Il quadro complessivo che si è tentato di tracciare nelle pagine che precedono, sulla base di quanto suggerisce la documentazione dei secoli X-XII, indica la possibilità di dimostrare l’esistenza di “un’altra Venezia”, non soltanto lanciata alla conquista dello spazio marittimo, ma anche capace e interessata a colonizzare e amministrare un vero e proprio contado. Tuttavia stabilire quanto si possa parlare in realtà di contado e di città e soprattutto dei rapporti tra queste due entità rimane in questo lavoro ancora una questione appena abbozzata. Il mio lavoro in questo senso ha ricevuto preziose sollecitazioni anche dagli studi condotti da Philip Jones, sostenitore del fondamentale ruolo esercitato dal contado nella crescita e nell’evoluzione della città italiana. L’A., indagando la natura composita della società italiana medievale, dimostra infatti come ogni città si regga sulla presenza del proprio contado. Egli, riprendendo le tesi di Carlo Cattaneo, sostiene: il quadro generale della società italiana è costituito dal binomio città-campagna. La città formò col suo territorio un corpo inseparabile e per l’adesione al contado venne a formare una persona politica, uno Stato elementare, permanente, indissolubile.[1]
Attraverso la documentazione si è cercato quindi di prospettare la possibilità di ampliare e spesso ribaltare le posizioni di una storiografia incentrata esclusivamente sulla dimensione urbana e sulle dinamiche mercantili di Venezia. Spesso infatti gli studi veneziani si dimostrano poco interessati ad analizzare quei processi più generali determinati dalle nuove forme di possesso e di sfruttamento della terra che investirono tutta l’Europa a partire dall’XI secolo.[2] Quello che si è cercato di proporre è una valutazione di una società composita: costituita - come molte altre in terraferma - da “città e campagna, commercio e terra, aristocrazia e democrazia, feudalesimo e capitalismo”.[3]
Un po’ in tutte le città italiane, anche in quelle di mare, la ricchezza urbana fu prevalentemente, alle origini, ricchezza che proveniva dalla terra; la proprietà immobiliare costituiva il denominatore comune dei cives. La stretta combinazione tra attività mercantile e proprietà terriera venne a rappresentare dunque un elemento distintivo dello sviluppo della società cittadina, rafforzando così i legami tra città e campagna.[4]
Proponendoci dunque di considerare anche per il contesto lagunare il binomio costituito da terra e ricchezza terriera e da città e ricchezza commerciale, dovremmo chiederci se la tendenza al possesso fondiario esistesse al di là delle disponibilità offerte dal commercio. E più precisamente: si può affermare che l’interesse verso la terra nascesse dalle necessità di impiego di capitali derivanti dalle attività mercantili-monetarie? La tendenza comune negli studi è quella di sostenere che per i ceti mercantili l’acquisto di terrà si configurò come uno strumento in grado di dare una base più stabile e maggiori garanzie agli affari.
Si suggerisce invece qui una valutazione della società veneziana costituita fin da subito di entrambi gli aspetti, mercantile e fondiario. L’indole primaria era ovviamente quella riferibile al mare, al commercio, al mercato; tuttavia rimaneva la necessità di un controllo terriero che potesse essere affidato a terzi, come spesso è stato documentato. Sicuramente non si ricercava nell’impegno fondiario soltanto la protezione delle ricchezze accumulate con il commercio, che anzi, se si pensa alla manutenzione delle saline o ai lavori di bonifica e di mantenimento delle colture arboree, rappresentava un investimento non sempre redditizio e comunque largamente esposto al rischio di dissesti economici. La proprietà fondiaria non rappresentava dunque necessariamente una sicura base di investimento di capitali, ma un sicuro marchio di nobiltà. Ricorre infatti negli studi dedicati alla società venetica di epoca medievale il riferimento ad “antica o recente aristocrazia fondiaria”, ponendo quindi l’accento sull’intensa mobilità presente a tutti i livelli sociali, anche tra le classi più facoltose. Si deve quindi ipotizzare la possibilità nel territorio lagunare di un “reclutamento” aristocratico su base fondiaria, attraverso il quale poter acquisire un rango sociale elevato, che nei secoli successivi al XII spesso verrà associato alla nobilitas. Il passo successivo era probabilmente quello di dar avvio a una nobiltà di sangue anche senza il requisito dell’antichità di stirpe. Questa dinamica sociale è stata affrontata anche all’interno di un contesto storiografico più ampio a cominciare da March Bloch, sostenitore dell’idea secondo cui l’aristocrazia si identificava in quel ceto dirigente, presente in tutte le società umane, i cui membri godono di considerazione e influenza grazie alla loro ricchezza e al prestigio politico. La nobiltà, invece, per essere considerata tale, deve riunire due condizioni mediante uno statuto giuridico proprio, che confermi la superiorità che pretende di esercitare, e che perpetui il privilegio ereditariamente ai discendenti.[5]
Il riconoscimento formale del titolo nobiliare e la conseguente possibilità di trasmissione ereditaria della carica a Venezia avveniva per mezzo della cronachistica “popolare”, ovvero le “cronachette” nobiliari, un catalogo delle famiglie ritenute “nobili”, ciascuna con il suo racconto. Si può quindi considerarle come fonte rivelatrice della percezione da parte del patriziato delle sue origini illustri come espressione della giustificazione del potere.
Una questione finale può essere posta in questi termini: l’aristocrazia fondava i suoi presupposti sul possesso terriero, mentre il successo nobiliare si affermerà per mezzo della conquista mercantile. L’attività mercantile reggendosi su una forma di associazione tra i componenti dello stesso rango (societas), garantiva la protezione e l’integrità delle proprie ricchezze e del nome costituente in seguito le grandi dinastie mercantili. Le grandi famiglie di mercanti avevano dunque escogitato il modo di proteggere e conservare in modo ereditario le ricchezze familiari.
Non si deve però escludere dalle dinamiche veneziane il forte influsso esercitato dalla vicina terraferma. Il risveglio economico, correlato a una forte espansione agraria e sociale, fu ampiamente promosso in tutta la Pianura padana dai grandi enti monastici, instaurati nei territori della Langobardia grazie a re e duchi che non raggiunsero mai una concordia salda e continuativa né con il vescovo di Roma né con i vescovi delle altre diocesi. L’opposizione longobarda alla gerarchia episcopale condusse a numerose fondazioni monastiche controllate dalla propria monarchia, o comunque, da questa dotati largamente di proprietà. Per tali motivi abbiamo già accennato a fondazioni che in qualche modo rispondevano a volontà di creare punte avanzate di potere in zone di confine con i territori bizantini (si veda lo stesso monastero di Brondolo). Ma, al di là della motivazione politica, si deve anche pensare a fondazioni di tipo privato, attraverso le quali le famiglie della grande aristocrazia potevano trovare anche in un monastero domestico il centro di coesione del lignaggio. Non vi era infatti mezzo più sicuro per i laici se non quello di inserirsi nella grande proprietà ecclesiastica, unica in grado di assicurarsi una lunga durata nel tempo, al contrario di patrimoni laici soggetti alle vicissitudini genealogiche.
E’ ipotizzabile che anche i Gradenigo, come gran parte dell’aristocrazia veneziana, possedessero alcune proprietà nelle terre del Padovano e del Trevigiano.[6] Nelle aree retrostanti la laguna veneta si sviluppò la grande proprietà terriera. Il nucleo della signoria era rappresentato dalla corte padronale, che non rispondeva necessariamente al nucleo centrale della pars dominica del complesso curtense, poichè questa già dal secolo X era in corso di divisione in quote e pertanto spesso non aveva più un proprio centro. Parte originaria del territorio signorile erano i possessi fondiari del signore, che erano i più vasti e che venivano ampliati e arrotondati con una politica di permute e di acquisti, portati a termine a vario titolo privato e, talune volte, grazie a privilegi regi. Dai suoi possedimenti, che avevano una corte centrale, il signore progressivamente estendeva i suoi diritti e poteri di signoria fondiaria e immunitaria e di altra origine pure sulle terre di altri padroni che fossero inframezzate o circostanti le sue, sino a formare un territorio unitario di dominazione signorile.
Nel territorio chioggiotto mancò lo spazio politico che altrove aveva consentito il dilagare della signoria locale; mancò anche quella base economica “ curtense” che altrove aveva sostenuto la forza politica e militare; ma soprattutto si deve notare che per il contesto veneziano, in cui la città –capoluogo economico e politico dominante - conservò le funzioni essenziali della centralità, non si può parlare di uno sviluppo della proprietà fondiaria in signorie rurali. In questo contesto infatti il potere proveniente dal doge rimase sempre molto forte e non lasciò spazio all’enuclearsi di forze locali, se non controllate dal duca stesso, attraverso conferme di investiture ad propium. Una serie di investiture dogali furono infatti concesse a partire dall’XI secolo alla famiglia Gradenigo nel momento in cui i suoi appartenenti cominciarono a interessarsi all’acquisizione di numerose saline collocate entro il territorio chioggiotto.
Non si vuole comunque “normalizzare” o banalizzare la specificità di Venezia nel medioevo, negandone l’originalità e a volte l’estraneità a quei processi tanto comuni all’Europa occidentale. Tuttavia i documenti hanno permesso di ricreare una parte di quel ducato Veneziano, che probabilmente si collocava - non solo geograficamente - a metà tra la Civitas Rivoalti e il Regno. Chioggia protetta da Venezia, che ne sfruttava la posizione, i traffici e il sale e ammaliata dalle pressioni longobarde e poi franche, presentava caratteri di forte autonomia economica e sociale. Non a caso, l’indagine ha messo in evidenza, accanto ad alcuni processi agrari analoghi a quelli ampiamente studiati per la terraferma padana, la particolare abilità dei proprietari del ducato nel piegare e adattare ad un territorio del tutto diverso dall’entroterra gli stimoli e le innovazioni culturali ed economiche che da quell’entroterra largamente filtravano in laguna.
[1] P. Jones, Economia e società nell’Italia medievale, Torino 1980, pp. 4-10
[2] Lo stesso Luzzatto considera il commercio come primo fondamento nell’economia veneziana. Si veda anche F. C. Lane, Storia di Venezia, Torino 1978.
[3] Jones, Economia e società cit., pp. 4-10.
[4] G. Pinto, I rapporti economici tra città e campagna, in R. Greci, G. Pinto, G. Todeschini, Economie urbane cit., pp. 3-74.
[5] Bloch, La società feudale, Torino 1949, pp.323-332.
[6] A conferma di questa ipotesi si veda: M. Pozza, I proprietari fondiari in terraferma, in Storia di Venezia, II cit., pp. 661-680.