Yakuza: tra politica e affari

Yakuza: tra politica e affari / Manuela Flore, relatore Francesco Gatti [2001]
Università degli Studi di Venezia, Ca' Foscari: Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, A.A. 2000/2001

"It is not that the Japanese are so complex, it is that their complexities are different from ours"(1). La stampa internazionale è solita dipingere il Giappone come un paese che, nonostante la dolorosa sconfitta subita durante la Seconda Guerra Mondiale, ha raggiunto uno sviluppo economico senza precedenti anche grazie ad un popolo ordinato e rispettoso. Inoltre, le statistiche pubblicate mostrano come il paese del Sol Levante presenti un tasso di criminalità di gran lunga inferiore a quello dei paesi occidentali altrettanto industrializzati.

Come avremo modo di scoprire, in realtà, la società nipponica è permeata da una elaborata organizzazione criminale, la yakuza, saldamente radicata nella cultura autoctona.Quando si parla di yakuza si intende fare riferimento a un fenomeno prettamente autoctono deludendo, forse, le aspettative ci chi erroneamente tende a riconoscervi un fenomeno d'importazione statunitense.

Considerato il suo profondo radicamento, ho ritenuto opportuno risalire alle sue origini storiche constatando che la sua comparsa è strettamente connessa ai fatti che sconvolsero il Giappone del XVII secolo. L'ascesa dei Tokugawa diede inizio a una serie di trasformazioni politico-sociali di cui risentirono soprattutto i samurai che, fino ad allora, avevano occupato un ruolo di prestigio. Con la secolare pax Tokugawa, i samurai incapaci di inserirsi nelle file di burocrati, si ritrovarono a vivere ai margini della società riunendosi in piccoli gruppi chiamati hatamotoyakko. Questi viaggiavano lungo le strade maestre seminando il terrore tra la popolazione che, incapace di difendersi, subiva le loro angherie. Diverse fonti storiche tendono a riconoscere in loro gli antenati degli yakuza moderni tuttavia, questi ultimi preferiscono identificarsi nei machiyakko, bande di giovani rounin pronti a intervenire con coraggio in difesa dei deboli cittadini. L'immagine eroica di queste figure fu agevolata dalla diffusione di racconti orali che ne mitizzavano le gesta ma, in realtà, anche i machiyakko erano spesso coinvolti in attività illegali.

simbolo dei TokugawaCon il consolidarsi del governo Tokugawa nel XVIII secolo, i gruppi scomparvero lasciando spazio a nuove forme di crimine organizzato: i tekiya e i bakuto. La diffusione delle nuove coalizioni fu facilitata dalla politica del tempo che, con la stratificazione sociale, impediva il reinserimento degli esclusi costringendoli a vivere ai margini della società. Questi venivano spesso raccolti dai capi bakuto e tekiya che se ne prendevano cura procurandogli una sistemazione decorosa. L'affidabilità della manodopera offerta fece sì che le stesse autorità locali si rivolgessero ai criminali affidando loro la costruzione di importanti opere pubbliche. Oltre a svolgere la funzione di procacciatore di manovalanza, le coalizioni gestivano svariate attività illegali in prevalenza legate al gioco d'azzardo, allo strozzinaggio e all'estorsione.
La collaborazione tra crimine organizzato e amministrazione locale fu rafforzata nella prima metà del XVIII secolo con l'aumento delle ritorsioni popolari anti bakufu. La necessità di riportare l'ordine spinse il governo a chiedere l'intervento di tekiya e bakuto ai quali affidarono funzioni di controllo sui territori da loro controllati, in cambio essi gestivano indisturbati parte dei loro traffici.

Nella seconda parte dell'elaborato ho cercato di evidenziare come la collaborazione con le istituzioni pubbliche si estese sino ad arrivare alle più alte cariche pubbliche. Nello stesso capitolo è possibile notare come, sebbene all'origine la collaborazione non fosse frutto di una comune ideologia politica, gli sviluppi storici fecero della yakuza un baluardo al servizio dell'imperialismo. Il disorientamento generato dalle pretese di Perry coinvolse anche la yakuza sensibile al fascino di Mitsuru Toyama, le cui idee alimentarono il loro spirito nazionalista. Quest'ultimo fu l'uomo che cambiò in modo radicale la vita del crimine organizzato e della politica nipponica. Le sue importanti amicizie nel settore politico e economico gli consentirono di gestire indisturbato attività tipicamente gestite dagli yakuza e di finanziare un vero e proprio esercito al servizio dell'imperialismo.
Negli anni del grande conflitto, il sostegno degli yakuza si tradusse in vere e proprie campagne di terrore mirate a eliminare le forze politiche di opposizione e a creare le condizioni ideali per favorire lo sviluppo economico del "grande Giappone". In sostanza la loro presenza garantiva la piena occupazione della forza lavoro disponibile sia in patria che nei territori occupati. In questo contesto è interessante notare come i capi yakuza, ormai infiltrati a tutti i livelli delle istituzioni politiche, agevolando l'ascesa economica del paese, accumularono grossi capitali e strinsero solide relazioni con i più importanti esponenti del mondo economico.

E' interessante notare come, malgrado molti yakuza furono iscritti nelle liste di epurazione perché sostenitori del militarismo, il fenomeno continuò a persistere anche negli anni dell'occupazione. La campagna antimilitarista non cancellò del tutto la yakuza, gli esclusi riorganizzarono le coalizioni accogliendo tutti gli emarginati e quei soggetti che, rimpatriati dopo la guerra, non riuscivano a trovare una sistemazione dignitosa.
Giovandosi delle divisioni interne allo SCAP e approfittando della loro strategia amministrativa, i tekiya mantennero le vecchie funzioni esattoriali; inoltre strinsero buoni rapporti con l'amministrazione locale che richiedeva il loro intervento per questioni legate all'ordine pubblico. Conquistata la stima delle forze alleate, i capi yakuza ottennero numerosi appalti nel settore dell'edilizia e in quello portuale gestendo il mercato nero ed il settore del divertimento.

E' curioso notare come l'atteggiamento degli alleati negli anni della guerra fredda favorisca la rinascita della yakuza e il suo consolidamento. Lo smantellamento dei grandi complessi industriali, colpevoli di aver contribuito all'imperialismo, e l'incarcerazione dei militaristi furono accompagnati dalla diffusione di una coscienza politica tra i lavoratori. Le organizzazioni sindacali guidate dai comunisti, a cui lo stesso SCAP aveva concesso l'amnistia, crebbero in modo considerevole. Il comportamento delle forze di occupazione si inasprì quando si diffuse il timore che "l'ondata rossa" potesse coinvolgere anche il Giappone. Per scongiurare ogni pericolo, contando sul diffuso sentimento anticomunista, gli americani cercarono la collaborazione delle autorità locali. Successivamente fu interrotta la campagna contro i militaristi e ordinata la scarcerazione di tutti quelli che in passato avevano stretto solide relazioni con il crimine organizzato. I primi a sostenere la linea politica furono i gurentai, un nuovo gruppo di criminali noti per l'inclinazione alla violenza e per l'avversione verso le idee della sinistra. Da questo momento in poi, la yakuza assunse il ruolo di forza paramilitare al servizio del Partito Liberale Democratico che, dagli anni '50, esercita un dominio pressoché ininterrotto sulla scena politica giapponese. Ancora oggi la yakuza fornisce le guardie del corpo agli uomini politici più importanti, appoggia le campagne elettorali procurando voti con l'intimidazione e interviene spesso nel settore industriale, dove la loro pressione mira a regolare l'attività creditizia o questioni di sicurezza.

La stampa americana, insospettita dalla potenza di questi gruppi, denunciò un giro di corruzione in cui erano coinvolte le stesse autorità americane. Lo SCAP chiese l'intervento della magistratura locale che ordinò l'arresto di circa 50.000 sospetti. In realtà, solo il 2% dei condannati scontò la pena, infatti successivamente fu accertato che le sentenze di innocenza furono emesse sulla base di false testimonianze rese dietro alti compensi in denaro e in seguito a forti pressioni esercitate da autorevoli politici.

 Successivamente ho ritenuto opportuno fare una panoramica sulle attività economiche gestite dalla yakuza sottolineando come la yakuza sia riuscita a stare al passo con i tempi e ad approfittare del grande sviluppo economico degli anni '80. Ai nostri occhi apparirà sicuramente curioso scoprire che gli investimenti furono avvantaggiati dallo stesso sistema legale nipponico in cui, fino al 1992, mancava un normativa che impedisse la formazione di organizzazioni criminali e il riciclaggio di denaro sporco. Nella parte finale del terzo capitolo ho voluto accennare a tre figure, sarakin, jiageya soukaiya, la cui presenza ha fatto sì che la yakuza diventasse una delle organizzazioni criminali più potenti del mondo. Gli ingenti capitali ricavati dal controllo di attività illecite, le hanno permesso di finanziare operazioni legalmente riconosciute e di conquistare una posizione rilevante anche in campo internazionale investendo capitali in America Latina, nelle isole Hawai, in Australia, in Canada e negli Stati Uniti.

 

Negli ultimi anni l'industria cinematografica ha avuto la tendenza a descrivere gli yakuza come moderni samurai che si muovono in un contesto fatto di valori tradizionali, affascinati simbolismi, antichi rituali e rigide norme comportamentali. Per avere una maggiore comprensione del fenomeno, ho ritenuto opportuno soffermarmi sulla struttura dei gruppi caratterizzati da un rigido rapporto gerarchico i cui componenti sono consapevoli della posizione occupata. Ogni yakuza si muove in un mondo spesso fatto di contraddizioni e in cui il senso dell'onore è preservato dall'umilta e dall'autocontrollo e, contemporaneamente, dalla forza fisica e dalla vendetta.

Oggi la yakuza vanta il controllo sui settori economici più disparati comprendente il commercio di armi di fuoco, la gestione del settore del divertimento, estorsioni, gioco d'azzardo, spaccio di sostanze stupefacenti, controllo del mercato della pornografia e della prostituzione. Gli yakuza si muovono indisturbati a bordo di lussuose macchine americane, indossando abiti firmati, esibiscono con disinvoltura il loro biglietto da visita e si riuniscono in eleganti uffici ubicati in alti palazzi sulla cui parete è affisso il distintivo dell'organizzazione.

di Manuela Flore 

Note

1. Rome, Florence. 1975. The Tattooed men. Delacorte Press, New York, p. 1.

 

Le origini della yakuza

 

 

1.1 L’origine del brigantaggio nel suo contesto storico.

La confusione politica cominciata nel Giappone del VII sec. portò a un graduale passaggio del potere decisionale dalle mani di un’aristocrazia di corte a quelle di una classe militare. Quest’ultima raggiunse una posizione tale da relegare la nobiltà ad un semplice ruolo decorativo la cui unica occupazione era quella di portare avanti le tradizioni, mantenendo vivo il rispetto e l’obbedienza.                                                L’ascesa del nuovo ceto fu evidente nel Sengoku jidai, periodo degli stati belligeranti, durante il quale si consolidò una struttura amministrativa dal carattere prettamente militare. All’abrogazione del servizio militare, seguì la formazione di un esercito sostitutivo composto da giovani rampolli delle famiglie e dei signori locali. Il nuovo esercito risultò presto inadeguato quindi, i nobili assunsero i samurai (dal verbo samurau: servire) ai quali fu assegnato il compito di vigilare e difendere i possedimenti del loro signore. Le concessioni legittimarono il potere dei capi delle legioni dando inizio alla scalata dei buke o bushi (casa o famiglia militare), gli unici ai quali il governo consentiva di portare la spada.[1]

I buke diedero vita a un severo codice di condotta, il bushidō, la via del guerriero, nel quale si sottolineavano i principi di coraggio, rettitudine, benevolenza, cortesia, sincerità, onore ed un radicato senso di giustizia e di dominio di sé.

Il bakufu (governo della tenda) di Kamakura diede grande importanza ai buke concedendo loro lo tsujigiri. Questo permetteva che un samurai, fermo all’angolo di una strada, aggredisse il primo uomo che gli si presentava davanti, al fine di provare la lama della sua nuova spada. Largamente diffuso nel periodo Tokugawa, lo tsujigiri veniva praticato dagli hatamoto, uomini della bandiera, dai rōnin, samurai senza padrone e dagli otokodake, giovani bushi criminali. Questi si muovevano negli shōen, possedimenti terrieri esentasse amministrati dai daimyō, nei quali gli hatamoto occupavano un grado inferiore e controllavano i quartieri.[2]

La parcellizzazione delle terre promossa nel periodo Edo (1603-1867), aveva fatto degli hatamoto vassalli minori sui quali lo shōgun, capo del bakufu, esercitava un controllo diretto. Sebbene non godessero degli stessi diritti del daimyō, gli hatamoto usufruivano del privilegio di udienza davanti allo shōgun; questo era per loro motivo di grande orgoglio. In realtà, le loro mansioni erano spesso servili e umilianti dato che, nei periodi di pace, costituivano la manovalanza necessaria per la ristrutturazione dei tetti dei castelli di Edo o per la costruzione di opere pubbliche.[3]

Nella scala gerarchica la figura dello hatamoto era seguita dal gokenin, un samurai di grado inferiore che diventava tale con una cerimonia ricca di significati. Il rito prevedeva il dono della spada da parte dello shōgun, gesto che sanciva definitivamente il legame indissolubile tra vassallo e signore e che gli consentiva il riconoscimento di uno status sociale. In seguito, al dono della spada si aggiunse il brindisi con il sake, sakazukishiki, aspetto ripreso dai riti d’iniziazione delle organizzazioni criminali.

Con il consolidarsi del potere politico dei Tokugawa, furono adottate nuove misure che diffusero un forte malessere soprattutto tra coloro i quali furono esclusi dall’ulteriore suddivisione del territorio, primi tra tutti gli hatamoto. Il senso di frustrazione raggiunse il culmine con le disposizioni della casa madre che con il katanagari ordinò, la caccia alle spade e alle armi. Le conseguenze di questa misura non si rilevarono solo sul piano sociale infatti, molto più gravi furono quelle psicologiche. L’arma veniva preparata secondo procedure tradizionali e dal profondo significato religioso ed era considerata un potente deterrente contro gli spiriti maligni. In essa era contenuta l’anima del valoroso guerriero e nella sua lama era riflesso l’onore di chi la portava quindi, togliere la spada a un samurai voleva dire privarlo della propria anima.[4]

La confisca delle armi segnò in modo violento e definitivo l’inizio della stratificazione sociale che avrebbe portato al congelamento della società.

Questa comprendeva: l’Imperatore, lo shōgun, i daimyō i samurai, i contadini e i chōnin a ognuno dei quali fu tassativamente vietato di cambiare occupazione. Gli editti emanati contenevano severe disposizioni che impedivano ai bushi di ritornare nei villaggi una volta finite le battaglie ed inoltre, morto il proprio signore, non potevano trovarne uno nuovo a cui votarsi.

Disapprovando qualsiasi forma di coalizione tra gli hatamoto di basso rango e i contadini, entrambi pressati dalle imposizioni fiscali sempre più alte, il bakufu si adoperò per evitare qualsiasi azione eversiva e per questo, con la riorganizzazione del 1635, agli hatamoto furono confiscate le terre in cambio delle quali conferirono stipendi fissi. Privati delle terre, incapaci di entrare nelle file degli ufficiali governativi, gli hatamoto si riversarono nei nuovi agglomerati urbani la cui espansione fu fortemente influenzata dal sankinkōtai. Agli sventurati si aggiunsero tutti i contadini che avevano perso le terre per difficoltà finanziarie e tutti i rōnin, samurai senza padrone, diventati tali in seguito alla stratificazione delle classi sociali.

Coloro i quali in città non riuscivano a trovare una sistemazione dignitosa, vagabondando in cerca di una nuova occupazione, vivevano ai margini della società svolgendo spesso dubbie occupazioni. Molti rōnin diventarono otokodake, giovani bushi fuori legge che si muovevano nel mondo criminale, e non furono pochi i disgraziati che riuniti in gruppi, vagando per il Giappone senza fissa dimora, si dedicavano al brigantaggio e al saccheggio.[5]

 

1.2 Prime forme di brigantaggio: hatamotoyakko.

L’impossibilità di esercitare le proprie capacità militari fu causa di un grave malessere diffuso soprattutto tra i giovani figli di hatamoto. Questi diedero sfogo alla loro frustrazione confluendo in una serie di gruppi compatti dediti al brigantaggio e identificati come hatamotoyakko.

Il termine yakko ci riporta a servitore tuttavia, in questo caso, assunse un’accezione contraria al significato originale. Hatamotoyakko diventò colui che, schieratosi dalla parte del più debole, si opponeva all’oppressore guardando con disprezzo l’opulenza dei daimyō considerata fonte di degenerazione. Lo hatamotoyakko era pronto a sacrificare la propria vita per i principi in cui credeva nel rispetto dell’umanità e della giustizia.

Riconoscibili per l’aspetto piuttosto singolare, essi erano anche conosciuti come kabuki mono.[6] Portavano lunghi baffi o lunghi ciuffi di capelli che cadevano sulle tempie; erano soliti indossare kimono dal colore blue marino; portavano appesa al fianco una lunga spada che, oscillando ad ogni passo, strisciava sul terreno. Solitamente la spada aveva il manico scuro oppure dello stesso colore del kimono mentre la fodera era laccata di scuro.

Gli hatamotoyakko percorrevano le strade maestre in gruppi di tre o quattro alla ricerca di potenziali prede da saccheggiare, innocenti da attaccare o di un qualsiasi pretesto per commettere lo tsujigiri. Portando avanti la tradizione familiare, da buoni samurai continuavano ad esercitare l’arte militare e a custodire quei valori di fedeltà incondizionata tipici della classe originaria.

Nonostante la violenza delle loro azioni, agli occhi dello spettatore essi apparivano figure grottesche e dai modi ridicoli. Incontrandoli d’estate lungo le vie non si poteva rimanere indifferenti di fronte ad un hatamotoyakko che, indossando contemporaneamente quattro o cinque kimono, mangiava zucche calde al contrario, d’inverno vestivano abiti leggeri e mangiavano zucche ghiacciate. Questo tipo di presentazione, li rendeva piuttosto innocui tuttavia, spesso il loro egocentrismo li portava ad aggirarsi furtivamente con fare arrogante e superiore.

Dopo aver mangiato in una locanda, essi erano soliti allontanarsi senza pagare il conto affermando apertamente:

                                              
 “We don’t have money today.”[7]
 

Se il povero malcapitato avesse protestato i malviventi, erano pronti a minacciarlo di morte con la spada. Nonostante ciò, pochi giorni dopo, gli stessi malviventi ritornavano sul luogo del delitto pronti ad estinguere il mancato pagamento con una somma largamente superiore al debito precedentemente contratto. Anche in questo caso, se l’oste si fosse rifiutato di accettare o avesse cercato di ricambiare in qualche modo, i giovani hatamotoyakko erano pronti a reagire con la forza. Per la gente comune non era facile relazionarsi con loro dato che usavano un gergo particolare e difficilmente comprensibile. Molti gruppi usavano nomi insoliti e spesso inverosimili come Taishō Jinji gumi, banda di tutti gli Dei, scomparsa in seguito agli interventi del governo.

Trovandosi davanti a questa forma embrionale di criminalità organizzata ciò che maggiormente stupisce è la grande forza di coesione interna. Uniti da vincoli indissolubili, gli hatamotoyakko giuravano di seguire le regole del gruppo che erano pronti a difendere a costo della loro sua stessa vita. Per rispettare l’impegno preso, rifacendosi all’antico codice d’onore dei loro padri, i giovani fuori legge erano pronti ad andare anche contro la stessa famiglie d’origine.

L’arroganza e i soprusi commessi non tardarono a generare il malcontento tra la gente comune che prontamente organizzò le proprie coalizioni di difesa.

 

1.3 I machiyakko.

In un primo memento i cittadini, incapaci di reagire, sopportarono le prepotenze e le angherie degli hatamotoyakko tuttavia, la rabbia infiammò gli animi degli oppressi che si unirono compatti nel tentativo di sconfiggere i prepotenti. La paura e il risentimento nei confronti degli hatamotoyakko si tradusse nella costituzione di solidi gruppi uniti per difendersi dagli attacchi dei giovani provocatori.

Sebbene in alcune occasioni ostentassero le stesse barbare abitudini dei loro rivali, i nuovi gruppi erano di estrazione sociale ben diversa. Impiegati, locandieri, artigiani e bottegai formarono forze leali e solidali adottando il nome di machiyakko, servitori della città. Caratteristica peculiare era il loro spirito cavalleresco: non turbavano mai i buoni cittadini che erano pronti a difendere senza tirarsi indietro, affrontando i rivali incuranti dell’elevata estrazione sociale di questi ultimi. Non era raro assistere a scene eroiche in cui un machiyakko combatteva contro un hatamotoyakko che aveva commesso tsujigiri.

Anch’essi caratterizzati da forti valori della tradizione, conquistarono presto la simpatia dei Tokugawa che usufruivano della loro maestria per imparare l’arte della spada. Grazie al loro appoggio i machiyakko estesero la sfera di influenza su territori sempre più vasti e accolsero nei loro gruppi gran parte degli emarginati, dei samurai sbandati e dei disoccupati che popolavano la città. Il capo gruppo dei machiyakko se ne prendeva cura preoccupandosi di trovare loro un tetto e un’occupazione e, nella maggior parte dei casi, gli affidava in lavori di manovalanza da eseguire nelle residenze dei ricchi samurai.[8] Poiché in genere si trattava di impieghi di breve durata, una volta portato a termine il lavoro, i disgraziati ritornavano sotto la cura e la responsabilità del capo machiyakko.

La preoccupazione e le attenzioni che lo oyabun, colui che occupa la posizione di genitore, riservava al povero impiegato diedero origine a una sorta di dipendenza da parte di quest’ultimo, pronto a seguire e a difendere il suo protettore a costo della sua stessa vita. Il forte legame tra le parti divenne stretto al punto da assumere le connotazioni di ie, famiglia, casa, con il tipico rapporto tra oyabun e kobun, vissuto come quello tra genitore e figlio.

L’aspetto familiare era altresì evidenziato dalla struttura gerarchica e dal rapporto di fratellanza esistente tra i componenti del gruppo inoltre, il legame tra i componenti era così solido da diventare una delle caratteristiche peculiari dei futuri gruppi criminali. La forza di coesione, profondamente radicata nella mentalità di ogni componente del gruppo, è senza dubbio la caratteristica che ha consentito lo sviluppo delle organizzazioni e il mantenimento dei valori tradizioni.

Per tutti i cittadini che nel quotidiano subivano inermi le angherie degli arroganti hatamotoyakko, la consapevolezza che i valorosi machiyakko erano pronti a intervenire in loro difesa era fonte di grande sollievo. Nell’immaginario collettivo il machiyakko diventò l’eroe per eccellenza, colui che difende il debole dai soprusi del più forte infatti, la sua fama è ancora oggi raccontata in numerose leggende nelle quali si esaltano le sue qualità morali e le sue gesta eroiche.

Nei racconti e nei drammi kabuki la figura più popolare e maggiormente rappresentata è quella di Banzuin Chōbei, famoso kyōkaku, cavaliere della città, da molti considerato leader incontrastato di tutti i machiyakko.[9] Su di lui non si hanno notizie certe tuttavia i drammi ispirati alla sua vita lo vedono originario di una famiglia rōnin delle regioni meridionali. Chōbei, lavorando come agente del lavoro, fornì la manodopera necessaria per la costruzione di opere pubbliche quindi, aperta una bisca, si dedicò a una delle tipiche attività che connoterà il mondo yakuza: il gioco d’azzardo. Banzuin si serviva della bisca clandestina per attirare gli operai e, istigandoli al gioco, tentava di recuperare parte dei salari che erano stati corrisposti. Questo tipo di trattamento, sopravvissuto anche dopo la scomparsa dei machiyakko, verrà ereditato dai bakuto, giocatori d’azzardo.

Nelle opere teatrali o letterarie Chōbei è descritto come l’eroico cavaliere che salva una giovane donna dagli stupratori o come l’uomo virtuoso che coronava il sogno d’amore di due giovani di diversa estrazione sociale. Davanti a chi lo ringraziava per il soccorso prestato l’eroe era solito rispondere:

        
“We have made it our principle to live with a chivalrous spirit. When put to the sword, we’ll lose our lives. That’s our fate. I just ask you to pray for the repose of my soul when my turn comes.”[10]
 
Come egli stesso aveva predetto, Chōbei perì per mano del suo eterno nemico Mizuno Jūrōzaemon, capo degli hatamotoyakko. Un dramma di Kawatake Mokunami recita:
 

Mizuno Jūrōzaemon, representative of Edo’s hatamotoyakko, and his followers, and have often encountered each other in amusement or gay quarters in Edo. Whenever they come face to face with each other, they begin to fight or quarrel. One day, Mizuno invites Chōbei through his messenger to come to his residence and have a drink togheter in token in reconciliation. Chōbei and his followers immediately determine that the invitation is a trap. Not listening to his followers who ask him not to go, Chōbei goes to Mizuno’s house alone.

Mizuno receives Chōbei respectfully at his home, and before long, a banquet begins. At the banquet of Mizuno’s followers spills sake from a large cup on Chōbei’s kimono under pretense of a slip of his hand. As planned, another of Mizuno’s followers takes Chōbei to a bathroom, suggesting he have a quick bath and change his kimono. When Chōbei becomes defenceless in the bathroom, four or five samurai, all Mizuno’s followers, attack him. But being proud of his physical strength, he defeats them with-out any difficulty. Holding a spear in his hand, Mizuno himself then appears in the bathroom. Looking into the eyes of Mizuno, Chōbei says calmly, “Certainly, I offer my life to you. I’m ready to throw away my life, otherwise I’d never have accepted your invitation and come here alone; I’d have listened to my followers who worried about my life. Whether one lives to be hundred or dies as a baby depends on his fate. You are a person of sufficient status to take my life because you are a noted [...]. I offer my life to you with good grace. I knew I would be killed if I come here; but if it was rumored that Chōbei, who had built up a reputation as a machiyakko, held his life so dearly, it would be an everlasting disgrace upon my name. You shall have my life for nothing. I have iron nerves, so lance me to the heart without the slightest reluctance!”

Though tough, Mizuno Shrinks from these words and hesitates to spear him. His followers urge him. Finally, he makes up his mind and stabs Chōbei through the heart with his long spike. The curtain falls with Mizuno’s line: “ He was too great to be killed.”[11]

 

L’enfasi con cui il dramma kabuki descrive il valoroso Chōbei consente di capire perché gli yakuza moderni abbiano scelto lui e i machiyakko come loro antenati. Ancora oggi i criminali nipponici vedono negli eroici personaggi i custodi dei valori in cui essi credono. Le continue lotte e le dispute nelle quali entrambe le yakko si trovavano coinvolte portarono alla reciproca eliminazione delle fazioni. La scomparsa fu accelerata dalle misure restrittive adottate dal governo Tokugawa che dagli inizi del XVII secolo cercò di eliminare qualsiasi elemento sovversivo pericoloso per la pace e l’ordine tipico del loro governo.

 

1.4 Figure popolari idolatrate.

Tra i predecessori della yakuza moderna rientrano anche personaggi che si distinsero dalle masse per il loro coraggio, diventando beniamini della popolazione di Edo. Tra quelli più audaci e capaci di destreggiarsi i situazioni di estremo pericolo, emersero i goen, i machihikeshi e i tobi, tutti prevalentemente impegnati nella carpenteria e nello spegnimento degli incendi, noti per il loro coraggio e per l’indole facilmente irritabile.

I goen, erano vigili del fuoco o samurai di classe inferiore ai quali era affidato il compito di curare le residenze dei loro signori. I machihikeshi erano tra i più numerosi infatti, solo nei primi anni del diciottesimo secolo, esistevano circa quarantotto gruppi.[12] Ognuno di essi, strutturato gerarchicamente, era guidato da un capo al di sotto del quale i vari seguaci obbedivano senza riserva, vincolati da un rapporto indissolubile. Abitualmente impiegati alle dipendenze dei machiyakko, il loro intervento era richiesto solo in caso di incendio. Quando questo scoppiava, poiché ne andava del loro onore, più gruppi se lo contendevano seguendo il piano d’intervento del loro capo gruppo. A questo punto il motoimochi, colui che portava lo happi, stendardo o distintivo posseduto da ogni gang, arrampicatosi sul tetto dell’edificio, lo agitava per indicare ai compagni il punto in cui l’acqua doveva essere gettata.[13] 

Dato che il gesto degli eroici personaggi si rifletteva sull’intero gruppo enfatizzandone valore e coraggio, il prescelto non doveva scendere dal tetto anche se il fuoco avesse dovuto consumare l’intero edificio. Con ogni probabilità, l’usanza della yakuza moderna di esibire distintivi, bandiere e spille, ha avuto origine proprio con gli happi dei motoimochi.[14]

      

1.5 Nascono le prime organizzazioni criminali: tekiya e bakuto.

La politica del bakufu alimentò un diffuso malessere tra la popolazione che, costretta all’immobilità, si trovava nell’impossibilità di cambiare o migliorare la propria situazione socioeconomica. In un mondo in cui avere uno ruolo sociale era di vitale importanza, esserne privi significava vivere ai margini della società. Il ribrezzo con cui il popolo trattava gli emarginati rese forte il senso di solidarietà tra gli esclusi che, entrando a far parte di un gruppo sociale ben delineato, rivendicavano lo status di cui spesso erano stati ingiustamente privati.

Gli emarginati che nei centri urbani non riuscirono a trovare buone prospettive, furono accolti da nuove coalizioni depositarie dei valori tradizionali degli yakko. Nonostante l’atteggiamento avverso dei Tokugawa, il mito e le leggende cavalleresche sugli hatamotoyakko e sui machiyakko continuarono a sopravvivere. A raccogliere tradizione e antichi valori furono soprattutto due nuove coalizioni: tekiya e bakuto, entrambe strutturate gerarchicamente e regolate da rapporti fondati su lealtà e fedeltà incondizionata. La scalata all’interno del gruppo era determinata dal comportamento che i seguaci mantenevano durante le battaglie ma non erano da meno la fedeltà verso lo oyabun e l’abilità fisica. Andare contro le rigide regole voleva dire incorrere in punizioni molto severe e esemplari come la morte, l’espulsione o lo yubitsume, ancora in uso nelle organizzazioni criminali odierne.

 

1.5.1 I tekiya

La parola tekiya è piuttosto recente infatti il termine con cui erano più noti all’inizio era yashi. Profondamente devoti alla divinità cinese Shinno, gli yashi si muovevano per il Kantō truffando la gente che li accusava di usare la devozione religiosa per ottenere buoni risultati negli affari. Fedeli alle tradizioni, ancora oggi nelle case degli yakuza si trovano altari dedicati alla divinità cinese di fronte al quale si svolge la cerimonia d’iniziazione del sakazuki inoltre, è possibile che lo stesso oyabun si autodefinisca Shinno o che il gruppo si designi come Shinno gyōsha, mercante protetto da Shinno.[15]

Con l’intensificarsi del commercio e con la diversificazione delle attività, gli eredi degli yashi furono identificati con la parola tekiya. Il campo semantico teki si rifà a oggetto, bersaglio, obbiettivo mentre ya contiene negozio, venditore, distributore, commerciante. E’ molto probabile che i due kanji siano stati capovolti per formare tekiya e considerate le attività illecite, assunse il significato di malvivente, truffatore, guardiano di banchetti da strada. Questa accezione derivava sostanzialmente dalla grande maestria con cui i tekiya riuscivano ad attirare i potenziali clienti che avevano l’abitudine di frodare vendendo loro merce scadente. Gli hattarabai, imbrogli, dei tekiya andavano dal ganenetabai, vendita di oggetti contraffatti, al monto, vendita di tessuti scadenti come stoffa di ottima qualità. Capitava che commerciassero merce usurata come le scarpe che, incollate e dipinte, alla luce della lanterna sembravano nuove, gesoya; altre volte commettevano kaboku vendendo bonsai, piccole piante, prive di radici.

Di fronte alle lamentele dei clienti, i fraudolenti tekiya, erano soliti difendersi sostenendo che non potevano essere considerati colpevoli di frode dato che, essendo stati in stato di ebbrezza, la vendita si era svolta con mente non lucida.[16]

La maggior parte degli ambulanti esercitava nei giorni di mercato seguendo il calendario delle festività religiose che, con il tempo, diventarono fiere permanenti inoltre, essi si riunivano abitualmente nei sakariba, luoghi animati paragonabili ai nostri spazi pubblici.[17]

Nel tentativo di aggirare i divieti imposti dai Tokugawa, contrari all’esercizio del commercio, gli ambulanti cominciarono a unirsi in gruppi compatti e ben organizzati e pur vivendo al di sotto delle classi, conquistarono un alto grado di considerazione.

Far parte dei tekiya significava sottostare al rispetto incondizionato del suo regolamento:

                       

Non toccare la moglie di un altro seguaci;

non rivelare alla polizia i segreti dell’organizzazione;                         

resta rigorosamente fedele al legame con il tuo oyabun.[18]

 

Il centro dell’organizzazione fu fissato nella casa dello oyabun, dove venivano insegnati i segreti del mestiere agli aspiranti tekiya che ricambiavano svolgendo umili attività. L’adesione al gruppo era subordinata a un insieme di prove infatti venivano ammessi a pieno diritto solo coloro che, uniti ai seguaci già presenti in lista, ritornavano nella casa dello oyabun con buoni risultati di vendita.

Il potere dello oyabun si estendeva sul niwabari, zona di influenza o territorio, su cui erano disseminati i banchetti dei tekiya. Poiché per la buona riuscita degli affari era fondamentale sistemare il banchetto in un punto strategico, nella scelta, l’ambulante non poteva prescindere dal benestare dello oyabun della zona. Il suo potere decisionale era tale da determinare in quale punto sistemare il banchetto inoltre, l’usufrutto del suolo era subordinato al pagamento del mikajime, una sorta di tassa di beneficio, da destinare allo oyabun della zona. Qualsiasi rifiuto da parte dei venditori non solo avrebbe pregiudicato la buona riuscita degli affari, ma avrebbe anche suscitato l’ira dello oyabun che puniva con aggressioni, furto della merce o minacciando eventuali clienti. [19]

L’ascesa dei tekiya e l’espansione della loro influenza fu accompagnata da una serie di dispute che coinvolgevano tutte le fazioni interessate a estendere il controllo sui niwabari altrui. Nel tentativo di ridurre i continui disordini ed esercitare il controllo sulle forze economiche, tra il 1735 e il 1740, il governo attribuì agli oyabun il myōjitaito, una sorta di riconoscimento ufficiale che legittimava il loro operato. Insieme al nome di famiglia, questo consentiva loro di portare la spada, simbolo di status sociale che, nella scala gerarchica, collocava il favorito in un gradino al di sotto dei samurai.[20] Allo oyabun fu affidato il controllo sui mercati e sulla raccolta del mikajime dal quale tratteneva una percentuale come compenso per l’impegno svolto. Contemporaneamente essi svolgevano funzioni di vigilanza assicurando l’ordine nei niwabari dove continuavano indisturbati a gestire i loro traffici e a conquistare il rispetto della popolazione che erano pronti a soccorrere. Con il graduale abbandono dell’itineranza, i tekiya diversificavano gli affari concentrando il commercio in giorni diversi da quelli delle fiere tenute durante le festività.

Dietro l’apparente legalità si celavano attività criminali infatti nei niwabari aumentarono le protezione riservate in cambio di denaro e la detenzioni di armi usate durante gli scontri.

 

1.5.2 I bakuto.

A partire dal 1633, i Tokugawa esercitarono un controllo più serrato sui loro seguaci ai quali fu imposto il sankinkōtai, che imponeva ai daimyō di risiedere a Edo in periodi alternati. I tragitti percorsi dalle lunghe carovane diventarono le principali arterie stradali del Giappone lungo le quali crebbe il numero dei corrieri destinati a soddisfare i desideri dei daimyō. Lungo le strade maestre proliferarono le stazioni di posta nelle quali il viaggiatore trovava ristoro durante la notte. In quegli anni, percorrendo la Tokaidō, la Nakasendō e la Koshukaidō, era possibile imbattersi i circa cinquanta stazioni di posta in ognuna delle quali il viandante potevano allietare il suo soggiorno giocando con i bakuto, giocatori, una parte del denaro che portava con sé.

A questo punto è doveroso fare una breve panoramica sulle origini del gioco d’azzardo le cui tracce si trovano già nel epoca Nara (710–794), periodo in cui era molto comune il gioco dei dadi. Successivamente, nel periodo Kamakura (1185–1333), veniva spesso associato alle competizioni sportive o ai combattimenti tra cani. Anche se fortemente osteggiato dalle autorità Tokugawa, perché considerato fonte di irresponsabilità e crimine, il gioco d’azzardo suscitò sempre una certa attrazione. A gestirlo erano i bakuto che, in gruppi compatti, erano soliti riunirsi segretamente, ospitati nelle numerose stazioni di posta. La clandestinità delle bische era necessaria per sviare i divieti, nascondere le armi custodite illegalmente e per sfuggire ai serrati controlli. Per questo motivo, i bakuto erano pronti a escogitare ogni genere di trucchi. Tra questi, il più comune prevedeva che nei covi si costruissero doppi muri tra i quali i fuorilegge si nascondevano in caso di irruzione delle forze dell’ordine. I giocatori professionisti e non, provenienti da più parti del paese, si recavano nelle bische clandestine concentrate soprattutto nelle vicinanze dei templi o ai piedi delle montagne.[21]

Anche nei gruppi bakuto confluivano individui costretti a vivere ai margini della società e non era difficile che tra loro comparissero loschi individui accusati di azioni illegali. In quegli anni, capitava spesso che la famiglia d’origine ripudiasse il figlio balordo denunciandolo all’ufficio governativo della città che cancellava il nome dal registro di famiglia. Da questo momento in poi, considerate le sue tendenze criminali, nessuno era più disposto a garantire la sua integrità morale di conseguenza, per lui crescevano le difficoltà di trovare un occupazione.[22]

Nonostante le inevitabili lotte per il controllo del niwabari, tra i bakuto esisteva un alto grado di reciproca collaborazione o di mutuo soccorso. Un classico esempio era rappresentato dall’accoglienza riservata al giocatore che, fuggito dal proprio villaggio perché ricercato, viaggiava per il paese trovando ospitalità nelle abitazioni degli oyabun dei bakuto. Per uno yakuza l’itineranza si traduceva in una sorta di auto istruzione infatti, viaggiare di luogo e in largo era considerato il modo migliore per accrescere il coraggio, la capacità di destreggiarsi nel mondo e per acquistare una maggiore credibilità.

Nell’esperienza di vita il vagabondaggio era favorito dai rituali jingi che imponevano il rispetto di rigide norme comportamentali in qualunque località il bakuto si fosse trovato. Una volta giunto davanti alla casa dello oyabun, egli si presentava “alla maniera jingi” seguendo un rituale fatto di espressioni uniche e congeniali alla professione esercitata.[23] Questo consentiva all’ospite di riconoscere il bakuto che, in ordine pronunciava: nome, cognome, luogo di nascita, relativa localizzazione geografica seguiti dal luogo di provenienza e dal nome dell’oyabun presso cui aveva prestato servizio. La formula di presentazione cominciava con:

 

“[...] I’m a humble man, and as we’ve now made acquaintance with each other, I would like you to support me from today onwards.” [24]   

 

Quindi il viaggiatore presentava in dono l’asciugamano tenuto sul petto che l’usciere restituiva dicendo

 

 “Your courtesy is enough appreciation.”[25]

 

L’etichetta richiedeva che l’asciugamano gli venisse restituito insieme a una somma di denaro da utilizzare per le spese di viaggio.

Durante la permanenza il viandante si sdebitava occupandosi delle faccende domestiche oppure attingeva l’acqua per riempire la vasca da bagno dello oyabun. La protezione concessa infondeva nel giovane un forte senso di gratitudine e devozione nei confronti dell’ospite; da parte sua, il padrone di casa se ne prendeva cura con la dovuta cortesia.

Tuttavia, la ragione di tanta gentilezza deve essere ricercata anche nella necessità che aveva il padrone di casa di immunizzarsi contro un’eventuale vendetta dello oyabun del kobun che aveva ospitato.[26]

  

1.6 Yakuza: etimologia della parola.

Quando si parla delle organizzazioni criminali nipponiche può capitare di imbattersi in più parole usate per la loro identificazione. Quelle comunemente note al pubblico occidentale sono bōryōkudan e yakuza. La prima, più recente, intende indicare i componenti di gruppi o di organizzazioni che usano la violenza e la forza mentre la seconda espressione, a noi più familiare, è yakuza. Secondo la tesi più accreditata le cui origini etimologiche della parole yakuza sono da ricercare nelle bische clandestine dei bakuto.

Il nome deriva da un gioco di carte chiamato hanafuda, carte di fiori, altrimenti detto hanakaruda, in cui karuda deriva dal portoghese carta e per avere un’idea del gioco possiamo paragonarlo alla versione più occidentale del black jack. Praticato soprattutto da giocatori professionisti, lo hanafuda era segretamente diffuso nelle bische del periodo Edo. Con un mazzo di quarantotto carte divise in semi rappresentanti i dodici mesi dell’anno, ad ogni partecipante venivano distribuite tre carte. Poiché ventuno era la combinazione vincente, chi totalizzava un punteggio dato da 8, 9 e 3 , ya, ku, sa, nell’ultima mano era destinato a perdere. Comunemente usata dai di giocatori d’azzardo l’espressione fu trasformata in yakuza e assunse la connotazione di una cosa priva di valore, fino a indicare un qualche cosa di indegno.[27]

La parola rimase circoscritta nell’ambiente clandestino e per anni fu usata in riferimento a tutti i giocatori d’azzardo diventando sinonimo di fuori gioco oppure di uomini inutili alla società e, ancora di individui nati per perdere. Sebbene ancora oggi non siano pochi i puristi tendenti a riconoscere nei biscazzieri tradizionali i soli depositari della vera cultura e tradizione yakuza, la parola ha finito con l’essere comunemente usata per identificare bakuto e tekiya.




[1] Edwin O. REISHAUER, Storia del Giappone Passato e Presente, Milano, Rizzoli Editore, 1974, pp. 60-72.

[2] George SANSOM, A History of Japan 1615-1967, Stanford UP, Stanford, California, 1966, pp. 277–278.

[3]ARTICOLO Non firmato, The Origin of the Yakuza, “The East”, p. 46-51.

[4]Chatarina BLOMBERG, The Hart of the Warrior, Curtzon Press Ltd, 1994, pp. 48-67.

[5] Ibid. pp. 100-103.
 
[6] George SANSOM, op., cit., p.
 
[7] ARTICOLO non firmato, op. cit., pp. 46-51.

[8] Keiichi, MIZUSHIMA, George DE VOS, “Organization and Social Function of Japanese Gangs: Historical Development and Modern Parallels”, in R.P. Dore, (a cura di) Aspect of Social Change in Modern Japan, Princeton: Princeton University Press, 1967, Cap. XI, pp. 286-326.

[9] ARTICOLO non firmato, op. cit., pp. 46-51.

[10] Ibid.
 
[11] Ibid.

[12] George DE VOS, Keiichi MIZUSHIMA, op. cit., pp. 286-326.

[13] Kenji INO, Yakuza to Nihonjin, Tōkyō, Gendaishokan, 1974, pp. 35-49.

[14] Walter AMES, Police and Community in Japan, Berkley: California UP, 1981, pp. 109-110.

[15] George DE VOS, Keiichi MIZUSHIMA, op.cit, p. 295.

[16] Ibid. p. 284.
 
[17] Philippe PONS, Yakuza: la Mafia du Japon, ‘‘L’Historie’’, Parigi, No. 51, Dec.1982, pp. 48-61.

[18] Kyoji ASAKURA, Atsushi MIZOGUCHI, Kio YAMANŌCHYU, Tōkyō, Yakuza to Iu Ikikata, Takarajimasha, 2000, pp. 156-160.

[19] Takagi Masayuki, Pride and Prosperity Among the Yakuza, J.Q., Vol XXXII, N. 3, 1985, pp. 321.

[20] George DE VOS, Keiichi MIZUSHIMA, op. cit., p. 284.

[21] ARTICOLO non firmato, op. cit. pp. 45-51.

[22] DE VOS, MIZUSHIMA, Socialization for Achievement: Essays on the Cultural Psychology of the Japanese, Berkley, University of California Press, pp. 276–277.

[23] Ruth BENEDICT, Il Crisantemo e la Spada, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1991, p. 133. 

[24] ARTICOLO non firmato, cit., pp. 45-51.
 
[25] Ibid.
 
[26] Ibid.
 
[27] Ibid.

 

La politica della yakuza dalle sue origini fino al dopo guerra

 

 

2.1 Inizio della collaborazione della yakuza e bakufu.

I Tokugawa adottarono una serie di misure che consentirono la costruzione di un apparato istituzionale regolato da rigide norme comportamentali tali da assicurarne la stabilità per più di due secoli e mezzo. La riorganizzazione del territorio fu accompagnata da un complesso sistema di controlli mirati ad arginare qualsiasi rivolta destabilizzante. Per questo, ogni daimyō aveva alle sue dipendenze un contingente di forze inviate da Edo che osservava scrupolosamente le fortificazioni costruite nei singoli han. Oltre al sankinkōtai, il controllo su di loro fu rafforzato dalla presenza dei metsuke, una sorta di polizia segreta a cui era affidato il compito di visionare sull’operato dei daimyō e individuare i gruppi potenzialmente eversivi.[1]  

L’amministrazione dei Tokugawa fu agevolata dall’adozione dell’ideologia confuciana che, introdotta in Giappone agli inizi del V sec., si incentrava sull’esaltazione dei rapporti umani basati sulla benevolenza e sul riconoscimento dell’umanità dell’altro per una pacifica convivenza sociale.

Secondo Confucio, ogni individuo deve accettare lo status in cui vive e osservare spontaneamente gli obblighi derivanti: esercitare la pietà filiale verso i genitori, obbedire all’imperatore, e subordinarsi al superiore.[2] Adattato alle esigenze autoctone, il pensiero confuciano favorì il congelamento della società all’interno della quale un individuo non poteva migliorare o cambiare la sua condizione socioeconomica.

Il malessere della popolazione, stanca di dover soddisfare i capricci del bakufu, si manifestò nelle continue ribellioni. Tuttavia, poiché il governo non disponeva di una vera e propria forza di intervento, cominciò a delinearsi una stretta collaborazione tra le istituzioni e i gruppi di fuorilegge. E’ probabile che la richiesta d’aiuto fosse connessa a due motivi principali. Innanzi tutto, la pax Tokugawa aveva reso superfluo il pratico esercizio dell’arte militare di conseguenza, non esisteva una vera e propria forza di polizia capace di sedare i disordini inoltre, considerata l’ostilità di questi ultimi, qualsiasi approccio pacifico sarebbe stato vano.[3]

In un simile contesto l’unica alternativa era quella di rivolgersi ai gruppi yakuza, gli unici ad aver mantenuto vivo l’uso delle armi. Inoltre, nel corso degli anni tekiya e bakuto erano riusciti a conquistare la fiducia della gente comune che li ammirava per le gesta eroiche contro i prepotenti usurpatori. A tale proposito, uno dei maggiori esempi di collaborazione si realizzò tra il 1735 e il 1740 quando ai tekiya fu affidato il compito di assicurare l’ordine nei niwabari da loro controllati. Negli stessi anni il governo legittimò la loro posizione affidandogli funzioni esattoriali.

Le nuove disposizione introdotte dal Codice Penale del 1805, istituirono un ufficio centrale che si serviva di otto ufficiali itineranti ai quali fu affidato il compito di ispezionare le aree visitate. Con il tempo, gli ufficiali strinsero accordi con i bakuto che ne approfittarono per rafforzarsi sia sul piano economico che su quello politico. Questi procuravano loro informazioni sui ribelli e appoggiavano gli interventi delle istituzioni in cambio, gli ufficiali evitavano di interferire nelle loro attività illegali e limitavano le misure punitive.

Con il trascorrere degli anni la collaborazione tra i due si intensificò; diverse fonti documentano che i bakuto ottenevano la loro protezione versando denaro direttamente nelle tasche dei capi che si impegnavano a non fare intervenire i loro subordinati.[4]

 

2.2 Sviluppo della coscienza nazionale.

Il Giappone del XVIII e XIX sec. presentava le condizioni ideali per la formazione e lo sviluppo di una coscienza nazionalista favorita dalla stessa posizione geografica del paese i cui confini nettamente delineati, resero forte l’estraneità “dell’altro”.[5]

Dopo il fallito tentativo dell’invasione mongola, la coscienza unitaria si consolidò nel periodo Kamakura, XIII e XIV sec., con la comparsa delle prime scuole buddhiste a sfondo nazionalista di cui Nichiren è l’esempio più rilevante. Nel processo di unificazione portato avanti dalla politica del bakufu, il Neoconfucinesimo del XVII sec. divenne la base ideologica dei Tokugawa. Seguendo la sua etica, ogni individuo deve avere piena consapevolezza del suo status, egli è tenuto a muoversi nel contesto sociale in cui è inserito adempiendo con negligenza ai doveri consoni allo status occupato.

Se da un lato l’etica neoconfuciana favoriva l’esistenza di una struttura ordinata, dall’altra aumentava le frustrazioni della gente che sviluppò una forte ostilità nei confronti delle idee straniere e a rivalutare le tradizioni autoctone fondate sullo Shintoismo, la via degli Dei.

Nella sua forma originale, la religione tradizionale è costituita da un insieme di credenze religiose e mitologiche basate su cerimonie di purificazione, offerte e adorazione. Il Kojiki e il Nihonshoki, antiche cronache giapponesi risalenti al VIII sec., rifacendosi alla discendenza divina della famiglia imperiale ne legittimavano il potere sottolineando così l’unicità del Giappone e del suo popolo.[6]

Sebbene gli intellettuali cercassero di conciliare le posizioni contrastanti, la rivalutazione del patrimonio culturale shintoista alimentò l’ostilità nei confronti del bakufu che, era opinione comune, esercitava il potere in modo illegittimo. Questa teoria fu avvalorata dal il pensiero di Motoori Norinaga, (1730–1801) che, con il Kokugaku, scienza della nazione, a partire dalla seconda metà del XVII sec. contribuì allo sviluppo del nazionalismo. I punti salienti del suo pensiero sono contenuti nel Kojikiden (1764–1798) nel quale, rifacendosi allo yamato kokoro, affermava la superiorità del cuore giapponese e la sua purezza che poteva essere ritrovato solo estirpando le influenze straniere, confuciana e buddiste, che lo contaminavano. Tra il 1740 e il 1800, il pensiero di Norinaga fu accolto nella scuola di Mito che, soprattutto con il contributo di Aizawa Yasushi, padre del kokutai, fornì le basi ideologiche per il rovesciamento del bakufu.[7]

Sottolineando ancora una volta l’origine divina dell’Imperatore, il kokutai cambiò la direzione della devozione, non più diretta al signore feudale, concetto tipico dei samurai, ma all’Imperatore, genitore di tutti i suoi sudditi. Intimoriti dal suo carattere destabilizzante, i Tokugawa cercarono di impedirne la diffusione tuttavia, non ottennero i risultati sperati infatti, le idee nazionaliste filtrarono nelle classi inferiori dando vigore ai malumori e alle frustrazioni.

La situazione peggiorò quando nel 1853 il Commodoro Perry chiese al Giappone l’apertura di scali marittimi proposta che gettò il paese nello scompiglio dando definitivamente inizio al bakumatsu, la fine del bakufu. Le pressanti richieste degli americani diedero vita a fazioni opposte: da una parte, i sostenitori del bakufu, nel tentativo di rinsaldare il loro potere, sostenendo l’inferiorità militare del Giappone, erano favorevoli a una politica di apertura. La fazione opposta, in prevalenza costituita dai nuovi nazionalisti, si rifiutava di accettare le proposte americane prevedendo un’invasione straniera. Nel tentativo risolvere lo scontro, dopo secoli di incontrastato governo militare, fu chiesto l’intervento dell’Imperatore che, ignaro del pericolo reale, si oppose all’apertura. Le incessanti pressioni degli occidentali costrinsero il bakufu ad andare contro il volere di Kyotō e a concedere l’apertura dei porti. La decisione fu legittimata dalla piena consapevolezza che, considerata la sua inferiorità militare, il Giappone non sarebbe stato in grado di affrontare un nemico così potente.[8]

Naturalmente le reazioni non si fecero aspettare, infatti, le concessioni del bakufu alimentarono l’ostilità degli oppositori che, al grido di sonnōjōi, incitarono il popolo affinché, compatto, si unisse per fermare con la forza l’invasione straniera. A loro avviso, la guerra era necessaria per purificare il Giappone e liberarlo dal governo illecito inoltre, la decisiva disfatta del bakufu, avrebbe messo fine al malessere sociale. In realtà, la loro posizione celava una secolare frustrazione, infatti, il carattere ereditario delle cariche istituzionali, dominate dai samurai, aveva castrato le loro aspirazioni.

2.3 JirochōnoShimizu: i bakuto al servizio del kokutai.

Abbiamo visto che in passato il bakufu aveva cercato di contrastare i movimenti contrari stringendo alleanze con i gruppi criminali senza comunque soffocare le esigenze della popolazione. La rivalutazione del patrimonio culturale nazionale aveva conquistato anche gli individui socialmente esclusi raccolti nella yakuza, da sempre contrari al bakufu, pronti a schierarsi al fianco dell’imperatore.

Riconoscendosi perfettamente negli ideali del kokutai a cui si appellavano i cortigiani, la yakuza diede un contributo incisivo alla disfatta dei Tokugawa. L’assidua collaborazione, basata sul reciproco opportunismo e alimentata dagli ideali nazionalisti, si tradusse in un contributo di forza. In assenza di un contingente umano capace di fronteggiare i ribelli, la corte chiese l’intervento degli yakuza ai quali affidò il compito di usare violenza contro tutti quelli che erano favorevoli a una politica di apertura.

Il contributo della yakuza trovò in Shimizu no Jirochō (1820–1893) l’esempio più rappresentativo. Ancora oggi ai bambini giapponesi si racconta la sua storia in cui è descritto come un personaggio fiero che racchiude in sé i tradizionali valori yakuza. Jirochō, figlio adottivo di un ricco chōnin, stanco della sua vita, aderì a una delle bande bakuto nella prima metà del 1800 prosperavano lungo la Tōkaidō quindi, conquistata fama e rispetto, radunò attorno a sé una folta schiera individui socialmente esclusi. Diverse fonti affermano che, al culmine del suo prestigio, egli riuscì a formare un vero e proprio esercito pronto a intervenire in difesa dei deboli.

La tensione politica di quegli anni spinse le forze anti bakufu a richiedere l’intervento di Jirochō e del suo fedele esercito. Considerata la vecchia ostilità verso i Tokugawa, sentimento rafforzato dalla diffusione dell’ideologia del kokutai, l’eroe di Shimizu decise di appoggiare le forze di opposizione. Nel 1868 un contingente di 300 mila uomini partì da Tōkyō alla volta di Shimizu per fermare i ribelli tuttavia, questi ultimi, aiutati da Jirochō, riuscirono a sconfiggerli. Una delle tante leggende narra che, nel vedere i cadaveri dei soldati abbandonati nelle acque del mare, Jirochō, impietosito, diede loro una degna sepoltura. [9] L’esaltazione delle sue qualità umane alimentarono il mito di un personaggio già molto potente contribuendo, allo stesso tempo, all’esaltazione stessa della yakuza. In realtà, le motivazioni idealiste nascondevano la riabilitazione legale del capo bakuto che, collaborando, ottenne la cancellazione di tutti i reati commessi.[10]

                                                                                                     

2.4 Toyama Mitsuru e il nazionalismo yakuza.

Caduto il bakufu, a partire dal 1889 ebbe inizio la Restaurazione Meiji restituì alla corte Imperiale l’esercizio legittimo del potere. Dopo essere stati nominati governatori dei vecchi domini, i daimyō scomparvero definitivamente nel 1871 quando il governò trasformò gli han in ken, prefetture, poste sotto diretto controllo di Tokyo. Gli interventi successivi minarono la stratificazione sociale che impediva la modernizzazione del paese. In questo senso, l’intervento più significativo fu la formazione di un esercito di coscritti ordine che attaccò lo status dei samurai per secoli privilegiati quindi, la loro situazione peggiorò nel 1876 quando, un ordinanza del governo vietò loro di portare le spade, simbolo del secolare status sociale.

Nel tentativo di reinserirsi nella società i bushi sfruttarono l’alto grado di istruzione e le capacità organizzative diventando funzionari statali o astuti uomini d’affari tuttavia, i più conservatori si armarono nel tentativo di riconquistare i privilegi perduti. E’ interessante notare come gli stessi bushi che in passato si erano opposti all’apertura, cambiarono atteggiamento ponendosi al servizio dell’imperialismo visto come unico deterrente contro la contaminazione straniera. Tali cambiamenti si ebbero soprattutto a Fukuoka, nel Kyūshū, dove Mitsuru Toyama fondò la Kyōshisha in cui si riunirono i samurai frustrati dalla Restaurazione.

Girando per le strade del paese, Toyama aveva raccolto un discreto numero di seguaci, spesso disadattati, di cui si prendeva cura personalmente. Il temperamento violento e la sua benevolenza gli procurarono la stima e il rispetto del popolo. La sua fama raggiunse le istituzioni statali che, pur conoscendo la sua un’ inclinazione alla violenza, ne apprezzava qualità morali e il forte senso patriottico. Contando sul suo nazionalismo, il governo si servì della Genyōsha (1881), la sua società segreta, per realizzare una stretta collaborazione a sostegno dell’imperialismo. Da parte sua, Toyama desiderava estendere la sua influenza sulla sfera politica e accrescere il giro d’affari legato alle già avviate attività yakuza. Gli introiti ottenuti in questo settore gli consentirono di creare un esercito paramilitare, il Tenyūkyō che, a sostegno dell’espansione militarista, creò le condizioni ideali per il radicamento delle ideologie nazionaliste tra gli yakuza.[11]

In patria il loro sostegno veniva Tenyūkyō richiesto direttamente dalle istituzioni per soffocare qualsiasi forma eversiva e destabilizzante. In questo caso, uno degli esempi più rappresentativi fu la richiesta del Ministro degli Interni che chiese a Toyama di riunire i suoi amici yakuza al fine di reprimere i movimenti liberali. Toyama chiese l’intervento degli yakuza di Kumamato che, giunti a Fukuoka, si unirono alle forze di polizia, tutti saldamente uniti da un unico scopo: eliminare i movimenti politici destabilizzanti.

Più specifico fu l’intervento del 1892, anno delle elezioni governative. In questo caso Toyama e i suoi amici yakuza avevano il compito di favorire le elezioni raccogliendo voti con l’intimidazione o di scoraggiare la carriera degli avversari politici. Furono i seguaci di Toyoma a uccidere Taisuke Itagaki, nel 1889, ad attentare alla vita di Okuma Shigenobu allora ministro degli Esteri, entrambi colpevoli di aver aderito alle idee liberali. Inoltre, a loro si deve anche la morte di una brillante figura politica di quegli anni: Toshimichi Okubo che, per le sue idee occidentali, morì nel 1887 assassinato dagli estremisti della Genyōsha.[12]

 

2.5 La yakuza negli anni dell’imperialismo.

Considerata l’origine apolitica della yakuza, viene spontaneo chiedersi quali furono le ragioni che li spinsero verso gli ultra nazionalisti. In realtà, le motivazioni sono riconducibili alla perfetta integrazione delle loro ideologie. Accomunati dalla venerazione del passato romantico e dall’ostilità nei confronti del liberalismo straniero, il loro legame fu rafforzato dal comune sistema organizzativo in entrambe fondato sul rapporto oyabunkobun e da un sistema di cerimonie per la definizione dei rapporti. Le comuni ideologie favorirono l’appoggio di Toyama e dei suoi amici yakuza anche nel campo della politica estera collaborazione che nascondeva la loro vera ambizione: eliminare in patria le organizzazioni liberali e democratiche e creare all’estero le condizioni ideali per l’imperialismo nipponico. Per quanto riguarda il primo punto, abbiamo visto che il sostegno si concretizzò nei numerosi attacchi contro gli esponenti politici favorevoli all’occidentalizzazione mentre, sul piano internazionale la sua presenza si tradusse in azioni di forza a sostegno della produzione industriale da cui dipendeva la prosperità del paese. Gli ideali patriottici nascondevano le vere finalità della yakuza che cercava di mettere al riparo le sue attività finanziarie come quella relativa al reclutamento della forza lavoro da impiegare per lo sviluppo economico del Giappone.

Le ambizioni di Toyama e dei suoi amici yakuza furono soddisfatte dall’imminente invasione della Corea e della Manchuria. Nel tentativo di accrescere le loro forze, gli ultra nazionalisti chiesero il sostegno di Toyama e del Tenyūkyō che, alimentando le rivolte in Corea, offrì la giusta occasione per un massiccio intervento dei giapponesi destinati a riportare l’ordine. La presenza dei suoi seguaci vide in primo piano Uchida Ryōhei, fondatore nel 1901 della Kokuryūkai, la Società del fiume Amur nota anche Società del Drago Nero. Uchida fu uno dei principali collaboratori di Toyama dal quale ereditò non solo l’ideologia ultranazionalista ma anche le sue conoscenze yakuza e i componenti della Genyōsha.[13] 

Mentre Uchida si muoveva in Manchiuria, in patria le istituzioni politiche rinnovavano l’intesa con Mitsuru Toyama ormai diventato uno degli uomini più influenti di tutto il paese. Nel 1919, con il contributo del Ministro dell’Interno Takejiro Tokunami, Toyama aveva dato vita a una vera e propria federazione di yakuza, la Dai Nippon Kokusuikai, la Società delle Essenza Nazionale del Grande Giappone. La federazione, oltre a sostenere la politica imperialista, in patria si occupava di fermare tutti quelli che, impedivano l’ascesa del “Grande Giappone”. Toyama e i suoi alleati yakuza venivano chiamati dalle stesse amministrazioni industriali al fine di soffocare scioperi e reprimere le rivendicazioni dei lavoratori che in quegli anni avevano formato i primi sindacati in difesa dei loro diritti.[14]

Con il trascorrere degli anni il potere di Toyama raggiunse livelli tanto alti da influenzare la nomina dei funzionari più importanti. Considerato la sua autorevolezza, nel mondo politico cresceva la necessità di averlo come alleato infatti, la Kokusuikai divenne presto il braccio destro del Seiyūkai, uno dei più importanti partiti politi.

Accanto all’impegno politico l’interesse dei gruppi criminali fu attratto da nuove attività redditizie come il mercato della prostituzione e quello delle sostanze narcotiche. Attratti dalle buone prospettive di guadagno, gli yakuza sfruttavano donne coreane e cinesi per soddisfare le esigenze dei soldati nipponici mentre, il controllo del mercato dei narcotici consentiva l’accumulazione di capitale con la diffusione della sostanze narcotiche in Manchuria che avrebbe fruttato circa 300 milioni di dollari.[15]

La politica espansionistica aveva dato vita a un duraturo binomio tra yakuza e governo fornendo gran parte della manovalanza, Toyama contribuì in modo decisivo all’imperialismo nipponico. Inoltre, la diffusione delle sue idee fornì la base ideologica su cui si costruirono le future organizzazioni dell’estrema destra nelle quali molti gruppi yakuza potevano soddisfare il loro spirito patriottico.  

 

2.6 La yakuza durante la grande guerra.

I successi riportati dai militari del Giappone dimostravano la volontà di estendere l’influenza sui territori circostanti, idea che non fu messa da parte neanche quanto le potenze occidentali decisero l’embargo del 1941.

Le mire espansionistiche furono incentivate da un economia in pieno sviluppo, finanziata dall’accumulazione di capitali reinvestiti in loco e favorita dalla piena occupazione della forza lavoro. In realtà quest’ultimo punto era garantito dai gruppi yakuza che, oltre a procurare la manodopera necessaria, erano pronti a intervenire con violenza per soffocare gli scioperi degli operai che compromettevano l’ascesa economica del paese. Sebbene fosse ancora organizzata in piccoli clan locali, gran parte dei capitali ricavati dall’imperialismo finiva nelle tasche della yakuza. Svolgendo la tradizionale attività di procacciatori di manodopera, quest’ultima continuava a fornire la forza lavoro da impiegare nel settore dell’edilizia e in quello portuale. Sempre più spesso, infatti, i gruppi si concentravano nelle zone portuali dove raccoglievano il personale necessario per lo scarico e il carico delle grandi navi arrivate dalla Cina. Contemporaneamente, cominciarono a estendere il controllo sulla distribuzione delle merci importate fissando il prezzo di scambio al mercato nero da loro stessi gestito. Per quanto riguarda il campo dell’edilizia, usando le giuste amicizie politiche, la yakuza riuscì ad aggiudicarsi appalti di grosse proporzioni per la costruzione o il restauro di importanti impianti industriali o imponenti opere pubbliche. La decisione di affidargli lavori così importanti nasceva dalla sicurezza sul loro alto grado di affidabilità. Infatti, il loro personale era costituito da giovani disadattati con un basso grado di scolarizzazione che ne facilitava il controllo e la malleabilità.

Negli stessi anni gli yakuza gestirono l’importazione della forza lavoro coreana da sfruttare nelle miniere di carbone e, nel contempo, si occuparono della gestione dei campi in cui vivevano.[16] Fedeli alle tradizioni, gli yakuza seguitarono a contendersi i territori strategici e gli appalti più redditizi. Al fine di ridurre gli scontri tra clan, fu rafforzato il connubio tra funzionari locali e gruppi yakuza e fu mantenuta la vecchia consuetudine che affidava ai capi funzioni esattoriali, in cambio essi godevano di un certo grado di libertà nell’esercizio delle attività illegali.

 

2.7 La yakuza durante l’occupazione.

Al fine di difendere l’onore nazionale e provare la superiorità del popolo nipponico, davanti al quale tutti dovevano inchinarsi, il 7 dicembre del 1941 il Giappone attaccò la base americana di Pearl Harbor.

Dopo i primi successi del Giappone, le forze americane avanzarono convergendo sull’isola di Hokinawa che, occupata nell’aprile del 1945, divenne la base da cui partì l’invasione dell’arcipelago. Gli eventi portarono alla disfatta del Giappone che venne definitivamente sconfitto con il lancio delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Le risoluzioni della guerra stabilirono l’occupazione del suolo giapponese e il 2 settembre dello stesso anno, ebbe ufficialmente inizio capeggiata dal Dauglas MacArthur, Comandante Supremo delle Potenze Alleate. [17]

Giunto in Giappone, il responsabile delle forze di occupazione si trovò davanti a uno scenario impressionante. Le città erano state in gran parte distrutte dalle incessanti incursioni aeree, le industrie erano ferme e anche l’agricoltura non versava in buone condizioni. Contrariamente alle aspettative, gli americani si trovarono davanti un popolo che, deluso dall’imperialismo, era totalmente disorientato.

La consapevolezza di non poter competere con la superiorità dei suoi avversari contribuì alla riconsiderazione degli americani che da conquistatori si trasformarono in coloro che li avrebbero messi in salvo dalle disastrose condizioni economiche in cui versavano. Affiancato dalle forze militari e da un intricata rete burocratica, MacArthur, attuò il piano di smilitarizzazione eliminando gran parte delle industrie pesanti e accettando solo quelle strettamente necessarie.

Al fine di dimostrare che la presenza degli alleati contemplava la realizzazione di una nazione democratica, lo SCAP ordinò lo scioglimento delle organizzazioni militariste e l’epurazione di tutti i suoi componenti. Quest’ultima operazione fu accompagnata dalla nascita di un tribunale internazionale che aveva il compito di condannare tutti i criminali di guerra.[18] In un secondo tempo, lo SCAP ordinò un’amnistia politica grazie alla quale furono rilasciati tutti coloro che, durante la guerra, si erano opposti al militarismo e tra questi era rilevante la presenza di comunisti e socialisti.

Coscienti di non poter governare direttamente un paese così diverso, per facilitare la loro missione gli americani si servirono delle istituzioni presenti. Tuttavia, poiché l’epurazione avevano rimosso i militaristi e tutti quelli che a loro erano stati legati si assicurò la collaborazione delle autorità locali presso cui inviò alcune truppe per scongiurare eventuali disordini destabilizzanti.

Le indagini americane avevano rilevato l’esistenza di organizzazioni criminale e di una fitta rete di corruzione tuttavia, dal momento che le stesse istituzioni locali negavano l’esistenza, ogni sforzo per eliminarli si rivelò inutile. Nonostante l’impegno, gli yakuza continuarono a gestire le loro attività illecite e a coltivare le amicizie influenti infatti, i gruppi si erano riorganizzati accogliendo tutti quelli che, finita la guerra non riuscivano a trovare una sistemazione decorosa come i giapponesi rimpatriati dopo la sconfitta.

Le divisioni interne alla burocrazia americana costituivano un terreno fertile per la yakuza che, approfittando dei contrasti interni, non tardò ad estendere la sua influenza. Giovandosi della loro linea politica, i tekiya mantennero la carica di esattori delle imposte con la garanzia di trattenere metà del ricavato sotto forma di commissione. Inoltre, grazie alle grandi capacità organizzative e alle buone conoscenze, si aggiudicarono la gestione dei trasporti pubblici e quello della pulizia della strade. Questi nuovi incarichi si inserivano nelle attività tradizionali infatti, operando da tempo nel settore portuale e in quello edilizio, si aggiudicarono importanti appalti accumulando ingenti capitali e conquistando la stima dello SCAP. [19]

Contemporaneamente, la yakuza monopolizzò la gestione di tutte le attività legate al settore del divertimento trovando nelle forze d’occupazione i loro maggiori clienti. In questi anni la yakuza recuperò il controllo del mercato del sesso anche grazie alle stesse autorità che si preoccuparono di assicurare le donne destinate a soddisfare la libido dei giovani soldati americani. A tal fine il governo creò un gruppo chiamato Recreation and Amusement Association specializzata nel reperimento di giovani contadine destinate alla prostituzione. Le autorità tendevano a giustificare il loro operato sostenendo che, in realtà, il loro era un impegno volontario inoltre, lo stesso governo incitava le giovani giapponesi affinché, nell’interesse nazionale, dormissero con gli ufficiali americani. Il monopolio sul mercato del divertimento permise alla yakuza di entrare in contatto con i loro alti ufficiali destinati a diventare abituali clienti e influenti amicizie da sfruttare all’occorrenza.[20]

 

2.8 La riscossa della yakuza.

L’importazione di grossi quantitativi di merce, aveva creato le condizioni ideali per lo sviluppo di un mercato di vaste proporzioni che la yakuza fu pronta a monopolizzare. Con la fine della guerra il disordine socio politico e la dura campagna di epurazione avevano disgregato i gruppi yakuza che persero il controllo di gran parte dei loro affari.

La confusione in cui versava il paese e la democratica amministrazione americana si trasformò in un ottima occasione di riscatto per i sangokujin, gente dei tre paesi. La presenza delle minoranze etniche, in prevalenza provenienti da Taiwan, Cina e Korea, risaliva agli anni dell’imperialismo quando furono trasportati in Giappone e impiegati nelle fabbriche e nelle miniere di carbone in condizioni di semi schiavitù. Con l’intervento delle forze alleate parte degli stranieri era stata rimpatriata tuttavia, alcuni erano rimasti nell’arcipelago nella speranza di fare fortuna approfittando dell’amministrazione straniera.[21] Giovandosi del liberalismo statunitense, i sangokujin sistemarono i loro banchetti lungo le vie ampliando in poco tempo il controllo sul mercato nero.

In quel periodo lo SCAP, troppo impegnato nella caccia ai criminali di guerra, non si occupava delle loro dei sangokujin che, memori dello sfruttamento e dei maltrattamenti subiti, indisturbati, sottoponevano i giapponesi a pesanti estorsioni e a violenti attacchi. Essi si muovevano liberamente anche perché, in realtà, il corpo di polizia, duramente colpito dall’epurazione, era del tutto spaesato e incapace di intervenire per fermarli. Come da copione, spesso erano gli stessi funzionari locali a chiedere il sostegno dei tekiya per consuetudine pronti a intervenire in difesa dei deboli.

Da un’accurata analisi appare chiaro come, in realtà, il loro intervento mirasse a eliminare gli stranieri per riappropriarsi di un settore in cui tekiya avevano sempre primeggiato. Inoltre non va dimenticato che con il loro intervento essi si garantivano l’appoggio della polizia che, seguendo la tradizione, in un prossimo futuro sarebbe stata pronta a restituire il favore ricevuto.

Come previsto, gli scontri tra yakuza e sangukujin si trasformavano in violente battaglie al punto che, ancora oggi, gli anziani le ricordano con orgoglio descrivendole come grandi combattimenti dall’alto valore patriottico. Bisogna comunque sottolineare che questo aspetto patriottico fu alimentato dai numerosi cantori che dipingono la yakuza come valorosi liberatori, restituendogli quell’aspetto eroico che li aveva accompagnati sin dalla loro comparsa.

 

2.9 L’atteggiamento degli americani di fronte ai disordini.

Gli scontri tra sangokujin e tekiya furono sostanzialmente ignorati dalle autorità americane poiché, in realtà, anche se coscienti della loro violenza, non riuscivano a individuarne i veri motivi. Un primo passo avanti sembrò esserci nel 1946 quando, in seguito a una catena di omicidi, furono avviate indagini. Queste rivelarono la presenza di fuorilegge riuniti in bande che, dopo aver estromesso i rivali, avevano conquistato il controllo del mercato nero. Grazie alla collaborazione delle autorità locali, i tekiya gestivano un giro d’affari di grandi proporzioni finanziato dalle somme che, mensilmente, i gestori dei banchetti pagavano a titolo di concessione territoriale, per la pulizia dello spazio occupato e per l’usufrutto dell’elettricità.

In quello stesso periodo alcune voci affermavano l’esistenza del crimine organizzato descritto come una potente macchina con una vasta influenza non solo economica ma anche politica. Nel 1947 alcuni giornalisti del New York Herald Tribune del New York Times accusarono pubblicamente ufficiali americani colpevoli di essersi arricchiti collaborando con la criminalità organizzata. Le indagini mostrarono la partecipazione di importanti personaggi americani all’approvvigionamento del mercato nero a cui fornivano circa 10% delle merci scambiate alimentando un giro d’affari di grosse proporzioni. Inoltre, i reporter svelarono l’esistenza di una fitta rete di corruzione in cui erano coinvolti importanti ufficiali dello SCAP che, mensilmente, ricevevano ingenti somme in yen. Le indagini dei reporter americani provarono che, proprio il mercato del sesso fungeva da palcoscenico per la realizzazione di importanti collaborazioni tra forze di occupazione e capi yakuza. [22] 

Negli stessi anni fu avanzata la tesi secondo la quale i gruppi di malviventi erano dominati da uno spirito militare e ultra nazionalista che, in mancanza di un doveroso intervenuto, avrebbe compromesso il piano di ricostruzione.

Dopo varie pressioni, finalmente, le autorità americane si mossero per trovare un rimedio e, per prima cosa dichiararono illegale la conversione di yen in dollari. Intimoriti dalla ricomparsa del militarismo, dopo aver ridotto al minimo i contatti con il popolo autoctono, chiesero l’intervento della magistratura giapponese. Quest’ultima, nonostante cercasse smentire le indagini, ordinò l’arresto di circa 50.000 sospetti dei quali in realtà, solo il 2% fu dichiarato colpevole. Successivamente fu accertato che le sentenze di innocenza erano state emesse sulla base di testimonianze riluttanti o in seguito a forti pressioni esercitate sulla corte da politici influenti inclusi esponenti della Dieta che, per loro stessa ammissione, avevano ricevuto donazioni illegali durante le elezioni del 1946. A dispetto dell’azione legale, in realtà, i trasferimenti di denaro continuarono sotto altre forme.[23]

Il fallimento evidenziò quanto fosse superficiale la conoscenza degli americani incapaci di comprendere a pieno la cultura nipponica. Ciò che loro consideravano corruzione, in realtà, seguiva una tradizione profondamente radicata nel tempo. Nel periodo Tokugawa gli alti ranghi erano abituati ad aumentare i loro stipendi con donazioni mensili; la consuetudine ridusse al minimo la linea di distinzione tra etichetta e donazione e la confusione fu tale da giustificare l’alleanza tra interessi pubblici e privati.[24]

 

2.10 La nuova yakuza: i gurentai.

Negli stessi anni in cui si inasprivano i controlli delle istituzioni locali e straniere, senza che le stesse se ne rendessero conto, nasceva un nuovo gruppo criminale, i gurentai, destinato a influenzare il modello della successive organizzazioni criminali.[25]

Sfruttando il disorientamento politico e il degrado morale diffusosi dopo il grande conflitto, i gurentai (la parola deriva dalla combinazione di gureru, diventare cattivo, e rentai, organizzazione militare; spesso il suffisso gu suggerisce stupidità o sciocchezza) estesero il controllo su ogni attività illecita gestita dai bakuto che, per sopravvivere, furono costretti a unirsi ai vincitori. Eludendo i controlli delle autorità competenti, che ben si prestavano alla corruzione, in breve tempo i nuovi yakuza si aggiudicarono la gestione delle case di piacere che, nonostante i divieti dello SCAP, continuavano a trovare negli americani i maggiori clienti. Anche i gurentai entravano in lotta tra loro per controllare i niwabari e, allontanandosi dalla tradizione, sostituirono le spade con le armi da fuoco. Inoltre, mentre in passato le parti si impegnavano tacitamente a escludere il coinvolgimento della i katagi, gente comune, i nuovi yakuza non se ne curavano. In passato, nel caso in cui uno dei componenti avesse colpito un katagi, anche se solo inavvertitamente, il colpevole veniva immediatamente punito e ancora oggi capita che gli stessi chiedano pubblicamente scusa. L’assenza di riguardo verso il katagi mette in primo piano il carattere delle nuove organizzazioni composte da individui violenti e privi di scrupoli, dominati da un rinnovato ultra nazionalismo e da una profonda avversione nei confronti delle idee comuniste e socialiste.[26] Nonostante dichiarassero di essere i diretti discendenti della yakuza tradizionale, in realtà, da loro avevano ereditato solo una piccola parte degli alti valori che avevano fatto dei loro padri eroi al servizio dei più deboli.

 

2.11 La nuova linea dello SCAP.

L’incertezza in cui versava il popolo giapponese il giorno dopo la sconfitta creò le condizioni ideali per un giusto intervento delle forze di occupazione che intendevano realizzare uno stato democratico e economicamente indipendente. Lo SCAP si adoperò quindi per eliminare persone o movimenti che ne ostacolavano i loro piani.

Nelle liste di epurazione furono inclusi importanti personaggi del mondo economico accusati di aver messo a disposizione dell’imperialismo i loro capitali finanziari e industriali.

Al fine di avvicinare il Giappone ai paesi più progrediti, furono incoraggiate riforme per migliorare le condizioni dei lavoratori e promosse attività sindacali. Alla loro guida si ritrovarono gli stessi individui epurati negli anni trenta e rilasciati nel 1945 in seguito all’amnistia concessa dagli alleati in segno di democratizzazione del paese. Negli anni precedenti il conflitto mondiale, le repressioni degli imperialisti non erano riuscite a estirpare completamente le idee comuniste rinnovate grazie all’amnistia. Giovandosi del malessere popolare, profondamente ostile al militarismo, i comunisti diffondevano liberamente le loro idee presentate come unica alternativa a un capitalismo guerrafondaio.

In principio le attività sindacali agirono indisturbate tuttavia, man mano che la sinistra conquistava il consenso dei lavoratori, lo SCAP cominciò a preoccuparsi. Le ansie degli statunitensi furono alimentate dalla consapevolezza che tra i lavoratori si faceva forte l’idea della lotta politica come metodo più diretto per concretizzare i loro obbiettivi.[27] 

Le inquietudini degli alleati aumentarono al variare della situazione internazionale e con l’inizio della guerra fredda. La vittoria dei comunisti in Cina e l’espansione russa in Europa aveva sconvolto l’unità internazionale e evidenziato una grande spaccatura politica al centro della quale il Giappone occupava un ruolo determinante. Nel tentativo di scongiurare l’ondata rossa, gli americani lasciarono gran parte delle misure precedentemente adottate e, con priorità assoluta, si dedicarono al rilancio economico del Giappone.

Le tensioni salirono con lo scoppio della guerra in Korea nel 1950 quando l’arcipelago fornì le basi da cui partivano le incursioni aeree americane. Il pericolo di una nuova guerra nucleare alimentò l’astio popolare pronto a schierarsi dalla parte della propaganda comunista. Accorgendosi del pericolo, le autorità americane cercarono di porre rimedio giovandosi della collaborazione delle istituzioni nipponiche e della storica avversione verso l’ideologia comunista. [28]

 
 

2.12 La yakuza al servizio dell’anticomunismo.

La comune insofferenza verso la sinistra favorì l’alleanza tra forze di occupazione e destra nipponica realizzata anche con la valida collaborazione delle istituzioni governative guidate da Shigeru Yoshida, felice sostenitore dell’epurazione rossa. Il legame fu stretto per agevolare il rilancio economico del Giappone e, al fine di eliminare danni alla produzione, entrambi avviarono una dura campagna nei confronti delle attività sindacali bloccando e respingendo ogni forma di protesta dei salariati. Per frenare la propaganda dei comunisti, lo SCAP ordinò la registrazione delle loro organizzazioni procedendo all’epurazione dei suoi partecipanti.[29]

L’idea di estirpare del tutto le associazioni comuniste scaturiva dalla necessità di mettere fine ai loro scompigli. Tuttavia, dietro si nascondeva la necessità di impedire che il Giappone diventasse terreno fertile per la dottrina comunista. Era ormai palese che la nuova linea politica degli americani appoggiava l’ascesa dei vecchi conservatori che, avvertito il “pericolo rosso”, erano ben lieti di collaborare. Nell’intento di impedire la vittoria comunista, nel 1947, gli americani chiusero le liste di epurazione degli ultra nazionalisti e liberarono potenti criminali di guerra. La loro scarcerazione favorì il rinnovamento dei gruppi ultranazionalisti modellati sulla base delle vecchie organizzazioni di Toyama e Uchida.[30]

Con il dilagare delle proteste sindacali, sempre più agguerrite, le organizzazioni di estrema destra rinnovarono la collaborazione con i vecchi amici yakuza che, nel frattempo, si erano riorganizzati chiamando i componenti scampati alla carcerazione. In realtà, nonostante le passate misure restrittive, Yoshida e i suoi collaboratori avevano mantenuto buoni rapporti con i bakuto. Capitava spesso che questi ultimi venissero invitati nelle residenze ministeriali dove si occupavano di intrattenere i padroni di casa con il gioco d’azzardo. Rispondendo alle richieste dello SCAP, il governo chiese la collaborazione dei gurentai, notoriamente contrari all’ideologia comunista, ai quali affidò il compito di impedire o soffocare gli scioperi e le proteste degli comunisti contrari ai programmi capitalisti.[31]

Mentre la sinistra conquistava il favore popolare, i gurentai, prontamente, intervenivano diffondendo il terrore tra i lavoratori scoraggiandoli da qualsiasi altra pretesa sindacale. Malgrado gli attacchi i comunisti mantenevano vivo il consenso popolare così, nel tentativo di screditarne l’immagine pubblica, lo SCAP ordinò ai nuovi yakuza sabotaggi, incidenti e rivolte attribuendone la responsabilità alla sinistra. Uno dei casi più clamorosi si verificò nella città di Matsukawa quando, in seguito a un sabotaggio, un treno deragliò causando la morte di alcuni civili. Le indagini portarono alla incriminazione di operai e dirigenti sindacali; qualche anno dopo alcune fonti accusarono un gruppo di tekiya itineranti, lì presenti quando il fatto si verificò. 

E’ anche possibile che i colpevoli delle stragi violente appartenessero alle frange comuniste dato che, gli stessi capi promuovevano la lotta armata necessaria per il miglioramento delle condizioni lavorative. Tuttavia, considerato l’astio e la paura dei conservatori, è inevitabile notare che gli incidenti si verificarono proprio negli anni in cui gli avversari politici raccoglievano un ampio consenso popolare. 

 
 

2.13 Alcuni nomi eccellenti di yakuza al servizio dell’occupazione.

Il timore di un’insurrezione destabilizzante guidata della sinistra e una loro potenziale vittoria, allarmò le autorità che chiamarono a raccolta tutti quelli che sarebbero stati pronti a schierarsi con loro per il bene della nazione. Considerata la gravità del pericolo, gli unici individui capaci di rispondere a tali esigenze erano gli yakuza che, dominati da radicati valori tradizionali, prontamente avrebbero messo a repentaglio la loro vita per la salvezza del paese.

 

2.13.1 Ando Akira.

In questo quadro si colloca lo yakuza Ando Akira, uno dei più stretti collaboratori degli alleati. Negli anni dell’imperialismo, grazie al controllo sull’importazione della forza lavoro asiatica, Ando aveva accumulato ingenti capitali e stretto amicizie di forte peso politico. Con la capitolazione del Giappone, tra i simpatizzanti di Ando si aggiunsero nomi di illustri dirigenti americani grazie ai quali ottenne numerosi appalti come, per esempio, quello per il risanamento dell’area in cui sarebbe arrivato MacArthur. Condannato con l’ accusa di essere uno dei più grandi gestori del mercato nero, a dispetto delle pesanti imputazioni, si avvalse dei suoi complici per evitare il carcere.[32]

Finita la guerra, Ando aveva in mano la gestione di un grande patrimonio finanziario, frutto di disparate attività che andavano dalla conduzione di società dell’edilizia fino alla gestione delle case di piacere e di altre attività legate al mondo della yakuza. Tra i maggiori clienti del mercato del sesso rientravano alti ufficiali dell’esercito americano di fronte ai quali, con orgoglio, Ando dichiarava il suo amore per la democrazia e la sua profonda avversione verso il comunismo.

Considerati i nuovi eventi, esistevano i presupposti ideali per ottenere il suo sostegno. Il governo tenne conto della sua posizione politica conservatrice e anticomunista chiedendo l’intervento delle sue truppe di gurentai.[33]

 

2.13.2 Ozu Kinosuke

Un altro potente yakuza a servizio dell’offensiva contro i comunisti era Ozu Kinosuke, capo della KantōOzugumi. La sua carriera criminale fu costellata da importanti vittorie che lo condussero a estromettere i bakuto dal controllo del gioco d’azzardo e, principalmente, dal monopolio del mercato della prostituzione.

La sua reputazione era così grande da farlo apparire come l’indiscusso capo di uno dei clan yakuza più numerosi e influenti di Tōkyō. Egli aveva concentrato gli affari nei pressi della stazione di Shinbuya dove i suoi seguaci gestivano gli scambi al mercato nero.

Sebbene la magistratura lo indicasse come uno dei più influenti e pericolosi capi yakuza, grazie alle potenti amicizie, si procurò la documentazione medica che, certificate le sue gravi condizioni di salute, ne impedì la carcerazione. A parere delle autorità, Ozu e il suo numeroso gruppo di yakuza mostravano qualità tali da designarlo uno dei maggiori sostenitori del programma politico anticomunista.

Negli anni successivi anche Ozu ampliò conoscenze e legami con le autorità americane e con i conservatori al governo lieto di unirsi a loro fornendo la forza necessaria contro i comunisti. La sua affidabilità e fedeltà fu provata dalla tempestività con cui rispose all’appello di Kodama che, nel 1960, chiedeva uno schieramento di forze yakuza per scongiurare eventuali disordini in vista della visita di Eisenhower.[34]

 

2.13.3 Kazuo Taoka

Tra gli yakuza che ascoltarono l’appello delle autorità, indubbiamente, Kazuo Taoka è il nome che ebbe maggior risonanza. La storia di Kazuo rappresenta un classico esempio di come, una persona comune possa diventare uno yakuza di importanza nazionale.

Cresciuto orfano, sin da ragazzo diede prova di quelle grandi qualità morali e fisiche che lo fecero diventare uno degli uomini più potenti del dopo guerra. Il suo carattere violento e tenace gli consentì di conquistare il rispetto di un discreto numero di giovani che sottostavano alle sue direttive. Il suo comportamento impressionò Hideo Yamaguchi, capo della Yamaguchigumi, un gruppo di yakuza che negli anni venti aveva esteso il controllo su varie attività concentrate nella zona di Kobe. Avendo riconosciuto in Kazuo le qualità che ne avrebbero fatto un valido uomo politico e un intraprendente uomo d’affari, Yamaguchi decise di prenderlo sotto la sua protezione.[35]

Mentre negli anni dell’imperialismo si consolidava il legame tra politica e yakuza al servizio della causa nazionalista, Kazuo escluso dall’esercito coscritto perché ritenuto non idoneo, era ancora lontano da una coscienza politica ben definita. Nel 1936 entrò definitivamente nella Yamaguchigumi e nello stesso anno fu incarcerato perché accusato di aver ucciso un altro yakuza, colpevole di aver macchiato il suo orgoglio. Dopo essere venuto a conoscenza del fatto che il suo gruppo assecondava la politica imperialista, cominciò a interessarsi al pensiero nazionalista a cui si sentiva vicino per l’amore verso l’Imperatore e la nazione.[36]

Uscito di prigione nel 1943, Kazuo si adoperò per la ricostruzione del suo vecchio gruppo disperso durante la guerra e di cui erano rimasti solo 25 componenti effettivi. La tenacia e l’intraprendenza che da sempre lo avevano caratterizzato, lo portarono a rinnovare la Yamaguchigumi, il clan yakuza più potente di tutta Kobe. In pochi anni Kazuo Taoka allargò il gruppo grazie all’adesione o alla fusione con nuovi gruppi. Inoltre, la conquista di nuovi niwabari e delle attività ivi localizzate alimentarono il suo già vasto giro d’affari. Per avere un’idea dell’intraprendenza di Kazuo sufficiente sapere che nel 1973 la Yamaguchigumi contava 10.330 affiliati esclusi quelli delle successive fusioni con i clan della Inagawakai.

Alla fine della guerra divenne un fedele alleato di Kodama, entrambi legati da un’amicizia risalente ai tempi di Hideo. Animato da un forte spirito nazionalista, Kazuo fu pronto a intervenire a sostegno della destra nelle azioni repressive contro la sinistra. Egli stesso sosteneva che i comunisti erano gli unici capaci di ridurre il popolo in miseria. La sua posizione avvalorava l’intervento delle autorità che, a suo avviso, solo con la forza avrebbero purificato il Giappone e eliminato ogni forma di dissenso. 

Tra i nomi illustri che popolavano la sua sfera di amicizie erano compresi diversi personaggi del panorama economico. Riflettendo l’opinione comune tra gli yakuza, Kazuo riteneva che ogni dipendente dovesse riversare la totale devozione al suo datore di lavoro. Essendo a conoscenza delle sue posizioni antisindacaliste, le imprese chiedevano il sostegno del potente yakuza che, prontamente, soffocava gli scioperi e inoltre, con sempre più frequenza, usava l’intimidazione o la violenza per scoraggiare la propaganda sindacalista.[37]

 

2.14 I tre kuromaku.

Abbiamo avuto modo di venire a conoscenza del mutato atteggiamento dello SCAP evidenziato, principalmente, dalla scarcerazione dei criminali di guerra.

E’ interessante notare come, l’assenza di fonti attendibili e le fragili tesi americane rendano difficile la ricostruzione della verità storica. Malgrado le difficoltà, la documentazione disponibile evidenzia come il rilascio dei criminali coincida con la rinascita del comunismo in Giappone e l’inizio della guerra fredda.

Appurato che la yakuza costituiva l’unica forza capace di contrastare l’ascesa delle organizzazioni comuniste, si rese necessario procedere al loro reperimento. Nonostante l’incombenza, la violenza della nuova yakuza impediva allo SCAP di rivolgersi direttamente ai loro capi. Infatti, una diretta richiesta avrebbe sollevato diverse polemiche non solo perché in un passato non troppo lontano lo SCAP aveva promosso una campagna a loro discapito ma, soprattutto, perché la veste della nuova yakuza aveva turbato l’opinione pubblica.[38]

Visti i presupposti, si rese necessario trovare figure che facilitassero i contatti tra le parti. A tale proposito le autorità contattarono tutti quei personaggi che, prima della guerra avevano stretto solide amicizie nel mondo della yakuza. A partire dal 1948, entrarono in scena i tre kuromaku, colui che lavora e opera dietro la scena, Ryōichi Sasakawa, Nokusuke Kishi e Yoshio Kodama, destinati a diventare l’anello di congiunzione tra istituzioni politiche e universo criminale.

 

2.14.1 Ryōichi Sasakawa.

Personaggio dominato da un forte spirito nazionalista, notoriamente incline alla violenza, fu uno dei principali artefici del programma imperialista degli anni trenta. Le sue convinzioni nazionaliste furono tali da formare un vero e proprio esercito privato composto da 15 000 uomini, posti al servizio dell’Imperatore.

Fu un grande ammiratore di Benito Mussolini, incontrato a Roma nel 1939, e il suo fanatismo fu tale da fare indossare la camicia nera ai suoi uomini. Durante l’occupazione della Manchuria, grazie alle sue truppe assicurò la piena occupazione della manodopera disponibile diventando così uno dei principali promotori dello sviluppo economico del Giappone.[39]

Descritto come un individuo privo di scrupoli e potenzialmente pericoloso per il futuro politico del paese, accusato di crimini di guerra di classe A, nel 1945 fu rinchiuso nella prigione di Sugamo dove divise la cella con Kodama Yoshio.

Nel 1948, la sua scarcerazione fu agevolata dalla nuova linea politica dello SCAP. Quest’ultimo era venuto a conoscenza delle sue numerose amicizie legate al mondo della yakuza e delle sue idee anticomuniste. Sasakawa aveva intuito quanto fosse importante conquistare i favori degli americani e per questo usò quanto aveva a disposizione: l’opportunismo e il denaro.

La campagna imperialista si era tradotta per lui in un grande impero finanziario accumulato con attività legate al settore portuale e all’edilizia. Queste operazioni favorirono l’incontro con figure di spicco della yakuza come, Kazuo Taoka, inoltre gli consentirono di finanziare i sui gurentai inviati a sostegno delle autorità.[40] Gli ingenti finanziamenti furono favoriti dalle nuove attività a cui Sasakawa si era dedicato dopo la guerra. Alle tradizionali attività yakuza quali usura, estorsioni e mercato della prostituzione, si aggiungevano i proventi ricavati dal controllo della pornografia e dello spaccio di sostanze stupefacenti.[41]

Al successo economica si affiancava il costante impegno filantropico che egli stesso tendeva a sottolineare negli spazi pubblicitari trasmessi dalle televisioni di sua proprietà. Dopo aver conquistato l’opinione pubblica dei connazionali, Sasakawa si preoccupò di riabilitare la sua immagine agli occhi degli americani e per questo fece pervenire cospicue donazioni fatte nelle casse delle loro università.

 

2.14.2 Kishi Nobusuke.

Definito come il più singolare dei tre kuromaku, Kishi cominciò la sua carriera politica come seguace di Kita Ikki.

Tra il 1936 e il 1939 fu uno dei personaggi più influenti del Manchukuo e grazie al sostegno dei giovani yakuza coscritti, accumulò ingenti capitali. Lasciata la Manchuria nel 1941, fu chiamato a dirigere il Ministero del Commercio e dell’Industria ruolo che contribuì ad accrescere il suo potere nella sfera politica .

Con la sconfitta del Giappone, incriminato come criminale di guerra di classe A, fu incarcerato a Sugamo dove rimase fino al 23 dicembre 1948, data in cui venne rilasciato insieme a Kodama e Sasakawa. Uscito dal carcere, si impegnò per riabilitare la sua immagine presentandosi come rispettabile uomo politico al servizio della patria. Alleatosi con la destra nel 1952, a partire dal 1955 passò alla guida del Jiyūminshuto quindi nel 1957 fu nominato Primo Ministro.

Il suo percorso politico fu agevolato dagli ingenti capitali accumulati negli anni trenta grazie ai assoldava gli yakuza che, con l’intimidazione, si procurava i voti necessari o scoraggiava eventuali oppositori. In tal senso fu determinante il ruolo di Kodama Yoshio, amico di vecchia data, pronto a intervenire in suo aiuto per favorirgli l’ascesa verso le più alte vette istituzionali.[42]

Gli anni sessanta furono animati da dimostrazioni popolari contrarie al rinnovo del patto di sicurezza e alla presenza di armi nucleari americane sul suolo nipponico. Le proteste, capeggiate da esponenti di sinistra e sostenute dall’opinione pubblica, destarono preoccupazione sia nell’ambiente politico, sia in quello finanziario. Tenendo conto dell’incompetenza delle forze di polizia, Kishi si rivolse al fedele Kodama che, immediatamente, intervenne. Quest’ultimo, convocò gli yakuza più influenti creando un vero e proprio esercito di 28.000 uomini al servizio del Ministro Kishi e della causa nazionale. E’ interessante notare come, tra gli yakuza interpellati, spiccavano i nomi Kakuji Inagawa, capo della Kenseikai; Yoshimitsu Sekigami, capo della Sumiyaoshikai e Konosuke Ozu, tutti pronti a intervenire per la salvezza del paese. Il loro intervento rafforzò l’alleanza tra la teppa locale e le strutture politiche che legittimarono la loro presenza in nome della nazione.[43]

 

2.14.3 Kodama Yoshio.

Mentre Taoka Kazuo diventava uno degli yakuza più potenti, Kodama Yoshio aderiva al pensiero ultranazionalista diventando il pupillo di Toyama Mitsuru. Egli fu uno dei maggiori sostenitori della campagna imperialista in Cina dove, come ufficiale dell’esercito, diede prova di grandi capacità organizzative e imprenditoriali. Queste qualità, insieme al carisma che lo caratterizzava, gli fecero guadagnare la fiducia del governo di Tōkyō che, a partire dal 1939, lo mandò in giro per l’Asia al fine di raccogliere informazioni sul comunismo.[44]

Nel 1941, subito dopo l’attacco a Pearl Harbor, fondò a Shangai la Kodama Kikan da cui ebbe origine un impero economico che, alla fine della guerra, raggiunse un giro di affari di 175 milioni di dollari. Egli era solito presentare la sua società come una compagnia totalmente priva di lucro nella quale il bilancio attivo era assicurato dalle prestazioni dei suoi fedeli collaboratori che, spontaneamente, si sacrificavano in nome della prosperità della patria. In realtà, indagini accurate rivelarono la costruzione di un vero e proprio colosso economico realizzato con lo sfruttamento di lavoratori coreani e cinesi operanti in condizioni disumane e sotto stretta sorveglianza delle truppe di gurentai. La presenza di questi ultimi fu fondamentale, infatti, accortosi dei profitti legati al mercato degli stupefacenti, Kodama divenne uno dei maggiori trafficanti di oppio.[45]

La gestione dei settori strategici gli consentì di conquistare la stima dei maggiori rappresentanti del mondo economico e politico. Usando astuzia e amicizie importanti diventò il maggior fornitore di tungsteno, controllò l’estrazione dei metalli e commerciò in materiali bellici.

Alla fine del conflitto, benché avesse cercato di eludere l’epurazione dello SCAP diventando consigliere imperiale, fu catturato e incriminato dal tribunale internazionale che lo dichiarò criminale di guerra di classe A. La sentenza di colpevolezza fu accompagnata da un severo giudizio che lo dipinse come il patriota più pericoloso. Rinchiuso a Sugamo da dove fu inaspettatamente rilasciato alla fine del 1948.

Sebbene gli americani tendessero a legittimare il rilascio di Kodama, facendolo rientrare nel progetto di assoluzione dei civili di fatto, è probabile che essi avessero chiesto la collaborazione di Kodama quando ancora si trovava a Sugamo. Consapevole della necessità di cooperare, Kodama fu lieto di rivelare le informazioni raccolte durante il suo soggiorno cinese, dando inizio a un’intensa collaborazione che lo fece comparire nel libro paga della CIA. Infatti, nel 1949, in cambio di 150 mila dollari, la CIA sfruttò le conoscenze di Kodama e gli affidò il compito di fare uscire dalla Cina un carico di tungsteno. In realtà la merce non fu mai consegnata, Kodama si tenne il denaro sostenendo che la nave era naufragata.[46]

Nel corso degli anni, grazie alle cospicue donazioni a sostegno del partito conservatore, Kodama riuscì a erigere attorno al governo un blocco politico. Ancora prima dell’ingresso nel carcere di Sugamo, Kodama aveva affidato la gestione del suo patrimonio a Karoku Tsuji, suo amico sin dai tempi della militanza al fianco di Toyama. Quest’ultimo aveva il compito di usare il denaro per finanziare la fondazione del neo Partito Democratico Liberale, donazioni che crearono la base su cui si fondò la stretta collaborazione tra Kodama e la diplomazia nipponica: il denaro.

Rimesso in libertà, il potente kuromaku si mosse per riallacciare i rapporti con le sue vecchie amicizie della yakuza. In precedenza, parlando di Kishi e Sasagawa, abbiamo avuto modo di capire quanto fosse importane il suo ruolo. Infatti, la sua intercessione veniva chiesta tutte le volte in cui il governo si rivelava incapace di intervenire con forza per riportare l’ordine tra la folla. Inoltre, ogni volta in cui la sinistra guidava le rivendicazioni dei lavoratori o faceva propaganda anticapitalista, le istituzioni si rivolgevano a Kodama. Il suo intervento si rivelò determinante soprattutto in periodo elettorale quando, i suoi yakuza erano utili per screditarne l’immagine della sinistra, scoraggiare gli avversari politici e procurare voti con l’intimidazione.

Nel 1949 Kodama era diventato uno degli uomini più autorevoli del Giappone con solide amicizie nel campo politico-economico e con un potere tale da influenzare l’operato della Zen Ai Kaigi nella quale era rilevante la presenza di yakuza.

Tra le sue amicizie comparivano potenti clan yakuza come la Sumiyoshikai di Tokyo, Kinosuke Ozu della Kinseikai e la Yamaguchigumi di Kobe inoltre, poiché tutti ne avevano gran rispetto, spesso interveniva come intermediario per sedare le dispute fra clan rivali.

Ormai consolidati i legami con il panorama politico-economico, Kodama si adoperò per realizzare una coalizione di yakuza che, animata da forti sentimenti nazionali, doveva essere un baluardo contro i movimenti di sinistra. La sua proposta fu accolta da sette importanti gruppi. Nel 1963, guidati dallo stesso Kodama, questi si unirono per formare la Kantōkai tuttavia, nonostante i primi successi, a causa dei conflitti interni al gruppo stesso, la coalizione incominciò a disgregarsi fino a sciogliersi definitivamente nel 1965.

Gli scontri tra i clan si erano trasferiti sulla scena politica nella quale si ripetevano i casi di estorsione, intimidazione e violenza. Intimidito, il governo si appellò al buon senso dei funzionari implicati e, per ridurre il fenomeno, diede inizio ad accurate indagini.

Il fallimento del suo progetto non intaccò l’immagine di Kodama, infatti, i personaggi della politica, yakuza potenti, gli uomini d’affari più importanti e gli intellettuali più in vista continuarono a frequentare casa sua, tutti disposti ad aspettare anche ore pur di rendergli omaggio e ascoltare le sue parole.[47]




[1] Edwin O. REISCHUER, op. cit. pp

[2] Giorgio BORSA, Il Nazionalismo nella Tradizione Politica Giapponese Pre moderna, in Le Origini del Nazionalismo in Asia Orientale, Appunti di Storia Modera del Professor Giancarlo Calza, Università di Pavia, pp. 68-114.

[3] Edwin O REISCHAUER, op. cit.

[4] George DE VOS, Keiichi MIZUSHIMA, op. cit., p.298.

[5] Giorgio BORSA, op. cit., pp. 68-114.

[6] Ibidem.

[7] Giorgio BORSA, op. cit., p.103.

[8] Edwin O. REISCHUER, op. cit. p.135.

[9] George DE VOS, Keiichi MIZUSSHIMA, op. cit., pp. 288-293. 

[10] Ibid.

[11] Richard DEACON, A History of The Japanese Secret Service, London, Frederick Muller Limited, 1992, 29-51.

[12] William G. BEASLEY, The Modern History of Japan, New York, Frederick A Praeger, Inc, Publishers, 1967, pp. 120-160.

[13] Richard DEACON, op. cit., pp. 29-51.

[14] Edwin O. REISCHAUER, op. cit. pp.192–193.

[15] David KAPLAN and Alec DUBRO, Yakuza: La Mafia Giapponese, Milano, Edizioni Comunità, 1987, pp. 40-45.

[16] Robert WHITING, Tōkyō Underworld, New York, Vintage Books, (a division of Random House, Inc.), 1999, p. 227.

[17] William G. BEASLEY, op. cit.
[18] Ibid. p.282
[19] Robert WHITING, op. cit., pp. 13-18.
[20] Ibid.

[21] David KAPLAN, Alec DUBRO, op. cit. p. 56.

[22] Robert WHITING, op. cit., pp. 15-31.
[23] Ibid.

[24] Harumi BEFU, A Gift-Giving in Moderning, Japan, “Monumenta Nipponica”, Vol., 23, n. 2-3, 1968, pp. 445-456.

[25] George DE VOS, Keiichi MIZUSHIMA, op. cit. p. 300.

[26] Ibid.
[27] William G. BEASLEY, op. cit.
[28] Ibid.
[29] Edwin O. REICHAUER, op.cit.

[30] Bruce A. GRAGERT, Yakuza: The Warlords of Japanese Organized Crime, “Annual Survey of INT’L & Coomp. Law” Vol. 4, n.1, 1997, pp. 147-245.

[31] Robert WHITING, op. cit. pp. 43-44.  
[32] Ibid.
[33] Ibid.
[34] Ibidem.
[35] Florence ROME, op. cit.
[36] Ibid. pp.130-132.
[37] Ibidem.
[38] Robert WHITING, op. cit.
[39] http://www.centurychna.com/

[40] David KAPLAN, Alec DUBRO, op. cit. p.95.

[41] http://www.weberman.com/
[42] William G. BEASLEY, op. cit.

[43] David KAPLAN, Alec DUBRO, op. cit., pp. 84-92.

[44] Richard DEACON, op. cit., pp. 192-200.

[45] Robert WHITING op. cit., pp. 83-90.
[46] Japan Police Ricerche, Workig Peper, n. 35, July 1995.

[47] David KAPLAN, Alec DUBRO, op. cit.

 

 

Le operazioni economiche della Yakuza

 

 

3.1 Yakuza e la pubblica sicurezza: una relazione simbiotica.

Quando si pensa al Giappone si è soliti immaginare un paese in cui il popolo si muove ordinato nel rispetto della legalità. Questo quadro idilliaco è rafforzato dalla presenza di un servizio d’ordine efficiente e rinomato, capace di far rispettare la legge senza per questo intervenire con l’uso della forza. Questa immagine della società nipponica viene però ridimensionata quando si tiene presente che l’onestà dei suoi cittadini, più che a questioni prettamente morali, è legata al fatto che vivere nell’illegalità comporta grande imbarazzo sia per il singolo che per la sua famiglia.[1]

Quando nel 1991, la Japan Civil Liberties Union denunciò la polizia per abuso di autorità, sollevò una serie di dubbi sulla presenza o meno di elementi corrotti al suo interno. In seguito la Japan Federation of Bar Association avvalorò l’accusa, sostenendo che il rilascio dei sospetti era spesso dovuto all’inettitudine degli investigatori che non riuscivano ad estorcere le confessioni con appropriati metodi coercitivi.[2] La loro incompetenza è accentuata dal fatto che essi non sono riusciti a estirpare le radici della yakuza o a ridurre i loro traffici illeciti. Al contrario, la yakuza sembra essere un fenomeno che cresce a dispetto delle misure legali e degli interventi in forze.

Un sondaggio realizzato nel 1985 dalla National Police Agency rivela che il 7,8% degli intervistati accettano i bōryōkudan, sostenendo che la loro presenza sia necessaria per la società stessa. Dalla stessa indagine risulta che il 4,9% degli intervistati ritiene che, in caso di difficoltà, essi possono contare sull’intervento della yakuza. Questa sorta di legittimazione da parte della società, può essere spiegata dal fatto che il crimine organizzato nipponico funge da vero e proprio deterrente della microcriminalità.

Detenendo un indiscusso ruolo quale supervisore del crimine, la yakuza è pronta a intervenire per reprimere ogni minima presenza di microcriminalità, punendo i colpevoli con pene esemplari al fine di scoraggiare chiunque voglia fare altrettanto. Le azioni punitive, oltre a difendere il giro d’affari da loro gestito, mira a tutelare l’etica che da sempre li ha caratterizzati. Fedele al ninkyōdō, un bōryōkudan rifiuta la microcriminalità considerata disonorevole e non aggredisce mai un katagi. Di conseguenza i cittadini sono liberi di camminare per la città certi di non correre alcun pericolo. Mantenendo uno stretto controllo sui propri affari, la yakuza assicura l’ordine nei niwabari realizzando una sorta di mutua collaborazione con le forze dell’ordine che non hanno certo interesse a soffocare il fenomeno.

Un occidentale non può fare a meno di sorprendersi quando, girando per un quartiere cittadino, gli capita di trovarsi davanti a una stazione di polizia e subito dopo imbattersi nel quartiere generale di un clan yakuza che affigge liberamente il suo stemma fuori dalla porta. La convivenza pacifica è favorita dalle affinità ideologiche: entrambe vantano un forte spirito nazionalista e conservatore; ambedue sono costruite sulla base di una struttura gerarchica in cui i componenti si muovono in uno ambiente saturo degli antichi ideali di fedeltà e pietà filiale.[3]

Le analogie ideologiche e strutturali non bastano comunque a giustificare un rapporto così stretto. La National Police Agency ha rivelato che, in diversi casi, la polizia ottiene parte dei proventi ricavati dalle attività illecite sottratte ai dovuti controlli.

Negli anni ottanta un grosso scandalo coinvolse la polizia di Ōsaka che fu accusata di aver abusato della sua autorità, favorendo l’importazione di giovani donne straniere destinate a finanziare il mercato della prostituzione, concentrato nei locali notturni gestiti dalla yakuza. Negli stessi anni, ufficiali di spicco furono arrestati perché accusati di aver accettato pagamenti in denaro in cambio del quale, essi avevano escluso il gioco d’azzardo da qualsiasi ispezione.[4]

Sebbene il governo abbia spesso cercato di arginare il fenomeno della corruzione, tenendo conto del patrimonio culturale autoctono, è difficile accusare di corruzione un giapponese. In Giappone, paese in cui la cultura del dono è saldamente radicata, è problematico tracciare una linea di demarcazione che segni il confine tra i due concetti. Nel tentativo di arginare il fenomeno, il governo ha provato a stabilire il suo valore massimo e nel caso in cui questo venga superato, verrà considerato corruzione.[5]

In passato la polizia ha cercato di mettere in guardia la cittadinanza informandola sulle attività illegali gestite dal crimine organizzato, invitandola a denunciare qualsiasi forma di violenza o di intimidazione. I commissariati hanno incoraggiato i cittadini a escludere le famiglie degli yakuza impedendo ai figli di giocare con i loro e a imbarazzando le mogli, togliendo loro il saluto. In altri casi, la polizia ha chiesto ai clan una lunga documentazione prima di concedere loro il permesso di organizzare solenni funerali o suntuose cerimonie d’iniziazione.

 

Le forze dell’ordine hanno anche compiuto una serie di irruzioni nelle sedi della yakuza tuttavia, queste non sono sempre andate a buon fine. In genere gli ufficiali corrotti informano il clan dando loro la possibilità di fuggire.[6] Paradossalmente, poiché la yakuza rispetta i compiti svolti dalla polizia, lasciano sempre qualche prova che attesti la loro presenza prima della fuga.

 

3.2 Una forza in espansione.

Sebbene le istituzioni pubbliche abbiano più volte cercato di intervenire per arginare il potere della yakuza, questa è diventata una delle organizzazioni criminali più grandi del mondo con un giro d’affari di proporzioni immense. E’ interessante notare come nel corso degli anni il numero delle ikka (casa, famiglia) sia diminuito mentre, al contrario, sono aumentati i componenti dei clan più importanti. E’ stato appurato che dal 1979 al 1988 il numero degli yakuza erano diminuiti passando da 106.754 a 86.552 mentre, il totale dei componenti dei tre clan principali, la Yamaguchigumi a Kobe, la Inagawakai e la Sumiyoshikai a Tōkyō, erano aumentati da 29.225 a 34.492.

Nel 1996 la Polizia ha accertato l’esistenza di 46.000 yakuza attivi in 3.120 gruppi coadiuvati da 33.900 collaboratori. Questi ultimi, anche se non compaiono nelle liste dei membri effettivi, prestano comunque il loro supporto. Per avere un’idea della potenza umana di uno dei sindacati più importanti del Giappone, basta pensare che la Yamaguchigumi vantava 33.600 membri effettivi mentre nel 1979 ne aveva 20.826, ai quali si aggiungevano i 1.290 affiliati operanti in 43 delle 47 prefetture del Giappone.[7]

E’ interessante notare come con l’emanazione della legge anti bōryōkudan del 1992 le ikka, siano diminuite in modo considerevole. Infatti, rispetto al 1991, il numero degli yakuza si era ridotto di 11.000 unità mentre, il numero complessivo dei grandi clan passò dal 61,6% al 69,6%.[8]

La polizia ritiene che, al fine di proteggere le organizzazioni da eventuali inchieste, alcuni suoi membri abbiano abbandonato spontaneamente il gruppo per gestire attività legalmente riconosciute, dietro le quali celavano gli sporchi traffici delle ikka da cui si erano apparentemente allontanati. La National Police Agency fa sapere che nel 1989 la yakuza gestiva un giro d’affari stimato in 1.302 trilioni di ¥, circa 9.5 bilioni di dollari americani. La maggior parte del denaro è il risultato del miracolo economico degli anni ottanta che offrì l’opportunità di estendere il controllo su nuovi settori finanziari.

La dura campagna di arresti promossa nel 1993 portò all’incarcerazione di 1.440 yakuza, di questi il 43% si dichiarava disoccupato, in realtà, il 6.1% di loro percepiva un reddito mensile di circa 210.00¥ mentre il 5.9% aveva un’entrata di 1 milione di ¥ al mese.

 

3.3 La grande ascesa economica.

Sin dalla loro comparsa tekiya e bakuto sono stati coinvolti nelle forme tradizionali del crimine organizzato mantenendo uno stretto controllo sull’estorsione di denaro, sulla prostituzione, il gioco d’azzardo e l’usura. Dimostrando una grande capacità di stare sempre al passo coi tempi, a partire dagli anni ’40, la yakuza estese il controllo sull’edilizia, la falsificazione di denaro e dei valori bollati, l’industria del sesso, il contrabbando di immigrati e la frode.

Negli anni settanta i bōryōkudan si specializzarono nell’importazione di armi da fuoco e di sostanze stupefacenti, investendo ingenti capitali nelle Hawai, in California, in America latina e in Canada. 

E’ molto probabile che la sua internazionalizzazione sia legata alla necessità di fuggire alle rigide detrazioni fiscali a cui furono sottoposte le compagnie da loro controllate. In sostanza, la yakuza è riuscita a consolidare la sua posizione dominando incontrastata l’universo del crimine organizzato nipponico e conquistando una posizione ragguardevole nel mercato internazionale.

La sua ascesa economica fu indubbiamente agevolata dal boom economico del Giappone a partire dagli anni ottanta. Con il passare del tempo i sindacati del crimine organizzato riuscirono a investire ingenti capitali in attività legali. Alla gestione di rispettabili country club con campi da golf annessi; di grandi magazzini, di servizi di sicurezza, di banche, di compagnie di costruzione e di demolizione e dell’industria cinematografica, si aggiunge quella di agenzie turistiche e di ogni attività legata al settore del divertimento e a gestire importanti complessi ospedalieri.

 

3.4 I sarakin.

La politica del governo e le consuetudini dei cittadini hanno fatto del Giappone uno dei paesi con il più alto tasso di risparmio. Infatti, negli anni precedenti il 1980 questo corrispondeva a circa il 20% del reddito individuale complessivo. Tuttavia, neanche il Giappone è rimasto insensibile al crescente consumismo tanto che, il mercato dei prestiti passò dai 103 miliardi di dollari del 1973 ai 958 miliardi dei primi anni ottanta.

Trattandosi di un fenomeno prevalentemente nuovo, i primi a conquistare un ruolo di primo piano furono i sarakin, finanziatori dei salariati, uomini riuniti in vere e proprie agenzie di prestito che concedono crediti ad alti tassi di interesse e a breve termine di restituzione. Si calcola che nei primi anni del 1980 i sarakin erano presenti sul territorio nazionale con 42.000 agenzie che conquistarono il mercato del credito, anche grazie alla politica degli istituti finanziari, legalmente riconosciuti, riluttanti a concedere crediti ai privati.[9]

Nel tentativo di frenare il monopolio dei sarakin e conquistare una fetta del mercato, nel 1983 il governo approvò un programma legislativo mirato ad agevolare il settore limitando i tassi d’interesse, prima fissati al 110% annuo quindi al 73% e destinato a scendere al 40% nel 1987. Queste misure agevolarono la presenza degli istituti di credito stranieri tuttavia, benché questi calcolassero tassi compresi tra il 18% e il 28%, i giapponesi continuavano a rivolgersi ai sarakin.

Spesso, malgrado le vantaggiose condizioni offerte dagli istituti di credito, capita che i clienti non riescono a liquidare i debiti contratti. In questo caso, al fine di riequilibrare il bilancio, le banche cedono i crediti insoluti ai sarakin che provvedono a riscuoterli. La presenza della yakuza, attratta da un settore così redditizio, è stata quindi agevolata dalle stesse banche che, nel timore di violente rappresaglie, hanno lasciato che il crimine organizzato diventasse il principale addetto del settore.[10]

Sebbene le autorità abbiano promosso una dura campagna contro i sarakin, i giapponesi continuano a rivolgersi a loro sia per consuetudine, sia perché questi concedono i prestiti con maggiore facilità. In realtà, l’apparente disponibilità nasconde le continue e assillanti intimidazioni dei sarakin che intendono così ottenere la restituzione del credito sottoscritto.

Contrariamente a quanto si pensi non sono le minacce a preoccupare gli insolventi ma ciò che li angustia sono le subdole tattiche volte a danneggiare l’orgogliodei creditori. Le continue visite dei sarakin creano un forte imbarazzo nei giapponesi che, non sopportandone il peso, sono costretti a lasciare il lavoro e le loro famiglie o addirittura a suicidarsi. Questi dati evidenziano il motivo per cui i sarakin sono considerati tra i primi responsabili dell’alta percentuale di suicidi e dei johatsu, gli evaporati o scomparsi. Da un’indagine realizzata nel 1982, è emerso che sul totale dei suicidi verificatisi in quell’anno, 2400 erano ricollegabili ai sarakin mentre, 7300 soggetti abbandonarono le famiglie. Tenendo conto dei gravi danni apportati al settore finanziario, queste cifre dimostrano quanto i sarakin costituiscano una grave piaga sociale.[11]

 

3.5 Jiageya: i procacciatori di aree edificabili.

Sin dalla sua origine, la yakuza ha mantenuto un posto di rilievo nel settore edilizio operando con imprese di grande fama che, approfittando delle influenti conoscenze tra gli amministratori pubblici, sono riuscite ad aggiudicarsi appalti miliardari. Tenendo conto dello sviluppo urbano, tipico di ogni società industrializzata, e della conformazione fisica del territorio, con il passare del tempo si è ridotta in modo considerevole la disponibilità di aree edificabili.  

Attratte dalle enormi somme ottenute dalla compravendita dei terreni, le grandi compagnie e le banche si contendono gli spazi ancora liberi, generalmente concentrati nelle zone periferiche delle grandi città. La loro attenzione si concentra soprattutto su quei lotti adiacenti a vaste aree di sviluppo come, per esempio, quelle in cui esiste un progetto per la realizzazione di un grande campo da golf; altre volte l’interesse cade su locali situati all’ombra di grosse costruzioni al centro della città. Il loro scopo è di impadronirsi di quelle aree e quindi, speculando sul prezzo di vendita, cedendoli al maggior offerente che provvederà a realizzare progetti miliardari.

Poiché non sempre i proprietari sono disposti a cedere le proprietà, gli interessati si rivolgono ai jiageya, una sorta di procacciatori di terre edificabili al servizio della yakuza. Operando dietro altissimi compensi, i jiageya hanno il compito di convincere con l’intimidazione e la violenza i soggetti riluttanti che, non di rado, si vedono distruggere lo stabile davanti agli occhi senza avere alcuna possibilità d’intervenire. Il giro d’affari legato alla speculazione edilizia ha fatto di loro delle figure indispensabili per le banche che non possono farne a meno e infatti essi sono soliti dichiarare:

 “Abbiamo bisogno della loro professionalità perché la legge tutela in modo eccessivo il piccolo proprietario terriero. Le loro azioni e le pressioni psicologiche sono perfettamente legali e legittime.”[12]
 

Questa affermazione evidenzia come, la collaborazione con importanti istituti di credito e affermate compagnie, hanno fatto dei jiageya uno dei settori più redditizi della yakuza.

 

3.6 Sōkaiya, gli yakuza dai colletti bianchi.

Integrandosi perfettamente con lo sviluppo economico del paese, la yakuza ha saputo dare vita a nuove figure che le hanno permesso di esercitare una forte influenza nei consigli di amministrazione delle grandi società per azioni. In questo senso la loro presenza è stata favorita da una nuovo gruppo, i sōkaiya, azionisti professionisti che, rilevate le quote minime di partecipazione, intervengono alle assemblee deliberanti influenzando le decisioni con l’uso dell’intimidazione e della violenza.

Già attivi nel 1890, anno in cui fu emanato il Primo Codice Commerciale del Giappone, i primi sōkaiya più famosi furono Chiharu Inokichi e Takebe Kosaku che, con l’estorsione di denaro, riuscivano a infiltrarsi nelle assemblee delle più note compagnie disturbandone le discussioni.[13] Negli anni dell’occupazione, gli americani rilevarono l’esistenza di anomale amministrazioni aziendali nelle quali esistevano due tipi di azionisti: quelli che decidevano e quelli che sottostavano ai loro provvedimenti. Alla richiesta di spiegazioni, i giapponesi rispondevano che,in realtà,gli azionisti non hanno nulla da dire.”[14]

I programmi di riforma attuati dallo SCAP tendevano ad eliminare queste disparità. Tuttavia, essi non ottennero i risultati sperati infatti, tra il 1960 e il 1970 in Giappone erano attivi circa 600 sōkaiya operanti in aziende di importanza nazionale. Uno degli esempi più rilevanti è legato a un grosso scandalo del 1970 quando, grazie ai sōkaiya, uno dei colossi della petrolchimica era riuscito a nascondere i danni causati all’ambiente e alla popolazione di Minamata.[15]

Successivamente furono rilevati legami tra sōkaiya e gruppi di giovani ultra nazionalisti, entrambi chiamati a soffocare con la forza le contestazioni della sinistra che si opponeva contro il sostegno delle industrie nipponiche alla guerra del Vietnam.[16]

Nel 1974 la National Police Agency afferma l’esistenza di una stretta connessione tra i sōkaiya e la yakuza, la tesi fu avvalorata dalla confisca di 900 milioni di yen provenienti dalle estorsioni. Successivamente, un censimento delle forze dell’ordine rivelò che le compagnie di sōkaiya erano aumentate di numero passando dai 5227 del 1975, ai 6240 nel 1976 raggiungendo i 6504 nel 1977.

Ma, come operano i sokaiya? Sostanzialmente, dopo aver acquistato le quote azionarie necessarie per partecipare alle assemblee, scavano nella vita privata degli azionisti e usano le informazioni per ricattarli. Questi ultimi pagano somme altissime per impedire che vengano rese pubbliche evasioni fiscali, amanti nascoste o il mancato rispetto delle norme di sicurezza. Alcuni gruppi di sōkaiya organizzano grandi feste alle quali partecipano importanti uomini d’affari che si presentano con un adeguato dono in denaro riposto in apposite buste. L’aspetto più curioso riguardo a questa forma di ricatto è che le somme pagate possono essere facilmente dedotte dalle imposte, registrandole sotto la voce di donazioni o spese di pubblicità.

Al fine di impedire che le contestazioni creino disordini spezzando l’armonia dell’assemblea, diverse compagnie assumono gruppi di sōkaiya che intervengono prontamente per zittire gli oppositori. Le assunzioni sono dettate anche dalla necessità di ridurre al minimo i tempi di riunione. In realtà, gli azionisti si incontrano privatamente per decidere le strategie che verranno formalmente approvate durante le assemblee. Solitamente tutto il programma aziendale viene discusso in un ora; da ciò risulta evidente il clamore suscitato nel 1984 della Sony che, a causa delle continue interruzioni dei sōkaiya, rimase in riunione per 13 ore e mezza.[17] Un’altro meccanismo di autodifesa si realizza nella stretta collaborazione delle aziende che, di comune accordo, decidono di riunirsi lo stesso giorno impedendo ai sōkaiya di essere presenti contemporaneamente in più riunioni.

Le preoccupazioni furono alimentate dalla violenza dei loro interventi. Al fine di mettere un definitivo freno al fenomeno, nel 1982 fu approvata la riforma del codice commerciale con il quale si vietava alle aziende di assumere o pagare gli yakuza. Il provvedimento non diede i risultati sperati. I gruppi di sōkaiya ancora oggi arginano le misure di sicurezza registrandosi come organizzazioni di estrema destra alle quali, di diritto, spettano i contributi statali. Nonostante le azioni repressive, i sōkaiya continuano ad essere attivi e in costante aumento. Dai 650 del 1977 sono cresciuti fino a raggiungere i 1200 nel 1979 e i 6300 nel 1989, cifra che evidenzia il fallimento dei provvedimenti adottati. [18]

 

3.7 Yoshio Kodama e il caso Lockheed.

Il 4 febbraio del 1976 la stampa nazionale riportava lunghi articoli in cui il presidente della Lockheed Aircraft Corporation, Carl Kitchian, rilasciava una dettagliata confessione riguardo a ingenti somme di denaro, segretamente trasferite nei conti di noti personaggi della politica e della finanza giapponese. Una minuziosa documentazione rivelava che, nonostante le passate misure restrittive, era ancora forte l’alleanza tra la destra e la yakuza.

Le indagini coinvolgevano ancora una volta Kodama Yoshio in cui la stampa identificava l’intermediario tra politica e malavita. Inoltre, poiché nello scandalo era coinvolto anche il Primo Ministro Tanaka Kakuei, erano ormai svelati i numerosi imbrogli elettorali.[19]

Il racconto di Kitchian cominciava dal 1957, anno in cui la società americana decise di espandere il suo giro d’affari in Giappone. Preoccupato dall’andamento negativo delle vendite, l’amministratore delegato in Giappone, John Kenneth Hull, si rivolse a Taro Fukuda affinché gli organizzasse un incontro con un personaggio politicamente influente. Fukuda era un interprete che negli anni della politica antimilitarista era stato rinchiuso nel carcere di Sugamo, dove aveva stretto una forte amicizia con Kodama Yoshio che lo nominò suo biografo ufficiale.

Secondo Fukuda, il personaggio ideale era Kodama che, in quegli anni, aveva consolidato i rapporti nel mondo politico finanziario e conquistato il ruolo di indiscusso mediatore tra yakuza e alte istituzioni. Servendosi delle sue amicizie politiche, egli riuscì a influenzare le autorità competenti che decisero improvvisamente di acquistare gli aerei dalla Lockheed. Tra coloro che accolsero prontamente la richiesta di Kodama comparivano nomi eccellenti come quello del Primo Ministro Nobusuke Kishi la cui elezione era strettamente connessa al sostegno di Kodama e dei suoi gurentai. Kodama aveva dato vita a una grande macchina economica e per agevolarne il funzionamento si rese necessario ottenere la collaborazione di una persona autorevole che potesse influenzare il governo in modo più diretto. La scelta cadde su Tanaka Kakuei, allora Ministro dell’Industria e del Commercio Estero, candidato alle prossime elezioni come Primo Ministro. Sebbene lo stimasse per le sue abilità politiche, Kodama non lo conosceva personalmente quindi occorreva trovare un intermediario. A questo punto entrò in scena Osano Kenji, un personaggio abile e astuto che aveva creato un vero e proprio impero finanziario gestendo le attività più disparate. Le sue conoscenze in campo politico erano strettamente connesse alle numerose donazioni a sostegno delle campagne elettorali dei candidati del PDL. Osano era un intermediario perfetto giacché conosceva sia Tanaka che Kodama. Con il primo era entrato in affari nel 1965 mentre, con il secondo era legato dalle numerose donazioni destinate a finanziare l’attività dei gurentai.

La decisione di aumentare il traffico aereo nazionale aveva portato il governo a stringere un accordo con la MacDouglas dalla quale aveva deciso di acquistare aerei DC10. A questo punto Kodama convinse Osano, già maggior azionista della Japan Air Lines, a rilevare le quote azionarie della All Nippon Airwais quindi, fece intervenire i suoi sōkaiya. Le loro rivelazioni imbarazzarono il presidente della compagnia che, dimessosi il giorno seguente, fu prontamente sostituito con un protetto di Kodama. Quest’ultimo usò ancora le sue vecchie amicizie e chiese l’intervento di Sasakawa, allora addetto alla prevenzione dell’inquinamento sonoro, al quale venne offerta una grossa somma in cambio del silenzio sugli aerei della Lockheed. Eletto Primo Ministro nel 1972, grazie al sostegno di Kodama e della yakuza, Tanaka ordinò l’acquisto dei TriStar L1011 e subito dopo la società americana trasferì in Giappone le tangenti per il potente kuromaku e per i suoi collaboratori.

Considerati gli ottimi risultati ottenuti grazie all’intervento di Kodama, la Lockheed continuò a usufruire dei sui favori trasferendo sui suoi conti grandi quantitativi di denaro. Si calcola che nel 1969, dopo aver concluso il contratto per la vendita dei TriStar L1011, la società americana versava dai 120.000 ai 180.000 dollari aumentando così il già consistente patrimonio del kuromaku che usava parte delle entrate per finanziare i gruppi yakuza.[20]

Quando le autorità americane chiesero spiegazioni sui continui trasferimenti di denaro, la relazione illecita tra la Lockheed e le autorità nipponiche fu smascherata, sollevando un clamore senza precedenti. La stampa americana sosteneva che, il progetto economico della Lockheed, celava in realtà un piano ideato dalla CIA che voleva ripristinare i rapporti tra la destra e i gurentai ultranazionalisti in vista del pericolo comunista. La stampa giapponese cercò di difendere il paese sostenendo che, in realtà, l’acquisto degli aerei era stato sollecitato dallo stesso presidente Richard Nixon che intendeva così risanare il bilancio degli Stati Uniti. [21] Qualunque fosse stato il loro ruolo, la cosa certa era che gli americani avevano violato i tanto decantati principi di democrazia e di libera concorrenza e favorito il rinnovamento dell’alleanza delle forze politiche con la yakuza, la cui presenza era ormai diventata necessaria per assicurarsi i seggi elettorali.[22] 

 
 
 



[1] Walter AMES, op. cit., pp. 105-148.

[2] Frank F. Y. HUANG and Micheal S. VAUGHAN, op. cit., pp. 19-57.

[3] Ibidem.
 
[4] Ibidem.
 
[5] Harumi BEFU, op. cit., pp.445-456.

[6] Walter AMES, op. cit. p.127.

[7] Shigeru BOZONO, Yakuza on the Defensive, “JQ”, January-March 1998, pp. 79-86.

[8] Ibidem.
 
[9] Bruce A. GRAGERT, op. cit., pp. 180-182.

[10] Robert DELFS, Japan: Feeding on the system: Gangster Play Increasing Role in Business and Politics, “Far Eastern Economic Review”, Hong Kong, 21, Nov, 1991, Vol. 154, N. 47, pp. 28-29.

[11] Tom GILL, Streetwinter, Tōkyō, “Tōkyō Business Today”, April 1994.

[12] Robert DELF, Smoking Guns, “FER”, Dec., 2, 1992, pp. 18-20.

[13] Kennet SZKYMKOWIAK, Sōkaiya: An Examination of the social and Legal Development of Japan’s Corporate Extortionist, “InternationalJournailoftheSociologicalLaw”, 1994, Vol., 2, pp. 123–143.

[14] Kennet SZKYMKOWIAK, Sōkaiya Criminal Group and the Conflict for Corporate Power in Postwar Japan, “Asian Profile”, Vol. 20, N. 4, pp. 297–308.

[15] Idem.
[16] Idem
 
[17] TAKU MURATA, Corporate Shadow Artist, “TBT”, Oct., 1994.

[18] BALDWIN FRANK, The Idiom of Contemporary Japan, “JI”, 8, Winter 1974, pp. 502-509.

[19] Hans H. Baerwald, Lockheed and Japanese Politics, “AS”, Vol., XVI, n. 9, 1976, pp. 817-829.

[20] Rei SHIRATORI, The Lockheed Affair: A second Look at Democracy, “Japan Echo”, Vol., III, N. 2, 1976, pp. 23-30.

[21] Hiroshi IMAZU, Power Mosaic: Hotbed of the Lockheed Case, “JQ”, Vol., XXIII, N. 3, July, 1976, pp. 228-237.

[22] Rei SHIRATORI, art. cit., pp. 23-30.

 

Organizzazione interna della yakuza

 

 

4.1 L’etica confuciana contamina la struttura di base della yakuza.

Prendendo in considerazione la yakuza e la sua struttura interna è evidente la presenza di elementi e ideologie propriamente confuciane. Introdotta in Giappone nel VII secolo d.C., l’etica confuciana subì inevitabili modifiche fino a fondersi e adattarsi alle esigenze della cultura autoctona. Il suo peso fu tale da influenzare la vita e le istituzioni nipponiche fissando le basi di un organizzazione sociale in cui le relazioni personali furono ampliate e rafforzate. L’influsso sulla popolazione indigena modificò anche i più piccoli nuclei familiari all’interno dei quali la pietà filale rese stabile una struttura organizzativa di tipo gerarchico.[1]

L’ideologia si estese fino a plagiare i primi gruppi di bakuto e tekiya che seguendo questo modello formarono corporazioni nelle quali l’impronta confuciana fu così profonda da essere ancora oggi peculiare. In ogni gruppo yakuza è possibile trovare modelli tradizionali di cui la ie, casa, famiglia, è l’esempio più caratteristico.

Al suo interno sono riconoscibili particolarità che si discostano in modo considerevole da quelle abitualmente adottate nel mondo occidentale. Possiamo definire ie come un gruppo corporativo in cui è presente una struttura gerarchica ben definita e nella quale i componenti sono vincolati da solidi legami di interdipendenza.[2]

Al fine di assicurare la successione familiare, fondamentale per la sua esistenza, ogni ie fa suo il concetto tipicamente feudale di ichizoku roto, gruppo allargato. Questa forma era comunemente usato dalle famiglie agricole che accoglievano in casa un numero imprecisato di vassalli che, in cambio della benevolenza ricevuta, assicuravano al buon padre di famiglia fedeltà incondizionata.[3]

Integrando ichizoku roto, la ie diventa un organizzazione nella quale i rapporti umani assumono una rilevanza tale da mettere in ombra i legami biologici. Inoltre essi operano congiuntamente per il bene e nell’interesse della ie, obiettivo raggiunto anche a costo del sacrificio personale.

 

4.2 Consapevolezza di gruppo come forza di coesione, le ikka.

L’adozione dell’etica confuciana nel contesto yakuza favorì la comparsa di coalizioni compatte e impenetrabili nelle quali, ancora oggi, dominano solidi rapporti e una forte coscienza di gruppo. Questo si presenta come un’unità in cui le parti, vincolate da relazioni reali o fittizie, sono organizzate sulla base dei valori tradizionali grazie ai quali è possibile regolare i rapporti interni.[4]

Il lavoro congiunto consolida il legame tra i componenti e la consapevolezza di appartenere a uno stesso gruppo sociale al cui interno ogni individuo si muove conscio dello status occupato. Il potere e l’influenza del gruppo influenzano le azioni del singolo fino a modificarne idee e pensiero. La diffusione di una coscienza unitaria, riduce la sua autonomia, egli trova la sua individualità solo all’interno della coalizione. [5]

Seguendo il modello tradizionale, nel contesto criminale il concetto di ie si traduce in ikka, casa, famiglia.Quest’ultima si presenta come un gruppo organico e chiuso i cui i rapporti sono costruiti sull’etica tradizionale che contribuisce a creare un composito sistema organizzativo caratterizzato da una forte consapevolezza di gruppo e da un radicato senso di coesione.

Rifacendosi alle ie, anche la ikka, altresì detta kumi, banda o gruppo, adottano il proprio nome di famiglia, facilitandone l’identificazione nel popolato universo criminale. Il suo riconoscimento è possibile quando kumi o ikka sono precedute da un cognome, in genere quello del fondatore o, in altri casi, dal nome del niwabari, territorio, su cui essa esercita il controllo. A dimostrazione di quanto la yakuza sia spesso incurante dei nomi ufficiali, sono sempre più frequenti i casi in cui questa sceglie di rendersi riconoscibile utilizzando termini impersonali.[6] E' stato anche appurato che, nelle presentazioni pubbliche, la parola kumi è trasformata in gumi mentre ikka può diventare kumi o, più comunemente, kai, associazione. L’atteggiamento esclusivo assunto nei confronti del mondo esterno fa sì che, nell’universo criminale, il nome della ikka echeggi come quello di un’indiscussa e potente autorità.

Non esiste un corpo amministrativo centrale atto a governare l’intera attività dei bōryōkudan tuttavia, sebbene ogni una di loro appaia teoricamente autonoma, tutte le ikka presentano una struttura gerarchica comune e ben delineata. Anche se rigidamente strutturata, la coesione appare piuttosto instabile e contraddittoria. In realtà, grazie alle qualità fisiche e morali tutti i suoi componenti possono migliorare lo status nella scala gerarchica accrescendo così il loro potere.

Governate da severe norme comportamentali, le ikka sono costruite sulla base di due tipi di organizzazione, la struttura a piramide e quella di tipo federale.

 

4.2.1 La struttura a piramide.

Per avere una maggiore comprensione della struttura in questione, proviamo a immaginare una piramide in cui ogni individuo si muove nella piena consapevolezza della posizione occupata.

Seguendo il modello tradizionale, un unico soggetto chiamato oyabun o kumichō, colui che detiene il ruolo di genitore, occupa il vertice della piramide. Rivestendo la funzione del capo famiglia, egli ha piena autorità su tutti i seguaci inoltre, a luisonoriservati la incarichi decisionali, di controllo. In realtà, anche se responsabile degli affari della ikka, a visionare sulle questioni prettamente economiche è un suo deputato mentre lo oyabun limita la sua presenza a una breve e fugace apparizione per salutare e accogliere i clienti secondo il cerimoniale classico.

Ogni oyabun ha al seguito un numero imprecisato di subordinati la cui quantità è rapportata al suo potere effettivo e a quello della ikka da lui capeggiata. Nella scala gerarchica i subordinati più importanti sono rappresentati da quattro shatei, giovani fratelli, ai quali seguono gli wakashira hosa, assistenti dei giovani fratelli, capeggiati da un leader nominato wakashira. Shatei, wakashira e wakashiri hosa costituiscono un comitato direzionale o consiglio supremo noto come Saiko kanbu kai, consiglio di sei anziani che, riunendosi mensilmente, oltre a deliberare sulle questioni amministrative, decide sulla ripartizione delle entrate economiche.[7]

La stratificazione continua con una serie di ruoli secondari comunemente noti come kobun, colui che occupa lo status di figlio. Ogni kobun è chiamato a svolgere compiti esecutivi e partecipa alla distribuzione dei niwabari che controlla aiutato dagli wakashu, giovani spavaldi e prepotenti. Questi si avvalgono della collaborazione dei kumi in, soldati semplici, una sorta di esercito pronto a eseguire gli ordini superiori.[8] Tutti i subordinati sono consci del loro status e dell’interesse che li accomuna e per questo, compatti, agiscono per il bene della ikka edel benevolo oyabun.[9]

 

4.2.2 Struttura di tipo federale.

Spesso accomunata alla organizzazione criminale creata negli anni trenta da Lucky Luciano, la struttura federale si presenta come una moderna organizzazione nella quale il potere viene equamente distribuito tra le ikka che vi aderiscono. Tra le associate viene scelto e nominato lo oyabun che esercita l’autorità e il controllo su l’intera federazione. Sebbene la spartizione del potere conferisca una maggiore autonomia alle singole ikka, nel kumichō federale si concentra comunque un’autorità tale da farne la forza di coesione dell’intera organizzazione.[10]

Come nella struttura piramidale anche in quella federale un oyabun minore controlla il niwabari di competenza, sul quale esercita il mizushōbai, letteralmente la raccolta dell’acqua, che possiamo considerare molto vicino al “pizzo” tipico della mafia siciliana. Questo genere di operazione, infatti, si concretizza nella raccolta di denaro che, ristoranti, bagni pubblici, sale da gioco e locali notturni, sono tenuti a corrispondere per esercitare indisturbati la loro attività. Accanto a queste operazioni, i singoli clan si occupano di tutti gli affari della ikka come lo smistamento e il controllo del mercato delle prostituzione o la gestione della compravendita delle sostanze stupefacenti.[11]

Ogni gruppo secondario deve sottostare agli ordini superiori senza avere la possibilità di gestire in proprio attività collaterali. Individualmente, essi sono tenuti al pagamento mensile di una somma da corrispondere al sindacato più alto che, a sua volta, versa il denaro nella cassa dello oyabun al netto di una trattenuta. Particolari circostanze come il primo giorno dell’anno, la celebrazione di funerali e la scarcerazione di un forniscono l’occasione per ulteriori versamenti effettuati sotto forma di regalo.[12] Seguendo la tradizione di tekiya e bakuto, il mancato pagamento della somma dovuta, scatena l’ira dello oyabun che reagisce imponendo punizioni severe e esemplari. Tra gli altri obblighi che i kobun sono tenuti a rispettare sono comprese le visite ai superiori o a qualcuno con cui si suppone di dover mantenere futuri, ogni visita è accompagnata da un regalo appropriato.

Rispetto alla struttura di tipo piramidale, quella federale è un’organizzazione più moderna in cui il potere decentrato non ha affatto sminuito il giro d’affari, infatti, secondo una stima fatta delle autorità statali, un sindacato federale ha un introito superiore ai 260 milioni di dollari all’anno.[13]

 

4.3 Ruolo dello oyabun.

Come è stato più volte evidenziato, per l’esistenza della ikka è fondamentale la figura dello oyabun, presenza carismatica su cui è concentrato l’intero potere del sindacato.

Considerata la sua importanza, l’intera cerchia, compatta, si impegna a nascondere al pubblico il volto dello oyabun. Infatti, chiunquedesideri incontrarlo deve seguire un iter fatto di adeguate presentazioni tramite intermediari e vengono sottoporsi a interviste preliminari che attestino l’affidabilità del candidato. 

Come accade in ogni gruppo sociale che si rispetti, anche nelle ikka la successione alla carica di oyabun, atome, è vitale per l’esistenza del gruppo e solo coloro che gli sono stati fedeli e leali possono considerarsi eleggibili. La tradizione vuole che, per il bene del gruppo stesso, la carica non sempre sia ereditaria quindi l’aspirante può essere scelto tra gli ichikobun, primo rango dei kobun, più capaci e morigerati. Le sue qualità vengono inevitabilmente riconosciute dal resto della ikka. Tra tutti si diffonde presto un consenso implicito che lo designa legittimo successore dello oyabun in carica.

Anche in questa circostanza, come per l’ingresso nella ikka, si celebra la cerimonia d’iniziazione durante la quale il nuovo oyabun giura eterna fedeltà alla ikka e promette di prendersi cura dei suoi kobun. Considerata la sua importanza, la scelta deve essere ponderata, imparziale e, soprattutto, deve trovare concorde tutto il mondo della yakuza. Nell’eventualità che la scelta del nuovo oyabun dovesse essere causa di discordia, per impedire una frattura interna e lo spargimento di sangue, il lo oyabun deve dare prova di rettitudine lasciando la carica.[14]

Rifacendosi all’antica tradizione rituale, la riconciliazione tra le fazioni opposte è confermata da una cerimonia chiamata teuchi shiki, cerimonia dell’applauso. In questo caso, è richiesto l’intervento di uno o più intermediari che, in nome del proprio kao, onore, si impegnano a riconciliare le parti in causa. Durante la cerimonia i leader delle fazioni opposte vengono portati dentro la stessa stanza al centro della quale dominano due spade e le offerte alla divinità shintō. Pronunciate le frasi di rito con le quali le parti si impegnano a mettere da parte le ostilità, l’intermediario mostra le spade e le unisce con un’unica piccola corda. Quindi, mentre i due protagonisti sanciscono il legame bevendo simultaneamente il sake, la platea composta dai rispettivi kobun  batte le mani seguendo un ritmo particolare.[15]

 

4.4 Ordine gerarchico come fonte di wa.

Originato dallo Shintoismo, la via degli Dei, wa, armonia e pace, è uno dei concetti più importanti della cultura nipponica. Secondo l’antico Credo, gli uomini, originati da un’unica fonte, per essere in armonia con l’universo che li circonda, sono tenuti a vivere nel rispetto dell’ordine costituito. Integrandosi con la cultura indigena, l’etica confuciana favorisce il controllo sugli individui e la possibilità di esorcizzare qualsiasi situazione in cui lo wa possa essere compromesso.[16]

Trasferendo tali aspettative nell’universo delle ikka, ci troviamo davanti a un contesto in cui ogni yakuza si muove in un ordine naturalmente costituito, sensibilità sottolineata dallo stesso suffisso bun, parte, posizione, di oyabun e kobun. Al fine di non compromettere lo wa, ogni yakuza si aspetta di entrare subito in accordo con gli status lontani. A questo proposito, è interessante notare come i rapporti tra i miuchi siano elaborati e articolati in base all’anzianità relativo al periodo d'ingresso nel clan piuttosto che all’età anagrafica. Lo status di disuguaglianza è decifrato da un linguaggio numerico basato su un sistema frazionario; per esempio, lo status differente si può identificare dalla relazione di 4/10 a 6/10, 3/10 a 7/10 oppure 2/10 a 8/10. Sul pino pratico, la seconda delle due frazioni suggerisce lo status più alto mentre la prima quello più basso.

Possono anche verificarsi situazioni in cui i componenti, avendo aderito alla ikka nello stesso periodo, abbiano lo stesso grado di anzianità e occupino quindi lo stesso status gerarchico. In situazioni simili, le parti in causa tendono a identificarsi con un rapporto in 5/10, fratelli per 5/10, e usano chiamarsi kyōdai, fratello, al posto di aniki o shatei.[17]

Considerata l’importanza attribuita al linguaggio rituale, i diversi status sono intuiti da sottili suggerimenti non verbali contenenti un significato uguale a quello espresso oralmente. Seguendo la tradizione, durante le cerimonie ogni ruolo è chiaramente simboleggiato dal modo di sedersi o più precisamente dalla posizione delle mani. Quando uno yakuza, seduto, appoggia le mani sul pavimento vuole suggerire la propria condizione di inferiorità. Al contrario, quando l’interlocutore poggia le mani sulle sue ginocchia è implicita la sua condizione di superiorità. La deduzione della status gerarchica occupata, consentirà ad ogni componente di muoversi seguendo le regole proprie al suo ruolo e di vivere nel rispetto delle norme vigenti all’interno del gruppo.[18]

 

4.5 Ninkyōdō: il codice morale dei nuovi samurai.

Le vicende storiche favorirono la comparsa delle forme embrionali della yakuza caratterizzate dalla presenza dei samurai che, alla ricerca di un contesto sociale in cui reinserirsi, portarono con loro cerimonie, costumi e codice etico. Seguendo la morale dei loro padri, gli yakuza costruirono un’organizzazione modellata su una fitta rete di valori che, rispecchiando quelli dell’antico codice bushidō, sono ancora oggi contenuti nel ninkyōdō, il codice morale della yakuza.

I principi di rettitudine, senso di giustizia, coraggio, sincerità, onore e lealtà hanno dominato la cultura yakuza in cui la devozione assoluta verso il proprio capo, ricambia la benevolenza ricevuta.    

 

4.5.1 Lealtà allo oyabun e alla ikka.

Costruendosi sul modello feudale, la yakuza ha ereditato una relazione paternalistica caratterizzata dalla reciprocità di obblighi e doveri e da un’incondizionata lealtà del kobun nei confronti dello oyabun. Nel rispetto della pietà filiale, con la benevolenza del buon padre di famiglia, lo oyabun ha il dovere di accudire il kobun inoltre, egli si impegna a proteggere e assistere anche i componenti della famiglia del protetto.[19] La benevolenza ricevuta genera nel subordinato un forte onere psicologico, identificabile con il termine di on, debito. L’onere mette il ricevente in una condizione di profondo disagio e inferiorità nei confronti dello oyabun che, di riflesso, assume un ruolo di assoluta superiorità e autorità.[20]

Dal momento stesso in cui lo oyabun concede la benevolenza, l’unica aspirazione di chi la riceve, è restituire lo on con forme di pagamento che non hanno limite di tempo o di valore.[21] La necessità di far fronte allo on, spinge il kobun a stringere un legame di fedeltà e lealtà incondizionata con il suo oyabun e ad agire sempre e solo nell’ interesse del suo superiore e della ikka.

Il kobun ha piena fiducia nello oyabun e in ogni sua affermazione che non può essere contraddetta. Infatti, Quando quest’ultimo afferma che un oggetto è nero, il kobun deve essere d’accordo anche se, in realtà, questo è di diverso colore. La dedizione assoluta del kobun si estremizza a un punto tale che egli è disposto a compiere anche il migawari, una sorta di auto sacrificio, in base al quale il kobun è pronto a farsi uccidere o a farsi incarcerare al posto del suo oyabun.

La devozione totale del subordinato scaturisce da situazioni differenti. In alcuni casi il kobun, alienato dalla famiglia naturale per il suo carattere balordo, si ritrova privo di un punto di riferimento e di un gruppo sociale in cui riconoscere la propria individualità. Queste circostanze rendono un individuo psicologicamente fragile, facile da influenzare e disposto a votarsi in modo incondizionato a chi, con benevolenza, gli offre vitto e alloggio prendendosene cura come farebbe un buon padre di famiglia.[22] Privato di altre alternative, egli vede nella protezione dello oyabun l’occasione per riscattarsi e appropriarsi del ruolo sociale di cui era stato ingiustamente privato.

Questo quadro rende più affidabili le recenti teorie avanzate da Kanehiro Hoshino infatti, i suoi studi hanno rilevato come i componenti dei clan yakuza tendono ad interpretare il rapporto oyabun-kobun in termini di mutuo soccorso e protezione piuttosto che come un legame tra padrone e servitore.[23]

Considerata l’opportunità di migliorare lo status all’interno del clan, è evidente quanto sia importante per un kobun dimostrare il proprio valore nella kumi e agli occhi dei miuchi. Ogni volta in cui egli compie un’azione valorosa lo oyabun manifesta la sua gratitudine concedendogli la promozione. Osservando la devozione del subordinato da questo punto di vista, possiamo vedere come ogni gesto eroico nasconda in realtà una sorta di investimento per il futuro. Questa nuova interpretazione implica che sottomissione e obbedienza siano stabilite sulla base dell’interdipendenza e l’impegno volontario piuttosto che sulla coercizione.[24]

Il rapporto oyabun-kobun raggiunge un’intesa tale che, nella maggior parte dei casi, i desideri del primo sono deducibili da un linguaggio fatto di gestualità e di semplici espressioni facciali. Uno yakuza non può essere considerato tale se avverte la necessità di sentire oralmente cosa fare e chi uccidere; ogni yakuza deve avere la capacità di interpretare anche un semplice movimento degli occhi del suo oyabun, gesto che potrebbe significare “Uccidilo”, quindi agire immediatamente.[25]

 

4.6 Kao: il senso dell’onore negli yakuza.

Se provassimo a chiedere ad uno yakuza di lasciare il suo oyabun e la ikka a cui ha aderito non dovremmo sorprenderci di fronte ad una risposta negativa. Senza dubbio, il motivo del suo rifiuto va ricercato nell’impossibilità di rinnegare la parola data nel corso della sakazuki shiki e nella necessità di difendere e preservare il proprio kao, faccia, orgoglio, onore. E’ ormai risaputo che un giapponese ha in grande considerazione il senso dell’onore e l’universo criminale non è rimasto certo immune da tanta sensibilità.

Anche per uno yakuza è di fondamentale importanza proteggere il proprio kao da un’eventuale ingiuria o contaminazione.[26] Prendiamo in esame l’eventualità che egli accetti di spezzare la promessa e di staccarsi dall’organizzazione. In questo caso, seguendo ancora una volta le consuetudini tradizionali, il suo nome e la mancata perseveranza vengono immediatamente comunicate a tutte le altre kumi. Da questo momento, considerata l’inaffidabilità, l’onore dello yakuza è del tutto compromesso quindi, egli potrà redimersi solo con lo yubitsume o con la morte.

La yakuza, essendo strutturata sulla base di un’etica rigida e inviolabile, assume un atteggiamento estremamente duro nei confronti di chi osa intaccare i valori tradizionali. L’atteggiamento difensivo nei confronti del proprio kao, scaturisce dall’obbligo di proteggerlo da eventuali attacchi da parte di coloro che osano infangarlo. Per evitare che un semplice errore accidentale scateni l’ira della parte oltraggiata, gli yakuza sono tenuti a rispettare il rituale di mutua cooperazione tra le parti.

Possiamo notare come soprattutto quando l’offesa si verifica pubblicamente, la reazione della parte offesa potrebbe essere di due tipi. Egli potrebbe reagire celando le proprie emozioni, dando così prova di grande autocontrollo e pazientemente aspettare il momento opportuno per vendicarsi. Nell’altro caso, lo yakuza potrebbe reagire d’impulso e aggredire con violenza il colpevole, rischiando lo spargimento di sangue.

L’impulsività e l’impetuosità delle azioni violente scaturite da otoko, mascolinità, essenziale nella dignità di uno yakuza, sono giustificate dal giri che legittima la reazione aggressiva necessaria per assicurarsi il prestigio e far riconoscere il proprio potere anche dalle altre ikka.[27] Allo stesso tempo egli ha l’obbligo di difendere il kao escludendo qualsiasi reazione violenta, al fine di dimostrare un forte autocontrollo e un grande stoicismo. Ostentare superiorità nei confronti dell’offesa ricevuta riflette il mito dei padri samurai che sopportavano il dolore fino alla morte, senza lasciare trasparire alcun segno sofferenza.[28]

La difesa dell’onore si colora di tonalità drammatiche quando l’attacco coinvolge lo oyabun ferito, ucciso o ridicolizzato da un nemico. Nell’eventualità che tali condizioni si verificano, l’obbligo di restituire lo on ricevuto spinge uno yakuza ad intervenire in difesa del kao dello oyabun a costo della sua stessa vita. In questo caso l’intervento assume una duplice connotazione: da un lato, il kobun tende a vendicare il suo oyabun per riabilitarne il kao nel mondo della yakuza; dall’altro lato, la sua reazione cela la necessità di difendere il proprio kao, dimostrando le sue qualità di subordinato, non solo agli occhi dello oyabun, ma anche davanti a tutta la ikka. Infatti, continuando la tradizione degli antichi samurai, nell’universo yakuza, vendicare il proprio signore è considerato un atto lodevole.

La glorificazione della vendetta è legittimata anche sul piano letterario. Infatti, grande popolarità gode, anche nell’ambiente criminale, la storia dei quarantasette rōnin. Tenendo fede ai loro doveri, i rōnin, riuscirono a conquistare l’opinione pubblica che ne fece i simboli di un mito che da secoli domina la fantasia dei giapponesi e a cui gli stessi yakuza si rifanno per legittimare il loro comportamento.[29]

 

4.7 “Okane yori kao ga kiku”: la faccia è più potente del denaro.

La collaborazione che caratterizza la singola ikka si estende al di fuori di essa, creando una vera e propria cooperazione all’interno dello stesso microcosmo della yakuza.

Tuttavia, possono verificarsi situazioni in cui tra le diverse kumi, si creino attriti legati generalmente alla contesa del niwabari. In tali circostanze è possibile chiedere l’intervento di uno oyabun influente e di gran fama, a cui si affida il compito di mediare tra le parti per raggiungere la migliore soluzione possibile.
La collaborazione tra le ikka è da sempre uno dei pilastri portanti dell’intero universo criminale di conseguenza, rifiutare il ruolo di mediatore è considerato un forte segno d’ostilità, arroganza e inaffidabilità. Inoltre, il rifiuto potrebbe ritorcersi contro lo stesso intermediario qualora egli dovesse trovarsi in una situazione analoga. Tuttavia, dal momento in cui portare avanti le trattative conferisce grande prestigio e rispettabilità per il proprio kao, lo oyabun decide il piano d’intervento: intervenire con l’uso della violenza oppure, raggiungere un accordo pacificamente.

Per evitare che un eventuale fallimento della sua mediazione comprometta il suo status, spesso l’intermediario chiede alle parti di raggiungere un accordo in nome e in difesa del suo kao. Di fronte a questa richiesta, i leader decidono di arrivare a un compromesso poiché un rifiuto si tradurrebbe nella perdita del loro stesso kao.

Prestare o chiedere in prestito il kao costituisce un fattore comune nella vita quotidiana degli yakuza. “Prestami il tuo kao”, in realtà, significa “Usa per me la tua influenza”.[30]

L’uso del kao per risolvere le dispute fra le ikka lo trasforma in una sorta di merce di scambio o di credito non monetario da riscuotere all’occorrenza. E’ interessante notare come, da questo nuovo quadro, emerga un bipolarismo del potere dello yakuza, apparentemente contrastante ma, in realtà, in perfetta sintonia con l’etica yakuza. Da una parte l’affidabilità e il kao del bōryōkudan si basano sul puro esercizio della forza fisica; dall’altro lato, invece, si fondano sulla fiducia riposta in colui che evita l’uso della violenza, dando prova di un forte autocontrollo.

 

4.8 Rituali jingi:  l’umiltà negli yakuza.

 “Nell’etichetta è naturalmente insito un codice morale […] Violarne il codice conduce alla disfatta. […] Soprattutto chi è ambizioso è tenuto a rispettare l’etichetta, più di chiunque altro; se lo farà potrà persino esibirsi danzando nudo mentre bevesake, essendosi ormai conquistata la fiducia dell’interlocutore […] Questa tattica non funzionerebbe affatto se egli fosse solito comportarsi con sregolatezza. E’ per questo che esiste un’etichetta, capace di mantenere la dignità dell’uomo, ed è solo lasciando trasparire da essa la naturalezza, l’immediata spontaneità della natura umana, che si accresce il proprio potere sul prossimo.”  (Yukyio Mishima) [31]
 

Parlando della lealtà incondizionata del kobun, abbiamo avuto modo di costatare come il legame sia rafforzato dalla stesso oyabun che, grazie alla sua personalità umile e carismatica, esercita un forte ascendente sul subordinato.

Dopo aver conquistato la leadership, lo oyabun deve essere sempre in grado di mantenere integro il suo kao. Arroganza e grossolanità sono causa di sanzioni immediate da parte degli altri yakuza. Egli, con una particolare umiltà e un certo garbo, è tenuto a mostrare rispetto verso tutti i senpai, inferiori, scavalcati. Questi ultimi sono pronti a riconoscere la superiorità fisica e morale del kohai, superiore, mostrando nei suoi confronti il massimo rispetto per le sue abilità.

Questo codice di mutua concessione e umiltà è cristallizzato nell’antica espressione di jingi. Nel periodo Tokugawa l’espressione era usata per indicare le malefatte compiute dai banditi, il cui senso dell’onore era sintetizzato nella frase: “fare un’azione jingi”.[32] In modo più specifico jingi corrisponde ad un’insieme di modelli astratti fatti di parole, maniere e modi adottati dagli yakuza.

L’umiltà è espressa in modo esplicito negli incontri formali tra yakuza appartenenti a due ikka differenti. Seguendo lo stile jingi, si suppone che la persona informi la controparte delle sue generalità: nome, cognome, data di nascita, ikka d’appartenenza e nome del proprio oyabun. Tuttavia, per non compromettere lo wa e al fine di esorcizzare scontri tra le ikka di appartenenza, prima che la cerimonia di presentazione abbia inizio, le due parti devono essere al corrente dello status reciproco. Al momento del saluto, le parti possono intuire il rispettivo ruolo attraverso un linguaggio gestuale: lo oyabun suggerisce il suo status mostrando il pollice mentre, il kobun nasconde il pollice tra le altre quattro dita della mano.[33]

Nel caso in cui i soggetti mostrino incertezza sullo status, entrambi provano a dare suggerimenti sulla loro anzianità. Rifacendosi alla tradizione, in nome di quel rispetto e umiltà che li deve contraddistinguere, entrambe le parti assumano un ruolo inferiore e cercano di introdursi per primi. Tutto il cerimoniale è eseguito adottando un linguaggio stilizzato che, alle orecchie del profano, suona come la rappresentazione di uno spettacolo tradizionale.[34]

Uno dei due comincia dicendo:
 “Per favore, aspetta e lascia che io mi presenti dato che io sono un senpai.”[35]
 

Il cerimoniale jingi prevede che l’altra parte rifiuti dicendo:

     
 
“No, lascia che sia io a iniziare per primo.” [36]

A questo punto il primo ribatte dicendo:  
 “Io sono troppo giovane e immaturo, non occupo ancora una posizione tale da     permettermi di attendere.”[37] 

 

Durante l’incontro l’umiltà è costantemente espressa con espressioni come: “Sono giovane;sto ancora formando me stesso; sono un buono a nulla”[38]

 Questa sorta di competizione è ripetuta per circa tre volte. Dopo aver stabilito chi dei due deve cominciare per primo, mentre questo fornisce le sue generalità, nel silenzio dell’altro è implicita la richiesta di perdono in caso d’errore. Una volta dichiarati i rispettivi status, entrambe le parti cominciano a discutere su chi dei due per primo deve ritirare la mano. Considerata la necessità di rispettare l’ordine costituito, si suppone che l’inferiore inciti l’altro a ritirare la mano per primo.

La yakuza è un gruppo al cui interno oyabun e kobun, si muovono in un contesto sociale chiuso con un linguaggio proprio, particolarmente elaborato, fatto di parole distorte e capovolte. La distorsione può essere realizzata in diversi modi, per esempio capovolgendo le parole come asu, domani, che diventa sua. [39]

E’ curioso notare come in realtà le espressioni gergali delle kumi varino di gruppo in gruppo. Il linguaggio particolare adottato da i suoi componenti contribuisce a fare della yakuza un mondo compatto e chiuso verso l’esterno.

 

4.9 Da dove vengono i futuri yakuza?

Agli occhi degli occidentali il crimine organizzato nipponico si presenta come un complesso di associazioni compatte ed eterogenee. Gli studi realizzati da Mugishima Fumiko hanno rilevato che gran parte dei componenti proviene da strati sociali soggetti severi pregiudizi e che circa il 43% dei suoi componenti sono poco istruiti. La stessa fonte afferma che circa il 70% dei bōryōkudan è originata dai burakumin e che la presenza delle etnie coreane riveste un ruolo non indifferente.[40]

Ma quale ragione spinge un giapponese ad giurare eterna fedeltà alla ikka? In realtà, i motivi sono tutti ricollegabili a un unico fattore relativo al bisogno di soddisfare il proprio senso di appartenenza e di riconoscersi in un gruppo sociale di cui deve sentirsi parte integrante.[41]

Jinkichi Abe ha fornito gli stadi che generano l’alienazione del potenziale yakuza dal resto della società. Egli ritiene che il soggetto compia i primi atti vandalici nel contesto familiare, scolastico o lavorativo. In un periodo successivo, il giovane frequenta quartieri o territori popolati da individui che alimentano e favoriscono l’emergere della sua personalità deviata.[42]

Accomunati da un carattere socialmente deviato, questi giovani delinquenti, organizzati in gruppi chiamati chinpira, cominciano la loro carriera già alle scuole superiori. Il leader delle gang giovanili distintosi per coraggio e forza fisica può essere avvicinato da un kobun adulto. Considerato il fascino che la yakuza esercita sugli inesperti chinpira, il gesto dell’adulto accresce il prestigio e la rispettabilità del giovane che, agli occhi di tutti gli altri giovani componenti, diventa il capo indiscusso del gruppo.

L’attenzione riservata al giovane leader segna la sua ascesa nel mondo dei bōryōkudan che chiederanno il suo supporto nelle dispute per il controllo dei niwabari. Tutti quei chinpira che, durante i combattimenti, si distinguono per la loro intraprendenza e coraggio, vengono presi sotto l’ala protettrice del grande oyabun e introdotti definitivamente nella ikka

Qualche volta capita che un chinpira, conosciuto per il suo carattere violento, venga catturato e rinchiuso in una stanza quindi picchiato da uno yakuza adulto. Se il giovane sopravvive, la prova di coraggio e la resistenza fisica esercitano grande fascino sugli adulti che sono subito pronti ad accoglierlo nel gruppo.

Per dare un’idea del reclutamento basato sul legame pseudofamiliare, DeVos prende come esempio la storia di un giovane detenuto di diciannove anni. Orfano di padre, il giovane manifestò il suo malessere riportando uno scarso rendimento scolastico. L’adolescente cominciò a frequentare le zone poco raccomandabili e entrò a fare parte di un gruppo di delinquenti. Una serie di circostanze fecero sì che la moglie di un oyabun, intenerita, si attaccò morbosamente al giovane che divenne presto un corriere della yakuza. Questo rappresenta uno dei pochi casi in cui l’ingresso nella yakuza è collegato alla moglie di uno oyabun che prende sotto la sua ala protettrice un giovane delinquente. [43]

E’ interessante notare come non sempre la recluta sia un disadattato, infatti, capita anche che, il figlio di un professionista, conducendo un’esistenza insoddisfatta, aderisca alle gang criminali affascinato dalla personalità di un capo yakuza. Sono stati riscontrati casi in cui, tra gli aderenti alle ikka, si ritrovano anche persone dalla fama rispettabile. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che, perso il lavoro o dilapidati gli averi con il gioco d’azzardo, vengono salvate dalla benevolenza di uno oyabun che li accoglie nella sua casa prendendosene cura.

Tra i neofiti yakuza circa 1/3 di loro proviene dai bōsōzoku, bande della velocità, fenomeno tipicamente giovanile comparso con la rinascita industriale nipponica del dopo Guerra. La loro presenza fu attestata dalle stesse autorità. I registri della polizia urbana di Tōkyō, risalenti al 1959, rilevarono la presenza di bōsōzoku anche detti kaminari, la banda del tuono. Nel corso degli anni il fenomeno si è largamente diffuso tra la popolazione giovanile tanto che, un’indagine realizzata nel 1982 ha rivelato la presenza di 42.510 bōsōzoku riuniti in 712 bande.

I componenti, in prevalenza giovani disadattati provenienti da famiglie disgregate, disturbano la quiete pubblica dando spettacolo alla guida di macchine rumorose vistosamente addobbate o con moto prive di marmitta. Uniti in federazioni, essi sono fortemente influenzati hanno dai miti holliwoodiani di Marlon Brando o James Dean. I giovani ribelli sono soliti indossare giacche in pelle rosse o nere e, circa il 40% di loro, usa pettinarsi con vistosi ciuffi alla Elvis. Molti portano un haiamaki, una fascia attorno allo stomaco e, altri ancora, assumono un aspetto vagamente effeminato indossando piccole pantofole che sembrano femminili. La loro presenza costituisce un ottimo terreno di cultura per i potenziali yakuza. I bōsōzoku si muovono nel contesto microcriminale nella speranza che un importante oyabun riconosca le sue qualità malavitose e lo accolga nella sua ikka.[44]

Seguendo la tradizione anche oggi, come in passato, per essere un vero yakuza la recluta deve attraversare obbligatoriamente un periodo chiamato sanshita, apprendista. Il sanshita, la cui durata varia dai sei ai dodici mesi, è quel lasso di tempo durante il quale l’apprendista deve essere pronto a servire il suo oyabun ventiquattro ore su ventiquattro; l’assenza o la mancata obbedienza sono severamente puniti anche con lo yubutsume. Questo periodo comprende una serie di passaggi obbligati. Dopo il sanshita, la recluta passa al tachiban, montare di guardia quindi, sostituito nelle mansioni dalle nuove reclute, viene promosso e si occupa di zoriban, disporre ordinatamente le scarpe. [45]

 

4.10 Le donne yakuza.

Abbiamo più volte sottolineato come gli yakuza si muovano nel rispetto dei valori tradizionali tuttavia essi cadono spesso in contraddizione. Sebbene oggi manchino di raffinatezza, il loro ideale di donna continua a essere quello della moglie devota e della madre premurosa. Il loro istinto lascia spazio a una scelta che si colora di toni piuttosto ironici. Infatti, contrariamente alle romantiche aspettative, la scelta della futura moglie ricade su giovani donne di estrazione sociale medio bassa, provenienti da situazioni familiari disastrate o con uno dei genitori di origine coreana o cinese.

L’ironia è evidenziata dalla metamorfosi subita dalle bad girls che, da giovani donne ribelli caratterizzate da atteggiamenti e linguaggio moderno, si trasformano in sofisticate e devote matriarche. Nei primi anni del matrimonio non è insolito che una giovane sposa contribuisca al bilancio familiare svolgendo la funzione di hostess in un bar o gestendo una casa di piacere. In questo caso, la vendita del proprio corpo non è considerata come un gesto che macchia l’onore o la reputazione della giovane ma, al contrario, contribuisce alla sua ascesa sociale. Con l’ascesa gerarchica del suo compagno, la donna affina i suoi modi socializzando con tutti coloro che stringono rapporti con il marito favorendone la rispettabilità. Contrariamente alle mogli dei salary man, le bashita, le donne degli yakuza, vivono in case che occupano interi piani delle costruzioni localizzate nel quartiere controllato dalla gang del marito. Come patriarca??, la donna si occupa di amministrare la casa affidando ai futuri yakuza i lavori dentro o fuori casa, comprando cibarie dai mercanti che bussano alla porta e preparando con maestria grandi pasti per il marito e i suoi kobun che dovrà essere capace di intrattenere.[46]

In situazioni estreme, in caso di morte dello oyabun, la moglie può sostituirlo alla guida del clan e, eventualmente, nominare il successore del marito seguendo le norme tradizionali. In questo caso uno degli esempi più rilevanti è rappresentato dalla moglie dello oyabun Giichi Matsuda caduto vittima di un attentato per mano di un suo seguace. Alla morte del marito Yoshido, questo era il nome della donna, assunse la direzione della Kantō Matsudakaya Matsuda gumi,  fino a quando non fu arrestata nel 1946 dagli investigatori americani.[47]

 

4.11 Espulsione e riabilitazione: lo yubitsume.

In un mondo regolato da vincoli comportamentali, i componenti del gruppo macchiatisi di gravi mancanze furono da sempre sottoposti a pene severe ed esemplari. Azioni come, rivelare agli estranei i segreti del gruppo e venire meno agli ordini superiori erano considerati gravi atti di tradimento. A questi si univano reati come lo stupro e i furti di poco conto che, in base all’ideologia della yakuza rappresentavano veri e propri affronti alla reputazione e all’onore dell’organizzazione. Simili comportamenti erano seguiti da punizioni esemplari necessarie non solo per castigare i trasgressori, ma anche per preservare l’immagine del gruppo.

Tra tutte, la conseguenza più grave, era indubbiamente lo hanmon, l’espulsione dal gruppo.[48] Data la solidarietà tra i gruppi, preso atto del torto subito, l’organizzazione comunicava a tutte le altre il nome dell’escluso. Venuti a conoscenza della sua infedeltà nessun oyabun sarebbe stato disposto a proteggerlo o ad accoglierlo nella propria organizzazione. All’infedele non restava altro che trovare il modo per dimostrare il suo pentimento commettendo lo yubitsume, amputazione della falange del dito mignolo.

Come gran parte dei rituali e delle usanze degli yakuza anche lo yubitsume risale a un epoca remota. La mutilazione aveva lo scopo di indebolire la mano del giocatore che, privo della falange, non avrebbe più potuto stringere saldamente la spada. Il rito era comune anche nei quartieri di piacere di Yoshiwara dove le geisha erano solite amputare la falange come segno di devozione nei confronti dell’amante prediletto.[49] In realtà, trai bakuto il gesto aveva una valenza molto meno romantica infatti, incontrare un individuo a cui mancava una falange, significava riconoscere colui che era venuto meno al pagamento di debiti da gioco.

Ancora oggi l’amputazione viene eseguita seguendo l’antico rito dei samurai. Sotto lo sguardo severo dello oyabun, il colpevole trancia la falange del mignolo con un secco colpo di spada quindi, dopo aver avvolto la falange in un tessuto bianco, precedentemente steso su un tavolo, con gesto solenne lo offre allo oyabun in segno di pentimento. Allo yubitsume viene riconosciuto un grande significato e, in nome della tradizionale, ancora oggi lo oyabun non può rifiutarsi di concedere il suo perdono. Il taglio della falange accentua il senso di dipendenza dal proprio oyabun e diventa un segno tangibile di debolezza e della maggiore necessità di sua protezione.

Nell’eventualità che le infrazioni si susseguano lo yubitsume può essere ripetuto e, seguendo il medesimo rito, lo yakuza amputa la seconda falange di un altro o dello stesso dito. Da un’indagine condotta nel 1970 è risultato che il 42% degli yakuza moderni ha commesso lo yubitsume e che il 10% lo ha fatto per ben due volte. Sulle ragioni che spingono a commettere lo yubitsume uno yakuza afferma:

 

“All the sub-families must pay the higher organization because they’re using the name. […] Every month the have to make a payment, so they’ll gather money from any tiny thing to pay up. But if they’re late too many times, they’ll drope the pinky, or they’ll be told to do something [for the organization], like kill somebody. Usually, finger-cutting is really the failure of jingi. If somebody tries to fight with another yakuza without thinking about their backers, the family behind them, you offend the other family, you’ve disgraced the family name. Then you’ll do the pinky apologize and deliver it to either your oyabun or the other family. That’s how you show respect.[....] Some of the chinpira have so many fingers missing we call them “Doraemon”. […], (Doraemon is a cartoon cat-robot with round fists instead of hands).[50]

 

4.12 Irezumi come segno di appartenenza.

“L’uomo singolo si sente unico e, nello stesso tempo, vuole far parte di una comunità ben definita, appartenenza che desidera comunicare anche ai suoi simili attraverso il suo aspetto esteriore, incidendosi un segno sulla pelle in fronte, sul petto o su un’altra parte del proprio corpo.”[51]
 

L’origine antica degli irezumi, tatuaggi, ci obbliga a prendere in considerazione gli scavi archeologici eseguiti nei Kofun, sepolcri risalenti al III–IV secolo, che hanno portato alla luce Haniwa, piccole statue, con segni sul viso. Anche le cronache cinesi del 220 a.C. descrivono il popolo giapponese con il viso e il corpo interamente tatuato. Essi sostenevano che l’usanza fosse legata alla convinzione che proteggessero i pescatori dagli squali.

L’origine tarda di quest’arte è altresì documentata da antiche fonti letterarie e storiografiche. Il Kojiki e il Nihonshoki parlano di uomini con il volto tatuato e di ribelli puniti con il tatuaggio invece che con la pena capitale.

Negli anni delle incessanti lotte tra i clan che si contendevano il controllo sul territorio, il tatuaggio identificava il clan di appartenenza del giovane guerriero caduto. L’incisione sulla pelle assume una connotazione romantica quando nel XVI secolo, le geisha usavano tatuare il nome dell’amante prediletto nella parte interna delle braccia o in quella delle cosce.[52]

Nel 1720 Yoshimune, ottavo shōgun del bakufu Tokugawa, alla mutilazione fisica sostituì l’usanza dello bokukei che consisteva nel tatuare un segno nero attorno al braccio del trasgressore. Il disegno variava in relazione al crimine commesso e all’area di residenza del colpevole. Il segno indelebile sul corpo denudato rivelava la natura criminale del soggetto e la definizione di irezumimono divenne sinonimo di colui che viveva nell’illegalità.[53]

Le stampe del XVIII sec., raffiguranti uomini con la pelle dipinta con composizioni armoniose e dai soggetti più disparati, fecero dello irezumi un’arte vera e propria. I Tokugawa vedevano lo irezumi come una mutilazione del corpo e un segno antiestetico che offendeva la sensibilità dei samurai. Per questo motivo emanarono una serie di divieti che non riuscirono comunque a soffocare il fenomeno infatti, questo continuò a imperversare acquistando sempre più popolarità.[54]

Era molto comune vedere machihikeshi, gaen, tobi e vagabondi che, svolgendo lavori di manovalanza o carpenteria, esibivano corpi ricoperti da leoni favolosi, peonie, fiori di ciliegio e divinità.

Lo irezumi si diffuse soprattutto tra bakuto e tekiya diventando una peculiarità circoscritta al solo mondo della criminalità organizzata dove, ancora oggi, avere uno irezumi, oltre che indice di pazienza, è prova tangibile di resistenza al dolore e alla sofferenza. Secondo l’antico procedimento, lungo e laborioso, sulla pelle l’artista realizzava lo schizzo del disegno usando inchiostro ricavato dalla fuliggine dell’olio di semi. In un momento successivo la figura veniva ricalcata con uno strumento d’osso o di legno alla cui estremità era legato un fascio di minuscoli aghi. Dopo averlo imbevuto in un pigmento colorato, questo veniva battuto sulla pelle in modo tale da far penetrare l’inchiostro nella pelle. Trattandosi di una operazione molto lunga ed elaborata per completare l’opera l’artista richiedeva tempi molto lunghi.[55]

Ancora oggi seguire il metodo tradizionale piuttosto che quello moderno, molto meno doloroso, fa dello yakuza un individuo dalla grande forza d’animo che evidenzia mascolinità, coraggio e disciplina. Mutilare il proprio corpo con un segno indelebile evidenzia la natura irreversibile di uno yakuza che fissa la sua identità con una visibile mutilazione del corpo. Lo yakuza usa lo irezumi per comunicare la sua indole violenta e per evidenziare il legame di fratellanza con i suoi simili. Non è raro vedere due yakuza che esibiscono lo stesso disegno come prova visibile di un legame permanente. Ancora oggi il 73% degli yakuza ha braccia e spalle ricoperte da irezumi con motivi che spaziano dal nome dello oyabun, a scritte come “onore alla magnifica legge del Sutra del Loto o figure elaborate come peonie, fiori di ciliegio, o immagini sacre.

 

4.13  Sakazuki shiki: la cerimonia d’iniziazione.

Uno sguardo attento sull’universo yakuza ci ha permesso di scoprire un mondo popolato di solidi valori e in cui il rispetto delle tradizioni costituisce una componente importante per l’esistenza e il buon funzionamento dell’organizzazione stessa. Abbiamo più volte avuto modo di sapere che il neofita, prima di essere considerato tale, deve giurare eterna fedeltà e lealtà al suo oyabun, giuramento fatto con il rito del sakazuki shiki, scambio delle coppe di sake.

Il rito ha origini molto antiche, infatti, la sua introduzione risale alla comparsa dei primi gruppi di bakuto e tekiya. Il sake bevuto dalla sakazuki, anche detta ochoko, piccola coppa, simbolo di comunicazione e condivisione, è uno degli elementi estetici della cultura del sakè.[56]

Eseguito secondo un rigido rituale il sakazukishiki, oltre a segnare il definitivo ingresso nella ikka, sancisce formalmente il legame indissolubile e intaccabile tra il kobun e lo oyabun. La cerimonia si compie a casa di quest’ultimo dove si riuniscono tutti i componenti della ikka insieme agli aspiranti yakuza. Alla cerimonia partecipano anche due oyabun di kumi affiliate o vicine, chiamati torimochinin o azukarinin, che ricoprono il ruolo di garanti o intermediari tra oyabun e aspirante yakuza.[57]

La celebrazione della sakazukishiki cade in un giorno considerato propizio, in genere dedicato ad una divinità. La scelta è mossa dall’intento di dare al tutto un profondo significato religioso e, al contempo, ottenere la protezione della divinità festeggiata. Lo svolgimento della cerimonia varia in base alle kumi. La tradizione vuole che oyabun e kobun, faccia a faccia, stiano seduti davanti al sanbo, l’altare shintoista. La posizione rituale consente di sottolineare la sincerità del futuro giuramento dato che la purezza d’animo si riflette nella lucente superficie dell’altare.

Tutta la cerimonia si svolge nel rispetto delle tradizioni e mentre nella sala domina il silenzio, adottando un linguaggio alto, la cerimonia ha inizio con un breve discorso pronunciato dallo oyabun. Il punto cruciale del discorso è rappresentato dalla sua frase:

 

Farò di te il mio kobun[58]

 alla quale l’aspirante yakuza risponde:
 
“Grazie alla tua immensa generosità io diventerò il tuo kobun”.[59]
 
Successivamente l’attenzione dei protagonisti si sposta sui vassoi, precedentemente sistemati, contenenti due piccole coppe di sake, sakazuki, un piatto con due pesci cucinati e disposti fianco a fianco una piccola ciotola di sale, una di riso e gli hashi. Uno dei torimochinin, con tre movimenti alternati, riempie le piccole coppe. Con gli hashi, lo oyabun prende il pesce, vi unisce riso e sale, quindi intinge il tutto nella coppa di sake. In un secondo tempo, lo oyabun beve il sake dalla sua coppa e la passa al kobun affinché compia lo stesso gesto.

A questo punto il torimochinin si rivolge al kobun e con tono solenne lo informa degli obblighi futuri:

“Avendo bevuto dalla coppa dello oyabun e lui dalla tua, da ora in avanti devi lealtà alla ikka e devozione assoluta al tuo oyabun. Anche se tua moglie o i tuoi bambini muoiono di fame, anche a costo della tua stessa vita adesso, il tuo unico dovere è seguire la ikka e il tuo oyabun. Lo oyabun è il tuo solo genitore e parente, seguilo attraverso il fuoco e le inondazioni. Da ora in avanti non avrai altra preoccupazione fino alla morte.”[60]
 

Al kobun viene quindi offerto il suo happi, giacca in cotone con sopra ricamato il nome o il simbolo della kumi, a questo punto lo oyabun presenta una spada, lo stendardo su cui è ricamato il simbolo della ikka. Dopo avergli attribuito un nuovo nome, questo è iscritto su un emaki che viene appeso nella parete della grande sala insieme a quello degli altri componenti. A questo punto lo oyabun esclama:

 E’ come avere un figlio naturale”.
 
La frase che segna la fine della sakazukishiki.

Dietro ogni oggetto presentato e ogni gesto compiuto dai partecipanti si nasconde un profondo significato religioso che accresce il fascino della sakazukishiki. Simbolicamente i due pesci sono considerati segno di concepimento e di nascita; la mistura simboleggia il legame tra le parti mentre, il dono del nuovo abito rappresenta quello del giorno di nascita

Da questo momento in poi, il nuovo kobun è tenuto al rispetto del ninkyō dō dal quale non si può prescindere senza incorrere in severe punizioni.[61]

1. Non toccare la moglie di un altro componente;

2. non fare altro che la “normale” attività anche se sotto la pressione della povertà;

3. se catturato,non rivelare alla polizia i segreti dell’organizzazione;

4. dedicati al tuo oyabun con lealtà assoluta;

5. non usare il linguaggio “ordinario”; usa il linguaggio speciale della kumi o quello gergale.[62]

 



[1] Joy HENDRY, Understanding Japanese Society, New York, Crom Helm, 1987.

[2] Ibidem.

[3] Chie NAKANE, La Società Giapponese, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1992, p. 66.

[4] Ibidem.
 
[5] Joy HENDRY, op. cit.

[6] Takie SUGIYAMA LEBRA, Organized Delinquency: Yakuza as a Cultural Example, in Japanese Patterns of Behavoir, Honolulu UP, 1976, pp. 169-189.

[7] Frank F. Y. HUANG, Micheal S. VOUGHAN, op. cit. pp. 19-57.

[8] Ibid.

[9] Robert DELF, Clash of Loyalties, “FEER”, 21, Nov., 1991, pp. 34.

[10] Hiroaki IWAI, Delinquent Group and Crime, in Takie, Sugiyama LEBRA, Organized Delinquency: Yakuza as cultural Example, in Japanese Patters of Behaviour, Honolulu UP, 1976, 383-395.

[11] Bruce A. GRAGERT, op. cit., pp. 147-245.
    
[12] Harumi BEFU, op. cit., pp. 445-456.

[13] David KAPLAN, Alec DUBRO, op. cit.

[14] Hiroaki IWAI, op. cit. pp. 383-395.

[15] Shigeki YAMAHIRA, Yakuza Daijiten, Tōkyō, Futabasha, 1992, Vol. 2, pp. 49-59.

[16] Lee O. YOUNG, The Culture of Wa, JQ, Vol. XXX, n. 1, Jan-March, 1983, pp. 54-56.

[17] George DE VOS, Keiichi MIZUSHIMA, op. cit.
 
[18] Ibid.

[19] Iwao Ishino BENNET, Paternalism in Japanese Economy, Minneapolis, University Minnesota Press, 1963.

[20] Ruth BENEDICT, op. cit., p.113

[21] Takeo DOI, Anatomia della Dipendenza, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1991, PP.33-40.

[22] Ruth BENEDICT, op. cit.
 
[23] Hiraki IWAI, op. cit., p.178
 
[24] Ibid.
 
[25] Ibid.

[26] Atsushi MIZOGUCHI, Gendai Yakuza no Urawashiki, Tōkyō, Takarajikasha, , 1998.

[27] Shigeki YAMAHIRA, op. cit., pp. 105-110.

[28] Ruth BENEDICT, op. cit., pp. 164-165.

[29] Hiroaki IWAI, op. cit., p.177

[30] Atsushi MIZOGUCHI, op. cit., pp. 38-40.

[31] Yukyo MISHIMA, Lezioni Spirituali per Giovani Samurai, Milano, SE, 1988, pp. 24–25.

[32] Ruth BENEDICT, op. cit., p. 132.

[33] Shigeki YAMAHIRA, Yakuza Daijiten, Tōkyō, Futabasha, 1992, Vol. 1, 1992, pp. 49-59.

[34] Ibiden.
 
[35] Ibid, p. 49.
 
[36] Ibid.
 
[37] Ibid.
 
[38] Ibidem, p. 53.

[39] Ebbamondo DEL POZZO, La violenza e le Espressioni Gergali del Giappone, “Aistugia”, n. 8, p. 136.

[40] Walter AMES, op. cit., p. 132.

[41] Bruce A. GRAGERT, op. cit., pp. 156-177. 

[42] George DE VOS, Keiichi MIZUSHIMA, op. cit., pp. 310–315.

[43] Ibid.

[44] Joachim KERSTEN, Street Youths, Bōsōzoku, and Yakuza: Subculture Formation and Societal Reactions in Japan, ‘‘Crime and Delinquency, Vol. 39, n.3, July 1993, pp. 277-295.

[45] Florence ROME, op. cit. pp. 98.

[46] Chrystopher SEYMOR, Yakuza Diary: Doing Time in the Japanese Underworld, New York, Atlantic Monthy Press, pp. 149–150.

[47] David KAPLAN, Alec DUBRO, op. cit. p. 58.

[48]Frank HAUGAN F.J. and Micheal S.VAUGHAN, A Descriptive Analisysis of Japanese Organized Crime: The bōryōkudan from 1945 to 1988, ‘‘International Criminal Justice Review’’, Vol., 2, 1992, pp. 19-57.

[49] Lawrence ROGERS, Shinjū, “Monumenta Nipponica”, Vol. 49, n. 1, Spring 1994, pp. 40-60.

[50] www.playboy.com/travel

[51] Ebbamondo DEL POZZO, La natura umana e i Giapponesi, “Aistugia” 13, pp. 120-138.

[52] Lawrence ROGERS, op. cit., pp. 40-60.

[53] ARTICOLO non firmato, “The East”, Vol. XXVI, N. 3, Oct.,1990,pp.42–45.

[54] Ibid.
 
[55] Ibid.
 
[56] Pag. web, http://www.suihitsu.co.jp/

[57] Kyōji AZAKURA, Atsushi MIZUGUCHI, Kyō YAMANōCHU, op. cit, pp. 155-160.

[58] Takie SUGIYAMA LEBRA, Japanese Patters of Behaviour, UPH, 1977, pp. 388-389.

[59] Ibidem.
 
[60] Ibidem.

[61] Iwao Issino BENNET, op. cit.

[62]George DEVOS Keiichi MIZUSHIMA, op. cit., pp. 297.

 

Conclusioni

E’ evidente come, quando si parla della yakuza, intendiamo riferirci a un fenomeno perfettamente integrato nella società nipponica. Risalendo alle sue origini storiche è chiaro come, anche se originata dal malessere sociale provocato dal governo Tokugawa, la yakuza non assunse le connotazioni tipiche del fenomeno rivoluzionario. Infatti, nonostante la forte ostilità nei confronti del bakufu, i suoi componenti non si trasformarono in istigatori delle masse contadine e non diventarono i capi delle rivolte.

Al contrario, i primi gruppi sembrano esprimere lo spirito cavalleresco di coloro che rubano ai ricchi per dare ai poveri. Le contraddizioni si accentuano quando si riscontra che essi si costruirono sulla base dell’ideologia che causò la loro estromissione. Modellandosi sulla base dei modelli feudali, i gruppi si svilupparono attorno a un organizzazione gerarchica ben delineata in cui ogni individuo si muove consapevole dello status occupato.

I valori della società dei samurai furono adattati al nuovo contesto sociale e la direzione della devozione, non più riservata al signore feudale, fu rivolta verso il benevolo oyabun. Quest’ultimo permette all’escluso di riconquistare il ruolo sociale di cui era stato ingiustamente privato e di ritrovare la propria individualità. La benevolenza ricevuta genera nel singolo un forte onere psicologico, evidenziato dalla devozione assoluta e dalla lealtà con cui egli si lega allo oyabun.

La diffusione del fenomeno fu agevolato dalla possibilità di migliorare la posizione del subordinato all’interno del gruppo, facendo di lui il potenziale oyabun. E’ evidente come la possibilità di migliore lo status sociale abbia da sempre esercitato un grande fascino sugli individui costretti a vivere ai margini della società. 

E’ evidente come la mancanza di una ideologia politica ben definita abbia impedito al bakufu di intervenire per arginare il fenomeno. La richiesta di una collaborazione mirata soffocare le rivolte destabilizzanti, favorì la nascita di un legame basato sul reciproco opportunismo.

Riconoscendosi nei valori tradizionali e nell’ideologia nazionalista, la yakuza contribuì alla disfatta del bakufu. Successivamente, la centralizzazione del potere nella mani della corte imperiale, lo sviluppo economico e l’industrializzazione del XX secolo, provocarono cambiamenti nella mentalità della teppa nipponica. Dalla fine degli anni venti fino al 1945, la yakuza occupò un ruolo determinate nella politica imperialista con il suo sostegno ad una politica militarista e anticomunista.

In questi anni, gli yakuza si fecero promotori dell’ascesa economica del paese appoggiando la conquista della Manchuria e assicurando la piena occupazione della manodopera disponibile. Allo stesso tempo, in patria il governo usava la violenza degli yakuza per reprimere le idee comuniste e le rivendicazioni sindacali.

Con la fine della guerra e l’occupazione delle forze alleate, il fenomeno sembrò scomparire. In realtà, è proprio in questi ultimi che si formò la nuova criminalità organizzata. Mentre gli americani si preoccupavano di ricostruire il paese, i gruppi sopravissuti si erano riorganizzati e avevano ripreso i contatti con i le autorità nipponiche. Contemporaneamente, grazie al monopolio sul mercato nero e sul settore del divertimento, strinsero contatti con i militari americani, ben disposti a tollerare attività illecite in cambio di denaro.

Con la guerra fredda, il pericolo dell’ondata comunista spinse gli americani a rilasciare i criminali di guerra precedentemente condannati. Giustificazioni fittizie nascondevano la necessita di servirsi del loro radicato sentimento anticomunista e delle conoscenze criminali per costruire una coalizione contro le idee comuniste.

Il cambiamento della politica americana segnò l’inizio del sodalizio tra le autorità americane e Yoshio Kodama. Quest’ultimo, negli anni passati, aveva stretto solidi legami con il mondo della politica e con il crimine organizzato. Visti i presupposti, Kodama era l’intermediario ideale per richiamare gli yakuza,da sempre ostili alle idee comuniste, necessari per soffocare i movimenti sindacali.

La collaborazione con le istituzioni pubbliche fece della yakuza una forza indispensabile per la vittoria politica della destra. Infatti, in questi anni, si delinearono in modo netto e definitivo i rapporti tra PDL e crimine organizzato, pronto a intervenire per raccogliere voti con l’intimidazione.

E’ chiaro come le infiltrazioni nella politica e i rapporti nel campo economico, abbiano fatto della yakuza una delle organizzazioni più potenti ed elaborate del mondo. La maestria e la grande capacità di adattamento che da sempre li ha caratterizzati, le hanno permesso di stare sempre al passo con lo sviluppo economico del paese. Le conoscenze hanno agevolato l’uso del denaro sporco destinato a finanziare attività apparentemente legali. La yakuza moderna investe in borsa, gestisce raffinati country club, veste abiti firmati, indossa occhiali scuri e guida macchine lussuose.

Dietro l’immagine odierna si nasconde un organizzazione che, nonostante la modernizzazione, è riuscita mantenere vivi rituali, tradizioni e codice etico. Nonostante le misure repressive, essa seguita ad esercitare il suo fascino e a raccogliere il consenso popolare che ancora oggi, tende a considerali i loro eroici liberatori. Inoltre, dominando incontrastati sul crimine del paese, poiché contribuiscono a mantenere ordine e disciplina, la yakuza ha realizzato un tacito accordo con le forze dell’ordine che, considerato il basso tasso di criminalità, non hanno certo interesse a soffocare il fenomeno.

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