaccettabile. Alla pari del precedente manifesto analizzato, anche questo si presta ad una lettura che è scandita dalle scritte che lo percorrono orizzontalmente.
La scritta: “Contadina non ti fare ingannare!” Racchiude in sé il destinatario del manifesto, in altre parole: persona di sesso femminile e lavoratrice della terra. Da rilevare come la parola contadina sia scritta in carattere grassetto e si stagli visivamente con maggiore evidenza nell’economia del manifesto.
La seconda scritta orizzontale, introduce due soggetti che sono considerati i responsabili degli inganni precedenti: “Democristiani e preti ecco invece che hanno fatto.” La scritta che concerne i due soggetti risalta per dimensioni e larghezza rispetto alla seconda parte della frase. Va da sé che bisogna analizzare la componente iconica sita fra le due scritte orizzontali. In essa vi sono rappresentati un prete e un politico democristiano, lo si desume da una semplice operazione logica di legame fra testo e immagine e dalle vesti che indossano i personaggi in questione: il prete per la tunica, il politico per lo stemma dello scudo crociato. Entrambi, sono intenti a soffiare delle bolle di sapone, nelle quali sono rappresentate le promesse fatte nella campagna elettorale del 2 giugno 1946, promesse considerate dal manifesto, non rispettate e dunque effimere e leggere come le bolle di sapone disegnate nella vignetta satirica. Dal punto di vista della concertazione fra immagini e parola scritta, possiamo osservare come la scritta in grassetto e a caratteri più alti :”Democristiani e preti” sia collocata ai piedi delle due figure umane, quasi a volerne specificare la loro identità. La scritta successiva, invece, introduce le foto sottostanti. Queste tre immagini riproducono condizioni di vita disagiate. La prima foto riproduce un gruppo con madre e due figli, la seconda un bambino lasciato solo, la terza, un’abitazione fatiscente.
La terza scritta che percorre orizzontalmente il manifesto recita: ”Questa volta non ti fare ingannare”. Essa si ricollega alla frase iniziale del manifesto, proponendo al destinatario una nuova prospettiva di vita, la qual è presentata tramite le tre foto che fanno da contro altare a quelle analizzate in precedenza, e sono anticipate dalla frase “Ecco cosa devi fare”. Le tre fotografie propongono l’immagine della terra, di un’assistenza per i figli che rende più libera la figura materna, dandole l’opportunità di lavorare senza abbandonare la prole, la terza immagine raffigura una casa che si contrappone anch’essa alla catapecchia della foto sopra di essa.
Segue l’indicazione di voto, anche questa con una debita premessa: “Ecco cosa ti darà il fronte democratico popolare”. Il connubio fra immagini e testo si presenta quanto mai importante. Le frasi non potrebbero essere lette, ricevendo solo da esse il senso compiuto del messaggio elettorale, ma abbisognano del supporto delle immagini. Possiamo affermare che sia dal punto di vista iconografico, sia dal punto di vista squisitamente cromatico, il manifesto si presenta diviso in due parti. Nella prima è evidente la delazione che è fatta nei confronti dell’operato della parte avversa, nella seconda parte s’invita al cambiamento l’elettore, proponendo migliorie per la vita sociale e contadina e, fornendo l’indicazione di voto che vale come una promessa, come un impegno solenne nei confronti dell’elettorato. In questo caso il supporto del colore, il codice cromatico del manifesto, non richiama ad alcun elemento di natura politica, ma riveste la funzione di differenziare opportunamente le diverse sezioni del manifesto, proponendo un cambiamento di prospettiva anche all’occhio che l’osserva. Possiamo inoltre osservare che le prime tre foto che raffigurano le condizioni di miseria, hanno un formato più piccolo rispetto a quelle che propongono le prospettive di vita migliore. L’indicazione di voto si presenta infine con una scritta scura su di un fondo bianco, affinché si possa stagliare sulla parte restante dell’immagine.
In questo caso, come per quanto riguardava la precedente analisi, la parte retro del manifesto approfondisce in maniera articolata, i temi esposti nella parte anteriore. La facciata retro assomiglia in tutto e per tutto ad una pagina di un giornale e tratta, tramite l’apporto delle fotografie, delle vignette satiriche, e una larga parte d’enunciato, le tematiche del lavoro contadino, della fame e delle promesse non mantenute da parte della fazione opposta.
Nel manifesto sono presenti il destinatario, l’invito al voto, e l’enunciato. Manca il soggetto che parla. Il destinatario è caratterizzato in due differenti modalità. Non si rivolge solamente al mondo contadino, oppure alle problematiche della condizione femminile, ma ad entrambe. Particolare attenzione è riposta la tematica dell’inganno, dunque ad un argomento di natura negativa, discriminatoria dell’operato altrui. Alla tematica dell’inganno s’oppone l’offerta delle possibili migliore riguardanti la vita sociale ed economica per la popolazione contadina.
In questo manifesto, come nel precedente, si applica la modalità della seduzione, ovvero della capacità d’attrarre a sé, dell’apprezzare, e del farsi apprezzare dall’elettore. Alla base di questo si situa un’attività conoscitiva, che rende note le ricompense per il voto che si vorrà dare a questa determinata parte politica, e che rafforza il sistema di credenze fra destinatario e il destinatore manipolatore.