Le pagine della sezione e-contemporanea sono costruite per ospitare testi in formato elettronico liberamente fruibili online e nella versione stampabile, nel rispetto delle licenze d'uso CC attribuite.
Per creare nuove pagine e nuovi libri da condividere è necessaria la Registrazione
Yakuza: tra politica e affari / Manuela Flore, relatore Francesco Gatti [2001]
Università degli Studi di Venezia, Ca' Foscari: Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, A.A. 2000/2001
"It is not that the Japanese are so complex, it is that their complexities are different from ours"(1). La stampa internazionale è solita dipingere il Giappone come un paese che, nonostante la dolorosa sconfitta subita durante la Seconda Guerra Mondiale, ha raggiunto uno sviluppo economico senza precedenti anche grazie ad un popolo ordinato e rispettoso. Inoltre, le statistiche pubblicate mostrano come il paese del Sol Levante presenti un tasso di criminalità di gran lunga inferiore a quello dei paesi occidentali altrettanto industrializzati.
Come avremo modo di scoprire, in realtà, la società nipponica è permeata da una elaborata organizzazione criminale, la yakuza, saldamente radicata nella cultura autoctona.Quando si parla di yakuza si intende fare riferimento a un fenomeno prettamente autoctono deludendo, forse, le aspettative ci chi erroneamente tende a riconoscervi un fenomeno d'importazione statunitense.
Considerato il suo profondo radicamento, ho ritenuto opportuno risalire alle sue origini storiche constatando che la sua comparsa è strettamente connessa ai fatti che sconvolsero il Giappone del XVII secolo. L'ascesa dei Tokugawa diede inizio a una serie di trasformazioni politico-sociali di cui risentirono soprattutto i samurai che, fino ad allora, avevano occupato un ruolo di prestigio. Con la secolare pax Tokugawa, i samurai incapaci di inserirsi nelle file di burocrati, si ritrovarono a vivere ai margini della società riunendosi in piccoli gruppi chiamati hatamotoyakko. Questi viaggiavano lungo le strade maestre seminando il terrore tra la popolazione che, incapace di difendersi, subiva le loro angherie. Diverse fonti storiche tendono a riconoscere in loro gli antenati degli yakuza moderni tuttavia, questi ultimi preferiscono identificarsi nei machiyakko, bande di giovani rounin pronti a intervenire con coraggio in difesa dei deboli cittadini. L'immagine eroica di queste figure fu agevolata dalla diffusione di racconti orali che ne mitizzavano le gesta ma, in realtà, anche i machiyakko erano spesso coinvolti in attività illegali.
Con il consolidarsi del governo Tokugawa nel XVIII secolo, i gruppi scomparvero lasciando spazio a nuove forme di crimine organizzato: i tekiya e i bakuto. La diffusione delle nuove coalizioni fu facilitata dalla politica del tempo che, con la stratificazione sociale, impediva il reinserimento degli esclusi costringendoli a vivere ai margini della società. Questi venivano spesso raccolti dai capi bakuto e tekiya che se ne prendevano cura procurandogli una sistemazione decorosa. L'affidabilità della manodopera offerta fece sì che le stesse autorità locali si rivolgessero ai criminali affidando loro la costruzione di importanti opere pubbliche. Oltre a svolgere la funzione di procacciatore di manovalanza, le coalizioni gestivano svariate attività illegali in prevalenza legate al gioco d'azzardo, allo strozzinaggio e all'estorsione.
La collaborazione tra crimine organizzato e amministrazione locale fu rafforzata nella prima metà del XVIII secolo con l'aumento delle ritorsioni popolari anti bakufu. La necessità di riportare l'ordine spinse il governo a chiedere l'intervento di tekiya e bakuto ai quali affidarono funzioni di controllo sui territori da loro controllati, in cambio essi gestivano indisturbati parte dei loro traffici.
Nella seconda parte dell'elaborato ho cercato di evidenziare come la collaborazione con le istituzioni pubbliche si estese sino ad arrivare alle più alte cariche pubbliche. Nello stesso capitolo è possibile notare come, sebbene all'origine la collaborazione non fosse frutto di una comune ideologia politica, gli sviluppi storici fecero della yakuza un baluardo al servizio dell'imperialismo. Il disorientamento generato dalle pretese di Perry coinvolse anche la yakuza sensibile al fascino di Mitsuru Toyama, le cui idee alimentarono il loro spirito nazionalista. Quest'ultimo fu l'uomo che cambiò in modo radicale la vita del crimine organizzato e della politica nipponica. Le sue importanti amicizie nel settore politico e economico gli consentirono di gestire indisturbato attività tipicamente gestite dagli yakuza e di finanziare un vero e proprio esercito al servizio dell'imperialismo.
Negli anni del grande conflitto, il sostegno degli yakuza si tradusse in vere e proprie campagne di terrore mirate a eliminare le forze politiche di opposizione e a creare le condizioni ideali per favorire lo sviluppo economico del "grande Giappone". In sostanza la loro presenza garantiva la piena occupazione della forza lavoro disponibile sia in patria che nei territori occupati. In questo contesto è interessante notare come i capi yakuza, ormai infiltrati a tutti i livelli delle istituzioni politiche, agevolando l'ascesa economica del paese, accumularono grossi capitali e strinsero solide relazioni con i più importanti esponenti del mondo economico.
E' interessante notare come, malgrado molti yakuza furono iscritti nelle liste di epurazione perché sostenitori del militarismo, il fenomeno continuò a persistere anche negli anni dell'occupazione. La campagna antimilitarista non cancellò del tutto la yakuza, gli esclusi riorganizzarono le coalizioni accogliendo tutti gli emarginati e quei soggetti che, rimpatriati dopo la guerra, non riuscivano a trovare una sistemazione dignitosa.
Giovandosi delle divisioni interne allo SCAP e approfittando della loro strategia amministrativa, i tekiya mantennero le vecchie funzioni esattoriali; inoltre strinsero buoni rapporti con l'amministrazione locale che richiedeva il loro intervento per questioni legate all'ordine pubblico. Conquistata la stima delle forze alleate, i capi yakuza ottennero numerosi appalti nel settore dell'edilizia e in quello portuale gestendo il mercato nero ed il settore del divertimento.
E' curioso notare come l'atteggiamento degli alleati negli anni della guerra fredda favorisca la rinascita della yakuza e il suo consolidamento. Lo smantellamento dei grandi complessi industriali, colpevoli di aver contribuito all'imperialismo, e l'incarcerazione dei militaristi furono accompagnati dalla diffusione di una coscienza politica tra i lavoratori. Le organizzazioni sindacali guidate dai comunisti, a cui lo stesso SCAP aveva concesso l'amnistia, crebbero in modo considerevole. Il comportamento delle forze di occupazione si inasprì quando si diffuse il timore che "l'ondata rossa" potesse coinvolgere anche il Giappone. Per scongiurare ogni pericolo, contando sul diffuso sentimento anticomunista, gli americani cercarono la collaborazione delle autorità locali. Successivamente fu interrotta la campagna contro i militaristi e ordinata la scarcerazione di tutti quelli che in passato avevano stretto solide relazioni con il crimine organizzato. I primi a sostenere la linea politica furono i gurentai, un nuovo gruppo di criminali noti per l'inclinazione alla violenza e per l'avversione verso le idee della sinistra. Da questo momento in poi, la yakuza assunse il ruolo di forza paramilitare al servizio del Partito Liberale Democratico che, dagli anni '50, esercita un dominio pressoché ininterrotto sulla scena politica giapponese. Ancora oggi la yakuza fornisce le guardie del corpo agli uomini politici più importanti, appoggia le campagne elettorali procurando voti con l'intimidazione e interviene spesso nel settore industriale, dove la loro pressione mira a regolare l'attività creditizia o questioni di sicurezza.
La stampa americana, insospettita dalla potenza di questi gruppi, denunciò un giro di corruzione in cui erano coinvolte le stesse autorità americane. Lo SCAP chiese l'intervento della magistratura locale che ordinò l'arresto di circa 50.000 sospetti. In realtà, solo il 2% dei condannati scontò la pena, infatti successivamente fu accertato che le sentenze di innocenza furono emesse sulla base di false testimonianze rese dietro alti compensi in denaro e in seguito a forti pressioni esercitate da autorevoli politici.
Successivamente ho ritenuto opportuno fare una panoramica sulle attività economiche gestite dalla yakuza sottolineando come la yakuza sia riuscita a stare al passo con i tempi e ad approfittare del grande sviluppo economico degli anni '80. Ai nostri occhi apparirà sicuramente curioso scoprire che gli investimenti furono avvantaggiati dallo stesso sistema legale nipponico in cui, fino al 1992, mancava un normativa che impedisse la formazione di organizzazioni criminali e il riciclaggio di denaro sporco. Nella parte finale del terzo capitolo ho voluto accennare a tre figure, sarakin, jiageya soukaiya, la cui presenza ha fatto sì che la yakuza diventasse una delle organizzazioni criminali più potenti del mondo. Gli ingenti capitali ricavati dal controllo di attività illecite, le hanno permesso di finanziare operazioni legalmente riconosciute e di conquistare una posizione rilevante anche in campo internazionale investendo capitali in America Latina, nelle isole Hawai, in Australia, in Canada e negli Stati Uniti.
Negli ultimi anni l'industria cinematografica ha avuto la tendenza a descrivere gli yakuza come moderni samurai che si muovono in un contesto fatto di valori tradizionali, affascinati simbolismi, antichi rituali e rigide norme comportamentali. Per avere una maggiore comprensione del fenomeno, ho ritenuto opportuno soffermarmi sulla struttura dei gruppi caratterizzati da un rigido rapporto gerarchico i cui componenti sono consapevoli della posizione occupata. Ogni yakuza si muove in un mondo spesso fatto di contraddizioni e in cui il senso dell'onore è preservato dall'umilta e dall'autocontrollo e, contemporaneamente, dalla forza fisica e dalla vendetta.
Oggi la yakuza vanta il controllo sui settori economici più disparati comprendente il commercio di armi di fuoco, la gestione del settore del divertimento, estorsioni, gioco d'azzardo, spaccio di sostanze stupefacenti, controllo del mercato della pornografia e della prostituzione. Gli yakuza si muovono indisturbati a bordo di lussuose macchine americane, indossando abiti firmati, esibiscono con disinvoltura il loro biglietto da visita e si riuniscono in eleganti uffici ubicati in alti palazzi sulla cui parete è affisso il distintivo dell'organizzazione.
di Manuela Flore
Note
1. Rome, Florence. 1975. The Tattooed men. Delacorte Press, New York, p. 1.
La confusione politica cominciata nel Giappone del VII sec. portò a un graduale passaggio del potere decisionale dalle mani di un’aristocrazia di corte a quelle di una classe militare. Quest’ultima raggiunse una posizione tale da relegare la nobiltà ad un semplice ruolo decorativo la cui unica occupazione era quella di portare avanti le tradizioni, mantenendo vivo il rispetto e l’obbedienza. L’ascesa del nuovo ceto fu evidente nel Sengoku jidai, periodo degli stati belligeranti, durante il quale si consolidò una struttura amministrativa dal carattere prettamente militare. All’abrogazione del servizio militare, seguì la formazione di un esercito sostitutivo composto da giovani rampolli delle famiglie e dei signori locali. Il nuovo esercito risultò presto inadeguato quindi, i nobili assunsero i samurai (dal verbo samurau: servire) ai quali fu assegnato il compito di vigilare e difendere i possedimenti del loro signore. Le concessioni legittimarono il potere dei capi delle legioni dando inizio alla scalata dei buke o bushi (casa o famiglia militare), gli unici ai quali il governo consentiva di portare la spada.[1]
I buke diedero vita a un severo codice di condotta, il bushidō, la via del guerriero, nel quale si sottolineavano i principi di coraggio, rettitudine, benevolenza, cortesia, sincerità, onore ed un radicato senso di giustizia e di dominio di sé.
Il bakufu (governo della tenda) di Kamakura diede grande importanza ai buke concedendo loro lo tsujigiri. Questo permetteva che un samurai, fermo all’angolo di una strada, aggredisse il primo uomo che gli si presentava davanti, al fine di provare la lama della sua nuova spada. Largamente diffuso nel periodo Tokugawa, lo tsujigiri veniva praticato dagli hatamoto, uomini della bandiera, dai rōnin, samurai senza padrone e dagli otokodake, giovani bushi criminali. Questi si muovevano negli shōen, possedimenti terrieri esentasse amministrati dai daimyō, nei quali gli hatamoto occupavano un grado inferiore e controllavano i quartieri.[2]
La parcellizzazione delle terre promossa nel periodo Edo (1603-1867), aveva fatto degli hatamoto vassalli minori sui quali lo shōgun, capo del bakufu, esercitava un controllo diretto. Sebbene non godessero degli stessi diritti del daimyō, gli hatamoto usufruivano del privilegio di udienza davanti allo shōgun; questo era per loro motivo di grande orgoglio. In realtà, le loro mansioni erano spesso servili e umilianti dato che, nei periodi di pace, costituivano la manovalanza necessaria per la ristrutturazione dei tetti dei castelli di Edo o per la costruzione di opere pubbliche.[3]
Nella scala gerarchica la figura dello hatamoto era seguita dal gokenin, un samurai di grado inferiore che diventava tale con una cerimonia ricca di significati. Il rito prevedeva il dono della spada da parte dello shōgun, gesto che sanciva definitivamente il legame indissolubile tra vassallo e signore e che gli consentiva il riconoscimento di uno status sociale. In seguito, al dono della spada si aggiunse il brindisi con il sake, sakazukishiki, aspetto ripreso dai riti d’iniziazione delle organizzazioni criminali.
Con il consolidarsi del potere politico dei Tokugawa, furono adottate nuove misure che diffusero un forte malessere soprattutto tra coloro i quali furono esclusi dall’ulteriore suddivisione del territorio, primi tra tutti gli hatamoto. Il senso di frustrazione raggiunse il culmine con le disposizioni della casa madre che con il katanagari ordinò, la caccia alle spade e alle armi. Le conseguenze di questa misura non si rilevarono solo sul piano sociale infatti, molto più gravi furono quelle psicologiche. L’arma veniva preparata secondo procedure tradizionali e dal profondo significato religioso ed era considerata un potente deterrente contro gli spiriti maligni. In essa era contenuta l’anima del valoroso guerriero e nella sua lama era riflesso l’onore di chi la portava quindi, togliere la spada a un samurai voleva dire privarlo della propria anima.[4]
La confisca delle armi segnò in modo violento e definitivo l’inizio della stratificazione sociale che avrebbe portato al congelamento della società.
Questa comprendeva: l’Imperatore, lo shōgun, i daimyō i samurai, i contadini e i chōnin a ognuno dei quali fu tassativamente vietato di cambiare occupazione. Gli editti emanati contenevano severe disposizioni che impedivano ai bushi di ritornare nei villaggi una volta finite le battaglie ed inoltre, morto il proprio signore, non potevano trovarne uno nuovo a cui votarsi.
Disapprovando qualsiasi forma di coalizione tra gli hatamoto di basso rango e i contadini, entrambi pressati dalle imposizioni fiscali sempre più alte, il bakufu si adoperò per evitare qualsiasi azione eversiva e per questo, con la riorganizzazione del 1635, agli hatamoto furono confiscate le terre in cambio delle quali conferirono stipendi fissi. Privati delle terre, incapaci di entrare nelle file degli ufficiali governativi, gli hatamoto si riversarono nei nuovi agglomerati urbani la cui espansione fu fortemente influenzata dal sankinkōtai. Agli sventurati si aggiunsero tutti i contadini che avevano perso le terre per difficoltà finanziarie e tutti i rōnin, samurai senza padrone, diventati tali in seguito alla stratificazione delle classi sociali.
Coloro i quali in città non riuscivano a trovare una sistemazione dignitosa, vagabondando in cerca di una nuova occupazione, vivevano ai margini della società svolgendo spesso dubbie occupazioni. Molti rōnin diventarono otokodake, giovani bushi fuori legge che si muovevano nel mondo criminale, e non furono pochi i disgraziati che riuniti in gruppi, vagando per il Giappone senza fissa dimora, si dedicavano al brigantaggio e al saccheggio.[5]
L’impossibilità di esercitare le proprie capacità militari fu causa di un grave malessere diffuso soprattutto tra i giovani figli di hatamoto. Questi diedero sfogo alla loro frustrazione confluendo in una serie di gruppi compatti dediti al brigantaggio e identificati come hatamotoyakko.
Il termine yakko ci riporta a servitore tuttavia, in questo caso, assunse un’accezione contraria al significato originale. Hatamotoyakko diventò colui che, schieratosi dalla parte del più debole, si opponeva all’oppressore guardando con disprezzo l’opulenza dei daimyō considerata fonte di degenerazione. Lo hatamotoyakko era pronto a sacrificare la propria vita per i principi in cui credeva nel rispetto dell’umanità e della giustizia.
Riconoscibili per l’aspetto piuttosto singolare, essi erano anche conosciuti come kabuki mono.[6] Portavano lunghi baffi o lunghi ciuffi di capelli che cadevano sulle tempie; erano soliti indossare kimono dal colore blue marino; portavano appesa al fianco una lunga spada che, oscillando ad ogni passo, strisciava sul terreno. Solitamente la spada aveva il manico scuro oppure dello stesso colore del kimono mentre la fodera era laccata di scuro.
Gli hatamotoyakko percorrevano le strade maestre in gruppi di tre o quattro alla ricerca di potenziali prede da saccheggiare, innocenti da attaccare o di un qualsiasi pretesto per commettere lo tsujigiri. Portando avanti la tradizione familiare, da buoni samurai continuavano ad esercitare l’arte militare e a custodire quei valori di fedeltà incondizionata tipici della classe originaria.
Nonostante la violenza delle loro azioni, agli occhi dello spettatore essi apparivano figure grottesche e dai modi ridicoli. Incontrandoli d’estate lungo le vie non si poteva rimanere indifferenti di fronte ad un hatamotoyakko che, indossando contemporaneamente quattro o cinque kimono, mangiava zucche calde al contrario, d’inverno vestivano abiti leggeri e mangiavano zucche ghiacciate. Questo tipo di presentazione, li rendeva piuttosto innocui tuttavia, spesso il loro egocentrismo li portava ad aggirarsi furtivamente con fare arrogante e superiore.
Dopo aver mangiato in una locanda, essi erano soliti allontanarsi senza pagare il conto affermando apertamente:
Se il povero malcapitato avesse protestato i malviventi, erano pronti a minacciarlo di morte con la spada. Nonostante ciò, pochi giorni dopo, gli stessi malviventi ritornavano sul luogo del delitto pronti ad estinguere il mancato pagamento con una somma largamente superiore al debito precedentemente contratto. Anche in questo caso, se l’oste si fosse rifiutato di accettare o avesse cercato di ricambiare in qualche modo, i giovani hatamotoyakko erano pronti a reagire con la forza. Per la gente comune non era facile relazionarsi con loro dato che usavano un gergo particolare e difficilmente comprensibile. Molti gruppi usavano nomi insoliti e spesso inverosimili come Taishō Jinji gumi, banda di tutti gli Dei, scomparsa in seguito agli interventi del governo.
Trovandosi davanti a questa forma embrionale di criminalità organizzata ciò che maggiormente stupisce è la grande forza di coesione interna. Uniti da vincoli indissolubili, gli hatamotoyakko giuravano di seguire le regole del gruppo che erano pronti a difendere a costo della loro sua stessa vita. Per rispettare l’impegno preso, rifacendosi all’antico codice d’onore dei loro padri, i giovani fuori legge erano pronti ad andare anche contro la stessa famiglie d’origine.
L’arroganza e i soprusi commessi non tardarono a generare il malcontento tra la gente comune che prontamente organizzò le proprie coalizioni di difesa.
In un primo memento i cittadini, incapaci di reagire, sopportarono le prepotenze e le angherie degli hatamotoyakko tuttavia, la rabbia infiammò gli animi degli oppressi che si unirono compatti nel tentativo di sconfiggere i prepotenti. La paura e il risentimento nei confronti degli hatamotoyakko si tradusse nella costituzione di solidi gruppi uniti per difendersi dagli attacchi dei giovani provocatori.
Sebbene in alcune occasioni ostentassero le stesse barbare abitudini dei loro rivali, i nuovi gruppi erano di estrazione sociale ben diversa. Impiegati, locandieri, artigiani e bottegai formarono forze leali e solidali adottando il nome di machiyakko, servitori della città. Caratteristica peculiare era il loro spirito cavalleresco: non turbavano mai i buoni cittadini che erano pronti a difendere senza tirarsi indietro, affrontando i rivali incuranti dell’elevata estrazione sociale di questi ultimi. Non era raro assistere a scene eroiche in cui un machiyakko combatteva contro un hatamotoyakko che aveva commesso tsujigiri.
Anch’essi caratterizzati da forti valori della tradizione, conquistarono presto la simpatia dei Tokugawa che usufruivano della loro maestria per imparare l’arte della spada. Grazie al loro appoggio i machiyakko estesero la sfera di influenza su territori sempre più vasti e accolsero nei loro gruppi gran parte degli emarginati, dei samurai sbandati e dei disoccupati che popolavano la città. Il capo gruppo dei machiyakko se ne prendeva cura preoccupandosi di trovare loro un tetto e un’occupazione e, nella maggior parte dei casi, gli affidava in lavori di manovalanza da eseguire nelle residenze dei ricchi samurai.[8] Poiché in genere si trattava di impieghi di breve durata, una volta portato a termine il lavoro, i disgraziati ritornavano sotto la cura e la responsabilità del capo machiyakko.
La preoccupazione e le attenzioni che lo oyabun, colui che occupa la posizione di genitore, riservava al povero impiegato diedero origine a una sorta di dipendenza da parte di quest’ultimo, pronto a seguire e a difendere il suo protettore a costo della sua stessa vita. Il forte legame tra le parti divenne stretto al punto da assumere le connotazioni di ie, famiglia, casa, con il tipico rapporto tra oyabun e kobun, vissuto come quello tra genitore e figlio.
L’aspetto familiare era altresì evidenziato dalla struttura gerarchica e dal rapporto di fratellanza esistente tra i componenti del gruppo inoltre, il legame tra i componenti era così solido da diventare una delle caratteristiche peculiari dei futuri gruppi criminali. La forza di coesione, profondamente radicata nella mentalità di ogni componente del gruppo, è senza dubbio la caratteristica che ha consentito lo sviluppo delle organizzazioni e il mantenimento dei valori tradizioni.
Per tutti i cittadini che nel quotidiano subivano inermi le angherie degli arroganti hatamotoyakko, la consapevolezza che i valorosi machiyakko erano pronti a intervenire in loro difesa era fonte di grande sollievo. Nell’immaginario collettivo il machiyakko diventò l’eroe per eccellenza, colui che difende il debole dai soprusi del più forte infatti, la sua fama è ancora oggi raccontata in numerose leggende nelle quali si esaltano le sue qualità morali e le sue gesta eroiche.
Nei racconti e nei drammi kabuki la figura più popolare e maggiormente rappresentata è quella di Banzuin Chōbei, famoso kyōkaku, cavaliere della città, da molti considerato leader incontrastato di tutti i machiyakko.[9] Su di lui non si hanno notizie certe tuttavia i drammi ispirati alla sua vita lo vedono originario di una famiglia rōnin delle regioni meridionali. Chōbei, lavorando come agente del lavoro, fornì la manodopera necessaria per la costruzione di opere pubbliche quindi, aperta una bisca, si dedicò a una delle tipiche attività che connoterà il mondo yakuza: il gioco d’azzardo. Banzuin si serviva della bisca clandestina per attirare gli operai e, istigandoli al gioco, tentava di recuperare parte dei salari che erano stati corrisposti. Questo tipo di trattamento, sopravvissuto anche dopo la scomparsa dei machiyakko, verrà ereditato dai bakuto, giocatori d’azzardo.
Nelle opere teatrali o letterarie Chōbei è descritto come l’eroico cavaliere che salva una giovane donna dagli stupratori o come l’uomo virtuoso che coronava il sogno d’amore di due giovani di diversa estrazione sociale. Davanti a chi lo ringraziava per il soccorso prestato l’eroe era solito rispondere:
Mizuno Jūrōzaemon, representative of Edo’s hatamotoyakko, and his followers, and have often encountered each other in amusement or gay quarters in Edo. Whenever they come face to face with each other, they begin to fight or quarrel. One day, Mizuno invites Chōbei through his messenger to come to his residence and have a drink togheter in token in reconciliation. Chōbei and his followers immediately determine that the invitation is a trap. Not listening to his followers who ask him not to go, Chōbei goes to Mizuno’s house alone.
Mizuno receives Chōbei respectfully at his home, and before long, a banquet begins. At the banquet of Mizuno’s followers spills sake from a large cup on Chōbei’s kimono under pretense of a slip of his hand. As planned, another of Mizuno’s followers takes Chōbei to a bathroom, suggesting he have a quick bath and change his kimono. When Chōbei becomes defenceless in the bathroom, four or five samurai, all Mizuno’s followers, attack him. But being proud of his physical strength, he defeats them with-out any difficulty. Holding a spear in his hand, Mizuno himself then appears in the bathroom. Looking into the eyes of Mizuno, Chōbei says calmly, “Certainly, I offer my life to you. I’m ready to throw away my life, otherwise I’d never have accepted your invitation and come here alone; I’d have listened to my followers who worried about my life. Whether one lives to be hundred or dies as a baby depends on his fate. You are a person of sufficient status to take my life because you are a noted [...]. I offer my life to you with good grace. I knew I would be killed if I come here; but if it was rumored that Chōbei, who had built up a reputation as a machiyakko, held his life so dearly, it would be an everlasting disgrace upon my name. You shall have my life for nothing. I have iron nerves, so lance me to the heart without the slightest reluctance!”
Though tough, Mizuno Shrinks from these words and hesitates to spear him. His followers urge him. Finally, he makes up his mind and stabs Chōbei through the heart with his long spike. The curtain falls with Mizuno’s line: “ He was too great to be killed.”[11]
L’enfasi con cui il dramma kabuki descrive il valoroso Chōbei consente di capire perché gli yakuza moderni abbiano scelto lui e i machiyakko come loro antenati. Ancora oggi i criminali nipponici vedono negli eroici personaggi i custodi dei valori in cui essi credono. Le continue lotte e le dispute nelle quali entrambe le yakko si trovavano coinvolte portarono alla reciproca eliminazione delle fazioni. La scomparsa fu accelerata dalle misure restrittive adottate dal governo Tokugawa che dagli inizi del XVII secolo cercò di eliminare qualsiasi elemento sovversivo pericoloso per la pace e l’ordine tipico del loro governo.
Tra i predecessori della yakuza moderna rientrano anche personaggi che si distinsero dalle masse per il loro coraggio, diventando beniamini della popolazione di Edo. Tra quelli più audaci e capaci di destreggiarsi i situazioni di estremo pericolo, emersero i goen, i machihikeshi e i tobi, tutti prevalentemente impegnati nella carpenteria e nello spegnimento degli incendi, noti per il loro coraggio e per l’indole facilmente irritabile.
I goen, erano vigili del fuoco o samurai di classe inferiore ai quali era affidato il compito di curare le residenze dei loro signori. I machihikeshi erano tra i più numerosi infatti, solo nei primi anni del diciottesimo secolo, esistevano circa quarantotto gruppi.[12] Ognuno di essi, strutturato gerarchicamente, era guidato da un capo al di sotto del quale i vari seguaci obbedivano senza riserva, vincolati da un rapporto indissolubile. Abitualmente impiegati alle dipendenze dei machiyakko, il loro intervento era richiesto solo in caso di incendio. Quando questo scoppiava, poiché ne andava del loro onore, più gruppi se lo contendevano seguendo il piano d’intervento del loro capo gruppo. A questo punto il motoimochi, colui che portava lo happi, stendardo o distintivo posseduto da ogni gang, arrampicatosi sul tetto dell’edificio, lo agitava per indicare ai compagni il punto in cui l’acqua doveva essere gettata.[13]
Dato che il gesto degli eroici personaggi si rifletteva sull’intero gruppo enfatizzandone valore e coraggio, il prescelto non doveva scendere dal tetto anche se il fuoco avesse dovuto consumare l’intero edificio. Con ogni probabilità, l’usanza della yakuza moderna di esibire distintivi, bandiere e spille, ha avuto origine proprio con gli happi dei motoimochi.[14]
La politica del bakufu alimentò un diffuso malessere tra la popolazione che, costretta all’immobilità, si trovava nell’impossibilità di cambiare o migliorare la propria situazione socioeconomica. In un mondo in cui avere uno ruolo sociale era di vitale importanza, esserne privi significava vivere ai margini della società. Il ribrezzo con cui il popolo trattava gli emarginati rese forte il senso di solidarietà tra gli esclusi che, entrando a far parte di un gruppo sociale ben delineato, rivendicavano lo status di cui spesso erano stati ingiustamente privati.
Gli emarginati che nei centri urbani non riuscirono a trovare buone prospettive, furono accolti da nuove coalizioni depositarie dei valori tradizionali degli yakko. Nonostante l’atteggiamento avverso dei Tokugawa, il mito e le leggende cavalleresche sugli hatamotoyakko e sui machiyakko continuarono a sopravvivere. A raccogliere tradizione e antichi valori furono soprattutto due nuove coalizioni: tekiya e bakuto, entrambe strutturate gerarchicamente e regolate da rapporti fondati su lealtà e fedeltà incondizionata. La scalata all’interno del gruppo era determinata dal comportamento che i seguaci mantenevano durante le battaglie ma non erano da meno la fedeltà verso lo oyabun e l’abilità fisica. Andare contro le rigide regole voleva dire incorrere in punizioni molto severe e esemplari come la morte, l’espulsione o lo yubitsume, ancora in uso nelle organizzazioni criminali odierne.
La parola tekiya è piuttosto recente infatti il termine con cui erano più noti all’inizio era yashi. Profondamente devoti alla divinità cinese Shinno, gli yashi si muovevano per il Kantō truffando la gente che li accusava di usare la devozione religiosa per ottenere buoni risultati negli affari. Fedeli alle tradizioni, ancora oggi nelle case degli yakuza si trovano altari dedicati alla divinità cinese di fronte al quale si svolge la cerimonia d’iniziazione del sakazuki inoltre, è possibile che lo stesso oyabun si autodefinisca Shinno o che il gruppo si designi come Shinno gyōsha, mercante protetto da Shinno.[15]
Con l’intensificarsi del commercio e con la diversificazione delle attività, gli eredi degli yashi furono identificati con la parola tekiya. Il campo semantico teki si rifà a oggetto, bersaglio, obbiettivo mentre ya contiene negozio, venditore, distributore, commerciante. E’ molto probabile che i due kanji siano stati capovolti per formare tekiya e considerate le attività illecite, assunse il significato di malvivente, truffatore, guardiano di banchetti da strada. Questa accezione derivava sostanzialmente dalla grande maestria con cui i tekiya riuscivano ad attirare i potenziali clienti che avevano l’abitudine di frodare vendendo loro merce scadente. Gli hattarabai, imbrogli, dei tekiya andavano dal ganenetabai, vendita di oggetti contraffatti, al monto, vendita di tessuti scadenti come stoffa di ottima qualità. Capitava che commerciassero merce usurata come le scarpe che, incollate e dipinte, alla luce della lanterna sembravano nuove, gesoya; altre volte commettevano kaboku vendendo bonsai, piccole piante, prive di radici.
Di fronte alle lamentele dei clienti, i fraudolenti tekiya, erano soliti difendersi sostenendo che non potevano essere considerati colpevoli di frode dato che, essendo stati in stato di ebbrezza, la vendita si era svolta con mente non lucida.[16]
La maggior parte degli ambulanti esercitava nei giorni di mercato seguendo il calendario delle festività religiose che, con il tempo, diventarono fiere permanenti inoltre, essi si riunivano abitualmente nei sakariba, luoghi animati paragonabili ai nostri spazi pubblici.[17]
Nel tentativo di aggirare i divieti imposti dai Tokugawa, contrari all’esercizio del commercio, gli ambulanti cominciarono a unirsi in gruppi compatti e ben organizzati e pur vivendo al di sotto delle classi, conquistarono un alto grado di considerazione.
Far parte dei tekiya significava sottostare al rispetto incondizionato del suo regolamento:
Non toccare la moglie di un altro seguaci;
non rivelare alla polizia i segreti dell’organizzazione;
resta rigorosamente fedele al legame con il tuo oyabun.[18]
Il centro dell’organizzazione fu fissato nella casa dello oyabun, dove venivano insegnati i segreti del mestiere agli aspiranti tekiya che ricambiavano svolgendo umili attività. L’adesione al gruppo era subordinata a un insieme di prove infatti venivano ammessi a pieno diritto solo coloro che, uniti ai seguaci già presenti in lista, ritornavano nella casa dello oyabun con buoni risultati di vendita.
Il potere dello oyabun si estendeva sul niwabari, zona di influenza o territorio, su cui erano disseminati i banchetti dei tekiya. Poiché per la buona riuscita degli affari era fondamentale sistemare il banchetto in un punto strategico, nella scelta, l’ambulante non poteva prescindere dal benestare dello oyabun della zona. Il suo potere decisionale era tale da determinare in quale punto sistemare il banchetto inoltre, l’usufrutto del suolo era subordinato al pagamento del mikajime, una sorta di tassa di beneficio, da destinare allo oyabun della zona. Qualsiasi rifiuto da parte dei venditori non solo avrebbe pregiudicato la buona riuscita degli affari, ma avrebbe anche suscitato l’ira dello oyabun che puniva con aggressioni, furto della merce o minacciando eventuali clienti. [19]
L’ascesa dei tekiya e l’espansione della loro influenza fu accompagnata da una serie di dispute che coinvolgevano tutte le fazioni interessate a estendere il controllo sui niwabari altrui. Nel tentativo di ridurre i continui disordini ed esercitare il controllo sulle forze economiche, tra il 1735 e il 1740, il governo attribuì agli oyabun il myōjitaito, una sorta di riconoscimento ufficiale che legittimava il loro operato. Insieme al nome di famiglia, questo consentiva loro di portare la spada, simbolo di status sociale che, nella scala gerarchica, collocava il favorito in un gradino al di sotto dei samurai.[20] Allo oyabun fu affidato il controllo sui mercati e sulla raccolta del mikajime dal quale tratteneva una percentuale come compenso per l’impegno svolto. Contemporaneamente essi svolgevano funzioni di vigilanza assicurando l’ordine nei niwabari dove continuavano indisturbati a gestire i loro traffici e a conquistare il rispetto della popolazione che erano pronti a soccorrere. Con il graduale abbandono dell’itineranza, i tekiya diversificavano gli affari concentrando il commercio in giorni diversi da quelli delle fiere tenute durante le festività.
Dietro l’apparente legalità si celavano attività criminali infatti nei niwabari aumentarono le protezione riservate in cambio di denaro e la detenzioni di armi usate durante gli scontri.
A partire dal 1633, i Tokugawa esercitarono un controllo più serrato sui loro seguaci ai quali fu imposto il sankinkōtai, che imponeva ai daimyō di risiedere a Edo in periodi alternati. I tragitti percorsi dalle lunghe carovane diventarono le principali arterie stradali del Giappone lungo le quali crebbe il numero dei corrieri destinati a soddisfare i desideri dei daimyō. Lungo le strade maestre proliferarono le stazioni di posta nelle quali il viaggiatore trovava ristoro durante la notte. In quegli anni, percorrendo la Tokaidō, la Nakasendō e la Koshukaidō, era possibile imbattersi i circa cinquanta stazioni di posta in ognuna delle quali il viandante potevano allietare il suo soggiorno giocando con i bakuto, giocatori, una parte del denaro che portava con sé.
A questo punto è doveroso fare una breve panoramica sulle origini del gioco d’azzardo le cui tracce si trovano già nel epoca Nara (710–794), periodo in cui era molto comune il gioco dei dadi. Successivamente, nel periodo Kamakura (1185–1333), veniva spesso associato alle competizioni sportive o ai combattimenti tra cani. Anche se fortemente osteggiato dalle autorità Tokugawa, perché considerato fonte di irresponsabilità e crimine, il gioco d’azzardo suscitò sempre una certa attrazione. A gestirlo erano i bakuto che, in gruppi compatti, erano soliti riunirsi segretamente, ospitati nelle numerose stazioni di posta. La clandestinità delle bische era necessaria per sviare i divieti, nascondere le armi custodite illegalmente e per sfuggire ai serrati controlli. Per questo motivo, i bakuto erano pronti a escogitare ogni genere di trucchi. Tra questi, il più comune prevedeva che nei covi si costruissero doppi muri tra i quali i fuorilegge si nascondevano in caso di irruzione delle forze dell’ordine. I giocatori professionisti e non, provenienti da più parti del paese, si recavano nelle bische clandestine concentrate soprattutto nelle vicinanze dei templi o ai piedi delle montagne.[21]
Anche nei gruppi bakuto confluivano individui costretti a vivere ai margini della società e non era difficile che tra loro comparissero loschi individui accusati di azioni illegali. In quegli anni, capitava spesso che la famiglia d’origine ripudiasse il figlio balordo denunciandolo all’ufficio governativo della città che cancellava il nome dal registro di famiglia. Da questo momento in poi, considerate le sue tendenze criminali, nessuno era più disposto a garantire la sua integrità morale di conseguenza, per lui crescevano le difficoltà di trovare un occupazione.[22]
Nonostante le inevitabili lotte per il controllo del niwabari, tra i bakuto esisteva un alto grado di reciproca collaborazione o di mutuo soccorso. Un classico esempio era rappresentato dall’accoglienza riservata al giocatore che, fuggito dal proprio villaggio perché ricercato, viaggiava per il paese trovando ospitalità nelle abitazioni degli oyabun dei bakuto. Per uno yakuza l’itineranza si traduceva in una sorta di auto istruzione infatti, viaggiare di luogo e in largo era considerato il modo migliore per accrescere il coraggio, la capacità di destreggiarsi nel mondo e per acquistare una maggiore credibilità.
Nell’esperienza di vita il vagabondaggio era favorito dai rituali jingi che imponevano il rispetto di rigide norme comportamentali in qualunque località il bakuto si fosse trovato. Una volta giunto davanti alla casa dello oyabun, egli si presentava “alla maniera jingi” seguendo un rituale fatto di espressioni uniche e congeniali alla professione esercitata.[23] Questo consentiva all’ospite di riconoscere il bakuto che, in ordine pronunciava: nome, cognome, luogo di nascita, relativa localizzazione geografica seguiti dal luogo di provenienza e dal nome dell’oyabun presso cui aveva prestato servizio. La formula di presentazione cominciava con:
“[...] I’m a humble man, and as we’ve now made acquaintance with each other, I would like you to support me from today onwards.” [24]
Quindi il viaggiatore presentava in dono l’asciugamano tenuto sul petto che l’usciere restituiva dicendo
“Your courtesy is enough appreciation.”[25]
L’etichetta richiedeva che l’asciugamano gli venisse restituito insieme a una somma di denaro da utilizzare per le spese di viaggio.
Durante la permanenza il viandante si sdebitava occupandosi delle faccende domestiche oppure attingeva l’acqua per riempire la vasca da bagno dello oyabun. La protezione concessa infondeva nel giovane un forte senso di gratitudine e devozione nei confronti dell’ospite; da parte sua, il padrone di casa se ne prendeva cura con la dovuta cortesia.
Tuttavia, la ragione di tanta gentilezza deve essere ricercata anche nella necessità che aveva il padrone di casa di immunizzarsi contro un’eventuale vendetta dello oyabun del kobun che aveva ospitato.[26]
Quando si parla delle organizzazioni criminali nipponiche può capitare di imbattersi in più parole usate per la loro identificazione. Quelle comunemente note al pubblico occidentale sono bōryōkudan e yakuza. La prima, più recente, intende indicare i componenti di gruppi o di organizzazioni che usano la violenza e la forza mentre la seconda espressione, a noi più familiare, è yakuza. Secondo la tesi più accreditata le cui origini etimologiche della parole yakuza sono da ricercare nelle bische clandestine dei bakuto.
Il nome deriva da un gioco di carte chiamato hanafuda, carte di fiori, altrimenti detto hanakaruda, in cui karuda deriva dal portoghese carta e per avere un’idea del gioco possiamo paragonarlo alla versione più occidentale del black jack. Praticato soprattutto da giocatori professionisti, lo hanafuda era segretamente diffuso nelle bische del periodo Edo. Con un mazzo di quarantotto carte divise in semi rappresentanti i dodici mesi dell’anno, ad ogni partecipante venivano distribuite tre carte. Poiché ventuno era la combinazione vincente, chi totalizzava un punteggio dato da 8, 9 e 3 , ya, ku, sa, nell’ultima mano era destinato a perdere. Comunemente usata dai di giocatori d’azzardo l’espressione fu trasformata in yakuza e assunse la connotazione di una cosa priva di valore, fino a indicare un qualche cosa di indegno.[27]
La parola rimase circoscritta nell’ambiente clandestino e per anni fu usata in riferimento a tutti i giocatori d’azzardo diventando sinonimo di fuori gioco oppure di uomini inutili alla società e, ancora di individui nati per perdere. Sebbene ancora oggi non siano pochi i puristi tendenti a riconoscere nei biscazzieri tradizionali i soli depositari della vera cultura e tradizione yakuza, la parola ha finito con l’essere comunemente usata per identificare bakuto e tekiya.
[1] Edwin O. REISHAUER, Storia del Giappone Passato e Presente, Milano, Rizzoli Editore, 1974, pp. 60-72.
[2] George SANSOM, A History of Japan 1615-1967, Stanford UP, Stanford, California, 1966, pp. 277–278.
[3]ARTICOLO Non firmato, The Origin of the Yakuza, “The East”, p. 46-51.
[4]Chatarina BLOMBERG, The Hart of the Warrior, Curtzon Press Ltd, 1994, pp. 48-67.
[8] Keiichi, MIZUSHIMA, George DE VOS, “Organization and Social Function of Japanese Gangs: Historical Development and Modern Parallels”, in R.P. Dore, (a cura di) Aspect of Social Change in Modern Japan, Princeton: Princeton University Press, 1967, Cap. XI, pp. 286-326.
[9] ARTICOLO non firmato, op. cit., pp. 46-51.
[12] George DE VOS, Keiichi MIZUSHIMA, op. cit., pp. 286-326.
[13] Kenji INO, Yakuza to Nihonjin, Tōkyō, Gendaishokan, 1974, pp. 35-49.
[14] Walter AMES, Police and Community in Japan, Berkley: California UP, 1981, pp. 109-110.
[15] George DE VOS, Keiichi MIZUSHIMA, op.cit, p. 295.
[18] Kyoji ASAKURA, Atsushi MIZOGUCHI, Kio YAMANŌCHYU, Tōkyō, Yakuza to Iu Ikikata, Takarajimasha, 2000, pp. 156-160.
[19] Takagi Masayuki, Pride and Prosperity Among the Yakuza, J.Q., Vol XXXII, N. 3, 1985, pp. 321.
[21] ARTICOLO non firmato, op. cit. pp. 45-51.
[22] DE VOS, MIZUSHIMA, Socialization for Achievement: Essays on the Cultural Psychology of the Japanese, Berkley, University of California Press, pp. 276–277.
[23] Ruth BENEDICT, Il Crisantemo e la Spada, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1991, p. 133.
I Tokugawa adottarono una serie di misure che consentirono la costruzione di un apparato istituzionale regolato da rigide norme comportamentali tali da assicurarne la stabilità per più di due secoli e mezzo. La riorganizzazione del territorio fu accompagnata da un complesso sistema di controlli mirati ad arginare qualsiasi rivolta destabilizzante. Per questo, ogni daimyō aveva alle sue dipendenze un contingente di forze inviate da Edo che osservava scrupolosamente le fortificazioni costruite nei singoli han. Oltre al sankinkōtai, il controllo su di loro fu rafforzato dalla presenza dei metsuke, una sorta di polizia segreta a cui era affidato il compito di visionare sull’operato dei daimyō e individuare i gruppi potenzialmente eversivi.[1]
L’amministrazione dei Tokugawa fu agevolata dall’adozione dell’ideologia confuciana che, introdotta in Giappone agli inizi del V sec., si incentrava sull’esaltazione dei rapporti umani basati sulla benevolenza e sul riconoscimento dell’umanità dell’altro per una pacifica convivenza sociale.
Secondo Confucio, ogni individuo deve accettare lo status in cui vive e osservare spontaneamente gli obblighi derivanti: esercitare la pietà filiale verso i genitori, obbedire all’imperatore, e subordinarsi al superiore.[2] Adattato alle esigenze autoctone, il pensiero confuciano favorì il congelamento della società all’interno della quale un individuo non poteva migliorare o cambiare la sua condizione socioeconomica.
Il malessere della popolazione, stanca di dover soddisfare i capricci del bakufu, si manifestò nelle continue ribellioni. Tuttavia, poiché il governo non disponeva di una vera e propria forza di intervento, cominciò a delinearsi una stretta collaborazione tra le istituzioni e i gruppi di fuorilegge. E’ probabile che la richiesta d’aiuto fosse connessa a due motivi principali. Innanzi tutto, la pax Tokugawa aveva reso superfluo il pratico esercizio dell’arte militare di conseguenza, non esisteva una vera e propria forza di polizia capace di sedare i disordini inoltre, considerata l’ostilità di questi ultimi, qualsiasi approccio pacifico sarebbe stato vano.[3]
In un simile contesto l’unica alternativa era quella di rivolgersi ai gruppi yakuza, gli unici ad aver mantenuto vivo l’uso delle armi. Inoltre, nel corso degli anni tekiya e bakuto erano riusciti a conquistare la fiducia della gente comune che li ammirava per le gesta eroiche contro i prepotenti usurpatori. A tale proposito, uno dei maggiori esempi di collaborazione si realizzò tra il 1735 e il 1740 quando ai tekiya fu affidato il compito di assicurare l’ordine nei niwabari da loro controllati. Negli stessi anni il governo legittimò la loro posizione affidandogli funzioni esattoriali.
Le nuove disposizione introdotte dal Codice Penale del 1805, istituirono un ufficio centrale che si serviva di otto ufficiali itineranti ai quali fu affidato il compito di ispezionare le aree visitate. Con il tempo, gli ufficiali strinsero accordi con i bakuto che ne approfittarono per rafforzarsi sia sul piano economico che su quello politico. Questi procuravano loro informazioni sui ribelli e appoggiavano gli interventi delle istituzioni in cambio, gli ufficiali evitavano di interferire nelle loro attività illegali e limitavano le misure punitive.
Con il trascorrere degli anni la collaborazione tra i due si intensificò; diverse fonti documentano che i bakuto ottenevano la loro protezione versando denaro direttamente nelle tasche dei capi che si impegnavano a non fare intervenire i loro subordinati.[4]
Il Giappone del XVIII e XIX sec. presentava le condizioni ideali per la formazione e lo sviluppo di una coscienza nazionalista favorita dalla stessa posizione geografica del paese i cui confini nettamente delineati, resero forte l’estraneità “dell’altro”.[5]
Dopo il fallito tentativo dell’invasione mongola, la coscienza unitaria si consolidò nel periodo Kamakura, XIII e XIV sec., con la comparsa delle prime scuole buddhiste a sfondo nazionalista di cui Nichiren è l’esempio più rilevante. Nel processo di unificazione portato avanti dalla politica del bakufu, il Neoconfucinesimo del XVII sec. divenne la base ideologica dei Tokugawa. Seguendo la sua etica, ogni individuo deve avere piena consapevolezza del suo status, egli è tenuto a muoversi nel contesto sociale in cui è inserito adempiendo con negligenza ai doveri consoni allo status occupato.
Se da un lato l’etica neoconfuciana favoriva l’esistenza di una struttura ordinata, dall’altra aumentava le frustrazioni della gente che sviluppò una forte ostilità nei confronti delle idee straniere e a rivalutare le tradizioni autoctone fondate sullo Shintoismo, la via degli Dei.
Nella sua forma originale, la religione tradizionale è costituita da un insieme di credenze religiose e mitologiche basate su cerimonie di purificazione, offerte e adorazione. Il Kojiki e il Nihonshoki, antiche cronache giapponesi risalenti al VIII sec., rifacendosi alla discendenza divina della famiglia imperiale ne legittimavano il potere sottolineando così l’unicità del Giappone e del suo popolo.[6]
Sebbene gli intellettuali cercassero di conciliare le posizioni contrastanti, la rivalutazione del patrimonio culturale shintoista alimentò l’ostilità nei confronti del bakufu che, era opinione comune, esercitava il potere in modo illegittimo. Questa teoria fu avvalorata dal il pensiero di Motoori Norinaga, (1730–1801) che, con il Kokugaku, scienza della nazione, a partire dalla seconda metà del XVII sec. contribuì allo sviluppo del nazionalismo. I punti salienti del suo pensiero sono contenuti nel Kojikiden (1764–1798) nel quale, rifacendosi allo yamato kokoro, affermava la superiorità del cuore giapponese e la sua purezza che poteva essere ritrovato solo estirpando le influenze straniere, confuciana e buddiste, che lo contaminavano. Tra il 1740 e il 1800, il pensiero di Norinaga fu accolto nella scuola di Mito che, soprattutto con il contributo di Aizawa Yasushi, padre del kokutai, fornì le basi ideologiche per il rovesciamento del bakufu.[7]
Sottolineando ancora una volta l’origine divina dell’Imperatore, il kokutai cambiò la direzione della devozione, non più diretta al signore feudale, concetto tipico dei samurai, ma all’Imperatore, genitore di tutti i suoi sudditi. Intimoriti dal suo carattere destabilizzante, i Tokugawa cercarono di impedirne la diffusione tuttavia, non ottennero i risultati sperati infatti, le idee nazionaliste filtrarono nelle classi inferiori dando vigore ai malumori e alle frustrazioni.
La situazione peggiorò quando nel 1853 il Commodoro Perry chiese al Giappone l’apertura di scali marittimi proposta che gettò il paese nello scompiglio dando definitivamente inizio al bakumatsu, la fine del bakufu. Le pressanti richieste degli americani diedero vita a fazioni opposte: da una parte, i sostenitori del bakufu, nel tentativo di rinsaldare il loro potere, sostenendo l’inferiorità militare del Giappone, erano favorevoli a una politica di apertura. La fazione opposta, in prevalenza costituita dai nuovi nazionalisti, si rifiutava di accettare le proposte americane prevedendo un’invasione straniera. Nel tentativo risolvere lo scontro, dopo secoli di incontrastato governo militare, fu chiesto l’intervento dell’Imperatore che, ignaro del pericolo reale, si oppose all’apertura. Le incessanti pressioni degli occidentali costrinsero il bakufu ad andare contro il volere di Kyotō e a concedere l’apertura dei porti. La decisione fu legittimata dalla piena consapevolezza che, considerata la sua inferiorità militare, il Giappone non sarebbe stato in grado di affrontare un nemico così potente.[8]
Naturalmente le reazioni non si fecero aspettare, infatti, le concessioni del bakufu alimentarono l’ostilità degli oppositori che, al grido di sonnōjōi, incitarono il popolo affinché, compatto, si unisse per fermare con la forza l’invasione straniera. A loro avviso, la guerra era necessaria per purificare il Giappone e liberarlo dal governo illecito inoltre, la decisiva disfatta del bakufu, avrebbe messo fine al malessere sociale. In realtà, la loro posizione celava una secolare frustrazione, infatti, il carattere ereditario delle cariche istituzionali, dominate dai samurai, aveva castrato le loro aspirazioni.
Abbiamo visto che in passato il bakufu aveva cercato di contrastare i movimenti contrari stringendo alleanze con i gruppi criminali senza comunque soffocare le esigenze della popolazione. La rivalutazione del patrimonio culturale nazionale aveva conquistato anche gli individui socialmente esclusi raccolti nella yakuza, da sempre contrari al bakufu, pronti a schierarsi al fianco dell’imperatore.
Riconoscendosi perfettamente negli ideali del kokutai a cui si appellavano i cortigiani, la yakuza diede un contributo incisivo alla disfatta dei Tokugawa. L’assidua collaborazione, basata sul reciproco opportunismo e alimentata dagli ideali nazionalisti, si tradusse in un contributo di forza. In assenza di un contingente umano capace di fronteggiare i ribelli, la corte chiese l’intervento degli yakuza ai quali affidò il compito di usare violenza contro tutti quelli che erano favorevoli a una politica di apertura.
Il contributo della yakuza trovò in Shimizu no Jirochō (1820–1893) l’esempio più rappresentativo. Ancora oggi ai bambini giapponesi si racconta la sua storia in cui è descritto come un personaggio fiero che racchiude in sé i tradizionali valori yakuza. Jirochō, figlio adottivo di un ricco chōnin, stanco della sua vita, aderì a una delle bande bakuto nella prima metà del 1800 prosperavano lungo la Tōkaidō quindi, conquistata fama e rispetto, radunò attorno a sé una folta schiera individui socialmente esclusi. Diverse fonti affermano che, al culmine del suo prestigio, egli riuscì a formare un vero e proprio esercito pronto a intervenire in difesa dei deboli.
La tensione politica di quegli anni spinse le forze anti bakufu a richiedere l’intervento di Jirochō e del suo fedele esercito. Considerata la vecchia ostilità verso i Tokugawa, sentimento rafforzato dalla diffusione dell’ideologia del kokutai, l’eroe di Shimizu decise di appoggiare le forze di opposizione. Nel 1868 un contingente di 300 mila uomini partì da Tōkyō alla volta di Shimizu per fermare i ribelli tuttavia, questi ultimi, aiutati da Jirochō, riuscirono a sconfiggerli. Una delle tante leggende narra che, nel vedere i cadaveri dei soldati abbandonati nelle acque del mare, Jirochō, impietosito, diede loro una degna sepoltura. [9] L’esaltazione delle sue qualità umane alimentarono il mito di un personaggio già molto potente contribuendo, allo stesso tempo, all’esaltazione stessa della yakuza. In realtà, le motivazioni idealiste nascondevano la riabilitazione legale del capo bakuto che, collaborando, ottenne la cancellazione di tutti i reati commessi.[10]
Caduto il bakufu, a partire dal 1889 ebbe inizio la Restaurazione Meiji restituì alla corte Imperiale l’esercizio legittimo del potere. Dopo essere stati nominati governatori dei vecchi domini, i daimyō scomparvero definitivamente nel 1871 quando il governò trasformò gli han in ken, prefetture, poste sotto diretto controllo di Tokyo. Gli interventi successivi minarono la stratificazione sociale che impediva la modernizzazione del paese. In questo senso, l’intervento più significativo fu la formazione di un esercito di coscritti ordine che attaccò lo status dei samurai per secoli privilegiati quindi, la loro situazione peggiorò nel 1876 quando, un ordinanza del governo vietò loro di portare le spade, simbolo del secolare status sociale.
Nel tentativo di reinserirsi nella società i bushi sfruttarono l’alto grado di istruzione e le capacità organizzative diventando funzionari statali o astuti uomini d’affari tuttavia, i più conservatori si armarono nel tentativo di riconquistare i privilegi perduti. E’ interessante notare come gli stessi bushi che in passato si erano opposti all’apertura, cambiarono atteggiamento ponendosi al servizio dell’imperialismo visto come unico deterrente contro la contaminazione straniera. Tali cambiamenti si ebbero soprattutto a Fukuoka, nel Kyūshū, dove Mitsuru Toyama fondò la Kyōshisha in cui si riunirono i samurai frustrati dalla Restaurazione.
Girando per le strade del paese, Toyama aveva raccolto un discreto numero di seguaci, spesso disadattati, di cui si prendeva cura personalmente. Il temperamento violento e la sua benevolenza gli procurarono la stima e il rispetto del popolo. La sua fama raggiunse le istituzioni statali che, pur conoscendo la sua un’ inclinazione alla violenza, ne apprezzava qualità morali e il forte senso patriottico. Contando sul suo nazionalismo, il governo si servì della Genyōsha (1881), la sua società segreta, per realizzare una stretta collaborazione a sostegno dell’imperialismo. Da parte sua, Toyama desiderava estendere la sua influenza sulla sfera politica e accrescere il giro d’affari legato alle già avviate attività yakuza. Gli introiti ottenuti in questo settore gli consentirono di creare un esercito paramilitare, il Tenyūkyō che, a sostegno dell’espansione militarista, creò le condizioni ideali per il radicamento delle ideologie nazionaliste tra gli yakuza.[11]
In patria il loro sostegno veniva Tenyūkyō richiesto direttamente dalle istituzioni per soffocare qualsiasi forma eversiva e destabilizzante. In questo caso, uno degli esempi più rappresentativi fu la richiesta del Ministro degli Interni che chiese a Toyama di riunire i suoi amici yakuza al fine di reprimere i movimenti liberali. Toyama chiese l’intervento degli yakuza di Kumamato che, giunti a Fukuoka, si unirono alle forze di polizia, tutti saldamente uniti da un unico scopo: eliminare i movimenti politici destabilizzanti.
Più specifico fu l’intervento del 1892, anno delle elezioni governative. In questo caso Toyama e i suoi amici yakuza avevano il compito di favorire le elezioni raccogliendo voti con l’intimidazione o di scoraggiare la carriera degli avversari politici. Furono i seguaci di Toyoma a uccidere Taisuke Itagaki, nel 1889, ad attentare alla vita di Okuma Shigenobu allora ministro degli Esteri, entrambi colpevoli di aver aderito alle idee liberali. Inoltre, a loro si deve anche la morte di una brillante figura politica di quegli anni: Toshimichi Okubo che, per le sue idee occidentali, morì nel 1887 assassinato dagli estremisti della Genyōsha.[12]
Considerata l’origine apolitica della yakuza, viene spontaneo chiedersi quali furono le ragioni che li spinsero verso gli ultra nazionalisti. In realtà, le motivazioni sono riconducibili alla perfetta integrazione delle loro ideologie. Accomunati dalla venerazione del passato romantico e dall’ostilità nei confronti del liberalismo straniero, il loro legame fu rafforzato dal comune sistema organizzativo in entrambe fondato sul rapporto oyabun–kobun e da un sistema di cerimonie per la definizione dei rapporti. Le comuni ideologie favorirono l’appoggio di Toyama e dei suoi amici yakuza anche nel campo della politica estera collaborazione che nascondeva la loro vera ambizione: eliminare in patria le organizzazioni liberali e democratiche e creare all’estero le condizioni ideali per l’imperialismo nipponico. Per quanto riguarda il primo punto, abbiamo visto che il sostegno si concretizzò nei numerosi attacchi contro gli esponenti politici favorevoli all’occidentalizzazione mentre, sul piano internazionale la sua presenza si tradusse in azioni di forza a sostegno della produzione industriale da cui dipendeva la prosperità del paese. Gli ideali patriottici nascondevano le vere finalità della yakuza che cercava di mettere al riparo le sue attività finanziarie come quella relativa al reclutamento della forza lavoro da impiegare per lo sviluppo economico del Giappone.
Le ambizioni di Toyama e dei suoi amici yakuza furono soddisfatte dall’imminente invasione della Corea e della Manchuria. Nel tentativo di accrescere le loro forze, gli ultra nazionalisti chiesero il sostegno di Toyama e del Tenyūkyō che, alimentando le rivolte in Corea, offrì la giusta occasione per un massiccio intervento dei giapponesi destinati a riportare l’ordine. La presenza dei suoi seguaci vide in primo piano Uchida Ryōhei, fondatore nel 1901 della Kokuryūkai, la Società del fiume Amur nota anche Società del Drago Nero. Uchida fu uno dei principali collaboratori di Toyama dal quale ereditò non solo l’ideologia ultranazionalista ma anche le sue conoscenze yakuza e i componenti della Genyōsha.[13]
Mentre Uchida si muoveva in Manchiuria, in patria le istituzioni politiche rinnovavano l’intesa con Mitsuru Toyama ormai diventato uno degli uomini più influenti di tutto il paese. Nel 1919, con il contributo del Ministro dell’Interno Takejiro Tokunami, Toyama aveva dato vita a una vera e propria federazione di yakuza, la Dai Nippon Kokusuikai, la Società delle Essenza Nazionale del Grande Giappone. La federazione, oltre a sostenere la politica imperialista, in patria si occupava di fermare tutti quelli che, impedivano l’ascesa del “Grande Giappone”. Toyama e i suoi alleati yakuza venivano chiamati dalle stesse amministrazioni industriali al fine di soffocare scioperi e reprimere le rivendicazioni dei lavoratori che in quegli anni avevano formato i primi sindacati in difesa dei loro diritti.[14]
Con il trascorrere degli anni il potere di Toyama raggiunse livelli tanto alti da influenzare la nomina dei funzionari più importanti. Considerato la sua autorevolezza, nel mondo politico cresceva la necessità di averlo come alleato infatti, la Kokusuikai divenne presto il braccio destro del Seiyūkai, uno dei più importanti partiti politi.
Accanto all’impegno politico l’interesse dei gruppi criminali fu attratto da nuove attività redditizie come il mercato della prostituzione e quello delle sostanze narcotiche. Attratti dalle buone prospettive di guadagno, gli yakuza sfruttavano donne coreane e cinesi per soddisfare le esigenze dei soldati nipponici mentre, il controllo del mercato dei narcotici consentiva l’accumulazione di capitale con la diffusione della sostanze narcotiche in Manchuria che avrebbe fruttato circa 300 milioni di dollari.[15]
La politica espansionistica aveva dato vita a un duraturo binomio tra yakuza e governo fornendo gran parte della manovalanza, Toyama contribuì in modo decisivo all’imperialismo nipponico. Inoltre, la diffusione delle sue idee fornì la base ideologica su cui si costruirono le future organizzazioni dell’estrema destra nelle quali molti gruppi yakuza potevano soddisfare il loro spirito patriottico.
I successi riportati dai militari del Giappone dimostravano la volontà di estendere l’influenza sui territori circostanti, idea che non fu messa da parte neanche quanto le potenze occidentali decisero l’embargo del 1941.
Le mire espansionistiche furono incentivate da un economia in pieno sviluppo, finanziata dall’accumulazione di capitali reinvestiti in loco e favorita dalla piena occupazione della forza lavoro. In realtà quest’ultimo punto era garantito dai gruppi yakuza che, oltre a procurare la manodopera necessaria, erano pronti a intervenire con violenza per soffocare gli scioperi degli operai che compromettevano l’ascesa economica del paese. Sebbene fosse ancora organizzata in piccoli clan locali, gran parte dei capitali ricavati dall’imperialismo finiva nelle tasche della yakuza. Svolgendo la tradizionale attività di procacciatori di manodopera, quest’ultima continuava a fornire la forza lavoro da impiegare nel settore dell’edilizia e in quello portuale. Sempre più spesso, infatti, i gruppi si concentravano nelle zone portuali dove raccoglievano il personale necessario per lo scarico e il carico delle grandi navi arrivate dalla Cina. Contemporaneamente, cominciarono a estendere il controllo sulla distribuzione delle merci importate fissando il prezzo di scambio al mercato nero da loro stessi gestito. Per quanto riguarda il campo dell’edilizia, usando le giuste amicizie politiche, la yakuza riuscì ad aggiudicarsi appalti di grosse proporzioni per la costruzione o il restauro di importanti impianti industriali o imponenti opere pubbliche. La decisione di affidargli lavori così importanti nasceva dalla sicurezza sul loro alto grado di affidabilità. Infatti, il loro personale era costituito da giovani disadattati con un basso grado di scolarizzazione che ne facilitava il controllo e la malleabilità.
Negli stessi anni gli yakuza gestirono l’importazione della forza lavoro coreana da sfruttare nelle miniere di carbone e, nel contempo, si occuparono della gestione dei campi in cui vivevano.[16] Fedeli alle tradizioni, gli yakuza seguitarono a contendersi i territori strategici e gli appalti più redditizi. Al fine di ridurre gli scontri tra clan, fu rafforzato il connubio tra funzionari locali e gruppi yakuza e fu mantenuta la vecchia consuetudine che affidava ai capi funzioni esattoriali, in cambio essi godevano di un certo grado di libertà nell’esercizio delle attività illegali.
Al fine di difendere l’onore nazionale e provare la superiorità del popolo nipponico, davanti al quale tutti dovevano inchinarsi, il 7 dicembre del 1941 il Giappone attaccò la base americana di Pearl Harbor.
Dopo i primi successi del Giappone, le forze americane avanzarono convergendo sull’isola di Hokinawa che, occupata nell’aprile del 1945, divenne la base da cui partì l’invasione dell’arcipelago. Gli eventi portarono alla disfatta del Giappone che venne definitivamente sconfitto con il lancio delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Le risoluzioni della guerra stabilirono l’occupazione del suolo giapponese e il 2 settembre dello stesso anno, ebbe ufficialmente inizio capeggiata dal Dauglas MacArthur, Comandante Supremo delle Potenze Alleate. [17]
Giunto in Giappone, il responsabile delle forze di occupazione si trovò davanti a uno scenario impressionante. Le città erano state in gran parte distrutte dalle incessanti incursioni aeree, le industrie erano ferme e anche l’agricoltura non versava in buone condizioni. Contrariamente alle aspettative, gli americani si trovarono davanti un popolo che, deluso dall’imperialismo, era totalmente disorientato.
La consapevolezza di non poter competere con la superiorità dei suoi avversari contribuì alla riconsiderazione degli americani che da conquistatori si trasformarono in coloro che li avrebbero messi in salvo dalle disastrose condizioni economiche in cui versavano. Affiancato dalle forze militari e da un intricata rete burocratica, MacArthur, attuò il piano di smilitarizzazione eliminando gran parte delle industrie pesanti e accettando solo quelle strettamente necessarie.
Al fine di dimostrare che la presenza degli alleati contemplava la realizzazione di una nazione democratica, lo SCAP ordinò lo scioglimento delle organizzazioni militariste e l’epurazione di tutti i suoi componenti. Quest’ultima operazione fu accompagnata dalla nascita di un tribunale internazionale che aveva il compito di condannare tutti i criminali di guerra.[18] In un secondo tempo, lo SCAP ordinò un’amnistia politica grazie alla quale furono rilasciati tutti coloro che, durante la guerra, si erano opposti al militarismo e tra questi era rilevante la presenza di comunisti e socialisti.
Coscienti di non poter governare direttamente un paese così diverso, per facilitare la loro missione gli americani si servirono delle istituzioni presenti. Tuttavia, poiché l’epurazione avevano rimosso i militaristi e tutti quelli che a loro erano stati legati si assicurò la collaborazione delle autorità locali presso cui inviò alcune truppe per scongiurare eventuali disordini destabilizzanti.
Le indagini americane avevano rilevato l’esistenza di organizzazioni criminale e di una fitta rete di corruzione tuttavia, dal momento che le stesse istituzioni locali negavano l’esistenza, ogni sforzo per eliminarli si rivelò inutile. Nonostante l’impegno, gli yakuza continuarono a gestire le loro attività illecite e a coltivare le amicizie influenti infatti, i gruppi si erano riorganizzati accogliendo tutti quelli che, finita la guerra non riuscivano a trovare una sistemazione decorosa come i giapponesi rimpatriati dopo la sconfitta.
Le divisioni interne alla burocrazia americana costituivano un terreno fertile per la yakuza che, approfittando dei contrasti interni, non tardò ad estendere la sua influenza. Giovandosi della loro linea politica, i tekiya mantennero la carica di esattori delle imposte con la garanzia di trattenere metà del ricavato sotto forma di commissione. Inoltre, grazie alle grandi capacità organizzative e alle buone conoscenze, si aggiudicarono la gestione dei trasporti pubblici e quello della pulizia della strade. Questi nuovi incarichi si inserivano nelle attività tradizionali infatti, operando da tempo nel settore portuale e in quello edilizio, si aggiudicarono importanti appalti accumulando ingenti capitali e conquistando la stima dello SCAP. [19]
Contemporaneamente, la yakuza monopolizzò la gestione di tutte le attività legate al settore del divertimento trovando nelle forze d’occupazione i loro maggiori clienti. In questi anni la yakuza recuperò il controllo del mercato del sesso anche grazie alle stesse autorità che si preoccuparono di assicurare le donne destinate a soddisfare la libido dei giovani soldati americani. A tal fine il governo creò un gruppo chiamato Recreation and Amusement Association specializzata nel reperimento di giovani contadine destinate alla prostituzione. Le autorità tendevano a giustificare il loro operato sostenendo che, in realtà, il loro era un impegno volontario inoltre, lo stesso governo incitava le giovani giapponesi affinché, nell’interesse nazionale, dormissero con gli ufficiali americani. Il monopolio sul mercato del divertimento permise alla yakuza di entrare in contatto con i loro alti ufficiali destinati a diventare abituali clienti e influenti amicizie da sfruttare all’occorrenza.[20]
L’importazione di grossi quantitativi di merce, aveva creato le condizioni ideali per lo sviluppo di un mercato di vaste proporzioni che la yakuza fu pronta a monopolizzare. Con la fine della guerra il disordine socio politico e la dura campagna di epurazione avevano disgregato i gruppi yakuza che persero il controllo di gran parte dei loro affari.
La confusione in cui versava il paese e la democratica amministrazione americana si trasformò in un ottima occasione di riscatto per i sangokujin, gente dei tre paesi. La presenza delle minoranze etniche, in prevalenza provenienti da Taiwan, Cina e Korea, risaliva agli anni dell’imperialismo quando furono trasportati in Giappone e impiegati nelle fabbriche e nelle miniere di carbone in condizioni di semi schiavitù. Con l’intervento delle forze alleate parte degli stranieri era stata rimpatriata tuttavia, alcuni erano rimasti nell’arcipelago nella speranza di fare fortuna approfittando dell’amministrazione straniera.[21] Giovandosi del liberalismo statunitense, i sangokujin sistemarono i loro banchetti lungo le vie ampliando in poco tempo il controllo sul mercato nero.
In quel periodo lo SCAP, troppo impegnato nella caccia ai criminali di guerra, non si occupava delle loro dei sangokujin che, memori dello sfruttamento e dei maltrattamenti subiti, indisturbati, sottoponevano i giapponesi a pesanti estorsioni e a violenti attacchi. Essi si muovevano liberamente anche perché, in realtà, il corpo di polizia, duramente colpito dall’epurazione, era del tutto spaesato e incapace di intervenire per fermarli. Come da copione, spesso erano gli stessi funzionari locali a chiedere il sostegno dei tekiya per consuetudine pronti a intervenire in difesa dei deboli.
Da un’accurata analisi appare chiaro come, in realtà, il loro intervento mirasse a eliminare gli stranieri per riappropriarsi di un settore in cui tekiya avevano sempre primeggiato. Inoltre non va dimenticato che con il loro intervento essi si garantivano l’appoggio della polizia che, seguendo la tradizione, in un prossimo futuro sarebbe stata pronta a restituire il favore ricevuto.
Come previsto, gli scontri tra yakuza e sangukujin si trasformavano in violente battaglie al punto che, ancora oggi, gli anziani le ricordano con orgoglio descrivendole come grandi combattimenti dall’alto valore patriottico. Bisogna comunque sottolineare che questo aspetto patriottico fu alimentato dai numerosi cantori che dipingono la yakuza come valorosi liberatori, restituendogli quell’aspetto eroico che li aveva accompagnati sin dalla loro comparsa.
Gli scontri tra sangokujin e tekiya furono sostanzialmente ignorati dalle autorità americane poiché, in realtà, anche se coscienti della loro violenza, non riuscivano a individuarne i veri motivi. Un primo passo avanti sembrò esserci nel 1946 quando, in seguito a una catena di omicidi, furono avviate indagini. Queste rivelarono la presenza di fuorilegge riuniti in bande che, dopo aver estromesso i rivali, avevano conquistato il controllo del mercato nero. Grazie alla collaborazione delle autorità locali, i tekiya gestivano un giro d’affari di grandi proporzioni finanziato dalle somme che, mensilmente, i gestori dei banchetti pagavano a titolo di concessione territoriale, per la pulizia dello spazio occupato e per l’usufrutto dell’elettricità.
In quello stesso periodo alcune voci affermavano l’esistenza del crimine organizzato descritto come una potente macchina con una vasta influenza non solo economica ma anche politica. Nel 1947 alcuni giornalisti del New York Herald Tribune del New York Times accusarono pubblicamente ufficiali americani colpevoli di essersi arricchiti collaborando con la criminalità organizzata. Le indagini mostrarono la partecipazione di importanti personaggi americani all’approvvigionamento del mercato nero a cui fornivano circa 10% delle merci scambiate alimentando un giro d’affari di grosse proporzioni. Inoltre, i reporter svelarono l’esistenza di una fitta rete di corruzione in cui erano coinvolti importanti ufficiali dello SCAP che, mensilmente, ricevevano ingenti somme in yen. Le indagini dei reporter americani provarono che, proprio il mercato del sesso fungeva da palcoscenico per la realizzazione di importanti collaborazioni tra forze di occupazione e capi yakuza. [22]
Negli stessi anni fu avanzata la tesi secondo la quale i gruppi di malviventi erano dominati da uno spirito militare e ultra nazionalista che, in mancanza di un doveroso intervenuto, avrebbe compromesso il piano di ricostruzione.
Dopo varie pressioni, finalmente, le autorità americane si mossero per trovare un rimedio e, per prima cosa dichiararono illegale la conversione di yen in dollari. Intimoriti dalla ricomparsa del militarismo, dopo aver ridotto al minimo i contatti con il popolo autoctono, chiesero l’intervento della magistratura giapponese. Quest’ultima, nonostante cercasse smentire le indagini, ordinò l’arresto di circa 50.000 sospetti dei quali in realtà, solo il 2% fu dichiarato colpevole. Successivamente fu accertato che le sentenze di innocenza erano state emesse sulla base di testimonianze riluttanti o in seguito a forti pressioni esercitate sulla corte da politici influenti inclusi esponenti della Dieta che, per loro stessa ammissione, avevano ricevuto donazioni illegali durante le elezioni del 1946. A dispetto dell’azione legale, in realtà, i trasferimenti di denaro continuarono sotto altre forme.[23]
Il fallimento evidenziò quanto fosse superficiale la conoscenza degli americani incapaci di comprendere a pieno la cultura nipponica. Ciò che loro consideravano corruzione, in realtà, seguiva una tradizione profondamente radicata nel tempo. Nel periodo Tokugawa gli alti ranghi erano abituati ad aumentare i loro stipendi con donazioni mensili; la consuetudine ridusse al minimo la linea di distinzione tra etichetta e donazione e la confusione fu tale da giustificare l’alleanza tra interessi pubblici e privati.[24]
Negli stessi anni in cui si inasprivano i controlli delle istituzioni locali e straniere, senza che le stesse se ne rendessero conto, nasceva un nuovo gruppo criminale, i gurentai, destinato a influenzare il modello della successive organizzazioni criminali.[25]
Sfruttando il disorientamento politico e il degrado morale diffusosi dopo il grande conflitto, i gurentai (la parola deriva dalla combinazione di gureru, diventare cattivo, e rentai, organizzazione militare; spesso il suffisso gu suggerisce stupidità o sciocchezza) estesero il controllo su ogni attività illecita gestita dai bakuto che, per sopravvivere, furono costretti a unirsi ai vincitori. Eludendo i controlli delle autorità competenti, che ben si prestavano alla corruzione, in breve tempo i nuovi yakuza si aggiudicarono la gestione delle case di piacere che, nonostante i divieti dello SCAP, continuavano a trovare negli americani i maggiori clienti. Anche i gurentai entravano in lotta tra loro per controllare i niwabari e, allontanandosi dalla tradizione, sostituirono le spade con le armi da fuoco. Inoltre, mentre in passato le parti si impegnavano tacitamente a escludere il coinvolgimento della i katagi, gente comune, i nuovi yakuza non se ne curavano. In passato, nel caso in cui uno dei componenti avesse colpito un katagi, anche se solo inavvertitamente, il colpevole veniva immediatamente punito e ancora oggi capita che gli stessi chiedano pubblicamente scusa. L’assenza di riguardo verso il katagi mette in primo piano il carattere delle nuove organizzazioni composte da individui violenti e privi di scrupoli, dominati da un rinnovato ultra nazionalismo e da una profonda avversione nei confronti delle idee comuniste e socialiste.[26] Nonostante dichiarassero di essere i diretti discendenti della yakuza tradizionale, in realtà, da loro avevano ereditato solo una piccola parte degli alti valori che avevano fatto dei loro padri eroi al servizio dei più deboli.
L’incertezza in cui versava il popolo giapponese il giorno dopo la sconfitta creò le condizioni ideali per un giusto intervento delle forze di occupazione che intendevano realizzare uno stato democratico e economicamente indipendente. Lo SCAP si adoperò quindi per eliminare persone o movimenti che ne ostacolavano i loro piani.
Nelle liste di epurazione furono inclusi importanti personaggi del mondo economico accusati di aver messo a disposizione dell’imperialismo i loro capitali finanziari e industriali.
Al fine di avvicinare il Giappone ai paesi più progrediti, furono incoraggiate riforme per migliorare le condizioni dei lavoratori e promosse attività sindacali. Alla loro guida si ritrovarono gli stessi individui epurati negli anni trenta e rilasciati nel 1945 in seguito all’amnistia concessa dagli alleati in segno di democratizzazione del paese. Negli anni precedenti il conflitto mondiale, le repressioni degli imperialisti non erano riuscite a estirpare completamente le idee comuniste rinnovate grazie all’amnistia. Giovandosi del malessere popolare, profondamente ostile al militarismo, i comunisti diffondevano liberamente le loro idee presentate come unica alternativa a un capitalismo guerrafondaio.
In principio le attività sindacali agirono indisturbate tuttavia, man mano che la sinistra conquistava il consenso dei lavoratori, lo SCAP cominciò a preoccuparsi. Le ansie degli statunitensi furono alimentate dalla consapevolezza che tra i lavoratori si faceva forte l’idea della lotta politica come metodo più diretto per concretizzare i loro obbiettivi.[27]
Le inquietudini degli alleati aumentarono al variare della situazione internazionale e con l’inizio della guerra fredda. La vittoria dei comunisti in Cina e l’espansione russa in Europa aveva sconvolto l’unità internazionale e evidenziato una grande spaccatura politica al centro della quale il Giappone occupava un ruolo determinante. Nel tentativo di scongiurare l’ondata rossa, gli americani lasciarono gran parte delle misure precedentemente adottate e, con priorità assoluta, si dedicarono al rilancio economico del Giappone.
Le tensioni salirono con lo scoppio della guerra in Korea nel 1950 quando l’arcipelago fornì le basi da cui partivano le incursioni aeree americane. Il pericolo di una nuova guerra nucleare alimentò l’astio popolare pronto a schierarsi dalla parte della propaganda comunista. Accorgendosi del pericolo, le autorità americane cercarono di porre rimedio giovandosi della collaborazione delle istituzioni nipponiche e della storica avversione verso l’ideologia comunista. [28]
La comune insofferenza verso la sinistra favorì l’alleanza tra forze di occupazione e destra nipponica realizzata anche con la valida collaborazione delle istituzioni governative guidate da Shigeru Yoshida, felice sostenitore dell’epurazione rossa. Il legame fu stretto per agevolare il rilancio economico del Giappone e, al fine di eliminare danni alla produzione, entrambi avviarono una dura campagna nei confronti delle attività sindacali bloccando e respingendo ogni forma di protesta dei salariati. Per frenare la propaganda dei comunisti, lo SCAP ordinò la registrazione delle loro organizzazioni procedendo all’epurazione dei suoi partecipanti.[29]
L’idea di estirpare del tutto le associazioni comuniste scaturiva dalla necessità di mettere fine ai loro scompigli. Tuttavia, dietro si nascondeva la necessità di impedire che il Giappone diventasse terreno fertile per la dottrina comunista. Era ormai palese che la nuova linea politica degli americani appoggiava l’ascesa dei vecchi conservatori che, avvertito il “pericolo rosso”, erano ben lieti di collaborare. Nell’intento di impedire la vittoria comunista, nel 1947, gli americani chiusero le liste di epurazione degli ultra nazionalisti e liberarono potenti criminali di guerra. La loro scarcerazione favorì il rinnovamento dei gruppi ultranazionalisti modellati sulla base delle vecchie organizzazioni di Toyama e Uchida.[30]
Con il dilagare delle proteste sindacali, sempre più agguerrite, le organizzazioni di estrema destra rinnovarono la collaborazione con i vecchi amici yakuza che, nel frattempo, si erano riorganizzati chiamando i componenti scampati alla carcerazione. In realtà, nonostante le passate misure restrittive, Yoshida e i suoi collaboratori avevano mantenuto buoni rapporti con i bakuto. Capitava spesso che questi ultimi venissero invitati nelle residenze ministeriali dove si occupavano di intrattenere i padroni di casa con il gioco d’azzardo. Rispondendo alle richieste dello SCAP, il governo chiese la collaborazione dei gurentai, notoriamente contrari all’ideologia comunista, ai quali affidò il compito di impedire o soffocare gli scioperi e le proteste degli comunisti contrari ai programmi capitalisti.[31]
Mentre la sinistra conquistava il favore popolare, i gurentai, prontamente, intervenivano diffondendo il terrore tra i lavoratori scoraggiandoli da qualsiasi altra pretesa sindacale. Malgrado gli attacchi i comunisti mantenevano vivo il consenso popolare così, nel tentativo di screditarne l’immagine pubblica, lo SCAP ordinò ai nuovi yakuza sabotaggi, incidenti e rivolte attribuendone la responsabilità alla sinistra. Uno dei casi più clamorosi si verificò nella città di Matsukawa quando, in seguito a un sabotaggio, un treno deragliò causando la morte di alcuni civili. Le indagini portarono alla incriminazione di operai e dirigenti sindacali; qualche anno dopo alcune fonti accusarono un gruppo di tekiya itineranti, lì presenti quando il fatto si verificò.
E’ anche possibile che i colpevoli delle stragi violente appartenessero alle frange comuniste dato che, gli stessi capi promuovevano la lotta armata necessaria per il miglioramento delle condizioni lavorative. Tuttavia, considerato l’astio e la paura dei conservatori, è inevitabile notare che gli incidenti si verificarono proprio negli anni in cui gli avversari politici raccoglievano un ampio consenso popolare.
Il timore di un’insurrezione destabilizzante guidata della sinistra e una loro potenziale vittoria, allarmò le autorità che chiamarono a raccolta tutti quelli che sarebbero stati pronti a schierarsi con loro per il bene della nazione. Considerata la gravità del pericolo, gli unici individui capaci di rispondere a tali esigenze erano gli yakuza che, dominati da radicati valori tradizionali, prontamente avrebbero messo a repentaglio la loro vita per la salvezza del paese.
In questo quadro si colloca lo yakuza Ando Akira, uno dei più stretti collaboratori degli alleati. Negli anni dell’imperialismo, grazie al controllo sull’importazione della forza lavoro asiatica, Ando aveva accumulato ingenti capitali e stretto amicizie di forte peso politico. Con la capitolazione del Giappone, tra i simpatizzanti di Ando si aggiunsero nomi di illustri dirigenti americani grazie ai quali ottenne numerosi appalti come, per esempio, quello per il risanamento dell’area in cui sarebbe arrivato MacArthur. Condannato con l’ accusa di essere uno dei più grandi gestori del mercato nero, a dispetto delle pesanti imputazioni, si avvalse dei suoi complici per evitare il carcere.[32]
Finita la guerra, Ando aveva in mano la gestione di un grande patrimonio finanziario, frutto di disparate attività che andavano dalla conduzione di società dell’edilizia fino alla gestione delle case di piacere e di altre attività legate al mondo della yakuza. Tra i maggiori clienti del mercato del sesso rientravano alti ufficiali dell’esercito americano di fronte ai quali, con orgoglio, Ando dichiarava il suo amore per la democrazia e la sua profonda avversione verso il comunismo.
Considerati i nuovi eventi, esistevano i presupposti ideali per ottenere il suo sostegno. Il governo tenne conto della sua posizione politica conservatrice e anticomunista chiedendo l’intervento delle sue truppe di gurentai.[33]
Un altro potente yakuza a servizio dell’offensiva contro i comunisti era Ozu Kinosuke, capo della KantōOzugumi. La sua carriera criminale fu costellata da importanti vittorie che lo condussero a estromettere i bakuto dal controllo del gioco d’azzardo e, principalmente, dal monopolio del mercato della prostituzione.
La sua reputazione era così grande da farlo apparire come l’indiscusso capo di uno dei clan yakuza più numerosi e influenti di Tōkyō. Egli aveva concentrato gli affari nei pressi della stazione di Shinbuya dove i suoi seguaci gestivano gli scambi al mercato nero.
Sebbene la magistratura lo indicasse come uno dei più influenti e pericolosi capi yakuza, grazie alle potenti amicizie, si procurò la documentazione medica che, certificate le sue gravi condizioni di salute, ne impedì la carcerazione. A parere delle autorità, Ozu e il suo numeroso gruppo di yakuza mostravano qualità tali da designarlo uno dei maggiori sostenitori del programma politico anticomunista.
Negli anni successivi anche Ozu ampliò conoscenze e legami con le autorità americane e con i conservatori al governo lieto di unirsi a loro fornendo la forza necessaria contro i comunisti. La sua affidabilità e fedeltà fu provata dalla tempestività con cui rispose all’appello di Kodama che, nel 1960, chiedeva uno schieramento di forze yakuza per scongiurare eventuali disordini in vista della visita di Eisenhower.[34]
Tra gli yakuza che ascoltarono l’appello delle autorità, indubbiamente, Kazuo Taoka è il nome che ebbe maggior risonanza. La storia di Kazuo rappresenta un classico esempio di come, una persona comune possa diventare uno yakuza di importanza nazionale.
Cresciuto orfano, sin da ragazzo diede prova di quelle grandi qualità morali e fisiche che lo fecero diventare uno degli uomini più potenti del dopo guerra. Il suo carattere violento e tenace gli consentì di conquistare il rispetto di un discreto numero di giovani che sottostavano alle sue direttive. Il suo comportamento impressionò Hideo Yamaguchi, capo della Yamaguchigumi, un gruppo di yakuza che negli anni venti aveva esteso il controllo su varie attività concentrate nella zona di Kobe. Avendo riconosciuto in Kazuo le qualità che ne avrebbero fatto un valido uomo politico e un intraprendente uomo d’affari, Yamaguchi decise di prenderlo sotto la sua protezione.[35]
Mentre negli anni dell’imperialismo si consolidava il legame tra politica e yakuza al servizio della causa nazionalista, Kazuo escluso dall’esercito coscritto perché ritenuto non idoneo, era ancora lontano da una coscienza politica ben definita. Nel 1936 entrò definitivamente nella Yamaguchigumi e nello stesso anno fu incarcerato perché accusato di aver ucciso un altro yakuza, colpevole di aver macchiato il suo orgoglio. Dopo essere venuto a conoscenza del fatto che il suo gruppo assecondava la politica imperialista, cominciò a interessarsi al pensiero nazionalista a cui si sentiva vicino per l’amore verso l’Imperatore e la nazione.[36]
Uscito di prigione nel 1943, Kazuo si adoperò per la ricostruzione del suo vecchio gruppo disperso durante la guerra e di cui erano rimasti solo 25 componenti effettivi. La tenacia e l’intraprendenza che da sempre lo avevano caratterizzato, lo portarono a rinnovare la Yamaguchigumi, il clan yakuza più potente di tutta Kobe. In pochi anni Kazuo Taoka allargò il gruppo grazie all’adesione o alla fusione con nuovi gruppi. Inoltre, la conquista di nuovi niwabari e delle attività ivi localizzate alimentarono il suo già vasto giro d’affari. Per avere un’idea dell’intraprendenza di Kazuo sufficiente sapere che nel 1973 la Yamaguchigumi contava 10.330 affiliati esclusi quelli delle successive fusioni con i clan della Inagawakai.
Alla fine della guerra divenne un fedele alleato di Kodama, entrambi legati da un’amicizia risalente ai tempi di Hideo. Animato da un forte spirito nazionalista, Kazuo fu pronto a intervenire a sostegno della destra nelle azioni repressive contro la sinistra. Egli stesso sosteneva che i comunisti erano gli unici capaci di ridurre il popolo in miseria. La sua posizione avvalorava l’intervento delle autorità che, a suo avviso, solo con la forza avrebbero purificato il Giappone e eliminato ogni forma di dissenso.
Tra i nomi illustri che popolavano la sua sfera di amicizie erano compresi diversi personaggi del panorama economico. Riflettendo l’opinione comune tra gli yakuza, Kazuo riteneva che ogni dipendente dovesse riversare la totale devozione al suo datore di lavoro. Essendo a conoscenza delle sue posizioni antisindacaliste, le imprese chiedevano il sostegno del potente yakuza che, prontamente, soffocava gli scioperi e inoltre, con sempre più frequenza, usava l’intimidazione o la violenza per scoraggiare la propaganda sindacalista.[37]
Abbiamo avuto modo di venire a conoscenza del mutato atteggiamento dello SCAP evidenziato, principalmente, dalla scarcerazione dei criminali di guerra.
E’ interessante notare come, l’assenza di fonti attendibili e le fragili tesi americane rendano difficile la ricostruzione della verità storica. Malgrado le difficoltà, la documentazione disponibile evidenzia come il rilascio dei criminali coincida con la rinascita del comunismo in Giappone e l’inizio della guerra fredda.
Appurato che la yakuza costituiva l’unica forza capace di contrastare l’ascesa delle organizzazioni comuniste, si rese necessario procedere al loro reperimento. Nonostante l’incombenza, la violenza della nuova yakuza impediva allo SCAP di rivolgersi direttamente ai loro capi. Infatti, una diretta richiesta avrebbe sollevato diverse polemiche non solo perché in un passato non troppo lontano lo SCAP aveva promosso una campagna a loro discapito ma, soprattutto, perché la veste della nuova yakuza aveva turbato l’opinione pubblica.[38]
Visti i presupposti, si rese necessario trovare figure che facilitassero i contatti tra le parti. A tale proposito le autorità contattarono tutti quei personaggi che, prima della guerra avevano stretto solide amicizie nel mondo della yakuza. A partire dal 1948, entrarono in scena i tre kuromaku, colui che lavora e opera dietro la scena, Ryōichi Sasakawa, Nokusuke Kishi e Yoshio Kodama, destinati a diventare l’anello di congiunzione tra istituzioni politiche e universo criminale.
Personaggio dominato da un forte spirito nazionalista, notoriamente incline alla violenza, fu uno dei principali artefici del programma imperialista degli anni trenta. Le sue convinzioni nazionaliste furono tali da formare un vero e proprio esercito privato composto da 15 000 uomini, posti al servizio dell’Imperatore.
Fu un grande ammiratore di Benito Mussolini, incontrato a Roma nel 1939, e il suo fanatismo fu tale da fare indossare la camicia nera ai suoi uomini. Durante l’occupazione della Manchuria, grazie alle sue truppe assicurò la piena occupazione della manodopera disponibile diventando così uno dei principali promotori dello sviluppo economico del Giappone.[39]
Descritto come un individuo privo di scrupoli e potenzialmente pericoloso per il futuro politico del paese, accusato di crimini di guerra di classe A, nel 1945 fu rinchiuso nella prigione di Sugamo dove divise la cella con Kodama Yoshio.
Nel 1948, la sua scarcerazione fu agevolata dalla nuova linea politica dello SCAP. Quest’ultimo era venuto a conoscenza delle sue numerose amicizie legate al mondo della yakuza e delle sue idee anticomuniste. Sasakawa aveva intuito quanto fosse importante conquistare i favori degli americani e per questo usò quanto aveva a disposizione: l’opportunismo e il denaro.
La campagna imperialista si era tradotta per lui in un grande impero finanziario accumulato con attività legate al settore portuale e all’edilizia. Queste operazioni favorirono l’incontro con figure di spicco della yakuza come, Kazuo Taoka, inoltre gli consentirono di finanziare i sui gurentai inviati a sostegno delle autorità.[40] Gli ingenti finanziamenti furono favoriti dalle nuove attività a cui Sasakawa si era dedicato dopo la guerra. Alle tradizionali attività yakuza quali usura, estorsioni e mercato della prostituzione, si aggiungevano i proventi ricavati dal controllo della pornografia e dello spaccio di sostanze stupefacenti.[41]
Al successo economica si affiancava il costante impegno filantropico che egli stesso tendeva a sottolineare negli spazi pubblicitari trasmessi dalle televisioni di sua proprietà. Dopo aver conquistato l’opinione pubblica dei connazionali, Sasakawa si preoccupò di riabilitare la sua immagine agli occhi degli americani e per questo fece pervenire cospicue donazioni fatte nelle casse delle loro università.
Definito come il più singolare dei tre kuromaku, Kishi cominciò la sua carriera politica come seguace di Kita Ikki.
Tra il 1936 e il 1939 fu uno dei personaggi più influenti del Manchukuo e grazie al sostegno dei giovani yakuza coscritti, accumulò ingenti capitali. Lasciata la Manchuria nel 1941, fu chiamato a dirigere il Ministero del Commercio e dell’Industria ruolo che contribuì ad accrescere il suo potere nella sfera politica .
Con la sconfitta del Giappone, incriminato come criminale di guerra di classe A, fu incarcerato a Sugamo dove rimase fino al 23 dicembre 1948, data in cui venne rilasciato insieme a Kodama e Sasakawa. Uscito dal carcere, si impegnò per riabilitare la sua immagine presentandosi come rispettabile uomo politico al servizio della patria. Alleatosi con la destra nel 1952, a partire dal 1955 passò alla guida del Jiyūminshuto quindi nel 1957 fu nominato Primo Ministro.
Il suo percorso politico fu agevolato dagli ingenti capitali accumulati negli anni trenta grazie ai assoldava gli yakuza che, con l’intimidazione, si procurava i voti necessari o scoraggiava eventuali oppositori. In tal senso fu determinante il ruolo di Kodama Yoshio, amico di vecchia data, pronto a intervenire in suo aiuto per favorirgli l’ascesa verso le più alte vette istituzionali.[42]
Gli anni sessanta furono animati da dimostrazioni popolari contrarie al rinnovo del patto di sicurezza e alla presenza di armi nucleari americane sul suolo nipponico. Le proteste, capeggiate da esponenti di sinistra e sostenute dall’opinione pubblica, destarono preoccupazione sia nell’ambiente politico, sia in quello finanziario. Tenendo conto dell’incompetenza delle forze di polizia, Kishi si rivolse al fedele Kodama che, immediatamente, intervenne. Quest’ultimo, convocò gli yakuza più influenti creando un vero e proprio esercito di 28.000 uomini al servizio del Ministro Kishi e della causa nazionale. E’ interessante notare come, tra gli yakuza interpellati, spiccavano i nomi Kakuji Inagawa, capo della Kenseikai; Yoshimitsu Sekigami, capo della Sumiyaoshikai e Konosuke Ozu, tutti pronti a intervenire per la salvezza del paese. Il loro intervento rafforzò l’alleanza tra la teppa locale e le strutture politiche che legittimarono la loro presenza in nome della nazione.[43]
Mentre Taoka Kazuo diventava uno degli yakuza più potenti, Kodama Yoshio aderiva al pensiero ultranazionalista diventando il pupillo di Toyama Mitsuru. Egli fu uno dei maggiori sostenitori della campagna imperialista in Cina dove, come ufficiale dell’esercito, diede prova di grandi capacità organizzative e imprenditoriali. Queste qualità, insieme al carisma che lo caratterizzava, gli fecero guadagnare la fiducia del governo di Tōkyō che, a partire dal 1939, lo mandò in giro per l’Asia al fine di raccogliere informazioni sul comunismo.[44]
Nel 1941, subito dopo l’attacco a Pearl Harbor, fondò a Shangai la Kodama Kikan da cui ebbe origine un impero economico che, alla fine della guerra, raggiunse un giro di affari di 175 milioni di dollari. Egli era solito presentare la sua società come una compagnia totalmente priva di lucro nella quale il bilancio attivo era assicurato dalle prestazioni dei suoi fedeli collaboratori che, spontaneamente, si sacrificavano in nome della prosperità della patria. In realtà, indagini accurate rivelarono la costruzione di un vero e proprio colosso economico realizzato con lo sfruttamento di lavoratori coreani e cinesi operanti in condizioni disumane e sotto stretta sorveglianza delle truppe di gurentai. La presenza di questi ultimi fu fondamentale, infatti, accortosi dei profitti legati al mercato degli stupefacenti, Kodama divenne uno dei maggiori trafficanti di oppio.[45]
La gestione dei settori strategici gli consentì di conquistare la stima dei maggiori rappresentanti del mondo economico e politico. Usando astuzia e amicizie importanti diventò il maggior fornitore di tungsteno, controllò l’estrazione dei metalli e commerciò in materiali bellici.
Alla fine del conflitto, benché avesse cercato di eludere l’epurazione dello SCAP diventando consigliere imperiale, fu catturato e incriminato dal tribunale internazionale che lo dichiarò criminale di guerra di classe A. La sentenza di colpevolezza fu accompagnata da un severo giudizio che lo dipinse come il patriota più pericoloso. Rinchiuso a Sugamo da dove fu inaspettatamente rilasciato alla fine del 1948.
Sebbene gli americani tendessero a legittimare il rilascio di Kodama, facendolo rientrare nel progetto di assoluzione dei civili di fatto, è probabile che essi avessero chiesto la collaborazione di Kodama quando ancora si trovava a Sugamo. Consapevole della necessità di cooperare, Kodama fu lieto di rivelare le informazioni raccolte durante il suo soggiorno cinese, dando inizio a un’intensa collaborazione che lo fece comparire nel libro paga della CIA. Infatti, nel 1949, in cambio di 150 mila dollari, la CIA sfruttò le conoscenze di Kodama e gli affidò il compito di fare uscire dalla Cina un carico di tungsteno. In realtà la merce non fu mai consegnata, Kodama si tenne il denaro sostenendo che la nave era naufragata.[46]
Nel corso degli anni, grazie alle cospicue donazioni a sostegno del partito conservatore, Kodama riuscì a erigere attorno al governo un blocco politico. Ancora prima dell’ingresso nel carcere di Sugamo, Kodama aveva affidato la gestione del suo patrimonio a Karoku Tsuji, suo amico sin dai tempi della militanza al fianco di Toyama. Quest’ultimo aveva il compito di usare il denaro per finanziare la fondazione del neo Partito Democratico Liberale, donazioni che crearono la base su cui si fondò la stretta collaborazione tra Kodama e la diplomazia nipponica: il denaro.
Rimesso in libertà, il potente kuromaku si mosse per riallacciare i rapporti con le sue vecchie amicizie della yakuza. In precedenza, parlando di Kishi e Sasagawa, abbiamo avuto modo di capire quanto fosse importane il suo ruolo. Infatti, la sua intercessione veniva chiesta tutte le volte in cui il governo si rivelava incapace di intervenire con forza per riportare l’ordine tra la folla. Inoltre, ogni volta in cui la sinistra guidava le rivendicazioni dei lavoratori o faceva propaganda anticapitalista, le istituzioni si rivolgevano a Kodama. Il suo intervento si rivelò determinante soprattutto in periodo elettorale quando, i suoi yakuza erano utili per screditarne l’immagine della sinistra, scoraggiare gli avversari politici e procurare voti con l’intimidazione.
Nel 1949 Kodama era diventato uno degli uomini più autorevoli del Giappone con solide amicizie nel campo politico-economico e con un potere tale da influenzare l’operato della Zen Ai Kaigi nella quale era rilevante la presenza di yakuza.
Tra le sue amicizie comparivano potenti clan yakuza come la Sumiyoshikai di Tokyo, Kinosuke Ozu della Kinseikai e la Yamaguchigumi di Kobe inoltre, poiché tutti ne avevano gran rispetto, spesso interveniva come intermediario per sedare le dispute fra clan rivali.
Ormai consolidati i legami con il panorama politico-economico, Kodama si adoperò per realizzare una coalizione di yakuza che, animata da forti sentimenti nazionali, doveva essere un baluardo contro i movimenti di sinistra. La sua proposta fu accolta da sette importanti gruppi. Nel 1963, guidati dallo stesso Kodama, questi si unirono per formare la Kantōkai tuttavia, nonostante i primi successi, a causa dei conflitti interni al gruppo stesso, la coalizione incominciò a disgregarsi fino a sciogliersi definitivamente nel 1965.
Gli scontri tra i clan si erano trasferiti sulla scena politica nella quale si ripetevano i casi di estorsione, intimidazione e violenza. Intimidito, il governo si appellò al buon senso dei funzionari implicati e, per ridurre il fenomeno, diede inizio ad accurate indagini.
Il fallimento del suo progetto non intaccò l’immagine di Kodama, infatti, i personaggi della politica, yakuza potenti, gli uomini d’affari più importanti e gli intellettuali più in vista continuarono a frequentare casa sua, tutti disposti ad aspettare anche ore pur di rendergli omaggio e ascoltare le sue parole.[47]
[2] Giorgio BORSA, Il Nazionalismo nella Tradizione Politica Giapponese Pre moderna, in Le Origini del Nazionalismo in Asia Orientale, Appunti di Storia Modera del Professor Giancarlo Calza, Università di Pavia, pp. 68-114.
[4] George DE VOS, Keiichi MIZUSHIMA, op. cit., p.298.
[5] Giorgio BORSA, op. cit., pp. 68-114.
[7] Giorgio BORSA, op. cit., p.103.
[9] George DE VOS, Keiichi MIZUSSHIMA, op. cit., pp. 288-293.
[11] Richard DEACON, A History of The Japanese Secret Service, London, Frederick Muller Limited, 1992, 29-51.
[12] William G. BEASLEY, The Modern History of Japan, New York, Frederick A Praeger, Inc, Publishers, 1967, pp. 120-160.
[13] Richard DEACON, op. cit., pp. 29-51.
[15] David KAPLAN and Alec DUBRO, Yakuza: La Mafia Giapponese, Milano, Edizioni Comunità, 1987, pp. 40-45.
[16] Robert WHITING, Tōkyō Underworld, New York, Vintage Books, (a division of Random House, Inc.), 1999, p. 227.
[21] David KAPLAN, Alec DUBRO, op. cit. p. 56.
[24] Harumi BEFU, A Gift-Giving in Moderning, Japan, “Monumenta Nipponica”, Vol., 23, n. 2-3, 1968, pp. 445-456.
[25] George DE VOS, Keiichi MIZUSHIMA, op. cit. p. 300.
[30] Bruce A. GRAGERT, Yakuza: The Warlords of Japanese Organized Crime, “Annual Survey of INT’L & Coomp. Law” Vol. 4, n.1, 1997, pp. 147-245.
[40] David KAPLAN, Alec DUBRO, op. cit. p.95.
[43] David KAPLAN, Alec DUBRO, op. cit., pp. 84-92.
[44] Richard DEACON, op. cit., pp. 192-200.
[47] David KAPLAN, Alec DUBRO, op. cit.
Quando si pensa al Giappone si è soliti immaginare un paese in cui il popolo si muove ordinato nel rispetto della legalità. Questo quadro idilliaco è rafforzato dalla presenza di un servizio d’ordine efficiente e rinomato, capace di far rispettare la legge senza per questo intervenire con l’uso della forza. Questa immagine della società nipponica viene però ridimensionata quando si tiene presente che l’onestà dei suoi cittadini, più che a questioni prettamente morali, è legata al fatto che vivere nell’illegalità comporta grande imbarazzo sia per il singolo che per la sua famiglia.[1]
Quando nel 1991, la Japan Civil Liberties Union denunciò la polizia per abuso di autorità, sollevò una serie di dubbi sulla presenza o meno di elementi corrotti al suo interno. In seguito la Japan Federation of Bar Association avvalorò l’accusa, sostenendo che il rilascio dei sospetti era spesso dovuto all’inettitudine degli investigatori che non riuscivano ad estorcere le confessioni con appropriati metodi coercitivi.[2] La loro incompetenza è accentuata dal fatto che essi non sono riusciti a estirpare le radici della yakuza o a ridurre i loro traffici illeciti. Al contrario, la yakuza sembra essere un fenomeno che cresce a dispetto delle misure legali e degli interventi in forze.
Un sondaggio realizzato nel 1985 dalla National Police Agency rivela che il 7,8% degli intervistati accettano i bōryōkudan, sostenendo che la loro presenza sia necessaria per la società stessa. Dalla stessa indagine risulta che il 4,9% degli intervistati ritiene che, in caso di difficoltà, essi possono contare sull’intervento della yakuza. Questa sorta di legittimazione da parte della società, può essere spiegata dal fatto che il crimine organizzato nipponico funge da vero e proprio deterrente della microcriminalità.
Detenendo un indiscusso ruolo quale supervisore del crimine, la yakuza è pronta a intervenire per reprimere ogni minima presenza di microcriminalità, punendo i colpevoli con pene esemplari al fine di scoraggiare chiunque voglia fare altrettanto. Le azioni punitive, oltre a difendere il giro d’affari da loro gestito, mira a tutelare l’etica che da sempre li ha caratterizzati. Fedele al ninkyōdō, un bōryōkudan rifiuta la microcriminalità considerata disonorevole e non aggredisce mai un katagi. Di conseguenza i cittadini sono liberi di camminare per la città certi di non correre alcun pericolo. Mantenendo uno stretto controllo sui propri affari, la yakuza assicura l’ordine nei niwabari realizzando una sorta di mutua collaborazione con le forze dell’ordine che non hanno certo interesse a soffocare il fenomeno.
Un occidentale non può fare a meno di sorprendersi quando, girando per un quartiere cittadino, gli capita di trovarsi davanti a una stazione di polizia e subito dopo imbattersi nel quartiere generale di un clan yakuza che affigge liberamente il suo stemma fuori dalla porta. La convivenza pacifica è favorita dalle affinità ideologiche: entrambe vantano un forte spirito nazionalista e conservatore; ambedue sono costruite sulla base di una struttura gerarchica in cui i componenti si muovono in uno ambiente saturo degli antichi ideali di fedeltà e pietà filiale.[3]
Le analogie ideologiche e strutturali non bastano comunque a giustificare un rapporto così stretto. La National Police Agency ha rivelato che, in diversi casi, la polizia ottiene parte dei proventi ricavati dalle attività illecite sottratte ai dovuti controlli.
Negli anni ottanta un grosso scandalo coinvolse la polizia di Ōsaka che fu accusata di aver abusato della sua autorità, favorendo l’importazione di giovani donne straniere destinate a finanziare il mercato della prostituzione, concentrato nei locali notturni gestiti dalla yakuza. Negli stessi anni, ufficiali di spicco furono arrestati perché accusati di aver accettato pagamenti in denaro in cambio del quale, essi avevano escluso il gioco d’azzardo da qualsiasi ispezione.[4]
Sebbene il governo abbia spesso cercato di arginare il fenomeno della corruzione, tenendo conto del patrimonio culturale autoctono, è difficile accusare di corruzione un giapponese. In Giappone, paese in cui la cultura del dono è saldamente radicata, è problematico tracciare una linea di demarcazione che segni il confine tra i due concetti. Nel tentativo di arginare il fenomeno, il governo ha provato a stabilire il suo valore massimo e nel caso in cui questo venga superato, verrà considerato corruzione.[5]
In passato la polizia ha cercato di mettere in guardia la cittadinanza informandola sulle attività illegali gestite dal crimine organizzato, invitandola a denunciare qualsiasi forma di violenza o di intimidazione. I commissariati hanno incoraggiato i cittadini a escludere le famiglie degli yakuza impedendo ai figli di giocare con i loro e a imbarazzando le mogli, togliendo loro il saluto. In altri casi, la polizia ha chiesto ai clan una lunga documentazione prima di concedere loro il permesso di organizzare solenni funerali o suntuose cerimonie d’iniziazione.
Le forze dell’ordine hanno anche compiuto una serie di irruzioni nelle sedi della yakuza tuttavia, queste non sono sempre andate a buon fine. In genere gli ufficiali corrotti informano il clan dando loro la possibilità di fuggire.[6] Paradossalmente, poiché la yakuza rispetta i compiti svolti dalla polizia, lasciano sempre qualche prova che attesti la loro presenza prima della fuga.
Sebbene le istituzioni pubbliche abbiano più volte cercato di intervenire per arginare il potere della yakuza, questa è diventata una delle organizzazioni criminali più grandi del mondo con un giro d’affari di proporzioni immense. E’ interessante notare come nel corso degli anni il numero delle ikka (casa, famiglia) sia diminuito mentre, al contrario, sono aumentati i componenti dei clan più importanti. E’ stato appurato che dal 1979 al 1988 il numero degli yakuza erano diminuiti passando da 106.754 a 86.552 mentre, il totale dei componenti dei tre clan principali, la Yamaguchigumi a Kobe, la Inagawakai e la Sumiyoshikai a Tōkyō, erano aumentati da 29.225 a 34.492.
Nel 1996 la Polizia ha accertato l’esistenza di 46.000 yakuza attivi in 3.120 gruppi coadiuvati da 33.900 collaboratori. Questi ultimi, anche se non compaiono nelle liste dei membri effettivi, prestano comunque il loro supporto. Per avere un’idea della potenza umana di uno dei sindacati più importanti del Giappone, basta pensare che la Yamaguchigumi vantava 33.600 membri effettivi mentre nel 1979 ne aveva 20.826, ai quali si aggiungevano i 1.290 affiliati operanti in 43 delle 47 prefetture del Giappone.[7]
E’ interessante notare come con l’emanazione della legge anti bōryōkudan del 1992 le ikka, siano diminuite in modo considerevole. Infatti, rispetto al 1991, il numero degli yakuza si era ridotto di 11.000 unità mentre, il numero complessivo dei grandi clan passò dal 61,6% al 69,6%.[8]
La polizia ritiene che, al fine di proteggere le organizzazioni da eventuali inchieste, alcuni suoi membri abbiano abbandonato spontaneamente il gruppo per gestire attività legalmente riconosciute, dietro le quali celavano gli sporchi traffici delle ikka da cui si erano apparentemente allontanati. La National Police Agency fa sapere che nel 1989 la yakuza gestiva un giro d’affari stimato in 1.302 trilioni di ¥, circa 9.5 bilioni di dollari americani. La maggior parte del denaro è il risultato del miracolo economico degli anni ottanta che offrì l’opportunità di estendere il controllo su nuovi settori finanziari.
La dura campagna di arresti promossa nel 1993 portò all’incarcerazione di 1.440 yakuza, di questi il 43% si dichiarava disoccupato, in realtà, il 6.1% di loro percepiva un reddito mensile di circa 210.00¥ mentre il 5.9% aveva un’entrata di 1 milione di ¥ al mese.
Sin dalla loro comparsa tekiya e bakuto sono stati coinvolti nelle forme tradizionali del crimine organizzato mantenendo uno stretto controllo sull’estorsione di denaro, sulla prostituzione, il gioco d’azzardo e l’usura. Dimostrando una grande capacità di stare sempre al passo coi tempi, a partire dagli anni ’40, la yakuza estese il controllo sull’edilizia, la falsificazione di denaro e dei valori bollati, l’industria del sesso, il contrabbando di immigrati e la frode.
Negli anni settanta i bōryōkudan si specializzarono nell’importazione di armi da fuoco e di sostanze stupefacenti, investendo ingenti capitali nelle Hawai, in California, in America latina e in Canada.
E’ molto probabile che la sua internazionalizzazione sia legata alla necessità di fuggire alle rigide detrazioni fiscali a cui furono sottoposte le compagnie da loro controllate. In sostanza, la yakuza è riuscita a consolidare la sua posizione dominando incontrastata l’universo del crimine organizzato nipponico e conquistando una posizione ragguardevole nel mercato internazionale.
La sua ascesa economica fu indubbiamente agevolata dal boom economico del Giappone a partire dagli anni ottanta. Con il passare del tempo i sindacati del crimine organizzato riuscirono a investire ingenti capitali in attività legali. Alla gestione di rispettabili country club con campi da golf annessi; di grandi magazzini, di servizi di sicurezza, di banche, di compagnie di costruzione e di demolizione e dell’industria cinematografica, si aggiunge quella di agenzie turistiche e di ogni attività legata al settore del divertimento e a gestire importanti complessi ospedalieri.
La politica del governo e le consuetudini dei cittadini hanno fatto del Giappone uno dei paesi con il più alto tasso di risparmio. Infatti, negli anni precedenti il 1980 questo corrispondeva a circa il 20% del reddito individuale complessivo. Tuttavia, neanche il Giappone è rimasto insensibile al crescente consumismo tanto che, il mercato dei prestiti passò dai 103 miliardi di dollari del 1973 ai 958 miliardi dei primi anni ottanta.
Trattandosi di un fenomeno prevalentemente nuovo, i primi a conquistare un ruolo di primo piano furono i sarakin, finanziatori dei salariati, uomini riuniti in vere e proprie agenzie di prestito che concedono crediti ad alti tassi di interesse e a breve termine di restituzione. Si calcola che nei primi anni del 1980 i sarakin erano presenti sul territorio nazionale con 42.000 agenzie che conquistarono il mercato del credito, anche grazie alla politica degli istituti finanziari, legalmente riconosciuti, riluttanti a concedere crediti ai privati.[9]
Nel tentativo di frenare il monopolio dei sarakin e conquistare una fetta del mercato, nel 1983 il governo approvò un programma legislativo mirato ad agevolare il settore limitando i tassi d’interesse, prima fissati al 110% annuo quindi al 73% e destinato a scendere al 40% nel 1987. Queste misure agevolarono la presenza degli istituti di credito stranieri tuttavia, benché questi calcolassero tassi compresi tra il 18% e il 28%, i giapponesi continuavano a rivolgersi ai sarakin.
Spesso, malgrado le vantaggiose condizioni offerte dagli istituti di credito, capita che i clienti non riescono a liquidare i debiti contratti. In questo caso, al fine di riequilibrare il bilancio, le banche cedono i crediti insoluti ai sarakin che provvedono a riscuoterli. La presenza della yakuza, attratta da un settore così redditizio, è stata quindi agevolata dalle stesse banche che, nel timore di violente rappresaglie, hanno lasciato che il crimine organizzato diventasse il principale addetto del settore.[10]
Sebbene le autorità abbiano promosso una dura campagna contro i sarakin, i giapponesi continuano a rivolgersi a loro sia per consuetudine, sia perché questi concedono i prestiti con maggiore facilità. In realtà, l’apparente disponibilità nasconde le continue e assillanti intimidazioni dei sarakin che intendono così ottenere la restituzione del credito sottoscritto.
Contrariamente a quanto si pensi non sono le minacce a preoccupare gli insolventi ma ciò che li angustia sono le subdole tattiche volte a danneggiare l’orgogliodei creditori. Le continue visite dei sarakin creano un forte imbarazzo nei giapponesi che, non sopportandone il peso, sono costretti a lasciare il lavoro e le loro famiglie o addirittura a suicidarsi. Questi dati evidenziano il motivo per cui i sarakin sono considerati tra i primi responsabili dell’alta percentuale di suicidi e dei johatsu, gli evaporati o scomparsi. Da un’indagine realizzata nel 1982, è emerso che sul totale dei suicidi verificatisi in quell’anno, 2400 erano ricollegabili ai sarakin mentre, 7300 soggetti abbandonarono le famiglie. Tenendo conto dei gravi danni apportati al settore finanziario, queste cifre dimostrano quanto i sarakin costituiscano una grave piaga sociale.[11]
Sin dalla sua origine, la yakuza ha mantenuto un posto di rilievo nel settore edilizio operando con imprese di grande fama che, approfittando delle influenti conoscenze tra gli amministratori pubblici, sono riuscite ad aggiudicarsi appalti miliardari. Tenendo conto dello sviluppo urbano, tipico di ogni società industrializzata, e della conformazione fisica del territorio, con il passare del tempo si è ridotta in modo considerevole la disponibilità di aree edificabili.
Attratte dalle enormi somme ottenute dalla compravendita dei terreni, le grandi compagnie e le banche si contendono gli spazi ancora liberi, generalmente concentrati nelle zone periferiche delle grandi città. La loro attenzione si concentra soprattutto su quei lotti adiacenti a vaste aree di sviluppo come, per esempio, quelle in cui esiste un progetto per la realizzazione di un grande campo da golf; altre volte l’interesse cade su locali situati all’ombra di grosse costruzioni al centro della città. Il loro scopo è di impadronirsi di quelle aree e quindi, speculando sul prezzo di vendita, cedendoli al maggior offerente che provvederà a realizzare progetti miliardari.
Poiché non sempre i proprietari sono disposti a cedere le proprietà, gli interessati si rivolgono ai jiageya, una sorta di procacciatori di terre edificabili al servizio della yakuza. Operando dietro altissimi compensi, i jiageya hanno il compito di convincere con l’intimidazione e la violenza i soggetti riluttanti che, non di rado, si vedono distruggere lo stabile davanti agli occhi senza avere alcuna possibilità d’intervenire. Il giro d’affari legato alla speculazione edilizia ha fatto di loro delle figure indispensabili per le banche che non possono farne a meno e infatti essi sono soliti dichiarare:
Questa affermazione evidenzia come, la collaborazione con importanti istituti di credito e affermate compagnie, hanno fatto dei jiageya uno dei settori più redditizi della yakuza.
Integrandosi perfettamente con lo sviluppo economico del paese, la yakuza ha saputo dare vita a nuove figure che le hanno permesso di esercitare una forte influenza nei consigli di amministrazione delle grandi società per azioni. In questo senso la loro presenza è stata favorita da una nuovo gruppo, i sōkaiya, azionisti professionisti che, rilevate le quote minime di partecipazione, intervengono alle assemblee deliberanti influenzando le decisioni con l’uso dell’intimidazione e della violenza.
Già attivi nel 1890, anno in cui fu emanato il Primo Codice Commerciale del Giappone, i primi sōkaiya più famosi furono Chiharu Inokichi e Takebe Kosaku che, con l’estorsione di denaro, riuscivano a infiltrarsi nelle assemblee delle più note compagnie disturbandone le discussioni.[13] Negli anni dell’occupazione, gli americani rilevarono l’esistenza di anomale amministrazioni aziendali nelle quali esistevano due tipi di azionisti: quelli che decidevano e quelli che sottostavano ai loro provvedimenti. Alla richiesta di spiegazioni, i giapponesi rispondevano che, ”in realtà,gli azionisti non hanno nulla da dire.”[14]
I programmi di riforma attuati dallo SCAP tendevano ad eliminare queste disparità. Tuttavia, essi non ottennero i risultati sperati infatti, tra il 1960 e il 1970 in Giappone erano attivi circa 600 sōkaiya operanti in aziende di importanza nazionale. Uno degli esempi più rilevanti è legato a un grosso scandalo del 1970 quando, grazie ai sōkaiya, uno dei colossi della petrolchimica era riuscito a nascondere i danni causati all’ambiente e alla popolazione di Minamata.[15]
Successivamente furono rilevati legami tra sōkaiya e gruppi di giovani ultra nazionalisti, entrambi chiamati a soffocare con la forza le contestazioni della sinistra che si opponeva contro il sostegno delle industrie nipponiche alla guerra del Vietnam.[16]
Nel 1974 la National Police Agency afferma l’esistenza di una stretta connessione tra i sōkaiya e la yakuza, la tesi fu avvalorata dalla confisca di 900 milioni di yen provenienti dalle estorsioni. Successivamente, un censimento delle forze dell’ordine rivelò che le compagnie di sōkaiya erano aumentate di numero passando dai 5227 del 1975, ai 6240 nel 1976 raggiungendo i 6504 nel 1977.
Ma, come operano i sokaiya? Sostanzialmente, dopo aver acquistato le quote azionarie necessarie per partecipare alle assemblee, scavano nella vita privata degli azionisti e usano le informazioni per ricattarli. Questi ultimi pagano somme altissime per impedire che vengano rese pubbliche evasioni fiscali, amanti nascoste o il mancato rispetto delle norme di sicurezza. Alcuni gruppi di sōkaiya organizzano grandi feste alle quali partecipano importanti uomini d’affari che si presentano con un adeguato dono in denaro riposto in apposite buste. L’aspetto più curioso riguardo a questa forma di ricatto è che le somme pagate possono essere facilmente dedotte dalle imposte, registrandole sotto la voce di donazioni o spese di pubblicità.
Al fine di impedire che le contestazioni creino disordini spezzando l’armonia dell’assemblea, diverse compagnie assumono gruppi di sōkaiya che intervengono prontamente per zittire gli oppositori. Le assunzioni sono dettate anche dalla necessità di ridurre al minimo i tempi di riunione. In realtà, gli azionisti si incontrano privatamente per decidere le strategie che verranno formalmente approvate durante le assemblee. Solitamente tutto il programma aziendale viene discusso in un ora; da ciò risulta evidente il clamore suscitato nel 1984 della Sony che, a causa delle continue interruzioni dei sōkaiya, rimase in riunione per 13 ore e mezza.[17] Un’altro meccanismo di autodifesa si realizza nella stretta collaborazione delle aziende che, di comune accordo, decidono di riunirsi lo stesso giorno impedendo ai sōkaiya di essere presenti contemporaneamente in più riunioni.
Le preoccupazioni furono alimentate dalla violenza dei loro interventi. Al fine di mettere un definitivo freno al fenomeno, nel 1982 fu approvata la riforma del codice commerciale con il quale si vietava alle aziende di assumere o pagare gli yakuza. Il provvedimento non diede i risultati sperati. I gruppi di sōkaiya ancora oggi arginano le misure di sicurezza registrandosi come organizzazioni di estrema destra alle quali, di diritto, spettano i contributi statali. Nonostante le azioni repressive, i sōkaiya continuano ad essere attivi e in costante aumento. Dai 650 del 1977 sono cresciuti fino a raggiungere i 1200 nel 1979 e i 6300 nel 1989, cifra che evidenzia il fallimento dei provvedimenti adottati. [18]
Il 4 febbraio del 1976 la stampa nazionale riportava lunghi articoli in cui il presidente della Lockheed Aircraft Corporation, Carl Kitchian, rilasciava una dettagliata confessione riguardo a ingenti somme di denaro, segretamente trasferite nei conti di noti personaggi della politica e della finanza giapponese. Una minuziosa documentazione rivelava che, nonostante le passate misure restrittive, era ancora forte l’alleanza tra la destra e la yakuza.
Le indagini coinvolgevano ancora una volta Kodama Yoshio in cui la stampa identificava l’intermediario tra politica e malavita. Inoltre, poiché nello scandalo era coinvolto anche il Primo Ministro Tanaka Kakuei, erano ormai svelati i numerosi imbrogli elettorali.[19]
Il racconto di Kitchian cominciava dal 1957, anno in cui la società americana decise di espandere il suo giro d’affari in Giappone. Preoccupato dall’andamento negativo delle vendite, l’amministratore delegato in Giappone, John Kenneth Hull, si rivolse a Taro Fukuda affinché gli organizzasse un incontro con un personaggio politicamente influente. Fukuda era un interprete che negli anni della politica antimilitarista era stato rinchiuso nel carcere di Sugamo, dove aveva stretto una forte amicizia con Kodama Yoshio che lo nominò suo biografo ufficiale.
Secondo Fukuda, il personaggio ideale era Kodama che, in quegli anni, aveva consolidato i rapporti nel mondo politico finanziario e conquistato il ruolo di indiscusso mediatore tra yakuza e alte istituzioni. Servendosi delle sue amicizie politiche, egli riuscì a influenzare le autorità competenti che decisero improvvisamente di acquistare gli aerei dalla Lockheed. Tra coloro che accolsero prontamente la richiesta di Kodama comparivano nomi eccellenti come quello del Primo Ministro Nobusuke Kishi la cui elezione era strettamente connessa al sostegno di Kodama e dei suoi gurentai. Kodama aveva dato vita a una grande macchina economica e per agevolarne il funzionamento si rese necessario ottenere la collaborazione di una persona autorevole che potesse influenzare il governo in modo più diretto. La scelta cadde su Tanaka Kakuei, allora Ministro dell’Industria e del Commercio Estero, candidato alle prossime elezioni come Primo Ministro. Sebbene lo stimasse per le sue abilità politiche, Kodama non lo conosceva personalmente quindi occorreva trovare un intermediario. A questo punto entrò in scena Osano Kenji, un personaggio abile e astuto che aveva creato un vero e proprio impero finanziario gestendo le attività più disparate. Le sue conoscenze in campo politico erano strettamente connesse alle numerose donazioni a sostegno delle campagne elettorali dei candidati del PDL. Osano era un intermediario perfetto giacché conosceva sia Tanaka che Kodama. Con il primo era entrato in affari nel 1965 mentre, con il secondo era legato dalle numerose donazioni destinate a finanziare l’attività dei gurentai.
La decisione di aumentare il traffico aereo nazionale aveva portato il governo a stringere un accordo con la MacDouglas dalla quale aveva deciso di acquistare aerei DC10. A questo punto Kodama convinse Osano, già maggior azionista della Japan Air Lines, a rilevare le quote azionarie della All Nippon Airwais quindi, fece intervenire i suoi sōkaiya. Le loro rivelazioni imbarazzarono il presidente della compagnia che, dimessosi il giorno seguente, fu prontamente sostituito con un protetto di Kodama. Quest’ultimo usò ancora le sue vecchie amicizie e chiese l’intervento di Sasakawa, allora addetto alla prevenzione dell’inquinamento sonoro, al quale venne offerta una grossa somma in cambio del silenzio sugli aerei della Lockheed. Eletto Primo Ministro nel 1972, grazie al sostegno di Kodama e della yakuza, Tanaka ordinò l’acquisto dei TriStar L1011 e subito dopo la società americana trasferì in Giappone le tangenti per il potente kuromaku e per i suoi collaboratori.
Considerati gli ottimi risultati ottenuti grazie all’intervento di Kodama, la Lockheed continuò a usufruire dei sui favori trasferendo sui suoi conti grandi quantitativi di denaro. Si calcola che nel 1969, dopo aver concluso il contratto per la vendita dei TriStar L1011, la società americana versava dai 120.000 ai 180.000 dollari aumentando così il già consistente patrimonio del kuromaku che usava parte delle entrate per finanziare i gruppi yakuza.[20]
Quando le autorità americane chiesero spiegazioni sui continui trasferimenti di denaro, la relazione illecita tra la Lockheed e le autorità nipponiche fu smascherata, sollevando un clamore senza precedenti. La stampa americana sosteneva che, il progetto economico della Lockheed, celava in realtà un piano ideato dalla CIA che voleva ripristinare i rapporti tra la destra e i gurentai ultranazionalisti in vista del pericolo comunista. La stampa giapponese cercò di difendere il paese sostenendo che, in realtà, l’acquisto degli aerei era stato sollecitato dallo stesso presidente Richard Nixon che intendeva così risanare il bilancio degli Stati Uniti. [21] Qualunque fosse stato il loro ruolo, la cosa certa era che gli americani avevano violato i tanto decantati principi di democrazia e di libera concorrenza e favorito il rinnovamento dell’alleanza delle forze politiche con la yakuza, la cui presenza era ormai diventata necessaria per assicurarsi i seggi elettorali.[22]
[2] Frank F. Y. HUANG and Micheal S. VAUGHAN, op. cit., pp. 19-57.
[6] Walter AMES, op. cit. p.127.
[7] Shigeru BOZONO, Yakuza on the Defensive, “JQ”, January-March 1998, pp. 79-86.
[10] Robert DELFS, Japan: Feeding on the system: Gangster Play Increasing Role in Business and Politics, “Far Eastern Economic Review”, Hong Kong, 21, Nov, 1991, Vol. 154, N. 47, pp. 28-29.
[11] Tom GILL, Streetwinter, Tōkyō, “Tōkyō Business Today”, April 1994.
[12] Robert DELF, Smoking Guns, “FER”, Dec., 2, 1992, pp. 18-20.
[13] Kennet SZKYMKOWIAK, Sōkaiya: An Examination of the social and Legal Development of Japan’s Corporate Extortionist, “InternationalJournailoftheSociologicalLaw”, 1994, Vol., 2, pp. 123–143.
[14] Kennet SZKYMKOWIAK, Sōkaiya Criminal Group and the Conflict for Corporate Power in Postwar Japan, “Asian Profile”, Vol. 20, N. 4, pp. 297–308.
[18] BALDWIN FRANK, The Idiom of Contemporary Japan, “JI”, 8, Winter 1974, pp. 502-509.
[19] Hans H. Baerwald, Lockheed and Japanese Politics, “AS”, Vol., XVI, n. 9, 1976, pp. 817-829.
[20] Rei SHIRATORI, The Lockheed Affair: A second Look at Democracy, “Japan Echo”, Vol., III, N. 2, 1976, pp. 23-30.
[21] Hiroshi IMAZU, Power Mosaic: Hotbed of the Lockheed Case, “JQ”, Vol., XXIII, N. 3, July, 1976, pp. 228-237.
[22] Rei SHIRATORI, art. cit., pp. 23-30.
Prendendo in considerazione la yakuza e la sua struttura interna è evidente la presenza di elementi e ideologie propriamente confuciane. Introdotta in Giappone nel VII secolo d.C., l’etica confuciana subì inevitabili modifiche fino a fondersi e adattarsi alle esigenze della cultura autoctona. Il suo peso fu tale da influenzare la vita e le istituzioni nipponiche fissando le basi di un organizzazione sociale in cui le relazioni personali furono ampliate e rafforzate. L’influsso sulla popolazione indigena modificò anche i più piccoli nuclei familiari all’interno dei quali la pietà filale rese stabile una struttura organizzativa di tipo gerarchico.[1]
L’ideologia si estese fino a plagiare i primi gruppi di bakuto e tekiya che seguendo questo modello formarono corporazioni nelle quali l’impronta confuciana fu così profonda da essere ancora oggi peculiare. In ogni gruppo yakuza è possibile trovare modelli tradizionali di cui la ie, casa, famiglia, è l’esempio più caratteristico.
Al suo interno sono riconoscibili particolarità che si discostano in modo considerevole da quelle abitualmente adottate nel mondo occidentale. Possiamo definire ie come un gruppo corporativo in cui è presente una struttura gerarchica ben definita e nella quale i componenti sono vincolati da solidi legami di interdipendenza.[2]
Al fine di assicurare la successione familiare, fondamentale per la sua esistenza, ogni ie fa suo il concetto tipicamente feudale di ichizoku roto, gruppo allargato. Questa forma era comunemente usato dalle famiglie agricole che accoglievano in casa un numero imprecisato di vassalli che, in cambio della benevolenza ricevuta, assicuravano al buon padre di famiglia fedeltà incondizionata.[3]
Integrando ichizoku roto, la ie diventa un organizzazione nella quale i rapporti umani assumono una rilevanza tale da mettere in ombra i legami biologici. Inoltre essi operano congiuntamente per il bene e nell’interesse della ie, obiettivo raggiunto anche a costo del sacrificio personale.
L’adozione dell’etica confuciana nel contesto yakuza favorì la comparsa di coalizioni compatte e impenetrabili nelle quali, ancora oggi, dominano solidi rapporti e una forte coscienza di gruppo. Questo si presenta come un’unità in cui le parti, vincolate da relazioni reali o fittizie, sono organizzate sulla base dei valori tradizionali grazie ai quali è possibile regolare i rapporti interni.[4]
Il lavoro congiunto consolida il legame tra i componenti e la consapevolezza di appartenere a uno stesso gruppo sociale al cui interno ogni individuo si muove conscio dello status occupato. Il potere e l’influenza del gruppo influenzano le azioni del singolo fino a modificarne idee e pensiero. La diffusione di una coscienza unitaria, riduce la sua autonomia, egli trova la sua individualità solo all’interno della coalizione. [5]
Seguendo il modello tradizionale, nel contesto criminale il concetto di ie si traduce in ikka, casa, famiglia.Quest’ultima si presenta come un gruppo organico e chiuso i cui i rapporti sono costruiti sull’etica tradizionale che contribuisce a creare un composito sistema organizzativo caratterizzato da una forte consapevolezza di gruppo e da un radicato senso di coesione.
Rifacendosi alle ie, anche la ikka, altresì detta kumi, banda o gruppo, adottano il proprio nome di famiglia, facilitandone l’identificazione nel popolato universo criminale. Il suo riconoscimento è possibile quando kumi o ikka sono precedute da un cognome, in genere quello del fondatore o, in altri casi, dal nome del niwabari, territorio, su cui essa esercita il controllo. A dimostrazione di quanto la yakuza sia spesso incurante dei nomi ufficiali, sono sempre più frequenti i casi in cui questa sceglie di rendersi riconoscibile utilizzando termini impersonali.[6] E' stato anche appurato che, nelle presentazioni pubbliche, la parola kumi è trasformata in gumi mentre ikka può diventare kumi o, più comunemente, kai, associazione. L’atteggiamento esclusivo assunto nei confronti del mondo esterno fa sì che, nell’universo criminale, il nome della ikka echeggi come quello di un’indiscussa e potente autorità.
Non esiste un corpo amministrativo centrale atto a governare l’intera attività dei bōryōkudan tuttavia, sebbene ogni una di loro appaia teoricamente autonoma, tutte le ikka presentano una struttura gerarchica comune e ben delineata. Anche se rigidamente strutturata, la coesione appare piuttosto instabile e contraddittoria. In realtà, grazie alle qualità fisiche e morali tutti i suoi componenti possono migliorare lo status nella scala gerarchica accrescendo così il loro potere.
Governate da severe norme comportamentali, le ikka sono costruite sulla base di due tipi di organizzazione, la struttura a piramide e quella di tipo federale.
Per avere una maggiore comprensione della struttura in questione, proviamo a immaginare una piramide in cui ogni individuo si muove nella piena consapevolezza della posizione occupata.
Seguendo il modello tradizionale, un unico soggetto chiamato oyabun o kumichō, colui che detiene il ruolo di genitore, occupa il vertice della piramide. Rivestendo la funzione del capo famiglia, egli ha piena autorità su tutti i seguaci inoltre, a luisonoriservati la incarichi decisionali, di controllo. In realtà, anche se responsabile degli affari della ikka, a visionare sulle questioni prettamente economiche è un suo deputato mentre lo oyabun limita la sua presenza a una breve e fugace apparizione per salutare e accogliere i clienti secondo il cerimoniale classico.
Ogni oyabun ha al seguito un numero imprecisato di subordinati la cui quantità è rapportata al suo potere effettivo e a quello della ikka da lui capeggiata. Nella scala gerarchica i subordinati più importanti sono rappresentati da quattro shatei, giovani fratelli, ai quali seguono gli wakashira hosa, assistenti dei giovani fratelli, capeggiati da un leader nominato wakashira. Shatei, wakashira e wakashiri hosa costituiscono un comitato direzionale o consiglio supremo noto come Saiko kanbu kai, consiglio di sei anziani che, riunendosi mensilmente, oltre a deliberare sulle questioni amministrative, decide sulla ripartizione delle entrate economiche.[7]
La stratificazione continua con una serie di ruoli secondari comunemente noti come kobun, colui che occupa lo status di figlio. Ogni kobun è chiamato a svolgere compiti esecutivi e partecipa alla distribuzione dei niwabari che controlla aiutato dagli wakashu, giovani spavaldi e prepotenti. Questi si avvalgono della collaborazione dei kumi in, soldati semplici, una sorta di esercito pronto a eseguire gli ordini superiori.[8] Tutti i subordinati sono consci del loro status e dell’interesse che li accomuna e per questo, compatti, agiscono per il bene della ikka edel benevolo oyabun.[9]
Spesso accomunata alla organizzazione criminale creata negli anni trenta da Lucky Luciano, la struttura federale si presenta come una moderna organizzazione nella quale il potere viene equamente distribuito tra le ikka che vi aderiscono. Tra le associate viene scelto e nominato lo oyabun che esercita l’autorità e il controllo su l’intera federazione. Sebbene la spartizione del potere conferisca una maggiore autonomia alle singole ikka, nel kumichō federale si concentra comunque un’autorità tale da farne la forza di coesione dell’intera organizzazione.[10]
Come nella struttura piramidale anche in quella federale un oyabun minore controlla il niwabari di competenza, sul quale esercita il mizushōbai, letteralmente la raccolta dell’acqua, che possiamo considerare molto vicino al “pizzo” tipico della mafia siciliana. Questo genere di operazione, infatti, si concretizza nella raccolta di denaro che, ristoranti, bagni pubblici, sale da gioco e locali notturni, sono tenuti a corrispondere per esercitare indisturbati la loro attività. Accanto a queste operazioni, i singoli clan si occupano di tutti gli affari della ikka come lo smistamento e il controllo del mercato delle prostituzione o la gestione della compravendita delle sostanze stupefacenti.[11]
Ogni gruppo secondario deve sottostare agli ordini superiori senza avere la possibilità di gestire in proprio attività collaterali. Individualmente, essi sono tenuti al pagamento mensile di una somma da corrispondere al sindacato più alto che, a sua volta, versa il denaro nella cassa dello oyabun al netto di una trattenuta. Particolari circostanze come il primo giorno dell’anno, la celebrazione di funerali e la scarcerazione di un forniscono l’occasione per ulteriori versamenti effettuati sotto forma di regalo.[12] Seguendo la tradizione di tekiya e bakuto, il mancato pagamento della somma dovuta, scatena l’ira dello oyabun che reagisce imponendo punizioni severe e esemplari. Tra gli altri obblighi che i kobun sono tenuti a rispettare sono comprese le visite ai superiori o a qualcuno con cui si suppone di dover mantenere futuri, ogni visita è accompagnata da un regalo appropriato.
Rispetto alla struttura di tipo piramidale, quella federale è un’organizzazione più moderna in cui il potere decentrato non ha affatto sminuito il giro d’affari, infatti, secondo una stima fatta delle autorità statali, un sindacato federale ha un introito superiore ai 260 milioni di dollari all’anno.[13]
Come è stato più volte evidenziato, per l’esistenza della ikka è fondamentale la figura dello oyabun, presenza carismatica su cui è concentrato l’intero potere del sindacato.
Considerata la sua importanza, l’intera cerchia, compatta, si impegna a nascondere al pubblico il volto dello oyabun. Infatti, chiunquedesideri incontrarlo deve seguire un iter fatto di adeguate presentazioni tramite intermediari e vengono sottoporsi a interviste preliminari che attestino l’affidabilità del candidato.
Come accade in ogni gruppo sociale che si rispetti, anche nelle ikka la successione alla carica di oyabun, atome, è vitale per l’esistenza del gruppo e solo coloro che gli sono stati fedeli e leali possono considerarsi eleggibili. La tradizione vuole che, per il bene del gruppo stesso, la carica non sempre sia ereditaria quindi l’aspirante può essere scelto tra gli ichikobun, primo rango dei kobun, più capaci e morigerati. Le sue qualità vengono inevitabilmente riconosciute dal resto della ikka. Tra tutti si diffonde presto un consenso implicito che lo designa legittimo successore dello oyabun in carica.
Anche in questa circostanza, come per l’ingresso nella ikka, si celebra la cerimonia d’iniziazione durante la quale il nuovo oyabun giura eterna fedeltà alla ikka e promette di prendersi cura dei suoi kobun. Considerata la sua importanza, la scelta deve essere ponderata, imparziale e, soprattutto, deve trovare concorde tutto il mondo della yakuza. Nell’eventualità che la scelta del nuovo oyabun dovesse essere causa di discordia, per impedire una frattura interna e lo spargimento di sangue, il lo oyabun deve dare prova di rettitudine lasciando la carica.[14]
Rifacendosi all’antica tradizione rituale, la riconciliazione tra le fazioni opposte è confermata da una cerimonia chiamata teuchi shiki, cerimonia dell’applauso. In questo caso, è richiesto l’intervento di uno o più intermediari che, in nome del proprio kao, onore, si impegnano a riconciliare le parti in causa. Durante la cerimonia i leader delle fazioni opposte vengono portati dentro la stessa stanza al centro della quale dominano due spade e le offerte alla divinità shintō. Pronunciate le frasi di rito con le quali le parti si impegnano a mettere da parte le ostilità, l’intermediario mostra le spade e le unisce con un’unica piccola corda. Quindi, mentre i due protagonisti sanciscono il legame bevendo simultaneamente il sake, la platea composta dai rispettivi kobun batte le mani seguendo un ritmo particolare.[15]
Originato dallo Shintoismo, la via degli Dei, wa, armonia e pace, è uno dei concetti più importanti della cultura nipponica. Secondo l’antico Credo, gli uomini, originati da un’unica fonte, per essere in armonia con l’universo che li circonda, sono tenuti a vivere nel rispetto dell’ordine costituito. Integrandosi con la cultura indigena, l’etica confuciana favorisce il controllo sugli individui e la possibilità di esorcizzare qualsiasi situazione in cui lo wa possa essere compromesso.[16]
Trasferendo tali aspettative nell’universo delle ikka, ci troviamo davanti a un contesto in cui ogni yakuza si muove in un ordine naturalmente costituito, sensibilità sottolineata dallo stesso suffisso bun, parte, posizione, di oyabun e kobun. Al fine di non compromettere lo wa, ogni yakuza si aspetta di entrare subito in accordo con gli status lontani. A questo proposito, è interessante notare come i rapporti tra i miuchi siano elaborati e articolati in base all’anzianità relativo al periodo d'ingresso nel clan piuttosto che all’età anagrafica. Lo status di disuguaglianza è decifrato da un linguaggio numerico basato su un sistema frazionario; per esempio, lo status differente si può identificare dalla relazione di 4/10 a 6/10, 3/10 a 7/10 oppure 2/10 a 8/10. Sul pino pratico, la seconda delle due frazioni suggerisce lo status più alto mentre la prima quello più basso.
Possono anche verificarsi situazioni in cui i componenti, avendo aderito alla ikka nello stesso periodo, abbiano lo stesso grado di anzianità e occupino quindi lo stesso status gerarchico. In situazioni simili, le parti in causa tendono a identificarsi con un rapporto in 5/10, fratelli per 5/10, e usano chiamarsi kyōdai, fratello, al posto di aniki o shatei.[17]
Considerata l’importanza attribuita al linguaggio rituale, i diversi status sono intuiti da sottili suggerimenti non verbali contenenti un significato uguale a quello espresso oralmente. Seguendo la tradizione, durante le cerimonie ogni ruolo è chiaramente simboleggiato dal modo di sedersi o più precisamente dalla posizione delle mani. Quando uno yakuza, seduto, appoggia le mani sul pavimento vuole suggerire la propria condizione di inferiorità. Al contrario, quando l’interlocutore poggia le mani sulle sue ginocchia è implicita la sua condizione di superiorità. La deduzione della status gerarchica occupata, consentirà ad ogni componente di muoversi seguendo le regole proprie al suo ruolo e di vivere nel rispetto delle norme vigenti all’interno del gruppo.[18]
Le vicende storiche favorirono la comparsa delle forme embrionali della yakuza caratterizzate dalla presenza dei samurai che, alla ricerca di un contesto sociale in cui reinserirsi, portarono con loro cerimonie, costumi e codice etico. Seguendo la morale dei loro padri, gli yakuza costruirono un’organizzazione modellata su una fitta rete di valori che, rispecchiando quelli dell’antico codice bushidō, sono ancora oggi contenuti nel ninkyōdō, il codice morale della yakuza.
I principi di rettitudine, senso di giustizia, coraggio, sincerità, onore e lealtà hanno dominato la cultura yakuza in cui la devozione assoluta verso il proprio capo, ricambia la benevolenza ricevuta.
Costruendosi sul modello feudale, la yakuza ha ereditato una relazione paternalistica caratterizzata dalla reciprocità di obblighi e doveri e da un’incondizionata lealtà del kobun nei confronti dello oyabun. Nel rispetto della pietà filiale, con la benevolenza del buon padre di famiglia, lo oyabun ha il dovere di accudire il kobun inoltre, egli si impegna a proteggere e assistere anche i componenti della famiglia del protetto.[19] La benevolenza ricevuta genera nel subordinato un forte onere psicologico, identificabile con il termine di on, debito. L’onere mette il ricevente in una condizione di profondo disagio e inferiorità nei confronti dello oyabun che, di riflesso, assume un ruolo di assoluta superiorità e autorità.[20]
Dal momento stesso in cui lo oyabun concede la benevolenza, l’unica aspirazione di chi la riceve, è restituire lo on con forme di pagamento che non hanno limite di tempo o di valore.[21] La necessità di far fronte allo on, spinge il kobun a stringere un legame di fedeltà e lealtà incondizionata con il suo oyabun e ad agire sempre e solo nell’ interesse del suo superiore e della ikka.
Il kobun ha piena fiducia nello oyabun e in ogni sua affermazione che non può essere contraddetta. Infatti, Quando quest’ultimo afferma che un oggetto è nero, il kobun deve essere d’accordo anche se, in realtà, questo è di diverso colore. La dedizione assoluta del kobun si estremizza a un punto tale che egli è disposto a compiere anche il migawari, una sorta di auto sacrificio, in base al quale il kobun è pronto a farsi uccidere o a farsi incarcerare al posto del suo oyabun.
La devozione totale del subordinato scaturisce da situazioni differenti. In alcuni casi il kobun, alienato dalla famiglia naturale per il suo carattere balordo, si ritrova privo di un punto di riferimento e di un gruppo sociale in cui riconoscere la propria individualità. Queste circostanze rendono un individuo psicologicamente fragile, facile da influenzare e disposto a votarsi in modo incondizionato a chi, con benevolenza, gli offre vitto e alloggio prendendosene cura come farebbe un buon padre di famiglia.[22] Privato di altre alternative, egli vede nella protezione dello oyabun l’occasione per riscattarsi e appropriarsi del ruolo sociale di cui era stato ingiustamente privato.
Questo quadro rende più affidabili le recenti teorie avanzate da Kanehiro Hoshino infatti, i suoi studi hanno rilevato come i componenti dei clan yakuza tendono ad interpretare il rapporto oyabun-kobun in termini di mutuo soccorso e protezione piuttosto che come un legame tra padrone e servitore.[23]
Considerata l’opportunità di migliorare lo status all’interno del clan, è evidente quanto sia importante per un kobun dimostrare il proprio valore nella kumi e agli occhi dei miuchi. Ogni volta in cui egli compie un’azione valorosa lo oyabun manifesta la sua gratitudine concedendogli la promozione. Osservando la devozione del subordinato da questo punto di vista, possiamo vedere come ogni gesto eroico nasconda in realtà una sorta di investimento per il futuro. Questa nuova interpretazione implica che sottomissione e obbedienza siano stabilite sulla base dell’interdipendenza e l’impegno volontario piuttosto che sulla coercizione.[24]
Il rapporto oyabun-kobun raggiunge un’intesa tale che, nella maggior parte dei casi, i desideri del primo sono deducibili da un linguaggio fatto di gestualità e di semplici espressioni facciali. Uno yakuza non può essere considerato tale se avverte la necessità di sentire oralmente cosa fare e chi uccidere; ogni yakuza deve avere la capacità di interpretare anche un semplice movimento degli occhi del suo oyabun, gesto che potrebbe significare “Uccidilo”, quindi agire immediatamente.[25]
Se provassimo a chiedere ad uno yakuza di lasciare il suo oyabun e la ikka a cui ha aderito non dovremmo sorprenderci di fronte ad una risposta negativa. Senza dubbio, il motivo del suo rifiuto va ricercato nell’impossibilità di rinnegare la parola data nel corso della sakazuki shiki e nella necessità di difendere e preservare il proprio kao, faccia, orgoglio, onore. E’ ormai risaputo che un giapponese ha in grande considerazione il senso dell’onore e l’universo criminale non è rimasto certo immune da tanta sensibilità.
Anche per uno yakuza è di fondamentale importanza proteggere il proprio kao da un’eventuale ingiuria o contaminazione.[26] Prendiamo in esame l’eventualità che egli accetti di spezzare la promessa e di staccarsi dall’organizzazione. In questo caso, seguendo ancora una volta le consuetudini tradizionali, il suo nome e la mancata perseveranza vengono immediatamente comunicate a tutte le altre kumi. Da questo momento, considerata l’inaffidabilità, l’onore dello yakuza è del tutto compromesso quindi, egli potrà redimersi solo con lo yubitsume o con la morte.
La yakuza, essendo strutturata sulla base di un’etica rigida e inviolabile, assume un atteggiamento estremamente duro nei confronti di chi osa intaccare i valori tradizionali. L’atteggiamento difensivo nei confronti del proprio kao, scaturisce dall’obbligo di proteggerlo da eventuali attacchi da parte di coloro che osano infangarlo. Per evitare che un semplice errore accidentale scateni l’ira della parte oltraggiata, gli yakuza sono tenuti a rispettare il rituale di mutua cooperazione tra le parti.
Possiamo notare come soprattutto quando l’offesa si verifica pubblicamente, la reazione della parte offesa potrebbe essere di due tipi. Egli potrebbe reagire celando le proprie emozioni, dando così prova di grande autocontrollo e pazientemente aspettare il momento opportuno per vendicarsi. Nell’altro caso, lo yakuza potrebbe reagire d’impulso e aggredire con violenza il colpevole, rischiando lo spargimento di sangue.
L’impulsività e l’impetuosità delle azioni violente scaturite da otoko, mascolinità, essenziale nella dignità di uno yakuza, sono giustificate dal giri che legittima la reazione aggressiva necessaria per assicurarsi il prestigio e far riconoscere il proprio potere anche dalle altre ikka.[27] Allo stesso tempo egli ha l’obbligo di difendere il kao escludendo qualsiasi reazione violenta, al fine di dimostrare un forte autocontrollo e un grande stoicismo. Ostentare superiorità nei confronti dell’offesa ricevuta riflette il mito dei padri samurai che sopportavano il dolore fino alla morte, senza lasciare trasparire alcun segno sofferenza.[28]
La difesa dell’onore si colora di tonalità drammatiche quando l’attacco coinvolge lo oyabun ferito, ucciso o ridicolizzato da un nemico. Nell’eventualità che tali condizioni si verificano, l’obbligo di restituire lo on ricevuto spinge uno yakuza ad intervenire in difesa del kao dello oyabun a costo della sua stessa vita. In questo caso l’intervento assume una duplice connotazione: da un lato, il kobun tende a vendicare il suo oyabun per riabilitarne il kao nel mondo della yakuza; dall’altro lato, la sua reazione cela la necessità di difendere il proprio kao, dimostrando le sue qualità di subordinato, non solo agli occhi dello oyabun, ma anche davanti a tutta la ikka. Infatti, continuando la tradizione degli antichi samurai, nell’universo yakuza, vendicare il proprio signore è considerato un atto lodevole.
La glorificazione della vendetta è legittimata anche sul piano letterario. Infatti, grande popolarità gode, anche nell’ambiente criminale, la storia dei quarantasette rōnin. Tenendo fede ai loro doveri, i rōnin, riuscirono a conquistare l’opinione pubblica che ne fece i simboli di un mito che da secoli domina la fantasia dei giapponesi e a cui gli stessi yakuza si rifanno per legittimare il loro comportamento.[29]
La collaborazione che caratterizza la singola ikka si estende al di fuori di essa, creando una vera e propria cooperazione all’interno dello stesso microcosmo della yakuza.
Tuttavia, possono verificarsi situazioni in cui tra le diverse kumi, si creino attriti legati generalmente alla contesa del niwabari. In tali circostanze è possibile chiedere l’intervento di uno oyabun influente e di gran fama, a cui si affida il compito di mediare tra le parti per raggiungere la migliore soluzione possibile.
La collaborazione tra le ikka è da sempre uno dei pilastri portanti dell’intero universo criminale di conseguenza, rifiutare il ruolo di mediatore è considerato un forte segno d’ostilità, arroganza e inaffidabilità. Inoltre, il rifiuto potrebbe ritorcersi contro lo stesso intermediario qualora egli dovesse trovarsi in una situazione analoga. Tuttavia, dal momento in cui portare avanti le trattative conferisce grande prestigio e rispettabilità per il proprio kao, lo oyabun decide il piano d’intervento: intervenire con l’uso della violenza oppure, raggiungere un accordo pacificamente.
Per evitare che un eventuale fallimento della sua mediazione comprometta il suo status, spesso l’intermediario chiede alle parti di raggiungere un accordo in nome e in difesa del suo kao. Di fronte a questa richiesta, i leader decidono di arrivare a un compromesso poiché un rifiuto si tradurrebbe nella perdita del loro stesso kao.
Prestare o chiedere in prestito il kao costituisce un fattore comune nella vita quotidiana degli yakuza. “Prestami il tuo kao”, in realtà, significa “Usa per me la tua influenza”.[30]
L’uso del kao per risolvere le dispute fra le ikka lo trasforma in una sorta di merce di scambio o di credito non monetario da riscuotere all’occorrenza. E’ interessante notare come, da questo nuovo quadro, emerga un bipolarismo del potere dello yakuza, apparentemente contrastante ma, in realtà, in perfetta sintonia con l’etica yakuza. Da una parte l’affidabilità e il kao del bōryōkudan si basano sul puro esercizio della forza fisica; dall’altro lato, invece, si fondano sulla fiducia riposta in colui che evita l’uso della violenza, dando prova di un forte autocontrollo.
Parlando della lealtà incondizionata del kobun, abbiamo avuto modo di costatare come il legame sia rafforzato dalla stesso oyabun che, grazie alla sua personalità umile e carismatica, esercita un forte ascendente sul subordinato.
Dopo aver conquistato la leadership, lo oyabun deve essere sempre in grado di mantenere integro il suo kao. Arroganza e grossolanità sono causa di sanzioni immediate da parte degli altri yakuza. Egli, con una particolare umiltà e un certo garbo, è tenuto a mostrare rispetto verso tutti i senpai, inferiori, scavalcati. Questi ultimi sono pronti a riconoscere la superiorità fisica e morale del kohai, superiore, mostrando nei suoi confronti il massimo rispetto per le sue abilità.
Questo codice di mutua concessione e umiltà è cristallizzato nell’antica espressione di jingi. Nel periodo Tokugawa l’espressione era usata per indicare le malefatte compiute dai banditi, il cui senso dell’onore era sintetizzato nella frase: “fare un’azione jingi”.[32] In modo più specifico jingi corrisponde ad un’insieme di modelli astratti fatti di parole, maniere e modi adottati dagli yakuza.
L’umiltà è espressa in modo esplicito negli incontri formali tra yakuza appartenenti a due ikka differenti. Seguendo lo stile jingi, si suppone che la persona informi la controparte delle sue generalità: nome, cognome, data di nascita, ikka d’appartenenza e nome del proprio oyabun. Tuttavia, per non compromettere lo wa e al fine di esorcizzare scontri tra le ikka di appartenenza, prima che la cerimonia di presentazione abbia inizio, le due parti devono essere al corrente dello status reciproco. Al momento del saluto, le parti possono intuire il rispettivo ruolo attraverso un linguaggio gestuale: lo oyabun suggerisce il suo status mostrando il pollice mentre, il kobun nasconde il pollice tra le altre quattro dita della mano.[33]
Nel caso in cui i soggetti mostrino incertezza sullo status, entrambi provano a dare suggerimenti sulla loro anzianità. Rifacendosi alla tradizione, in nome di quel rispetto e umiltà che li deve contraddistinguere, entrambe le parti assumano un ruolo inferiore e cercano di introdursi per primi. Tutto il cerimoniale è eseguito adottando un linguaggio stilizzato che, alle orecchie del profano, suona come la rappresentazione di uno spettacolo tradizionale.[34]
Il cerimoniale jingi prevede che l’altra parte rifiuti dicendo:
A questo punto il primo ribatte dicendo:
“Io sono troppo giovane e immaturo, non occupo ancora una posizione tale da permettermi di attendere.”[37]
Durante l’incontro l’umiltà è costantemente espressa con espressioni come: “Sono giovane;sto ancora formando me stesso; sono un buono a nulla”[38]
Questa sorta di competizione è ripetuta per circa tre volte. Dopo aver stabilito chi dei due deve cominciare per primo, mentre questo fornisce le sue generalità, nel silenzio dell’altro è implicita la richiesta di perdono in caso d’errore. Una volta dichiarati i rispettivi status, entrambe le parti cominciano a discutere su chi dei due per primo deve ritirare la mano. Considerata la necessità di rispettare l’ordine costituito, si suppone che l’inferiore inciti l’altro a ritirare la mano per primo.
La yakuza è un gruppo al cui interno oyabun e kobun, si muovono in un contesto sociale chiuso con un linguaggio proprio, particolarmente elaborato, fatto di parole distorte e capovolte. La distorsione può essere realizzata in diversi modi, per esempio capovolgendo le parole come asu, domani, che diventa sua. [39]
E’ curioso notare come in realtà le espressioni gergali delle kumi varino di gruppo in gruppo. Il linguaggio particolare adottato da i suoi componenti contribuisce a fare della yakuza un mondo compatto e chiuso verso l’esterno.
Agli occhi degli occidentali il crimine organizzato nipponico si presenta come un complesso di associazioni compatte ed eterogenee. Gli studi realizzati da Mugishima Fumiko hanno rilevato che gran parte dei componenti proviene da strati sociali soggetti severi pregiudizi e che circa il 43% dei suoi componenti sono poco istruiti. La stessa fonte afferma che circa il 70% dei bōryōkudan è originata dai burakumin e che la presenza delle etnie coreane riveste un ruolo non indifferente.[40]
Ma quale ragione spinge un giapponese ad giurare eterna fedeltà alla ikka? In realtà, i motivi sono tutti ricollegabili a un unico fattore relativo al bisogno di soddisfare il proprio senso di appartenenza e di riconoscersi in un gruppo sociale di cui deve sentirsi parte integrante.[41]
Jinkichi Abe ha fornito gli stadi che generano l’alienazione del potenziale yakuza dal resto della società. Egli ritiene che il soggetto compia i primi atti vandalici nel contesto familiare, scolastico o lavorativo. In un periodo successivo, il giovane frequenta quartieri o territori popolati da individui che alimentano e favoriscono l’emergere della sua personalità deviata.[42]
Accomunati da un carattere socialmente deviato, questi giovani delinquenti, organizzati in gruppi chiamati chinpira, cominciano la loro carriera già alle scuole superiori. Il leader delle gang giovanili distintosi per coraggio e forza fisica può essere avvicinato da un kobun adulto. Considerato il fascino che la yakuza esercita sugli inesperti chinpira, il gesto dell’adulto accresce il prestigio e la rispettabilità del giovane che, agli occhi di tutti gli altri giovani componenti, diventa il capo indiscusso del gruppo.
L’attenzione riservata al giovane leader segna la sua ascesa nel mondo dei bōryōkudan che chiederanno il suo supporto nelle dispute per il controllo dei niwabari. Tutti quei chinpira che, durante i combattimenti, si distinguono per la loro intraprendenza e coraggio, vengono presi sotto l’ala protettrice del grande oyabun e introdotti definitivamente nella ikka.
Qualche volta capita che un chinpira, conosciuto per il suo carattere violento, venga catturato e rinchiuso in una stanza quindi picchiato da uno yakuza adulto. Se il giovane sopravvive, la prova di coraggio e la resistenza fisica esercitano grande fascino sugli adulti che sono subito pronti ad accoglierlo nel gruppo.
Per dare un’idea del reclutamento basato sul legame pseudofamiliare, DeVos prende come esempio la storia di un giovane detenuto di diciannove anni. Orfano di padre, il giovane manifestò il suo malessere riportando uno scarso rendimento scolastico. L’adolescente cominciò a frequentare le zone poco raccomandabili e entrò a fare parte di un gruppo di delinquenti. Una serie di circostanze fecero sì che la moglie di un oyabun, intenerita, si attaccò morbosamente al giovane che divenne presto un corriere della yakuza. Questo rappresenta uno dei pochi casi in cui l’ingresso nella yakuza è collegato alla moglie di uno oyabun che prende sotto la sua ala protettrice un giovane delinquente. [43]
E’ interessante notare come non sempre la recluta sia un disadattato, infatti, capita anche che, il figlio di un professionista, conducendo un’esistenza insoddisfatta, aderisca alle gang criminali affascinato dalla personalità di un capo yakuza. Sono stati riscontrati casi in cui, tra gli aderenti alle ikka, si ritrovano anche persone dalla fama rispettabile. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che, perso il lavoro o dilapidati gli averi con il gioco d’azzardo, vengono salvate dalla benevolenza di uno oyabun che li accoglie nella sua casa prendendosene cura.
Tra i neofiti yakuza circa 1/3 di loro proviene dai bōsōzoku, bande della velocità, fenomeno tipicamente giovanile comparso con la rinascita industriale nipponica del dopo Guerra. La loro presenza fu attestata dalle stesse autorità. I registri della polizia urbana di Tōkyō, risalenti al 1959, rilevarono la presenza di bōsōzoku anche detti kaminari, la banda del tuono. Nel corso degli anni il fenomeno si è largamente diffuso tra la popolazione giovanile tanto che, un’indagine realizzata nel 1982 ha rivelato la presenza di 42.510 bōsōzoku riuniti in 712 bande.
I componenti, in prevalenza giovani disadattati provenienti da famiglie disgregate, disturbano la quiete pubblica dando spettacolo alla guida di macchine rumorose vistosamente addobbate o con moto prive di marmitta. Uniti in federazioni, essi sono fortemente influenzati hanno dai miti holliwoodiani di Marlon Brando o James Dean. I giovani ribelli sono soliti indossare giacche in pelle rosse o nere e, circa il 40% di loro, usa pettinarsi con vistosi ciuffi alla Elvis. Molti portano un haiamaki, una fascia attorno allo stomaco e, altri ancora, assumono un aspetto vagamente effeminato indossando piccole pantofole che sembrano femminili. La loro presenza costituisce un ottimo terreno di cultura per i potenziali yakuza. I bōsōzoku si muovono nel contesto microcriminale nella speranza che un importante oyabun riconosca le sue qualità malavitose e lo accolga nella sua ikka.[44]
Seguendo la tradizione anche oggi, come in passato, per essere un vero yakuza la recluta deve attraversare obbligatoriamente un periodo chiamato sanshita, apprendista. Il sanshita, la cui durata varia dai sei ai dodici mesi, è quel lasso di tempo durante il quale l’apprendista deve essere pronto a servire il suo oyabun ventiquattro ore su ventiquattro; l’assenza o la mancata obbedienza sono severamente puniti anche con lo yubutsume. Questo periodo comprende una serie di passaggi obbligati. Dopo il sanshita, la recluta passa al tachiban, montare di guardia quindi, sostituito nelle mansioni dalle nuove reclute, viene promosso e si occupa di zoriban, disporre ordinatamente le scarpe. [45]
Abbiamo più volte sottolineato come gli yakuza si muovano nel rispetto dei valori tradizionali tuttavia essi cadono spesso in contraddizione. Sebbene oggi manchino di raffinatezza, il loro ideale di donna continua a essere quello della moglie devota e della madre premurosa. Il loro istinto lascia spazio a una scelta che si colora di toni piuttosto ironici. Infatti, contrariamente alle romantiche aspettative, la scelta della futura moglie ricade su giovani donne di estrazione sociale medio bassa, provenienti da situazioni familiari disastrate o con uno dei genitori di origine coreana o cinese.
L’ironia è evidenziata dalla metamorfosi subita dalle bad girls che, da giovani donne ribelli caratterizzate da atteggiamenti e linguaggio moderno, si trasformano in sofisticate e devote matriarche. Nei primi anni del matrimonio non è insolito che una giovane sposa contribuisca al bilancio familiare svolgendo la funzione di hostess in un bar o gestendo una casa di piacere. In questo caso, la vendita del proprio corpo non è considerata come un gesto che macchia l’onore o la reputazione della giovane ma, al contrario, contribuisce alla sua ascesa sociale. Con l’ascesa gerarchica del suo compagno, la donna affina i suoi modi socializzando con tutti coloro che stringono rapporti con il marito favorendone la rispettabilità. Contrariamente alle mogli dei salary man, le bashita, le donne degli yakuza, vivono in case che occupano interi piani delle costruzioni localizzate nel quartiere controllato dalla gang del marito. Come patriarca??, la donna si occupa di amministrare la casa affidando ai futuri yakuza i lavori dentro o fuori casa, comprando cibarie dai mercanti che bussano alla porta e preparando con maestria grandi pasti per il marito e i suoi kobun che dovrà essere capace di intrattenere.[46]
In situazioni estreme, in caso di morte dello oyabun, la moglie può sostituirlo alla guida del clan e, eventualmente, nominare il successore del marito seguendo le norme tradizionali. In questo caso uno degli esempi più rilevanti è rappresentato dalla moglie dello oyabun Giichi Matsuda caduto vittima di un attentato per mano di un suo seguace. Alla morte del marito Yoshido, questo era il nome della donna, assunse la direzione della Kantō Matsudakaya Matsuda gumi, fino a quando non fu arrestata nel 1946 dagli investigatori americani.[47]
In un mondo regolato da vincoli comportamentali, i componenti del gruppo macchiatisi di gravi mancanze furono da sempre sottoposti a pene severe ed esemplari. Azioni come, rivelare agli estranei i segreti del gruppo e venire meno agli ordini superiori erano considerati gravi atti di tradimento. A questi si univano reati come lo stupro e i furti di poco conto che, in base all’ideologia della yakuza rappresentavano veri e propri affronti alla reputazione e all’onore dell’organizzazione. Simili comportamenti erano seguiti da punizioni esemplari necessarie non solo per castigare i trasgressori, ma anche per preservare l’immagine del gruppo.
Tra tutte, la conseguenza più grave, era indubbiamente lo hanmon, l’espulsione dal gruppo.[48] Data la solidarietà tra i gruppi, preso atto del torto subito, l’organizzazione comunicava a tutte le altre il nome dell’escluso. Venuti a conoscenza della sua infedeltà nessun oyabun sarebbe stato disposto a proteggerlo o ad accoglierlo nella propria organizzazione. All’infedele non restava altro che trovare il modo per dimostrare il suo pentimento commettendo lo yubitsume, amputazione della falange del dito mignolo.
Come gran parte dei rituali e delle usanze degli yakuza anche lo yubitsume risale a un epoca remota. La mutilazione aveva lo scopo di indebolire la mano del giocatore che, privo della falange, non avrebbe più potuto stringere saldamente la spada. Il rito era comune anche nei quartieri di piacere di Yoshiwara dove le geisha erano solite amputare la falange come segno di devozione nei confronti dell’amante prediletto.[49] In realtà, trai bakuto il gesto aveva una valenza molto meno romantica infatti, incontrare un individuo a cui mancava una falange, significava riconoscere colui che era venuto meno al pagamento di debiti da gioco.
Ancora oggi l’amputazione viene eseguita seguendo l’antico rito dei samurai. Sotto lo sguardo severo dello oyabun, il colpevole trancia la falange del mignolo con un secco colpo di spada quindi, dopo aver avvolto la falange in un tessuto bianco, precedentemente steso su un tavolo, con gesto solenne lo offre allo oyabun in segno di pentimento. Allo yubitsume viene riconosciuto un grande significato e, in nome della tradizionale, ancora oggi lo oyabun non può rifiutarsi di concedere il suo perdono. Il taglio della falange accentua il senso di dipendenza dal proprio oyabun e diventa un segno tangibile di debolezza e della maggiore necessità di sua protezione.
Nell’eventualità che le infrazioni si susseguano lo yubitsume può essere ripetuto e, seguendo il medesimo rito, lo yakuza amputa la seconda falange di un altro o dello stesso dito. Da un’indagine condotta nel 1970 è risultato che il 42% degli yakuza moderni ha commesso lo yubitsume e che il 10% lo ha fatto per ben due volte. Sulle ragioni che spingono a commettere lo yubitsume uno yakuza afferma:
“All the sub-families must pay the higher organization because they’re using the name. […] Every month the have to make a payment, so they’ll gather money from any tiny thing to pay up. But if they’re late too many times, they’ll drope the pinky, or they’ll be told to do something [for the organization], like kill somebody. Usually, finger-cutting is really the failure of jingi. If somebody tries to fight with another yakuza without thinking about their backers, the family behind them, you offend the other family, you’ve disgraced the family name. Then you’ll do the pinky apologize and deliver it to either your oyabun or the other family. That’s how you show respect.[....] Some of the chinpira have so many fingers missing we call them “Doraemon”. […], (Doraemon is a cartoon cat-robot with round fists instead of hands).[50]
L’origine antica degli irezumi, tatuaggi, ci obbliga a prendere in considerazione gli scavi archeologici eseguiti nei Kofun, sepolcri risalenti al III–IV secolo, che hanno portato alla luce Haniwa, piccole statue, con segni sul viso. Anche le cronache cinesi del 220 a.C. descrivono il popolo giapponese con il viso e il corpo interamente tatuato. Essi sostenevano che l’usanza fosse legata alla convinzione che proteggessero i pescatori dagli squali.
L’origine tarda di quest’arte è altresì documentata da antiche fonti letterarie e storiografiche. Il Kojiki e il Nihonshoki parlano di uomini con il volto tatuato e di ribelli puniti con il tatuaggio invece che con la pena capitale.
Negli anni delle incessanti lotte tra i clan che si contendevano il controllo sul territorio, il tatuaggio identificava il clan di appartenenza del giovane guerriero caduto. L’incisione sulla pelle assume una connotazione romantica quando nel XVI secolo, le geisha usavano tatuare il nome dell’amante prediletto nella parte interna delle braccia o in quella delle cosce.[52]
Nel 1720 Yoshimune, ottavo shōgun del bakufu Tokugawa, alla mutilazione fisica sostituì l’usanza dello bokukei che consisteva nel tatuare un segno nero attorno al braccio del trasgressore. Il disegno variava in relazione al crimine commesso e all’area di residenza del colpevole. Il segno indelebile sul corpo denudato rivelava la natura criminale del soggetto e la definizione di irezumimono divenne sinonimo di colui che viveva nell’illegalità.[53]
Le stampe del XVIII sec., raffiguranti uomini con la pelle dipinta con composizioni armoniose e dai soggetti più disparati, fecero dello irezumi un’arte vera e propria. I Tokugawa vedevano lo irezumi come una mutilazione del corpo e un segno antiestetico che offendeva la sensibilità dei samurai. Per questo motivo emanarono una serie di divieti che non riuscirono comunque a soffocare il fenomeno infatti, questo continuò a imperversare acquistando sempre più popolarità.[54]
Era molto comune vedere machihikeshi, gaen, tobi e vagabondi che, svolgendo lavori di manovalanza o carpenteria, esibivano corpi ricoperti da leoni favolosi, peonie, fiori di ciliegio e divinità.
Lo irezumi si diffuse soprattutto tra bakuto e tekiya diventando una peculiarità circoscritta al solo mondo della criminalità organizzata dove, ancora oggi, avere uno irezumi, oltre che indice di pazienza, è prova tangibile di resistenza al dolore e alla sofferenza. Secondo l’antico procedimento, lungo e laborioso, sulla pelle l’artista realizzava lo schizzo del disegno usando inchiostro ricavato dalla fuliggine dell’olio di semi. In un momento successivo la figura veniva ricalcata con uno strumento d’osso o di legno alla cui estremità era legato un fascio di minuscoli aghi. Dopo averlo imbevuto in un pigmento colorato, questo veniva battuto sulla pelle in modo tale da far penetrare l’inchiostro nella pelle. Trattandosi di una operazione molto lunga ed elaborata per completare l’opera l’artista richiedeva tempi molto lunghi.[55]
Ancora oggi seguire il metodo tradizionale piuttosto che quello moderno, molto meno doloroso, fa dello yakuza un individuo dalla grande forza d’animo che evidenzia mascolinità, coraggio e disciplina. Mutilare il proprio corpo con un segno indelebile evidenzia la natura irreversibile di uno yakuza che fissa la sua identità con una visibile mutilazione del corpo. Lo yakuza usa lo irezumi per comunicare la sua indole violenta e per evidenziare il legame di fratellanza con i suoi simili. Non è raro vedere due yakuza che esibiscono lo stesso disegno come prova visibile di un legame permanente. Ancora oggi il 73% degli yakuza ha braccia e spalle ricoperte da irezumi con motivi che spaziano dal nome dello oyabun, a scritte come “onore alla magnifica legge del Sutra del Loto o figure elaborate come peonie, fiori di ciliegio, o immagini sacre.
Uno sguardo attento sull’universo yakuza ci ha permesso di scoprire un mondo popolato di solidi valori e in cui il rispetto delle tradizioni costituisce una componente importante per l’esistenza e il buon funzionamento dell’organizzazione stessa. Abbiamo più volte avuto modo di sapere che il neofita, prima di essere considerato tale, deve giurare eterna fedeltà e lealtà al suo oyabun, giuramento fatto con il rito del sakazuki shiki, scambio delle coppe di sake.
Il rito ha origini molto antiche, infatti, la sua introduzione risale alla comparsa dei primi gruppi di bakuto e tekiya. Il sake bevuto dalla sakazuki, anche detta ochoko, piccola coppa, simbolo di comunicazione e condivisione, è uno degli elementi estetici della cultura del sakè.[56]
Eseguito secondo un rigido rituale il sakazukishiki, oltre a segnare il definitivo ingresso nella ikka, sancisce formalmente il legame indissolubile e intaccabile tra il kobun e lo oyabun. La cerimonia si compie a casa di quest’ultimo dove si riuniscono tutti i componenti della ikka insieme agli aspiranti yakuza. Alla cerimonia partecipano anche due oyabun di kumi affiliate o vicine, chiamati torimochinin o azukarinin, che ricoprono il ruolo di garanti o intermediari tra oyabun e aspirante yakuza.[57]
La celebrazione della sakazukishiki cade in un giorno considerato propizio, in genere dedicato ad una divinità. La scelta è mossa dall’intento di dare al tutto un profondo significato religioso e, al contempo, ottenere la protezione della divinità festeggiata. Lo svolgimento della cerimonia varia in base alle kumi. La tradizione vuole che oyabun e kobun, faccia a faccia, stiano seduti davanti al sanbo, l’altare shintoista. La posizione rituale consente di sottolineare la sincerità del futuro giuramento dato che la purezza d’animo si riflette nella lucente superficie dell’altare.
Tutta la cerimonia si svolge nel rispetto delle tradizioni e mentre nella sala domina il silenzio, adottando un linguaggio alto, la cerimonia ha inizio con un breve discorso pronunciato dallo oyabun. Il punto cruciale del discorso è rappresentato dalla sua frase:
“Farò di te il mio kobun”[58]
A questo punto il torimochinin si rivolge al kobun e con tono solenne lo informa degli obblighi futuri:
Al kobun viene quindi offerto il suo happi, giacca in cotone con sopra ricamato il nome o il simbolo della kumi, a questo punto lo oyabun presenta una spada, lo stendardo su cui è ricamato il simbolo della ikka. Dopo avergli attribuito un nuovo nome, questo è iscritto su un emaki che viene appeso nella parete della grande sala insieme a quello degli altri componenti. A questo punto lo oyabun esclama:
Dietro ogni oggetto presentato e ogni gesto compiuto dai partecipanti si nasconde un profondo significato religioso che accresce il fascino della sakazukishiki. Simbolicamente i due pesci sono considerati segno di concepimento e di nascita; la mistura simboleggia il legame tra le parti mentre, il dono del nuovo abito rappresenta quello del giorno di nascita
Da questo momento in poi, il nuovo kobun è tenuto al rispetto del ninkyō dō dal quale non si può prescindere senza incorrere in severe punizioni.[61]
1. Non toccare la moglie di un altro componente;
2. non fare altro che la “normale” attività anche se sotto la pressione della povertà;
3. se catturato,non rivelare alla polizia i segreti dell’organizzazione;
4. dedicati al tuo oyabun con lealtà assoluta;
5. non usare il linguaggio “ordinario”; usa il linguaggio speciale della kumi o quello gergale.[62]
[1] Joy HENDRY, Understanding Japanese Society, New York, Crom Helm, 1987.
[3] Chie NAKANE, La Società Giapponese, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1992, p. 66.
[6] Takie SUGIYAMA LEBRA, Organized Delinquency: Yakuza as a Cultural Example, in Japanese Patterns of Behavoir, Honolulu UP, 1976, pp. 169-189.
[7] Frank F. Y. HUANG, Micheal S. VOUGHAN, op. cit. pp. 19-57.
[9] Robert DELF, Clash of Loyalties, “FEER”, 21, Nov., 1991, pp. 34.
[10] Hiroaki IWAI, Delinquent Group and Crime, in Takie, Sugiyama LEBRA, Organized Delinquency: Yakuza as cultural Example, in Japanese Patters of Behaviour, Honolulu UP, 1976, 383-395.
[13] David KAPLAN, Alec DUBRO, op. cit.
[14] Hiroaki IWAI, op. cit. pp. 383-395.
[15] Shigeki YAMAHIRA, Yakuza Daijiten, Tōkyō, Futabasha, 1992, Vol. 2, pp. 49-59.
[16] Lee O. YOUNG, The Culture of Wa, JQ, Vol. XXX, n. 1, Jan-March, 1983, pp. 54-56.
[19] Iwao Ishino BENNET, Paternalism in Japanese Economy, Minneapolis, University Minnesota Press, 1963.
[21] Takeo DOI, Anatomia della Dipendenza, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1991, PP.33-40.
[26] Atsushi MIZOGUCHI, Gendai Yakuza no Urawashiki, Tōkyō, Takarajikasha, , 1998.
[27] Shigeki YAMAHIRA, op. cit., pp. 105-110.
[29] Hiroaki IWAI, op. cit., p.177
[30] Atsushi MIZOGUCHI, op. cit., pp. 38-40.
[31] Yukyo MISHIMA, Lezioni Spirituali per Giovani Samurai, Milano, SE, 1988, pp. 24–25.
[33] Shigeki YAMAHIRA, Yakuza Daijiten, Tōkyō, Futabasha, 1992, Vol. 1, 1992, pp. 49-59.
[39] Ebbamondo DEL POZZO, La violenza e le Espressioni Gergali del Giappone, “Aistugia”, n. 8, p. 136.
[40] Walter AMES, op. cit., p. 132.
[41] Bruce A. GRAGERT, op. cit., pp. 156-177.
[42] George DE VOS, Keiichi MIZUSHIMA, op. cit., pp. 310–315.
[44] Joachim KERSTEN, Street Youths, Bōsōzoku, and Yakuza: Subculture Formation and Societal Reactions in Japan, ‘‘Crime and Delinquency, Vol. 39, n.3, July 1993, pp. 277-295.
[46] Chrystopher SEYMOR, Yakuza Diary: Doing Time in the Japanese Underworld, New York, Atlantic Monthy Press, pp. 149–150.
[47] David KAPLAN, Alec DUBRO, op. cit. p. 58.
[48]Frank HAUGAN F.J. and Micheal S.VAUGHAN, A Descriptive Analisysis of Japanese Organized Crime: The bōryōkudan from 1945 to 1988, ‘‘International Criminal Justice Review’’, Vol., 2, 1992, pp. 19-57.
[49] Lawrence ROGERS, Shinjū, “Monumenta Nipponica”, Vol. 49, n. 1, Spring 1994, pp. 40-60.
[51] Ebbamondo DEL POZZO, La natura umana e i Giapponesi, “Aistugia” 13, pp. 120-138.
[53] ARTICOLO non firmato, “The East”, Vol. XXVI, N. 3, Oct.,1990,pp.42–45.
[57] Kyōji AZAKURA, Atsushi MIZUGUCHI, Kyō YAMANōCHU, op. cit, pp. 155-160.
[58] Takie SUGIYAMA LEBRA, Japanese Patters of Behaviour, UPH, 1977, pp. 388-389.
[61] Iwao Issino BENNET, op. cit.
[62]George DEVOS Keiichi MIZUSHIMA, op. cit., pp. 297.
E’ evidente come, quando si parla della yakuza, intendiamo riferirci a un fenomeno perfettamente integrato nella società nipponica. Risalendo alle sue origini storiche è chiaro come, anche se originata dal malessere sociale provocato dal governo Tokugawa, la yakuza non assunse le connotazioni tipiche del fenomeno rivoluzionario. Infatti, nonostante la forte ostilità nei confronti del bakufu, i suoi componenti non si trasformarono in istigatori delle masse contadine e non diventarono i capi delle rivolte.
Al contrario, i primi gruppi sembrano esprimere lo spirito cavalleresco di coloro che rubano ai ricchi per dare ai poveri. Le contraddizioni si accentuano quando si riscontra che essi si costruirono sulla base dell’ideologia che causò la loro estromissione. Modellandosi sulla base dei modelli feudali, i gruppi si svilupparono attorno a un organizzazione gerarchica ben delineata in cui ogni individuo si muove consapevole dello status occupato.
I valori della società dei samurai furono adattati al nuovo contesto sociale e la direzione della devozione, non più riservata al signore feudale, fu rivolta verso il benevolo oyabun. Quest’ultimo permette all’escluso di riconquistare il ruolo sociale di cui era stato ingiustamente privato e di ritrovare la propria individualità. La benevolenza ricevuta genera nel singolo un forte onere psicologico, evidenziato dalla devozione assoluta e dalla lealtà con cui egli si lega allo oyabun.
La diffusione del fenomeno fu agevolato dalla possibilità di migliorare la posizione del subordinato all’interno del gruppo, facendo di lui il potenziale oyabun. E’ evidente come la possibilità di migliore lo status sociale abbia da sempre esercitato un grande fascino sugli individui costretti a vivere ai margini della società.
E’ evidente come la mancanza di una ideologia politica ben definita abbia impedito al bakufu di intervenire per arginare il fenomeno. La richiesta di una collaborazione mirata soffocare le rivolte destabilizzanti, favorì la nascita di un legame basato sul reciproco opportunismo.
Riconoscendosi nei valori tradizionali e nell’ideologia nazionalista, la yakuza contribuì alla disfatta del bakufu. Successivamente, la centralizzazione del potere nella mani della corte imperiale, lo sviluppo economico e l’industrializzazione del XX secolo, provocarono cambiamenti nella mentalità della teppa nipponica. Dalla fine degli anni venti fino al 1945, la yakuza occupò un ruolo determinate nella politica imperialista con il suo sostegno ad una politica militarista e anticomunista.
In questi anni, gli yakuza si fecero promotori dell’ascesa economica del paese appoggiando la conquista della Manchuria e assicurando la piena occupazione della manodopera disponibile. Allo stesso tempo, in patria il governo usava la violenza degli yakuza per reprimere le idee comuniste e le rivendicazioni sindacali.
Con la fine della guerra e l’occupazione delle forze alleate, il fenomeno sembrò scomparire. In realtà, è proprio in questi ultimi che si formò la nuova criminalità organizzata. Mentre gli americani si preoccupavano di ricostruire il paese, i gruppi sopravissuti si erano riorganizzati e avevano ripreso i contatti con i le autorità nipponiche. Contemporaneamente, grazie al monopolio sul mercato nero e sul settore del divertimento, strinsero contatti con i militari americani, ben disposti a tollerare attività illecite in cambio di denaro.
Con la guerra fredda, il pericolo dell’ondata comunista spinse gli americani a rilasciare i criminali di guerra precedentemente condannati. Giustificazioni fittizie nascondevano la necessita di servirsi del loro radicato sentimento anticomunista e delle conoscenze criminali per costruire una coalizione contro le idee comuniste.
Il cambiamento della politica americana segnò l’inizio del sodalizio tra le autorità americane e Yoshio Kodama. Quest’ultimo, negli anni passati, aveva stretto solidi legami con il mondo della politica e con il crimine organizzato. Visti i presupposti, Kodama era l’intermediario ideale per richiamare gli yakuza,da sempre ostili alle idee comuniste, necessari per soffocare i movimenti sindacali.
La collaborazione con le istituzioni pubbliche fece della yakuza una forza indispensabile per la vittoria politica della destra. Infatti, in questi anni, si delinearono in modo netto e definitivo i rapporti tra PDL e crimine organizzato, pronto a intervenire per raccogliere voti con l’intimidazione.
E’ chiaro come le infiltrazioni nella politica e i rapporti nel campo economico, abbiano fatto della yakuza una delle organizzazioni più potenti ed elaborate del mondo. La maestria e la grande capacità di adattamento che da sempre li ha caratterizzati, le hanno permesso di stare sempre al passo con lo sviluppo economico del paese. Le conoscenze hanno agevolato l’uso del denaro sporco destinato a finanziare attività apparentemente legali. La yakuza moderna investe in borsa, gestisce raffinati country club, veste abiti firmati, indossa occhiali scuri e guida macchine lussuose.
Dietro l’immagine odierna si nasconde un organizzazione che, nonostante la modernizzazione, è riuscita mantenere vivi rituali, tradizioni e codice etico. Nonostante le misure repressive, essa seguita ad esercitare il suo fascino e a raccogliere il consenso popolare che ancora oggi, tende a considerali i loro eroici liberatori. Inoltre, dominando incontrastati sul crimine del paese, poiché contribuiscono a mantenere ordine e disciplina, la yakuza ha realizzato un tacito accordo con le forze dell’ordine che, considerato il basso tasso di criminalità, non hanno certo interesse a soffocare il fenomeno.
Libri in italiano
BENEDICT, Ruth, Il Crisantemo e la Spada, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1991.
BORSA, Giorgio, Le Origini del Nazionalismo in Asia Orientale, “Appunti di storia Moderna”, (a cura del Prof. Giancarlo Calza), Università di Pavia.
CAFERRA,Vito, Marino, Il Sistema della Corruzione , le Ragioni, i Soggetti, i Luoghi, Roma, Laterza, 1992.
CAZZOLA, Franco, Della Corruzione: Filosofia e Patologia di un Sistema Politico, Bologna, Il Mulino, 1988.
GREENFELD, Karl Taro, Baburu, I Figli della Grande Bolla, Instar Libri S.r.l, Torino, 1995.
MISHIMA, Yukio, Lezioni Spirituali per Giovani Samurai, trad. di Lidia Origlia, SE Studio Editoriale SRL, Milano, 1988,
YAMANE, Sadao, I Cavalieri Erranti nel Cinema Giapponese, in Nuovissimo/ Pesaro (a cura di) Schermi Giapponesi, La tradizione e il genere, Venezia, Marsilio, 1984.
Articoli in italiano
DEL POZZO, Ebbamondo, La violenza e le Espressioni Gergali dei Giapponesi, “Aistugia”, n. 8, pp. 121-142.
DEL POZZO, Ebbamondo, La Natura Umana dei Giapponesi, A, 1986, pp. 121-138
PISU, Renata, Gangster e Samurai, “Il Venerdì di Repubblica”, 24 Ottobre 2000, pp. 146-154.
AMES, Walter L., Police an Community in Japan, California UP Berkeley, 1981.
BEASLEY, William, Gerald, The Modern History of Japan, Frederick A. Praeger, Inc., Publishers, 1967.
BENNET, John, Ishino, Iwao, Paternalism in the Japanese Economy, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1963.
BEVACQUA, Ron, The Origin and Meaning of Corruption in Japanese Ministeries: One Hypothesis, in The DFS Monthly, March, 1996.
BLOMBERG, Catharina, The Hart of The Warrior, Curzon Press Ltd, 1994.
BRADLEY - FLANAGAN, Politics Japan, Little Brown and Company, (Canada) Limited, 1992.
BROWN, Delmer, M., Nationalism in Japan, University of California Press,1971.
BURUMA, Ian, A Japanese Mirror. Heroes and Villains of Japanese Culture, Harmondsworth, Penguins Books, 1984, pp.137 - 139.
CHIE, Nakane, Japanese Society, Berkley, University of California Press, 1972.
CRAIG, Parker L., The Japanese Police Sistem, Tōkyō, Kodansha International,1984.
DEVOS, George, A.; Mizushima, Keiichi, Organization and Social Function of Japanese Gangs: historical development and modern parallels, in Dore, R.P., (a cura di) Aspect of Social change in Modern Japan, Princeton, Princeton University Press, 1967, pp.289 - ???.
DEVOS, George, A., Socialization of Achievement: Essays on the Cultural Psychology of the Japanese, Berkley, University of California Press, 1973.
DEACON, Richard, A History of The Japanese Secret Service, London, Frederick Muller Limited, London, 1992.
FELLMAN, Sandi, The Japanese Tattoo, Abbeville Press, New York, 1986.
FUKUTANE, Tadashi, The Social Structure its evolution in the modern century, University press of Tōkyō, 1981.
HALL, John, Whitney, L’Impero Giapponese, Milano, Feltrinelli Editore, 1968.
HENDRY, Joy, Understanding Japanese Society, Croom Helm, New York, 1987.
INAZO, Nitobe, The Soul of Japan, Charles E. Tuttle Company, Inc., Tokyo, 1969.
IWAI, Hiroaki, Delinquenin Japanese Patterns of Behavoir, in Takie Sugiyama Lebra and William P. Lebra ( a cura di) Japanese Culture and Behavoir: selected reading , Honolulu, University Press of Hawaii, pp. 383-395 .
KAPLAN, David, and DUBRO, Alec, Yakuza: la Mafia Giapponese, Milano, Edizioni Comunità, 1987.
LEBRA, Takie, Sugiyama, Organized Delinquency: Yakuza as Cultural Exemple, in Japanese Patterns of Behavoir, Honolulu, Hawaii UP, Honolulu, 1976, pp. 169-189.
LEITER, Samuel, L., Kabuki Encyclopedia, Greenwood Press, Westport, Connecticut, 1979.
MITCHELL, Richard, H., Political Bribery in Japan, Hawaii UP. Honolulu, 1996.
MIYAZAWA, Setsuo, Policing in Japan: a Study on Making Crime, Albany, State University of New York Press, 1992.
MORRIS, Ivan, I., Nationalism and Right Wing in Japan, London, Oxford Univrsity Press, 1960.
ROME, Florence, The Tattooed Man: an American Woman Reports on the Japanese Criminal Underworld, New York: Delacorte Press, 1975
REISHAUER, Edwin, O., La Storia del Giappone passato e presente, Milano, Rizzoli Editore, 1974.
SANMSON, Gorge, A History of Japan 1965-1967, Stanford University Press, Stanford, California, 1966.
WHITHING, Robert, Tōkyō Underworld, Vintage Books a Division of Random House Inc., New York, 1999.
ARTICOLO NON FIRMATO, The Origin of the Yakuza”, TE, Vol., XVII, n.9–10, Sept.1981, pp. 45–51.
BAERWALD, Hans, H., Lockheed and Japanese Politics, “Asian Survey”, Vol., XVI, No.9, 1976, pp. 817-829.
BALDWIN, Frank, Sōkaiya, the Idiom of Contemporary Japan, "Japan Interpreter", 8, Winter 1974, pp. 502-509.
BEFU, Harumi, Gift–Giving in Modernig Japan, “Monumenta Nipponica”, Vol., 23, 1968, pp. 3-4.
BLACKER, Micheal, Japan 1974 The Year of Lockheed, "AS", 1976, pp.81-90.
BOZONO, Shigeru, Yakuza on the Defensive, "Japan Quarterly", Jan - March, 1998, pp. 79-86.
BUNPO, Natty, Yakuza, Sex slaves, Drug, Subway gas, Ultranationalism and Secret Societies, "Eastern Time", 7, May, 1997.
DELFS, Robert, Clash of Loyalty, "Far Eastern Economic Review", Nov., 21, 1991, pp. 30-34
DELFS, Robert, Japan: Feeding on the Sistem: Gangster Play Increasing Role in Business and Politics, FEER, Nov., 21, 1991, pp. 28-30
DELFS, Robert, Smoking Guns, FEER, Dec., 2, 1992, pp. 18–20.
DI PIETRO, Monty, The Tattoos: They are in Changing, TE, Vol. 34, No. 3, 1985, pp. 57-61.
FONTAINE, Gary and SEVERANCE, Laurence, J., Intercultural Problem in the Interpretation of Evidence: A Yakuza Trial, "Internatinal Journal of Intercultural Relations", Vol. 14, No. 2, 1990, pp. 163-176.
FUKUOKA, Masayuki, Tanaka Kakuei's Grass Roots, “Japan Echo, Special Essue", Vol. 10, No. 1, 1993, pp. 33-39.
GILL, Tom, Streetwinter, “Tōkyō Business”, April 1994, pp. 4–10.
GRAGER, Bruce, A., Yakuza: The Warlords of Japanese Organized Crime, "Annual Survay of INT'L & Coomp. Law", Vol. 4, No. 1, 1997, pp.147-245.
HAJIME, Shirohara, A Political Turning Point: Myth and Realty, JE, Vol. 3, No. 2, 1976, pp. 18- 30.
HEAD, Anthony, Japan and the Safe Society, JQ, Vol 42, No. 2, April-June, 1976, pp.146-154.
HIPPIN, Andreas, The Extreme Right In Japan, in "Arm the Spirit Publication", Toronto, May, 6, 1996.
HUANG, Frank, F.J., and VAUGHAN, Micheal, S., A Descritive: Analysis of Japanese Organized Crime: Bōryōkudan from 1945 to 1988, "International Criminal Justice Review", Vol. 2, 1992, pp. 19 - 57.
IGA, Mamoru and AVERBACH, Morton, Political Corruption and Social Structure in Japan, AS, No. 6, June 1997, pp. 556-564.
IMAZU, Hiroshi, Power Mosaic: Hotbed of Lockheed Case, JQ, Vol. 23, No.3, July, 1976, pp. 228-237.
INAMI, Shinnosuke, Going After the Yakuza, JQ, Vol. 5, No. 4, July-Sept, 1992, pp. 353-358.
ISHIKAWA Hirotomo, The Hidden Hand Multinational Corporations, JQ, Vol. 23, No. 3, July 1976, pp. 247-254.
KANEMATSU, Sachiko, The Women of Kabukichō, JQ, January – March, 1988, pp. 84-89.
KERSTEN, Joachim, Street Youth, Bōsōzoku, and Yakuza: Subculture Formation and Societal Reactions in Japan, "Crime and Delinquency", Vol., 39, No. 3, 1993, pp. 277-295.
KITAZAWA, Masakuni, The Lockheed Incident and Japanese Culture, “Japan Interpeter”, Vol., 11, No.2, Autumn 1976, pp.??.
KITAZAWA, Masakuni, The Lockheed Incident and Japanese Culture, JI, Vol., 11, Autumn, 1976, pp. 219-223;
MAGUIRE, Keith, Crime Control and the Yakuza in Contemporary Japan, "The Criminologist", Oct., 1997, pp. 131-141.
MANSFIELD, Stephen, The Invisible Art of the Tattoo, JQ, Vol., 46, No.1, January-March, 1999, pp. 30-41.
MIYAZAKI, Kenro, Gangsters & Business: The Story of a Turbulent Marriage, TB, December I994, p. 7.
MURAOBUSHI, Tetsurō, Crime Involving Men in Power and Structural Corruption, “JE”, Vol., III, No.2, 1976, pp. 31-32.
NAGAYO, Honna, Scandalous Scenary, JE, Vol. 3, No. 3, 1976, pp. 130-138.
NITTA, Mayumi, The Rise and Fall of the Art of Japanese Tattoing, “The East”, Vol., XXXIV, No.6.
OGINO, Hiroshi, The Sōkaiya's Grip on Corporate Japan, JQ, July - September, 1997, pp. 15-22.
PONS, Philippe, Yakuza, la Mafia du Japon, "L'Histoire", No.5, Dec. 1982, pp. 48-61.
REI, Shiratori, The Lockheed Affair: A Second Look at Democracy, JE, Vol. 3, No. 2, 1976, pp. 23-30.
ROGERS, Lawrence, Shinjū, MN, Vol., 49, No. 1, Spring, 1994, pp.40-60.
ROTHACHER, Albrecht, Yakuza. The Socioeconimic Rales of Organized Crime in Japan, “Internationales Asian Forum. International Quarterly, 24, No.1/2, Maggio 1993.
SAKURADA, Kenji, Yakuza on the Attack, "TBT", Dec., 1994, pp. 4-7.
SAKURADA, Kenji, Yakuza Storming the Corporate Ship, TBT, Vol., 62, No.4, April, 1994, pp. 46-47.
SHILLING, Mark, Yakuza Film: Fading Celluloid Heroes, JQ, July- September, 1996, pp. 30-42.
SHIRATORI, Rei, The Lockheed Affair: A Look at Democracy, JE, Vol., 3, No.2, 1976, pp. 23-30.
SZYMKOWAIK, Kennet, F., Sōkaiya Criminal Group and the Conflict for Corporate Power in Postwar Japan, "Asia Profile", Vol. 20, No.4, August, 1992, pp. 297-308.
SZYMKOWIAK, Kennet, F., and STEINOFF, Patricia, G., Wrapping Up in Something Long: Intimidation and Violence by Right -Wing Group in Japan, "Terrorism and Political Violence", Vol. 7, No. 1, 1995, pp. 265-298.
SZYMKOWIAK, Kennet, F., Sōkaiya: An Examonation of the Social and Legal Devoloupmet of Japan's Corporate Extortionist, "International Journal of the Sociology of Law", Vol. 22, 1994, pp.123-143.
TADAO, Uchida, The Lockheed Scandal and Japanese Democracy, JE, Vol. 3, No. 2, 1976, pp. 17
TADAO, Uchida, The Lockheed Scandal and Social Corruption, JE, Vol. 3, No.3, 1976, pp. 107-111.
TAKAGI, Masayuki, Pride and Prosperity Among the Yakuza, JQ, April-June, 1997, pp. 320-323.
TAKAHASHI, Eiichi, Roots of Corruption: Public Works System Makes, “Iron Tirangle” Rich, TBT, January, 1994, pp. 32–33.
TAKASHI, Kakimi, Organized Crime In Japan: The Bōryōkudan Groups, "The Police Chief", Oct., 1988, pp. 161-162.
TAKU, Murata, Corporate Shekedown Artist, TBT, October 1994, pp. 26-28.
TETSURO, Murobuchi, Crimes Involving Men Power and Structural Corruption, JE, Vol. 3, No. 2, 1976, pp. 31-41.
TRENDS AND TIPICS, Lockheed Scandal: Multinational Bribery and Japan, JQ, Vol., 23, No. 2, Apr., 1976, pp.109-120.
WANNER, Barbara, Yakuza in Japan: Organized Crime that is out in the open, “Terrorism, Violence and Insurgency Report”; 11, No.1, pp. 13–22.
WILLEMS, Nadine, Loi et Ordre, "La Reveau Novelle", Vol. 99, No. 8-9, pp. 31-35.
YAYAMA, Taro, The Recruit Scandal: Learning from the Causes of Corruption, "Journal of Japanese Studies", Vol. 16, No.1, 1990.
AOYAMA, Kōji, Yakuza no Sekai: Kenka, Jingi, Tobaku, sono Onna, (Il Mondo della Yakuza: Scontri, Cavalleria, Gioco d’azzardo, Donne), Kōfusha, 1979.
AOYAMA, Kōnichi, Yakuza no Sekai, (Il Mondo della yakuza), Kōfusha, 1991.
ASAKURA, Kyōji, For Beginners-Yakuza, (La yakuza per principianti), Gendai shokan, 1990.
ASAKURA, Kyōji, MIZOGUCHI Atushi, YAMANOUCHI Kyō, Yakuza to Iu Ikikata, (Lo stile di vita della yakuza), Tōkyō, Takarajima, 2000.
SAGA, Junichi, Asakusa bakuto ichidai, (Il primo bakuto di Asakusa), Kodansha,1991.
YAMAHIRA, Shigeki, Yakuza daijiten, (Il Grande dizionario della yakuza)Tōkyō, Futabasha, 1992, Vol.1; Vol. 2.
L’idea di analizzare la campagna elettorale delle elezioni del 18 aprile 1948, nasce dal desiderio di chiarire alcune particolarità della stessa, considerandone, non solo gli aspetti storici, politico e sociali, ma ricercando nelle modalità d’attuazione della propaganda elettorale, alcune peculiarità, che hanno rivestito un ruolo di primaria importanza nello svolgimento delle prime elezioni democratiche nel nostro Paese. Il clima della contesa elettorale fu particolarmente arroventato. Il Paese usciva distrutto da una guerra che aveva creato profonde lacerazioni all’interno, fra le istituzioni e la popolazione ed, in primis, fra quest’ultima e il potere monarchico. La stessa posizione dell’Italia nell’ambito della politica internazionale era completamente da ricostruire, a nulla era valsa la resa e il contributo dei partigiani a liberare il Nord dai tedeschi, a fronte della pregressa alleanza nazi – fascista, che aveva seminato morte e distruzione ovunque nel vecchio continente.
L’esperienza del CLN e dei governi d’unità nazionale, rappresentò un forte punto di coesione fra forze politiche diverse, ma che avevano in comune la pregiudiziale antifascista e la volontà di rappresentare e di tenere unito un paese che aveva, comunque, notevoli differenze al suo interno. La popolazione stessa, animata da una profonda voglia di riscatto, scelse con il referendum del 2 giugno 1946, di affidare le proprie sorti all’istituto repubblicano, ripudiando la monarchia, la quale, pagava una condotta piena di scelte subordinate unicamente ai propri interessi. Proprio nella consultazione referendaria il paese dimostrò d’avere due facce: una più riformista e una conservatrice, l’una desiderava intraprendere una nuova strada per rendere il paese più moderno, l’altra che avrebbe voluto il ristabilirsi delle condizioni antecedenti alla guerra.
Nel corso di pochi mesi, significative differenze si rivelarono anche all’interno del Cln, la pregiudiziale antifascista si spense con il rafforzarsi delle nuove istituzioni, e la necessità di distinzione fra le diverse forze politiche, fece sì che i contrasti all’interno della coalizione, si acuissero favorendo ora una classe sociale ora l’altra. Gli italiani si proiettarono nella discussione politica e nella lotta sociale con vigore, sostenuto quest’ultimo, da forti elementi d’idealità, schierandosi anche in maniera estrema, a favore delle forze conservatrici o di quelle di sinistra. La contesa fu aspra, i toni accesi, la competizione elettorale influenzata dalla situazione internazionale. La contrapposizione fra i paesi appartenenti al blocco sovietico e quelli che legati agli Usa, si delineò in breve tempo come un punto di riferimento per la politica nazionale, facilitando l’accendersi di sentimenti, da parte della popolazione esausta, legati, più che al raziocinio, all’istinto e alla volontà di trovare stabilità e pace. Si svolse, dunque, una campagna elettorale interamente volta alla demonizzazzione dell’avversario politico, e, sostanzialmente, privata, per questo motivo, della presentazione di programmi per ricostruire il paese. In tutte le manifestazioni d’intenti da parte della classe politica si ravvisano più elementi di contrasto aperto con l’opposta fazione, rispetto ad una volontà propositiva.
Questo fu il filo conduttore di quel periodo, questa particolarità si ravvisò nei discorsi di piazza, nel volantinaggio diffuso, nelle iconografie proposte nei manifesti. Proprio in questi ultimi è interessante analizzare la mancanza della divulgazione di piani programmatici o di proclami d’ideali politici. Si ravvisa, invece, da entrambe le parti, un evidente richiamo a valori assoluti, quali la libertà, la famiglia, la patria; tutti elementi che furono richiamati in maniera esplicita nei testi dei manifesti.
Le immagini proposte dagli stessi sono senza dubbio colme di significati, la lettura dell’occhio è impressionata dalla violenza del messaggio che alcuni di essi comunicano, quest’espressione è talvolta grottesca, apparentemente banale, altre volte è più subdola e di lettura meno immediata. L’originalità e la forza delle suddette immagini, ci hanno indotto a volerle considerare come affatto banali o grossolane, ma, altresì, a volerle leggere come il frutto di uno studio attento dal quale si può evincere un continuum di messaggi di contenuto subliminale espressi in essi.
Per approfondire questa materia, ci si è voluti affidare alla psicologia analitica di Carl Gustav Jung. Lo psichiatra svizzero nacque nel 1875 e morì nel 1961, è considerato il fondatore della psicologia analitica. Dopo avere terminato gli studi secondari si laureò in medicina a Basilea iniziando all’inizio del secolo la carriera psichiatrica. In seguito alla pubblicazione di diversi lavori scientifici, fra i quali quelli sul metodo da lui introdotto, l’”esperimento associativo”, acquisì una fama mondiale tale da procurargli diversi inviti all’estero. Nel 1907 incontrò per la prima volta Freud, e cominciò uno studio profondo della psicoanalisi, nella quale trovò una conferma delle teorie che egli stesso aveva elaborato precedentemente nel campo della psicopatologia sperimentale. Nel 1912 la pubblicazione del suo libro Trasformazioni e Simboli della libido dimostrò una posizione di contrapposizione rispetto a Freud. Un anno più tardi definirà la sua dottrina: “Psicologia analitica”[1]. Dopo avere abbandonato l’attività di docente si dedicò completamente allo studio sulla natura dell’inconscio e sui problemi dei comportamenti psichici. Il frutto di questo lavoro lo troviamo nel 1921 nell’opera Tipi Psicologici, e in altra serie d’opere che seguirono in rapida successione. Esse trattavano dell’inconscio collettivo e dei rapporti di questo con la coscienza, e della natura e delle forme dello sviluppo psichico. Le ricerche sull’inconscio e sulla sua fenomenologia indussero Jung ad affrontare lunghi viaggi per mettersi in contatto con delle realtà del tutto diverse da quell’occidentale. Egli poté constatare le interessanti analogie fra i contenuti dell’inconscio dell’europeo moderno, rispetto ad alcune manifestazioni della psiche dei primitivi e del loro mondo mitico e leggendario. Tali analogie, suggerirono a Jung d’approfondire quanto più possibile la conoscenza di culture che fossero altre rispetto a quell’europea. Trovò nell’estremo oriente una feconda materia per le sue ricerche, che gli permisero di avvalorare le sue tesi, e di continuare un proficuo studio in campo etnologico e sulla psicologia delle religioni. In tutta l’opera di Jung, si rivela un forte interesse per le dottrine e le tecniche orientali, in particolare s’interessò al taoismo e allo yoga, discipline che gli parvero facilitare l’unità spirituale attraverso l’unità degli opposti. Questo fu un pensiero fisso per Jung: la reintegrazione dei contrari, la volontà di ricucire i contrasti che impediscono all’uomo di avere una sua unità. Nella coincidenza oppositorum [2] si trovava la realtà di Dio. A tale proposito d’estrema importanza furono gli incontri con il sinologo tedesco Richard Wilhem, con l’indianista tedesco Heinrich Zimmer e quella con il filologo e mitologo ungherese Kàroly Kerèny. Jung fu insignito proprio per questi studi di lauree Honoris Causae dalle più importanti università mondiali e ricevette ogni genere di riconoscimento per la sua opera innovativa. Negli ultimi anni della sua vita, egli si dedicò quasi esclusivamente al suo lavoro scientifico e letterario, abbandonando del tutto la sua attività medica e d’insegnamento. I suoi studi vertevano sull’alchimia nelle sue connessioni psicologiche, sulla psicologia delle religioni, oltre che sui processi psichici dell’attuazione del Sé e al loro simbolismo.
Uno dei motivi di maggiore interesse per quanto riguarda l’opera di Jung, è senza dubbio l’introduzione del concetto d’inconscio collettivo. Con l’introduzione di tale concetto, Jung, opera un superamento della nozione d’inconscio com’era intesa da Freud; quest’ultimo sosteneva che l’inconscio non era altro che il punto dove convergevano i contenuti rimossi o dimenticati1. Jung chiama questo, inconscio personale, sostenendo che esso poggia su di uno strato più profondo, che non proviene dalle acquisizioni di natura personale, ma che è innato nell’uomo2. Questo strato più profondo è l’inconscio collettivo, e, deriva dalla possibilità di funzionamento che la psiche ha ereditato, cioè dalla struttura cerebrale ereditata3. Questo patrimonio comune a tutti gli uomini è il fondamento d’ogni psiche individuale.
L’inconscio, sostiene Jung, è precedente alla coscienza, ne costituisce il dato originario dal quale emerge la stessa, la quale non si edifica che secondariamente sull’attività dell’anima e quest’attività risulta dal funzionamento dell’inconscio4. Per Jung è indiscutibile come non sia la coscienza quella che regola principalmente l’attività dell’uomo, proprio perché una buona parte della nostra vita la passiamo in uno stato d’incoscienza. Jung chiama “collettivo” questo strato più profondo dell’inconscio poiché, esso è di natura universale e cioè ha contenuti e comportamenti che sono gli stessi dappertutto e per tutti gli individui5.
In questi contenuti è rappresentato il deposito dei tipici modi di reagire dell’umanità in situazioni di natura genericamente umana, indipendentemente da quali siano le differenziazioni etniche, storiche o di qualsiasi altro genere6. E’ dunque presente e sostanzialmente identico in tutti gli uomini, un sostrato psichico comune, di natura sovrapersonale.
I contenuti dell’inconscio personale sono principalmente i cosiddetti “complessi a tonalità affettiva”, mentre i contenuti dell’inconscio collettivo sono invece gli “archetipi”7 Jung così li introduce: il concetto di archetipo, che è un indispensabile correlato dell’idea d’inconscio collettivo, indica l’esistenza nella psiche di forme determinate che sembrano essere presenti sempre e dovunque.
Inizialmente, Jung li aveva definiti Urbilder , ovvero immagini primordiali, a tale definizione che risale al 1912 si aggiunge quella definitiva del 1919, archetipo appunto.8 Jung è indotto nella scelta del termine dalle “idee principales” di Sant’Agostino poiché esse contengono in forma chiara il contenuto e il senso: “… Les idees principàles (idee originarie) sono forme stabili e immutabili […] che non sono state create e perciò sono eterne e si presentano nello stesso modo, e che sono contenute nell’intelligenza divina…”9
Successivamente, nel 1946, Jung opera un’importante distinzione tra l’“archetipo in sé”, cioè l’archetipo potenzialmente insito in ogni struttura psichica, non percepibile; e l’archetipo attualizzato, divenuto percepibile, entrato nel campo della coscienza e che si presenta in seguito come immagine archetipica. In questo caso la sua manifestazione varia in maniera costante al mutare delle condizioni entro le quali si pone in essere. Ci sono, per così dire, immagini archetipiche che diventano efficaci solo in determinate circostanze, dopo essere giaciute nell’inconscio fino ad un attimo prima. L’archetipo rappresenta in sostanza un contenuto inconscio che viene modificato attraverso la presa di coscienza proprio per il fatto di essere percepito, e ciò avviene secondo la coscienza individuale nella quale si manifesta10.
L’archetipo non possiede solamente la possibilità di rappresentarsi in un modo statico, ad esempio come immagine primordiale, ma ha anche un modo dinamico processuale, per esempio nei processi di differenziazione della coscienza. Si possono persino stabilire una successione degli archetipi, a seconda che essi riguardino un numero più o meno alto di persone11. Jung chiama gli archetipi “organi psichici” e sostiene che il significato ultimo può essere circoscritto e non descritto.12
Gli archetipi sono determinati nella forma, ma non nel contenuto. Tanto più l’archetipo non è preciso nella forma, quanto più profondo è lo strato dell’inconscio collettivo da cui si presume che sorga; uno strato nel quale i simboli non esistono che come sistema di assi, privi ancora di contenuto individuale, non sono ancora differenziati dal sedimento della catena infinita dell’esperienza individuale, che essi, ad ogni modo, precedono.13
Se il problema è legato al tempo e alla personalità, sarà molto complicata la veste con la quale l’archetipo si esprime, ma al contempo essa sarà anche più delimitata e precisa; al contrario, quanto più impersonale e generale è ciò che l’archetipo vuole illustrare, tanto più semplice e non delineato sarà il suo linguaggio14. Possiamo dire che il numero degli archetipi non è infinito. Nella vita si presentano tanti archetipi, quanto è il numero delle situazioni tipiche. La ripetizione continua ha impresso queste esperienze nella nostra costituzione psichica, ma non lo ha fatto nella forma di immagini dotate di contenuto, bensì, inizialmente, come “forme senza contenuto” atte a costituire la possibilità di un certo tipo di percezione e azione. L’archetipo si attiverà qualora si presenti una situazione che gli corrisponde e si sviluppa una strada, che si apre un varco a fronte di ogni ragione o volontà15
Per Jung la somma degli archetipi corrisponde alla somma di tutte le latenti possibilità della psiche umana: un’inesauribile materiale di antichissime cognizioni su profondi nessi esistenti fra Dio, l’uomo e il cosmo che lo circonda. I motivi delle immagini archetipiche li ritroviamo in tutte le mitologie, favole, tradizioni religiose e in tutti i misteri. L’archetipo, fonte primordiale dell’esperienza umana universale, giace nell’inconscio, e di qui invade in maniera potente l’ambito della nostra vita17.
Riassumendo quanto detto in precedenza, la tesi di Jung, così come egli la descrive, è che, oltre alla coscienza immediata, che è di natura del tutto personale, esiste un secondo sistema psichico, che ha però una natura collettiva, universale e impersonale, che è comune a tutti gli individui. Questo inconscio collettivo, non deriva dall’esperienza, non si sviluppa individualmente, ma è ereditato. Consiste in forme preesistenti che sono gli archetipi, che possono divenire coscienti solo al momento che vengono “attivati” e danno una forma ben precisa a determinati contenuti psichici18.
Sappiamo come Jung, per dimostrare l’esistenza degli archetipi, prendeva in considerazione determinate forme psichiche che producono gli archetipi. Egli aveva trovato queste forme principalmente nei sogni, cogliendone di essi l’aspetto della libertà, della spontaneità, della psiche inconscia, e tutti quegli elementi che non essendo inquinati da un’intenzione cosciente, si esprimevano in tutta la loro forza senza i vincoli imposti dalla coscienza19. Nella interpretazione Junghiana dei sogni, ha un’importanza fondamentale il fenomeno psichico generalmente definito con il concetto di simbolo.
Abbiamo già detto come l’archetipo sia costituito per Jung, da dei prototipi di insiemi simbolici così profondamente iscritti nell’inconscio, da costituirne la struttura. Gli archetipi si manifestano come delle strutture psichiche quasi universali, innate o ereditate; una specie di coscienza collettiva che si esprime attraverso dei simboli particolari, carichi di una grande energia20. Queste rappresentazioni possono cambiare, almeno apparentemente, a causa delle diversità di cultura e di periodo storico, ma hanno tutte una medesima struttura, un insieme identico di relazioni; nondimeno è necessario non tralasciare l’importanza del condizionamento individuale, non bisogna cioè trascurare la realtà dell’individuo, la situazione che egli vive. Il simbolo archetipico collega l’universale all’individuale. La riduzione che si realizza attraverso l’analisi, che raggiunge gli elementi fondamentali e li universalizza, deve accompagnarsi ad un’integrazione di ordine sintetico e individualizzante. I simboli hanno un carattere espressivo e impressivo, poiché da un lato esprimono in immagini i processi intimi, e dall’altro canto dopo essere divenuti immagine, dopo essersi materializzati, imprimono il loro senso su tali processi, dando così ulteriore impulso alla corrente psichica21. Prima di continuare la discussione sul simbolo, occorre precisare quale sia il rapporto e le differenze che intercorrono fra il segno e il simbolo. Afferma Jung: “A mio modo di vedere il concetto di simbolo va rigorosamente distinto dal concetto di mero segno. Significato simbolico e significato nell’ambito della semeiotica sono due cose completamente diverse”. Non è espressione simbolica ciò che è analogia o denominazione abbreviata, ma, bensì, si può definire simbolico tutto quello che ci riferisce nella maniera più esauriente di una cosa della quale si conosce ancora poco22. La parola tedesca che equivale a simbolo è Sinnbild, ed esprime con chiarezza la duplice origine del suo contenuto: il significato (Sinn) è di pertinenza della coscienza, e dunque del razionale, l’immagine (Bild) è di pertinenza dell’inconscio e dell’irrazionale. Il simbolo ha dunque la qualità per rendere conto della totalità dei rapporti che si svolgono all’interno della psiche, ad esprimerne le implicazioni e i contrasti, oltre che ad agire su di essi23. Afferma Jung, che il fatto che una cosa sia un simbolo, oppure no, dipende anzitutto dalla coscienza della persona che lo osserva. Per alcuni un oggetto apparirà come un simbolo per altri solamente un segno. Il simbolo non è né allegoria, né un segno; bensì l’immagine di un contenuto che trascende la coscienza24. Il simbolo rinvia a qualcosa di fondamentalmente sconosciuto. La connessione tra simbolo e ignoto è così profonda che quando un contenuto simbolico si rende noto e si lascia interpretare in termini concettuali, perde le sue caratteristiche di simbolo per divenire segno25. Il simbolo contiene un’eccedenza di senso rispetto al senso conosciuto. Una volta annullata questa distanza, la degenerazione è fatale, il simbolo muore e degenera in segno.
Asserisce ancora Jung che, finché il simbolo è vivo, è la migliore espressione possibile di un fatto, ed è vivo solamente finché è gravido di significato. Quando questo viene alla luce e si scopre la formula presagita, il simbolo muore e conserva solo un valore storico26. Per mantenere la sua vitalità il simbolo deve superare l’interesse intellettuale ed estetico, e suscitare anche una forma di vita; è vivo solamente il simbolo che è veicolo di un presagio non ancora riconosciuto, in quel momento induce l’inconscio alla partecipazione genera la vita e stimola lo sviluppo27. Il simbolo si rivolge sia alla parte cosciente, sia all’inconscio, possiamo spiegarlo e sentirlo, ma esso porta comunque all’interno di noi un sovrappiù che guida la nostra razionalità al di fuori dei percorsi abituali dell’intelletto.
Il simbolo, insomma, non rinvia a nulla di noto: “Un simbolo non comprende e non spiega, ma accenna, al di là di sé stesso, a un senso ancora trascendente, inconcepibile, oscuramente intuito, che le parole del nostro linguaggio attuale non potrebbero adeguatamente esprimere.” Afferma Jung in “Geist und Leben” (spirito e vita) nel 1926. Il simbolo è un termine, un nome, un’immagine, che, anche quando appartiene alla vita quotidiana, e dunque risulta essere a noi del tutto familiare, possiede al suo interno delle implicazioni che si vanno ad aggiungere al suo significato noto e convenzionale. Lo spirito che cerca di scoprire cosa vi sia al di là dell’evidenza, cosa si nasconda d’ignoto, è fatalmente condotto verso idee che stanno al di fuori, oltre, al di là della ragione intesa come razionalità.
La presentazione di termini simbolici avviene per mano dell’uomo proprio per l’incapacità di esprimere dei concetti che vanno al di là della ragione umana, e che non sapremmo chiarire o comunicare agli altri e a noi stessi in alcun modo. L’uomo tenta di esprimersi attraverso i simboli inconsapevolmente, ma anche spontaneamente per cercare di esprimere l’ineffabile e il non altrimenti comprensibile.28 La funzione di risonanza di un simbolo è attiva nella misura in cui il simbolo si accorda con la società, con l’epoca, con la circostanza e con la spiritualità di una persona.29 Il simbolo deve essere legato dunque, ad una psicologia collettiva determinata e la sua esistenza non può dipendere esclusivamente da una coscienza individuale. Il rapporto fra il sociale e l’individuale può essere armonizzato dal simbolo. Una delle sue funzioni è anche quella di collegare e armonizzare i contrasti. Jung chiama questa funzione “trascendente”; cioè la proprietà che hanno i singoli di stabilire una connessione fra due forze antagoniste, e di superare le contrapposizioni e di aprire così la strada al processo di progresso della coscienza.30 Attraverso questa funzione trascendente dei simboli si liberano, si collegano e si uniscono, forze vitali antagoniste ma non incompatibili che sono in grado di unirsi se non in un processo di sviluppo integrato e simultaneo31. Per quanto i simboli ci appaiono di difficile comprensione nella loro totalità, essi possiedono che una realtà, che ha una funzione attiva e importante nella vita immaginativa. Si forma una logica originale e non riducibile alla dialettica razionale, Jung sostiene che: “Il mondo parla attraverso il simbolo[…] e più il simbolo è arcaico e profondo[…] più diventa collettivo e universale. Più è astratto, differenziato e specifico più si avvicina alla natura dei fatti unici”32 Il simbolo, non è mai “questo” o “quello”. Si può dire che il simbolo è questo o quello nel senso che fa essere questa o quella cosa, nel senso che la eventua33.
Jung lamenta la povertà del linguaggio attuale e si auspica la creazione di un nuovo linguaggio, in modo che quest’ultimo possa dischiudere i rapporti che vanno oltre le parole della ragione. Quest’ultimo dice solamente come sono le cose, occorre trovare un linguaggio che non dice, ma ritorna alle cose originarie, dal detto a ciò che non è detto, e che dal detto è richiamato34. Jung rinuncia, di fatto, ad una sistemazione dottrinaria che porti ad un'interpretazione dei simboli, perché egli ritiene la lettura del simbolo come ritorno al fondo nascosto. L’esegesi35 Junghiana è questo tentativo verso un ritorno promosso dalla convinzione che, ciò che rimane nascosto e gelosamente custodito dal simbolo, non costituisca la sconfitta della coscienza, ma, anzi, il terreno adatto alla coscienza per favorirne lo sviluppo e la completamento36.Ritornando per un attimo sulla questione che riguarda l’efficacia del simbolo, si può aggiungere che un simbolo è realmente vivo solamente quando esso rappresenta, per chi lo osserva, l’espressione migliore e più alta possibile di qualcosa di presentito e ancora non conosciuto. Solo così il simbolo può generare una partecipazione inconscia. Quanto più il simbolo è vivo, più formulerà un aspetto essenziale dell’inconscio, e tanto più tale aspetto sarà diffuso, tanto sarà più universale l’azione del simbolo. Perché accada questo, il simbolo deve provenire da tutto quello che c’è di più complicato e differenziato in una data epoca. Un simbolo per potere avere effettivamente influenza su una moltitudine di soggetti, dovrà abbracciare i soggetti con un qualcosa di facilmente accessibile, di primitivo affinché la sua presenza sia al di là di ogni ragionevole dubbio. Solo se il simbolo abbraccia questo aspetto e lo esprime nel modo più profondo ed elevato la sua azione si può estendere a tutti. In questo consiste l’azione potente e liberatrice di un simbolo sociale37.
Il successo riportato dalla psicoanalisi, ha posto in grande rilievo alcune parole chiave quali: immagine, simbolo e simbolismo. La constatazione di quale sia stata l’importanza del simbolismo nella mentalità delle società primitive, ha rivelato la medesima importanza per le società tradizionali. Il superamento dello scientismo, del positivismo, del razionalismo in genere, è avvenuto sia in campo filosofico, ma anche in campo artistico, soprattutto con le ricerche del surrealismo38. L’approdo del simbolismo coincide di fatto con la comparsa dell’Asia nella storia occidentale, anche se questo sincronismo non viene del tutto da sé. Il riconoscimento del simbolo come mezzo conoscitivo avviene allorquando, l’Europa occidentale, si rende conto di non essere più la sola a fare la storia e si emancipa da essa considerando anche le culture altre, per non rimanere rinchiusa in un criterio prettamente etnocentrico.
La riscoperta dell’importanza del simbolismo per il pensiero arcaico ha fatto si che ci si potesse rendere conto, quanto, quei simboli che appartengono alla vita spirituale, siano impossibili da cancellare, laddove, a fronte di mutilazioni e degradazioni e smascheramenti di ogni tipo, di fronte all’inarrestabile cambiamento d’insegna, essi abbiano resistito così tenacemente non piegandosi allo scorrere del tempo39. Il pensiero simbolico, non è più un patrimonio esclusivo del bambino, o del poeta o dello squilibrato, come un tempo si credeva, esso è insito nel genere umano, cela all’interno alcuni aspetti della realtà, quelli più profondi e più reconditi e non conoscibili altrimenti40.
Le creazioni mitologiche e simboliche non sono creazioni irresponsabili della psiche, ma, anzi, esse rispondono a questa esigenza di mettere a nudo le modalità più segrete dell’essere. Perché l’uomo non è solamente “storico”, e quando egli evidentemente non lo è, non sprofonda nella brutalità del suo essere animale, ma ritrova le immagini primordiali, i sogni e le fantasticherie, di un “paradiso perduto”41. Se Freud ha avuto il grande merito di individuare l’inconscio personale, Jung ha scoperto l’inconscio collettivo e gli archetipi ad esso connesso. Facendo ciò, ha contribuito a creare una nuova chiave di lettura con la quale rianalizzare i sogni, i miti e le visioni42.
Questa descrizione del pensiero junghiano, della sua teoria riguardante la presenza di un inconscio collettivo comune più o meno a tutti gli esseri umani, che sottende all’inconscio personale costituendo di esso il suo substrato, dell’introduzione del concetto di archetipo, la riconosciuta importanza dei simboli, ci può dunque dare una chiave di lettura attraverso la quale interpretare le modalità della campagna elettorale del 1948.
In quell’occasione, il clima di grande euforia, di ansia, paura e di profonda volontà di partecipazione alla vita democratica del paese, sembra si, innescarsi a seguito dello svolgersi degli accadimenti storici, dalle generali difficoltà che la popolazione deve affrontare, dal peso di una guerra persa dal quale il paese sembra non riuscire ad affrancarsi, da una situazione politica internazionale che sembra avere dei paurosi inneschi con la politica interna, ma anche per le modalità della campagna elettorale, laddove i simboli utilizzati liberano gli archetipi dell’inconscio, impadronendosi delle coscienze individuali e collettive e mescolandosi così, sia al vissuto della società, sia a quello individuale.
Secondo questo punto di vista, sarebbe più facile intendere in maniera corretta, la forte e reiterata presenza di proclami che si rifanno a valori universali, piuttosto che ad un piano programmatico atto alla ricostituzione di un ordine politico, sociale ed economico1.
Ancora più chiara appare la spinta alla partecipazione alla vita politica del paese, come se d’un tratto si fossero liberate forze sconosciute alla coscienza, ma interiorizzate nell’inconscio collettivo, quasi fosse un’energia che trae origine da motivi sconosciuti, ma fortemente radicati nell’animo della collettività.
La successiva analisi dei manifesti, dunque, non sarà basata, ad una analisi epistemologica e nemmeno ad una valutazione della realizzazione artistica del manifesto, ma cercherà di individuare gli elementi simbolici presenti nella grafica di allora, considerandone, dunque, l’aspetto psicanalitico. Si cercherà di percepire all’interno di ogni singolo manifesto la presenza degli archetipi dell’inconscio collettivo, per decretare il valore simbolico contenuto in essi.
1 L’idea di una “epidemia archetipica” della complicazione con i vissuti sociali ed individuali, della degenerazione in una schizofrenia collettiva è contemplata in un saggio di Claudio Bonvecchio: “Sangue e aurora: ordine politico e ordine simbolico”, nel quale, l’autore prende in analisi il periodo storico della rivoluzione francese, analizzando i contenuti simbolici inerenti a quell’episodio, che viene definito, come: “un fenomeno di schizofrenia collettiva, il primo, forse, di una lunga serie di schizofrenie collettive.
1 C.G. Jung, Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Torino, 1980
2 Op. cit., p.3
3 Op. cit., p. 22
4 Op. cit., p. 22
6 Op. cit., p.23
7 Op. cit., p.4
8 Op. cit., p. 58
9 Op. cit., p. 59
10 Op. cit., p. 5
11 Op. cit., p. 58
12 Op. cit., p. 63
13 Op. cit., p. 64
14 Op. cit., p. 65
15 Op. cit., p. 49
16 Op. cit., p. 66
17 Op. cit., p. 68
18 Op. cit., p. 44
19 Op. cit., p. 49
20 J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, Milano, 1997, p.XIV
21 Op. cit., p. 120
22 Op. cit., pp. 483 - 484
23 Op. cit., p. 123
24 Op. cit., p. 484
25 U. Galimberti, La terra senza il male, Milano, 1988, p. 63 - 64
26 Op. cit., p. 484
27 Op. cit., p. 486
28 Op. cit., pp. 20 - 21
29 Op. cit., p. 496
30 Op. cit., p. 497
31 Op. cit., p. 498
32 Op. cit., XXXIV
33 Op. cit., p. 201
34 Op. cit., p. 202
35 Una definizione completa del concetto di “esegesi” viene formulata da H. Corbin contenuta in “Avicenne et le recit visionnaire”: Sotto l’idea di esegesi si annuncia quella di una Guida (l’esegeta), e sotto l’idea di exegesis traspare quella di un esodo, di una “uscita dall’Egitto” che è un esodo fuori dalla metafora e dalla schiavitù della lettera, fuori dall’esilio e dall’occidente dell’apparenza essoterica, verso l’idea dell’idea originaria e nascosta. In questo caso l’esegesi Junghiana.
36 Op. cit., p.206
37 Op. cit., p. 487
38 M. Eliade, Immagini e simboli, trad. it., Milano, 1998, p. 13
39 Op. cit., p.15
41 Op. cit., p. 35
42 M. Eliade, Spezzare il tetto della casa, Milano, 1997, p. 35
I manifesti della Democrazia Cristiana per la campagna elettorale del 1948 necessitano di una piccola nota introduttiva. La particolarità delle immagini in essi riprodotta ha una spiegazione anche nelle modalità della campagna elettorale stessa. La casa di produzione era la Spes, e la generalità dei manifesti, circa una cinquantina, fu promossa dai comitati civici.
L’azione dei Comitati Civici fu particolarmente fulminea. I C. C. come venivano chiamati, erano stati creati solamente nel febbraio del 1948[1], a pochi mesi dalle elezioni, ma riuscirono a produrre un volume di propaganda notevole, nonostante il poco tempo materiale avuto a disposizione.
Il fondatore dei comitati civici fu Luigi Gedda, personaggio legato agli ambienti della Chiesa e che dalla Chiesa, direttamente dalla persona del Papa Pio XII[2] aveva ottenuto di fondare i comitati civici allo scopo di fare fronte alla organizzazione capillare del Partito Comunista Italiano. E’ fondamentale ricordare che la struttura messa in opera da Gedda, servì a dare voce alle altre associazioni cattoliche, che non avevano modo di poter fare politica dovendo attenersi alle norme concordatarie del 1929, nelle quali si specificava come la Chiesa non potesse fare propaganda. Oltre ai cinquanta manifesti citati vi fu una grande produzione di volantinaggio e la stampa di un periodico in 250.000 copie denominato il “Collegamento” e che ebbe grande diffusione nel Paese.[3]
I manifesti della democrazia cristiana si avvalsero dell’opera grafica di uno dei più affermati professionisti dell’epoca: Gino Boccasile. Il medesimo autore che aveva prodotto i manifesti delle “signorine grandi firme” e già autore di alcune opere realizzate per conto della Repubblica di Salò. Era stato istituito per l’occasione anche un “Ufficio psicologico” per la preparazione di tali manifesti. Turi Vasile ne era il direttore.[4]
[1] Luigi Gedda, 18 aprile 1948, Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del fronte popolare, Milano, 1998, p. 120
[2] Il Papa Pio XII più volte era entrato in netto contrasto con De Gasperi, era deluso da quella che riteneva essere una mancanza di giudizio da parte della Dc.
[3] S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, Venezia, 1992, p. 102
[4] Op. Cit., S. Lanaro, p. 102 - 103
Questo manifesto, edito dalla Spes1 e commissionato dalla Democrazia Cristiana per la campagna elettorale del 1948, presenta diverse caratteristiche interessanti, che si prestano ad una lettura interpretativa feconda e di notevole rilievo sotto il profilo della presenza di immagini cariche di simbolismo.
Il manifesto ha uno sviluppo verticale.
L'immagine nel suo complesso, è composta da tre elementi fondamentali: la presenza inquietante dei serpenti sul fondo, la famiglia serena e la spada con annessa iscrizione a rappresentare un'istanza di separazione fra i due elementi precedentemente descritti.
Di grande importanza risulta essere l’apporto delle diverse colorazioni che fanno da sfondo all’immagine. Il colore nero sul fondo del manifesto, la colorazione aurorale che si staglia alle spalle della famiglia riunita.
Partendo dal basso, osserviamo lo stagliarsi di alcuni serpenti sul fondo scuro, e due scritte che accompagnano la curvi linearità degli stessi: "divorzio", "libero amore".
Nella simbologia generale il serpente si distingue da tutte le altre specie animali, alla pari dell'uomo, solo che ne costituisce in qualche modo l'opposto; come l'uomo appare il risultato di una profonda trasformazione genetica e, comunque, il raggiungimento di un risultato complesso; così, d'altro canto, il serpente, senza né zampe, né peli, né sangue caldo sembra essere all'inizio di questo percorso di metamorfosi. Da questo punto di vista l'uomo e il serpente sono opposti e complementari.
E' possibile ritrovare nell'uomo una parte del serpente, soprattutto in colui che non usa adeguatamente il suo intelletto; Jung afferma: " il serpente è un vertebrato che incarna la psiche inferiore, lo psichismo oscuro, ciò che è raro, incomprensibile e misterioso." La semplicità del serpente è in qualche maniera scandalosa.2 Mentre la Cristianità ha sempre considerato il serpente come elemento negativo e maledetto, le sacre scritture documentano due aspetti simbolici del serpente.
Nei "Numeri", Dio, invia i serpenti che fanno morire gli israeliti, ma il popolo eletto ritrova, nel serpente stesso, la strada per ritornare alla vita nelle istruzioni che il supremo divino da a Mosè:" Allora il Signore mandò fra il popolo i serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d'israeliti morì." Il popolo venne a Mosè e disse:" Abbiamo peccato perché abbiamo parlato male contro il signore e contro di te; prega il signore che allontani da noi questi serpenti." Mosè pregò per il popolo e il signore gli disse:" Fatti un serpente e mettilo sopra l'asta; chiunque, dopo essere stato morso lo guarderà, resterà in vita."3
La figura più rinomata all'interno del mondo cristiano rimane, comunque, quella del serpente di Eva, condannato a strisciare, e il serpente o drago cosmico del quale S. Giovanni nell'apocalisse, determina la sostanziale disfatta. “Il grande drago, cioè il serpente antico, colui che chiamano il diavolo e Satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli." (Apocalisse, 12,9)
Il seduttore iniziale, diviene ripugnante, non è il potere incontestabile del serpente che viene messo in dubbio, ma la sua origine che appare come un'acquisizione furtiva: il sapere del serpente diviene maledetto, e il serpente che è dentro di noi diviene causa dei vizi che ci portarono alla morte.
Nell’archetipo del racconto biblico il serpente dà intendere ad Adamo che l’albero della morte è in realtà l’albero della vita. Esso stesso ne mangia tutti i frutti, egli si presenta così carico di tutti i peccati. Nella tradizione il serpente è l’avaro, l’orgoglioso, colui che accumula beni temporali, simbolo della lussuria essendo stato il più maligno degli animali avendo tolto a Eva il pudore virginale, avendo ispirato il desiderio del coito bestiale. 4
Le due scritture che accompagnano i serpenti, quasi assecondandone la loro curvilinearità: ”Divorzio”, “Libero amore” stanno ad indicare la forza tentatrice del rettile maligno nei confronti della famiglia soprastante.
Di fondamentale importanza e il fondo di colore nero nei quali i serpenti si situano nella dinamica tentazione al peccato.
Il colore in generale ha un ruolo di fondamentale importanza a livello simbolico, ed ha una rilevanza universale, non soltanto dal punto di vista geografico; la cosa più importante è che esso investe tutti i campi della conoscenza e dell’essere, le interpretazioni possono variare a seconda delle diversità delle culture e delle aree geografiche, ma l’importanza e la presenza del colore è costante.5
Nella sua accezione simbolica più comune, il nero è assunto come un simbolo del freddo, del negativo. E’ associato alle tenebre primordiali, al mondo indifferenziato e non formato. Occorre ricordare che il buio è il dominio del germe, e che il nero come è ben sottolineato da Jung, è il luogo delle germinazioni, il colore delle origini, degli inizi, di ciò che è ancora occulto, precedente all’esperienza numinosa della nascita. In più esso è il segno della morte, come il bianco peraltro, con la differenza che il bianco promette un aldilà, il nero segna la morte definitiva, senza speranza.6 A tal proposito proprio l’Adamo ed Eva dello zoroastrismo7 si vestono di nero al momento della cacciata dal paradiso. E’ inoltre evocatore della confusione e del disordine, il nero è l’oscurità delle origini e precede la creazione di tutte le religioni.
Il nero è collegato all’idea del Male, ovvero, a tutto quello che si oppone o ritarda il progetto di evoluzione, voluto dalla divinità, esso evoca quello che gli Indù chiamavano ignoranza, l’Ombra di Jung8, il diabolico serpente - drago che è indispensabile vincere per assicurarsi la propria metamorfosi. Possiamo osservare che i serpenti neri, e il colore dove essi si stagliano, attivano lo stesso tipo di archetipo.
La spada che si pone fra le due figure opposte, cioè, i serpenti e la famiglia trina, è il simbolo della potenza e della virtù militare legata all'idea di potenza. Quest'ultima ha senz'altro un potere distruttivo, ma questa sua distruttività è inserita in un contesto di difesa dalla malvagità, e dunque assume un valore positivo, dato che possiede il carattere della forza che protegge con vigore la posizione della famiglia felice dagli incubi proposti dai serpenti, cioè la rottura del loro patto d’amore, d’unione. La spada è anche il simbolo della guerra santa. Questa guerra è prima di tutto una guerra interiore, tale può essere il significato della spada portata da Cristo (Matteo,10,34) "Non crediate che sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada." Possiede in sé il duplice aspetto della costruttività e della distruttività, un simbolo del verbo , della parola. In generale, nella tradizione cristiane la spada richiama alla spada nobile dei cavalieri e degli eroi cristiani. Citate di sovente nelle chanson de geste, le spade stesse assumono dei nomi significativi. I nomi dimostrano la personalizzazione della spada, ed ad essa è associata l'idea di luminosità e di chiarezza. 9
Non è assolutamente estranea, dunque, l'iscrizione presente sulla spada. Essa richiama all'idea di baluardo e di difesa estrema che la spada metaforica, e in realtà il "voto cristiano", opera nei confronti delle serpi tentatrici che vorrebbero portare allo stravolgimento dei valori.
La spada è anche luce e lampo, in quanto frammento della Croce luminosa, tale era definita dai crociati. Questa immagine della spada scintillante è presente anche in altre culture: la spada sacra giapponese deriva dal lampo, il Bodhissatva10 porta la spada fiammeggiante ed è simbolo della lotta per la conquista della conoscenza e per la liberazione dai desideri. Essa taglia l’oscurità dell’ignoranza o il nodo dei grovigli (Govinda), anche la spada di Visnhu, fiammeggiante anch’essa, è il simbolo della conoscenza pura e dell’eliminazione dell’ignoranza.
Altri due significati simbolici sono attribuibili alla spada. Può essere interpretato come freccia. E’ il simbolo della penetrazione e dell’apertura. L’orifizio è una luce.
La freccia rappresenta così il pensiero che introduce la luce e l’organo creatore che apre per fecondare. Una luce che rischiara lo spazio chiuso aprendolo, un raggio solare, che costituisce un elemento fecondante, atto a separare le immagini. Essa è anche generalmente ritenuta, simbolica degli scambi fra il cielo e la terra, in particolare, come in questo caso, essendo questa rivolta verso il basso, è simbolo dell’attribuzione divina, come la folgore primitiva o il raggio di luce o la pioggia che feconda.11
Questa interpretazione appare, quanto mai azzeccata se messa in relazione all’elemento colore, e dunque riflazione di luce nello sviluppo complessivo del manifesto. Infatti quella luce, quella fecondità, di cui si parla, ha, di fatto, inizio solo allorché la spada interviene come elemento di stacco fra lo strisciare ambiguo e molesto dei serpenti e l’abbraccio caldo dei genitori che si stringono intorno al figlio.
Strettamente collegato alla simbologia della spada e a quella della freccia, possiamo individuare, nell’arma impugnata, la figura del fallo. E’ interpretabile come potenza generatrice, fonte e canale del seme. Nella religione ebraica il fallo era considerato come il principio di tutto ciò che vive, e ancora, come fattore d’equilibrio e di sostegno dell’ordine del mondo.12
Di qui, la sua forza creatrice che è brandita contro l’oscurità del male, contro il disegno degenerativo delle serpi. Tale forza impedisce lo sviluppo delle idee sataniche, e di fatto, rende possibile la serenità della famiglia dietro alla quale si genera una speranzosa aurora.
La spada è saldamente impugnata da una mano. Nella tradizione biblica e cristiana la mano è simbolo di potenza e di supremazia del divino.
Nell’antico testamento, riferendosi alla mano di Dio, la mano significa Dio, nella pienezza della sua potenza ed efficacia; una mano che protegge e crea, ma che distrugge chi gli si oppone. La mano destra è in particolare quella delle benedizioni, mentre quella sinistra è quella delle maledizioni.13
La scrittura sulla spada retta dalla mano destra potrebbe rappresentare una forma di benedizione del voto cristiano. La mano è anche simbolo dell’azione differenziatrice, il significato si collega strettamente a quello della freccia e ricorda che il nome di Chirone, il Sagittario, deriva dalla parola mano (cheir), il cui ideogramma è una freccia.14
La famiglia possiede tutte quelle caratteristiche di serenità introdotte dallo stacco della mano che brandisce la spada. E’ composta da tre elementi che si riunisco in un abbraccio nel quale entrambi i genitori sollevano e sostengono il figlio.
Nel complesso della figura, l’uomo contiene la sua famiglia circondandola con un generoso abbraccio. Il braccio è il simbolo della forza e del potere, della concessione del soccorso e soprattutto in questo caso, della protezione.15 La figura della donna, cinta dal braccio dell’uomo, si presenta con una mano che sostiene in modo lieve e materno la piccola creatura, più che altro sostenuta dal padre. La sua postura, è tipica anche dell’atto della preghiera, così come la testa leggermente protesa verso l’alto.
La figura del figlio è d’estrema serenità, le braccia sono sospese in una condizione di completo affidamento del proprio equilibrio alle figure genitoriali.
E’ altresì importante sottolineare come ci troviamo di fronte ad una struttura familiare che ricorda la Sacra Famiglia, questo anche per l’apporto fornito all’immagine dallo sfondo aurorale, che sembra incorniciare la famiglia in una specie di aureola. Contiguamente, il fatto che la famiglia sia composta da tre elementi ci fa ricordare come il numero tre sia universalmente ritenuto come il numero fondamentale dalle culture di tutto il mondo.
Esprime l’ordine intellettuale e spirituale, in Dio, nell’uomo e nel cosmo, espressione della totalità e del compimento.16
E’ rappresentata dalla colorazione gialla intensa che appare alle spalle dell’unità familiare, che degrada lentamente verso l’esterno del manifesto in un altrettanto calda colorazione arancione. Il giallo è il più caldo ed espansivo dei colori, luce che si riflette senza limiti, come i raggi del sole. Afferma Kandinsky: “il giallo ha una tale tendenza al chiaro, che non esiste una gradazione di giallo, molto scuro, in questo senso il giallo e il bianco sono riuniti da grosse affinità”.17
Superando l’elemento colore, non possiamo non notare come questo rappresenti un chiaro simbolo aurorale. Nella generalità della cultura, l’aurora è il simbolo del risveglio gioioso. Alla lunga notte rappresentata dalle serpi che si agitano nel mondo oscuro, disordinato e non generato, si contrappone la luce aurorale a significare la fine della notte , a risvegliare le nostre ricchezze e tutte le cose che ci circondano.
L’aurora è anche portatrice di ordine, favorisce la lontananza degli odi, ed è ricca di felici presagi per il futuro. Con tutta le sua ricchezza simbolica è indicatrice della enorme potenza divina e l’annuncio della sua vittoria sul male e sul buio che accompagna la malvagità.18
Come abbiamo visto, il manifesto da noi denominato. “Voto cristiano”, possiede delle immagini di alto contenuto simbolico. Dapprima, secondo la metodologia che ci siamo proposti, si è voluto analizzare la visione generale del manifesto allo scopo d’individuarne una struttura generale dello stesso. Poi, si è preso in considerazione ogni singolo fattore simbolico. Per completezza, ci sembra opportuno analizzare il manifesto nel suo complesso alla luce dell’analisi esperita.
Per prima cosa la distribuzione degli elementi nello spazio segue uno sviluppo verticale, che è una dato di fatto visivo, ma anche un criterio di elevazione di tipo morale.
Nella parte più bassa e più scura, quella dove trovano spazio i serpenti e le due scritte: “divorzio” , “libero amore” troviamo senza ombra di dubbio lo spazio riservato ai valori negativi; diretto a sottolineare come essi siano frutto dell’azione maligna dei serpenti. Le scritte come già sottolineato seguono un andamento curvilineo a sottolineare l’identità con i rettili.
L’elemento “spada” protegge, a tramite del voto cristiano, la famiglia soprastante, induce a un cambiamento totale della scena introducendo la luce aurorale, simbolo della rinascita e della possibilità del generare. La mano che regge la spada incute fiducia e timore per quanto appaia salda e fondata la sua presa. La famiglia è il richiamo finale, la realizzazione di un desiderio di tranquillità e sicurezza, di rispetto per l’istituzione famigliare benedetta dalla fede, contro il richiamo satanico dei serpenti, contro l’avversità di un mondo che non potrebbe reggersi né sul libero amore, né, tantomeno, sul divorzio. Ed è allora che si avverte quel senso di serenità, di ricominciamento, che si realizza alla luce della vita, dei valori cristiani, alla luce intesa e vitale dell’aurora.
Il tema della salvaguardia dei valori della famiglia ha un ruolo fondamentale in questo manifesto, la sua importanza è dovuta e ben riconoscibile nella situazione politica del tempo, nella quale, venivano riconosciuti fra i valori promossi al comunismo anche quelli di una maggiore libertà rispetto all’istituzione del matrimonio, ed una generale mancanza relativa ai valori della vita che sempre sono stati riconoscibili come elementi della cristianità.
1 La Spes: studio, propaganda e stampa, nata di fatto nell’agosto del 1945
2 J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Milano, 1997, vol. II, p. 358
4 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. II, p. 370
5 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. I, p. 301
6 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. II, p. 123
7 Per Zoroastrismo s’intende secondo le ultime tendenze degli studi, la dottrina esoterica particolare della religione iraniana, che ha le sue radici nel mazdeismo.
8 Il discorso intorno all’Ombra è una delle tappe fondamentali negli studi del psicanalista svizzero: il regno del perfetto non può dirsi realmente tale , se non comprende al suo interno anche il suo volto scuro, ovverossia l’Ombra. Questa è una parte del nostro inconscio personale, e se l’inconscio collettivo è una unità dinamica e vitale, necessita anche della sua parte oscura.
9 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. II, p. 413
10 Termine sanscrito (colui la cui essenza è il risveglio, l’”illuminazione”, che nel buddismo sta ad indicare chi, giunto attraverso progressivi stadi d’illuminazione alla soglia alla soglia del nirvana, rinuncia per aiutare gli altri a raggiungere la liberazione.
11 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. II, pp. 465 - 466
12 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. I, p. 434
13 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. II, p. 64
14 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. II, p. 65
15 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. I, p. 154
16 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. II, p. 486
17 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. I, p. 499
18 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Milano, 1997, vol. I, p. 117
Questo manifesto, edito dalla Spes per la democrazia cristiana ed utilizzato nella campagna elettorale del 1948, ha uno sviluppo verticale.
In esso possiamo distinguere la figura predominante di un castello, dal quale viene fatto sollevare un ponte levatoio.
Sotto di esso si agita una folla impotente di uomini che brandiscono i pugni e stemmi del comunismo, a questa moltitudine si oppone la forza dello stemma dello scudo crociato.Dietro la merlatura del castello e dunque al sicuro da ogni pericolo, sventola la bandiera italiana, al fianco della quale compare la scritta “non si passa”.
La figura del castello in questo manifesto, è a dire poco dominante. La sua dominanza si rileva sia nelle immense dimensioni del ponte levatoio, sia nelle altissime mura, che si oppongo ad una folla che apparentemente nulla può fare per opporsi contro la solidità dell’edificio.
Il castello è generalmente raffigurato come un elemento atto ad infondere sicurezza.
E’ un simbolo di protezione, assai più della casa, per forza delle sue alte mura che sembrano opporre diniego a qualsiasi avversità.[1] Molto spesso è raffigurato in una posizione difficilmente accessibile, in una collocazione isolata, separata dal resto, racchiude qualcosa di lontano e di desiderabile.[2] In questo caso non appare così, ma il valore simbolico è del tutto invariato.
La forma della Gerusalemme liberata ad esempio, era una roccaforte irta di torri e di guglie altissime[3], nei secoli il castello è sempre rappresentato così.
Il castello raffigurato in questo manifesto, non propone argomenti né di tipo favolistico, né con particolari significati appartenenti al mondo del magico. Contrariamente ad altre raffigurazioni, l’immagine qui proposta è priva di alcune particolarità che caratterizzerebbero ulteriormente l’edificio[4], ma propone il tema unico dell’innalzamento delle mura di fronte al nemico comunista. La forma della merlatura è tipica dei castelli medievali, dove storicamente si radunava il popolo del borgo allorquando infuriavano le scorribande o pericoli di qualsiasi tipo. Si rivolge a livello d’immagine ad un vissuto storico della realtà italiana, come ad esempio a quello dell’Italia comunale, o ancora di più al Rinascimento, dove la specificità del popolo italiano aveva iniziato a prendere forma.
Una specifica trattazione merita il ponte levatoio. Ci dobbiamo chiedere innanzitutto se ha valenza per la qualità specifica di ponte o se piuttosto rappresenti una sorta di porta.
Analizziamo, con cura, i due aspetti. Il ponte rappresenta il passaggio dalla terra al cielo, dallo stato umano a quello sovrumano, dalla contingenza all’immortalità, dal mondo sensibile a quello insensibile.[5] Sono spesso simbolo del passaggio, ad esempio, quello che le acque separano dall’aldilà, in sostituzione del barcaiolo che traghetta le anime.[6] La stessa definizione di Pontifex, letteralmente costruttore di ponti, che significa in latino: sacerdote, egli è nel caso specifico costruttore e ponte, essendo mediatore tra cielo e terra.[7]
Nella tradizione iconografica cinese, il ponte che conduce nel mondo dell’aldilà è stretto e coloro che hanno peccato, cadono in un fiume pieno di liquami sanguinolenti e purulenti.[8] Alla luce di questi due esempi circa la definizione simbolica di ponte, possiamo rianalizzare il manifesto in questione. Il contesto nel qual è inserito lascia pensare che la sua interpretazione simbolica debba essere un’altra.
Il ponte non è affatto stretto, non s’intravede alcun corso d’acqua, non vi è alcun motivo di pensare che ci sia un passaggio verso un aldilà. E’ vero che la massa inquieta che si agita alle soglie del castello ha qualche somiglianza con la moltitudine di dannati che si accalcano sulle rive dell’Acheronte come fu raccontato da Dante nella Divina commedia, ma l’interpretazione da questo punto di vista rimane difficile, o almeno non esaustiva. Proviamo a considerare il ponte che si oppone all’entrata della folla come se si trattasse di una porta. La porta rappresenta il luogo di passaggio fra due stati differenti, fra mondi che talora sono opposti l’uno all’altro: fra ciò che si conosce e ciò che è invece del tutto oscuro e non conosciuto: da una parte l’incertezza delle tenebre, dall’altra la ricchezza della luce.[9] Non è solo lo spazio deputato all’accesso ad un semplice ingresso, ma è una reale apertura per quello che è posto dietro ad essa. Se il ponte indica un accesso, la porta indica invece l’accesso metaforico ad una zona fondamentale.[10] Essa rappresenta un segno di confine, una soglia fra condizioni diverse dell’esistenza, dove l’atmosfera cambia a seconda dalla parte della porta in cui ci si pone.[11] Nel simbolismo cristiano, la tendenza di fondo si attiene a quanto dice Gesù di sé stesso nel vangelo secondo Giovanni (10, 7), Gesù allora continuò: ”In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore… Io sono la porta. Chi entrerà attraverso di me sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà il pascolo. Il ladro non entra che per rubare sgozzare e distruggere. Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in sovrabbondanza.”
La porta assume anche un significato escatologico[12], è un luogo di passaggio, ma soprattutto d’arrivo, la possibilità d’accesso ad una realtà superiore. Persino il ritorno di Cristo descritto in Marco (13, 29) recita di un viaggiatore, Cristo stesso, che giunge davanti alla porta e bussa: “Il Figlio dell’uomo è alla porta”.
In generale, nella tradizione cristiana la porta assume un significato di primaria importanza, fino a giungere alla conclusione che la porta sia una designazione del Cristo stesso: Giovanni (10, 1-10), egli è la sola porta attraverso la quale le pecore possono giungere all’ovile, cioè al regno degli eletti.[13] Riassumendo quanto detto fino ad ora possiamo dire che sia nella simbologia relativa alla porta, sia in quella relativa al ponte, si possono individuare degli elementi funzionali alla nostra volontà di chiarire, cosa questo manifesto abbia volutamente trasmettere alla coscienza di chi lo osserva.
Lo scudo è un’arma. Può essere di difesa come anche d’offesa. Dipende dalla fattura dalla quale è composto, e dalle eventuali iscrizioni che vi sono apposte. Spesso lo scudo è l’opposizione del cosmo contro chi viene fronteggiato.[14] San Paolo descrive accuratamente l’armatura che deve indossare un cristiano nell’affrontare un combattimento spirituale. Lo scudo è un elemento fondamentale rappresenta la Fede, contro la quale il Maligno va inesorabilmente a cozzarci contro.
La Fede spegnerà i dardi infuocati del Maligno, spegnerà le fiamme, in questo attributo, lo scudo assume un compito del tutto spirituale, la sua battaglia spirituale è rivolta contro l’eresia e contro le tentazioni della carne. Significativo è l’attributo rinascimentale che viene dato allo scudo. Nel dipinto del Mantegna “la Saggezza vittoriosa sui vizi” Minerva imbraccia uno scudo traslucido, come attributo della forza, della vittoria e della castità.[15] Lo scudo crociato, simbolo del partito della democrazia cristiana, rappresenta un particolare valore di difesa della cristianità contro gli infedeli.
Poco rimane da dire sulla folla che si accalca sullo sfondo del manifesto. Si vede la dannazione della stessa, i visi urlanti e sconvolti, atterriti, dalla forza dello scudo crociato, che s’oppone alla sua entrata nel castello. I simboli agitati, quelli della falce e martello, sono arma inutile e demoniaca.Al solito la colorazione rossa ha un duplice significato: quello del cromatismo del partito politico avverso, e quello di conferire un aspetto sanguinario e demoniaco, un’appartenenza agli inferi che bene si collega alla simbologia del rosso. Infatti, nell’arte cristiana tradizionale il rosso era il colore sacrificale dei martiri e dunque del martirio di Gesù. Poi più avanti diviene, come dicevamo prima, il colore del diavolo e dell’inferno e degli animali da ritenersi sospetti, come la volpe.[16]
Questo manifesto conferma la valenza simbolica presente anche negli altri.
Possiamo dire, a scopo semplificativo, che il castello, inespugnabile fortezza, contiene i valori tipici del popolo italiano, li protegge e li contiene allo stesso modo in cui viene difeso il vessillo della bandiera italiana che sventola sulla sommità dello stesso. Lo stesso edificio per la sua merlatura, richiama il rinascimento italiano, non ha torto l’epoca nella quale si fondano le radici e lo splendore della nostra nazione.
La protezione deriva da quel ponte levatoio, da quella porta che sembra potersi scagliare e abbattere con forza sulla folla di figuri urlanti e demoniaci che assumono la valenza dell’oppressore straniero: lo straniero di fatto e lo straniero rispetto alla tradizione cattolica. Il suo scudo crociato assume la forza di un’arma impugnata contro chi, alla violenza e alla volontà demoniaca di opprimere, oppone la Fede e i valori che essa propugna. Al riparo nel castello, c’è la nostra storia, i valori della nazione, il valore inestimabile della fede.
Il messaggio è chiaro. Il baluardo ultimo, è la Fede e il partito che la rappresenta, che si fa portatore dei valori cattolici. Basta la forza di quello scudo per atterrire chi non condivide quei valori, e anzi, li vorrebbe distrutti. E’ qui che lo scudo non appare più solo forza d’opposizione, non più passivo diniego delle pretese altrui, ma sembra pronto ad abbassarsi come una scure sulla folla disgraziata, delirante e violenta. Dal punto di vista del panorama politico del 1948 l’affidamento alla Dc sembra l’unico rimedio contro la perdita dell’identità nazionale e dei valori della cristianità, nel timore di un’invasione di valori e di credenze avverse a quelle italiane.
[1] J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Milano, 1997, vol. I, p.217
[2] Op. Cit., J Chevalier, A. Gheerbrant, vol. I, p. 217
[3] Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, vol. I, p. 217
[4] Ad esempio esiste la figura del castello nero, definitivamente condannato a rimanere insoddisfatto, è l’immagine dell’inferno, del destino fissato senza speranza di ritorno. Il castello bianco è invece simbolo di destino perfettamente riuscito e di perfezione spirituale. Il simbolo del castello a luci spente è il simbolo dell’inconscio, del confuso, esattamente il contrario del cancello con le luci accese che significa candore, coscienza e progetto messo in opera.
[5] Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, vol. II, p. 238
[6] H. Biedermann, Enciclopedia dei simboli, Milano, 1991, p. 412
[7] Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, vol. II, p. 238
[8] Op. Cit., H. Biederman, p. 413
[9] Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, vol. II p. 240
[10] Op. Cit., H. Biedermann, pp. 412 - 413
[11] Op. Cit., H. Biedermann, p. 415
[12] Parte della Teologia che ha per oggetto l’indagine degli stadi finali dell’uomo e dell’universo.
[13] Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, vol. II, p. 243
[14] Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, vol. II, p. 351
[15] Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, vol. II, p. 351
[16] Op. Cit., H. Biedermann, p. 450
Questo manifesto prodotto dalla Spes su commissione della Dc presenta caratteristiche comuni ad altri manifesti del periodo. Insiste, soprattutto, sul tema della corona turrita, della mano, e dei colori che accompagnano lo svolgimento del manifesto, dando ad esso un connotazione più precisa. Dall’alto verso il basso possiamo notare, una mano aperta nell’atto del carpire, sbucare dal buio di un cielo completamente nero. Poi la colorazione s’addolcisce e compare la corona turrita, questa giace sulla testa di una donna e intorno a lei, si sviluppano i colori chiari, caldi e forti dell’aurora. In basso leggiamo la scritta “difenderai il tuo comune, difenderai l’Italia”, quasi una nota esplicativa, una continuazione della figura.
La mano è la parte del corpo umano che appare più spesso nella simbologia. Non ha una valenza univoca, può essere positiva o negativa, a seconda del tipo di ambientazione in cui viene posta. 1 In questo caso la mano che cerca di carpire la corona turrita ha una valenza decisamente negativa. Le stesse sue proporzioni, fuori misura per eccesso rispetto alla figura androgina, ci stanno ad indicare la sua estrema pericolosità. Va da sé, che qui la mano non ha alcun valore di giustizia, ne tantomeno di rappresentazione del divino. Semmai essa rappresenta una potenza del male, ricordiamo che la parola mano deriva da “manifestarsi”; in questo senso è manifesto ciò che la mano intende fare, carpire, rapire e distruggere la corona turrita.2 Il braccio, chiarisce all’osservatore, a chi appartenga la mano rapace. Il colore verde dell’indumento che lo ricopre ci chiarisce come sia il braccio di un militare. La stella rossa sul polsino ci dice come sia un militare sovietico.
Trattazione a parte merita il colore nero del cielo dal quale sbuca la mano. E’ un colore, che spesso ha assunto il valore simbolico dell’assoluto. Opposto del bianco, è un colore che esprime assenza di coscienza, l’affondare nelle tenebre, In Europa ha di solito un significato negativo.3 Colore del freddo e del negativo, è anche segno di lutto:, un lutto non reversibile, senza possibilità alcuna di riscatto, senza alcun avvenire. In molte civiltà è riscontrabile l’idea del nero, come lutto: in Egitto, secondo Orapollo, una colomba Nera era il geroglifico, della donna che rimane vedova fino alla morte, essa può essere intesa come al frustrazione dell’eros, la vita che si nega. Anche la nave con le vele nere è destinata al naufragio, questo dall’epoca greca fino a Tristano.5 Il nero è considerato anche come la negazione di ogni colore, e di conseguenza della luce. Questo evoca il caso, le tenebre, l’incoscienza e la morte.6 In quanto evocatore delle tenebre, e dunque anche della confusione, rappresenta l’oscurità delle origini cioè di tutto quello che precede la fede, dunque il credere in generale; è rappresentazione del male, e opposizione allo sviluppo voluto dalla divinità, 7 “tramare disegni”, il nero della sua anima”, a sottolineare l’Ombra che alberga dentro ognuno di noi.
Il simbolismo della corona si ricollega generalmente a tre fattori principali. La collocazione sulla testa, il che fa sembrare più alta la persona8, conferisce alla persona un significato di grande importanza, perché se da un lato la si rende partecipe dei valori che sono tipici della sommità della testa ovvero il luogo deputato ai ragionamenti, nello stesso tempo partecipe di valori di ciò che sormonta la testa.9 Appare come un dono venuto dall’alto. La sua stessa natura circolare, richiama la simbologia del cerchio, perfezione e partecipazione alla natura divina. Quello che è incoronato, e ciò che vi è sotto, e unito proprio dalla corona, Allo stesso tempo, rappresenta unità e divisione, segnalazione dei limiti fra divino e il terrestre. Abbiamo già detto come sia importante, come all’interno della turrita ci sia la città.
Essa è simbolo della madre, così come la città contiene al suo interno i cittadini, la madre contiene nel suo grembo i figli.10
Per questo motivo, molto spesso le dee sono raffigurate con la corona di mura sul capo, essa è la corona turrita, appunto.
La statua che porta in testa la corona turrita ha caratteristiche androgine. Appare oltremodo interessante analizzare la figura che si staglia in modo orizzontale alle sue spalle. Senza dubbio si tratta del giogo dei buoi.
Il giogo, dal punto di vista storico, fu inventato da Buzyges, allo scopo di attaccare e dominare i buoi. E’ simbolo della disciplina, una disciplina dalla quale è impossibile prescindere. Il significato negativo appartiene alla nozione di obbligo vissuto come umiliazione e sottomissione. Nel senso positivo, appare come una scelta volontaria, e in questo caso porta al dominio di sé, all’unità interiore, all’unione con Dio.11 Il giogo dei buoi, è anche simbolo del lavoro contadino e appare nell’economia del manifesto come rappresentazione del lavoro nelle campagne, come considerazione ,oltre che dei valori cittadini, anche di quelli della vita rurale.
Questo manifesto non presenta, come molti altri d’altronde, una evidente esplicazione di chi sia il nemico e di chi proponga l’opposizione allo stesso. Non appaiono gli stemmi dei partiti che si contendevano la vittoria elettorale. La serie di simboli che in esso vi appaiono però, chiariscono con uguale efficacia le parti in gioco. La mano che scende dall’oscurità di un cielo nero e tenebroso, è la mano di un soldato sovietico. Questo sta ad indicare il timore dell’epoca, che una eventuale vittoria comunista avrebbe portato i sovietici e la loro ideologia ad invadere il nostro paese. Seguendo il tema cromatico del manifesto, possiamo immaginare che le tenebre avrebbero sostituito l’aurora che si staglia alle spalle della statua, portando sicuramente lutti e disgrazie. I valori da salvaguardare, da proteggere rispetto all’invasore, sono quelli rappresentati dalla corona turrita, dalla cittadinanza in essa contenuta, dal rapporto di connessione che c’è fra il divino e l’umano. Altro valore da proteggere è senz’altro quello rappresentato dal giogo del bue, simbolo del lavoro agricolo, ma anche, come detto prima, dell’unione con Dio. La difesa contro questo pericolo imminente, è il voto per quella forza politica che fonda la sua ideologia nelle radici cristiane del popolo italiano.
1 H. Biederman, Enciclopedia dei simboli, Milano, 1991,p. 288
2 J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli,. Milano, 1997, Vol. II, p.62
5 nota esplicativa da verificare.
6 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Vol. II, p. 123
7 Op. Cit., J. Chevalier, A. Gheerbrant, Vol. II, p. 124
Questi manifesto ha uno sviluppo verticale, è composto da quattro elementi fondamentali: la figura imponente di una donna che occupa la superficie più vasta dell’immagine, lo scudo crociato retto dalla figura femminile, la mano rossa che scaglia il quarto elemento, cioè la falce e martello. Tre scritte fanno da corredo alle immagini: sul fondo del manifesto appare la scritta più imponente :”Difendetemi”, sullo scudo la scritta “Libertas” e infine sulla spalla della donna che regge lo scudo appaiono le diciture “Patria, famiglia e libertà”.
Possiamo notare, ancora, come vi sia nell’ambito dell’immagine presa in considerazione, uno sviluppo in “piani successivi”. In primo piano appaiono la mano, a seguire la falce e il martello e solo in seguito lo scudo e la donna che lo regge, la quale resta però, la figura centrale del manifesto.
La prima immagine che prendiamo in considerazione è quella della donna, questa scorre dal fondo del manifesto fino alla sua sommità superiore, questo potrebbe farle assumere la valenza di simbolo assiale. Potrebbe essere interpretata alla stregua di una colonna che starebbe a significare la presenza attiva di Dio che guida il popolo attraverso le insidie del cammino. In più sulla sommità del suo capo, appare la turrita e dalla colonna più alta della stessa si eleva una colonna di fumo, quest’ultima interpretabile come simbolo del lavoro cittadino. Molto più evidente è la relazione che s’instaura fra e con gli “oggetti” che la donna ha accanto a sé o che in qualche maniera sostiene.
Sulla sommità del suo capo troviamo il simbolo della corona turrita.
Questo simbolo si ricollega a tre fattori principali. La sua collocazione sulla sommità del capo fa apparire la persona stessa più alta, e dunque più elevata anche dal punto di vista spirituale.[1] Da un lato ella è partecipe dei valori che sono tipici della sommità del capo, luogo deputato ai ragionamenti, dall’altro l’avvicina a ciò che sopra la testa è posto, e dunque il divino. Appare, dunque, come un dono venuto dall’alto. Quello che è incoronato, e ciò che vi sta sotto, è unito proprio dalla corona, che al medesimo momento, rappresenta unità e divisione, segnalazione dei limiti fra il divino e il terrestre.2 Inoltre, la sua natura circolare, richiama alla simbologia del cerchio, simbolo della perfezione divina. Così come, la città racchiude e protegge in sé i suoi abitanti, allo stesso modo, la madre protegge i suoi figli. Per questo motivo le donne sono rappresentate con una corona turrita sul capo, esattamente come accade nell’immagine ora considerata. Nel Vecchio Testamento le città sono descritte come persone, questo tema che viene ripreso anche nel Nuovo Testamento, lo ritroviamo in particolare modo nella Lettera ai Galati: “La Gerusalemme di lassù è libera ed è la nostra madre.”… “Rallegrati, sterile, che non partorisci, prorompi in grida d’allegria…”. Mentre la città celeste genera attraverso lo spirito, la città terrestre lo fa attraverso la carne, l’una e l’altra sono donna e madre.3 I valori che la figura femminile si prefigge di proteggere sono quelli che vengono enunciati nelle strisce colorate, che rappresentano la bandiera italiana, tali valori sono la patria, la famiglia, la libertà.
Lo scudo è l’arma difensiva per eccellenza; protegge e difende, anche se talora è stata intesa anche come arma mortale, e dunque, attiva.4 In alcuni lo scudo, infatti, rappresenta, l’universo come se chi lo impugna possedesse molto più potere rispetto a colui che lo fronteggia, raggiungendo la realtà stessa che è raffigurata sullo scudo. Questa ipotesi è credibile, in quanto lo scudo qui raffigurato porta con sé l’effigie dei crociati, e dunque il simbolo della fede cristiana. Nella descrizione che San Paolo fa dell’armatura che il cristiano deve opporre al suo nemico nel combattimento spirituale verso la salvezza, lo scudo, è la Fede contro la quale si spezzano tutti i colpi inferti dal Maligno. La Fede spegne i dardi lanciati dal Maligno; il senso di questo simbolo è quello di spegnere le fiamme, compito spirituale, che deve servire contro le tentazioni dell’eresia, dell’orgoglio e della carne.5. Possiamo ben dire che lo scudo del quale si serve la figura femminile ha dunque un valore di rappresentazione dei valori spirituali che si oppongono al Maligno e ha una funzione non solo ed esclusivamente difensiva, ma essa, richiama a dei valori che valgono come principi e che sono destinati a colpire a loro volta tutti coloro che vi si fanno fronte e che, ad essi s’oppongono. Un’altra nota a mio avviso merita la valutazione dell’impatto particolarmente violento dell’oggetto che viene lanciato dalla mano, il segno violento dell’impatto, l’assoluta resistenza dello scudo stesso, e l’ombra della falce e martello, che viene contenuta anch’essa nel quadrante inferiore sinistro della croce raffigurata sullo scudo.
In questo caso il significato simbolico e da ritenersi del tutto legato alla simbologia del partito comunista. Rappresentando il simbolo del partito comunista che si infrange contro lo scudo crociato ( a sua volta simbolo della Dc), segnala in qualche modo l’infrangersi dei “non valori” proposti dai comunisti contro il valore assoluto dei democratici cristiani, ovvero, il valore della fede. Semmai è importante valutare la violenza del lancio della falce e martello, segnalata dallo squarcio che essa sembra proporre rispetto all’aria, e dalla complessiva dinamica del fatto che si oppone alla ferma e sicura staticità dello figura femminile, nel reggere lo scudo crociato.
La mano rossa che vediamo lanciare il la falce e martello contro lo scudo crociato è rappresentata con forti elementi di dinamicità, ci sono delle linee di continuità fra l’oggetto scagliato e la mano che imprimono il senso della velocità e della violenza. Proprio in quest’ottica, quella della violenza e quella della volontà sanguinaria va interpretato il colore rosso della mano, a sottolineare, non solo il colore politico attribuito all’avverso blocco politico, ma, anche, per trasmettere un senso d’inquietudine profonda a chi lo guarda. Inquietudine che è destinata a scontrarsi contro la figura stabile, forte e serena della donna protetta dallo scudo della fede.
Il cielo che si staglia sullo sfondo aggiunge un altro elemento d’inquietudine al manifesto. Ci appare come un cielo furioso, animato da una tempesta, si può dire che esso segua la parte dinamica del manifesto. Nuvole bianche e vaste ombreggiature blu e nere ne costituiscono l’elemento colore, donando un grande senso di dinamicità alla scena. La tempesta è un simbolo teofanico6, che segnala la temibile onnipotenza divina, la sua collera, la sua volontà d’impartire un castigo.7 La tempesta evoca la gloria e la potenza infinita di Dio “…la voce del Signore rompe i cedri…la voce del Signore scuote il deserto… Dio tuona di gloria (salmi, 29). Nella tempesta si dispiega anche la forza creatrice del divino, gli esseri nascono dal caos e da esso si sviluppano di solito l’inizio di altri cicli, come se dalla tempesta, nella furia divina, avvenisse un processo di rinascita.8
Questo manifesto ha uno sviluppo che opera, a mio avviso, su due piani differenti. Il primo piano consta della differenza fra i soggetti agenti e i mezzi con i quali questi soggetti agiscono. La donna e la mano sono i soggetti, i loro oggetti di difesa o d’offesa sono lo scudo e la falce e martello. Un’altra differenza sostanziale sta nella diversa dinamicità che viene imposta dall’autore all’immagine. Tanto più inquieta e dinamica e poco rassicurante è ritratta la scena dello scagliarsi della falce e martello contro lo scudo crociato, tanto più statico, sereno e quasi distaccato è l’atteggiamento della donna che regge lo scudo.
Il suo sguardo sembra valicare la contesa in corso, dietro ai valori dei quali si fa forte, la serenità e la fierezza occupano uno spazio principale nel suo volto. Ella è la madre, la protettrice; il suo scudo, la fede, protegge i valori degli abitanti della turrita, e allo stesso tempo chiede l’appoggio necessario, il sostegno del voto, poiché la forza della sua difesa non possa in alcun modo venire meno. L’efficacia simbolica di questo manifesto è riposta, a mio avviso, nella esplicazione dei valori protetti, e nell’altrettanto forte richiesta di appoggio. La richiesta “difendetemi”, opera sulle sovrastanti scritte “patria, famiglia e libertà”, idealità poste in serio pericolo dal lancio della falce e martello, che agisce in modo violento e sanguinario, sotto intendendo ad una politica anti - libertaria, contro la sacra istituzione della famiglia e in ultimo contro l’unità politica e morale costituita dalla patria. A fronte di queste terrificanti attese, solo lo scudo della fede, può reggere un impatto così violento, la “madre” che regge lo scudo, si erige severa e serena senza subire alcuna offesa, ma chiede appoggio ai cittadini della turrita tramite il voto.
[1] H. Biederman, Enciclopedia dei simboli, Milano, 1991, p.136
2 Chevalier J., Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Milano, 1997, vol. II, p. 62
3 Op. Cit., Chevalier J. Gheerbrandt., A. , Milano 1997, vol. I p. 285 - 286
4 L’esempio più eclatante è lo scudo di Achille.” Efesto vi pone delle decorazioni semplici, frutto dei suoi saggi pensieri. Vi raffigura la terra, il mare, il sole infaticabile, e la luna nella sua pienezza… Vi raffigura anche due città umane, due belle città, due belle città. Nell’una nozze e festini… Vi sono raffigurati due eserciti i cui guerrieri brillano nelle loro armature… “Tutte le ragioni, tutte le bellezze dell’universo, tutti i simboli della forza, della ricchezza e della gioia sono messi in gioco e concentrati sullo scudo di Achille.
5 Op. Cit., Chevalier J, Gheerbrandt A., Milano, 1997, Vol. II, pp. 350 - 351
6 Teofania: dal greco Thephàneia, apparizione (phàinen ‘manifestarsi’) di Dio (Théos) Manifestarsi o manifestarsi della divinità.
[8] Gli dei organizzatori e creatori dell’universo sono le divinità della tempesta: Zeus, presso i Greci; Bel, presso gli Assirobabilonesi; Donar, presso i germanici; Thor, presso i nordici; Agni e Indra, presso gli Indù
Questo manifesto, elaborato dalla spes per conto della Democrazia Cristiana, non propone gli elementi simbolici analizzati in precedenza, se non in alcuni particolari, che sono meglio interpretabili come attributi del pensiero politico che viene largamente enunciato nel manifesto stesso. L’argomento trattato è quello del lavoro dell’impiegato statale. Sotto la scritta in giallo “statali” una dicitura sottolinea :”Altro che aumenti se arriva il baffone”. Il baffone in questione è senz’altro Stalin. In fondo a destra viene riportato un ulteriore elemento scritto che fa da cornice al titolo del manifesto. “La rivoluzione proletaria non deve trasferire da una mano all’altra la macchina burocratica come è avvenuto finora. Ma deve demolirla. La condizione prima di una rivoluzione veramente popolare e’ la demolizione la distruzione delle macchine statali esistenti.” Questa frase, patrimonio del marxismo, riprende la nota critica alla burocrazia, critica che ebbe, la sua massima espressione in Max Weber. E’ noto come fosse obbiettivo del socialismo eliminare la burocrazia, e altrettanto noto come questo non sia avvenuto in realtà. La parte disegnata del manifesto riassume quello che viene enunciato nella parte scritta. Una gigantesca falce e martello, certamente non qui rappresentate come simbolo del lavoro, ma bensì, come simbolo del comunismo, si abbatte come una scure sull’edificio di un ministero, distruggendo lo stesso e lasciando dietro di se delle rovine che ricordano la medesima distruzione avvenuta nel periodo della guerra. Una folla di persone, senz’altro identificabili come impiegati dello stato, scappa atterrita di fronte alla distruzione degli edifici ministeriali. Quella distruzione non è solo la rovina degli edifici, ma anche la rovina delle istituzioni, l’inizio del disordine, la fine di una prospettiva lavorativa per gli impiegati dello stato. La peculiarità’ di questo manifesto, come abbiamo già detto, è la mancanza di elementi simbolici analizzabili in quanto tali. Rispetto ad altri manifesti, l’enunciato e assai più vasto rispetto alla generalità delle altre immagini analizzate fino ad ora. Senza ombra di dubbio, il messaggio elettorale si rivolge, ad un classe lavorativa specifica, proponendo un tema preciso, supportando le immagini tramite le iscrizioni atte a rendere noti i rischi realmente esistenti per il lavoro statale. Probabilmente, proprio tale specificità, ha reso in qualche maniera, inutile l’uso di immagini ad alto contenuto simbolico. Possiamo affermare che la componente scritta del manifesto completa e spiega con dovizia di particolari quello che l’immagine raffigura. Il messaggio possiede in ogni caso una forza espressiva di grande rilievo, solo che il suo valore simbolico è meno recondito rispetto ad altri, già’ analizzati.
I manifesti editi dalla Spes per conto della Democrazia Cristiana, si prestano bene ad un’analisi di tipo Junghiana, la predominanza dell’immagine sul testo e la ricchezza simbolica delle stesse, ci hanno permesso di esplorare questi documenti alla ricerca di quei valori simbolici che si richiamano al concetto d’archetipo dell’inconscio collettivo.
I manifesti del Fronte Popolare si presentano in maniera sostanzialmente diversa.
La presenza delle immagini in quest’ultimi è molto ridotta, soprattutto in relazione alla dimensione delle parti scritte del manifesto stesso. E’ difficile per questo motivo esperire un’indagine che conduca all’analisi della simbologia dei manifesti elettorali del fronte popolare.
La presenza d’ampie parti del manifesto che raccontano a parole le motivazioni dello stesso, tolgono in qualche maniera importanza e respiro alle immagini, che diventano supporto della parte enunciata del manifesto. In più la stessa rappresentazione iconica non si presta a nessuna lettura di tipo simbolico.
Nei manifesti proposti dalla Dc l’impostazione era nella generalità dei casi opposta: l’enunciato serviva a completare e a chiarire quello che era proposto dal disegno del manifesto, ma non era rappresentato da una frase che era per lo più uno slogan.
La prima cosa che dobbiamo cercare di capire, è il funzionamento del manifesto. Vi sono da chiarire innanzi tutto alcune regole che hanno una validità di carattere generale.
Prendiamo in considerazione che il manifesto rispetto ad altri media, ha un modo di rapportarsi nei confronti di colui che ne usufruisce, come unico elemento attivo, almeno così accade inizialmente. In poche parole, non vi è alcun’azione che l’utente deve compiere nei confronti del manifesto, nessun tasto che aiuti l’accesso, nessuna particolare predisposizione ad essere attirato dallo stesso.1 Dato che quest’ultimo è collocato sui muri delle città’, deve avere caratteristiche affascinanti allo scopo di attirare l’attenzione del passante.
Quando ci riferiamo al periodo storico del 1948, dobbiamo senz’altro tenere conto che i media avevano un impatto minore nella società, i mezzi radiofonici non erano presenti in tutte le case e la televisione non esisteva ancora.
Il metodo più in uso per la propaganda politica era indubbiamente il comizio elettorale.
Potremo individuare due livelli di percezione alla visione del manifesto: una è più immediata e presuppone una comunicazione affrettata e superficiale, la seconda è più approfondita. Nella prima avremo la percezione dei codici compositivi del manifesto, l’individuazione del rapporto testo immagine; vale a dire la proporzione esistente fra questi due codici, la presenza di segni o simboli riconoscibili o conosciuti, e tutto quello che possiamo chiamare grammatica costitutiva, che costituisce, di fatto, un effetto di senso per il ricettore. Al secondo livello quello più profondo, avremo la lettura dei sotto codici interpretativi: connessioni logiche, costruzioni linguistiche.2 Possiamo affermare che il manifesto è uno dei pochi strumenti dove il livello di comunicazione può essere anche solamente il primo.
A tal proposito, il manifesto al fine di avere una propria utilità, deve possedere la facoltà di intercettare con la massima efficacia l’attenzione dei ricettori.
La sua composizione deve essere per questo motivo molto semplice.3 La composizione deve essere estremamente leggibile, affinché questa riesca ad essere fruibile con immediatezza.
Il manifesto politico, individua quasi sempre il proprio destinatario, proponendo a lui, o alcune connotazioni ideologiche o semplici cognizioni che si presume esso conosca già.4 Esistono, all’interno d’ogni singolo manifesto, diversi elementi che s’integrano per arrivare congiuntamente al risultato del far – fare, e di conseguenza del far votare.5Ci sono due caratteristiche essenziali al manifesto che si possono individuare: la sinteticità, e l’ancoraggio.
La sinteticità è un elemento fondamentale. In primo luogo per l’impatto visivo in senso stretto, è più facile che sia osservato un’immagine quando questa ci appare subito leggibile, inoltre, il manifesto dovrebbe contenere la sintesi di quello che è già propugnato con altri mezzi, durante la medesima campagna elettorale.
Difficilmente il manifesto ricopre un ruolo autonomo, e d’altronde sarebbe impossibile, definire una campagna elettorale usando solamente dei manifesti murali, perciò la sua enunciazione segue in qualche maniera percorsi già noti.
A questo punto entra in gioco la seconda caratteristica del manifesto: l’ancoraggio. Ovvero il fatto che il manifesto fissa quelle che sono le caratteristiche peculiari del partito in questione, caratteristiche che poi sono promulgate con altri mezzi in maniera più estesa.6 La presenza del solo testo, a tal proposito non garantisce alcuna dote di sintesi, mentre la presenza delle immagini sintetizza assai meglio il messaggio elettorale, rendendolo più affascinante, e più apprezzabile dal punto di vista dell’immediatezza.
La funzione del manifesto si può riassumere nel “ far votare”, in quest’ottica la funzione d’ancoraggio diventa caratteristica preminente.7
Possiamo individuare due tipi di grammatiche differenti all’interno del manifesto.
Una grammatica costitutiva e una grammatica linguistica.
Nella grammatica costitutiva possiamo riassumere diversi tipi di codici.
Il codice fotografico: riguarda la composizione iconica, costituisce la parte essenziale del manifesto, lo caratterizza e ne sintetizza alcune parti sancendo la carica emotiva dello stesso, indirizzandone la lettura.
Non ha importanza di che natura sia il codice, molto più importante il ruolo che l’immagine assume all’interno del manifesto e soprattutto è importante il piano della rappresentazione della scena. Per cui, secondo com’è impostata l’immagine, è conferita all’immagine un diverso sistema di valori.
Tra gli elementi del codice fotografico ci sono i simboli di partito, su queste immagini si è costruito un duplice sistema di significazioni, che le ha staccate dal primo piano d’espressione e le connota in maniera solamente ideologica.8
Altro codice presente nella grammatica costitutiva del manifesto è il codice cromatico. A nch’esso è uno degli elementi chiave del manifesto. La sua importanza risiede nella capacità di attrarre l’occhio del ricettore. E’ ovvio che un colore vivo e intenso rappresenti un’attrattiva visiva migliore, com’è anche vero che i colori assumono diverse connotazioni legate alle parti politiche, e in generale essi ricoprono un significato che nella società ha assunto un significato ben preciso: ad esempio il verde è il colore della speranza, il rosso simboleggia qualcosa di dinamico, il nero qualcosa di luttuoso. Inoltre il colore di là dalla connotazione stereotipica può essere un elemento che rende più facile la lettura del manifesto, sia per la capacità di creare contrasto, sia per la luminosità.9
Un altro codice è quello morfologico, riguarda la composizione è quello che caratterizza strutturalmente sia il rapporto testo immagine, sia ciò che concerne la composizione grafica. Questo codice costituisce anch’esso la grammatica espositiva e per questo ha un’importanza primaria.
Questo tipo di grammatica agisce al primo livello della percezione: vedi il ruolo dell’immagine principale, la saturazione degli spazi, e la disposizione iconica e testuale.
Il codice morfologico agisce anche ad un altro livello sotto forma di sottocodici interpretativi come capacità di condurre il destinatario alle operazioni di lettura. La focalizzazione del tema del manifesto, l’attenzione che il grafico deve porre nella cattura e nel facilitare la lettura del destinatario sono fondamentali.
A questo livello diviene di una certa importanza il ripetersi dei codici di trasmissione del linguaggio, al fine di dare continuità al messaggio e riconoscibilità di colui che lo trasmette.10
Il codice tipografico invece riguarda solo la composizione tipografica del testo, la nitidezza, la struttura e robustezza dei caratteri. Si occupa per lo più di mettere in risalto alcune porzioni di testo rispetto ad altre.11
Abbiamo detto in precedenza come l’insieme dei codici analizzati costituisca la grammatica costitutiva del manifesto.12
Abbiamo ragionato su quelle che sono le operazioni di messa in scena del manifesto e nello stesso tempo sottolineato come ciò avviene all’interno del testo.
In precedenza si è fatta menzione di una grammatica linguistica. Le due grammatiche non sono separabili in alcun modo, l’importanza che il testo assume all’interno del manifesto, fa sì che esse s’inglobino in una medesima cosa, entrambe hanno il compito di togliere ambiguità o all’immagine oppure alla figura proposta.
Con il nome di grammatica discorsiva vogliamo significare l’unione è il luogo dove avviene la produzione e l’investimento di senso.13
Nella grammatica costitutiva possiamo individuare quattro elementi fondamentali:
l’emittente, l’enunciazione, il destinatario, invito a votare.
Lo studio di Mancini segue il seguente schema:
Io emittente (s) dico (x) a te destinatario (d) per farti votare (v).
Secondo questa modalità di ricerca sarà nostro compito analizzare il contenuto dei manifesti elettorali della campagna elettorale del 48.
Analizziamo secondo queste componenti che sono state identificate quali possono essere le tipologie di manifesti che possiamo incontrare.
Schematizzando otterremo le seguenti differenti tipologie.
|
S
|
x
|
d
|
v
|
|
|
|
|
|
s
|
|
d
|
v
|
|
|
|
|
|
|
x
|
d
|
v
|
|
|
|
|
|
|
x
|
|
v
|
|
|
|
|
|
|
x
|
|
v
|
|
|
|
|
|
s
|
|
|
v
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
La prima tipologia nella quale sono presenti tutte le componenti del manifesto si presenta nella forma cosiddetta tipica.
In questi casi ritroviamo la rappresentazione di un discorso, molto spesso soprattutto quando l’emittente non è il partito direttamente si viene a creare un tipo di discorsività abbastanza lontano dal discorso politico classico.
La seconda tipologia, appartiene ad un caso abbastanza raro. La mancanza dell’enunciazione e la presenza di un emittente e di un destinatario è legata ad un invito a votare che non è giustificato da nessun’argomentazione.
Questo tipo di manifesti basa la sua forza su di un attività diretta a fascinare senza altri mezzi il destinatario.
La terza e la quarta tipologia si caratterizzano entrambe per la mancanza dell’emittente e la quarta anche per la mancanza del destinatario.
La presenza dell’enunciazione e dell’invito a votare non servono da sole a costituire la forma di racconto descritta come facente parte della prima categoria, manca in questo caso il personaggio principale, in altre parole colui che parla.
Nella quarta come nella quinta tipologia manca il destinatario; il manifesto in questo caso si propone di interessare il maggior numero di persone, proponendo cioè temi legati alla morale comune, evitando in questo modo di arrivare a specificazioni tali da caratterizzare politicamente il manifesto.
La sesta tipologia è quella relativa ai manifesti nei quali è presente solo l’invito a votare.14
Sappiamo come il codice fotografico non sia usato solamente per sostituire una parte del testo, ma anche per costituire l’emittente o l’enunciazione o il destinatario.
L’immagine non è più solamente l’oggetto della comunicazione, ma parte del processo comunicativo che si vuole porre in essere.
A volte l’immagine tende a mettere in evidenza il destinatario, o sottolinea il contenuto del discorso che è affrontato dal manifesto, oppure, in altri casi evidenzia in maniera chiara chi sia l’emittente del messaggio stesso15
Innanzi tutto specifichiamo che l’emittente non è colui che commissiona il manifesto, bensì, il soggetto al qual è imputabile l’invito a votare e l’enunciazione.
La presenza dell’emittente all’interno del manifesto, come anche la sua assenza corrispondono ad una strategia precisa.
Nel caso esso sia presente la struttura del discorso è di tipo discorsivo, mente la sua assenza suppone una narrazione di tipo predicativo.16
Il ruolo del destinatario è di natura fondamentale, molto spesso l’enunciato assume una determinata importanza proprio in funzione a determinati interlocutori.
Il problema del destinatario ci porta a considerare alcuni concetti come quelli di presupposizione e di cooperazione interpretativa.
Il concetto di cooperazione interpretativa e bene spiegato da Umberto Eco, in generale egli ritiene che vi debba essere fra destinatario ed emittente una sorta di cooperazione interpretativa con il conseguente riferimento ad un bagaglio di presupposizioni essenzialmente scolastico.17
Gli artefici espressivi contenuti in un testo, qualsiasi esso sia, hanno bisogno di essere attualizzati da colui che si trova ad interpetarlo, potremmo dire, che l’enunciato ha bisogno di essere attualizzato.
In più è innegabile come un testo contenga in genere un contenuto di non detto estremamente più elevato di qualsiasi ad altro messaggio, e, dunque, richiede una cooperazione testuale da parte del lettore.18
In qualche modo il testo è intessuto di spazi bianchi d’interstizi da riempire, in qualche modo il testo è dotato di una sua pigrizia ed ha bisogno di qualcuno che lo faccia funzionare.19
Il discorso politico si rivela assai più complesso da analizzare rispetto a quello letterario, bisogna analizzare qual è il meccanismo di mediazione ideologica del riconoscimento che esiste alla base. La grammatica del riconoscimento, dunque non può fare a meno di un lavoro di presupposizione.20
Successivamente al primo livello di lettura, nel quale Eco comunque postula l’esistenza di una cooperazione interpretativa, il manifesto pretende un'altra forma di collaborazione, questa volta di natura facoltativa.
Quest’operazione la chiameremo riconoscimento, in altre parole selezione d’alcuni significati fra quelli possibili all’interno del manifesto.
In buona sostanza è il riconoscimento che abbina interlocutore giusto e lettura giusta.21
Dopo il meccanismo di cooperazione interpretativa dove si chiede al lettore di partecipare alla lettura del testo “significandolo”, si passa dunque ad un secondo livello, senza dubbio più complesso, d’interpretazione del testo in questione.
Le differenze che un testo politico propone rispetto ad un testo letterario concernono sia la presenza di un opera di persuasione che altrove non è seguita, sia il fatto che nel discorso politico non deve esistere la liberazione della fantasia. Il lettore del manifesto si trova anzi, di fronte un testo che prevede un cammini di lettura obbligato, già ampiamente scelto e studiato per risultare convincente.
Al primo livello di lettura si può osservare come il testo politico sia generalmente abbastanza semplice. Vale la pena di ricordare come il testo di un manifesto di solito debba catturare questioni che in qualche modo siano sotto gli occhi di tutti, legati in qualche modo ad argomenti di tutti i giorni. Il livello interpretativo non mette in evidenza quelle che sono gli intenti illocutori del manifesto stesso.22
Una volta che si è provveduto ad aver letto e interpretato il manifesto con il suo intento illocutivo, l’enunciazione deve essere accettata, e qui entrano in gioco le operazioni di riconoscimento.
Il lavoro presupposizionale fatto fin qui non è né classificatorio, né discriminante, ora invece diventa determinante ai fini della completa accettazione del messaggio. Questa consiste nel disambiguare il manifesto in questione attraverso l’uso di una enciclopedia ideologica. Questa sue conoscenze devono rendere possibile la lettura del manifesto secondo quello che il destinatario ritiene essere in linea con la sua visione della realtà.
A questo punto ciò che si richiede al destinatario è una cooperazione ideologica.23
Il riconoscimento nel manifesto si esplica in una serie di conferme di quello che era già facente parte a livello ideologico nel destinatario, L’emittente propone al destinatario proprio quello che quest’ultimo si aspetta di trovare all’interno del manifesto, rendendo in tale modo massima la sua accettazione.24 Detto questo risultano abbastanza ovvie il dispiegarsi di due conseguenze principali.
La prima è che, proprio il meccanismo del riconoscimento, prevede che il manifesto non abbia una grande forza di persuasione, in quanto trova terreno fertile solo laddove l’atteggiamento verso l’enunciato da parte del destinatario è già concorde.
Da ciò consegue pero’, una graduale assimilazione del patrimonio simbolico della parte politica in questione, che va a fare crescere l’enciclopedia ideologica del destinatario, fino a costituire un nuovo patrimonio segnico che diventa humus per le successive comunicazioni enunciative.
Cresce dunque, e questa è la seconda conseguenza preannunciata, il patrimonio interpretativo del destinatario che acquisisce nuovi termini e cognizioni adatte per procedere a livelli più alti di consapevolezza verso il messaggio.25
Innanzi tutto, bisogna distinguere fra le diverse modalità’ d’individuazione del destinatario, poi valutarne le differenti tipologie, infine analizzare i diversi modi di costruzione. La modalità d’individuazione del destinatario può essere di due tipi: un’esplicita, l’altra implicita.
Per quanto riguarda le diverse tipologie del destinatario la prima suddivisione è quella fra tipologie che definiscono il grado d’ideologizzazzione del destinatario senza individuare dei soggetti precisi. I gradi d’ideologizzazione sono ovviamente diversi e possono essere riassunti in: tipologia con connotazione ideologica semplice, della quale fanno parte tutti i soggetti che hanno un grado di costruzione ideologica minima, la seconda in tipologia ideologica complessa, a tale tipologia appartengono i destinatari la cui scelta presuppone una precisa scelta politica ed ideologica, la terza tipologia è rappresentata dall’enunciato che contrasta apertamente con l’ideologia connotata dal destinatario. Possiamo definire questa ideologia come: composizione ideologica strumentale.26
Tranne che nei casi nei quali il destinatario è esplicito è sempre il testo che identifica l’interlocutore del manifesto, quando questo apparentemente manca vuol dire che si rivolge ad un tipo di costruzione del destinatario piuttosto complessa, nel qual l’utente è selezionato per la sua alta caratterizzazione ideologica.
L’obbiettivo dichiarato del messaggio contenuto nel manifesto è di fare votare. Esiste alla base di questo messaggio un meccanismo manipolatorio che si svolge generalmente in sue operazioni distinte: per prima il far credere, ovvero motivare il destinatario, le seconda e il far fare ovvero fare votare il soggetto.27 Il fare credere a sua volta può essere a sua volta scomponibile in due momenti.
Si tratta a tutti gli effetti di una comunicazione del fare sapere, nella quale il destinatore manipolatore spinge il destinatario manipolato verso la mancanza di libertà cioè verso il non poter fare. La manipolazione di cui parliamo è data da due strutture essenziali una contrattuale, e l’altra di natura modale.
Possiamo riassumere il processo manipolatorio nelle due seguenti modalità:
enunciazione composta dal far essere, far credere, dal far fare; e l’invito a votare “a far fare”.
Il far essere è lo strumento fondamentale del consenso. La trasmissione dei segni diventa attraverso i quali si realizza l’attività informativa produce il senso del manifesto e contribuisce a creare quell’insieme di simboli che sono destinati ad entrare a pieno titolo nell’enciclopedia ideologica individuale del destinatario. Avviene cioè un rafforzamento delle strutture del riconoscimento.
Si crea in tal modo una sorta di rapporto sociale fra destinatario ed emittente.28
Possiamo dire che in buona sostanza il discorso politico in generale, e per cui anche quello presente nel manifesto, non produce che una piccola parte di rinnovato consenso, ma si presenta anzi come un discorso del tutto conservatore, che tende a rafforzare quel sistema di valori segnici che entrano nell’immaginario sociale.29
Ci sono due modi per il destinatore manipolatore di influire sul destinatario manipolato. Innanzitutto questi si potrà avvalere sul fare persuasivo valendosi della modalità del potere, proporrà cioè valori culturali positivi e valori negativi che corrisponderanno a delle minacce.30
Si vede che dunque il potere caratterizza la tentazione e l’intimidazione, che corrispondono all’esercizio positivo e negativo della modalità potere.
Per definire “tentazione” ci rifacciamo alla definizione contenuta nel dizionario francese Larousse :”tutto quello che ci spinge a fare una cosa.”
Quasi sempre l’oggetto della tentazione è un valore culturale molto vicino alla portata del destinatario del messaggio, motivo per il quale non vi è qui né una vera attività seduttiva, nemmeno il gusto della conquista ma solo il senso del possesso.31
Sull’asse del potere sopra descritto, troviamo l’intimidazione: ”atto o parole di minaccia che hanno lo scopo d’incutere timore e costringere ad agire o a desistere da un azione sotto lo stimolo della paura.”
Viene resa nota in questa modalità negativa, la natura delle pene e sui rischi che colui che non rispetta l’invito del potere, si troverà davanti. L’intimidazione è infatti è il far conoscere la paura, è un prevedere un futuro negativo al fine di obbligare il destinatario a mantenere un determinato atteggiamento.32 Il termine seduzione può essere riassunto nella locuzione: Forza di attrarre a sé, di allettare.” La seduzione si situa sull’asse del sapere e si caratterizza come manifestazione di un giudizio positivo. Esso concerne un tipo d’attività conoscitiva, sia per le conoscenza che riguardano le possibili ricompense, sia per l’interazione con le conoscenze e credenze del destinatario.33 Nella seduzione troviamo il gusto raffinato della conquista, dell’apprezzare e dell’essere apprezzato.
La provocazione è invece “l’atto con il quale s’induce uno a strumenti d’ira o azioni di violenza” . La provocazione può esercitarsi sull’asse del sapere nel momento nel quale si cerca di mettere in luce i limiti altrui.34
Alcune immagini dalla collezione di Maurizio Cavalloni, Titolare dello Studio Fotografico Croce - Archivio di Immagini Storiche - di Piacenza: Manifesti politici
1 P. Mancini, Per una semiologia del consenso, Torino 1980, p. 37
12 l’uso del termine grammatica è peraltro di natura esclusivamente metaforica
30 Op. Cit., P. Mancini. p. 114
31 Op. Cit., P. Mancini, p.117
32 Op. Cit., P. Mancini, p. 117
33 Op. Cit., P. Mancini, p.118
34 Op. Cit., P. .Mancini., pp. 118 - 119
Questo manifesto, fu promosso dal partito comunista per la campagna elettorale del 1948. Il manifesto è articolato in due facciate: un’anteriore e una posteriore.
Il suo formato misura 58 x42 centimetri. Il tema proposto è quello della condizione femminile. Vale la pena di ricordare come le elezioni politiche del ’48 siano state le prime a suffragio universale in Italia. La condizione della donna nel nostro paese, nella povertà e nell’incertezza del dopoguerra, era particolarmente difficile. Durante la guerra, la donna, oltre a provvedere ai bisogni familiari, era stata largamente impegnata nell’industria bellica per sopperire alla mancanza di manodopera maschile e alla cresciuta esigenza d’armamenti. Il manifesto in questione si presenta in maniera piuttosto complessa. Cerchiamo di analizzare la parte frontale dello stesso.
La composizione appare articolata in tre fasi distinte. La prima posta all’estremità superiore dello stesso, riproduce il tema che è affrontato e dunque ha la funzione di rendere noti gli argomenti che in esso vi vengono trattati.
La scritta “donna tu sei protagonista di un dramma quotidiano” appare diversa nel formato della scrittura. La parola ”donna” è scritta in carattere grassetto mentre il resto della scritta appare con caratteri più piccoli e disposti su due righe. Possiamo subito avanzare l’ipotesi che la parola donna, che risalta come la scritta più evidente stia a volere catturare l’attenzione dell’elettorato femminile.
La seconda frase che risalta la troviamo posta al centro del manifesto e recita: ”Perché tutto questo finisca.”
La terza frase che chiude il manifesto è sita nella parte bassa dello stesso e rappresenta l’indicazione di voto: “Vota fronte democratico popolare”.
E’ importante rilevare come la parola “vota” sia stata scritta anch’essa con il carattere grassetto”, motivo per il quale, il collegamento fra i termini “donna” e “vota” sia d’assoluta evidenza. Dal punto di vista di un’analisi del codice cromatico, le scritte analizzate, sono di colore rosso, che da un lato conferisce loro maggiore evidenza, mentre dall’altro, ricorda ideologicamente i colori della parte politica che ha commissionato il manifesto. Analizziamo ora il codice morfologico, la composizione del manifesto appare abbastanza articolata.
Fra la prima e la seconda scritta che prendiamo come punti di riferimento nel compiere la nostra analisi, sono inserite sullo spazio di tre colonne, tre diverse tipologie a livello comunicativo.
Nella prima colonna troviamo uno spazio nero con scritte di colore bianco che, come vedremo in seguito, motivano le cause del dramma femminile, del suo sfruttamento delle sue difficoltà a sbarcare il lunario. Questa prima colonna è composta in altre tre sezioni longitudinali, le quali trattano distintamente le diverse tipologie di difficoltà nella quale la condizione femminile versa.
Nella seconda colonna, troviamo tre disegni differenti, ciascuno di essi si riferisce alle tre sezioni corrispondenti delle quali abbiamo sopra detto. Ritraggono la vita famigliare vissuta nel disagio, il lavoro pesante della fabbrica e un lavoro impiegatizio.
Nella terza colonna sono presenti l’unione dei due stili precedenti, da un lato la parte d’enunciato, dall’altra un’immagine rotonda che racchiude un politico democristiano ed un prete.
La scritta posta alla fine di questa parte del manifesto, “perché tutto questo finisca” rappresenta la chiusura della descrizione del dramma vissuto dalla donna e sembra adatto a proporre una via d’uscita, una possibilità di cambiare il regime delle cose.
E’ importante affermare che questo manifesto potrebbe essere letto, e il suo messaggio compreso, anche come osservando solamente le tre scritte che in qualche maniera riassumono l’intero enunciato in esso contenuto.
“Donna tu sei protagonista di un dramma quotidiano/ perché tutto questo finisca /vota fronte democratico popolare”, potrebbe bastare da solo a sintetizzare l’intento dell’emittente.
Da notare che la scritta “Fronte Democratico popolare” scritta che appare di grandi dimensioni, presenta un aspetto cromatico differente. La sua colorazione nera, risalta molto bene sul fondo bianco nella quale è inserita, e si differenzia dalle altre scritte precedenti per evidenziare quella che è, di fatto, l’indicazione di voto.
La composizione iconica della parte successiva del manifesto è composta da un’immagine di un ragazzo con l’indice alzato, e da due foto rappresentanti immagini di vita familiare serena.
Il ragazzo sembra voler fare porre l’attenzione del destinatario sull’indicazione al voto, le due fotografie che ritraggono momenti di serenità familiare rappresentano lo stacco con le realtà disagevoli descritte in precedenza..
Nella parte posteriore del manifesto, senza dubbio molto più somigliante ad un foglio di giornale, trovano spazio diverse citazioni sui meriti del partito comunista in merito alla volontà di risolvere la situazione femminile, non potendo disporre dell’interezza del testo ci è sembrato logico analizzare con maggiore cura la parte anteriore, in quanto, senza ombra di dubbio è quella che oltre ad avere una maggiore visibilità, rispetta maggiormente lo spirito del manifesto.
Secondo lo schema analizzato nel capitolo precedente, nel manifesto in questione sono individuabili, il destinatario, l’enunciato e l’invito al voto, mentre appare assente la figura dell’emittente.
In merito a questo si può dire che il tipo di manifesto non ha la base del discorso, in quanto manca il soggetto che parla, il fatto stesso che l’emittente sia nascosto propone una tipologia di tipo predicativa.
Il destinatario del manifesto è senza ombra di dubbio la donna. Non viene fatta a tal proposito ulteriore specificazione in merito, motivo per il quale il manifesto si rivolge alla generalità del sesso femminile.
L’operazione che l’interlocutore del manifesto deve mettere in atto per riconoscersi nel manifesto stesso è relativamente facile, e agisce per gradi differenti anche a livello esclusivamente percettivo. L’abbinamento tra il manifesto e il destinatario del manifesto stesso è qui abbastanza evidente, risalta già dalla lettura delle tre frasi disposte orizzontalmente che dividono sostanzialmente il manifesto in tre parti.
Il riconoscimento completo nel manifesto si realizzerà nella piena riconoscibilità che il destinatario ricaverà nell’idea esposta all’interno del manifesto stesso. In questo caso, la comprensione e il feeeling tra destinatario e manifesto diverrà completo solo nel caso ci sia nell’enciclopedia ideologica del destinatario il pieno apprezzamento per le logiche espresse.
La parte di enunciato che si è potuta analizzare è la seguente:
Se il tuo bambino è ammalato, non sai come curarlo: Tuo marito sta per tornare a casa: sarà stanco e preoccupato perché dappertutto si minacciano licenziamenti. O forse è già disoccupato? E, tu, con quei pochi soldi che guadagna, hai cercato al mercato di risparmiare una lira, due lire, ma non sei riuscita a mettere insieme quello che occorre per sfamarvi tutti. E i prezzi della luce e del carbone, del gas e della legna, dell’olio de l pane, dello zucchero, crescono e tu non sai più come fare… Lavori e ti spezzi la schiena e ti rovini le mani, proprio come un uomo. E perché allora il tuo salario non è uguale a quello degli uomini? Se stai per avere un bambino, troppo pochi sono i giorni di riposo che ti danno, prima del parto. E quando allatti, la tua vita è un inferno. Adesso hanno inventato la storia del salario familiare, ma tu sei preoccupata perché capisci che questa è una maniera in più per minacciarti di licenziamento… Ti sei alzata presto e adesso sei al tuo posto di lavoro. Sgobbi tutto il giorno e guadagni poco. Forse hai un titolo di studio, ma non ti è servito a niente. Se sei avventizia, non sai fino a quando potrai conservare il tuo posto.
Ma. Anche se sei di ruolo, non ti senti sicura. E perché poi non ti deve essere permesso di avanzare in tutti i gradi, come è permesso agli uomini? Se sei nubile , non hai il coraggio di sposarti per paure del licenziamento e della fame. Ma se sei sposata, accade anche a te quello che è detto nella prima figura…. Il 2 giugno 1946 , e poi in ogni campagna elettorale, democristiani e preti si sono presentati a te, e ti hanno promesso: Faremo diminuire i prezzi daremo lavoro a tutti la maternità e l’infanzia saranno assistite, e a uguale lavoro, daremo uguale salario. Ma appena sono andati al governo hanno tradito tutte le aspettative.
Nella lettura del testo possiamo osservare una modalità seduttiva.
L’attrazione a sé del destinatore manipolatore si rileva proprio nella comprensione delle problematiche nelle quali versa la condizione femminile. Queste costituiscono la prima parte dell’enunciato come altrettanto evidenti sono le proposte per una esistenza migliore e di qui la logica richiesta del voto da parte del destinatario.
Questo manifesto proposto dal Partito Comunista Italiano per la campagna elettorale del 1948 misura. 58 cm. per 41 cm. e presenta anch’esso, come il precedente, una facciata fronte e una retro. Analizzeremo con maggiore cura la facciata anteriore dato che è quella che corrisponde maggiormente alla tipologia del manifesto.
La seconda facciata assomiglia ad un foglio di giornale, ed ha la funzione di spiegare con minute precisazioni, quello che è contenuto nel manifesto anteriore. In più per i manifesti del fronte popolare è stato impossibile acquisire il testo nella sua interezza.
Il tema trattato in questo manifesto è quello del lavoro contadino. In particolare modo, il manifesto non si rivolge alla generalità dei contadini, ma alle donne che lavorano nell’agricoltura. Abbiamo già puntualizzato in precedenza, come il voto femminile rappresentasse una novità e come la situazione della donna fosse particolarmente difficile, sia dal punto di vista lavorativo, laddove era sfruttata, sia dal punto dal punto di vista della gestione della vita famigliare, nella quale la mancanza di denaro e di lavoro rendeva la situazione economica inaccettabile. Alla pari del precedente manifesto analizzato, anche questo si presta ad una lettura che è scandita dalle scritte che lo percorrono orizzontalmente.
La scritta: “Contadina non ti fare ingannare!” Racchiude in sé il destinatario del manifesto, in altre parole: persona di sesso femminile e lavoratrice della terra. Da rilevare come la parola contadina sia scritta in carattere grassetto e si stagli visivamente con maggiore evidenza nell’economia del manifesto.
La seconda scritta orizzontale, introduce due soggetti che sono considerati i responsabili degli inganni precedenti: “Democristiani e preti ecco invece che hanno fatto.” La scritta che concerne i due soggetti risalta per dimensioni e larghezza rispetto alla seconda parte della frase. Va da sé che bisogna analizzare la componente iconica sita fra le due scritte orizzontali. In essa vi sono rappresentati un prete e un politico democristiano, lo si desume da una semplice operazione logica di legame fra testo e immagine e dalle vesti che indossano i personaggi in questione: il prete per la tunica, il politico per lo stemma dello scudo crociato. Entrambi, sono intenti a soffiare delle bolle di sapone, nelle quali sono rappresentate le promesse fatte nella campagna elettorale del 2 giugno 1946, promesse considerate dal manifesto, non rispettate e dunque effimere e leggere come le bolle di sapone disegnate nella vignetta satirica. Dal punto di vista della concertazione fra immagini e parola scritta, possiamo osservare come la scritta in grassetto e a caratteri più alti :”Democristiani e preti” sia collocata ai piedi delle due figure umane, quasi a volerne specificare la loro identità. La scritta successiva, invece, introduce le foto sottostanti. Queste tre immagini riproducono condizioni di vita disagiate. La prima foto riproduce un gruppo con madre e due figli, la seconda un bambino lasciato solo, la terza, un’abitazione fatiscente.
La terza scritta che percorre orizzontalmente il manifesto recita: ”Questa volta non ti fare ingannare”. Essa si ricollega alla frase iniziale del manifesto, proponendo al destinatario una nuova prospettiva di vita, la qual è presentata tramite le tre foto che fanno da contro altare a quelle analizzate in precedenza, e sono anticipate dalla frase “Ecco cosa devi fare”. Le tre fotografie propongono l’immagine della terra, di un’assistenza per i figli che rende più libera la figura materna, dandole l’opportunità di lavorare senza abbandonare la prole, la terza immagine raffigura una casa che si contrappone anch’essa alla catapecchia della foto sopra di essa.
Segue l’indicazione di voto, anche questa con una debita premessa: “Ecco cosa ti darà il fronte democratico popolare”. Il connubio fra immagini e testo si presenta quanto mai importante. Le frasi non potrebbero essere lette, ricevendo solo da esse il senso compiuto del messaggio elettorale, ma abbisognano del supporto delle immagini. Possiamo affermare che sia dal punto di vista iconografico, sia dal punto di vista squisitamente cromatico, il manifesto si presenta diviso in due parti. Nella prima è evidente la delazione che è fatta nei confronti dell’operato della parte avversa, nella seconda parte s’invita al cambiamento l’elettore, proponendo migliorie per la vita sociale e contadina e, fornendo l’indicazione di voto che vale come una promessa, come un impegno solenne nei confronti dell’elettorato. In questo caso il supporto del colore, il codice cromatico del manifesto, non richiama ad alcun elemento di natura politica, ma riveste la funzione di differenziare opportunamente le diverse sezioni del manifesto, proponendo un cambiamento di prospettiva anche all’occhio che l’osserva. Possiamo inoltre osservare che le prime tre foto che raffigurano le condizioni di miseria, hanno un formato più piccolo rispetto a quelle che propongono le prospettive di vita migliore. L’indicazione di voto si presenta infine con una scritta scura su di un fondo bianco, affinché si possa stagliare sulla parte restante dell’immagine.
In questo caso, come per quanto riguardava la precedente analisi, la parte retro del manifesto approfondisce in maniera articolata, i temi esposti nella parte anteriore. La facciata retro assomiglia in tutto e per tutto ad una pagina di un giornale e tratta, tramite l’apporto delle fotografie, delle vignette satiriche, e una larga parte d’enunciato, le tematiche del lavoro contadino, della fame e delle promesse non mantenute da parte della fazione opposta.
Nel manifesto sono presenti il destinatario, l’invito al voto, e l’enunciato. Manca il soggetto che parla. Il destinatario è caratterizzato in due differenti modalità. Non si rivolge solamente al mondo contadino, oppure alle problematiche della condizione femminile, ma ad entrambe. Particolare attenzione è riposta la tematica dell’inganno, dunque ad un argomento di natura negativa, discriminatoria dell’operato altrui. Alla tematica dell’inganno s’oppone l’offerta delle possibili migliore riguardanti la vita sociale ed economica per la popolazione contadina.
In questo manifesto, come nel precedente, si applica la modalità della seduzione, ovvero della capacità d’attrarre a sé, dell’apprezzare, e del farsi apprezzare dall’elettore. Alla base di questo si situa un’attività conoscitiva, che rende note le ricompense per il voto che si vorrà dare a questa determinata parte politica, e che rafforza il sistema di credenze fra destinatario e il destinatore manipolatore.
La presente indagine mette sotto i riflettori la figura di Aldo Finzi, braccio destro di Mussolini fino al delitto Matteotti / This survey puts in the spotlight the figure of Aldo Finzi, right arm of Mussolini until crime Matteotti." di Enzo Sardellaro Prof. Di lettere italiane e storia Via T. Aguiari 7/A – Adria – Rovigo
Nel giugno del 1924, esattamente il 5 di giugno, il sottosegretario agli Interni Aldo Finzi tirava le somme di un "totale parziale giugno" su un quadernetto ove era solito annotare, mese per mese, il denaro con cui finanziava, attraverso i "fondi segreti" del Ministero, persone, enti e giornali fiancheggiatori del partito fascista, assurto da poco al potere.
Finzi era indubbiamente molto preciso e pignolo nella sua contabilità, che tra l’altro non teneva su un registro ufficiale al Ministero, ma, molto cautamente, su un quaderno che fu poi scoperto tra le carte del suo archivio privato, fatto proprio in seguito da Renzo De Felice (Il quaderno di A. Finzi è stato pubblicato integralmente da A. Staderini, Una fonte per lo studio della utilizzazione dei "Fondi segreti": la contabilità di Aldo Finzi (1922-1924), in Storia Contemporanea, Bologna, Il Mulino, ottobre 1979, nn. 4-5, pp. 787-804).
Perché Aldo Finzi, il 5 di giugno del fatale, per molti, anche per la sua stessa persona, 1924, avvertì l’esigenza di redigere un "totale parziale giugno", proprio nei primissimi giorni del mese? Fino al 5, egli annotò le normali uscite, che erano appunto assolutamente previste e che comparivano regolarmente nella contabilità: Acerbo, Rossi, Chiavolini. Poi il silenzio. Sembra che Finzi , espletata la normale prassi, attendesse qualcosa di particolarmente importante, forse un uso difforme dei "fondi segreti" di cui era attento amministratore, per uno di quegli improvvisi "ordini del Presidente" che gli facevano spesso indirizzare determinate somme verso canali imprevedibili (Per gli "ordini del Presidente", cfr. ivi, 2 dic. 1922 [p. 789], 15 febbr. 1923 [p. 792], 4 luglio 1923 [p. 795], 24 luglio 1923 [p. 795], 7 ottobre 1923 [p. 797], 7 dic. 1923 [p. 799], 14 febb. 1924 [ p. 801], 28 marzo 1924 [p. 802], 8 aprile 1924 (ordine telefonico) [p. 803])
Il 5 di giugno: cinque giorni prima del delitto Matteotti. L’on. Aldo Finzi avrebbe concluso la sua spettacolosa carriera politica dopo qualche giorno (17 giugno) , dando le dimissioni da sottosegretario agli Interni, un incarico prestigioso, ambito, e che probabilmente molti gli invidiavano.
Dopo il 10 giugno, la carriera dell’on. Aldo Finzi si concludeva, convulsamente, in un’atmosfera di sospetti, di menzogne e di ricatti ...
La versione completa in:
Finzi in Polesineitalia: Il sito propone saggi di carattere storico - letterario relativi al Polesine medievale, moderno e contemporaneo.
a cura di Enzo Sardellaro