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Venezia e Spagna

Università Ca’ Foscari Venezia

Facoltà di Lettere e Filosofia : Corso di Laurea in Storia

TESI DI LAUREA

Venezia e Spagna. Inquisitori di Stato, ambasciatori e spie nella prima metà del Seicento.

Relatore: Prof. Sergio Zamperetti

Laureando: Piero Santin

Anno accademico 2002\2003 

La situazione politica europea all’inizio del secolo XVII

Il principio del secolo XVII poteva apparire come l’inizio di quel periodo di pace per l’Europa di cui i popoli e i governi stessi, finanziariamente esausti dai lunghi conflitti politici e religiosi del secolo precedente, avevano molto bisogno. Nel 1598 l’editto di Nantes e la pace di Vervins avevano posto fine alle lotte civili in Francia e alla guerra tra Enrico IV e Filippo II. Nel 1604 il successore di quest’ultimo, Filippo III re di Spagna, firmò la pace con il nuovo re d’Inghilterra, Giacomo I Stuart, e nel 1609 si rassegnò ad accettare una tregua di dodici anni con le province Unite d’Olanda. Nel 1606 era terminata, con un compromesso soddisfacente, una nuova guerra dell’Impero contro i Turchi. In realtà sotto la superficie covavano tensioni e contrasti che, sommandosi e intrecciandosi intorno al 1620, dovevano ben presto innescare una guerra generale, ancora più lunga e devastante di quelle che erano scoppiate nel corso del Cinquecento. Nell’Impero l’offensiva cattolica alimentata dalla Controriforma e la diffusione del Calvinismo rendevano sempre più precari gli equilibri politico-religiosi raggiunti con la pace di Augusta. Nel Baltico l’ascesa della Svezia costituiva una crescente minaccia per le potenze tradizionalmente egemoni in quell’area, cioè la Danimarca e la Polonia. Nell’Europa occidentale la ritrovata unità della Francia sotto la dinastia dei Borbone, dopo la lunga fase delle guerre di religione, poneva le premesse per un rilancio della sua influenza all’esterno e per un nuovo confronto con gli Asburgo. Il dinamismo e l’aggressività dimostrate in campo commerciale e coloniale dall’Olanda, infine, non potevano non suscitare la reazione della monarchia spagnola, ancora forte territorialmente e militarmente, nonostante i già marcati segni di decadenza. La guerra che per trent’anni sconvolse l’Europa centrale, non senza lambire l’Italia del nord e i Paesi Bassi, acquistò molta della sua asprezza e della sua violenza dagli elementi di crisi già apparsi verso la fine del secolo precedente, e che essa accentuò ulteriormente. Inoltre le ostilità continuarono per altri dieci anni nei Pirenei e nel nord Europa e fecero sentire i loro contraccolpi nelle insurrezioni e nelle rivolte interne, in Spagna, nel Regno di Napoli e in Inghilterra. La guerra di Gradisca. Il conflitto conosciuto come guerra di Gradisca, si svolse nel periodo compreso tra l’autunno del 1615 e il settembre del 1617. Essa era strettamente legata al nome di Nicolò Contarini, che comunque non era l’unico che l’aveva voluta. Oltre al futuro doge, tutti quelli che volevano l’indebolimento del potere asburgico, e confidavano soprattutto nelle debolezze manifestate dall’esercito spagnolo in Piemonte, credevano che fosse una scelta giusta aprire tale conflitto, aiutando anche il Duca di Savoia, in modo da far partecipare agli scontri anche l’Arciduca d’Austria. Favorevoli erano anche quelli che volevano risolvere definitivamente il problema degli Uscocchi, che ormai da molti anni rendevano proibitivi i traffici veneziani in quella parte dell’Adriatico. Protetti dagli Arciduchi d’Austria, facevano con le loro scorrerie sia gli interessi austriaci che quelli degli spagnoli. In ogni caso la responsabilità di questa guerra era totalmente sulle spalle del Contarini, maggiore rappresentante, all’interno della politica veneziana, della fazione antispagnola. I primi risultati ottenuti dall’esercito veneziano erano stati buoni; alcuni centri come Cormons, Medea, Aquileia, sino all’Isonzo erano ora sotto il controllo veneziano. Successivamente la battaglia era divenuta una logorante e dispendiosa guerra di posizione. Inoltre nuovi problemi erano sorti all’interno dell’esercito veneto, come gravi difficoltà nell’ approvvigionamento delle truppe e degli animali e duri contrasti tra i capi dell’esercito. Anche dalla parte austriaca, comunque, la situazione non era sicuramente migliore . Verso la fine del 1616 il Contarini aveva ricevuto la nomina di provveditore in campo, con il titolo e l’autorità di vice provveditore generale. Durante lo svolgimento di tale incarico aveva osservato da vicino le terribili condizioni nelle quali si trovavano le truppe: non c’era denaro, mancavano gli alloggi per le milizie, scarseggiavano i viveri. Il Contarini immediatamente aveva tentato di correre ai ripari, avendo forse eccessiva fiducia nell’ambiente veneziano. Dopo un breve periodo, però, il Contarini aveva capito che la situazione era irreversibile, e di ciò aveva avvisato lo stesso senato veneziano. Chiari erano i segni di cedimento che l’esercito aveva dato, incrementando a Venezia il numero dei consensi per quella parte politica che vedeva la pace come l’unica soluzione. A testimoniare questo nuovo orientamento il Senato veneziano aveva inviato alcuni suoi esponenti a trattare la pace con gli arciducali, con la mediazione degli spagnoli. I trattati di Parigi e di Madrid porranno fine alle ostilità. I veneziani, pur considerando sostanzialmente una sconfitta tale pace, avevano ottenuto, durante l’esecuzione di parte del trattato, la fine delle scorrerie degli Uscocchi, che era uno dei problemi principali della questione. Nei primi anni del Seicento Venezia osservava con preoccupazione gli avvenimenti europei, in particolare quelli di Francia e Germania, che avrebbero avuto una pesante ripercussione in tutta la politica europea. La pace religiosa che era stata stipulata ad Augusta nel 1555, anche se aveva neutralizzato la Lega di Smalcalda e permesso la libertà di religione, non aveva eliminato tutte le cause di contrasto che esistevano tra i cattolici ed i protestanti, dissenso che era strettamente collegato con l’opposizione all’orientamento assolutista della casa d’Austria. Tutto questo non poteva non far sentire il suo peso anche sull’Italia, il cui controllo sarebbe stato indubbiamente l’ago della bilancia per il predominio su tutta la politica europea In questa fase la politica veneziana continuava ad essere rivolta contro la Spagna, l’Impero e il Papato, che era al loro fianco; tale linea di condotta della Repubblica in questo periodo, propugnata soprattutto dal Sarpi, sembrava coinvolgere intensamente anche Venezia nelle vicende politiche che si sarebbero scatenate poco dopo. Si scontravano non solo le nuove esigenze protestanti con l’intransigenza del cattolicesimo romano, ma si metteva anche in discussione la supremazia spagnola e la conservazione del titolo imperiale degli Asburgo. Una vittoria di questi ultimi avrebbe significato certamente un colpo durissimo per Venezia, che ne avrebbe risentito forse in maniera decisiva; questo era il pensiero di coloro che spingevano per una partecipazione diretta alle vicende belliche. Secondo i più moderati, invece, tale guerra avrebbe comportato gravi rischi, che avrebbero sicuramente intaccato i delicati equilibri internazionali sui quali si basava la politica veneziana. Per questo motivo, mentre sia la Francia che l’Inghilterra erano sconvolte da gravi problemi interni, e mentre in Germania stava incominciando la guerra dei trent’anni, la Repubblica di Venezia non aveva saputo cogliere l’occasione, consigliata dallo stesso Carlo Emanuele I di Savoia, per occupare i territori limitrofi del Trentino e del Friuli, dei quali da tempo cercava il controllo; ciò avrebbe permesso a tutta l’Italia di alleggerire la morsa spagnola. Comunque nel marzo del 1619 Venezia annunciava di aver stipulato un patto di reciproco aiuto con il duca di Savoia: per la Repubblica marciana ciò significava coprirsi le spalle, mentre per il duca Venezia sarebbe stata una buona sostenitrice per la futura elezione imperiale. Il 31 dicembre 1619 Venezia stipulava un altro trattato, questa volta con le Provincie Unite d’Olanda; tale nazione, soprattutto per la vittoria dei calvinisti più convinti, non appena fosse cessata la tregua avrebbe cominciato la guerra con la Spagna. Questa politica, questa serie di accordi, aveva il chiaro significato di una presa di posizione antispagnola e antiasburgica da parte veneziana. Particolarmente stretto era divenuto il legame con l’Olanda, tanto che non solo c’era stato uno scambio di ambasciatori, ma anche una proposta di collaborazione commerciale riguardante il traffico marittimo nelle zone del Levante. Collaborazione che, tuttavia, non ci sarebbe stata, anche se Venezia aveva voluto mettere in evidenza questi contatti, segnale chiaro che se non ci fossero stati degli impedimenti troppo forti i rapporti con l’Olanda sarebbero stati molto più stretti. Tuttavia tra il 1620 e il 1621 la situazione europea cambia nuovamente e questa volta gli eventi favoriscono la Spagna e l’Impero. Gli spagnoli tentano di risvegliare nella zona dei Grigioni vecchie discordie, con il chiaro scopo di impadronirsi della Valtellina per ovvi obiettivi strategici. Nel luglio infatti in Valtellina i cattolici insorgevano contro i Grigioni, per la maggior parte protestanti, che controllavano la valle. Il governatore spagnolo di Milano, il Duca di Feria, ne aveva subito approfittato per occupare la Valtellina, che costituiva, assieme alla valle del Mera, una vera e propria porta d’Italia, punto chiave per i collegamenti sia tra i territori spagnoli d’Italia e quelli degli arciduchi d’Austria e dell’Impero, che così venivano messi al sicuro, sia per quelli tra la Repubblica di Venezia, la Svizzera e l’Europa occidentale, che venivano invece bloccati. Da questa zona transiteranno infatti nel 1620 le truppe spagnole e italiane dirette verso il Palatinato, attaccato dal generale Spinola, e verso la Boemia, dove si schiereranno agli ordini dell’imperatore. Ferdinando II era riuscito in poco tempo a riorganizzare le sue forze, a unirle con quelle dei suoi alleati, utilizzando come elemento unificante l’ideale politico e religioso del pontefice. Al contrario i confederati boemi non avevano saputo organizzare una coalizione antiasburgica ben salda sia sul piano politico che su quello religioso. Inoltre nessun aiuto era venuto dal sovrano inglese Giacomo I, sempre più in contrasto con le Province Unite d’Olanda e disposto, invece, ad una intesa con la Spagna. Veniva così ridotto anche l’aiuto della stessa Olanda, preoccupata appunto dal comportamento inglese, dalla presenza dello Spinola nella zona renana, e dall’incombenza di una sempre più probabile guerra con la Spagna. Nemmeno la Repubblica di Venezia darà il suo aiuto, neanche la Lega Anseatica, la città libera di Norimberga e gli Svizzeri. Tale situazione sfocerà nella battaglia alla Montagna Bianca, l’8 novembre 1620, che avrà come ovvio epilogo una grande vittoria delle truppe cattoliche. Tale vittoria ottenuta dalla Spagna, dall’Impero e dal Papato, era un duro colpo per coloro che a Venezia credevano che la repubblica potesse svolgere ancora un ruolo importante nelle vicende politiche del periodo. Gli unici a Venezia che gioivano di questo sviluppo politico erano i cosidetti “papalini”, che non avrebbero visto di cattivo occhio una Venezia satellite delle Spagna. La preoccupazione maggiore per Venezia era adesso esclusivamente la questione della Valtellina e della valle del Mera. Venezia, in questo modo, ne veniva colpita molto duramente, poichè non poteva avere più collegamenti con gli alleati dell’Europa occidentale, se non per via mare, inoltre le veniva impedito il reclutamento di truppe in questa zona, fondamentale serbatoio per il suo esercito. Lo stesso Duca Carlo Emanuele di Savoia ne veniva danneggiato, visto che con la forte presenza spagnola vedeva tramontare le sue ambizioni. Anche all’interno dello stesso papato c’era chi si chiedeva se lo strapotere della Spagna non togliesse alla Chiesa parte di quella autonomia della quale godeva in Italia. C’era inoltre la Francia, che dopo questi fatti si vedeva esclusa dalle vicende italiane, alle quali aveva sempre guardato con un certo interesse. Il 25 aprile veniva stipulato a Madrid un trattato, tra la Francia e la Spagna, in base al quale gli spagnoli avrebbero lasciato la Valtellina e i francesi, in cambio, si sarebbero opposti ad una alleanza tra i Grigioni e Venezia. Tale accordo rimase tuttavia senza effetto, lasciando la situazione come prima. Venezia intanto, attraverso il suo Ambasciatore a Parigi Giovanni Pesaro, incitava i francesi alla guerra, poichè erano gli unici che potevano opporsi alla potenza spagnola. La Francia era però logorata al suo interno dalle guerre religiose fomentate, secondo i veneziani, dalla Spagna e dal Papa, e perciò non poteva sprecare le sue risorse in altre questioni. La Spagna e l’Impero intanto continuavano ad aumentare la propria pressione sul territorio dei Grigioni; sul finire del 1621, approfittando di una agitazione insorta tra la popolazione, il Duca di Feria e Leopoldo d’Asburgo, Arciduca del Tirolo, si erano spinti fino a Coira, conquistandola il 22 novembre. Per questo i Grigioni erano stati costretti a stipulare, nel gennaio del 1622, un patto col quale recuperavano la Chiavenna, nella valle del Mera, ma dovevano rinunciare alla Valtellina, cedendo inoltre località importanti, come la Bassa Engadina e Davos. Anche questo patto non era stato rispettato, ma aveva spinto la Francia, il Duca di Savoia e la Repubblica di Venezia, nel febbraio del 1623, a formare una lega per riprendere la Valtellina. Fin dai primi incontri per stabilire la condotta della guerra era chiara comunque la volontà francese di non entrare apertamente in guerra con la Spagna, ma di addossare ai veneziani la maggior parte delle responsabilità. Come comandante della coalizione era stato scelto il Conte Peter Ernst von Mansfeld, che si era ben comportato in Boemia. Tuttavia l’invasione della Valtellina, compiuta dal Marchese Coeuvres, non dava gli effetti sperati, visto che le truppe della coalizione erano state sconfitte dagli spagnoli. Tutte le parti avevano tentato di scaricarsi le colpe a vicenda, ma sia la Francia che Venezia avevano respinto le accuse. Queste guerre, queste dispute senza risultati apprezzabili, saranno ormai la consuetudine per Venezia nelle grandi vicende europee, e ciò sarà lo specchio della preoccupante situazione politica, economica e sociale in cui si dibatteva la Repubblica e che le permetterà solamente di svolgere un ruolo, più di facciata che reale, di mediatrice tra le potenze più forti All’interno del conflitto europeo molto impotante è il rapporto stretto da Venezia con Bethlen Gabor, Principe di Transilvania. Il Bethlen aveva sfidato direttamente l’Imperatore e si era fatto addirittura eleggere da una dieta Re d’Ungheria, titolo che spettava ereditariamente all’Imperatore. Nel 1621 aveva inviato a Venezia dei suoi rappresentanti, proponendo alla Repubblica di allearsi con lui. I vantaggi per Venezia sarebbero stati importanti: quelli militari consistevano nell’invio di truppe in caso di necessità, mentre quelli economici riguardavano agevolazioni per il commercio di materie prime, abbondanti in quella zona. La risposta veneziana era stata molto evasiva, con grandi attestazioni di amicizia, ma nessuna promessa di “confederazione”, come invece chiedeva il Bethlen. Altro tentativo, attraverso il suo rappresentante Alessandro Lucio, era stato compiuto dal Gabor per avvicinare Venezia alla sua causa. L’ambasciatore aveva ricordato a Venezia che la Francia era poco affidabile e che alla fine si sarebbe accordata con la Spagna per la questione valtellinese; aveva inoltre evidenziato che il Gabor era l’unico in grado di sbloccare la situazione. Anche questo tentativo non aveva ottenuto l’effetto sperato, tuttavia era chiaro che in futuro questa alleanza sarebbe stata possibile nel caso in cui non avesse comportato per Venezia la rottura dei rapporti con la Francia e con l’Inghilterra. L’occasione propizia si presentava nel 1625: la coalizione si formerà ufficialmente alla fine di quello stesso anno attorno alle Province Unite d’Olanda e comprenderà anche la Francia, l’Inghilterra, la Danimarca, la Repubblica di Venezia e Bethlen Gabor. Purtroppo tutte le speranze si dissolsero quando la Francia e la Spagna si accordarono, col trattato di Monçon, sulla questione della Valtellina. Le operazioni militari quasi non ebbero luogo, e lo stesso Gabor, sospettato addirittura di essersi accordato anche lui con gli imperiali, si era rifiutato di combattere. Altro capitolo della guerra che coinvolge Venezia è sicuramente la lotta per la successione di Mantova. Nel 1626 moriva il Duca di Mantova Ferdinando Gonzaga, mentre l’anno successivo la stessa sorte toccava al fratello Vincenzo. L’erede designato dall’ultimo Duca era Carlo Gonzaga-Nevers, membro del ramo francese della casata. Questo ovviamente favoriva la Francia, che poteva utilizzare le fortezze di Casale e di Mantova come base per controllare più direttamente le vicende italiane. Sicuramente questa possibilità era in contrasto con i progetti della Spagna, che rivendicava sul Ducato delle prerogative imperiali. C’era inoltre Carlo Emanuele di Savoia che cercava di estendere il proprio dominio e per questo motivo si era accordato segretamente con gli spagnoli. La prima mossa era stata compiuta proprio da quest’ultimo, in accordo appunto con gli spagnoli, alla fine del 1628, ed aveva condotto all’assedio della fortezza di Casale. La Francia nel frattempo, terminate le lotte religiose che ormai la logoravano da tempo, aveva stipulato una lega con Venezia, Mantova, Savoia, passata alla parte francese, e con Urbano VIII e nel 1629 era scesa in Italia. Anche questa coalizione svaniva senza risultati: nel 1630 Mantova veniva conquistata e saccheggiata La colpa della sconfitta non era soltanto di Venezia, visto che Carlo Emanuele di Savoia non era intervenuto, passando agli spagnoli, e la stessa Francia non si era battuta in maniera efficace. La pace verrà firmata a Ratisbona il 13 ottobre 1630, ma sarà definitivamente sancita a Cherasco nell’aprile del l631. La Repubblica di Venezia ne pagherà le peggiori conseguenze, non sul piano territoriale, infatti non le verrà tolto nulla, ma nel prestigio, che veniva leso in maniera profonda e irrimediabile. Da allora la neutralità veneziana in Europa continentale diventerà sistematica, e la stessa preferirà svolgere un ruolo di mediatrice, utilizzando esclusivamente la diplomazia. Ultime fasi della guerra. La pace di Ratisbona aveva momentaneamente posto fine alla crisi, ma non era però riuscita a porre fine alla guerra nel resto d’Europa, nè a fermare l’avanzata vittoriosa di Gustavo Adolfo che, spinto e incoraggiato dal Richelieu, continuava la sua serie di vittorie. Per meglio raggiungere i suoi scopi lo svedese aveva cercato di procurarsi l’alleanza di Venezia, e nel luglio del 1631 aveva inviato a tale scopo un suo ambasciatore in Senato. Si sarebbe accontentato anche di aiuti in denaro, ma la Repubblica, pur dimostrando la sua amicizia, rifiutò ogni partecipazione alla guerra e respinse le sue proposte, come respinse poi quelle imperiali e quelle francesi, che la volevano al loro fianco. La paura dei Turchi, il desiderio di un periodo di pace in Italia e il timore di cominciare una guerra con molte incognite, spinsero Venezia a continuare nella sua politica di neutralità armata, che finì con l’allontanarle le simpatie di tutti. Continuando la sua politica conservatrice, Venezia mirava esclusivamente a proteggere i propri territori, evitando ormai ogni impegno diretto nella guerra. Dopo la morte di Gustavo Adolfo a Lutzen nel 1632 e l’assassinio del Wallestein a Egra nel 1634, la Francia cominciava a sostenere apertamente i protestanti contro l’impero. La guerra coinvolgerà così tutta l’Europa, i Pirenei e le Fiandre; in Italia gli eserciti franco-piemontesi, aiutati dal duca di Parma, combatteranno nel Monferrato e in Lombardia per cacciare gli Spagnoli. Venezia intanto pensava esclusivamente a evitare ogni rischio, assistendo da spettatrice alla guerra che stava sconvolgendo l’Europa e al chiaro tentativo di Richelieu di sostituire in Italia il predominio spagnolo con quello francese. Nel 1642 Venezia si alleava con i principi di Modena e di Toscana contro il Papa Urbano VIII, che voleva incamerare il piccolo ducato di Castro. Sembrava che i veneziani volessero discostarsi dalla politica di neutralità, ma resterà solo un fatto isolato e dopo due anni, nel 1644, la guerra terminerà, restituendo Castro ai Farnese di Parma. Il trattato di Westfalia, che porrà fine alle carneficine della guerra dei Trent’anni, sarà il capolavoro di una grande figura di diplomatico veneziano, Alvise Contarini, e degli sforzi dei suoi colleghi ambasciatori a Parigi, Madrid e Vienna. Tale pace regolò i rapporti tra Spagna, Francia e Impero, assicurò la libertà di culto e di coscienza e fissò le basi per un nuovo equilibrio tra i grandi stati. Tale ruolo nella pace venne molto elogiato, ma in termini pratici non portò alcun vantaggio e non aumentò il prestigio che ormai Venezia stava perdendo. Elementi di crisi. Nel corso del ‘600 assistiamo in tutta Europa ad una sorta di  “crisi  generale”, che avrebbe avuto come manifestazioni più forti le guerre scoppiate durante tutto il secolo. Molti hanno discusso su questa crisi: alcuni hanno messo in evidenza la gravità dello scontro nato tra le corti rinascimentali e le società che non riuscivano a sorreggerne il peso, altri le carenze delle vecchie strutture statali, il rifiuto dei sistemi fiscali, il declino della feudalità, il contrapporsi delle difficoltà economiche, ormai gravi, del circuito mediterraneo al forte sviluppo di paesi, come l’Olanda, interessati da altri mercati, che avevano spostato l’asse dei traffici marittimi verso il Mare del Nord e l’Atlantico. Anche la nuova passionalità religiosa e l’apparire di una svolta culturale, presente in ogni ambito, sono considerati come elementi di frattura rispetto al passato La tendenza al ristagno o addirittura al calo della popolazione, la frequenza delle carestie e delle epidemie, l’incremento del pauperismo, i disordini politici e sociali e perfino l’instaurazione di un clima spirituale e intellettuale dominato dalla paura, dalla intolleranza, dalla volontà di persecuzione, sono stati interpretati da più parti come diverse manifestazioni di un profondo malessere della società europea. La discussione molto vasta fra gli storici ha condotto, comunque, ad un qualcosa di positivo, cioè ha sottolineato alcuni elementi chiave di questo periodo: “il mutamento di clima storico”, la “complessità delle spinte sociali e politiche, il tentativo di strumentalizzare un diffuso stato di esasperazione” sono tutti elementi che sicuramente hanno caratterizzato il Seicento, sopratutto nella sua prima metà La Repubblica di Venezia, dal punto di vista storico, è rimasta fuori da questo dibattito; in primo luogo perchè il Seicento è considerato come un lungo periodo di transizione tra la Venezia ancora forte del Cinquecento, e quella ormai in definitivo declino del Settecento. Declino che, almeno per la storiografia passata, era considerato inarrestabile e senza interruzioni, ma che quella attuale ha, almeno in parte, rivisto sotto un’altra linea, mettendo in rilievo anche gli aspetti di rinnovamento che comunque erano apparsi. Tuttavia una crisi del Seicento c’è stata indubbiamente; una crisi di crescita, già ben visibile nell’ultimo ventennio del Cinquecento; una crisi forte anche sul piano culturale, che ha portato comunque Venezia a diventare uno dei centri più importanti per la rivoluzione scientifica e per quella storiografica sviluppatesi in quel periodo. Crisi anche dal punto di vista religioso, che ha fatto diventare Venezia uno dei centri del Cattolicesimo più importanti nel contesto delle esigenze di rinnovamento e di rivolta che si riassorbiranno nel corso del secolo. Crisi inoltre sul piano politico-istituzionale, che è quella che a noi più interessa, che ha investito il rapporto tra l’aristocrazia, detentrice della sovranità, e gli ordinamenti che essa stessa aveva creato per reggere la Repubblica, così da minare la compattezza e l’unità dell’aristocrazia stessa. Crisi infine nei rapporti tra le classi sociali veneziane, che ha accentuato il divario tra i patrizi poveri e quelli ricchi, esasperandolo a tal punto da provocare, come vedremo, le rilevanti proteste della nobiltà più povera. Tensioni sociali: lo scontro tra patrizi poveri e patrizi ricchi. La preoccupazione maggiore che toccava la classe dirigente veneziana era l’accentuarsi, nel corso del Seicento, delle differenze tra i patrizi ricchi e quelli poveri. La povertà significava emarginazione politica, sociale e culturale, dalla quale era molto difficile sottrarsi e uscire; voleva dire essere esclusi dalle cariche più remunerative, che erano anche le più importanti, visto che i patrizi poveri potevano ricoprire solamente qualche modesta magistratura cittadina o fare i rettori in qualche piccola località del dominio da terra o da mar. Ai poveri rimaneva però la connotazione patrizia, di cui andavano fieri e che li ripagava almeno moralmente delle ristrettezze economiche alle quali erano costretti; sarà questo settore della nobiltà, infatti, ad opporsi in maniera decisa alla monetizzazione, avvenuta nel corso del ‘600, dello status nobiliare. L’attività commerciale aveva già creato notevoli differenze tra il patriziato anche nei secoli precedenti, ed ora l’investimento nella proprietà fondiaria aggravava ulteriormente la situazione; ciò era dovuto al fatto che il commercio era un settore nel quale molti potevano tentare, sperando in un colpo di fortuna, di ricavare dei buoni profitti; al contrario l’agricoltura restava riservata solamente ai ricchi, che avevano già denaro da investire. Queste gravi problematiche sfoceranno nel terzo decennio del Seicento in una sorta di rivolta dei nobiluomini poveri che aveva finito per concentrarsi proprio sulla questione della giustizia penale, soprattutto per come era venuta configurandosi nell’ ultimo cinquantennio, da quando nell’ambito del governo veneto si era presa coscienza dei problemi drammatici di natura politica e sociale causati dalla grave situazione economica di questo settore molto vasto della aristocrazia. In campo costituzionale la discussione era incentrata principalmente sul ruolo del Consiglio dei Dieci. I patrizi giovani avevano come obiettivo primario quello di mettere a freno le sue prerogative, considerate oligarchiche, e già nel 1582 erano riusciti ad imporre delle norme che limitavano l’influenza del Consiglio nelle questioni finanziarie e in politica estera. Il loro risultato più grande era stata la possibilità offerta ad un numero più consistente di nobili di assumere un ruolo di maggior peso nelle decisioni importanti. Il dissenso tra i due gruppi aveva come nucleo fondamentale l’atteggiamento verso la Spagna e la politica di neutralità. La parte più giovane del patriziato mirava ad una politica più energica, credendo che rimanere neutrali sarebbe equivalso ad un atto di sottomissione agli spagnoli. Dimostravano, invece, un atteggiamento sempre più favorevole verso quei paesi come la Francia, l’Inghilterra e l’Olanda, che sarebbero potuti essere degli utili alleati per allentare la morsa spagnola sulla penisola. I patrizi più vecchi invece, anche se condividevano, almeno in parte, il risentimento verso la Spagna, miravano esclusivamente ad una politica che non turbasse gli spagnoli.[26] L’inizio di tutto era stata una legge del 1571, la quale stabiliva che tutti i nobili dovessero essere giudicati esclusivamente dal Consiglio dei Dieci. La norma non mirava in realtà, come alcuni volevano far credere, a sottoporre tutta la nobiltà veneta ad una giustizia speciale, ma solo a sottomettere i nobili più poveri, adesso che il patriziato era in sostanza diviso in due ceti, alla giustizia esercitata dal ceto più elevato, dal quale erano esclusi visto che il Consiglio dei Dieci era accessibile solo a chi aveva la possibilità di realizzare grandi carriere. Inoltre i Dieci avevano una loro procedura particolare, segreta, dove gli imputati non dovevano conoscere né chi li accusava, né chi testimoniava contro di loro, dovevano difendersi da soli, a voce, senza l’aiuto di avvocati. Tutto si era concluso, nonostante la correzione voluta da Renier Zeno, con irrilevanti modifiche costituzionali, che lasciavano aperti i problemi più grossi, senza che la parte nobiliare insorta vedesse un qualche miglioramento della propria condizione.[27] 

Questa disparità era riflessa chiaramente dal Consilio dei Dieci, che non aveva perso la sua autorità politica e continuava a rimanere l’espressione della elite del patriziato veneziano; il patriziato povero, che ne era appunto escluso, sentiva continuamente sopra di sè la pressione di questa magistratura, inflessibile, si diceva, verso i patrizi poveri, più permissiva verso i ricchi; tale organo usava la giustizia come uno strumento politico, non solo per reprimere i crimini. La principale conseguenza della correzione del 1628 sarà il contenimento dell’autorità del Consilio dei Dieci e quindi il rafforzarsi, come vedremo, di un’altra magistratura, gli Inquisitori di Stato, che avranno il compito di garantire la sicurezza e la tranquillità della Repubblica.[28]  

  

 


[1] G.Cozzi, Il doge Nicolò Contarini, ricerche sul patriziato veneziano agli inizi del Seicento, Venezia-Roma, Istituto per la collaborazione culturale, Officine grafiche Fratelli Stianti di Sancasciano Val di Pesa, Firenze, 1958, pp. 150-151

 

[2] Ibidem, pp. 151-154.

 

[3] Ibidem, pp. 160-166.

 

[4]  A.Battistella, La Repubblica di Venezia, Venezia, Tipografia C. Ferrari, 1921, p. 679.

 

[5]  Ibidem, pp. 678-680.

 

[6]  G.Cozzi, M.Knapton, G.Scarabello, La Repubblica di Venezia in età moderna(dal 1517 alla fine della Repubblica), Storia d’Italia diretta da G.Galasso, volume XII, tomo II°, Torino, UTET, 1992, pp. 104-105.

 

[7]  Ibidem, p. 105.

 

[8]  Battistella, La Repubblica, p. 681.

 

[9]  Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, p. 106.

 

[10]  Ibidem, p. 107.

 

[11]  Ibidem, p. 108.

 

[12]  R.Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, Firenze, Giunti Martello, 1981, p. 610.

 

[13]  Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, p. 109.

 

[14]  Cessi, Storia della Repubblica, p. 611.

 

[15]  Battistella, La Repubblica, p. 681.

 

[16]  Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, pp. 110-111.

 

[17]  Ibidem, p. 113.

 

[18]  Ibidem, p. 114.

 

[19]  Ibidem, p. 116.

 

[20]  Battistella, La Repubblica, p. 691.

 

[21]  Ibidem, pp. 693-695.

 

[22]  Storia di Venezia. Dalle origini alla caduta della Serenissima, vol. VII, La Venezia barocca, a cura di G.Benzoni e G.Cozzi, Roma, Istituto della enciclopedia italiana, 1997, p. 3.

 

[23]  Ibidem, pp. 4-5.

 

[24]  Cozzi, Knapton,  Scarabello, La Repubblica, pp. 170-173

 

[25]  Ibidem, p. 180.

 

[26] F.C.Lane, Storia di Venezia, Torino, Einaudi, 1978, pp. 453-454.

 

[27]  Storia di Venezia, pp. 7-8.

 

[28]  Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, p. 182.

 

 

 

Gli Inquisitori di Stato

 

Problemi di segretezza nei maggiori consigli dello Stato

Il problema della segretezza nella politica veneziana è presente sin dall’istituzione del Consiglio dei Dieci; segreto è il suo rito inquisitorio, il cui raggio d’azione aumenta sempre di più nel corso del ‘500 seguendo una tendenza tipica anche in altri stati europei dell’epoca, segrete frequentemente le denunce nei confronti dei traditori basate sui “raccordi” e sulle “bocche di leone”, e segrete le esecuzioni di eretici, spie nemiche e prigionieri di guerra: le spettacolari esecuzioni pubbliche, infatti, sono riservate a delinquenti comuni e ad alcuni grandi traditori. ”Secretezza”, dunque, fondamento del governo, bene supremo da preservare ad ogni costo che ispira una serie di norme volte, ancora prima del 1539, anno in cui verrà costituita una apposita magistratura, a tutelarla e a punire esemplarmente coloro che non la rispettano. Lo testimonia già, nel primo Quattrocento, il segreto in cui è avvolto il processo, la condanna e lo strangolamento di Francesco Novello da Carrara e dei suoi due figli. Inoltre ciò appare chiaro, come fa notare Paolo Preto, durante il ‘500 nelle affermazioni di Poggio Bracciolini, che sottolinea la segretezza in cui si era svolto il processo al Carmagnola, e successivamente in quelle di un attento politico come Commynes, che evidenzia la facilità del governo veneziano nel mandare al confino le persone solo per semplici sospetti quando si tratta di segreti di Stato.[1] Frequentissime sono le fughe di notizie dal Senato e persino dal Consiglio dei Dieci già nel ‘300 e ‘400, ma tale fenomeno non si arresta nemmeno nei primi decenni del ‘500 quando, impegnata nei durissimi scontri col Turco, con la Lega di Cambrai e con Carlo V, Venezia avrebbe dovuto fare massimo affidamento sulla inviolabilità dei propri organi di governo. A questo serio problema si cerca di rimediare con vari provvedimenti tra il 1449 e il 1550, volti a disciplinare minuziosamente il funzionamento del Senato e del Consiglio dei Dieci per garantire al massimo la segretezza delle loro sedute, anche imponendo ai trasgressori adeguate sanzioni pecuniarie e interdizione dai pubblici incarichi. Provvedimenti comunque inefficaci, tanto che in alcune occasioni si farà ricorso alla magistratura straordinaria. Infatti, tra il 1478 e il 1539, sono frequenti le elezioni di inquisitori o “zonte” che indaghino su questi reati.[2] Nel corso del Seicento non sono rare le indagini su senatori che si teme abbiano portato notizie fuori del consiglio. Ne é testimonianza, per esempio, un passo molto significativo indirizzato al Residente di Mantova Antelmi, nel 1617, in cui si dice che “ le cose tutte, che passano sotto il nostro magistrato, devono proceder, e rimaner sempre sotto profondissimo silenzio, si che non se ne faccia alcuna parte, ne minimo moto con altri, ma si tengano in se medesimo recondite in ogni tempo ”.[3]

 Inquisitori “sopra la propalazion dei pubblici segreti”.

 Decreto di istituzione

“Per molte provisioni che siano sta fatte per questo Consiglio, non si ha potuto ancora far tanto che le più importanti materie trattate nelli Consigli nostri secreti, non siano intese et pubblicate, come da ogni banda se ne ha certa notitia, cosa veramente indegna et di quella grave giattura et danno al stato nostro che esplicar si possi maggiore, o più perniciosa, onde non è lasciar intentato rimedio alcuno, ch’escogitar si possa contro un tanto disordine, et però: L’anderà Parte, che, salva ogni altra deliberatione in questa materia alla presente non repugnante, nel primo Consiglio de X con la zonta, che si farà nel mese prossimo di ottobre, per scrutinio siano eletti, di quelli ch’intrano quomodocumque in esso Consiglio, tre Inquisitori sopra qualunque si potrà presentar di haver contraffatto alle leggi et ordini nostri circa il propalar delli segreti. Nè possino refudar sotto pena di ducati 500, etiam che havessero altro offitio con pena, il quale nondimeno li habbi a restar. Siano per anno uno, et infine di quello possano esser rieletti alli quali sia per autorità di questo Consiglio commesso et dato solenne giuramento di fare diligentissima inquisitione contra tali trasgressori, et quelli essendo tutti tre d’accordo mandar alla legge et condannar, pubblicando sempre nel Maggior Consiglio le condannason, che si faranno. Et ogni loro termination sia et esser debba valida et ferma, come se la fusse fatta per questo consiglio. Se veramente detti Inquisitori non fussero tutti e tre in una opinion, overo se l’occorresse alcun caso sì importante di manifestation de secreti, che li paresse meritar maggior censura dell’ordinaria, formato processo debbano, presentarlo ai capi di questo Consiglio, i quali, sotto debito di sagramento et pena di ducati 1000, siano tenuti, in quel medesimo giorno, venir et proponer a questo Consiglio quanto si haverà, per fare quella giustizia che parerà conveniente. Et la presente Parte sia letta nel primo Consiglio di Pregadi et nell’avvenir sempre nel primo Pregadi di ottobre, et non di meno letta o nono letta, haver debba la sua debita essecutione.” 1539, 20 settembre, in Consiglio dei Dieci.[4]

 

Distinti dagli Inquisitori dei Dieci, organo interno al consiglio con funzione istruttoria e con i quali spesso in passato venivano confusi, vennero da questo istituiti con parte del 20 settembre del 1539 ed eletti annualmente, anche se con alcune interruzioni, con il titolo di Inquisitori “sopra la propalazion dei pubblici segreti”.[5] Erano inizialmente legati strettamente agli Esecutori contro la bestemmia, magistratura istituita il 20 dicembre 1537. Una legge del 1542, infatti, stabiliva che nel caso in cui uno dei loro membri non avesse potuto partecipare ad una seduta doveva essere sostituito da un membro dell’altra magistratura. Fino al 1582 furono eletti indifferentemente tra i membri del Consiglio, della giunta dei Dieci e degli organi ad esso collegati; poi, con l’abolizione della giunta, tra quelli del Consiglio dei Dieci e dei consiglieri del doge. Restavano in carica un anno, potevano essere e furono spesso rieletti per due, tre e quattro anni di seguito; erano tre e in tale numero, ogni anno, furono nominati fino alla caduta della Repubblica, anche se, come vedremo, muteranno il loro nome. Importantissima per l’istituzione di questa magistratura fu, come sottolinea Rinaldo Fulin, la già citata deliberazione presa dal Consiglio dei Dieci il 20 settembre 1539. Era il periodo in cui si stava trattando la pace col Turco, il quale imponeva però delle condizioni troppo dure; per questo motivo l’ambasciatore Tomaso Contarini aveva dovuto lasciare Costantinopoli senza concludere nulla. Allora vi era stato mandato Alvise Badoer con nuove e segrete commissioni , per difendere le quali venne appunto stabilito di eleggere questa nuova magistratura.[6] Nel 1555, 58, 66, 76, 77 i tre Inquisitori non vengono eletti a causa della grande perdita di tempo provocata dalla “longa ballottazione” fatta tra tutti i membri di quel consiglio e la “zonta”.[7] Solamente dal 1588 la modalità della loro elezione venne regolata in maniera definitiva fino alla caduta della Repubblica.[8] Gli Inquisitori sulla propalazion dei pubblici segreti, come già detto, venivano scelti due dal Consiglio dei Dieci e uno tra i Consiglieri ducali, e dal colore della veste erano chiamati “neri” i primi, ”rosso” l’altro. Così anche in questa ristrettissima commissione veniva applicato il sistema veneziano della contrapposizione e collaborazione dei consigli; Dieci e Signoria erano quindi rappresentati in questa magistratura esercitando così un efficace e reciproco controllo politico[9]. Nonostante l’inquisitorato fosse presieduto dal consigliere ducale, il responsabile delle sue attività era comunque il Consiglio dei Dieci, dal quale venivano eletti due dei tre inquisitori. Poiché non potevano operare se non in pieno numero, e spesso le norme contro gli interessati e contro i papalisti avrebbero impedito la loro attività, si eleggeva di solito anche un inquisitore supplente(di rispetto), scelto quasi sempre tra i non papalisti. Tuttavia se, come spesso accadeva, nessuno dei tre inquisitori fosse stato papalista, visti questi sempre con sospetto, l’inquisitore di rispetto poteva venire eletto anche tra loro. La loro elezione avveniva ovviamente a scrutinio segreto, in Consiglio dei Dieci, e venivano scelti i due consiglieri dei Dieci e il consigliere ducale rimasti superiori in “ballotta”.[10] Si radunavano inizialmente nel locale sopra l’ufficio delle Biave(dei grani) destinato agli Esecutori sopra la Bestemmia, poi in una stanza vicina a quella dei Capi del Consiglio dei Dieci. Nella loro stanza le pareti erano coperte di cuoio con borchie d’oro; tre sedili di noce con cuscini di marocchino nero erano affissi al muro e c’era inoltre uno scrittoio di noce molto ampio; sulla sinistra c’era una piccola panca con uno sgabello riservati al segretario oltre a dei grandi armadi in larice molto grossolani. Non c’era una grande attenzione nell’arredamento e questo è sicuramente collegato alla importanza dei problemi che venivano trattati in quel luogo, cosa che si voleva trasmettere anche visivamente. Uniche note di raffinatezza all’interno della stanza erano un dipinto del Tintoretto, rappresentante le quattro Virtù teologali, sul soffitto, una Vergine, forse opera di Raffaello, sopra il tribunale e infine, sulla porta, un quadro del Gambarato con alcuni Santi.[11]Originariamente gli Inquisitori sui segreti di Stato furono indubbiamente un organo strettamente parallelo agli Inquisitori dei Dieci, cioè una commissione inquirente per una determinata e complessa tipologia di problemi. Importantissima modifica fu il portare il numero degli inquisitori a tre (due erano invece i membri delle commissioni inquisitorie costituite fino ad allora), probabilmente dovuta alla necessità di attribuire poteri più decisivi a questo istituto e perciò di garantire un forte contrappeso politico con l’aumento del loro numero. L’importanza di questa magistratura, la necessità di assicurarne una maggiore continuità, fu probabilmente la causa per la quale venne ammessa la rieleggibilità dei suoi membri. Rieleggibilità tuttavia molto limitata dal fatto che gli Inquisitori dovevano essere eletti dal Consiglio dei Dieci, nel quale tutti gli appartenenti scadevano dalla carica annualmente, con contumacia. L’unica possibilità di essere rieletti era quella di essere scelti come Inquisitori un anno tra i Dieci e l’anno dopo tra i Consiglieri ducali. Difficile che questa circostanza si realizzasse nel ’500 quando il patriziato veneziano era si già in decadenza, ma ancora forte e soprattutto numeroso; meno nel ‘700 quando anche il numero dei patrizi era calato notevolmente. Tuttavia, nonostante la tendenza restrittiva, il sistema della costituzione politica veneziana assicurava indirettamente una base ampia e un rinnovamento continuo anche a questo consesso. Una tendenza più restrittiva comunque è chiara sin dalle origini del nuovo inquisitorato.[12] Era un organo scaturito dalle condizioni di guerra continua in cui la Repubblica si trovò coinvolta per molto tempo e quindi non deve meravigliare il fatto che le garanzie formali, che erano state inserite nel processo inquisitorio e sempre rispettate nei processi del Consiglio dei Dieci, fossero notevolmente diminuite, pur restando intatte le garanzie riguardanti i Dieci, gli Inquisitori e il loro complesso sistema di rapporti politici. Tuttavia a causa della sua grande importanza e del suo ruolo, questa magistratura assume sempre più peso, allargando inevitabilmente la sua sfera di influenza, aumentando i propri poteri, rendendo sempre più sommarie e rapide le sue procedure.

 La correzione del 1582.

Elemento fondamentale per lo sviluppo e l’aumento di competenze degli Inquisitori fu la crescita di importanza nel ’500 di una magistratura, il Consiglio dei Dieci, che metteva inevitabilmente in ombra altri importanti organi dello Stato, come il Senato, l’Avogaria di comun e soprattutto la Quarantia criminal che, con la sua procedura pubblica e di tipo accusatorio, aveva garantito massima trasparenza alla giustizia veneziana. Importanti sono due leggi, nel 1530 del Maggior Consiglio e nel 1533 del Consiglio dei Dieci, che attaccarono duramente l’Avogaria, accusandola di eccedere troppo nella indulgenza verso i delinquenti e di concedere troppe impunità.[13] Ma ancora più importante, nel 1546, è l’istituzione di una nuova magistratura, i”contraddittori”, che aveva il compito di prendere le parti dei rettori nei casi in cui gli avogadori ne intromettevano, all’interno della quarantia criminal, le sentenze e gli atti secondo loro illegittimi. Era ovviamente un tentativo per frenare tali tendenze degli avogadori e contemporaneamente di far venir meno la fiducia in essi, su cui era fondato il loro ruolo. Per il Senato è più difficile segnalare una demarcazione cronologica che indichi l’aumento di competenze del Consiglio dei Dieci ai suoi danni. Nel corso del ’500 tale consiglio si sovrappone al Senato in settori come la politica estera, su questioni militari e marittime, finanziarie, nei rapporti con i domini da terra e da mar. Anche se il Senato tentava di mantenere vive le proprie prerogative con deliberazioni a volte molto decise, i Dieci aumentarono sempre di più la propria influenza. Ciò provocò una forte ostilità verso tale magistratura che sfocerà nella correzione del 1582-83. Decisivi in tal senso furono due decreti del settembre 1581 e dell’aprile 1582 presi dal Consiglio dei Dieci e dalla Zonta, in favore di personaggi di spicco, con i quali si consentiva loro di partecipare in soprannumero alle proprie sedute. Per tale motivo il Maggior Consiglio aveva reagito rifiutandosi di eleggere la Zonta ordinaria e quindi sopprimendola di fatto. Soppressa così anche la Zonta dei Procuratori di San Marco, il Consiglio dei Dieci veniva riportato alle sue competenze fissate nel 1468.[14] Tuttavia due differenze c’erano, ed importanti: i Dieci potevano ancora continuare ad occuparsi di materie segrete, ma le deliberazioni su di esse dovevano essere fatte dal Senato; inoltre ciò valeva anche per la “promission di denaro e il governo della Cecca”. Forte era quindi il contenimento delle competenze del Consiglio dei Dieci, e ciò comportava inevitabilmente il rafforzamento di una magistratura ad esso strettamente collegata e che potesse, in maniera meno scoperta e quindi più efficace, svolgere il compito di custode del governo della Repubblica; di questo era convinta la parte più influente del patriziato veneziano. Questa magistratura “satellite” erano appunto gli Inquisitori sulla propalazione di pubblici segreti. A segnalarne l’aumento di importanza sarà verso la fine del ‘500 il mutamento di nome da quello originario a Inquisitori di Stato.[15]

 Gli Inquisitori di Stato.

 Evoluzione non solo nel nome, ma anche nelle competenze: la nuova magistratura rispondeva alle esigenze del periodo storico, per questo era divenuta il fulcro della attività del Consiglio dei Dieci, di cui ormai interpretava la volontà in modo spietato, efficace e segreto, sempre però conservando quel particolare rapporto di rappresentanza, di dipendenza e di fiducia. Aumento di competenze, dunque. Innanzi tutto venne allargata la competenza istruttoria dei tre: come era logico la propalazione dei pubblici segreti iniziò a riguardare numerosissimi affari. Forte divenne la vigilanza sui magistrati, sulle loro pratiche, addirittura sui loro contatti personali, in modo da avere una conoscenza profonda di tutti gli affari dello Stato. Era dunque la natura stessa del suo incarico che portò questa magistratura ad allargare la sua competenza a tutti i fatti che potessero turbare la tranquillità e la sicurezza dello Stato. Questa era stata la funzione del Consiglio dei Dieci: si ripropone quindi, all’interno questa volta dello stesso consiglio, quello che aveva prodotto la nascita della stessa magistratura. I tre ben presto oscurarono la più antica commissione istruttoria (i due inquisitori dei Dieci), le cui mansioni e procedure erano ben definite. I tre divennero in pratica la suprema rappresentanza politica del Consiglio dei Dieci, investendo tutto ciò che poteva turbare lo Stato: saranno incaricati, tra l’altro, della vigilanza sul regolare deposito delle scritture e relazioni degli ambasciatori, rettori etc., sull’ordine nei monasteri, sulla repressione del gioco, sull’integrità dei magistrati, sulla eguaglianza civile e sulla modestia del modo di vivere dei patrizi, sulla conservazione dei segreti dell’arte vetraria, etc..[16] Essi saranno in rapporto con i rettori di tutte le città del dominio, che invieranno loro le notizie più delicate. Altrettanto faranno i rappresentanti della Repubblica fuori del dominio, ambasciatori o residenti. Accanto alla collaborazione ufficiale molto importante sarà quella ufficiosa di altri, patrizi e privati, i quali, invitati o di propria spontanea iniziativa, manderanno informazioni riservatissime su cose e persone ritenute meritevoli della attenzione degli Inquisitori. Una rete segreta, in cui avrà un ruolo fondamentale la delazione, che diventerà tipica dell’azione degli Inquisitori e che finirà col costituire, fuori e dentro lo Stato, anche il contrassegno negativo dei metodi della Repubblica. I tre rappresentarono il Consiglio dei Dieci anche nelle sue delicate funzioni di polizia e per questo motivo divennero informatori fondamentali anche per le altre magistrature negli affari che a quelle competevano. Questa evoluzione non coinvolse solamente la sfera politica, ma anche quella delle attribuzioni giudiziarie e delle procedure dei tre. In poco tempo si vide che il loro maggiore formalismo, il loro rapido ed energico modus operandi, avevano ridato efficacia all’azione del Consiglio dei Dieci, al punto che, sebbene il costume dei patrizi peggiorava sempre più e sempre minore era quindi l’affidamento sulla loro incorruttibilità e serietà, presto il segreto di Stato venne di nuovo custodito in maniera efficace, e ogni forma di turbamento prevenuta, più che repressa, con interventi rapidi e tempestivi.

Divenuto comunque il Consiglio dei Dieci troppo numeroso, per garantire la massima tranquillità ai denunciatori venne istituito un archivio separato dei tre Inquisitori, così che la fonte delle denunce segretissime non fosse necessariamente resa nota a tutto il consiglio: tuttavia gli inquisitori, rimasti sempre in stretta dipendenza dal consiglio, nel caso questo avesse voluto prendere conoscenza di un determinato affare, non avrebbero potuto impedirlo in alcun modo. Era questo un rapporto molto delicato, basato esclusivamente sulla consuetudine: da un lato il Consiglio, quando non ci fossero motivazioni particolari, preferiva lasciare agli Inquisitori la custodia dei più gelosi segreti; dall’altra parte gli stessi Inquisitori, educati in un regime aristocratico ma soprattutto poco desiderosi, anche per la breve durata del loro incarico, di assumersi troppe responsabilità e di suscitare delle rivalità, erano soliti usare con molta discrezionalità le loro funzioni. Per questo motivo sempre più frequentemente gli Inquisitori di Stato si videro esplicitamente o tacitamente delegato l’intero processo. Infatti nelle questioni più delicate, basandosi anche su precedenti remotissimi come i già citati Inquisitori dei Dieci, il Consiglio preferiva lasciare ai tre l’intera definizione della faccenda. Questa pratica divenne nel corso del ‘600 sempre più frequente a causa del continuo allarme in cui Venezia viveva. I tre Inquisitori assunsero sempre più la figura di un supremo tribunale politico e autonomo, anche se sempre subordinato al Consiglio dei Dieci, al quale essi affidavano sempre di più, anche con il loro tacito assenso, moltissime pratiche che riguardavano pericoli di turbamento dello Stato, definendole con pieni poteri e pronunciando giudizi che avevano lo stesso valore dei giudizi del Consiglio dei Dieci.[17] 

 Aumento delle competenze nel ‘600 e nel ‘700

 Renier Zeno. La correzione del 1628.

Negli anni venti del Seicento, all’interno del patriziato veneziano, assistiamo a un movimento di protesta che ricorda molto da vicino quello del 1582 e del 1583. Anche questa volta la contestazione era diretta contro il monopolio della nobiltà più ricca, contro il Consiglio dei Dieci e la classe di segretari, ed anch’essa era alimentata dal disagio e dalla ribellione dei patrizi più poveri.[18] La contestazione del 1582 aveva sicuramente ridimensionato lo strapotere della Zonta e del Consiglio dei Dieci e aveva inoltre restituito al Senato le sue competenze, ma non era riuscita a porre rimedio ad alcune questioni più importanti, come quella della spaccatura sorta tra la nobiltà che faceva riferimento ai Dieci e quella che invece veniva rappresentata dalla Quarantia criminal: questi organi erano effettivamente separati, senza possibilità per il secondo gruppo di poter entrare nel giro di magistrature, le più importanti per la politica veneziana, che in sostanza potevano essere ricoperte solo dal primo.[19] Era ovvio che un organo con queste prerogative, che rappresentava esclusivamente una parte limitata del patriziato, venisse accusato di condurre una politica che ledeva gli interessi dell’altra parte della nobiltà. Uno dei motivi di maggior protesta dei contestatori era il ruolo svolto dai segretari all’interno del Consiglio dei Dieci: vi restavano in carica a vita, finendo per conoscerne ogni questione e per diventarne i veri padroni, opponendosi quindi ad ogni azione che potesse limitare l’autorità del Consiglio. Secondo questi patrizi per rimediare a tale situazione bisognava permettere l’ingresso nel Consiglio dei Dieci ai tre capi della Quarantia: questa magistratura, infatti, raccoglieva al suo interno tutte le fasce del patriziato, potendo quindi garantire una maggiore imparzialità. Tuttavia per i nobili privilegiati questa era la soluzione più pericolosa, che avrebbe potuto sconvolgere l’ordinamento aristocratico della Repubblica. Consideravano invece più comprensibili le altre recriminazioni. Innanzi tutto quella che criticava il numero eccessivo delle competenze del Consiglio dei Dieci, spesso costretti ad attribuire alcune di esse ad altre due magistrature, gli esecutori contro la bestemmia e i provveditori sopra i monasteri, che venivano elette dai Dieci senza il controllo del Maggior Consiglio e del Senato, e che erano dotate del suo stesso rito inquisitorio, quindi senza possibilità d’appello. La Quarantia, invece, non solo non poteva eleggere nessuno, ma addirittura non aveva la facoltà di fissare le proprie sedute quando lo riteneva opportuno. Altra protesta era quella contro gli Inquisitori di Stato, anche essi eletti dal Consiglio dei Dieci, ai quali veniva cotestato l’eccessivo potere, che ormai esercitavano, e la durata della loro carica, un anno, che non rispettava i tradizionali principi della Repubblica.[20] Già nel corso del ’600 i malumori per la dilatazione delle materie di cui si occupavano gli Inquisitori e per i loro metodi si erano fatte sentire. Contro le loro sentenze non si poteva ricorrere in appello, e alcune volte venivano eseguite con una rapidità sconcertante. Vi furono tuttavia alcuni casi di chiara ingiustizia, che scossero la fiducia in questo tipo di procedura. Un grave esempio è quello di Antonio Foscarini; siamo nel 1622, costui è un ambasciatore e uomo di punta, assieme a Nicolò Contarini, del gruppo dei “giovani”, che dopo essere stato accusato di aver venduto dei segreti di stato alla Spagna, viene processato e giustiziato molto rapidamente. Il Consiglio dei Dieci ammise pubblicamente l’errore, restituendo all’accusato l’onore, ma non la vita. In altri casi scandaloso era stato il divario fra le punizioni inflitte a nobili di secondo piano e ai membri delle famiglie più potenti. Fra i nobili più poveri cresceva la sensazione di essere trattati come inferiori da una piccola oligarchia che abusava del proprio potere.[21] Questo malumore sfociò negli attacchi di Renier Zeno contro il doge Giovanni Corner. Era questo un doge molto potente, ricco e popolare, che aveva ottenuto dai Consiglieri ducali e dal Senato il consenso per i suoi figli di occupare contemporaneamente cariche ecclesiastiche e seggi in Senato, contro le leggi della Repubblica. Lo Zeno denunciò il comportamento del doge e dei senatori, attaccando in questo modo anche l’oligarchia che imponeva con metodi drastici il rispetto delle leggi agli altri, ma non a se stessa.[22]

 Tentativo di assassinare Renier Zeno.

La vendetta della famiglia Cornaro era attesa, ma nessuno pensava che sarebbe stata così violenta. C’era stata addirittura una aggressione conto lo Zeno, che venne ferito gravemente, rischiando di morire. Zorzi Cornaro, uno dei figli del doge, in accordo probabilmente con un suo cugino, Michele Priuli, e forse con qualcun’altro dei suoi fratelli, avevano messo in atto questa azione criminale. Una sera di dicembre del 1627 il Cornaro si era nascosto con alcuni suoi bravi in un angolo del palazzo ducale, aspettando lo Zeno che avrebbe dovuto passare di lì per raggiungere la sua barca. Lo avevano aggredito a colpi d’accetta, lasciandolo per terra sicuri di averlo ucciso. Zorzi Cornaro, che era stato subito scoperto, aveva subito la condanna al bando totale, la perdita della nobiltà e la confisca dei beni; per questo motivo era stato costretto a rifugiarsi a Ferrara, dove il fratello cardinale poteva assicurargli la protezione della Santa Sede. Renier Zeno, subito soccorso e portato a casa, era riuscito a salvarsi. Lo sdegno per questo atto era stato unanime, non solo tra i suoi seguaci ma tra gli stessi avversari politici.[23]

In questo modo lo Zeno acquistò molta popolarità tra i patrizi più poveri, al punto da essere eletto dal Maggior Consiglio membro dello stesso Consiglio dei Dieci. Da questa posizione lanciò i suoi attacchi più violenti contro il governo. I Dieci si opposero allo Zeno e ne votarono la messa al bando: il 23 luglio 1628 lo Zeno veniva bandito a vita, con una taglia di duemila lire di piccoli, con l’alternativa di una relegazione a Cattaro per sei anni se si fosse presentato subito. Questa condanna appariva sproporzionata, un segno evidente che all’interno dell’ordinamento della Repubblica si potevano verificare delle gravi ingiustizie. Una reazione molto dura c’era stata anche contro il patriziato povero che era insorto. Gli Inquisitori di Stato si erano messi in azione, ed erano riusciti inizialmente a diffondere un pesante clima di sospetto. Addirittura c’era stato un arresto, quello di Gerolamo Donà, un amico dello Zeno, accusato di “frasi sediziose contro il governo”. Tutte queste azioni repressive messe in atto dal governo erano state controproducenti, ed avevano avuto l’unico risultato di irritare ancora di più il patriziato più povero.[24] Per questo il Maggior Consiglio decise di usare, questa volta contro il Consiglio dei Dieci, l’arma usata nel 1583 contro la zonta, cioè il rifiuto di eleggere i candidati ad esso. Venne perciò istituita una commissione per riformare i poteri del Consiglio dei Dieci, e quindi degli Inquisitori.[25] Tra le proposte vi era quella di trasferire la maggioranza dei processi penali, in cui fossero implicati i nobili, dai Dieci alla Quarantia, molto più rappresentativa della classe nobiliare. I cambiamenti proposti dai correttori puntavano esclusivamente a regolare i rapporti tra Consiglio dei Dieci e Maggior Consiglio, riducendo le competenze del primo. I Dieci non avrebbero più potuto revocare le parti del Maggior Consiglio, emanare leggi su materie non di loro competenza, stabilire pene pecuniarie, etc.. Il Maggior Consiglio, invece, avrebbe avuto la facoltà di stabilire le procedure del Consiglio dei Dieci, non però per le materie criminali, e l’Avogaria di comun di garantire sull’esecuzione delle leggi riguardanti i Dieci. Tale magistratura manteneva comunque la competenza per i reati commessi dai nobili, sui bravi e sui loro padroni, sui falsi monetari, sugli attentatori alla sicurezza dello stato e sugli ecclesiastici.[26] Altre norme miravano a ridurre l’influenza dei segretari dei Dieci, che secondo loZeno erano i veri rettori del tribunale, grazie alla loro esperienza procedurale ed al controllo sulle pratiche. Infatti verrà deciso di rimettere al Senato la loro elezione e di lasciarli in quella carica per un anno.[27]

Presidente della commissione era Niccolò Contarini, mentre gli altri quattro correttori erano Piero Bondumier, Zaccaria Sagredo, Antonio Da Ponte e Battista Nani. Il Contarini, secondo la speranza dei nobili ribelli, avrebbe dovuto appoggiare il loro movimento; non era mai stato un nobile ricco, la sua era una famiglia modesta, inoltre era sempre stato ostile al patriziato più potente. Il Contarini, per la sua politica antispagnola e favorevole ad una alleanza con l’Inghilterra, il Duca di Savoia e i protestanti, era stato continuamente appoggiato dai “giovani”, quella parte del patriziato cioè più colta e meno ricca.[28] Mantenendo le attese, il Contarini aveva dato inizialmente il suo appoggio allo Zeno, essendo appunto entrambi propugnatori di una politica antispagnola e antipapale; successivamente però ne aveva preso le distanze quando lo Zeno aveva cercato l’appoggio del clero contro i “corneristi”. Inoltre considerava il suo linguaggio e i suoi metodi pericolosamente sovversivi. Per questo motivo l’opposizione ai corneristi non fu efficace; le uniche riforme che vennero approvate lasciarono pressoché immutate le competenze e le prerogative penali del Consiglio dei Dieci e degli Inquisitori. Quanto ai provveditori sopra i monasteri e gli esecutori contro la bestemmia dovevano essere eletti dal Senato, anche se mantenevano la possibilità di utilizzare il rito del Consiglio dei Dieci; i secondi inoltre avevano la possibilità di farsi delegare dai Dieci il giudizio su alcuni reati compiuti dai nobili.[29] Non venivano tuttavia affrontati i problemi della Quarantia. Queste proposte, che saranno quasi tutte approvate, erano veramente poca cosa difronte alla volontà di rinnovamento espressa dal Maggior Consiglio. I nobili che avevano sostenuto con maggior forza la correzione e che avevano a lungo manifestato il loro malcontento non erano riusciti a far sentire le loro ragioni, manifestando una chiara inferiorità, soprattutto sul piano politico, rispetto ai nobili del Consiglio dei Dieci.[30] Poco incisivi erano stati anche i due patrizi che avrebbero dovuto ricoprire un ruolo chiave nella vicenda: Renier Zeno e Nicolò Contarini. Il primo, che aveva espresso le sue convinzioni lo stesso giorno del suo rientro nella vita politica dopo il bando perpetuo da cui era stato colpito, aveva messo in risalto, come già sottolineato, la potenza occulta dei segretari, l’accentramento nelle loro mani della sorte del Senato e del Consiglio dei Dieci. La loro preparazione giuridica e amministrativa era più solida di quella dei patrizi già all’inizio della loro attività, e la durata delle loro cariche permetteva loro di divenire i veri padroni delle magistrarure. Ma questo accadeva soprattutto nel Consiglio dei Dieci, dove la carica dei segretari era vitalizia. Lo Zeno sottolineava il fatto che essi fossero in sostanza gli unici depositari e conoscitori delle leggi, e interpreti di esse a seconda dei loro interessi. [31]Lo Zeno invece esaltava le qualità della Quarantia Criminale, che secondo lui garantiva effettivamente un giusto svolgimento della giustizia. A tale magistratura dovevano essere lasciate, senza altre limitazioni, le competenze in materia criminale, ricorrendo al Consiglio dei Dieci solo nei casi più gravi, come i reati contro la sicurezza dello stato commessi dai nobili, e abolendo invece le sue magistrarure minori, cioè gli esecutori contro la bestemmia e i provveditori sopra i monasteri. Quello dello Zeno era stato però un discorso che aveva divagato molto su questioni secondarie e di scarsa importanza, e aveva invece trascurato le tematiche più importanti.[32] Nicolò Contarini, trattando i problemi della giustizia penale, aveva limitato le sue osservazioni a semplici considerazioni di ordine puramente pratico e politico. Secondo lui, infatti, quello della giustizia era un problema esclusivamente politico, era solo uno strumento per ottenere maggiore rispetto verso la Repubblica, per assicurare il potere della aristocrazia veneziana.[33] Il vero protagonista della correzione era stato Battista Nani, un esponente della nobiltà più ricca e potente, sostenitore del doge, che aveva compreso che i nobili sollevatisi dovevano essere distinti in radicali e moderati, riuscendo a portare questi ultimi dalla sua parte, sottolineando il carattere nobiliare e l’importanza di esserne investiti. Aveva inoltre evidenziato l’importanza di essere giudicati dal Consiglio dei Dieci, garanzia di una maggior sicurezza nel caso in cui i nobili fossero stati accusati da esponenti del ceto borghese o popolare; ciò avrebbe potuto portare ad una perdita di prestigio, nel caso di un procedimento a loro carico che si fosse svolto presso tribunali di rango inferiore, come giudici della pace, signori di notte, quarantia criminal.[34]

Nel corso dei dibattiti in Maggior Consiglio, la maggior parte dei nobili mostrò di ritenere la giurisdizione penale dei Dieci necessaria per il mantenimento della disciplina e il buon nome della loro classe; la sua segretezza manteneva la fama di Venezia garante di una giustizia uguale per tutti; inoltre, affermavano, era la segretezza stessa che permetteva di colpire anche gli appartenenti alle famiglie più potenti.[35]

Zuanne Sagredo. La correzione del 1677

Un’altra correzione molto importante sarà quella del 1677. Ruolo fondamentale in essa avrà Zuanne Sagredo. Questo patrizio era stato ambasciatore presso le sedi più importanti, a Londra, da Cromwell, in Francia e in Germania. A Venezia era stato membro delle magistrature più influenti, era uno dei migliori politici in Senato e in Maggior Consiglio, era inoltre stato molto vicino al dogado. Il Sagredo era stato eletto tra i cinque membri incaricati della correzione nel 1667. Oltre ai due grandi temi trattati, quello degli abusi compiuti dai privati e la necessità di distribuire le cariche tra i nobili con maggiore accortezza, c’era anche quello del ruolo specifico di alcune magistrature legate alla gestione della giustizia: tra esse, per quella penale, il Consiglio dei Dieci, e quindi gli Inquisitori di Stato, cui erano legati indissolubilmente. Dopo la delusione dalla mancata elezione al dogado, che lo aveva quasi spinto ad abbandonare la politica, venne rieletto come correttore nel 1677.[36] Suo antagonista, anche lui uno dei cinque membri della commissione incaricata della correzione, era Battista Nani, Procuratore di San Marco come il Sagredo, con grande esperienza di ambasciatore. Vennero subito presentate delle leggi sul Consiglio dei Dieci. La prima era del 16 maggio: correggeva la legge del 1671, che aveva introdotto, assieme a quella del 1667, delle restrizioni per l’entrata nei Dieci, e definiva eleggibili in questo consiglio non solo quelli che vi avessero già “posto balla”, ma anche coloro che in passato avessero coperto le cariche di Savio del Consiglio, Capitano Generale da mar, Provveditore Generale in Terraferma, podestà e capitano di Brescia e Padova. Era un tentativo di ammorbidire la posizione molto dura di coloro che si erano opposti alle restrizioni del 1671. Si trattava di un finto allargamento poiché, in pratica, le cariche più importanti passavano a rotazione, senza contumacia, tra i soliti patrizi. La legge non era passata. Era stata riproposta pochi giorni dopo ma con alcune variazioni: la più importante riguardava la costituzione di una contumacia di due anni per essere eletto nuovamente tra i Dieci. Lo scontro questa volta era stato molto aspro: da un lato il Sagredo attaccava violentemente il Consiglio dei Dieci, affermando che bisognava garantire la piena sovranità del Maggior Consiglio e l’uguaglianza di tutta l’aristocrazia, che doveva garantire a tutti l’entrata nelle magistrature e nei consigli e quindi la partecipazione al governo della Repubblica.[37] Il Nani rispondeva all’attacco del Sagredo sottolineando che attraverso le proposte che si volevano approvare si trasformava in legge una consuetudine ormai adottata: nella pratica i Dieci erano sempre eletti tra questi candidati. Inoltre il Nani, a differenza del suo antagonista, considerava questo consiglio il vero custode della Repubblica, la sua base fondamentale. Nonostante questa grande arringa in favore della legge, questa venne nuovamente respinta. Veniva ripresentata nuovamente un mese dopo, questa volta però profondamente modificata. La nuova legge stabiliva che per essere eleggibili in Consiglio dei Dieci bisognava aver fatto parte del Senato ordinario. Inoltre bisognava avere almeno 35 anni. La contumacia, infine, era stata portata a tre anni, rispetto ai due della precedente legge. Unica consolazione per gli sconfitti era l’aver ottenuto di proibire agli eletti di lasciare la carica prima che passasse un anno dalla elezione, a meno che non fossero stati eletti Governatori alle entrate o Provveditori al sale. Mai, nei suoi discorsi, il Sagredo aveva nominato gli Inquisitori di Stato. Lo aveva fatto invece il Nani, anche se in maniera velata, come se fosse il nodo della questione, del quale tutti erano a conoscenza, ma che nessuno nominava esplicitamente. Per lui far entrare nei Dieci membri non all’altezza metteva in pericolo la sicurezza e il corretto funzionamento di questo tribunale, quindi anche dello Stato. In sostanza questa correzione spegnerà gli sforzi di coloro che volevano creare all’interno del Consiglio un corpo oligarchico.[38]  

 Angelo Querini. La correzione del 1762

Nel corso del Settecento le competenze dei tre Inquisitori aumentano ancora. Un rafforzamento che tuttavia non significò una svolta in senso oligarchico, come già si era tentato di fare nel corso del Seicento, come abbiamo appena visto, ma che anzi dimostrò come un cambiamento di questo tipo non fosse possibile. Per questo motivo era necessario rafforzare questo organismo, il quale riuscisse a compensare, anche con la repressione, le alterazioni e i logoramenti del sistema veneziano, ormai in piedi da molto tempo, e che raccoglieva al suo interno una vasta e eterogenea schiera di patrizi, molti dei quali senza alcun potere effettivo, senza giustificazioni di natura economica, politica o di prestigio: era solamente la tradizione, che non poteva essere alterata poiché elemento che giustificava la continuità della Repubblica, a mantenerli nell’area di governo. Anche a causa di questo rafforzamento nel corso del ’700 molte delle accuse un tempo rivolte al Consiglio dei Dieci venivano adesso indirizzate agli stessi Inquisitori di Stato. Alcuni patrizi avevano protestato violentemente contro questo tribunale che consideravano tirannico.[39] Un caso eclatante è quello di Angelo Querini, un patrizio non tra i più benestanti.

Siamo agli inizi degli anni sessanta del ’700; questo nobile, eletto avogador di comun, si trovò in contrasto con gli Inquisitori. Molto velocemente lo stesso Querini, aiutato da un altro avogador, Alvise Zen, allargò la questione, lo sfratto di una piccola artigiana, inflitto dagli avogadori e annullato dagli Inquisitori, in un attacco duro contro gli stessi Inquisitori, accusati di aver prevaricato ingiustamente l’avogaria. Ormai trascinato dalle polemiche lo stesso Querini accusò il supremo tribunale di aver abusato delle deleghe di “dubbia” legittimità accordate dal Consiglio dei Dieci per aumentare il proprio potere con metodi polizieschi, sovvertendo le regole stesse della costituzione. Gli Inquisitori persero rapidamente il senso della misura: non seppero circoscrivere la contestazione alle modeste pretese del suo avvio, credettero che attorno al Querini ci fosse, o che almeno si stesse formando, un partito con un programma politico alternativo, pronto a minare le basi delle stesse istituzioni. Ribadendo ancora una volta i loro metodi d’azione, agirono in maniera violenta e precipitosa: la notte del 12 agosto 1761 arrestarono Angelo Querini nel suo appartamento a San Moisè. Subito lo trasferirono, sotto scorta, al castello di Verona in relegazione. Questo era appunto il loro modus operandi, a cui molti erano abituati; tuttavia questa volta la vittima dell’arresto era un avogador di comun. Dato anche che le colpe di cui era accusato erano tutt’altro che chiare, questa operazione colpì fortemente l’opinione pubblica cittadina e finì per avere dei risvolti politici enormi.[40] Si formò contro gli Inquisitori, e quindi contro il Consiglio dei Dieci, un gruppo di patrizi nei quali era perenne il malcontento e che avevano trovato maggiore coesione dopo gli ultimi avvenimenti: si trattava soprattutto di patrizi della fascia mediana, esclusi dal vero potere politico, dei patrizi più poveri e di quelli intellettualmente più vivaci, ispirati anche dalla nuova ventata culturale portata dall’Illuminismo. Queste forze di opposizione riuscirono a fare in modo che non si formasse la maggioranza necessaria per eleggere i membri del Consiglio dei Dieci scaduti dalla carica. Era questa una manovra sperimentata già altre volte; per sbloccare la situazione si creò perciò una commissione di cinque “Correttori”, che controllassero le norme che regolavano i Dieci e gli Inquisitori per vedere se fossero state rispettate e, nel caso in cui lo avessero ritenuto necessario, di correggerle.[41]

Tuttavia i gruppi dirigenti, dopo questo primo momento di debolezza, riuscirono a riprendersi, facendo eleggere, tra i cinque correttori, tre della maggioranza e due della minoranza. I primi tre erano Marco Foscarini, procuratore di San Marco e elemento di spicco della maggioranza, Lorenzo Alessandro Marcello II, capo del Consiglio dei Dieci, e Girolamo Grimani, ex Savio Grande; gli altri due erano Alvise Zen, ex avogador, e Pier Antonio Malipiero, della Quarantia. Diversamente da quello che molti si aspettavano, l’elezione del Querini non avvenne e non fu così possibile nemmeno porre fine alla sua relegazione a Verona. La contestazione del Querini e del gruppo che aveva preso le sue difese era vista come rivendicazione del gruppo dei patrizi “novatori”, cioè di quel gruppo che chiedeva innovazioni e riforme radicali. In realtà quello che volevano era, appoggiandosi su effettive basi storiche, il riacquisto, da parte di alcune magistrature come l’Avogaria e la Quarantia, delle vecchie prerogative che ormai erano state assorbite da altre magistrature come il Consiglio dei Dieci e gli Inquisitori di Stato.[42] Chiedevano quindi il ristabilimento della uguaglianza tra patrizi nella gestione delle istituzioni politiche. Interessante per capire quale ostilità avesse scaturito nei loro confronti tale aumento di competenze è l’impostazione data dai due correttori di minoranza, il Malipiero e lo Zen, alla contestazione. I due puntavano il dito, basandosi su ricostruzioni storiche, sulle deviazioni degli Inquisitori di Stato: era, affermavano, una magistratura recente, che in principio aveva avuto una autorità limitata e una azione circoscritta a casi gravi e evidenti di attacchi alla sicurezza dello Stato, e proprio per questo aveva potuto utilizzare procedure sommarie, segrete, quasi senza garanzie per gli inquisiti; un tribunale che, soprattutto negli ultimi tempi, si era preso di fatto delle competenze che spettavano ad altri organismi, estendendo senza limite la propria azione poliziesca, usando in maniera sempre maggiore metodi terroristici nel suo procedere, al punto che molti degli inquisiti non sapevano nemmeno quale fosse l’accusa nei loro confronti, nè, una volta condannati, quale condanna dovessero scontare.[43] Altra colpa degli Inquisitori, sempre secondo lo Zen e il Malipiero, era quella di colpire patrizi che ricoprivano cariche anche di grande importanza, solo perché avevano idee politiche differenti dalle loro e dai gruppi che li sostenevano.

I correttori della maggioranza, criticando le argomentazioni della opposizione, ribattevano invece che la rigida autorità degli Inquisitori forniva l’immagine di un tribunale la cui giustizia colpiva imparzialmente tutti. Intanto i correttori, nel corso delle loro sedute, riuscirono a trovare un accordo su tutto, tranne che sulla ampiezza della autorità penale e disciplinare del tribunale inquisitorio sui patrizi. Per questo fu inevitabile che i correttori presentassero in Maggior Consiglio due proposte differenti. Quella di maggioranza chiedeva il mantenimento delle competenze dei Dieci come stabilito dalla legislazione precedente, tuttavia riferendosi maggiormente alla superiore autorità del Maggior Consiglio. Quella di minoranza, invece, chiedeva il trasferimento della competenza, per i procedimenti penali nei quali si fossero trovati coinvolti dei patrizi, dagli Inquisitori al plenum del Consiglio dei Dieci. Inoltre veniva richiesto, nel caso in cui i Dieci avessero delegato qualche caso agli Inquisitori, che venissero imposte delle maggiori garanzie per la difesa degli imputati. Chiedevano infine che venisse diminuito il potere correzionale dei tre per i comportamenti pubblici e privati, e addirittura di eliminarlo, o almeno limitarlo, nei casi in cui i soggetti colpiti avessero ricoperto delle cariche importanti. Marco Foscarini, leader della maggioranza, difese in maniera esemplare il mantenimento del quadro istituzionale. Lo stesso fece la minoranza dei “novatori”, sostenendo però che per rafforzarlo non bisognava ulteriormente accentrare il potere nelle mani di pochi, ma ritornare al passato, ai primi anni della Repubblica. Nessuno dei due schieramenti voleva dunque una rottura della struttura di governo. La proposta della maggioranza, come era prevedibile, venne approvata il 16 marzo 1762. In aprile vennero inoltre approvate delle decretazioni sulle quali i correttori avevano trovato accordo: il Consiglio dei Dieci non doveva ingerirsi in materie civili e non doveva interferire nelle competenze assegnate ad altri organi di governo; venne confermata l’autorità dei Dieci sui permessi per l’erezione di nuove scuole e confraternite; si precisò la competenza dei Dieci in materia di manifattura vetraria; si stabilì che i quattro segretari dei Dieci dovessero essere eletti a scrutinio segreto e durassero in carica due anni con due anni di contumacia. Dopo due anni di segregazione Angelo Querini ritornò a Venezia. Nonostante tutte queste vicissitudini e scontri politici, la forza di questo tribunale era rimasta ancora una volta pressoché intatta, segnale chiaro che questa magistratura, anche se accusata aspramente di abusi di potere, era indispensabile per il mantenimento della struttura politica veneziana. Segnale chiaro della sua accresciuta importanza è il fatto che per la prima volta in questa correzione l’oggetto della revisione sia proprio questo supremo tribunale, non il Consiglio dei Dieci. Addirittura gli stessi “novatori” chiederanno che a quest’ultimo consiglio vengano restituite alcune competenze ormai passate agli Inquisitori.[44]

  
Procedure inquisitorie

Il processo inquisitorio.

“Grande, terribile, insopportabile, odioso, non si sa chi sia esaminato, chi habbi querelato, si convien far la sua difesa all’oscuro; non vi esser difesa d’amici, non di parenti, non di avvocati, non de contradittori, non d’alcuno”. Così Renier Zeno definiva il rito del Consiglio dei Dieci.[45] Nei primi decenni del Cinquecento la dilatazione delle competenze dei Dieci e la nascita di numerose magistrature ad esso collegate, come abbiamo visto, segnano la punta massima della espansione del processo inquisitorio, con il conseguente indebolimento dei tribunali con la ordinaria procedura pubblica. Questo cambiamento coinvolge gran parte dell’Europa: Francia, Impero, Stato della Chiesa, Milano, Firenze, sebbene tutte con delle peculiari diversità, operano delle riforme accomunate dall’intento di garantire ai propri governi gli strumenti necessari per mettere in pratica, quando necessario, un intervento repressivo il più rapido e esteso possibile, capace così di prevaricare le garanzie offerte agli imputati dal processo accusatorio.[46] Così a Venezia abbiamo il “rito” del Consiglio dei Dieci, che in pratica, almeno inizialmente, è quello con cui operavano gli Inquisitori di Stato. Nel processo inquisitorio, ovviamente, non avveniva un confronto tra l’imputato e la parte offesa. L’inquisizione era suddivisa in due parti: generale e speciale. La prima prendeva avvio da una denuncia segreta o anonima, pubblica o privata, era quindi di per sé molto incerta. Per questo motivo i poteri degli inquisitori, inizialmente i due Inquisitori dei Dieci, nati assieme allo stesso consiglio, saranno in questa prima fase molto ristretti; di propria iniziativa non potevano né arrestare, né effettuare perquisizioni nella casa dei sospetti, né usare la tortura. Era necessaria per queste azioni l’approvazione della maggioranza del Consiglio dei Dieci. Le loro competenze però saranno sempre più assorbite, oltre che aumentate, dagli Inquisitori di Stato, soprattutto su alcuni campi specifici. Anche se verranno svuotati di gran parte delle loro funzioni, gli Inquisitori dei Dieci verranno eletti fino alla caduta della Repubblica. Finita l’inquisizione generale il materiale raccolto veniva consegnato ai Dieci i quali decidevano, esaminati i documenti anche dall’avogador di comun, se terminare il processo prosciogliendo l’imputato, oppure passare alla inquisizione speciale.[47] Questa seconda fase, nei casi più lievi, veniva affidata ai tre Capi dei Dieci; nei casi più gravi veniva istituito un apposito collegio che comprendeva uno dei capi dei Dieci, un consigliere ducale, un avogador di comun, un Inquisitore dei Dieci, tutti estratti a sorte, e che doveva essere rinnovato ogni mese. Una volta istituiti, gli Inquisitori di Stato potevano entrare tutti e tre nella commissione incaricata della inquisizione speciale. Solitamente era il Capo dei Dieci a presiedere i lavori; tuttavia in alcuni casi, per esempio falsificazione di monete, era l’avogador a presiederli. Il fatto che le due fasi inquisitorie fossero affidate a due commissioni differenti dava indubbiamente maggiori garanzie all’inquisito. Tuttavia anche i poteri di questi due collegi erano molto limitati, visto che quasi ogni provvedimento doveva essere autorizzato dai Dieci. Soprattutto per quanto riguarda la tortura, la prudenza nell’utilizzarla era enorme: era il Consiglio dei Dieci a stabilire quando doveva essere usata, oppure poteva delegare la decisione al collegio. Solitamente si cercava di evitare l’uso di questo strumento, tranne nei casi in cui, dopo l’inquisizione generale, si fosse sicuri della colpevolezza.[48] Garanzie comunque c’erano anche per l’uso della tortura: prima di effettuarla veniva consultato un medico e inoltre le confessioni ottenute in questo modo non erano valide se non venivano confermate dal colpevole il giorno dopo la tortura.[49] Da notare una divergenza nell’uso della tortura: a Venezia veniva eseguita prima delle difese, in Terraferma dopo, sebbene in alcuni casi anche qui si procedesse come nella capitale. L’interrogatorio degli accusati veniva svolto di solito al buio, a volte con un cappuccio in testa, inoltre in alcuni casi gli arrestati venivano detenuti in una prigione buia sino al processo. Tuttavia, a volte, l’accusato poteva ottenere di essere interrogato alla luce del sole. Il reo non poteva sapere i nomi dei suoi accusatori e dei testimoni contro di lui, neppure questi dovevano conoscersi tra loro, e a tal fine era esclusa la possibilità che si confrontassero direttamente. L’imputato doveva difendersi da solo, senza avvocato, ruolo che però poteva essere svolto, se lo riteneva giusto, da un membro dei Dieci, dettando al cancelliere la propria difesa, indicando i testimoni che voleva convocare a sua discolpa. Neppure l’imputato poteva avere una copia del processo, ma doveva usare la propria memoria; era concesso esibire a propria difesa atti pubblici, ma non scritture private.[50] C’erano delle differenze, nello svolgimento dei processi, tra Venezia e la terraferma: nelle città del Dogado la sentenza si aveva in tempi brevi, mentre a Venezia, a causa soprattutto della grande quantità di lavoro, la carcerazione preventiva era molto più lunga, e non veniva calcolata nella pena definitiva, ma veniva aggiunta ad essa. Nella capitale, tuttavia, non si pagavano le spese processuali.[51]

I testimoni dovevano esprimere due giuramenti: quello “de veritate” e quello “de silentio”.[52] Nel caso ci fossero state discordanze tra loro, nel “rito” non era previsto il confronto fra testimoni, nè tra il colpevole e il testimone, ma solo tra colpevoli[53]. In questa procedura, invece del confronto, il testimone che nega viene trattenuto in prigione, esaminato anche nella stanza delle torture, e poi ,in caso negativo, viene lasciato senza giuramento “de veritate”. Le accuse e le difese erano comunque messe per iscritto da due notai. Terminata anche l’inquisizione speciale, tutti i documenti venivano consegnati al Consiglio dei Dieci, che decideva nuovamente se portare a termine il processo o prosciogliere l’accusato. Dalla fase conclusiva del processo erano esclusi, oltre ai parenti dell’imputato, anche i membri del consiglio che lo avevano denunciato. Secondo il rito l’imputato doveva difendersi da solo, in realtà questo non avveniva sempre. Secondo Cozzi sicuramente in alcuni processi, da lui esaminati, l’imputato è costretto a difendersi da solo, ma in molti altri è “pressochè certo che il testo della difesa viene da fuori, opera di avvocati, o di procuratori o di chissà chi altro: l’imputato lo riceveva e lo consegnava ufficialmente al cancelliere, dicendo che quella era la sua difesa”.[54] I due Inquisitori dei Dieci non erano esclusi, potevano anche votare, ma non potevano proporre nè la colpevolezza dell’imputato, nè la pena. Gli Inquisitori di Stato invece avranno oltre al diritto di voto, pieno diritto di proposta, sia sulla condanna che sulla pena e in alcuni casi definiranno addirittura da soli l’intero processo.

Questo passo, cioè il diritto di proposta, sarà decisivo. Ottenuto a metà ‘500 durante il processo ai due Cavazza, nel quale avevano addirittura chiesto di poter condurre da soli l’inquisizione speciale, dove tuttavia erano stati affiancati dal collegio, sarà fondamentale per la loro evoluzione, che li porterà a divenire forse la più importante delle magistrature. L’avogadore, invece, formava il processo, poteva proporre la pena, ma non poteva votare. Una volta letti da un segretario tutti i documenti riguardanti il processo, l’avogadore proponeva la votazione sulla condanna o meno dell’accusato. In caso positivo ogni membro poteva formulare una proposta di condanna: prima l’avogadore, poi, in ordine di importanza e di età, gli Inquisitori, i Capi dei Dieci, i Consiglieri e infine il Doge. Ogni proposta veniva votata, e nel caso in cui dopo cinque votazioni nessuna avesse ottenuto la maggioranza, l’accusato poteva essere rimesso in libertà, o deferito ad un’altra magistratura, oppure il processo veniva riformato, di solito quando emergevano nuove prove. Se invece una condanna otteneva la maggioranza, doveva essere votata altre quattro volte per poi essere definitivamente approvata. Il giudizio era inappellabile, sia se pronunciato dai Dieci, sia dai rettori col “rito” del Consiglio. C’era comunque la possibilità di chiedere, dopo molti anni, la revisione del processo, che poteva essere concessa in qualche caso dallo stesso Consiglio dei Dieci. Nei confronti dei giudizi emanati dai rettori, i sudditi potevano fare ricorso ai Capi dei Dieci per due volte, poi al Consiglio stesso.[55] A Venezia c’era inoltre una chiara differenza tra il processo celebrato col rito del Consiglio dei Dieci e quelli celebrati con lo stesso rito, ma nei tribunali che ne dipendevano, come gli Esecutori contro la bestemmia e altri. Nel primo caso il rito veniva sempre applicato in maniera scrupolosa, negli altri invece la formalità dell’autodifesa era praticamente eliminata.[56] Questo era il meccanismo inquisitorio creato dai Dieci; con lo sviluppo degli Inquisitori di Stato, come abbiamo visto e vedremo, non sempre queste procedure vengono rispettate, addirittura il Consiglio dei Dieci stesso verrà quasi oscurato da questa magistratura.[57] 

Per quanto riguarda le trasformazioni delle procedure degli Inquisitori di Stato, ricordiamo che nei loro processi, nei casi in cui il Consiglio dei Dieci li delegava, sempre più frequentemente a partire dalla fine del Seicento, quasi ogni formalismo era stato abbandonato. In caso d’urgenza un solo inquisitore poteva ordinare l’arresto, ma se subito dopo gli altri due non erano d’accordo, l’inquisito doveva essere immediatamente rilasciato. Era invece necessaria la presenza di tutti e tre per prendere visione dei processi e delle scritture degli altri magistrati; anzi di volta in volta era necessaria una loro preventiva e unanime deliberazione, scritta e firmata. Potevano riunirsi in qualunque luogo, anche nella casa di uno di essi, ad ogni ora. Nel caso in cui un processo aveva inizio da una denuncia segreta, gli Inquisitori incominciavano con l’inviare spie, almeno due, tre volte, mandando agenti diversi, per controllare il fondamento della denuncia.[58] Nel caso in cui queste indagini preliminari fossero state positive, si procedeva con l’interrogatorio dei testimoni. Questo veniva svolto in segreto, intimando inoltre gravi pene se l’interrogato avesse lasciato trapelare qualcosa dell’interrogatorio subito. Una volta raccolte delle prove considerate sufficienti, veniva convocato il colpevole sul quale, nei casi in cui fosse stato ritenuto necessario, si poteva operare un arresto preventivo. L’arresto avveniva, per evitare confusioni, solitamente di notte oppure utilizzando qualche stratagemma. Dalla terraferma l’imputato veniva trasportato a Venezia in una carrozza chiusa, ma spesso il processo veniva delegato, come abbiamo visto, ai rettori con il rito del Consiglio dei Dieci.[59] Per uso di carcere di “cauto arresto” venne assegnato agli Inquisitori il locale posto sopra la camera dei Capi, cioè quelli che poi saranno chiamati Piombi.[60] Nei casi in cui l’intero processo veniva delegato agli Inquisitori, era il segretario che registrava domande e risposte, riceveva le suppliche, formava il processo, notificava le accuse, verbalizzava le difese, strutturava la sentenza che doveva poi venire pubblicata nella successiva riunione del consiglio sovrano, e che, assieme ai risultati del processo, era stata preventivamente comunicata al Consiglio dei Dieci. Le condanne inflitte variavano, dalla relegazione nella propria casa, in campagna o in una fortezza, alla prigione temporanea o perpetua, alla morte segreta. A volte, nei casi lievi, gli Inquisitori si limitavano ad ammonire il colpevole, a volte espressamente, a volte tacitamente, chiamandolo e facendogli fare una lunga e penosa anticamera per poi farlo licenziare dal fante o dal segretario, senza nessuna comunicazione e spiegazione. I tre avevano l’autorità di infliggere pene minori di quelle previste dalle leggi, ma nel caso in cui avessero voluto infliggere una pena più grave dovevano rimettere la decisione al Consiglio.

Come i Dieci, i tre erano completamente incompetenti in materia civile. Tuttavia nel corso del ‘600, quando si trattava di nobiluomini veneti e di famiglie importanti della nobiltà del Dominio, gli Inquisitori intervenivano anche in civile, altro forte segnale della dilatazione delle loro competenze. Altro elemento molto importante era l’assenza quasi totale di ogni formale garanzia procedurale. Tuttavia una c’era, e costituiva un freno contro ogni abuso; ogni atto degli Inquisitori, tranne, come è già stato sottolineato, l’arresto d’urgenza, era nullo se non preso all’unanimità. Garanzia semplice ma efficace, visto che non era pensabile che tre magistrati giunti a questo importante incarico dopo aver speso tutta la vita al servizio dello Stato potessero essere d’accordo nel commettere una qualche ingiustizia della quale, scaduta la breve carica, avrebbero dovuto sicuramente rendere conto.[61] Inoltre i tre non avevano proprio denaro nè una propria forza armata; l’unico esecutore materiale dei loro ordini era un subalterno, chiamato il fante degli inquisitori. Nel caso in cui avessero avuto bisogno di una forza armata, dovevano farne richiesta al Consiglio dei Dieci o agli altri consigli della Repubblica. Per quanto riguarda i mezzi finanziari, in caso di necessità ricevevano denaro dal Consiglio dei Dieci senza dovergli rendere i conti, ma del quale dovevano conservarsi la continua fiducia.[62]

I raccordi.

“Che sia data facoltà alli Inquisitori sopra i secreti di poter proponer et prometter a quelle persone, che a loro pareranno da poter haver servitio per vegnir in cognitione de chi revela li secreti del Stato nostro quel premio in denari et altro che li parerà secondo le offerte et promesse che haverano, li qual premi da loro Inquisitori promessi siano confermati da questo Consiglio con li 2/3 delle ballotte di quello.” 1583, 24 ottobre, in Consiglio dei Dieci.[63]

Per un’ottima riuscita delle loro operazioni i servizi di spionaggio e controspionaggio avevano bisogno non solo della collaborazione degli apparati dello Stato, ma degli stessi cittadini, convinti del fatto che anche loro dovevano partecipare fattivamente alla sicurezza comune. Sin dal ‘400 Venezia aveva escogitato un metodo per favorire e stimolare la cooperazione dei sudditi, a volte anche di singoli stranieri, nella raccolta di notizie e segreti di ogni tipo utili alla salvaguardia dello Stato: riguardavano appunto l’economia, l’amministrazione pubblica, la sicurezza, le grandi vicende politiche. Il raccordo è un memoriale sottoscritto personalmente o da terza persona per conto dell’interessato, che un privato cittadino consegnava al Consiglio dei Dieci(se si trattava di privilegi industriali anche al Senato) su materie di rilevante importanza per lo Stato: l’oggetto poteva essere dei più svariati, brevetti industriali, medicinali contro la peste, sistemi idraulici per la bonifica della laguna, nuove armi, mappe di tesori, nuovi metodi per l’allevamento.[64] A volte il raccordo riguardava gli aspetti più delicati della vita pubblica, truppe, contrabbandi, diffusione di segreti di stato, spionaggio, tradimenti, colpi di stato, pericoli per l’Arsenale, per il Palazzo Ducale, la Zecca, la sicurezza dei palazzi e dei singoli uomini politici. Gli autori sono persone di ogni condizione sociale: sudditi, stranieri, banditi che sperano appunto di ricevere la revoca del bando e magari una ricompensa in denaro, ma anche onorati cittadini, come medici, avvocati, funzionari statali, che sfruttano le loro conoscenze per ricattare economicamente gli Inquisitori, sempre attenti a questi affari, soprattutto nel caso di tradimenti e congiure.[65] Non mancano ovviamente truffatori, avventurieri dediti al doppio gioco, che sono veramente venuti a conoscenza di un segreto importante da vendere a caro prezzo. Tali raccordi aumentano in maniera esponenziale in concomitanza di guerre o di avvenimenti politici importanti, come negli anni della guerra di Cipro o durante la vertenza dell’Interdetto.[66]

Le denunce segrete e le bocche di leone

Altro strumento molto usato nel rito inquisitorio è sicuramente la denuncia segreta, in particolare per i delitti pubblici e contro la sicurezza dello stato. Queste denunce potevano essere di due tipi: di persona segreta, che si riservava di comparire in un secondo momento, oppure anonima, cioè senza sottoscrizione. Le denunce segrete richiedevano sempre una valutazione preliminare di ammissibilità da parte del Consiglio dei Dieci.[67] A volte, quando il denunciante era un semplice cittadino che chiedeva di usufruire di una taglia o del patrimonio del reo, questa non si discostava troppo dal raccordo, se non per il fatto che in questo secondo caso il cittadino agiva di propria iniziativa, scegliendo cosa rivelare e cosa richiedere allo stato come beneficio economico, mentre la prima era collegata a un reato, a un reo e a una taglia già stabilita. Comunque la definizione legislativa corretta delle denunce segrete avvenne tra il 1588 e il 1647: vengono accettate con i 2/3 dei voti del Consiglio dei Dieci(4/5 se provenienti dai reggimenti o relative a fatti qui accaduti) nel caso in cui si tratti di giuramenti falsi, “permute e baratti di ballotte”, vagabondi ecc.; nel caso in cui invece riguardino maschere, ”archibugi e barche”, devono essere prima votate in due testi davanti agli Avogadori di comun, poi portate ai Dieci.[68] Nel 1635 e 1642 viene codificata chiaramente la legislazione delle denunce segrete in materie di stato: il 13 agosto 1635 i Dieci vietano di prendere in considerazione le denunce che non riguardino vagabondi, “permute e baratti di ballotte”, prescrivendo comunque la maggioranza dei 4/5 per procedere. Un’altra legge del 1647 afferma che le denunce segrete in materia di stato prima devono essere dichiarate tali dall’unanimità dai consiglieri ducali, dai capi dei Dieci e da almeno 5/6 del Consiglio dei Dieci, poi votate di nuovo, con 4/5 di maggioranza, per l’accettazione e l’avvio del procedimento.[69]

La definizione delle materie di stato non è stabilita da una sola legge, ma, come è tipico del sistema veneziano, viene elaborata progressivamente nel corso dei secoli: tra esse, in un arco cronologico che va dal 1622 al 1704, troviamo la violazione dei segreti di stato, il ricevere da qualsiasi principe provisioni, donativi o altro, organizzare ”permute e baratti di ballotte”, portare armi da fuoco a Venezia, vagare per la città di giorno e di notte “in habito diverso, in tabarro e vestimenti di colore senza la veste istessa”.[70] Le bocche di leone vengono introdotte a Venezia solamente tra fine ‘500 e primo ‘600: per molto tempo le stesse denunce segrete vengono recapitate ai magistrati da terze persone o gettate in qualche luogo pubblico. Ancora dopo l’istituzione delle bocche di leone, nel 1672, una lettera anonima viene infilata sotto la porta della sala del Consiglio dei Dieci. Solitamente le denunce segrete vengono introdotte in apposite cassette mobili, spesso di legno, appese sulle pareti degli edifici in cui si trovano le magistrature alle quali sono indirizzate. Le bocche di leone sono dei mascheroni in pietra, a volte anche pregiati dal punto di vista artistico, con una epigrafe indicante l’oggetto delle denunce, nelle quali venivano appunto introdotte le denunce che scivolavano in una cassetta apribile dall’interno dell’edificio. Le bocche di leone sono presenti anche nei reggimenti di terraferma: qui solitamente finiscono le denunce su materie finanziarie o civili più legate alla realtà locale, mentre nelle cassette mobili vengono introdotte le denunce segrete relative a materie di stato, poi trasmesse a Venezia.[71] Molte di quelle veneziane riguardano reati finanziari, abusi e disordini amministrativi: esportazione abusiva di canne da vetro e di oro, incette o estrazioni abusive di grani, fughe spontanee o rapimenti di tessitori, contrabbandi, frodi, detenzione abusiva di armi, ecc..

Il timore di rappresaglie spingeva alcuni cittadini di terraferma e del Levante a imbucare le proprie lettere in cassette e bocche di leone molto lontane, denunciando le prepotenze di alcuni amministratori locali e degli stessi rettori. Inoltre molte denunce segrete in materia di stato segnalano comportamenti politici vietati dalle leggi o comunque sospetti, rapporti frequenti con ambasciatori stranieri, soprattutto di Spagna e dell’Impero, rivelazione di segreti di stato, espressioni ingiuriose verso lo stato, incontri con nobili forestieri, favoreggiamento di banditi. Anche le satire anonime che colpiscono alcuni nobili o lo stesso governo sono oggetto di denunce segrete e lettere anonime. Le denunce preferite dagli inquisitori sono quelle di spionaggio e complotto: alcune lettere “orbe”, così venivano definite le lettere anonime, accusavano cittadini sudditi e stranieri di spiare in favore della Spagna, dei Turchi, di altri sovrani, mentre altre svelavano trattati contro la Repubblica. Le denunce segrete continuano a essere usate sino agli ultimi decenni del ‘700; la rimozione delle bocche di leone viene ordinata dal Comitato di salute pubblica nel giugno del 1797, condannate come mezzi di pubblica corruzione.[72]

 Traditori e banditi.

L’attività degli Inquisitori di Stato nel corso del Seicento non è volta solamente alla ricerca di informazioni sui progetti delle potenze straniere, fuori e dentro le ambasciate, ma si interessa anche di altri affari: negli interessi di questa magistratura ci sono, tra gli altri, anche coloro che si sono macchiati di tradimento verso la patria e i banditi, che spesso provocano numerosi problemi all’interno dello stato. Per quanto riguarda la prima tipologia di persone, ricordiamo che fino dai tempi molto remoti della sua nascita la Repubblica ha mostrato inflessibilità verso i traditori; per ricordare solo gli episodi più importanti, citiamo la congiura di Baiamonte Tiepolo e Pietro Querini, la fine di Marin Faliero, decapitato, assieme ai suoi complici, dopo la scoperta del suo complotto, e cancellato dalle memorie stesse della Repubblica; ricordiamo infine lo strangolamento dei tre carraresi di Padova, dopo la conquista della città, per assicurarsi la tranquillità necessaria per governare.[73]

Tutta la storia veneziana è costellata di episodi di questo tipo, che coinvolgono spesso personaggi di minor calibro rispetto a quelli citati negli esempi precedenti. Nel corso del Seicento ricordiamo alcuni episodi importanti: il 28 marzo 1607 il provveditore generale in Dalmazia Gianbattista Contarini propone di sequestrare le rendite in terra veneta di don Alessandro Comolli, fomentatore di sollevazioni in Albania[74], “quando non havesse Sua Signoria però pensiero di servirsi di alcuno di quei mezi con quali sogliono i Principi grandi levarsi stimoli così fatti da gl’occhi”[75]; Andrea Ferletich, pirata uscocco al servizio degli spagnoli, è più volte nel mirino dei sicari veneziani: tra il 1619 e il 1622 compaiono vari aspiranti sicari; il 16 maggio 1622 il Residente a Napoli lo fa seguire da spie, offre sino a mille ducati e quattordici giorni dopo annuncia che è morto.[76] Il 30 marzo 1686 i Dieci ordinano all’ambasciatore a Vienna che sia “levato dal mondo” senza danno all’immagine pubblica Gabriel Vecchia, un suddito reo di “procedure abbominevoli”.[77]

Per quanto riguarda i banditi veneziani, molto importanti sono “le voci liberar bandito”, cioè la possibilità di liberare un bandito o di incassare un premio in denaro, offerto a chi uccide un altro bandito, metodo molto discusso usato sopratutto tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 per fronteggiare il problema dilagante del banditismo. Vi sono alcuni esempi importanti nel corso del ‘600, come quello del Cavalier Bertucci, un cittadino della Dalmazia colpito da un bando capitale; è controllato dalle spie veneziane sino al 1598, quando questo provvedimento viene sospeso in quanto egli ha ottenuto la protezione spagnola, poi nel 1601 arriva un nuovo ordine, che non sarà tuttavia eseguito, di catturarlo “vivo o morto”.[78] Nel 1635, il 9 marzo, gli inquisitori ricevono l’autorità “di poter per ogni via possibile procurar che sia levata la vita”al conte Nicolò Proveglia, compito condotto a termine, “con frequenza de viaggi et pericoli”, da Scipione Leone, che il 12 luglio 1638 sollecita il porto d’armi “per sicurezza della sua vita”.[79]Particolarmente interessante è il tentativo, non riuscito, di assassinare a Mantova Alessandro Guarnier, un bandito al servizio del papato. Dal fitto scambio epistolare tra il Residente di Mantova e gli Inquisitori, appaiono chiari i metodi usati da tale magistratura in questi casi. La prima notizia che abbiamo sulla vicenda è la lettera inviata al Residente Zon dagli Inquisitori in data 10 ottobre 1643, in cui chiedono chiaramente di “levar di vita” un certo Guarnier, “come la temerarietà delle sue attioni pienamente merita”, senza preoccuparsi della spesa perchè “se vi occorrerà qualche spesa, sarà pronto il danaro”.[80] Pochi giorni dopo, il 17 ottobre, un’altra lettera degli Inquisitori parla di alcuni problemi sorti nell’affare, per la protezione di cui gode il Guarnier nello stato di Bozzolo; si parla inoltre del pagamento, che deve essere fatto “a negotio consumato, et non prima”, “negotio della morte, che solo sarà rimesso al nostro magistrato, senza darne parte ad altri”.[81]Emerge dunque in questa lettera la completa segretezza in cui si svolge tutta l’operazione; il 29 ottobre è lo stesso Residente di Mantova che scrive agli Inquisitori per informarli su chi sarà l’autore materiale del delitto. La descrizione è molto chiara e precisa: si chiama Fabio Gregorio, un uomo di “età consistente”, “ben conosciuto da cotesto Capitan Grande”, e “che in simili casi ha fedelmente servito Vostre Eccellenze, all’hora principalmente quando Camilo Cataneo di Lendinara et altri famosi banditi di quel partito erano a danni dello stato e de’ sudditi di sua serenissima”.[82] Tale Fabio Gregorio conosce inoltre persone fidate, che possono spiare i movimenti del Guarnier. Il 31 ottobre 1643 un’altra lettera dà informazioni più specifiche sui rimborsi che spettavano al Residente. Il Senato ha ordinato l’arresto del Guarnier, mentre gli Inquisitori ne hanno ordinato la morte: quindi, per ciò che concerne “tutte le spese di staffette, od altro, che da lei (si riferiscono direttamente al Residente) si sian fatte o siano per farsi, in riguardo all’arresto, potrà darsi credito nelli suoi conti, che le saranno bonificati dall’Eccellentissimo Senato; delle diligenze che verserà, per far seguire la morte di colui, potrà far nota a parte, che del speso sarà rimborsata dal nostro magistrato”.[83] Del 16 novembre 1643 è l’ultima lettera degli Inquisitori in cui troviamo notizie, molto generali, per quanto riguarda il “solito affare” [84], mentre continuano ad arrivare lettere da Mantova. Probabilmente le lettere degli Inquisitori di questo periodo sono andate perdute, anche perchè il 3 dicembre 1643, su ordine degli stessi Inquisitori(del quale non c’è traccia, e che doveva essere datato al 24 novembre), viene revocato “l’ordine concernente l’affare del Guarnier”, che così “resterà sospeso fino ad altra espressa, precisa commissione dell’ Eccellenze Vostre”.[85]Ultime notizie su questo ormai mancato assassinio, sono del maggio successivo; sono una vera e propria lista che elenca minuziosamente tutte le spese sostenute per questa operazione: “per due espeditioni espresse nel mese di ottobre, ducati 20 e 4; per trattenimento di una spia dal 18 ottobre fino li 24 novembre, che sono giorni 36 ducati 36; a Fabio per la frequenza dei suoi viaggi ducati 30; totale ducati 86 e 4”.[86]

 Le spie degli inquisitori.

E’ soprattutto nel Seicento che gli Inquisitori cominciano a fare largo uso delle spie, o confidenti. Coprono ogni tipo di affare, dalla politica estera agli episodi di poca importanza che riguardano la vita veneziana di ogni giorno. Questa vastità di interessi è dovuta alla preoccupazione, tipica dell’ambiente veneziano, di un pericolo politico e sociale sempre incombente e che può nascere anche dagli strati più bassi. I confidenti sono perciò molto attenti ad ogni forma di dissenso politico; per questo motivo i momenti critici per la struttura stessa del governo, come per esempio le correzioni del 1628 e del 1677, determinano un forte movimento di spie, del quale tuttavia abbiamo meno informazioni rispetto agli episodi eclatanti del Settecento. Addirittura gli Inquisitori ordinavano la raccolta delle satire affisse sul Gobbo di Rialto, dei cartelli di protesta appesi per la città, chiaro segno dell’intenzione di controllare strettamente il pensiero dei cittadini.[87] Nel corso del ‘600, inoltre, le spie al servizio dei tre iniziano ad essere dei personaggi ben distinti. Compito primario di questi è ovviamente quello di raccogliere notizie importanti che riguardano la sicurezza dello stato, il dissenso politico; per fare qualche esempio ricorderemo un certo Giovanni Ferrari che, mescolatosi fra dei nobili stranieri, riesce a raccogliere ottime informazioni per lo stato; altro esempio è quello di Camillo Badoer, il cui raggio d’azione è molto ampio, dalla sicurezza a tutti gli aspetti della pubblica moralità, girando tra i piccoli teatri e ridotti a caccia di piccoli e grandi scandali descritti molto minuziosamente.[88] Importanti sono inoltre le spie che gli Inquisitori mantengono all’estero, senza dimenticare che gli stessi ambasciatori, non contando la loro stessa rete spionistica, svolgono un’azione non molto differente, anche se sono considerati spie “onorate”. Questi delatori riescono a spedire le proprie informazioni a Venezia non con normali corrieri statali, ma utilizzando anche dei finti fermoposta o destinatari di comodo, per poi far giungere le informazioni al segretario dei Dieci oppure agli Inquisitori.[89] Nel corso del ‘700 lo spionaggio aumenta in maniera esponenziale, sembra una società sorvegliata in ogni aspetto e in ogni momento. In realtà, rispetto alla grande quantità di informazioni che arriveranno agli Inquisitori, piccolissima sarà la loro attività di repressione. Non la metteranno in pratica non solo per una mancanza di volontà, ma soprattutto per una certa forma di impotenza dovuta alla più che conosciuta “senescenza” della stessa Repubblica nel corso del ‘700. I confidenti degli Inquisitori appartengono comunque a tutte le categorie sociali, ai più vari ceti professionali: nobili, barnaboti, nobili decaduti, letterati, stranieri, librai, marangoni, avventurieri, disertori, etc..[90] Da ricordare infine tre delle spie più importanti del Settecento: Michelangelo Bozzini, Giovanni Cattaneo e Giacomo Casanova. Il primo è un abate, ma anche uomo d’affari e imprenditore oltre che spia al servizio dell’Austria e poi di Venezia; per quest’ultima opera presso la corte di Carlo III, nel 1737. Richiamato a Venezia, vaga poi per l’Italia: Roma, Livorno, Ancona, Ferrara, Napoli sono le sue mete. Dopo una serie di vicissitudini nella città partenopea, ricompare a Vienna dove propone all’ambasciatore veneziano un affare quasi da spionaggio “industriale”. Questa è l’ultima notizia su di lui.[91] Il secondo, Giovanni Cattaneo, è un abate conte, molto geloso della sua opera di spia, che lui non vede così negativamente. Nasce nel 1728 e le sue informazioni arrivano sino al 1795. Lavora per Venezia come intermediario con la Prussia, preparando sul campo il terreno per le trattative ufficiali. Dopo aver vissuto da spia, ormai vecchia, la rivoluzione francese e i suoi effetti, il Cattaneo si spegne nel febbraio del 1796.[92] Infine Giacomo Casanova; molti hanno scritto sulle sue imprese nella carriera di “amatore-libertino”, e si sa che fu anche un truffatore. Per gli Inquisitori, dopo l’incredibile fuga dai Piombi, lavora a Trieste e dal 1776 comincia una assiduo lavoro nella stessa Venezia. Dopo un impegnativo incarico in Romagna, nel 1780 diventa finalmente confidente onorario: si occupa di religione, costumi, pubblica sicurezza, commercio e manifatture.[93] Dopo essere ritornato a Trieste ancora come spia, la sua carriera termina nel 1782: dopo una aspra controversia finanziaria con un nobile, si vendica scagliandogli contro un anonimo opuscolo satirico, ma la violenta reazione provocata dal patrizio lo costringe ad una fuga precipitosa da Venezia.[94] Queste tre biografie, appena accennate, indicano in maniera inequivocabile che la maggior parte delle spie di quest’ultima fase della Repubblica erano degli avventurieri, disposti a qualunque cosa pur di guadagnare denaro.[95] Nel prossimo capitolo focalizzerò la mia attenzione sulla prima metà del Seicento, periodo in cui il peso dell’egemonia spagnola si farà sentire marcatamente non solo su gran parte dell’Italia, ma anche sullo stesso ambiente veneziano, comportando un enorme aumento di intrighi politici, e quindi di spie, che agiranno per sconvolgere la sua stabilità interna.    

 

 


[1] P.Preto, I servizi segreti di Venezia, Milano, Il Saggiatore, 1994, pp. 55-56.

[2] Ibidem, p. 58. 

[3] A.S.V., I.S., b. 157, 27 giugno 1617.

[4] S.Romanin, Storia documentata di Venezia, Venezia, Filippi Editore, 1974, tomo VI, pp. 58-59.

[5] A.Da Mosto, Archivio di stato di Venezia: indice generale, storico, descrittivo ed analitico, Roma, Biblioteca d’arte, 1937.

[6] R.Fulin, Di una antica istituzione mal nota. Inquisitori dei X e inquisitori di Stato, Venezia, Tipografia Grimaldo e c., 1875, pp. 36-37.

[7] Ibidem, p. 39. 

[8] Ibidem, p. 40.

[9] G.Maranini, La costituzione di Venezia, Firenze, La Nuova Italia, 1927, tomo II, p. 478.

[10] Ibidem, p. 479. 

[11] Romanin, Storia, tomo VI, p. 59.

[12] Maranini, La Costituzione, p. 480.

[13] Cozzi, Knapton, Scarabello,La Repubblica, p. 177.

[14] Ibidem, p.178. 

[15] Ibidem, p. 179. 

[16] Maranini, La costituzione, p. 483. 

[17] Ibidem, pp. 485-486. 

[18] G.Cozzi, Il doge Nicolò Contarini, pp. 229-230. 

[19] Ibidem, p. 260. 

[20] Ibidem, p. 261. 

[21] Lane, Storia di Venezia, pp. 467-468. 

[22] Ibidem, p. 467. 

[23] Cozzi, Il doge Nicolò Contarini, pp. 248-249. 

[24] Ibidem, p. 258. 

[25] Lane, Storia di Venezia, p. 468. 

[26] Cozzi, Il doge Nicolò Contarini, p. 262. 

[27] Ibidem, p. 263. 

[28] Ibidem, pp. 230-231. 

[29] Ibidem, p. 263. 

[30] Ibidem, p. 264. 

[31] Ibidem, pp. 264-266. 

[32] Ibidem, p. 268. 

[33] Ibidem, pp. 269-270. 

[34] Ibidem, p. 278. 

[35] Lane, Storia di Venezia, p. 469.

[36] G.Cozzi, Repubblica di Venezia e stati italiani. Politica e giustizia dal secolo 16 al secolo 18, Torino, Einaudi, 1982, p. 196.

[37] Ibidem, p. 197. 

[38] Ibidem, pp. 197-198.

[39] Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, p. 577. 

[40] Ibidem, pp. 577-578. 

[41] Ibidem, pp. 579. 

[42] Ibidem, p, 580. 

[43] Ibidem, p. 580-581. 

[44] Ibidem, p. 581. 

[45] Cozzi, Il doge Nicolò Contarini, p. 266.

[46] R.Derosas, Moralità e giustizia a Venezia nel ‘500 e ‘600, in Stato, società e giustizia nella Repubblica Veneta(sec.XV-XVIII), a cura di Gaetano Cozzi, vol. I, Roma, Jouvence, 1980, pp. 434-435.

[47] Maranini, La costituzione, p. 461. 

[48] Fulin, Di una antica istituzione, p. 17. 

[49] Maranini, La costituzione, p. 464.

[50] G.Cozzi, Autodifesa o difesa? Imputati e avvocati davanti al Consiglio dei Dieci, in La società veneta e il suo diritto, Saggi su questioni matrimoniali, giustizia penale, politica del diritto, sopravvivenza del diritto veneto nell’Ottocento, Venezia, Marsilio, 2000, pp. 151-152.

[51] Ibidem, pp. 154-155.

[52] C.Povolo, Aspetti e problemi della amministrazione della giustizia penale nella Repubblica di Venezia, secoli XVI-XVIII, in Stato, società e giustizia nella Repubblica Veneta(sec. XV-XVIII), a cura di G.Cozzi, vol. I, Roma, Jouvence, 1980, pp. 166-167.

[53]B. Melchiori, Miscellanea di materie criminali, volgari e latine, composta secondo le leggi civili e venete da Bartolommeo Melchiori, Venezia, Stamperia bragadina, 1741.

[54] Cozzi, Autodifesa o difesa?, pp. 161-162. 

[55] Maranini, La costituzione, pp. 468-469.

[56]Cozzi, Autodifesa o difesa?, p. 166.

[57] Maranini, La costituzione, pp. 468-469. 

[58] Ibidem, p.486. 

[59] Romanini, Storia, tomoVI, p. 68. 

[60] Ibidem, p. 64. 

[61] Maranini, La costituzione, p. 488. 

[62] Ibidem, p. 490. 

[63] Romanin, Storia, tomo VI, p. 65. 

[64] Preto, I servizi segreti, pp. 155-156. 

[65] Ibidem, pp. 159-160. 

[66] Ibidem, pp. 165-167. 

[67] Ibidem, p. 168. 

[68] Ibidem, p. 170. 

[69] Ibidem, p. 173. 

[70] Ibidem, p. 175. 

[71] Ibidem, p 176. 

[72] Ibidem, p. 176-177. 

[73] Ibidem, p. 346. 

[74] Ibidem, p. 347. 

[75] Ibidem, p. 347. 

[76] Ibidem, p. 347. 

[77] A.S.V., I.S., busta 173, 30 marzo 1686. 

[78] Preto, I servizi segreti, p. 344. 

[79] Ibidem, p. 344. 

[80] A.S.V., I.S., b. 157, 10 ottobre 1643. 

[81] Ibidem, 17 ottobre 1643. 

[82] A.S.V., I.S., b. 449, 28 ottobre 1643. 

[83] A.S.V., I.S, b. 157, 31 ottobre 1643. 

[84] Ibidem, 16 novembre 1643. 

[85] A.S.V., I.S., b. 449, 3 dicembre 1643. 

[86] Ibidem, 4 maggio 1644. 

[87] Preto, I servizi segreti, pp. 185-186. 

[88] Ibidem, p. 190. 

[89] Ibidem, p. 191. 

[90] Ibidem, p. 192. 

[91] Ibidem, pp. 519-521. 

[92] Ibidem, pp. 521-524.

[93] R.Fulin, Giacomo Casanova e gli Inquisitori di stato, Venezia, Antonelli, 1877.

[94] Preto, I servizi segreti, pp. 524-527. 

[95] Ibidem, pp. 528-529.

 

 

 

Ambasciatori e spie.

La Repubblica, sottoposta alla pressione spagnola ormai costante che viene da Napoli a Milano, deve pensare alla propria difesa, conscia, tuttavia, che la sproporzione delle forze è tale da sconsigliare una vera reazione. Venezia è uno dei pochi stati non ancora sottomessi alla Spagna, ma sente che la sua libertà non è al sicuro: una minaccia, per esempio, è la costruzione di un forte allo sbocco della Valtellina, il cui scopo è quello di ricattare i Grigioni, vero serbatoio per le milizie veneziane, accordatisi proprio allora con la Serenissima. Le proteste a Roma sono inutili, anzi addirittura Venezia viene criticata per i suoi rapporti con i Grigioni, considerati “eretici”.[1] Roma, in sostanza, non dà nessuna mano a Venezia, che può contare solo su se stessa. Si sente comunque lentamente soffocare dall’egemonia spagnola, che non riesce ad allentare soprattutto per i buoni rapporti tra il re cattolico e gli imperiali, che la stringono in una sorta di tenaglia.[2] Secondo il Sarpi Venezia doveva condurre una serie di alleanze più spregiudicate, coinvolgendo il duca di Savoia, le Province Unite d’Olanda, l’Inghiterra e l’Unione Evangelica, in previsione di una guerra contro il blocco asburgico-pontificio.[3] Tuttavia i risultati della guerra di Gradisca non permetteranno di coltivare troppe illusioni su una possibile vittoria militare da parte della Serenissima. La guerra tra la Repubblica e l’Arciduca d’Austria Ferdinando ci sarà, e sarà, come ha osservato Cozzi, “l’ultima combattuta da Venezia nel suo dominio di terra”, se si esclude il breve intervento nella guerra per la successione di Mantova del 1629.[4] I risultati di questa guerra saranno deludenti, al punto da consigliare a Venezia di non intervenire in una eventuale coalizione antiasburgica.

 
 
Spie veneziane in funzione antispagnola (1600-1650).
 

L’attenzione del Consiglio dei Dieci e degli stessi Inquisitori di Stato è indirizzata naturalmente anche contro gli stati che beneficiano dei tradimenti dei cittadini veneziani e stranieri. Soprattutto dopo le vicende dell’Interdetto, il controspionaggio veneziano organizza in questi anni una stretta rete di spie a scopo difensivo, che resterà attiva sino alla fine della Repubblica.[5] Obiettivo principale veneziano in questa fase storica, come abbiamo visto e vedremo successivamente, è la Spagna. Molto presente, quasi sistematico, è nel corso del Seicento lo spionaggio spagnolo a Venezia, dove si adopera con ogni mezzo per avere notizie utili per i propri scopi. I metodi usati sono i soliti, dalla corruzione di nobili veneziani per raccogliere informazioni direttamente ai massimi livelli, al reclutamento di spie nelle varie categorie professionali, dai segretari ai gondolieri, ai personaggi politici, agli ecclesiastici, ai commercianti, etc. I referenti principali, i punti cardine sui quali ruota questa politica spagnola a Venezia, sono gli ambasciatori, che creano intorno a loro una fitta rete di spie, il cui compito è di raccogliere notizie utili di qualsiasi tipo.[6] Le prime notizie di questa azione di controspionaggio arrivano nel novembre del 1609, quando agli Inquisitori viene segnalata l’attività di un certo Giovanni Tedesco, colpevole di fornire informazioni utili agli spagnoli.[7] Il primo colpo di grande importanza effettuato dalle spie veneziane è sicuramente quello inferto intorno al 1610 allo spionaggio spagnolo. Le prime informazioni su tale operazione erano arrivate addirittura da Madrid, dove l’ambasciatore Pietro Priuli era venuto a conoscenza di una fuga di notizie a favore dell’Ambasciatore spagnolo a Venezia, il Bedmar.[8] Attraverso una serie di pedinamenti, di infiltrazioni, viene scoperto il tradimento di Angelo Badoer, che porta alla messa al bando del nobile veneziano, all’espulsione del vescovo Bollani e all’arresto di varie spie, non solo a Venezia, ma anche a Verona, Bergamo e Brescia.[9] Questa struttura spionistica veneziana è costituita da un numero impressionante di persone, che offrono notizie più o meno importanti in cambio di denaro o di favori di altro genere. Tuttavia in questo mare di spie emergono dei personaggi che svolgono un ruolo chiave, di primo piano nelle vicende di questo periodo, soprattutto per quanto riguarda i rapporti tra Venezia e la Spagna. Tra essi il primo che incontriamo è Alessandro Granzino, la cui attività al servizio degli Inquisitori durerà molti anni.

 
Alessandro Granzino (1608-1633).

Nell’Archivio degli Inquisitori di Stato sono ben cinque le buste che raccolgono le riferte di questa spia, in un arco cronologico molto vasto, dal 1608 al 1633, durante il quale, come vedremo, lavora a stretto contatto con alcuni personaggi bene informati.. Di origine bergamasca, le prime sue notizie risalgono al 1608; intorno al 1610 si trasferisce a Venezia, dove cerca di ottenere la liberazione del padre, in prigione per contrabbando, sperando nell’aiuto dell’ambasciatore Bedmar, molto influente in Senato. Non ottiene però quello che cerca, tuttavia decide di rimanere a Venezia, appoggiandosi ad un prete apostata, un certo don Antonio Meschita, presso il quale prende una stanza in affitto. Inizia così, sempre con l’aiuto dello spagnolo, a copiare reperti ed altre scritture che spedisce a diversi gentiluomini di terraferma cari alla corona di Spagna.[10] Attraverso questo lavoro potè conoscere le vicende che coinvolgevano il marchese di Bedmar, e capire quanto di misterioso ruotasse intorno a lui. Conobbe una prostituta, già donna del Meschita, che quest’ultimo riuscì a fargli sposare, legando il Granzino a sè ancora più strettamente, facendolo divenire suo stretto collaboratore.[11]Il Granzino scoprì troppo tardi questo raggiro, ma non riuscì a vendicarsi. Successivamente trovò impiego presso il Bedmar, che gli permise di vivere più vicino all’ambasciatore e in maniera più indipendente dal Meschita.[12] Qui incrementò la sua cultura politica, essendo diretto testimone dell’attività e degli intrighi architettati dal Marchese. Cominciò successivamente, dopo i tentativi del Meschita di farlo trasferire a Milano [13] perchè mal sopportava il nuovo intruso, a lavorare alle dipendenze degli Inquisitori, allacciando in particolare stretti rapporti con Nicolò Contarini, in quel periodo uno dei tre che gli assicuravano, oltre ad un importante appoggio, anche una discreta quantità di denaro. Continuò così la sua vita assumendo anche difficili incarichi di spia nella casa del Marchese, richiesti dagli Inquisitori. Intorno al 1617, infatti, la pressione veneziana si fa più intensa sul Granzino, onde poter raccogliere il maggior numero possibile di informazioni sul Bedmar e sulla sua rete di informatori che, grazie a lui, comincia a prendere forma.[14] Verso il 1618 ritornò a vivere in casa del Bedmar, poichè aveva bisogno di rimanere a più stretto contatto con i suoi affari.[15] Venuto a conoscenza della congiura tramata dal Bedmar, in un primo momento se ne rimase in silenzio, temendo la vendetta spagnola, successivamente, quando il Marchese partì per Milano, facendo capire che non sarebbe più ritornato, il Granzino cominciò a denunciare questa congiura in tutti i suoi particolari.[16] Purtroppo però anche il Granzino venne coinvolto in una vicenda giudiziaria, che lo portò in carcere per circa due anni, dal luglio 1620 al dicembre 1622; quando venne rilasciato, dal momento che era stata provata la sua innocenza, non riuscì però a riprendersi l’incarico presso l’ambasciata spagnola.

 
 
La congiura di Bedmar.
 

Nei primi decenni del ‘600 il maggior nemico con cui doveva confrontarsi Venezia era sicuramente la Spagna e i suoi stati satellite. Venezia stava concludendo la guerra con gli Uscocchi, ma non cessavano, invece,le congiure spagnole ai suoi danni. Il trattato di Parigi, del 6 settembre 1617, ratificato a Madrid il successivo 26, ristabiliva in sostanza la situazione territoriale e politica anteriore alla guerra. La reazione con cui fu accolta la conclusione della pace dal Toledo e dall’Ossuna rivelano le segrete intenzioni della politica spagnola in Italia. La loro avversione dava luogo spesso a piccoli intrighi, più che a vere e proprie azioni politiche e militari. Il luogo da cui partivano queste macchinazioni era, a Venezia, sicuramente la casa del Marchese di Bedmar, che appoggiava, prima e dopo la pace, ogni azione ostile al governo marciano.[17] Nella primavera del 1618 il Consiglio dei Dieci era stato informato che si stava tramando una gravissima congiura contro Venezia. Si è molto discusso se si trattasse effettivamente di qualcosa di grave, o se invece si fosse ingigantita a dismisura la situazione; comunque i maggiori sospetti erano caduti sull’ambasciatore di Spagna, il marchese di Bedmar, che ne sarebbe stato il promotore assieme al vicerè di Napoli, duca di Ossuna.[18] La ricostruzione storica dell’avvenimento, fatta dalla stessa Repubblica, sostiene che Jaques Pierre, un corsaro normanno che aveva lavorato per il duca di Ossuna, si era trasferito a Venezia e, in accordo segreto con lo stesso Ossuna e il Bedmar, si era messo in contatto con un certo Langland, Nicolò Renault e altri avventurieri francesi. Insieme progettano delle azioni di sabotaggio ai danni di Venezia, incendi in Arsenale e Zecca, incursioni di mercenari olandesi armati in città e infine addirittura l’assalto al palazzo Ducale, in attesa dell’arrivo della flotta spagnola da Napoli; questo presunto colpo di stato, che aveva come obiettivo quello di saccheggiare Venezia e di consegnarla poi agli Spagnoli, non ha successo perchè due dei congiurati, il capitano Baldassarre Juven e Gabriele Moncassino, rivelano tutto agli Inquisitori di Stato, che arrestano e torturano i capi e i principali colpevoli: alcuni vengono strangolati in carcere e poi esposti pubblicamente tra le colonne di San Marco, altri affogati nel canale Orfano e infine il Langland e il Pierre, imbarcati sulla flotta veneziana, vengono annegati in mare, mentre la pena capitale tocca anche a Piero Berardo, un comandante militare colpevole di aver progettato la consegna agli Spagnoli della città di Crema. Questa è la versione ufficiale del governo veneziano, scritta da Paolo Sarpi, ma mai pubblicata.[19] Molto più misurato, nel 1662, il giudizio di Battista Nani, storico della Repubblica, che ricorda gli “scelerati disegni” dell’Ossuna, accusa la Spagna, ma precisa che il Senato ha smorzato i toni su questa responsabilità per non compromettere la pace ormai stipulata.[20] Reale o immaginaria, questa congiura costringe Alfonso de la Cueva y Benavides, marchese di Bedmar, a lasciare velocemente la città e a ritirarsi a Milano.

 
 
Le spie del Marchese di Bedmar.

Quello che è sicuro è il complicato e ben radicato sistema spionistico messo in piedi dal Marchese, e tutto questo non rimane sconosciuto al controspionaggio veneziano. Venezia in questo periodo è già molto preoccupata per lo stretto rapporto tra la Spagna e il Papato, ma tutto questo sembra non preoccupare il Marchese che, appena giunto a Venezia, subito inizia a costruire la sua rete di spie. Tra queste c’è monsignor Domenico Bollani, vescovo di Canea, che accetta 500 ducati come ricompensa per il suo lavoro. Poco dopo vengono reclutati Angelo Badoer, Bernardino Rossi, segretario dell’ambasciata imperiale, il parmense Angelo Ceruti, il portoghese Jorge Cardoso, Antonio Meschita e Alessandro Granzino, che poi vedremo come spia “doppia”.[21] Tuttavia dopo la fuga di Angelo Badoer, un membro delle “case vecchie” che aveva svolto numerosi incarichi diplomatici e che era stato accusato di avere stretto rapporti segreti con gli Spagnoli, la struttura spionistica del marchese mostra le prime crepe, soprattutto per i vuoti lasciati dai numerosi arresti eseguiti tra il 1612-13, dopo questo scandalo.[22] Anche da Madrid arrivano numerose critiche, poichè la politica intrapresa dal Marchese viene considerata troppo spregiudicata, soprattutto in uno stato, come quello veneziano, in cui proprio in quel periodo si ammassavano sempre più frequenti sospetti di congiure e tradimenti e dove gli Inquisitori di Stato stavano instaurando un clima di sospetto sempre maggiore. Tutto questo costringe il Marchese, per un breve periodo, a smorzare i suoi propositi; comunque già nel 1614 egli si rimette all’opera, continuando a pagare lo stesso Badoer, non più a Venezia, intessendo inoltre stretti rapporti d’amicizia con la famiglia vicentina Valmarana, filospagnola. Nel frattempo il controspionaggio veneziano compie dei passi da gigante: i sospetti veneziani sono sempre maggiori, e per questo motivo l’ambasciata spagnola è strettamente sorvegliata da una grande quantità di confidenti. Ma il successo più grande realizzato dagli Inquisitori è quello di infiltrare una spia nella rete di Bedmar; questa spia è Alessandro Granzino, che già prima avevamo visto al servizio dello stesso marchese.[23] La rete di confidenti al soldo del Bedmar sembra essere ingigantita dal Granzino, ma testimonianze coeve prese dal controspionaggio veneziano ne confermano l’importanza e la ramificazione.[24] Capo dei servizi segreti di Bedmar è, secondo Alessandro Luzio, il portoghese Antonio Meschita, un prete apostata. Inoltre in questi anni provengono da molte fonti, e da molte denuncie segrete, segnalazioni di corrispondenze sospette su spagnoli travestiti da frati etc. La più esplicita ammissione della rete di spionaggio spagnolo a Venezia, come fa notare Paolo Preto, viene in questi anni dallo stesso Bedmar: nei dispacci a Madrid e soprattutto nelle Istruzioni per Luis Bravo de Acuna, suo successore nell’ambasciata, documenti in mano agli Inquisitori, egli afferma di avere a Venezia una grandissima quantità di confidenti, che gli permettono di conoscere i “ pensieri più intimi et più secreti”.[25]

 
 
La rete del Bedmar da una riferta di Alessadro Granzino.

La lettera del 18 febbraio 1620, contenuta nella busta 610 del fondo degli Inquisitori di Stato, traccia in maniera dettagliata la struttura dello spionaggio spagnolo che ruotava intorno all’Ambasciatore cattolico. Essa contiene il memoriale in cui il bergamasco Granzino elenca minuziosamente tutte le persone, da lui conosciute o solamente sentite nominare durante il suo servizio presso l’Ambasciata spagnola, che avevano stretti rapporti col Bedmar. Si tratta non solo di confidenti segreti, ma anche di banchieri, che finanziano col loro denaro gli scopi spagnoli, mercanti, librai, commercianti, nobili di terraferma, ecclesiastici. Questo documento, di cui farò qui una sintesi, utilizzato anche da Lamberto Chiarelli in un suo saggio sulla reale storicità della congiura, elenca un elevato numero di persone, appartenenti ad ogni rango sociale, pronte, sempre secondo Grancino, a seguire il piano organizzato dal Marchese, e le descrive indicandone l’origine, il tipo di rapporto col marchese, chi le ha introdotte nella rete ,etc .

 

Vincenzo Tucio è un romagnolo, una spia di scarsa fortuna, arricchitasi una volta entrata alle dipendenze del Bedmar. A presentarlo al Marchese sono stati Ferdinando Tassis “della posta di Fiandra”, bergamasco, e Aurelio Mozzo Parolino, cittadino veneto, personaggi di punta nell’entourage dell’ambasciatore.

Aurelio Mozzo Parolino, un vicentino, ha contatti con l’ambasciata spagnola fin da giovane. Questa spia trova le sue notizie tra i patrizi e gli avvocati, e riesce spesso ad avere buone informazioni su quello che succede in Senato. Possiede numerosi beni a Vicenza, inoltre conosce molto bene numerosi mercanti tra Milano, Brescia, Bergamo e Verona. A Vicenza ha numerosi contatti con i conti da Porto e con altre famiglie pagate dalla Spagna. A Venezia ha contatti con un Moro che abita ai Frari; con un certo Domenego, che abita vicino ai Carmini; con un Vallaresso, che abita a S. Beneto; con i fratelli Vallaressi di San Giovanni decollato.

Ferdinando Tassis, bergamasco, che ha il controllo della posta di Fiandra e Augusta, è una spia del Parolino, grazie al quale ha sposato una donna molto ricca che ne favorisce l’azione antiveneziana. E’ uno dei più pericolosi nemici della Repubblica, contro la quale non perde mai occasione di agire.

Anzolo Gioisio è un trentino di circa 40 anni, che arrivò a Venezia molto povero, facendo di mestiere il facchino. Adesso, grazie al denaro guadagnato grazie ai servizi svolti per gli ambasciatori spagnoli, è molto ricco e possiede un gran numero di case. Durante l’ambasciata del Bedmar è divenuto uno dei suoi confidenti privilegiati, e uno dei più pagati, tanto che nella sua casa avvengono molti incontri tra le persone coinvolte in questa trama. E’ molto vicino alla famiglia Collalto, tanto da aver presentato persino il conte Rambaldo allo stesso Bedmar.

Bortolo Masorato è un cittadino comasco, “muschiero” di professione. Venuto anche lui a Venezia molto povero, farà la sua fortuna lavorando per l’Ambasciata spagnola. Il Bedmar era molto generoso verso di lui, e in cambio riceveva spesso informazioni molto preziose che il Masorato riusciva a strappare ai nobili che frequentavano il suo negozio; tra coloro che ebbero contatti con lui ci sono il nipote del Procuratore Giustiniano, con dei Morosini e con alcuni Soranzo.

Bertolo Rechi, francese, uno dei consultori al tempo dell’Interdetto, passa agli spagnoli informazioni sulla opinione pubblica riguardo tale contoversia, sullo schieramento che appoggia il Sarpi e su quello che appoggia le case Vecchie.

Giovanni Battista Ciotti, Fiorentino, esercita a Venezia la professione di librario ed è prima confidente del Bedmar e poi del Bravo. Nel suo negozio si incontrano molto spesso non solo i “ministri dei Principi”, ma tutte le persone, delle più varie categorie, legate al Bedmar e alla sua congiura. Anche lui è uno dei migliori confidenti del Marchese, e per questo viene pagato molto bene.

Sigismondo Strada, anche lui fiorentino, non esercita alcuna professione e abita a Venezia. Fornisce all’Ambasciatore spagnolo, attraverso alcuni suoi nipoti soldati, molte notizie sull’Isola di Candia. Non lavora solo per la Spagna, ma è un confidente anche del Nunzio Apostolico e di altri Residenti.

Giovanni Andrea Angelo Flavio dice di essere “mezzo milanese”, professa una sua religione, di “Costantino Imperatore”, ed è un confidente del Bedmar.

Baldissera Campi è un milanese, vive da tempo a Venezia ed è un tessitore di panni di seta. E’ un confidente del Bedmar ma non riceve una paga fissa; ha inoltre contatti con molti patrizi, con i tre fratelli Pisani e con altri.

Anche nelle città più importanti della terraferma molti erano i nobili “amici”del Bedmar:a Vicenza la maggioranza dei nobili sostiene il Marchese, tra i quali i conti Poiana e Capra sicuramente erano stipendiati; a Padova i conti Enea de Conti e i Signori Boromei; a Verona i conti Massimiliano e Ferdinando da Nogarola, la famiglia Canossa; a Brescia il conte Teofilo Martinengo; a Bergamo la casa Solza, Flavio Vertova, confidente del Tassis.

 

Tra gli altri il Granzino nomina anche i Conti de Calepio, il conte Galeazzo Suardo, Claudio Piatti, Vincenzo Fausto Vendechi, di Crema, Monsignor Briance, il Vescovo di Pola, Monsignor Stella. Molti ancora sono i confidenti che il Granzino nomina nel suo documento, ritenuti però meno importanti, che stanno comunque ad indicare quali e quanti fossere i contatti del Bedmar.  

 
  
Il dibattito storico sulla congiura.

Per quanto riguarda la veridicità della congiura, bisogna ricordare che mancano comunque gli atti del processo, che i testimoni vengono subito giustiziati e che le stesse comunicazioni fra i Dieci ed il Senato sono generiche e poco esaurienti: in sostanza più di qualche dubbio è sorto su questa congiura. Molti storici fino a poco tempo fa hanno discusso su questa questione, senza però trovare una soluzione chiara e definitiva. Per cominciare ricordiamo Leopold Von Ranke che, in una sua opera giovanile, sostiene che la congiura, se di congiura si può parlare, è ancora in una fase embrionale, ma a Venezia tutti credono nella sua esistenza.[26] Molto importante è anche il contributo dato da Italo Raulich in due suoi scritti. Nel primo, dove prende in esame documenti di fonte spagnola provenienti dall’ Archivio di Simancas, sostiene che non ci sono testimonianze di una diretta responsabilità del Bedmar e dell’Ossuna nella congiura, ma che tuttavia il Marchese aveva “se non promossa, incoraggiata e aiutata la trama contro Venezia”.[27] Il secondo documento è invece la pubblicazione di una interessante relazione che il Marchese di Bedmar aveva fatto sui veneziani, descrivendo anche i loro usi e i loro costumi, durante il suo soggiorno nella città lagunare.[28] Altra interpretazione è quella di Alessandro Luzio, nel 1918, basata sullo studio dell’Archivio Gonzaga, famiglia che nei primi del Seicento era strettamente legata alla Spagna, l’unica in grado di difenderla dagli attacchi di Carlo Emanuele I. Altro elemento, che dimostrava l’importanza di questi documenti, è il fatto che uno dei confidenti fondamentali per questa vicenda, il bergamasco Alessandro Granzino, esercitava il suo “mestiere” per lo stesso Bedmar, per Venezia e per i Gonzaga.[29] Con i suoi studi il Luzio arriva alla conclusione che “una congiura spagnola nel senso tradizionale non ha mai assolutamente esistito”,[30] e che i documenti negano gli accordi tra il Bedmar l’Ossuna e il Toledo, governatore di Milano; lui la considera una montatura utilizzata a fini politici, grazie alla quale Venezia ha potuto togliere di mezzo un ambasciatore scomodo come il Marchese. Luzio vede al massimo “un qualche progetto svanito di imprese architettate, durante lo stato di guerra guerreggiata, per sorprendere taluna delle piazze d’Istria e di terraferma, ma non già la dominante”.[31] Prendono invece le distanze da questa interpretazione Battistella, Chiarelli, che si basa sulle riferte del confidente Alessandro Granzino,[32] e De Rubertis,[33] che, nonostante non riescano a darne prova inconfutabile, credono nella possibilità che questa congiura sia stata realmente ordita. Il De Rubertis, in particolare, che si basa su documenti inediti, trovati nell’Archivio di Firenze, sostiene che la versione del Sarpi non deve essere messa in dubbio anche perchè “ è in perfetta concordanza con le notizie fornite da tutti i ministri veneti presso le corti estere e dai ministri di altri stati italiani residenti presso la Repubblica”.[34] C’è poi lo studio di Giorgio Spini, che definisce la congiura addirittura ”quattro francesi fanfaroni e un grande spavento”, per il quale non si può parlare asssolutamente di congiura spagnola contro Venezia.[35] Lo storico sottolinea che oltre all’ ”affare Badoer”, che aveva scatenato all’interno dell’ambiente veneziano una fortissima preoccupazione per tutto ciò che la Spagna poteva fare ai suoi danni, aveva pesato sulla vicenda il clima di incertezza in cui si stavano svolgendo, in quello stesso periodo, le elezioni dogali, dopo che in pochi mesi erano morti due dogi, Giovanni Bembo e Niccolò Donà.[36] Secondo il Cessi gli “episodi criminosi”, che coinvolsero alcuni personaggi di scarso prestigio, quali Giacomo Pierre, Nicola Renault, il capitano Lagrand, Alessandro Spinosa e Baldasarre Juven, non devono assumere troppa importanza, anche perchè i colpevoli vennero subito eliminati con delle punizioni esemplari. Tuttavia, sottolinea il Cessi, a Venezia non sfuggì la responsabilità dei mandanti e, vista anche la solita prudenza diplomatica veneziana, si limitò a chiedere l’allontanamento dell’ambasciatore.[37] Infine il Preto sostiene che nemmeno gli Inquisitori e il Consiglio dei Dieci avevano mai creduto ad una vera e propria congiura, preparata dal Bedmar e dall’Ossuna per prendere la città; si trattava probabilmente, come appare dalla grande quantità di delazioni, di un complotto di avventurieri e mercenari, non ancora strutturato, volto esclusivamente al saccheggio. Era stata comunque un’occasione provvidenziale per gli Inquisitori e per i Dieci, che l’avevano utilizzata per disfarsi non solo dell’ambasciarore, ma di tutta la rete di spie che aveva creato nella città lagunare.[38]  

 

Smascherata la congiura, della quale abbiamo appena parlato, nel 1619 ricomincia l’attività spionistica col nuovo ambasciatore, don Luis Bravo, che coinvolge ancora persone di vari livelli sociali.[39] Gli anni che vanno dal 1618, quando Bedmar lascia Venezia, al 1632, anno in cui arriva l’ambasciatore Juan Antonio de Vera, sono un periodo abbastanza tranquillo per quanto riguarda lo spionaggio spagnolo a Venezia. In questa fase, infatti, i due nobili spagnoli che succedono al Bedmar, Luis Bravo e Cristobal de Benavente y Benavides, evitano una politica troppo spregiudicata in relazione allo spionaggio. Il primo, dopo la condanna di Giovanni Minotto e l’impiccagione di Giovanni Battista Bragadin, cerca di non dare alimento ai sospetti già forti dei Veneziani, e questo è ciò che emerge dall’analisi dei suoi dispacci a Madrid.[40] Per quanto riguarda il secondo, il Benavides, ha solo due delatori, il mercante Daniele Nis e, forse, un senatore.[41] Il controspionaggio veneziano continua però ad agire in maniera sistematica; assistiamo infatti, per usare una definizione di Paolo Preto, ad una vera e propria “caccia alle spie”, che porta ad una incredibile quantità di raccordi e di arresti .Il “caso Foscarini”[42], che aveva provocato un enorme sconcerto nell’opinione pubblica, fa si che tra il 1623 ed il 1632 si plachi questa “psicosi dello spionaggio spagnolo e del tradimento”[43], anche se l’azione di controllo veneziana rimane continua. Intorno al 1630 ricompaiono, come vedremo per poco, le riferte del Granzino, che descrive l’ultimo periodo di permanenza a Venezia dell’ambasciatore Cristobal Benavides; da questa fonte scopriamo che il diplomatico non vede l’ora di partire per paura della peste.[44] Dalle sue riferte vediamo inoltre che vengono citati numerosi personaggi che incontreremo successivamente nelle trame del De Vera, presso la cui ambasciata, seppur per un brevissimo periodo, lo stesso Granzino presterà il suo servizio di delazione, esprimendo le prime preoccupazioni sull’operato del De Vera Sembra quasi un passaggio di consegne quello che avviene tra il bergamasco e Agostino Rossi, che compare con le sue riferte proprio nel periodo in cui perdiamo le tracce del Granzino.[45]

 
 

L’ambasciatore spagnolo a Venezia Juan Antonio de Vera.

 

Juan Antonio de Vera y Figueroa lavora a Venezia, in qualità di ambasciatore spagnolo, proprio nel periodo della guerra dei trent’anni. In questa fase storica inizia la crisi dell’egemonia austro-spagnola sull’equilibrio delle forze europee, che porrà fine definitivamente, con la pace di Westfalia, all’ideale di una cattolicità universale tanto sognato dalla monarchia spagnola. Il conte arriva a Venezia nell’estate del 1632, in un momento chiave del conflitto europeo che ne sconvolgerà totalmente l’assetto politico. La Spagna, tuttavia, in questo periodo è ancora molto forte, soprattutto nei confronti della Francia, sua principale rivale, che ancora non poteva partecipare direttamente alla guerra a causa dei numerosi problemi interni, tra i quali i conflitti con gli Ugonotti. Siamo nel 1628 quando Filippo IV nomina Juan de Vera “conde de la Roca” [46]: inizia così la sua carriera diplomatica che lo porta inizialmente in Savoia come ambasciatore straordinario. Qui, tuttavia, il suo lavoro è ostacolato dal collega francese, che lo costringe addirittura a porre fine alla sua missione. Dalla Savoia passa quindi a Venezia, in qualità di ambasciatore ordinario, al posto di Cristoforo Benavides, trasferito nel frattempo a Parigi. E’ in questo periodo che si placa la peste, scoppiata a Mantova nel 1630 dopo il sacco delle truppe imperiali, che aveva colpito la stessa Venezia, dove aveva causato numerose vittime. Qui, nella città lagunare, il suo nome viene italianizzato in “Conte della Rocca”, col quale egli verrà registrato negli archivi e firmerà tutti gli atti ufficiali.[47] Inizialmente il suo atteggiamento sarà molto cauto nei confronti dei politici veneziani, anche perchè lo stesso governo, soprattutto dopo la congiura di Bedmar, era divenuto molto diffidente nei confronti della Spagna, ancora potente e minacciosa. La situazione per Venezia era inoltre molto complicata, poichè tutte le forze in campo tentavano di spingerla ad entrare direttamente in guerra, rompendo così la neutralità in cui si era arroccata. In prima linea tra questi stati c’è sicuramente la Francia che, disseminando per tutta l’Europa i suoi agenti, cerca di attrarre vari stati nella sua orbita: fra questi Venezia aveva un ruolo fondamentale, soprattutto perchè avrebbe potuto risolvere le vicende belliche dell’area italiana, zona fondamentale della lunga guerra.

Tornando al Conte della Rocca, anche a Madrid, dove non tutti lo ammirano, ha fama di essere “inquieto, stravagante, amante delle invenzioni”.[48] Il suo grande vantaggio, rispetto agli avversari politici, è quello di essere protetto dal Conte Duca de Olivares, protezione che suggerì a Venezia una particolare cortesia nei suoi confronti. Il nostro ambasciatore, oltre ad essere un grande politico, era anche un discreto scrittore: il 31 marzo 1633, infatti, manda al Doge e a ciascuno dei componenti del Collegio dei Savi un libro composto da lui stesso dal titolo “El Fernando”, un poema eroico scritto ad imitazione della Gerusalemme liberata.[49] Questa sua abilità letteraria il Conte amava usarla spesso anche con gli interlocutori politici, che spesso faticavano a comprendere chiaramente i suoi discorsi.

Venezia, in ogni caso, ha un atteggiamento diffidente nei suoi confronti e, come abbiamo visto e vedremo successivamente, tenterà di conoscere tutti i suoi movimenti attraverso una fitta rete di confidenti durante tutto il periodo della sua permanenza a Venezia. Confidenti che annotano minuziosamente anche ogni sua attività e ogni suo stato fisico. Da loro filtrano infatti notizie su una invettiva contro il Papa preparata e fatta stampare nella casa dello stesso Conte.[50] In questo periodo il Papa Urbano VIII veniva continuamente attaccato dagli Spagnoli, e quindi dal Conte stesso, a causa del suo atteggiamento ritenuto in patria poco filospagnolo.[51] Numerose sono anche le notizie che filtrano a proposito della sua salute: a causa probabilmente del clima molto umido della città, i suoi problemi di natura reumatica aumentano sensibilmente, tanto da spingerlo a chiedere il ritorno in patria; richiesta che però, nonostante il suo pessimo stato di salute, non viene accettata.[52] Difficile la vita di Juan Antonio de Vera anche dal punto di vista economico: il denaro dal governo spagnolo arriva raramente, e basta appena a sanare i debiti; inoltre mancano i soldi per mantenere la rete di spie che lo stesso ambasciatore gestisce. Problemi di denaro che lo spingono addirittura, contro le stesse leggi della Repubblica, a prestare denaro come un usuraio.[53]

Periodo non molto tranquillo, dunque, quello vissuto dallo stesso ambasciatore nei suoi primi anni a Venezia. Altra data fondamentale per l’opera del Conte della Rocca è sicuramente il 1635, anno in cui la Francia entra in guerra contro la Spagna e occupa parte della Valtellina. Si apre così una nuova fase della guerra dei trent’anni anche per Juan de Vera, che chiede al Senato veneziano la neutralità integrale, ottenendo il passaggio di un contingente armato spagnolo per il territorio della Repubblica, purchè senza insegne. Tuttavia attraverso le terre veneziane passano anche molti viveri per la Valtellina destinati non alle truppe cattoliche, fatto sottolineato negativamente dal Conte, che invita Venezia ad una neutraltà più chiara. Ancora egli aveva tentato di portare i veneziani dalla parte spagnola, senza però grandi risultati, anche se comunque tra i due stati aumenteranno le manifestazioni di cortesia e di privilegio nei riguardi dei rispettivi diplomatici.

A metà del 1636, in un momento di grande sconforto, Juan de Vera aveva tentato ancora una volta di essere sostituito.[54] Le motivazioni non erano comunque chiare; forse si sentiva insicuro, non poteva contare su nessuno, nemmeno all’interno della sua stessa casa. Un grave colpo al nostro ambasciatore viene dato dai memoriali di Orazio Guidotti, una spia precedentemente al suo servizio che ora si confessa e tenta di portare alla rovina, oltre a se stesso, chi l’ha causata. Egli non accusa direttamente il Conte della Rocca, perchè troppo in alto, ma chi gli sta intorno. Accusa infatti il nobile veneziano, molto vicino agli ambienti spagnoli, Silvestro Querini, che però riesce a non farsi scoprire. Questo tentativo non va a buon fine e, una volta arrestato, Guidotti viene rinchiuso in prigione e vi rimarrà per 21 anni.[55] Tutta questa vicenda, anche se non porta a nulla di concreto, aumenta i problemi già numerosi per il Conte, oscurandone ulteriormente la figura. Non bastasse, la potenza spagnola in questa fase storica inizia la sua inesorabile decadenza: ne è una testimonianza la perdita di Casale, punto strategico per la conduzione della guerra, che avverrà nel 1640, e che lascerà sorpresi gli spagnoli. Dopo Casale anche Torino, tenuta dal principe Tommaso, fedele alla Spagna, sarà perduta il 17 settembre dello stesso anno. Tutto ciò contribuirà in maniera determinante a far perdere peso alle armi cattoliche in Italia e di ciò se ne renderà conto il de Vera. Gli ultimi anni della sua ambasciata a Venezia sono tra i più duri, sia per le ristrettezze economiche, sia per le condizioni di salute che lo travagliano continuamente.[56] Per questo motivo chiede ancora una volta di essere sostituito e di essere trasferito in un’altra sede. Inoltre per la Spagna la situazione è sempre più critica: non solo manca il denaro per le ambasciate estere, ma nella stessa Spagna il crollo finanziario è divenuto insostenibile. L’ambasciatore ormai non riceve denaro da anni, tuttavia non gli viene concesso il trasferimento; la sua reputazione inizia però a deteriorarsi, così come la sua salute va peggiorando; ormai la vicenda del Conte della Rocca si avvia alla conclusione. L’incidente con cui viene tolto di mezzo è molto banale: una semplice controversia con un sarto veneziano viene abilmente montata e usata, anche da parte veneziana, per screditarlo agli stessi occhi del suo protettore, il Conte Duca de Olivares.[57] Soltanto l’anno dopo comparirà a Venezia il sostituto del Conte della Rocca, il marchese de Las Fuentes[58], che sancirà inequivocabilmente la fine della sua esperienza veneziana.                                                 

 
 
Agostino Rossi.
 

Agostino Rossi è un sacerdote e un uomo di lettere che succede, come spia all’interno dell’ambasciata imperiale, ad Alessandro Granzino, nel 1633.[59] Nella prima lettera, senza data, offre i suoi servigi agli Inquisitori, allegando, assieme alla richiesta, il suo curriculum vitae, in cui sottolinea i momenti duri vissuti fino ad allora presso la Residenza Cesarea. Suddito della sede Apostolica, era stato segretario nel governo della città di Jesi e Provveditore allo Stato Ecclesiastico; poi era passato a Venezia come segretario del defunto Residente Cesareo Niccolò Rossi. Utilizzando anche le informazioni di Granzino[60] , scopriamo che Agostino Rossi avrebbe desiderato servire il conte Della Rocca come segretario; ma questi, che aveva ricoperto le due cariche, Residente Cesareo e Ambasciatore spagnolo, solo per qualche mese, durante il 1633, in attesa di Lorenzo Brigido[61] , gli aveva preferito un certo don Giulio Borgorucci, che sarà l’avversario del Rossi per il grado di segretario nella stessa ambasciata.[62] Uno dei fattori principali che favorisce l’azione delatoria del nostro sacerdote è lo stretto rapporto in cui vivono, soprattutto in questo periodo per ragioni politiche, l’Ambasciatore Cattolico e il Residente Cesareo. Per questo motivo il Rossi, che almeno inizialmente non ha il grado di segretario, ma sostituisce don Giulio quando si assenta da Venezia per ragioni di famiglia , ha libero accesso sia nell’Ambasciata spagnola che in quella imperiale, osservando quindi da vicino quello che succede da ambo le parti.[63] Almeno inizialmente nessuno dei due diplomatici dubita di lui e anche tra loro i rapporti sono buoni. I due, quindi, non immaginando di avere una spia in casa, seminano per tutta la città i loro confidenti, in modo da raccogliere in città il maggior numero possibile di notizie da inviare ai loro sovrani.[64] Don Agostino ha un rapporto molto stretto anche col De Vera, tanto da avere accesso all’ufficio privato dello spagnolo, e persino lo aiuterà nella traduzione di alcune delle sue composizioni letterarie. La quantità di notizie fornite, almeno in questa fase, indicano che la nostra spia aveva a sua volta degli informatori: ci parlerà infatti di un “amico”, forse il cameriere don Garzia, oppure lo stesso Borgorucci, come sappiamo segretario del Conte, in questo momento ancora amico del Rossi, finchè non scoppierà tra loro la rivalità per la carica di segretario. Così, in relativa tranquillità, può copiare e inviare agli Inquisitori tutte le lettere dell’ambasciatore che gli passano sotto mano, anche quelle destinate allo stesso sovrano spagnolo, che in questo modo ne conosce il contenuto molto tempo dopo la stessa Repubblica veneziana. Le informazoni di Agostino Rossi sono molto dettagliate, ricche di particolari, che ripetono spesso gli stessi dialoghi tra gli interlocutori. Del 5 ottobre 1633 è la prima lettera di una certa importanza che troviamo nei suoi documenti: descrive un dialogo, molto importante per i risvolti politici che produrrà, avvenuto in sua presenza tra l’Ambasciatore Cattolico, il Nunzio e il Residente di Toscana. Quest’ultimo, pagando colpe non sue ma soprattutto dello spagnolo, verrà richiamato alla corte toscana per aver preso delle posizioni rispetto al Papa che il Nunzio non aveva assolutamente gradito.[65] In realtà non sarà solo questo il motivo che lo riporterà in patria ma, come vedremo, lo stesso governo veneziano, attraverso una vicenda poco chiara, agirà affinchè questo succeda.

 
 
Una vendetta “trasversale”.

Il 13 ottobre il Capitan Grande con quaranta zaffi fa imprigionare il primo gondoliere del Residente di Toscana[66] : ufficialmente questo arresto viene effettuato per alcune parole ingiuriose pronunciate dal gondoliere contro il governo veneziano. In realtà, come sosteneva lo stesso Residente di Toscana, che già era andato in Collegio a chiederne la liberazione, peraltro inutilmente, si trattava di una “vendetta trasversale” da parte della Repubblica, che definiva la casa del Residente un covo di contrabbandieri, di banditi e di altri malfattori.[67] Questo avvenimento sorprende tutta la città, e indigna tutti i ”ministri de Principi”, che propongono addirittura, come risarcimento di tutti questi affronti, di “far tirare una archibugiata” al Capitan Grande. Gli organizzatori di questa trama, che tuttavia non si realizzerà, sono l’Ambasciatore di Spagna, che “tiene in petto un certo veleno” poichè la sua gondola è stata svaligiata,e il Residente Cesareo, mentre” Toscana” ha partecipato ”solo nel pensiero” perchè è in discredito verso la Repubblica e, come abbiamo visto, verso lo stesso Granduca.[68] Il 30 ottobre il rappresentante di Toscana “reclama” ancora per la prigionia del suo poppiere, che definisce ancora “trasversale” e “fatta per chimeriche inventioni”, sostenendo inoltre che la versione sull’arresto fornita dal governo veneziano non era completa per il fatto che il gondoliere assieme alle parole incriminate ne aveva dette altre che lo scagionavano.[69] Nonostante questo ultimo tentativo l’epilogo di questa vicenda avviene, purtroppo per lo sventurato servitore, in Consiglio dei Dieci, dove viene condannato al taglio della lingua che puntualmente, qualche giorno dopo, viene eseguito in pubblico. Viene inoltre immediatamente rinchiuso in galera e condannatovi per 10 anni, “e per una sola balla ha scampato d’esser fatto morire”. Questo avvenimento, da quello che ci riferisce il Rossi, sembra aver molto colpito il popolo, che ritiene questa esecuzione “una vanìa e una evidente ingiustizia”, credendo che il poppiere, purtroppo, abbia pagato le colpe del padrone.[70] Tutta questa vicenda spingerà il Granduca di Toscana a non inviare nella città lagunare, fino al 1637, nessun altro suo rappresentante. Obbiettivo principale di questa strategia veneziana era in realtà non tanto il Granducato ma la stessa Spagna, visti gli strettissimi rapporti che legavano la corte toscana a quella cattolica, sottolineati chiaramente anche dalla assidua frequentazione tra il Conte della Rocca e il Residente toscano Buondelmonti.[71]

 

E’ incredibile la quantità di vicende che si intrecciano nelle relazioni del nostro sacerdote: esse vanno dai dispacci, da lui copiati, sulla battaglie della guerra dei trent’anni, che stava devastando buona parte d’Europa, ai rapporti con lo Stato Pontificio, ai problemi di Mantova. Altro argomento che tiene banco in quel periodo a Venezia, è una stampa che contiene una invettiva contro il Papa; uscita con un luogo di stampa falsificato, è in chiara sintonia con l’atteggiamento del Conte della Rocca che, come abbiamo detto, attacca continuamente Urbano VIII per la sua politica ritenuta poco vantaggiosa per gli interessi della Spagna. Abbiamo inoltre notizia di un’altra pubblicazione antipapale, questa volta stampata proprio in casa dello stesso Conte, che coinvolge numerosi diplomatici.[72] Questa vicenda riempie molte delle lettere che il Rossi invia agli Inquisitori, e porta persino alla denuncia di alcuni stampatori.[73] E’ comunque un periodo di tensione per la nostra spia, che rischia di essere scoperta; l’ ambasciatore spagnolo, infatti, comincia a sospettare che ci sia una spia all’interno dell’ambasciata.[74] Il Rossi riferisce tutto questo agli Inquisitori, manifestando chiara perplessità sul proseguimento del suo incarico segreto. Dopo questo avvenimento comincia un periodo di parziale silenzio, in cui le notizie che filtrano sono poche e poco sicure; lo rivediamo all’opera intorno al 1636, quando ci informa su alcune opere letterarie del De Vera alle quali lui stesso ha contribuito come traduttore.[75] Sono comunque poche notizie e soprattutto di scarso interesse, che lo spingono a scusarsi apertamente con gli stessi Inquisitori , anche perchè continua ad essere pagato per un servizio che ormai fa fatica a realizzare. Finalmente ha la possibilità di raccontare una notizia molto importante: viene infatti nominato, la lettera è del 14 aprile 1636, segretario presso il Residente Cesareo grazie anche al sostegno del Conte di Verdenberg, cancelliere imperiale.[76] Tuttavia da questo momento inizia il suo declino: infatti sia Lorenzo Brigido che il Conte della Rocca, ormai esasperati dalla sua scomoda presenza, scrivono a Vienna chiedendo la revoca della carica concessa al Rossi, lanciando verso di lui accuse molto pesanti.[77] Nonostante tutto la nomina non viene revocata, forse perchè i protettori del nostro segretario sono ancora dalla sua parte; è comunque solo una questione di tempo. Le accuse continuano senza sosta, sempre più penetranti, a tal punto che lui stesso è costretto a discolparsi in una lettera diretta addirittura a Sua Maestà Cesarea e datata 4 luglio 1636.[78] Viene accusato apertamente dal Conte di essere una spia al servizio dei veneziani, che possono quindi conoscere minuziosamente tutti gli affari spagnoli. Invano cerca di difendersi, lanciando lui stesso accuse al nobile spagnolo, che però non sortiscono gli effetti sperati; tutti ormai credono al De Vera, anche se cerca ancora di trovare appoggi a Vienna tra i suoi protettori, cercando aiuti dappertutto e trovando solo il sostegno del Duca di Sabbioneta.[79] Parte quindi per Gradisca, e poi per la capitale austriaca, cercando in ogni modo di risollevare le sue sorti, ma gli viene a mancare addirittura il denaro per il viaggio, cosa che lo costringe a chiedere un aiuto economico agli Inquisitori . Dopo un lunghissimo periodo di silenzio lo ritroviamo a Venezia, pronto a offrire agli Inquisitori un buon informatore presso la segreteria del Nunzio, dove egli stesso lavora.[80] E’ l’ultima testimonianza che ci parla del nostro sacerdote-spia, ormai senza denaro e mezzi di sussistenza, che continua a vagare, da quando è stato licenziato dal Conte della Rocca, tra Vienna e Venezia, senza trovare qualcuno che gli offra un buon lavoro.

 



[1] G.Benzoni, Venezia e la Spagna nel Seicento, in Venezia e la Spagna, Milano, Electa, 1988, p. 155.

 
[2] Ibidem, p. 156.
 

[3] Cozzi, Kapton, Scarabello, La Repubblica, p. 97.

 
[4] Ibidem, p. 100.
 
[5] Preto, I servizi Segreti, p. 124.
 
[6] Ibidem, p. 122.
 
[7] Ibidem, p. 124.
 
[8] Ibidem, p. 125.
 
[9] Ibidem, p. 125.
 

[10] A.S.V., I.S., b. 607-608, 1606,1618; L.Chiarelli, Il Marchese di Bedmar e i suoi confidenti, come risultano dalla corrispondenza segreta del “novellista” Alessandro Granzini con gli Inquisitori di Stato, in«Archivio veneto-tridentino», VIII, 1925, p. 151.

 
[11] Chiarelli, Il Marchese di Bedmar, p. 151.
 
[12] A.S.V., I.S., b. 609, 6 dicembre 1616.
 

[13] A.S.V., I.S., b. 609, 14 novembre 1612; Chiarelli, Il Marchese di Bedmar, p. 152.

 
[14]A.S.V., I.S., b .609, 14 giugno 1617.
 

[15]A.S.V., I.S., b. 609, 24 maggio 1618; Chiarelli, Il Marchese di Bedmar, p. 153. “...Da me più volte è statto rapresentato, la qualità et condicione, l’artificio, industria et modo di governarsi dell’Ambasciatore Spagnolo per più nuocere a questa Serenissima Repubblicaverso la quale professò un invecchiato odio et è arivato a tal segno ogni sua acione e intento al precipicio della Repubblica onde per cio attende a molte pratiche et si serve de ogni sorte di gente per arivar al suo intento...”

 
[16]A.S.V.,I.S., b. 610, 15 giugno 1620
 
[17] Cessi, Storia della Repubblica, pp. 598-599.
  

[18]Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, cit., pp.101-102.

 

[19] E.Levi, Per la congiura contro Venezia nel 1618, in «Nuovo Archivio Veneto», serie IX, tomo XVII, parte I, 1899, pp. 5-65. Sulla congiura spagnola contro Venezia è stata pubblicata in più testi la versione ufficiale del governo veneziano, scritta, nel 1618, dal Consultore della Repubblica Paolo Sarpi, ma mai resa nota dallo stesso governo. Nel maggio del 1618, infatti, non si ritenne opportuno pubblicarla, scelta dovuta al fatto che non si voleva sconvolgere la pace che era stata da poco ottenuta. Questa versione del Sarpi prende il titolo di Congiura ordita da Pietro Giron di Ossuna Vicerè di Napoli, ed è stata pubblicata oltre che dalla Levi anche dal Ranke in Storia critica della congiura contro Venezia nel 1618, Capolago, Tipografia Elvetica, 1838, pp.205-235.   

 
[20]Preto, I servizi segreti, p. 147.
 
[21] Ibidem, p. 123.
 
[22] Ibidem, p.124.
 

[23] A.Luzio, La congiura spagnola contro Venezia, in Miscellanea di storia veneta, serie III, tomo XIII, Venezia, 1918, p. 101.

 
[24] Preto, I servizi segreti, p.127.
 
 
[25] A.S.V., I.S., b. 495, 24 giugno 1633.
 
[26] Ranke, Storia critica, pp. 1-235.
 

[27] I.Raulich, La congiura spagnola contro Venezia, in«Nuovo Archivio Veneto», tomo VI, 1893, pp. 85-86.

 

[28] I.Raulich, Una relazione del Marchese di Bedmar sui veneziani, in «Nuovo Archivio Veneto»,tomo XVI, 1898, pp. 5-7. Questa relazione, col nome di Relatione di Venezia fatta da Don Alfonso de la Cueva, Conte di Benamar, già ambasciatore Residente appresso essa Repubblica per la Maestà del Re Cattolico Filippo Terzo et hoggi cardinale di Santa Chiesa, si trova nell’archivio vaticano.

 
[29] Luzio, La congiura, pp. 4-5.
 
[30] Ibidem, p. 92.
 
[31] Ibidem, pp. 92-93.
 

[32] L.Chiarelli, Il Marchese di Bedmar e i suoi confidenti, come risultano dalla corrispondenza segreta del novellista Alessandro Granzini con gli Inquisitori di Stato, in «Archivio Veneto-Tridentino», 1925, volume VIII, pp. 144-173.

 

[33] A.De Rubertis, La congiura spagnuola contro Venezia nel 1618, secondo i documenti dell’Archivio di Stato di Firenze, in «Archivio Storico Italiano», Firenze, 1947, pp. 11-49, 153-167.

 
[34] Ibidem, p. 49.
 
 

[35] G.Spini, La congiura degli spagnoli contro Venezia del 1618, in «Archivio Storico Italiano», 1950, p.172.

 
[36] Ibidem, p.171.
 
[37] Cessi, Storia della Repubblica, pp. 598-599.
 
[38] Preto, I servizi segreti, pp. 150-152.
 
[39] Chiarelli, Il Marchese, p. 163.
 
[40] Preto, I servizi segreti, p. 128.
 
[41] Ibidem, 128.
 

[42] Antonio Foscarini, giustiziato il 22 aprile 1622 con l’accusa di aver frequentato di nascosto l’Ambasciata spagnola e di aver fornito informazioni segretissime, viene riabilitato dal Consiglio dei Dieci il 18 gennaio 1622 more veneto (1623).

 
[43] Preto, I servizi segreti, p. 129.
 
[44] A.S.V., I.S., b. 610, 11 luglio 1630.
 
[45] A.S.V. I.S., b. 610, 18 ottobre 1633.
 

[46] B.Cinti, Letteratura e politica in Juan Antonio de Vera, ambasciatore spagnolo a Venezia (1632-1642), Venezia, Libreria universitaria editrice, 1966, p. 15.

 
[47] Ibidem, p. 16.
 
[48]  Ibidem, p. 16.
 
[49]  Ibidem, p. 18.
 

[50] A.S.V., I.S., busta 628, 30 ottobre 1633.

 

[51] In questo opuscolo il Conte attacca il Papa perchè non condanna l’alleanza francese con gli eretici svedesi.

 

[52] Cinti, Letteratura e politica, p. 20.

 

[53] A.S.V., I.S., b. 629, 12 gennaio 1634.

 

[54] Cinti, Letteratura e politica, p. 24.

 

[55] Preto, I servizi segreti, p. 133.

 

[56] Cinti, Letteratura e politica, p. 62.

 
[57] Ibidem, p. 64.
 
[58] Ibidem, p. 65.
 
[59] A.S.V., I.S., b. 628, senza data.
 
[60] A.S.V., I.S., b. 610, 18 ottobre 1633.
 
[61] Cinti, Letteratura e politica, p. 22.
 

[62] A.S.V., I.S., b. 628, senza data, è il curriculum vitae di Agostino Rossi.

 
[63] Ibidem.
 
[64] Cinti, Letteratura e politica, p. 23.
 

[65] A.S.V., I.S., b. 628, 3 novembre 1633.

 
[66] A.S.V., I.S., b. 628, 15 ottobre 1633.
 

[67] A.S.V., I.S., b. 628, 19 ottobre 1633. Le parole ingiuriose professate dal Poppiere sarebbero: ”ancora questi cani non sono sazi del nostro sangue”.

 
[68] A.S.V., I.S., b. 628, 11 ottobre 1633.
 

[69] A.S.V., I.S., b. 628, 30 ottobre 1633. Secondo il Residente toscano tali parole sarebbero: “se fossero tutti dell’humor mio”.

 

[70] A.S.V., I.S., b. 628, 4 novembre 1633.

 
[71] Cinti, Lingua e letteratura, p. 24.
 

[72]A.S.V., I.S., b. 628, 30 ottobre 1633. “...Le stampe toccanti il Papa, delle quali feci parte a Vostre Signorie l’ordinario passato et anche il presente, sono state mandate in ronda e rimesse in diversi luoghi...”

 

[73] A.S.V., I.S., b. 628, 24 ottobre, 6 novembre 1633.

 

[74] A.S.V. I.S., b. 628, 12 gennaio 1633 (more veneto 1634). “...Uscì a dirmi che era tutto contaminato; gli domandai per qual causa, mi rispose...l’Ambasciator di Spagna mi ha detto che io ho uno spione in casa...”.

 
[75] A.S.V., I.S., b. 629, 28 gennaio 1635 (1636).
 

[76] A.S.V. I.S, b. 629, 3, 14 aprile 1636. ”...Devo significarle che con l’ordinario di Vienna ho avuto una lettera del Signor Conte di Verdenberg cancelliere aulico imperiale, nella quale mi avvisa come S. Maestà Cesarea mi ha nominato e dichiarato suo segretario appresso la Serenissima Repubblica di che si era dato parte al signor residente veneto...”

 
[77] A.S.V., I.S., b. 629, 6 maggio 1636.
 
[78] A.S.V., I.S., b. 629, senza data.
 
[79]A.S.V., I.S., b. 629, 25 ottobre 1636.
 

[80] A.S.V., I.S., b. 629, 22 novembre 1642. “La mia sincerissima divotione et humilissima servitù verso gli interessi della Serenissima Repubblica resta comprobata da tanti affetti ne’ tempi passati...”

 

La morte nei secoli

Balzac in un dipinto tratto da un dagherrotipo del 1842La morte nella Comédie Humaine / Alessandra Comuzzi; relatore Alan Freer [2004]. - Università degli Studi di Pisa: Facoltà di lingue e letterature straniere, A.A. 2003-2004

Gli atteggiamenti nei confronti della morte sono cambiati notevolmente nel corso dei secoli, anche se molto lentamente. E’ possibile rendersene conto vedendo come sono cambiati i testamenti, gli “spostamenti” dei cimiteri e, ovviamente, come essa è trattata in letteratura.

Sino a circa metà del Medioevo, la morte era una cosa che non faceva assolutamente paura, era, per così dire, addomesticata [ARIÈS PHILIPPE, Storia della morte in Occidente,  Milano, BUR, 1988, pag. 18], ovvero si era rassegnati all’idea che essa costituiva il destino di tutti. C’era molta familiarità con la morte, e le caratteristiche comuni riportate in letteratura erano le seguenti: generalmente si sapeva che si stava per morire e perciò si aveva il tempo per eseguire tutta una serie di cerimoniali che erano ormai protocollati (si esprimeva un breve rimpianto per la vita e poi ci si dedicava alla preghiera); la morte era una cerimonia organizzata ed anche pubblica e, soprattutto, tutti i riti venivano compiuti in modo automatico, senza dimostrazioni di carattere drammatico. Inoltre questa familiarità era dimostrata anche dal fatto che il mondo dei morti non era separato da quello dei vivi: il cimitero sino al XVII secolo era ubicato accanto alla chiesa.

A partire dal XII secolo si può notare un importante cambiamento nei confronti della morte: essa non viene più accettata con la tranquilla rassegnazione che caratterizzava il periodo precedente, ma viene caricata di un nuovo significato soggettivo che si può comprendere analizzando l’iconografia del tempo che rappresenta il Giudizio universale. In questo modo, l’uomo, proprio al momento della morte acquista coscienza della sua individualità. Si passa perciò dalla morte intesa come fatto riguardante la collettività, alla morte che concerne il singolo soggetto, la propria morte.

Il 1700 porta ulteriori cambiamenti: essendo un secolo prettamente laico, scompare l’idea del Giudizio, scompare la figura del prete accanto al moribondo e viene sostituita da quella del medico. Si inizia un confronto moderno con la morte, essa viene razionalizzata, all’idea della morte si risponde con la vita. Ormai ci si preoccupa più della salute del corpo che di quella dell’anima, si lotta contro la morte, cambiano anche i testamenti (mentre prima si lasciava tutto alla Chiesa, ora l’eredità spetta alla famiglia), nascono le tombe singole o di famiglia e si diffondono anche gli epitaffi su targhe commemorative. E’ come se il fatto di poter andare nel luogo preciso dov’era sepolta la persona cara, le conferisse una sorta d’immortalità. Ciò dimostra che c’era una “nuova ripugnanza ad accettare la scomparsa della persona cara”. [ARIÈS PHILIPPE, Storia della morte in Occidente,  Milano, BUR, 1988, pag. 60]  Dopo il 1760, però, la paura della morte ricompare, anche se coesisterà con l’atteggiamento razionale sino alla fine del secolo. La cosa che più terrorizza l’immaginario collettivo è la paura della sepoltura in vita e della morte apparente, cosa che dimostra l’inquietudine davanti alla mancanza di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti, rappresentata anche dal fatto che ci fu un gran movimento di contestazione nei confronti dei cimiteri all’interno delle città. Si pensava che le esalazioni da essi prodotti potessero nuocere alla salute pubblica e se ne decise la distruzione. I nuovi cimiteri, Père-Lachaise, Montparnasse e Montmartre, furono perciò costruiti fuori dalla città ai primissimi dell’Ottocento, anche se in seguito (1840) [VOVELLE MICHEL, La morte e l’Occidente: dal 1300 ai giorni nostri. Bari, Editori Laterza, 1993, pag. 563] furono inglobati dall’agglomerato cittadino che si espanse notevolmente. Infine, elemento molto importante che anticipa il Romanticismo, è la comparsa del lutto e delle lacrime, a testimonianza di un cambiamento della sensibilità collettiva.

L’Ottocento, riprendendo l’atteggiamento della fine del secolo precedente, è caratterizzato dalla paura della morte; essa ossessiona l’immaginario collettivo e il romanticismo ne fa uno dei suoi leitmotiv. Molti elementi sono cambiati rispetto ai secoli precedenti: il tasso di mortalità è diminuito, anche grazie alla fine delle epidemie e ad una migliore alimentazione di base, c’è la nascita della società industriale, e inoltre ci si pone il fine di sconfiggere la morte attraverso la medicina e i vaccini. Ma non bisogna dimenticare che, a partire dal 1815, esplose in Francia il cosiddetto mal du siècle. La malinconia che lo caratterizza fa sì che la morte diventi qualcosa di temuto e un argomento ricorrente. La paura della morte ora non è più soggettiva: la morte romantica per eccellenza è “la morte dell’altro, la morte del tu” [ARIÈS, op. cit., pag. 50].   L’indizio principale di questo cambiamento è dato da una modificazione del comportamento dei familiari presenti: come già si era preannunciato alla fine del ‘700, accanto all’espletamento dei soliti riti cerimoniali, è comparsa la manifestazione del dolore vero. C’è una vera e propria intolleranza all’idea della separazione definitiva dai congiunti, e persino una commozione all’idea stessa della morte.
Un altro aspetto fondamentale nato verso la fine del 1700, di completa rottura con i secoli precedenti, che il 1800 fa totalmente suo e sviluppa è la morte femminile (dovuta anche al fatto che finalmente la donna non è più tenuta lontano dai funerali come un tempo), che rappresenta sia la buona morte, quella dolce, della donna-angelo, che quella vergognosa, provocata dalla femme-fatale. E’ una rievocazione di Eros e Thanatos messa in atto dalla donna fatale, cioè colei che non rispetta i canoni borghesi, generalmente un prostituta, e che porta alla morte perché può contagiare malattie vergognose. La donna-angelo è colei che normalmente muore per amore, generalmente di consunzione, mentre la femme-fatale muore, e fa morire, di sifilide. Essendo una malattia ereditaria, la sifilide produsse la sindrome del contagio e annullò le differenze di classe che erano invece caratteristiche delle malattie come il colera (dei poveri) e la tisi (quasi esclusivamente femminile e aristocratica), essendo la cortigiana un anello di congiunzione di tutte le classi sociali. In letteratura la tisi è vista quasi come una malattia premio perché, essendo lunga e facilmente occultabile, permette al malato di pentirsi di eventuali errori commessi e di morire di una bella morte. Al contrario, la sifilide, essendo una malattia venerea, è vergognosa perché riguarda il sesso e ripugnante nelle sue sintomatologie. Essa rappresenta la sconfitta della scienza, e chi ne è affetto si isola sia per vergogna che per prevenzione, ma rappresenta anche la degenerazione della società intera, in quanto essa tocca i capisaldi della società borghese: il denaro e la famiglia. E’ una malattia punitiva. Si crea perciò una divisione ideale in buoni e cattivi da cui prende forma la figura della vittima, la moglie che viene contagiata senza alcuna colpa.

Un’altra caratteristica di questo secolo è, prevedibilmente, l’importanza che assume la famiglia intorno al moribondo: essa è sempre stata presente, ma ora assume una rilevanza maggiore perché la morte diventa un fatto privato. Come si è già detto, c’è una nuova manifestazione del lutto da parte dei familiari, che inoltre tendono a nascondere al malato la gravità del suo stato per proteggerlo, ma, così facendo, lo privano di una cosa che in passato era fondamentale: il sapere che la morte sta arrivando. Inoltre essi fanno costruire le cappelle di famiglia, che rappresentano un’ulteriore sacralizzazione della famiglia, essendo il luogo privato del dolore e del ricordo. Questo comportamento attesta anche che la paura prodotta dalla vicinanza dei cimiteri, caratteristica della fine del ‘700, è stata superata; oramai il cimitero è considerato necessario all’interno della città e ritrova perciò la collocazione che mantiene tuttora. Anche l’atteggiamento del moribondo è cambiato: egli si affida completamente ai suoi parenti, si fida di loro, e pensa al loro futuro nel testamento, ora completamente laicizzato. Il momento dell’agonia diventa quello in cui si dimostra il maggiore attaccamento alle cose terrene, sia per ciò che riguarda gli affetti che per i beni materiali. Il distacco è netto: mentre prima si pensava alla salvezza dell’anima, all’aldilà, ora si dimostra un estremo attaccamento ai valori terreni. Infine bisogna ricordare che in questo periodo nasce il funerale commerciale: le imprese funebri si incaricano di organizzare tutto, lasciando la famiglia libera di dedicarsi al proprio dolore. Ciò implica un’apparente solidarietà determinata dall’apparire dei necrologi (la morte viene, per così dire, pubblicizzata), ma comporta anche una privazione dell’intimità che la caratterizzava. Inoltre, a partire dal 1870, nasce la cremazione [VOVELLE, op. cit., pag. 587]  a dimostrare che l’ossessione per la morte è divenuta praticamente intollerabile.

Tutto ciò dimostra che non c’è più familiarità con la morte, che essa provoca una paura tale che la porterà a diventare, nel 1900, il tabù maggiore.

La morte secondo Balzac         

Nel XIX secolo la presenza della morte nei romanzi era una parte essenziale della narrazione e anche un oggetto di meditazione filosofica. In questo periodo il romanzo di solito consisteva nella narrazione della vita di un personaggio, e la morte spesso rappresentava il punto culminante della narrazione, il climax.

La concezione cinica della storia e dei rapporti umani illustrata da Balzac nella Comédie Humaine investe anche il tema della morte. Nei suoi oltre novanta romanzi, la maggior parte dei personaggi si muove con fini egoistici, di bieca lotta per la sopravvivenza e l’arricchimento. Il messaggio dell’intera opera sembra essere che bontà, generosità e tutti i buoni sentimenti, benché valori nobili ed elevatissimi, non trovano posto nella società umana e sono destinati ad essere schiacciati da altri “valori” quali il denaro, l’arrivismo, il potere e l’apparenza. In un quadro così triste e negativo dei meccanismi sociali, la morte diventa un momento cruciale in cui appare la degenerazione del sistema sociale.
Balzac subì le influenze del Romanticismo, infatti molte sono le descrizioni di donne-angelo presenti nella sua opera, ma era anche uno scrittore realista, pittore fedele della società in cui viveva.

Per lui in fondo la morte è “una funzione biologica fra le altre, quella che segna, con razionalità scientifica, la distinzione fra vivente e non vivente” [PELLEGRINI ERNESTINA, Necropoli immaginarie, Firenze, Le Lettere, 1996, pag. 32], ma, al tempo stesso, essa riscatta quasi sempre il personaggio. Balzac subisce ancora il fascino del mito eroico, anche se ormai non si tratta più di valorosi combattenti o prodi cavalieri ma di borghesi in ascesa che lottano per i loro interessi personali, perciò descrive il moribondo (laddove si tratti di un personaggio principale) con una sorta di grandezza che gli riconsegna la dignità propria dell’essere umano. E’ pur vero che Balzac spesso riferisce di particolari fisiologici per niente eroici, ma proprio questi dettagli, contrapposti alla forza di grandi sentimenti, aumentano lo profondità dei personaggi. Essi elevano ulteriormente la statura morale di personaggi come il Père Goriot o enfatizzano la scelleratezza di quelli come Grandet. “Nessun personaggio balzacchiano […] è insignificante o ridicolo davanti alla morte” [PELLEGRINI ERNESTINA, Necropoli immaginarie, Firenze, Le Lettere, 1996, pag. 32]. Ma è anche vero che spesso, contemporaneamente all’elevare il singolo personaggio, egli mostra la degenerazione della società evidenziando anche le disuguaglianze di fronte alla morte attraverso le specie sociali rappresentate.
Seguendo il modello romantico, Balzac amava le strazianti scene d’addio, tanto che arriva quasi a disapprovare, attraverso le parole del dottor Benassis, chi non viene annientato fisicamente e moralmente dalla morte delle persone care [Le Médecin de campagne, pag. :  «Vous le voyez, ici la mort est prise comme un accident prévu qui n’arrête pas le cours de la vie des familles, et le deuil n’y sera même porté. […] Dans les campagnes, le deuil n’existe donc pas […] Cet oubli n’est-il pas une grande plaie ? »]. “Il aime, au prix parfois d’effets un peu faciles, les circonstances où peuvent se faire jour des réactions affectives, graves, vives, prolongées” [BOREL JACQUES, Médicine et psychiatrie balzacienne. La science dans le roman, Paris, Librairie José Corti, 1971, pag. 61]. Impossibile negarlo…

I suoi personaggi, tipicamente borghesi nonostante la sua nostalgia aristocratica, sono attaccatissimi alla vita e pieni di ambizioni e desideri.
Balzac è convinto che qualsiasi passione portata all’eccesso, sia essa virtuosa o immorale, determini l’annientamento dell’essere umano. E’ sicuro che il pensiero, l’idea fissa, possa effettivamente portare alla morte attraverso il suo potere devastante e propone come spiegazione, senza ovviamente poterne dare una dimostrazione scientifica, la costituzione stessa del pensiero che, secondo lui, è portatore di una carica di elettricità magnetica. E’ l’idea fissa che diventa distruttrice: si vedano per esempio i casi di Balthasar Claës e di Louis Lambert, ossessionati dalle loro ricerche, di Papà Goriot, col suo amore assoluto per le figlie, di Grandet e della sua avarizia, di Frenhofer, della cugina Bette, di Pons, ecc. Ognuno di loro è dominato da una passione divorante, sono tutti dei monomaniaci. Questa concezione balzacchiana è espressa senza mezzi termini nell’introduzione agli Études Philosophiques scritta nel 1834 da Félix Davin sotto il diretto controllo dell’autore: “… il est évident que M. de Balzac considère la pensée comme la cause la plus vive de la désorganisation de l’homme, conséquemment de la société. Il croit que toutes les idées, conséquemment tous les sentiments, sont des dissolvants plus ou moins actifs. Les instincts, violemment surexcités par les combinaisons factices que créent les idées sociales, peuvent, selon lui, produire en l’homme des foudroiements brusques ou le faire tomber dans un affaissement successif et pareil à la mort; il croit que la pensée, augmentée de la force passagère que lui prête la passion, et telle que la société la fait, devient nécessairement pour l’homme un poison, un poignard. […] La vie décroît en raison directe de la puissance des désirs ou de la dissipation des idées”

Che si tratti di borghesi o di aristocratici, tutti i personaggi balzacchiani aspirano ad elevarsi, a migliorare la loro posizione, i loro beni, il loro benessere, e la loro intera felicità dipende esclusivamente dalla realizzazione della loro passione. Sono comunque tutti dei personaggi insoddisfatti della loro vita, del loro stato. Sembrano confondersi con la loro stessa passione che è la loro ragione di vita, ne diventano totalmente schiavi.
Balzac vive in una società in piena espansione, in cui gli individui possono avere maggiori aspirazioni grazie alle nuove scoperte tecnologiche, ma in cui, allo stesso tempo, le passioni e i desideri divenivano più pericolosi perché più passibili di fallimento. Secondo lui la società ha sviluppato troppo il sentimento naturale della felicità, l’aspirazione ad essa. La vita moderna è alienante e finisce col rendere soli gli individui. Balzac sembra quasi proporre una soluzione attraverso la Volontà, una volontà in grado di controllare le passioni, basata sulla consapevolezza di quanto il mondo possa corrompere. Essa può limitare i rischi.
Ad esempio, David Séchard, non avendo grandi pretese e accontentandosi di una vita semplice e modesta, sembra quasi essere ricompensato di questa saggezza dall’eredità che riceve e che gli permette di vivere meglio [Illusions perdues] .
Un altro caso significativo è quello rappresentato da Louise e Renée: la prima perennemente in cerca di nuove fortissime emozioni e la seconda che conduce invece una vita tranquilla al riparo dal turbinio delle passioni, ed è probabilmente più felice [Mémoires de deux jeunes mariées]. Lontano dalla follia delle passioni e dagli eccessi è possibile condurre una vita felice. Effettivamente è quantomeno singolare che Balzac proponga una simile soluzione, lui così appassionato e così frenetico. E infatti una volta scrisse a George Sand che avrebbe preferito morire con Louise piuttosto che vivere con Renée. Insomma, è solo un suggerimento di chi predica bene…

In ogni caso, nella Comédie Humaine, tra i pochi che si salvano dalla forza distruttrice delle passioni, oltre ad alcuni giovani, ingenui per età e perché ancora ignorano la realtà, ci sono gli idealisti, coloro che credono nella costruzione di un mondo migliore.

La Morte Non Naturale

Le morti soprannaturali

Letture online

La mort et l’Occident de 1300 à nos jours, par Michel Vovelle, in  Oboulo.com
<http://www.oboulo.com/mort-occident-1300-jours-michel-vovelle-34093.html>

Histoire de la mort en Occiden, in Découvrir Bruegel
<http://bruegel.pieter.free.fr/aries.htm>

ANTHROPOLOGIE HISTORIQUE - Histoire de la mort - Encyclopédie Universalis
<http://www.universalis.fr/encyclopedie/B920651/ANTHROPOLOGIE_HISTORIQUE_Histoire_de_la_mort.htm>

DIBATTITI: Omicidi rituali. Morte della storia? a cura di Cristiana Facchini, in Storicamente
<http://storicamente.org/02facchini.htm<

La mort écrite, Journée d'étude du 26 avril 2003 en Sorbonne
<http://questes.free.fr/index.php?option=com_content&task=view&id=43&Itemid=42>

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<http://www.mondimedievali.net/medicina/altomedioevo31.htm>

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