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La Chiesa di San Massimo Confessore

Nell’Italia meridionale del secolo VIII e IX, l’istituzione dell’ordinamento ecclesiale si sviluppò diversamente rispetto al resto della penisola, dove la diffusione del cristianesimo fu accompagnata dalla costruzione di una rete di chiese pubbliche, le plebes o pievi, dipendenti dal vescovo. Nel Mezzogiorno invece questa rete si presentava lacunosa, lasciando dunque spazio ad iniziative private quali furono appunto quella dei Longobardi a partire dal secolo VIII.[1]

Il diritto dei privati di edificare chiese sul proprio suolo e di nominarne gli officianti fu sancito in un concilio romano convocato nell’826, ma la peculiarità meridionale risiede nell’alienazione di tali edifici dall’autorità vescovile con carte di liberazione che prevedevano un risarcimento in denaro per il vescovo; una testimonianza della debolezza di quest’ultimo davanti ai principi e ai loro affiliati o forse solo un consenso scontato quello di vescovi sempre più spesso nominati tra i membri della famiglia principesca, o comunque tra persone ad essa vicine.[2]

 

La chiesa principesca

La chiesa di San Massimo Confessore è l’unica chiesa principesca del Mezzogiorno longobardo nel IX secolo.[3] Fu costruita da Guaiferio I sui possessi accumulati all’interno della città nell’area chiamata “plaium montis”, la parte più alta.[4]  CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT Qui Guaiferio aveva costruito una “casa”[5] per sé e per i suoi e presso questa costruì la chiesa,[6] CDC TEXT Collegandola all’abitazione con un andito, forse l’ingresso per tutto il gruppo gentilizio. Di qui si accedeva ad un ambiente sottostante la chiesa, dove era l’altare di San Bartolomeo,[7] CDC TEXT una cappella privata, destinata ad una frequentazione più esclusiva.[8] Un altro ingresso, chiuso con dei cancelli, era invece sulla strada che conduceva al centro della città e destinato oltre ai sacerdoti, presumibilmente anche alla cittadinanza.[9]

Colonna dei BarbutiTre ingressi quasi a simboleggiare tre rapporti differenti: un ingresso che si apriva verso il cuore della città sulla platea proveniente dalla Porta de raspizzi, come simbolo del rapporto del principe con il popolo di Salerno, un secondo allo stesso livello della chiesa e quindi del popolo, ma con accesso dalla regiam, immagine del legame del principe con la consorteria, ed infine l’ingresso alla cappella, al di sotto della chiesa, simbolo del rapporto del principe con i consanguinei, come fondamenta su cui poggiavano gli altri due.

La chiesa intitolata a San Massimo, riconosciuta come fondazione del principe Guaiferio, compare per la prima volta nell’861 in qualità di destinataria di un’offerta fatta da un tal Antiperto,[10] CDC TEXT ma il diploma di fondazione del principe risale solo all’anno 868 a partire dal quale divenne un punto cardine del progetto di affermazione dinastica di Guaiferio I.

Nello scritto, il fondatore stabilì che nella chiesa si sarebbe celebrato il servizio divino per la consorteria a lui legata, momento concepito dallo stesso principe come un’occasione per ribadire l’appartenenza alla famiglia regnante e rinsaldare così i vincoli familiari.

Alla sua morte poi la chiesa avrebbe partecipato alla spartizione dell’eredità accanto ai membri della famiglia ed aggiunse che, in caso di estinzione della sua discendenza, la chiesa ne sarebbe divenuta l’erede universale.[11] CDC TEXT San Massimo dunque, come dice Huguette Taviani, “ …n’est pas seulement l’église d’un lignage, elle est en quelque sorte membre de ce lignage,…”.[12]

Il principe riserva per sé e per i suoi eredi il diritto di nominare il rettore della chiesa a condizione che il patrimonio rimanga integro, pena cento solidi costantiniani, altrimenti la nomina del rettore spetterà agli abati di San Benedetto e di San Vincenzo. Quest’ultima clausola, evidenzia la preoccupazione di Guaiferio di mantenere compatto il patrimonio fondiario della chiesa, in modo da assicurare una solida base al potere territoriale della sua dinastia.

 

Le donazioni del principe

Negli anni che seguirono la morte di Guaiferio I San Massimo continuò a godere del favore della famiglia regnante con i suoi discendenti.

Furono soprattutto la moglie Landelaica ed il figlio Guaimario I a contribuire in modo considerevole all’affermazione della chiesa, sia come simbolo della nuova dinastia che come centro di interessi economici per l’aristocrazia ad essa legata.

Quattro anni dopo la scomparsa del fondatore, la principessa vedova Landelaica ottenne dal vescovo di Salerno, Pietro, la libertà e l’esenzione della chiesa familiare e del suo abate. Ella sottraeva così definitivamente il patrimonio fondiario della chiesa dai confini dell’episcopio,[13] CDC TEXT mentre il figlio, il principe reggente Guaimario I, accresceva il patrimonio della chiesa di famiglia qui dirottando, con una serie di diplomi, beni spettanti al palatium.

Infatti qualche anno più tardi il principe concesse alla chiesa tutti i beni di Benenati e Ademario, morti senza eredi, ricordando che tali beni per legge sarebbero spettati al fisco, ma nel diploma giustifica l’eccezione attribuendo tale volontà alla madre, che lo esortò a donarli in perpetuo alla chiesa e a sottrarli all’autorità di giudici, conti, gastaldi e qualsiasi altro agente.[14] CDC TEXT

Questa sorta d’immunità, riservata ai beni destinati alla chiesa, trova conferma in un altro diploma di Guaimario I, che concede a San Massimo tutti i beni e le pertinenze di tal Lupo, servo di palazzo, figlio di Ragimperto, e di tutti i suoi familiari. Lupo fu riconosciuto colpevole di essersi alleato con i Saraceni quando assediarono la città; anche qui fu fatto divieto di entrare e di imporre angarie a qualsiasi agente, fosse longobardo come un gastaldo o sculdascio, oppure bizantino come un protospatario o uno spatario, insomma qualsiasi reipublice hactionarii.[15] CDC TEXT

Dunque con Guaimario I (880-901) e la madre Landelaica si assiste ad una più decisa politica di potenziamento della chiesa, che incamera beni destinati al palazzo, preoccupandosi di sottrarli alla giurisdizione di pubblici agenti, in una sorta di autoimmunità che il principe concede alla sua chiesa privata.

La via indicata da Guaimario I fu seguita anche dal figlio Guaimario II (901-946) che con il diploma del 903 dona alla chiesa di famiglia le proprietà dislocate tra Nocera, Agella e Nobara, ricevute dal defunto abate di San Massimo, Angelo;[16] CDC TEXT su queste lascia i due diaconi Odelchiso e Liotardo, a cui probabilmente l’abate Angelo aveva concesso la terra dove ora risiedevano, a patto però che non abbandonino il monastero.[17] CDC TEXT

L’abate era proprietario delle mura dell’edificio della chiesa e custode dei suoi beni, quindi in qualche modo un dominus, e la metà ora ceduta dal principe alla chiesa potrebbe rappresentare la quota dell’abate. In questo modo, il ritorno delle quote degli abati di San Massimo nelle mani del principe e da lui girate nuovamente alla chiesa potrebbe essere la pratica che permetteva di mantenere compatto il patrimonio della chiesa privata, così come indicato dal fondatore.

L’ultima donazione destinata alla chiesa da parte della famiglia dei Dauferidi fu quella del principe Gisulfo. Anche lui, come i predecessori, dirotta verso la chiesa i beni del fisco, questa volta si tratta di proprietà rimaste senza eredi congiunte all’edificio della chiesa.[18] CDC TEXT

Se durante i regni dei due Guaimari la chiesa e la dinastia sembravano un corpo unico che perseguiva lo stesso fine, sotto il governo di Gisulfo l’ente ecclesiastico cominciò ad apparire come una potenza autonoma non più legata al palazzo, o almeno ai membri della dinastia che lo abitava. Infatti, nonostante i discendenti di Guaiferio siano riconosciuti come domini fino al 988 per essere poi sostituiti dai parentes dell’abate Maione e più tardi da quelli di Adelferio,[19] le avvisaglie di un cambiamento si avvertono già un ventennio prima: esattamente nel 966, quando la famiglia del fondatore si scontra con la chiesa davanti a Pietro e Gaido giudici, per alcuni beni inclusi nel testamento di Dauferio figlio di Guaimario che la chiesa rivendica come propri.

La causa è intentata dal marito di una delle due sorelle di Dauferio che denuncia la sottrazione di alcuni oggetti preziosi dall’eredità lasciatagli dal fratello. Questo aveva disposto che le sue sostanze spettassero alle sorelle dopo la morte della madre Rodelgrima, aggiungendo che il patrimonio doveva rimanere integro. Secondo il difensore della chiesa fu proprio Rodelgrima a non rispettare la volontà del figlio donando una parte delle sue sostanze alla chiesa prima di morire. Proprietà che viene riconosciuta all’ente dalla sentenza dei due giudici.[20] CDC TEXT

Un fatto anomalo questo, visto che la famiglia di Dauferio e Rumelgaita era certamente legata alla cerchia dei Dauferidi, come indicano i richiami onomastici ed il titolo di gastaldo rivestito da più membri della stessa famiglia.[21] CDC TEXT ; CDC TEXT

Indice del cambiamento avvenuto nella politica della chiesa è certo rappresentato dalla contemporanea apparizione di nuovi nomi nella schiera dei domini della chiesa accanto a quelli dei discendenti del fondatore, che tendono invece a scomparire negli anni seguenti.[22]


Le offerte dei privati

Rispettando la tradizione delle chiese private alto medievali, San Massimo al momento della fondazione fu dotata dal proprietario di un vasto patrimonio, frutto degli acquisti fatti da Guaiferio negli anni precedenti l’incarico di principe, destinato al sostentamento di “debiles et pauperibus et viduis”.[23] CDC TEXT Da questo primo nucleo di base, la chiesa dinastica estese il suo patrimonio, grazie alle donazioni principesche, e a numerose offerte di beni provenienti da privati, desiderosi di salvare la propria anima.[24] CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT; CDC TEXT

La minaccia saracena.

Le offerte dei privati si concentrano soprattutto nell’ultimo trentennio del IX secolo e all’inizio del successivo e coincidono con gli anni in cui il principato fu più colpito dalle invasioni saracene, mentre tendono a diradarsi nel periodo seguente.

Ad esempio, nell’872 Walfa, rimasta vedova e in fin di vita, offre alla chiesa le proprietà che aveva dentro e fuori la città di Salerno, ormai assediata dai Saraceni, come lei stessa testimonia, lamentando l’impossibilità del fratello di entrare in città per rappresentarla come mundoaldo.[25] CDC TEXT; CDC TEXT

È naturale pensare che nel suo caso i Saraceni alle porte rappresentino un incentivo per assicurarsi la pace dell’anima, ma è certo che con questa si otteneva anche la protezione di un importante ente ecclesiastico, atto a difendere terra e uomini nelle proprie pertinenze grazie alla protezione accordata dalla casata principesca. D’altra parte bisogna considerare che l’invasione musulmana dell’872 fu più cruenta delle precedenti. I principi longobardi si trovarono soli e in disaccordo ad affrontare il comune nemico all’indomani del sequestro dell’imperatore Ludovico II da parte del principe di Benevento, Adelchi.

La partenza dal Mezzogiorno dell’esercito franco, che per anni aveva combattuto al fianco dei Longobardi, creò una falla nella difesa salernitana. Gli stessi proprietari fondiari non erano in grado di difendere i propri patrimoni dall’interno delle mura dei centri abitati dove solitamente risiedevano;[26] è naturale dunque che la chiesa di San Massimo si presenti come un rifugio sicuro per coloro che cercavano di mantenere intatti i propri possessi. In fondo per gli offerenti la vita quotidiana non ne risentiva, visto che quasi tutte le cessioni prevedevano l’usufrutto in vita per i proprietari ed i loro eredi o per chiunque vi abitasse.[27]

 
La seconda ondata saracena

Dopo un decennio di relativa stabilità politica, che permise di difendere meglio i territori del principato con l’aiuto dei Bizantini, l’ennesimo episodio della guerra tra Capua e Napoli, nell’882, portò nuovamente le bande mussulmane a scorrazzare per le campagne salernitane.[28]

Il ritorno dei Saraceni è accompagnato dalla ripresa delle offerte alla chiesa di Salerno, assenti invece nei dieci anni precedenti. Il tenore delle due offerte, redatte nel medesimo anno, è lo stesso di quelle viste più sopra: offerta di tutti i beni per la salvezza dell’anima e usufrutto della terra donata.[29] CDC TEXT ; CDC TEXT Di queste, l’offerta di Grisepergo, figlio di Lupo, stabilisce la proprietà della chiesa anche sui beni del figlio Pietro in caso questo muoia senza eredi; Pietro è probabilmente uno dei tanti dispersi di guerra, quasi tutti destinati al mercato di schiavi, e le sue proprietà in caso di non ritorno sarebbero spettate al patrimonio pubblico, come stabilito dalla legge, ma l’assoluzione del principe permise invece di cambiare il destinatario a favore della chiesa.[30] CDC TEXT

Un caso simile è quello presentato dall’offerta dei beni appartenenti a Teoperga destinati alla chiesa di San Massimo. Anche la donna, infatti, lo stesso anno, chiede l’assoluzione del principe per procedere alla spoliazione del suo patrimonio, altrimenti di proprietà del fisco per assenza di eredi.[31] CDC TEXT

L'impresa del Garigliano

Qualche anno più tardi, in coincidenza dell’attacco longobardo alla fortezza araba del Garigliano, assistiamo all’aggiunta di particolari clausole nelle carte di donazione.

La chiesa offre un’ulteriore attrattiva ai proprietari terrieri: la possibilità di recedere dal contratto in caso di ritorno degli eredi dispersi. E’ ciò che mostra una carta redatta dallo stesso Giovanni notaio nel 912, che offre metà dei suoi beni alla chiesa preoccupandosi di garantire al figlio Merdulo, catturato dai Saraceni, la sua parte in caso di ritorno, parte comunque destinata all’ente in mancanza degli eredi di Merdulo.[32] Quindi un modo per evitare che il fisco incamerasse definitivamente le proprietà di Merdulo, ma soprattutto un accorgimento per mantenere compatto il patrimonio di famiglia ancora gestito da Giovanni sotto la tutela dell’ente salernitano.

Evidentemente, gli anni trascorsi avevano visto il ritorno di molti uomini dati per dispersi nella confusione che regnava allora su tutto il territorio, e la sorpresa di questi di ritrovarsi senza proprietà da ereditare, perché ormai appartenenti alla chiesa del principe o al palazzo, aveva spinto San Massimo a trovare nuove formule per mantenere il ruolo di sicuro custode.

 
Le offerte degli ecclesiastici

Molte delle offerte destinate alla chiesa di San Massimo provenivano da coloro che indossavano l’abito monacale all’interno dell’ente. Ne è un esempio l’offerta di Pietro che al momento di entrare nel monastero donò i beni posseduti in una località chiamata Terme, vicino Nocera, inclusa la parte della moglie consenziente, Anghelsenda; a questi aggiunse cinquanta solidi, forse l’equivalente del resto del patrimonio non compreso nella donazione.[33] Si trattava probabilmente della dote da consegnare alla chiesa al momento dell’entrata nel monastero a seconda delle possibilità di ognuno.

Un documento mostra addirittura un’intera famiglia composta da tre elementi, padre e madre monaci, e il figlio Giovanni chierico, offrire tutti i beni che avevano nella città di Salerno e ad Agella, vicino Nocera, ereditati dai nonni di Giovanni, per un ammontare complessivo di trenta solidi. In realtà questa donazione segue di qualche mese un contratto d’affitto che i tre, già membri del monastero, avevano stipulato con l’ente per una terra nella stessa Agella. Ciò dimostra che la famiglia di Giovanni mantenne i propri possedimenti privati al di fuori del patrimonio di San Massimo pur facendone parte, e solo più tardi decise di offrirla alla chiesa perché non vi erano discendenti che potessero ereditarla.[34] Non era dunque una dote questa, ma una vera e propria spoliazione di tutti beni, per una famiglia già legata all’ente dinastico da un contratto d’affitto.

Il patrimonio in questione è una parte del lascito dei discendenti di Leone figlio di Selberamo, di cui il chierico Giovanni rappresenta l’ultimo erede. Tale patrimonio è frutto di svariate transazioni economiche fatte da Leone ed i suoi fratelli prima, e dai loro figli poi, nel corso del IX secolo. La proprietà dei beni offerti dalla famiglia di monaci però sarà oggetto di numerosi processi che impegneranno la chiesa nel corso del X secolo.

Le proprietà controverse

Nel 947 Pietro, franco di nascita, rivendica la proprietà dei beni situati ad Agella, appartenuti alla famiglia di Iohannelgari, padre del chierico Giovanni. Presentatosi a palazzo, con il suo avvocato Guaiferio, mostra ai giudici ciò che rimane di un precetto del principe Guaimario con cui entrava in possesso delle suddette proprietà. Dal canto suo l’abate mostrò il documento con cui la famiglia di Iohannelgari offriva alla chiesa le proprie sostanze, aggiungendo che queste pervennero integre entro i confini del patrimonio di San Massimo perché gli offerenti non avevano eredi. La sentenza cui pervennero i giudicanti in questa occasione fu favorevole alla chiesa, in quanto non fu riconosciuta la potestà del principe di donare una terra già offerta.[35]

Cinque anni dopo a palazzo fu discussa un’altra causa per stabilire la proprietà degli stessi beni ad Agella. Questa volta li rivendica Giovanni, fratello del franco Pietro, che ricorda di essere già andato in giudizio contro il presbitero Maraldo, beneficiario della terra per conto della chiesa, in questa occasione rappresentata dal gastaldo Maione in veste di avvocato. Allora i giudici avevano stabilito la proprietà della chiesa come frutto della donazione dello stesso Iohannelgari. La sentenza conferma ora la precedente, attribuendo la proprietà alla sola chiesa, che pone come mediatori sette sacerdoti.[36] Il numero dei mediatori, che rappresenta un’eccezione, in questo caso è certo dovuto all’importanza del patrimonio, la cui entità si può ricostruire dall’esame delle numerose compravendite portate a termine dal gruppo parentale di Selberamo e dallo stretto legame che legava la famiglia di Agella alla chiesa di San Massimo dal tempo dell’abate Angelo.[37]

Tutti i giudizi che impegnano la chiesa sembrano standardizzati, sia per le accuse mosse all’ente, sia per le sentenze finali. Vale a dire che nei giudizi le sentenze non riconoscono mai i contratti precedenti l’offerta alla chiesa. In questo modo molti piccoli proprietari, a cui non furono riconosciuti acquisti o eredità, si ritrovarono nella condizione di continuare a risiedere nella terra contesa come semplici contadini dipendenti.

Un’altra proprietà controversa è quella dei beni appartenuti ad Urso del fu Rademprando residente in Nobara, vicino Nocera.[38] Questi furono dati in custodia ad un certo Ermeperto con altre proprietà all’interno della città di Salerno, affinchè fossero donati alla chiesa salernitana in cambio di messa e orazioni per la famiglia del donatore.[39]

Circa venti anni dopo, la figlia di Ermeperto, Erchensenda, si presentò con l’abate Angelo davanti ai giudici per confermare la delega del padre da parte di Urso che lei stessa aveva firmato e quindi la piena proprietà della chiesa.[40] Il fondo in Nobara nel 902 fu rivendicato dall’atraniese Giovanni, come proprietà ricevuta dal palazzo, tramite un breve che mostrò ai giudici.[41] La causa finalmente si concluse l’anno seguente con la wadia, simbolo del raggiunto accordo tra le parti sancito dal diritto longobardo,[42] scambiata tra Giovanni e l’abate davanti ai gastaldi Landenolfo e Pandone.[43]

 
I giudizi

I giudizi in cui fu coinvolta la chiesa si moltiplicano nella metà del X secolo. In quel tempo il suo patrimonio si era già esteso per tutto il territorio salernitano facendone una potenza economica. Ma questa data coincide anche con la perdita di fiducia tra la cerchia dei piccoli proprietari che non sembrano più interessati a salvare la propria anima offrendole i loro beni.

In effetti la stagione della chiesa come sicuro rifugio è tramontata da tempo, sostituita ora dall’immagine di una chiesa che avida di terre estende i propri confini a danno dei piccoli proprietari. Gli esempi sono costituiti da tutti quelle controversie nate tra la chiesa ed i proprietari delle terre confinanti.[44] San Massimo insomma si conferma come l’unico caso di grande proprietà fondiaria presente nel panorama salernitano, fatta eccezione per il patrimonio fiscale, seppur quest’ultimo sia mal documentato nelle fonti cavensi.

 

 I contratti

I benefici dei presbiteri

Tra la fine del IX e l’inizio del X secolo il patrimonio di San Massimo si estende in modo incoerente per larga parte del territorio salernitano. Le donazioni del principe e le offerte di privati disegnano una proprietà frammentaria, a macchia di leopardo. Più il detto patrimonio si allargava, più la gestione affidata alla consorteria risultava complessa.

Fu quindi necessario avere un controllo diretto sulle terre più lontane, per questo nei documenti si ritrovano spesso dei benefici personali concessi dall’ente ad alcuni suoi presbiteri, come avviene tra l’abate Adelferio ed il presbitero Urso, che riceve in beneficio un appezzamento di terra con vigna e alberi da frutto, confinante con la chiesa di San Genuario in un luogo detto Balle; il beneficio, si legge nel documento, rimarrà agli eredi di Urso se questi entreranno nel monastero, altrimenti spetterà loro solo la metà della terra e dei proventi ed il resto sarà coltivato da un missus della chiesa.[45] Una proprietà concessa in perpetuo dunque a patto che il fondo rimanesse entro il patrimonio della chiesa e gestito da suoi affiliati.

I presbiteri, cui erano affidate portiones del patrimonio ecclesiastico, avevano piena libertà di amministrarle, purché corrispondessero i tributi dovuti alla chiesa tramite suoi missi inviati in occasione della vendemmia. Vediamo infatti, in un documento precedente quello di Urso, un altro beneficio in Montoro affidato dalla chiesa al presbitero Maghenolfo che a sua volta, con l’approvazione dell’abate Maione e del suo avvocato il conte Pietro, un dominus della chiesa, lo affitta a Maraldo per dieci anni in cambio di un terzo della legna proveniente dal castagneto qui piantato.[46]

Contratti di questo genere si fanno più frequenti intorno alla metà del X secolo.[47] Le zone interessate sono Montoro, vicino Rota, e Puteum regente nelle pertinenze di Nocera, ai confini settentrionali del principato. Tutte le transazioni prevedono un canone in natura per il rappresentante della chiesa, cioè chi manteneva il beneficio. Questo poteva variare dalla metà ad un terzo dei prodotti secondo la pratica agricola cui era destinato il luogo. Le più frequenti in questa metà di secolo sembrano la viticoltura e l’essiccazione delle castagne, solo più tardi si affermò l’olivicoltura.[48]

Le quote dei canoni sembrano standardizzate in metà dei prodotti della vendemmia e dei frutti, mentre è richiesto un terzo delle castagne. A queste si aggiunge solo nel X secolo il terraticum, “secundum consuetudine ipsius loci”.[49]

Per la zona di Montoro invece, nel 968, ancora il presbitero Maraldo offrì agli affittuari la possibilità di sostituire il canone annuale con quattro tarì in coincidenza della festa di San Martino, evidentemente il patrono locale.[50]

Più elastici sembrano i contratti, che variano da tre a dieci anni, legati sicuramente ai cicli agricoli, presenti nella documentazione relativa alla seconda metà del secolo X.[51]

I benefici individuali o prebende sono, secondo la condivisibile analisi di Bruno Ruggiero, un correttivo alle numerose locazioni a tempo indeterminato che offrivano spesso ai concessionari la possibilità di sottrarre alla chiesa i territori coltivati. Da soluzione vantaggiosa per la gestione del patrimonio, i benefici però divennero presto attrazioni esclusivamente economiche per interi gruppi familiari che si radicarono sul fondo trasmettendolo di padre in figlio, come abbiamo visto per la carta del 901 riguardante il beneficio concesso ad Urso.

L’introduzione delle prebende ai presbiteri, secondo lo studioso, portarono questi nuclei, verso la fine del X secolo, ad assomigliare più a degli intraprendenti piccoli proprietari che non a membri dell’ecclesia, quasi a sottolineare il carattere economico della fondazione dinastica che in poco più di un secolo si era trasformata in una complessa azienda fondiaria.[52]

 
Le locazioni

Le terre più vicine alla capitale invece erano gestite tramite normali contratti, di durata variabile, stipulati dalla chiesa con uomini liberi.

All’inizio del X secolo le transazioni dovevano essere molto vantaggiose per gli affittuari che si impegnavano in nuove colture, almeno a giudicare da quella fatta, nel 913, dall’abate Giovanni a Benedetto, figlio di Adelferio. Questo non prevedeva nessun tributo da versare alla chiesa per i primi tre anni e solo allo scadere di questi Benedetto aveva l’obbligo di cedere la metà del vino prodotto.[53]

Tre anni era il periodo di tempo necessario alla vite piantata di crescere, quindi la chiesa rinuncia al canone per agevolare le condizioni degli affittuari che si impegnavano a migliorare la sua terra. D’altronde lo stesso affittuario avrebbe goduto dei frutti della nuova coltura per i sette anni successivi.

Tutti gli affittuari erano tenuti a risiedere e a lavorare l’appezzamento loro assegnato ed in qualche caso a costruirvi l’abitazione di residenza.[54]

I canoni concordati variano nelle stesse proporzioni di quelli visti sopra, così come le colture sembrano le stesse per tutto il territorio in questione. Le principali erano la coltura dei cereali, molto sfruttata in pianura per dissodare i terreni paludosi, perché offriva contemporaneamente più stagioni produttive grazie alla rotazione di frumento e maggese, la coltivazione di vari alberi da frutto un po’ ovunque, la viticoltura a livello collinare, ed infine a quote più alte si coltivavano i castagneti.[55]

Le diverse colture potevano coesistere, ma certo i vigneti sembrano onnipresenti nel X secolo e lì dove non ve ne fossero ancora venivano stipulati contratti di pastinato, cioè veniva stabilito l’obbligo per l’affittuario di piantare viti. E’ il caso di due appezzamenti nei pressi di Nocera che sono affidati ad Amato, figlio di Adelgrimo, per nove anni affinchè pianti sulla terra vacua alberi da frutto e viti. Un terzo dei prodotti delle nuove piantagioni ed il consueto terratico, si legge, sono destinati al cellarium di San Massimo.[56]

Un secondo contratto di pastinato riporta le stesse condizioni per la durata di dieci anni.[57] Ciò che accomuna i due contratti oltre alle finalità cui sono preposti, è la posizione delle terre affittate in zone limitrofe, ancora Puteum regente e Montoro, tra Rota e Nocera. Proprio gli stessi luoghi che la chiesa credeva meglio gestire direttamente attraverso un presbitero, come abbiamo visto più sopra. In effetti i contratti di pastinato sono i più adatti a luoghi non vigilati dai proprietari come potevano essere questi, in quanto era nell’interesse dell’affittuario far produrre una terra che lui stesso aveva piantato dopo i primi anni di sacrifici senza frutti.

Infine in tutti i contratti, si legge, l’annuale riscossione dei canoni era affidata ad agenti della chiesa, i missi, che i detentori della terra erano obbligati ad alloggiare e mantenere nella propria casa.

 

I vertici della chiesa

Gli avvocati

Nei giudizi che vedono coinvolta la chiesa e nei contratti da questa stipulati figurano sempre degli avvocati che con l’abate la rappresentano. I contratti scritti in loro presenza potrebbero indicare un ruolo più attivo nella gestione del patrimonio dell’ente, anche se dai documenti non è possibile stabilire quali. Tra questi solo alcuni sono definiti “domini ipsius ecclesie”, cioè rappresentano i proprietari di una parte del patrimonio di San Massimo accanto agli eredi di Guaiferio.

Il primo dominus-avvocato che incontriamo è il conte Pietro, che con l’abate Maione concede al presbitero Maghenolfo l’assoluzione per affittare la terra che quest’ultimo teneva in beneficio per conto della chiesa.[58] Più tardi troveremo un altro Pietro con il titolo di gastaldo a rappresentare la chiesa come dominus e avvocato.[59] Infine un altro difensore è indicato con i due termini, si tratta del gastaldo Truppoaldo.[60]

Ciò però non è sufficiente per identificare gli avvocati con i domini, gli stessi esempi presentati ne sono la dimostrazione proprio perché l’essere dominus della chiesa viene specificato chiaramente all’interno dei tre documenti, mentre in tutti gli altri viene taciuto. Ciò non avrebbe senso se i due termini fossero solo sinonimi. Si potrebbe pensare invece che la carica di avvocato fosse rivestita a rotazione da più persone di fiducia dell’abate e dell’ecclesia, e solo in rari casi intervengano direttamente i proprietari, i domini, nello svolgere questa funzione puramente giuridica.[61] In questo caso si dovrebbe rivedere l’identificazione tra avvocato e dominus avanzata dalla Taviani, la quale sostiene che l’avvocato fosse scelto in base alla consistenza del suo patrimonio nel fondo comune di San Massimo.[62]

 I "domini" di San Massimo

I domini della chiesa dinastica oltre che nella cerchia dei familiari del principe sono rintracciabili nelle file degli ufficiali pubblici, come indica il titolo di gastaldo che compare al posto del patronimico di Pietro e Truppoaldo, gli stessi ufficiali che vediamo in altre occasioni comparire con il titolo di giudice in giudizi tenuti nella capitale. Essi sono dunque da identificare con gli uomini fidati del principe, con quella burocrazia di palazzo, in formazione durante il governo della prima dinastia salernitana, che avrebbe dovuto sostenere il potere del principe slegandolo dall’aristocrazia radicata nei distretti del principato. La partecipazione di questi uomini alla gestione della chiesa del principe come domini potrebbe così indicare l’attenzione rivolta alle disposizioni del fondatore da parte dei suoi eredi, che fece della chiesa di San Massimo un centro di coesione e di raccordo di tutto il gruppo parentale dei Dauferidi e delle famiglie su cui si basava il loro potere.

I domini, dunque, coincidono con l’entourage del principe e con lui partecipano alla fortuna del patrimonio della chiesa che viene così ad assumere una valenza ideale oltre che economica. San Massimo Confessore rappresenta quindi il centro di raccolta dell’aristocrazia principesca e allo stesso tempo il simbolo della continuità dinastica, come voluto da Guaiferio I.[63]

La prova dell’importanza simbolica della chiesa è evidente dopo l’estinzione della dinastia del fondatore, quando tra i domini appaiono i nuovi principi, prima Pandolfo Capodiferro, poi Giovanni II e Guido, i fondatori della seconda dinastia. Il primo è legittimo erede della chiesa essendo stato associato al trono da suo figlio Pandolfo, adottato precedentemente dall’ultimo discendente di Guaiferio I, mentre i secondi sembrano cercare una legittimazione del loro potere attraverso i simboli della dinastia precedente, come indicherebbero anche i nomi dei loro successori: Guaiferio e Guaimario.[64]

Il ruolo di simbolo dell’unità dinastica, mantenuto dalla chiesa per oltre un secolo, testimonia indirettamente l’integrità del vasto patrimonio di proprietà dell’ente. Probabilmente non tutti i domini che compaiono all’interno dei documenti partecipavano alla spartizione del patrimonio, destinato ai soli discendenti come voluto da Guaiferio. Essi forse, detenendo una quota maggioritaria del patrimonio, evitarono il frantumarsi di questo in tante sortiones, più o meno grandi, come avveniva per gli altri patrimoni di famiglia. Solo in questo modo si sarebbe potuta mantenere l’unità della massa dei fondi di pertinenza della chiesa ed averne così un indubbio vantaggio economico per la consorteria che li gestiva in comune, oltre al prestigio di appartenere alla cerchia del principe.

Come l’affermazione del potere della prima dinastia fu simboleggiata dalla chiesa privata, così in essa si rispecchiò il suo declino, al tempo del principe Gisulfo I. L’ultimo dei Dauferidi non fu in grado di presentarsi alla compagine come capo indiscusso a causa dell’opposizione interna alla sua stessa famiglia e alla pressione del Capodiferro; il suo trono traballa e con lui i patti di solidarietà tra i maggiorenti che si rinnovano con alleanze matrimoniali al di fuori della cerchia già collaudata. Ecco allora comparire i parentes di Maione, così potenti da ordinare abate uno di loro fino a fondersi con un’altra famiglia di domini della chiesa, quella dell’abate Adalferio attraverso un’alleanza matrimoniale.[65]

 
Gli abati

L’abate era preposto alla conduzione spirituale ed economica della chiesa di San Massimo. L’officiatura spettava esclusivamente ai proprietari della chiesa, cioè a Guaiferio e ai suoi eredi come voluto dallo stesso fondatore. Proprio quest’ultimo dà chiare indicazioni per la scelta del sacerdote che doveva possedere qualità morali largamente condivise e non essere il frutto di una scelta arbitraria dei proprietari, magari intenzionati a sottrarre parte del ricco patrimonio che Guaiferio aveva destinato all’ospizio.

Nel 903 erano ancora gli eredi di Guaiferio I a scegliere l’abate come dimostra il memoratorium fatto al presbitero Madelgaro dai figli del principe fondatore, Arechi e Dauferio.[66] Madelgaro diviene il nuovo abate della chiesa della famiglia principesca dopo la scomparsa dell’abate Angelo,[67] e come tale giura di reggere e dominare la chiesa, il clero e gli uomini, di reggere e governare oro e argento, codici, ornamenti e ogni sostanza ad essa appartenente, inclusi case, mobili e servi, inoltre è tenuto a comprendere nel patrimonio della chiesa la metà dei suoi beni, mentre del rimanente può farne ciò che vuole.[68]

Le carte non permettono di stabilire esattamente la durata del suo mandato, ma è certo che il suo posto nel 909 era ricoperto da Giovanni, anch’egli presbitero, che lo terrà fino al 918.

Tra gli obblighi di Madelgaro, e con ogni evidenza di tutti gli abati, c’era quello di resedere et habitare in ecclesia, probabilmente in una delle case costruite intorno alla chiesa, e dunque al palazzo, dallo stesso Guaiferio.[69] Del resto la figura dell’abate fungeva da anello di congiunzione tra la famiglia del principe ed il clero della chiesa costituito da presbiteri, chierici e diaconi di varie estrazioni sociali. Alcuni infatti erano schiavi liberati come i primi ecclesiastici designati da Guaiferio, altri invece provenivano dal ceto dei possesores come Iohannelgari e la sua famiglia.

Per quanto riguarda l’estrazione sociale dell’abate le carte non forniscono sufficienti elementi per trarre delle conclusioni certe. Il primo abate nominato da Guaiferio, Arniperto presbiter, secondo Ruggiero è da identificare con “amiperto clericus de liburie filius carunci” che figura tra i servi già avviati alla carriera ecclesiastica e liberati dal principe nell’868.[70] Un’origine umile dunque quella del primo abate della chiesa principesca, dettata forse dalla fedeltà dovuta all’ex padrone oltre che dalle qualità morali così importanti per Guaiferio, mentre negli anni successivi gli abati furono scelti tra le file dei soli presbiteri.

Qualche notizia in più è possibile rintracciare per l’abate Angelo (894-903) che potrebbe essere riconducibile ad uno dei gruppi parentali meglio documentati dalle carte salernitane, quello dei discendenti di Selberamo, già ricordati nell’ambito delle offerte da parte dei nuovi monaci.

L’abate Angelo

Infatti l’abate Angelo si potrebbe identificare con Angelperto figlio di Leone, nipote dunque di Selberamo. A confermare l’identificazione potrebbe essere il testamento dello stesso Angelperto, che si definisce presbitero e abate, in cui lascia la metà delle sue proprietà, nella località detta Agella, alla cognata Sicha, vedova di Giovanni e al fratello Leomperto, mentre l’altra metà è destinata alla chiesa ubi ego habitare debuero. Che si tratti della chiesa di San Massimo è chiaro in un secondo documento, il quale riporta un giudizio avvenuto dopo la morte di Angelperto in cui si ricorda la sua volontà di aggiungere al lascito fatto ai familiari e alla chiesa un’offerta di cinquanta solidi a quest’ultima per la salvezza della sua anima; offerta che un breve dimostra essere stata consegnata a Dauferio, figlio del principe Guaimario I, un dominus della chiesa di San Massimo come abbiamo visto nella nomina di Madelgaro.[71] Un’ulteriore prova ad avvalorare la tesi che Angelperto e Angelo sono la stessa persona potrebbe provenire dalla coincidenza dei due patrimoni in Agella, che riportano gli stessi confinanti. Lo si legge in un diploma del principe Guaimario I che, nel 903, offre alla chiesa privata i beni dell’abate Angelo elencandone i confini, gli stessi riportati nel testamento di Angelperto. Questo confermerebbe quindi che si tratta della base fondiaria degli eredi di Selberamo di Agella, la quale nel 923 fu inglobata interamente nei confini di San Massimo tramite un’offerta fatta dal nipote di Angelperto-Angelo, il monaco Iohannelgari.

Se tale ricostruzione è veritiera, essa dimostrerebbe la connessione tra la chiesa della dinastia di Guaiferio ed i maggiori proprietari fondiari del principato, dai quali probabilmente provenivano gli abati della chiesa. Se così fosse e se il memoratorium di Madelgaro costituisse la regola per gli obblighi del rettore, ad ogni nuova nomina vi sarebbe un considerevole incremento del patrimonio di San Massimo, ma soprattutto una forte interazione tra possessores e palazzo. In questo modo la chiesa privata, fondata dal principe Guaiferio nei primi anni del suo principato, costituirebbe il simbolo e la base dei legami intessuti dalla prima dinastia ai livelli più alti dalla società salernitana, costituendo il perno su cui ruotavano gli interessi di fideles e consanguinei, i domini, e dei possessores, gli abati.

 



[1] B. RUGGIERO, Principi, nobiltà e Chiesa nel Mezzogiorno longobardo. L’esempio di San Massimo di Salerno, Napoli 1973, pp. 29-31.

[2] Ivi, pp. 31-32.

[3] Unico precedente di fondazione principesca è il monastero di S.Pietro fondata dalla principessa Teoderata fuori le mura di Benevento il secolo precedente: PD. HL, l. VI, c. 1, p. 211.

[4] CDC. vol. I, n. XXXIII, anno 849; n. XLIV, anno 856; n. LXV, anno 868.

[5] A. MELUCCO VACCARO, I Longobardi in Italia, Milano 1988, p. 208. Secondo la studiosa si tratta di un nuovo palazzo costruito dal principe.

[6] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868, nel diploma di fondazione si parla di chiesa, di monastero, di ospizio e di cappella. Negli anni seguenti i termini chiesa e monastero si alternano nelle fonti, indicando sempre lo stesso ente privato dei Dauferidi, e solo più tardi sarà utilizzato quello di cappella, più facile da identificare come separata dalla chiesa e indicante certo l’ambiente sottostante la chiesa, lì dove era l’altare di San Bartolomeo.

[7] Ibidem

[8] DELOGU, Mito, cit., pp. 144-145.

[9] Ivi, p.145. Secondo Paolo Delogu la chiesa di San Massimo si pone come fattore di urbanizzazione della zona indicata dall’autore intorno ad uno dei principali assi della circolazione urbana, in collegamento con le vie esterne.

[10] CDC. vol. I, n. LXI, anno 865. Antiperto concede alla chiesa, retta all’epoca da Arniperto, l’uso dell’acqua che passava attraverso la sua terra per alimentare il mulino precedentemente donato alla chiesa da Ioseb medico.

[11] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868.

[12] TAVIANI, Le pouvoir princier, cit., p. 15.

[13] CDC. vol. I, n. LXXXVII, anno 882, il vescovo mantiene comunque il diritto di promuovere ai sacri ordini gli ecclesiastici di San Massimo e di consacrare nuovi altari e nuove chiese erette sul suolo appartenente alla chiesa del principe.

[14] CDC. vol. I, n. CI, anno 886.

[15] CDC. vol. I, n. CXI, anno 899.

[16] CDC. vol. I, n. CXVII, anno 903.

[17] CDC. vol. I, n. CXVII, anno 903.

[18] CDC. vol. II, n. CCII, anno 959.

[19] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p. 50-51.

[20] CDC. vol. I, n. CCXXXV, anno 966, entro le mura della città e vicino Sarno.

[21] Appaiono altri documenti che mostrano la chiesa contro il palazzo, per delle terre concesse dai principi ai loro fedeli; in questi non vengono riconosciuti i brevi rogati nel palazzo perciò la proprietà viene riconosciuta alla sola chiesa. CDC. vol. I, n. CXIV, anno 902, n. CLXXIV, anno 947. Per Ruggiero queste cause indicano la mancanza di registri da parte del palazzo, mentre l’ordine degli scritti della chiesa permette sempre di dimostrare che le stesse terre le erano state offerte in precedenza: RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p 128.

La chiesa si rimpossessa dei suoi beni dopo la morte del principe, non riconoscendoli ai fedeli del defunto; infatti i brevi presentati risalgono sempre al principe precedente.

[22] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., pp. 53-54.

[23] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868.

[24] CDC. vol. I, n. LXXII, anno 872; n. LXXV, anno 872; n. LXXXIX, anno 882; n. XCVIII, anno 882; n. CV, anno 894; n. CVIII, anno 895; n. CX, anno 898.

[25] CDC. vol. I, n. LXXV, anno 872. Così forse la pensò anche il prete Rattiperto, residente a Nocera, che lo stesso anno si disfò delle proprietà acquistate a Puctiano, diventata forse irraggiungibile, in favore della chiesa San Massimo, n. LXXII, anno 872.

[26] G. GALASSO, Città campane nell’alto medioevo, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n. s., XXXVIII-XXXIX, 1958-1959, [estratto, Napoli 1960], pp. 18-19.

[27] Ad esempio Walfa chiede l’usufrutto per la madre Griseperga che abita sulle proprietà concesse alla chiesa.

[28] SCHIPA, Storia del principato, cit. pp. 140-141.

[29] CDC. vol. I, nn. LXXXIX, XCVIII, anno 882.

[30] CDC. vol. I, n. LXXXIX, anno 882.

[31] CDC. vol. I, n. XCVIII, anno 882.

[32] CDC. vol. I, n. CXXIX, anno 912, Giovanni notaio figlio di Martino è presente in altro documento scritto il giorno dopo le nozze con Orsa figlia di Urso, destinataria del tradizionale morgengabe equivalente all’ottava parte delle sostanze di Giovanni, n. XCII, anno 882.

[33] CDC. vol. I, n. CVIII, anno 895, la proprietà di Terme non era molto estesa a giudicare dalla pena pecuniaria di soli venti solidi. Altri esempi sono contenuti in n. CXXXVI, anno 919, n. CXLIV, anno 926.

[34] CDC. vol. I, nn. CXL, CXLI, anno 923.

[35] CDC. vol. II, n. CLXXIV, anno 947.

[36] CDC. vol. I, n. CLXXXI, anno 952.

[37] vedi cap. IV: Terra e società, pp. 63-64.

[38] Per il patrimonio di Ermeperto: nn. XIV, XXVIII, anno 824; n. LIX, anno 860.

[39] CDC. vol. I, n. LXXI, anno 872. Secondo Ruggiero la chiesa compone dei necrologi per i “benefattori degni di ricordo”: RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p. 25.

[40] CDC. vol. I, n. CV, anno 894.

[41] CDC. vol. I, n. CXVI, anno 902.

[42] ROTH. 360, 361, 362, 366; LIUT. 8, 15, 36, 37, 38, 39, 40, 61, 96, 128; RATCH. Prologo 5, 8.

[43] CDC. vol. I, n. CXVI, anno 902.

[44] CDC. vol. I, n. CXV, anno 902; n. CXVI, anno 902; n. CXXXV, anno 918; n. CLXXIV, anno 947; n. CLXXVII, anno 949; n. CLXXXI, anno 952; n. CCIX, anno 960; vol. II, n. CCXI, anno 960; n. CCXVI, anno 962; n. CCXXII, anno 963; n. CCXXX, anno 965; n. CCXXXIII, anno 965; n. CCXXXV, anno 966.

[45] CDC. vol. I, n. CXIII, anno 901.

[46] CDC. vol. I, n. C, anno 884.

[47] CDC. vol. II, n. CXCVI, anno 957; n. CCXL, anno 966; n. CCLVI, anno 968; n. CCLXXXI, anno, 975.

[48] CDC. vol. II, n. CCXLIX, anno 966.
[49] Un esempio: CDC. vol. II, n. CCLXXXI, anno 975.

[50] CDC. vol. II, n. CCLVI, anno 968; n. CCLXXIV, anno 971, qui però l’affittuario non è esonerato dal terratico.

[51] Ad esempio: CDC. vol. II, n. CCXL, anno 966; n. CCLXXXI, anno 971.

[52] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., pp. 142-145. Per Ruggiero questa è la prima causa di dissoluzione del patrimonio di San Massimo.

[53] CDC. vol. I, n. CXXXII, anno 913.

[54] Ad esempio: CDC. vol. II, n. CCXIX, anno 962, il contratto è per dieci anni.

[55] J. M. MARTIN, Città e campagna: economia e società (sec. VIII-XIII), in Storia del Mezzogiorno, Alto Medioevo, vol. III, a cura di G. Galasso e R. Romeo, Roma 1994, pp. 276-279.

[56] CDC. vol. II, n. CCXV, anno 962.

[57] CDC. vol. II, n. CCXVII, anno 962.

[58] CDC. vol. I, n. C, anno 884.

[59] CDC. vol. II, n. CCXXXIX, anno 966, n. CCXLVIII, anno 966.

[60] CDC. vol. II, n. CCXC, anno 976; n. CCXCV, anno 977.

[61] Sono notai: Alderisso nn. CLXXIV, CLXXVII, CXC, CXCVI, anni 947, 949, 956, 957; Romoaldo: nn. CCVI, CCIX, CCXI, CCXXIV, CCXXX, CCXXXIII, CCXLIII, CCXLIV, CCXLIX, CCLIII, anni 959, 960, 963, 965, 966, 967; Riccardo: n. CCXVI, anno 962; Radechis: n. CCXVII, anno 962; Dauferio tutorem: n. CXV, anno 902; Radelgardo sculdascio: n. CXXXII, anno 913; Guaiferio comes et thensaurarius: n. CLXXXI, anno 952; Guisone subdiaconus et notarius: n. CXXIV, anno 962; sono gastaldi: Pietro, nn. CCXIX, CCXXXV, CCXXXIX, CCXL, anni 962, 966; Truppoaldo: nn. CCXC, CCXCV, anni 976, 977.

[62] TAVIANI, Le pouvoir princier, cit., p. 16.

[63] Ivi, cit., p. 18.

[64] TAVIANI, Le pouvoir princier, cit., pp. 16-17. La Taviani va oltre questa considerazione ventilando l’ipotesi che possa esistere una parentela tra i discendenti di Guaiferio I, che lei identifica con un Guaiferio gastaldo qui avvocato e dominus, e la nuova dinastia sulla base di una concessione del 984 per la quale era stata chiesta l’assoluzione ai principi Giovanni II e Guido anch’essi domini della chiesa; in realtà lei stessa afferma l’impossibilità di trarre una conclusione certa su di un solo documento, ma dimostra di non credere al semplice passaggio di proprietà.

Un’altra prova del valore simbolico assunto da San Massimo per la seconda dinastia è che questa non avrebbe bisogno di riconoscersi nella chiesa di famiglia di Guaiferio I avendone fondata una per sé, la chiesa di Santa Maria de domno, anch’essa all’interno della città e vero oggetto di attenzioni da parte del principe, mentre la chiesa di San Massimo accusa i segni dell’incuria: DELOGU, Mito, cit., p. 147.

[65] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p. 50-53.

[66] Gli abati provengono tutti dalle file dei presbiteri, fatta eccezione per Maione chierico, CDC. vol. I, n. C, anno 884.

[67] CDC. vol. I, n. CXVII, anno 903.

[68] CDC. vol. I, n. CXIX, anno 904.

[69] CDC. vol. I, n. LXIV, anno 868.

[70] RUGGIERO, Principi, nobiltà, cit., p. 34.

[71] CDC. vol. I, n. CXVIII, anno 903; n. CXX, anno 905.